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des ouvrages de Raphaël, Parigi 1824; J. D. Passavant, R. d'Urbino e il padre
suo G. Santi, vers. it. Firenze 1809; E. Müntz, Raphaël, Parigi 1881: H. Grimm, Das Leben Raphaels, Berlino 1886 (ultima ed. presso Pluidon, Vienna s. d.); A. Venturi, R., Roma 1920: V. Wanscher, R. Santi de Urbino, Londra 1921: G. Gamba, R., Parigi 1932: W. E. Suida, Raphael, Londra 1941: S. Ortolani, R., Bergamo 1945; O. Fischel, Raphael, Londra 1948. Si vedano inoltre i seguenti studi particolari: H. Dollonier, Raphael's Werbstätte, in Zahrb. der kunsthist. Sammlungen des allersh. Kaiserhauses, 16 (1895), pp. 231-63; T. H. Hofmann, Raflael in seiner Bedeutung als Architeht, Zittau 1911; A. Ch. Coppier, L'migme de la Segnatura, Parigi 1928; O. Fischel, Santi (Sanzzo) Raffaello, in Thieme-Becker, XXIX (1934), coll. 433-46; F. Harti, Raphael and Giulio Romano, with notices on the Raphael School, in The Art Bulletin, 26 (1944), pp. 67-94; D. R. de Campos, R. e Michelangelo, Roma 1946; J. Hess, On Raphael and Giulio Romano, in Gazette des Beaux-Arts, 32 (1947), pp. 73-106; G. I. Hoogewerff, La Stanza della Segnatura, in Rendic. della Pont. arcad. rom. di arch., 23-24 (1947-49), pp. 317-56; D. R. de Campos, Le Stanze di R., Firenze 1950. Riproduzioni: G. Grunau, Raphael (collezione - Klassiker der Kunst -), Stoccarda e Lipsia 1909 (importante anche per le distazioni); O. Fischel, Raphael: Zeichnungen, Straburge 1898 e sgg. (riproduz. in Ec.-simile dei disegni di R.); R., Stanza della Segnatura. Città del Vaticano 1950 ( 32 tavv. a colori edita in collaborazione con l'U.N.E. S.C.O., con una presentazione di B. Vagozzi.

Deoclecio Redig de Campos
RAGAZZI, CITTÀ (VILLAGGIO, REPUBBLICA, COMUNITÀ) dei. - Istituzione di educazione o rieducazione per la formazione morale e professionale dei fanciulli, orfani o randagi, vittime dell'abbandono da parte delle proprie famiglie, dell'ambiente, di compagni pervertiti; ai quali vennero ad aggiungersi altre vittime numerose, nelle stesse condizioni, fatte dalla seconda guerra mondiale.
I. Storia. - La prima C. dei r. fu istituita negli Stati Uniti ad Omaha (Nebraska) dal p. E. G. Flanagan (v.), nel 1917, che prese a prestito 90 dollari per poter pagare il primo mese di affitto. Cominciò con 5 ragazzi, che al Natale 1917 crebbero a 25 e aumentarono sempre più in progresso di tempo. Ora la Bays-Town si estende per 3 kmq., conta un migliaio di giovani cittadini, ha il proprio ufficio postale, il suo municipio, un proprio tribunale regolare, che si raduna ogni lunedi; scuole, officine, case, fattorie, chiese e un'arena capace di 2500 posti a sedere e 8500 spettatori. L'opera, che sconcertó medici e studiosi di psicologia, sacerdoti, poliziotti maturi, economisti e statisti, trovò la sua forza travolgente nell'amore di Dio e dei fanciulli.

A Trogen, nella Svizzera, si inaugurò nel sett. 1946 il primo padiglione del "Villaggio Pestalozzi", per cura delle Nazioni Unite, destinato ad accogliere orfani di guerra delle varie nazioni. I fanciulli sono divisi in gruppi o "famiglie" di 16-20 persone; ciascun gruppo occupa locali propri, sotto la guida di "capi famiglia", di maestri ed educatori della stessa nazionalità e lingua dei ragazzi. L'insegnamento è dato nella lingua materna degli alunni.

Ad imitazione di queste città sorsero molte altre numerose comunità di ragazzi in tutto l'Europa, le quali nel 1948 si riunirono nella Fédération internationale des Communautés d'enfants (F.I.C.E.), la quale comprende tutte le istituzioni di ragazzi che mirano a questi obiettivi : a) liberare il fanciullo dalle paura, sorgente di diffidenza e di dispetti; b) sviluppare la sua affettività in attività creatrici, parallele ai doveri scolastici; c) dargli il senso della sicurezza con un'educazione vicina a quella familiare; d) fargli comprendere i meccanismi della vita sociale con la partecipazione attiva e responsabile ai lavori e alle organizzazioni della comunità; e) salvarlo dall'egocentrismo di gruppo, educandolo all'amore dell'obiettività e alla comprensione anche internazionale.

In Italia si hanno più di 20 c . dei r., quasi tutte fondate da sacerdoti con l'aiuto di benefattori italiani e stranieri, specialmente dell'« American Relief for Italy» (A.R.I.).

Il "Villaggio dei fanciulli" a S. Marinella (presso Civitavecchia) sorto nel 1945 per opera di mons. J. Patrick Carroll-Abbing e don Antonio Rivolta, su di un'estensione di 20 kmq., presenta un'organizzazione e un regime molto democratico. Bandita ogni terminologia di collegio o di caserma, il dormitorio si chiama "albergo "; il refet-

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torio "ristorante». l'economato "emporio». I cittadini non conoscono altra disciplina che quella imposta dall'assemblea, dal loro autogoverno e dal senso civico della responsabilità. Vi sono le cariche di sindaco, questore, giudice, avvicendate ogni mese; la giunta, che si raduna tre o quattro volte la settimana. Ognuno può andarsene quando vuole; quando torna vi è riaccolto; solo si richiede che, fin che vi si rimane, si osservino gli statuti da cittadini leali. Lo studio e il lavoro vengono pagati con una moneta speciale, chiamata "merito", con cui si paga l'albergo, il ristorante, i vestiti, ecc.; durante la vacanza è anche convertibile in denaro; e cosi diventa un mezzo di contatto con l'esterno.

La « Repubblica dei r. di Sassi (Torino), sorta nel 1946, per opera di d. Arbinolo, presenta invece una organizzazione un po' meno democratica, perché, secondo gli statuti, si regge sul tipo di una repubblica presidentziale, di cui il fondatore è presidente a vita, e a lui è riservata l'approvazione o la disapprovazione di qualsiasi decisione del sindaco, dell'assemblea generale, ecc.

Più o meno secondo questi due tipi sono organizzate le altre c. dei r., sorte a Roma, Napoli, Bari, Lanciano, Palermo, Piacenza, Cuneo.
II. I Principi intormatori. - La buona riuscita delle c. dei r. si deve soprattutto ai principi pedagogici a cui si ispira, fondendo armonicamente insieme la coscienza dell'autonomia irriducibile della persona, il rispetto dovuto alla libertà del fanciullo, al vivo senso del dovere personale e sociale, che deve risolversi in una autoformazione fortemente illuminata, sentita e costante. Il che si può ridurre a queste tre formole: 1) ogni fanciullo può diventare un galantuomo. Chi intendesse la formola in senso assoluto ed escludesse ogni intervento della Grazia soprannaturale, sarebbe evidentemente in errore, perché la esperienza e la fede insegnano che la natura umana nasce con le stigmate del peccato originale e ne subisce le conseguenze nell'ordine fisico e nell'ordine morale. In errore ugualmente sarebbe chi, all'opposto, ritenesse la natura umana cosi corrotta da essere incapace di redimersi. La formola pedagogica, invece, rettamente interpretata, significa che si deve tenere una via intermedia tra l'ottimismo sognatore di G. G. Rousseau e il crudele pessimismo di Baio e di Giansenio. Occorre, dunque, prima di tutto credere e aver fiducia nel fanciullo, nelle sue possibilità morali e soprannaturali di redenzione e di riabilitazione, che ne animano lo sforzo inteso ad attuarle. 2) Non si può educare il fanciullo senza il suo concorso. Un'educazione che tutto faccia dipendere da formole e precetti astratti, ripetuti fino alla noia, e imposti magari con la forza, non conchiude nulla; l'educazione è opera essenzialmente interiore, sia nel piano naturale che nel piano soprannaturale della Grazia; e il fanciullo deve dare la sua cooperazione attiva, mentre l'educatore deve creare l'ambiente favorevole per questa cooperazione, favorirla, suscitarla, mantenerla. 3) I fanciulli sono i migliori collaboratori per l'educazione dei compagni. L'educatore che voglia davvero trovare un'eco nell'animo dei fanciulli e dei giovani, deve sentirne i problemi, le impressioni, le reazioni e le difficoltà, con la stessa sensibilità con cui essi le sentono. Il che non è così semplice in un adulto, perché dovrebbe, per cosi dire, rinnovarsi interiormente per ridursi al loro livello. Il fanciullo, invece, non ha questo bisogno; già sente come sentono i compagni e perciò la sua opera educativa è più naturale e spontanea. Con questo non si vuol dire che l'azione degli adulti, specialmente della famiglia e dei genitori, sia superflua. Anzi, la presenza e l'azione dei più grandi è indispensabile, perché il più giovane, posta la sua inesperienza e debolezza, ha vivo bisogno di guida, di buon esempio, di appoggio, di amore.
III. L'apporto della pedagogia cristiana. - Di fronte a questo nuovo movimento conquistatore e a queste nuove strutture pedagogiche, le pedagogia cristiana ha molto da incoraggiare, quando i principî informatori siano retracnente interpretati e praticati. Il cristiano, infatti, deve sapere che la vita del fanciullo è la vita di un figlio di Dio, che può portare in sé una vita soprannaturale mediante la Grazia, e da questa sostenuto e rafforzato
può salire le vette più alte dell'ernismo. Sa pure che Dio è amore, e che perciò l'educatore cristiano deve imitare Dio anche sotto questo aspetto. Questi fanciulli che arrivano alle c. dei r. sporchi, viziosi, indisciplinati, pervertiti, che sanno rispondere, spadroneggiare, ribellarsi, sono pure amati, quali sono, da Dio, che ne conosce la capacità di corrispondere a una chiamata disinteressata. D'altra parte la dottrina del peccato originale e delle sue conseguenze porge all'educatore lo stimolo a cooperare con la Grazia perché l'educando prenda coscienza di questa sua condizione di peccatore e di creatura; per cui l'autonomia assoluta è illusoria e vana e c'è il dover liberarsi dalla schiavitù del male e del peccato per tornare figlio di Dio. Inoltre la dottrina cristiana ci mette dinanzi lo spirito sociale, di cui deve essere animato ogni figlio di Dio. Gesù ha dato se stesso fino a morire; e anche l'educando deve formarsi la convinzione interiore, che deve vivere non solo per sé, ma anche per gli altri, fino, occorrendo, al dono totale. La Grazia ci fa tutti fratelli di Gesù, donde uno spirito in noi di fraternità universale.

Bisc.: C. Busnelii, Les villages d'udants, in Lumen vitae, 4 (1949), pp. 309-20; L. Romanini, Il movimento pedagogico all' entero, II, Brescia 1931, pp. 92-101; F. e W. Ouelier, P. Flanagan della c. dei r., trad. n., Roma 1931; J. Patrick CarrollAbbing, La c. dei r. di p. Flanagan, ivi 1931; id., Il grido di Rachele, Milano 1932.

Celestino Testore
RAGES. - Nel libro di Tobia (4, 21; 5, 14; 9, 3) si parla di R., città dei Medi, ove risiedeva Gabelo (v.). Il testo greco ha 'Pèyn o 'Pèya' (Pèras in Judt. 1,4), che si avvicina di più al persiano Ragá, identificata con Rajj a ca. 13 km . a sud-est dell'attuale Teheran.

Nella recensione del Cod. sinaitico $(5,6)$ si afferma che essa distava 2 giornate di cammino da Ecbatana e che sorgeva sui monti (cf. 5,8 della Volg.).

Quanti ammettono l'identificazione riferita e non intendono tacciare l'autore di ignoranza geografica, suppongono che la durata del viaggio sia in relazione con il carattere angelico di chi parla, non legato alle lettezze umane. Fra le due località si calcola un cammino di ca. una settimana, se si vuole seguire la consuetudine degli antichi, che non conoscerano mezzo più veloce di un'ordinario cavalcatura. E possibile, del resto, che l'affermazione sia dovuta ad errore intervenuto nella trasmissione monoscritta nonostante la grande autorità attribuita al Cod. sinaitico. Di R. si parla anche nell'Avesta ed in antichi autori storici e geografici. Fu distrutta nel 462 dagli Arabi e quindi da un terremoto nell'853.

Bisc.: F. H. Weisabach, Raga, in Pauly-Wissowa, I A. I (Stoccarda 1914), coll. 124-27.

Angelo Penna
RAGGIO, Giambattista Francesco. - Abate ed erudito, n. a Chiavari il 15 luglio 1795, m. a Genova il 6 febbr. 1860.

Professore di lettere latine e greche nelle scuole Pie di Cárcare (Savona) e quindi di retorica nel Seminario vescovile di Noli, autore di una apprezzata traduzione delle opere di Sallustio, fu chiamato nel 1830 a professare retorica in Genova, dove assunse nel 1834 la direzione della Biblioteca civica Berio e più tardi la dignità di duttore collegiato e di consigliere della classe (Socotà) di lettere dell'Università. Collaboratore di numerosi giornali e periodici letterari della Liguria e del Piemonte, sulle colonne della Rivista ligure pubblicò una serrata critica dell' Arnaldo da Brescia di G. B. Niccolini, di cui pose in luce la faziosità anticlericale: la vibrata recensione ebbe larga eco e procurò al R. l'ostilità degli ambienti liberali, che nel 1849 indussero le autorità municipali ad esonerarlo dalla direzione della Biblioteca. Per il medesimo motivo non fu possibile attuare il voto del consiglio comunale di Noli, che nel 1890 aveva decretato di dedicare al R. una lapide commemorante la sua attività di educatore e di studioso. Oltre alla citata volgarizzazione di Sallustio (Genova 1840 e 1847 , due edd.), si ricorda che

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egli curò la pubblicazione delle Leggi del Consolato di Genova del MCXLIII, in Historiae Patriae monumenta, Leges Municipales, I, Torino 1838, coll. 234-94, e diede alle stampe diverse opere poetiche.

Tenace assertore dei diritti della Chiesa e del pontificato romano, vestl costantemente l'abito ecclesiastico sebbene avesse ricevuto soltanto gli ordini minori.

Bibl.: L. Grillo, G. B. F. R., in Giorn. degli studiosi, Genova, 3 (1871), n. 30; L. Costa, De vita et scriptis I. B. R., ibid.; A. Manno, L'opera cinquantenaria della R. Dep. di St. patria, Torino 1884, p. 352; F. Poggi, G. B. F. R., in Dic. del risorg. naz., IV, 12-13.

Renzo U. Montini

## RAGGUAGLIO DELL'A TTIVITÀ LETTERARIA, CULTURALE E ARTISTICA DEI

CATTOLICI IN ITALIA, IL. - Rassegna annuale di tali attività, incominciata nel 1930 da M. Luzzi, R. Perondi e E. Lucatello (a Firenze fino al 1933, poi a Milano).

Nel clima della rinascita delle attività letterarie di sentimento e di espressione dichiaratamente cattoliche, sorte dopo il 1923 intorno a G. Papini e che poi si raggrupparono specialmente nel Carroccio di Bologna, nella Festa di Milano, nel Frontespizio di Firenze, in Tradizione di Palermo, nel Rinascimento letterario di Genova, nell' Arte cattolica di Torino ecc., il $R$., facendo il punto anno per anno, contribuì a orientare e coordinare i vari gruppi locali. Nel quadro di tale orientamento rientrarono anche i "convegni di scrittori cattolici" tenuti in quegli anni a Bologna, Firenze, Milano, Napoli e Roma. Interrotte le pubblicazioni a causa della guerra dopo il 1942, il R. le riprese nel 1952. Dal 1935 esce a Milano una rassegna bibliografica cattolica mensile con lo stesso titolo.

BibL.: P. Bargellini, Pian dei Giullari, XI: Il Novecento, Firenze 1950.

Enrico Lucatello

RAGIONAMENTO. - Da ratio (v. RAGIONE), è l'atto per cui il pensiero, in virtù di date proposizioni, fatti, giudizi, passa a un'affermazione nuova. R. è pertanto, nel suo significato più ampio, sinonimo di inferenza, e indica il "discorso" o movimento della ragione da conoscenze in atto (premesse, $\pi \rho \circ \tau \alpha \dot{\alpha} \sigma \varepsilon \varsigma$, $\tau \dot{a} \pi \rho \circ \tau \varepsilon \iota \nu \hat{\jmath} \mu \varepsilon \nu \alpha$ ) a ulteriori giudizi (conclusioni), aventi con quelle nesso di derivazione causale. Il nesso logico di derivazione ("consequentia nella terminologia scolastica) è essenziale, per cui non può dirsi $r$. ogni processo del pensiero che si compia per discoperta casuale o per semplice successione nel tempo.

Nella logica tradizionale il r. è, accanto al concetto (v.) e al giudizio (v.), la terza attività fondamentale della ragione. S. Tommaso ravvisa in esso il carattere distintivo dell'intendere umano, essenzialmente analitico e progressivo nel tempo: «homines ad intelligibilem veritatem cognoscendam perveniunt procedendo de uno ad aliud ... et ideo rationales dicuntur" (Sum. Theol., 1*, q. 79, a. 8, c.; cf. De verit., q. 15, a. 1). Tuttavia, identico è il principio conoscitivo che intende (intellectus) e che ragiona (ratio); la diversità e molteplicità è soltanto funzionale: mentre l'intelletto denota "pura apprensione della verità ", è proprio invece della ragione "discutrere ab uno in aliud, ut per id quod est notum deveniat in cognitionem ignoti" (In anal. post., I, lect. 1, n. 4; cf. Sum. Theol., loc. cit., e q. 85, a. 4). Il r. è quindi, per rapporto all'intellezione, come "acquisizione" a "conseguimento", "divenire" a "essere", "moto" a "quiete". Analizzando questo rapporto, s. Tommaso osserva che, come non è possibile il movimento senza un punto fermo di partenza, cosi anche il r. presuppone alcune verità o principi di immediata intuizione (s intellectus principiorum c) da cui parte e a cui ritorna nel processo risolutivo e dimostrativo delle conclusioni. La "ratio" pertanto trova nell's intellectus * il suo principio e il suo termine: a intellectus invenitur rationis principium quantum ad viam inveniendi, terminus vero quantum ad viam iudicandi" (De verit., q. 15 a. 1).

Come inferenza, il r. è funzione essenzialmente attiva del pensiero : non pura intuizione di un dato, ma processo di ricerca ("a certis ad incertorum indagationem nitens cogitatio ": s. Agostino, De immort. anim., cap. 1: PL 32, 102: A). E chiaro tuttavia che il momento intuitivo non è assente dal r. e anzi vi assume forme più complesse che non nel puro concetto. Il r. infatti si compie per un preciso atto noetico in cui una certa proposizione $B$ è vista dipendere e derivare da una precedente proposizione o serie di proposizioni $A$. Il r. è quindi intuizione-affermazione di giudizi (rapporti fra concetti) e di nessi causali fra giudizi : esso coinvolge pertanto momenti intuitivi molteplici che fanno del r. quasi una sintesi degli altri atti mentali, e per cui si attenua ulteriormente l'indicata distinzione fra "intellectus" e "ratio".

Il r. come inferenza non implica necessariamente scoperta di nuove verità, come nel caso di una proposizione già nota, derivata (provista) da un principio che la giustifica o la conferma (p. es.: il furto è un male perché inconciliabile con il vivere sociale, e la società è un bene per l'uomo). La novità del r. (che in realtà c'è sempre, altrimenti non sarebbe possibile parlare di vera inferenza o processo razionale) consiste sovente appunto nella prova: $B$ si conoscerca come problematico; ora è visto nella sua connessione con $A$, certo: il r. determina qui il rapporto di derivazione di $B$ da $A$ e pertanto perviene a una nuova certezza ed evidenza di $B$ (anche se già eventualmente nota per altra via).

In merito alla varie forme di inferenza (per cui v. sillogismo) va qui notata la divisione generale del r. in deduzione (v.) e induzione (v.). Mentre la deduzione verifica il tipo di inferenza formale, logicamente necessaria (cui principalmente si riferisce la norma "ex vero non sequitur nisi verum" : cf. Aristotele, Anal. pr., II, cap. 2, 53 b 7), nell'induzione invece l'inferenza da verità particolari a principi universali, più che sulla struttura logica del r., si fonda sull'intuizione intellettiva del rapporto dei fatti particolari alla determinazione ontologica della natura universale. Ma sarebbe arbitraria restrizione intendere il r. unicamente come inferenza formale (cf. A. Lalande, op. cit. in bibl., p. 868), verificando anche l'induzione un effettivo processo e dialettica del pensiero. Altrettanto ingiustificata è, d'altronde, l'asserzione contraria (cf. J. Stuart Mill, $A$ system of logic, II, cap. 3) che vede soltanto nell'induzione una vera inferenza, nel senso di ampliamento ed estensione della conoscenza.

Il r. come processo nel tempo (e pertanto aperto a un vero "progresso" del sapere; per il Bosanquet la negazione della durata temporale dell'inferenza "is the first and fatal error" [op. cit. in bibl., p. 4]) e svolgimento dialettico, è forma essenziale del pensiero razionale. Esso è in funzione, da una parte, della frammentarietà e analiticità del conoscere umano, dell'altra, degli indefiniti rapporti che stringono in unità l'oggetto e i contenuti del pensiero. Movimento della conoscenza verso l'unità, analisi verso la sintesi, il r. è l'espressione logica dell'organicità ontologica del reale. Perfezione quindi e potenza del pensiero che, mentre estende in ampiezza il dominio delle verità, lo chiarisce insieme in profondità, determinandone le molteplici relazioni interne di struttura, di necessità e di causa.

Bibl.: v., per indicazioni generali, A. Lalande, Raisonnement, in Vocab. techn. et crit. de la philos., 5* ed., Parigi 1947, pp. 867-68; E. Rignano, Psicologia del r., Bologna 1920 (ed. franc. Parigi 1922); W. Leibniz, Nouv. etc., I. IV, cap. 17, trad. it. di E. Cecchi, II, Bari 1926, pp. 244-69; A. Rosmini, Logica, I. II, sez. 2*, $\$ 331$ sgg., ed. estoin., XXII, Roma 1942, p. 207 sgg.; A. Guzzo, L'io e la ragione, parte 3*, cap. 6, Brescia 1947, pp. 167-80. V. anche bibl. della voce logica : cf., fra altri, B. Bosanquet, Logic, I. II, $a^{*}$ ed., rist., Oxford-Londra 1931; U. Viglino, Logica, Roma 1941, pp. 249-61; F. H. Bradley, The principles of logic, vol. I, I. II, parte 1*, $2^{*}$ ed., rist., OxfordLondra 1930, pp. 243-98.

Ugo Viglino

RAGIONE. - Termine filosofico che, soprattutto nel senso di facoltà (v.), ha avuto nella storia del pensiero occidentale una molteplicità di significati, che spesso hanno generato equivoci e malintesi. Probabilmente il termine ratio deriva da ratus,

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participio di reor (credere, pensare), e prima dell'uso propriamente filosofico significò calcolo, rapporto. La ratio corrisponde sia a voũs (Platone) che a $\lambda$ ó $\gamma o s$, con questa differenza: il vov̄s è propriamente la facoltà o l'attività, il $\lambda$ ó $\gamma o s$ è il contenuto del voṽs (la verità) o ciò che la r. costruisce (il discorso, l'insieme dei rapporti, ecc.). E opportuno distinguere i due significati fondamentali del termine: la r. come facoltà (Vernunft) e la r. come oggetto di conoscenza (Grund).
I. La R. COME FACOLTÀ. - I due termini voṽs e $\lambda$ ó $\gamma o s$ insieme esprimono adeguatamente il senso di r. come facoltà discorsiva o raziocinativa, capace di formulare prove, di combinare concetti e proposizioni, di dare dimostrazioni. In questa funzione è considerata come propria dell'uomo (che, secondo la celebre espressione aristotelica, è $\zeta \hat{\rho} \circ v \lambda \circ \gamma \iota \alpha \hat{\sigma} v$ ), come dice s. Tommaso (In III Sent., dist. 25, q. 1, a. 1), "es Deo non convenit nec Angelis». In questo senso essa si distingue dall'intelletto (v.), che è attività intuitiva, apprensiva dell'essere e capace di cogliere i principî primi e le verità primali necessarie del pensiero e della vita. Non si tratta di due facoltà, come dicono concordemente s. Agostino e s. Tommaso. Infatti, per s. Agostino, ratio e intellectus (o intelligentsi) ineriscono naturaliter alla mens (De cos. Dei, XI, cap. 2); l'intellectus è superiore alla ratio (In Joann. Evang., tract. XV, 4,19; e s. Tommaso, Sum. Theol., $2^{\mathrm{a}} 2^{\mathrm{er}}$, q. 45,5 ad 3 ), in quanto esso è veduta interiore (con cui la mens percepisce la verità, che le scopre la luce divina), principio del comprendere e vero occhio dell'anima (De ordine, II, cap. 2, n. 5; cap. 9, n. 26).

La r. invece è aspectus animi, organo di ricerca che discerne (analisi) e connette (sintesi), cioè la facoltà discorsiva che si applica al senso che le è inferiore e ai sensibili per giudicarli (De vera relig., cap. 29, n. 30). Anche per Spinoza (v.) la r. è inferiore alla scienza intuitiva: la prima ci fa vedere le cose sub quadam aeternitatis specie, l'altra sub specie aeternitatis. Kant (v.) distingue tra r. (Vernunft) - la facoltà che ci fa conoscere i principi della conoscenza a priori - e r. pura, la facoltà che contiene i principî che ci consentono di conoscere qualcosa esclusivamente a priori (Crit. della r. pura, Introduc., § VII); tra r. teoretica o speculativa, quella che si applica al puro conoscere e che fonda e costruisce la scienza, e r. pratica, quella che contiene il principio a priori dell'agire o la regola della morale. Inoltre Kant intende il termine r. nel senso speciale di facoltà superiore delle tre Idee metafisiche dell'anima, del mondo e di Dio (Cr. d. r. pura. Dialetti. trascendentale, I. I, sez. 18). In questo senso la r. (Vernunft) non si oppone all'esperienza (come nel caso di prima), ma si distingue e si oppone all'intelletto (Verstand). Il Rosmini (v.), rifacendosi a s. Agostino e per combattere la trascendentalità kantiana, distingue anch'egli tra r. e intelletto o lume della r.: la prima è «la facoltà di applicare l'idea dell'essere» che è intuita dall'intelletto (Principi di sc. morale, cap. 1, art. 1). I post-kantiani fecero della r. l'assoluto, intuitiva di tutto il reale che s'indentifica con essa : per Jacobi (v.) è la facoltà di cogliere il soprassensibile; per Schelling (v.) - è l'assoluto" (Darstellung meines Syst. der Philos., in Sämtl. Werke, VI, p. 115); per Hegel (v.) è "la certezza di essere tutta la realtà"; l'universalità e oggettività in sé e per sé dell'Autocoscienza (Encicl., § 437).

Sempre nel senso di facoltà, r. significa giudicare bene o nettamente, cioè facendo buon uso delle regole della logica (v.), come pure indica, nel razionalismo moderno e in Kant, il sistema dei principi a priori, non dipendenti dall'esperienza; e infine è usata in opposizione alla fede (v.) e alla verità rivelata e soprarrazionale (per questi tre ultimi sensi v. Razionalismo).
II. La n. come oggetto di conoscenza. - E ciò che spiega qualche cosa in un duplice senso: ontologico, come, p. es., "ragion d'essere", il "perché" che spiega e dimostra la r. di una cosa, la causa finale e la causa formale; e gnoseologico, cioè l'argomento con cui si sostiene e si giustifica un'affermazione. Nel linguaggio
degli scolastici la ratio di una cosa è la sua essenza (ratio intellecta è lo stesso concetto considerato oggettivamente). Si può anche usare in senso normativo di giustificazione: p. es., nell'espressione "ho le mie r. per fare o per pensare cosi ", cioè i motivi legittimi per agire e affermare cosi e non diversamente. In questo senso la r. di una proposizione o di una tesi è ciò che la giustifica e la dimostra valida oggettivamente. Infine, l'espressione "ente di r." è ciò che ha un'esistenza oggettiva solo nella mente (senza che ciò escluda che possa avere un fondamento reale), come, p. es., le relazioni, le negazioni ecc.

La filosofia contemporanea ha criticato fortemente la r. come oggetto di conoscenza sia nel senso ontologico (negazione della causa finale o formale), sia nel senso gnoseologico: non vi sono argomenti per dimostrare necessariamente un'affermazione, in quanto esistono solo "ipotesi " che si accettano (l'una o l'altra) secondo che risultano più o meno idonee a una determinata situazione storica o pratica (v. le voci irrazionalismo; NeopositIVISMO; FRAGMATISMO, ecc.).

Bias.: per l'idea generale di r. cf. H. Bergson, in Bulletin de la Société Franc. de philos., apr. 1907, p. 140 sgg.: R. Ardigo, La r., Padova 1894: C. F. Keans, The pursuit of ration, Londra 1910. Ampi riferimenti. storici in R. Eisler, Vernunft, in Wörterb. d. philos. Begriffe, III, $4^{2}$ ed., Berlino 1930, pp. 395-406: I. Peghiare, Intellectus et ratio selon et Thomas d'd., Parigi 1936: A. Lalande, Vocab. tech. et crit. de la philos., ivi 1938, pp. 669-78; M. F. Sciacca, S. Agostino, I. Brescia 1940, pp. 190-92 e passim. V. anche razionalmente: SILIGIEMO. Michele Federico Sciacca

RAGIONE DI STATO. - La ratio è il principio, la regola che presiede alla vita dello Stato. R. di S. è la traduzione di ratio reipublicae. La celebre frase fa la sua apparizione nella lingua italiana con il Dialogo del reggimento di Firenze di Francesco Guicciardini (cf. ed. di R. Palmarocchi, Bari 1932, p. 163). Il suo senso originario (secondo l'etimologia latina di ragione: ratio Status) è concetto di Stato, e tale è il senso del titolo dato dal Botero (v.) al suo libro di politica: Della r. di S. (Venezia 1589), famoso al suo tempo come opera da contrapporsi al Principe di Machiavelli (v.). Ma già d'allora (fine del sec. xvi) alla frase si cominciò a dare un senso alquanto diverso, prendendo ragione nel significato di ragione di agire e quindi esigenza.

Dapprima si restringe all'esistenza di ciò che è necessario per non perire, ossia a garantire il diritto dello Stato all'esistenza. La r. di S. si invocava per giustificare provvedimenti di carattere eccezionale che limitavano i diritti ordinari riconosciuti o per legge o per consuetudine ai popoli, o che sembravano violare la giustizia internazionale. La frase aveva un senso molto elastico, servendo così in politica e diplomazia a coprire con un manto di dignità gl'interessi egoistici di una nazione o di una casta dominante (cf. G. Chiaramonti, Della r. di S., Firenze 1635). In questo senso non mancava di precedenti nelle massime e nella pratica dei politici di tutti i tempi, come la romana solus publica suprama lex e la perorazione di Caifa: «Voi non capite niente: non riflettete che vi conviene sia un uomo solo a morire per il popolo, piuttosto che la nazione intera perisca" (Io. 11, 49-50).

Nella dottrina politica, che si svolge sulle orme di Machiavelli, ciò che sulle prime veniva presentato come misura di emergenza divenne massima: l'interesse dello Stato sta sopra a tutto (Principe, cap. 18 § 2). Gradatamente, con il prevalere della mentalità illuministica, vennero a cadere i limiti che il rispetto alle dottrine morali della religione stessa di Stato faceva imporre, almeno in apparenza, a quella massima: la teoria dello Stato moderno si perfezionava, e riceveva da Hegel la sua formulazione metafisica. La r. di S. finisce così nell'identificazione tra ragione e Stato: lo Stato è la realizzazione più alta della ragione, dello Spirito.

La dottrina medievale, riassunta da s. Tommaso, assegnava allo Stato un fine che è ulteriore allo Stato stesso, cioè il bonum humanum, il bene della persona

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umana (cf. Sum. Theol., $1^{\mathrm{a}-2^{\mathrm{ac}}}$, q. 102, a. 1; $2^{\mathrm{a}-2^{\mathrm{ac}}}$, q. 174, a. 2; I. Leclerq, L'Etat ou la politique, Namur 1929). Lo Stato moderno invece non riconosce alcun fine ulteriore a se stesso : esso assorbe in sé l'individuo, che non è veramente uomo se non in quanto è cellula dello Stato, e non ha diritti se non quelli che riceve dallo Stato, né può far valere di fronte a questo esigenze che non coincidano con la vita dello Stato. Parimente, le società minori, mediane tra lo Stato e l'individuo (tra cui prima è la famiglia), non esistono per una ragione propria, ma solo come un'emanazione dello Stato: lo Stato non si contenta di dirigerle e disciplinarle con la sua sovranità; esso le assorbe in sé come principio della loro stessa esistenza. Lo Stato monopolizza per intero la natura sociale dell'uomo, negando e ignorando ch'essa possa realizzarsi in modi che non rientrino nell'àmbito dello Stato stesso, come accade per il vincolo dell'umanità universale, o per il vincolo spirituale che lega i cristiani tra loro nella società soprannaturale, la Chiesa di Cristo (M. Missiroli, Date a Cesare, Roma 1931, pp. 7, 339 sgg.; A. Hitler, Mein Kampf, Monaco 1933, specialmente pp. 451 sgg., 490 sgg.; G. Del Vecchio, La crisi dello Stato, in Saggi intorno allo Stato, Milano 1936, p. 49 sgg.; C. Benoist, La crise de l'état moderne, Parigi 1936). In tale concezione, caratteristica dello Stato moderno, la r. di S. non è più solo una affermazione intransigente della prevalenza che l'interesse dello Stato ha di fronte a qualsiasi altra considerazione, anche morale; e non è neppure soltanto la proclamazione dell'autonomia della politica (v.), come categoria irriducibilmente diversa da quella dell'etica (dottrina che si fa risalire in qualche modo a Machiavelli); ma diventa la suprema razionalizzazione della realtà, e quindi il principio stesso dell'etica identificata con la politica (cf. C. Schmitt, Politische Theologie, Monaco-Lipsia 1922). Le conseguenze disumane a cui porta in pratica una tale dottrina entrano nell'esperienza storica degli ultimi decenni. Una reazione (cf. C. Dawson, Il giudizio delle nazioni, Milano 1946; H. Belloc, La crisi della civiltà, Brescia 1948) già è apparsa, e la sopra accennata dottrina dello Stato moderno comincia a suscitare eccezione ai nostri giorni, anche fuori del campo degli studiosi cattolici, che sempre l'hanno esclusa come falsa in se stessa e madre di dispotismo (cf. J. Huizinga, Lo scempio del mondo, Milano 1948).

Bini. G. Toffanin, Machiavelli e il "Tacitismo" la politica sive, al tempo della Controriforma, Padova 1921; F. Meda, Il machiavellismo, in Riv. d'Italia, 30 (1927), pp. 224-36; F. Meinecke, Die Idee der Staatsräson in der neueren Geschichte, Monaco 1929; M. De Bernardi, Il concetto di «r. di S. "in G. Botero e la filos. della politica, in Atti della R. Arc. Scienze di Torino, 65 (1920-pc), p. 40 sgg.; D. A. Cardone, Stor. della filso. dello Stato e stor. della dottrine politiche, in Ricerche filosofiche, 5 (1935), pp. 68-71; F. Calloni, Machiavelli; lo Stato, Messina 1939; R. D. Mattei, Origini e fortuna della locuzione "r. di S. ". Milano 1943 (con l'antica letteratura sull'argomento); J. Meritain, La fine del machiavellismo, in Quaderni di Roma, I (1947), pp. 19-31, 124-41; F. Alderizio, M. L'arte dello Stato nell'azione e negli scritti, 2* ed., Bologna 1920. Giuseppe Bozzetti

RAGIONE E FEDE: v. FEDE, III. F. e ragione.
RAGION SUFFICIENTE (PRINCIPIO di). Esprime la "razionalità del reale" in quanto ogni cosa tanto nell'àmbito dell'essere come in quello del divenire ottiene la sua determinazione ontologica e il suo cambiamento di stato in virtù di una r. s. nel senso di una fondazione e giustificazione adeguata.

Il principio deve la sua formulazione moderna a Leibniz (v.). Insieme con quello di contraddizione (v.) il p. di r. s. sta a base dei nostri ragionamenti come criterio di ciò che va giudicato vero o falso: per esso "si giudica impossibile che alcun fatto sia vero od esista, e alcuna proposizione sia vera, se non c'è r. s. perché sia così e non altrimenti" (Monodologia, § 32; trad. it., Bari 1912, p. 220. Cf. anche: Ep. V ad Clarke; Essais de théodicée, § 44, dove è messo a fondamento dell'ottimismo [v.]; Nouveaux essais, II, 21, § 13 ... "que rien n'arrive sans raison»). Il principio ebbe il suo sviluppo sistematico nella filosofia di C. Wolff (v.) con rigorosa
coerenza secondo la formula che ebbe molta fortuna nel razionalismo illuminista: "Nihil est sine ratione sufficiente cur potius sit quam non sit, hoc est, si aliquid esse positur, ponendum etiam est aliquid, unde intelligitur, cur idem potius sit quam non sit" (Philosophia prima sive ontologica, § 70, Francoforte e Lipsia 1736, p. 47. Nei $\S \S 71-80$ segue l'applicazione ai vari problemi delle scienze e della filosofia). Ha impugnato la concezione della r. s. di Leibniz-Wolff il Crusius nello scritto : De usu et limitibus principii rationis determinantis, vulgo sufficientis (Lipsia 1743, special. §§ 5-XXI). Il principio è stato invece difeso da Schopenhauer (v.) nello scritto giovanile: Ueber die vierfache Wurzel des Satzes vom zureichenden Grunde, § 14. Esso ha trovato favore anche presso alcuni neoscritistici (J. Geyser, R. Garrigou-Lagrange) che lo considerano il fondamento prossimo del principio di causa (v.).

Bial.: J. Geyser, Das Prinzip rom zureichenden Grunde, Regensburg 1920; Th. Droege, Der analytische Character des Kausalprinzips, Bonn 1930, p. 77 sgg.; C. Fabro, La difesa critica del principio di causa, in Riv. di filos. mons., 27 (1936), pp. 191-41; R. Lahn, D. $r$ Satz vom Grunde, Ein System der Erbonntaistheorie, Tubiana 1942. Cornclio Fabro

RAGUEL (ebr. Rē' $\hat{\imath} \hat{\imath} \hat{\imath} l=$ "amico di Dio). Nome di alcuni personaggi del Vecchio Testamento.

1. Sacerdote di Madian e padre di Sephora, moglie di Mosè (Ex. 2, 18), chiamato altrove con preferenza Iethro (v.).
2. Parente di Tobia, residente in Ecbatana, capitale della Media. Nel viaggio da Ninive a Rages l'arcangelo Raffaele (v.) consiglia a Tobia di fermarsi da questo parente per chiedergli in sposa la figlia Sara (Tob. 6, ro sgg.). Celebrate le nozze con grande sbarzo, per 14 giorni, R. consegna a Tobia la figlia con metà del suo patrimonio (ibid. 10, 16 sgg.; Volg. 10, 10 sgg.).
3. Nella versione dei Settanta anche un figlio di Esaù (Volg. Rahuel), un beniaminita (Volg. Rahuel) ed un membro della tribù di Gad (Volg. Duel) sono chiamati R.

RAGUENEAU, Paul. - Missionario, n. a Parigi il 18 marzo 1608, m. ivi il 3 sett. 1680.

Il 21 ag. 1626 entrò nel noviziato dei Gesuiti. Il 28 giugno 1636 giunse a Québec e nel 1638 si recò tra gli Uroni. Nel 1643 divenne superiore delle missioni del paese deve rimase fino alla dispersione della tribù. Gli Uroni sfuggiti al massacro (1649) furono condotti dal R. a Québec, il quale l'anno dopo fu promosso alla direzione generale delle missioni (1650-53). Nel 1657 insieme al p. Duperron iniziò l'evangelizzazione degli Onnontagués, che cercarono di massacrare i Francesi : tutti fuggirono segretamente nell'apr. 1658. Nell'ag. 1662 R. tornò in Francia e fu nominato procuratore delle missioni della Nuova Francia.

Il suo fratello p. Francisco R., gesuita, n. a Blois nel 1597, entrò nel noviziato dei Gesuiti nel 1614. Nel 1628 fu inviato nel Canadà. Morì a Bourges il 10 apr. 1665.

Bial.: C. De Rochemonteix, Les fésuit's et la Nouvelle France, II, Parigi 1696, pp. 453-563; L. Le Jeune, Dictionn. général du Canada, II, Ottawa 1931, pp. 495-96; Strain, Bibl., II e III, v. indici. Saverio Paventi

RAGUSA, diocesi di. - Eretta il 6 maggio 1950, smembrando sette comuni dall'arcidiocesi di Siracusa ed uno dalla diocesi di Noto. E unita "aeque principaliter" a Siracusa. Comprende un territorio di 1000 kmq ., con una popolazione di 135.000 ab . dei quali 133.000 cattolici, ha 110 sacerdoti diocesani e 22 regolari, 6 comunità religione maschili e 24 femminili (Ann. Pont., 1952, p. 381). A partire dal 1952 si dà inizio al "Piccolo Seminario di S. Giovan Battista", limitatamente alle tre classi medie, dipendente dal direttore del Seminario arcivescovile di Siracusa.

Prima della fondazione della diocesi i membri della Chiesa ragusana erano ordinati in cinque vicariati foranei, ordinamento sorto dopo il Concilio di Trento, prima

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Ragusa, diocesi di - Interno della chiesa di S. Maria della Scala, ricostruita dopo il terremoto del 1603 . Conserva nella navata destra alcune arcole del 300 .
del quale, invece, le chiese dei maggiori comuni costituivano beneficio dei capitolari della Metropolitan di Siracusa.

Il territorio della diocesi di R. era nell'età preistorica popolato dai Siculj, con necropoli scavate nelle pareti rocciose delle valli; alla città di R. appartiene, con molta probabilità, il nome indigeno di Ibia. In età greca il territorio è ellenizzato dalla colonia di Camarina. Nell'epoca romana sorgono alcune piccole città nei cui pressi si trovano le principali testimonianze del primitivo cristianesimo, catacombe ed ipogei, generalmente di età costantiniana, ma con qualche elemento più antico. Chiese di età bizantina sono documentate a Caucana, Acrilla e Comiso. Nell'ancoraggio di Caucana si radunò nel 533 la flotta di Belisario, per far vela verso Malta e l'Africa.

Dell'importanza di R. in epoca normanna - essa era stata conquistata dagli Arabi nell'856 - fa fede la geografia di Edrisi, nel suo celebrarne edifici e piazze, territorio da seminare, frequenza di commerci, nobiltà e antica civiltà. In questo periodo essa viene infeudata dal conte Ruggiero ad uno dei commilitoni, e forse suo figlio naturale, Goffredo, che prese il nome a Ragusia; questi contribu! alla dotazione della Chiesa siracusana e in R. costrui l'abbazia di S. Maria la Nuova e donò la chiesa madre di S. Giorgio.

Lo sviluppo di R. risente delle particolari forme del regime feudale siciliano, il quale là dove convergono iniziative personali, fertilità di terre e vitalità di traffici consente la costituzione di un ceto borghese e nobiliare, che culmina nel raggiungimento di istituzioni comunali. R. contava 7827 ab. nel 1583 , i quali salgono nel 1714 a 8863 e a 23.500 sul cadere del sec. xviri.

In R. il portale superstite dell'antica chiesa di S. Giorgio, sorta intorno alla metà del sec. xv, è da considerare uno dei più eleganti esempi dell'architettura siciliana del tempo, fatta di volumi castigliani; il fiore stilizzato con il quale si conclude l'arco è accompagnato da una serie di sculture figurative decili all'ufficio architettonico. A Chiaramente la parte più antica del santuario di Gulfi risale alla medesima epoca; mentre appartengono al Rinascimento due statue marmoree del Salvatore e della Madonna; a Comiso le fabbriche del Castello, la chiesa di S. Francesco, opera di un estroso artigiano che assommò con eccezionale bravura esperienze architettoniche svariate, sono testimonianze della nobiltà di architettura che segnava il capoluogo e i maggiori centri prima del terremoto che nel 1693 li danneggib gravemente. Risorgendo dalla distruzione R. si arricchì di un nuovo quartiere, che traendo dal declivio i motivi di una opportuna disposizione urbanistica, attribuita all'animatore della rinascita, il barone Mario Leggio, diveniva il nuovo centro urbano. La chiesa di S. Giorgio Nuovo, nel quartiere antico,

Cominciata a costruire nel 1739 (arch. R. Gagliardi) e arricchita internamente di pitture e decorazioni, fra cui gli avanzi di una tribuna di fare gaginesco della chiesa precedente, è l'edificio maggiore della città vecchia, coronato da trenta chiese minori (ca. 40 non esistono più), nonché di palazzi tra i quali conviene ricordare quello Sortino, con ricca balaustrata barocca, e quello Donnalugata che ospita una notevole raccolta di dipinti e ceramiche. Nella città nuova la cattedrale di S. Giovanni, di gusto barocco, eretta tra il 1706 e il 1778 , contiene notevoli opere d'arte (dipinti del Manno, del Vaccaro, di Paolo Vetri), mentre la chiesa dell'Ecce Homo ( 1808 ) è notevole per la sua disposizione scenografica e quella del Collegio rappresenta uno dei più corretti esempi del Settecento siciliano. A queste opere si è aggiunto tutto un complesso di nuovi edifici, in seguito alla erezione di R. a capoluogo della provincia omonima nel 1926.

Nel campo delle istituzioni religiose R. vanta una costante tradizione di liberalità cittadina. Opere pie e confraternite sono sorte in ogni tempo per iniziativa di personalità e di famiglie; fra queste l'Opera

Ospedale Sammito, la Messa dell'Alba, l'Ospedale PaternoArezzo e da ultimo le donazioni Sozzi e Cartia, che hanno costituito la base per l'erezione della diocesi.

Fra le personalità di R. vanno ricordate il gesuita Niccolò Urso, celebrato dall'Aguilera per specchiate virtù; G. B. Odierna ( 1597 -1660) famoso astronomo; il teologo Carlo Bellio della seconda metà del sec. xv; Ascenzo Guerrieri, maestro di papa Urbano VIII, che lo eresse vescovo di Castellaneta nelle Puglie; il poliglotta e orientalista Vincenzo Laurefice, che nel 1623 fu nominato vescovo di Monreale; Giuseppe Micieli Marquez, autore di un lessico ecclesiastico latino-spagnolo; il bibliofilo
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(fot. Antici)
Ragusa, diocesi di - Interno della Cattedrale (1706-60),

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(fts. Griesbachiknava, Zogabria)
Ragusa (Dubrovnik), diocesi di - Chiostro del Convento Francescano (1317).

Alessandro Gaspano, abate di S. Maria Latina in Messina, che nel 1667 donava la sua biblioteca al convento dei Cappuccini di R. Si ricorderà ancora il p. Anselmo da R., prefetto apostolico del Bengala; in tempi più recenti G. di Stefano, fondatore (1781) d'una cospicua opera di beneficenza; G. B. Marini, creatore (1774) dell'asilo d'infanzia; suor Maria Schininà, fondatrice del fiorente Ordine religioso del S. Cuore.

Tradizioni religiose cospicue vanta qualche comune della diocesi. Chiaramonte ha nel suburbio, sede dell'abitato fino all'età angioina, il frequentatissimo santuario della Madonna di Gulfi, la cui origine si fa risalire all'età bizantina; nella città attuale, fra le dieci chiese, delle quali sei conventuali, S. Maria la Nuova è un buon esempio di strutture provinciali del Seicento, al pari di S. Giovanni Battista, con qualche decorazione di marmi mischi. Chiaramonte ha dato i natali a numerosi cittadini di chiara fama, quali il poeta laureato del sec. xv Tommaso Chaula, G. A. Cannizzo celebre giurista del sec. xvi, gli ecclesiastici Vito Pizza ed Egidio Mancurzio, ambedue filosofi e teologi nel Seicento.

A Comiso, oltre le ricordate chiese medioevali di S. Gregorio al Castello e di S. Francesco, si notano la Chiesa Madre, il più vasto tempio dell'antica arcidiocesi di Siracusa, di origine quattrocentesca, rifatta dal Gagliardi (1706), con soffitto dipinto dal messinese Barbalogna (sec. xviI), sculture del Gagini, del Marabitti e del Villareale, e vari dipinti fra cui la Nascita della Vergine del Maratti; l'Annunziata, insignita del più antico Capitolo della diocesi, insediata su di una chiesa d'età normanna, modificata dopo il terremoto del 1693 , in un complesso unitario dell'arch. G. B. Cascione, è per armonia di linee e finezza di decorazioni un capolavoro del tardo Settecento. Fra le altre chiese (ro, di cui 5 parroc-
chiali; altre 15 trasformate o distrutte) va ricordato il santuario di S. Biagio con elegante prospetto del sec. xviI. Già sede di 7 famiglie religiose e di un Collegio di Mario, tutti aboliti, Comiso ha ora un orfanotrofio e una casa di riposo retti dalle suore del S. Cuore, un asilo delle suore Orsoline e numerose altre istituzioni di istruzione, di assistenza e di beneficenza. Fra le personalità cui ha dato i natali, si ricordano p. Pietro Palazzo (sec. xvi) e p. Mansueto Cocigra. - Vedi tav. XIX.

Bim.. R. Piro, Sicilia sacra, $3^{2}$ ed. con aggiunto di Amico e Mongitore. Palermo (ma Venezia) 1733; R. Solirino, La contra di Modica, Ragusa 1888; B. Pocc, Camarina, Topografia, archeologia, storia, Catania 1927; E. Sortino-Trono, R. Ibia sacra, ivi 1928; id., Nobilitatio di R., ivi 1929; N. Balistreri, La prov. di R. Guida generale, Palermo 1935; G. Occhipinti, La festa di i. Giorgio nell'antica R., Ragusa 1938; C. Mercurelli, Scorsi e scoperte nelle catacombe siciliane, III, Comiso e l'agro camarinese, in Rivo, di archeol. crist., 21 (1944), pp. 59-61. Biagio Pocc

RAGUSA (DUBROVNIK), diOCESI di. - Città e diocesi in Dalmazia che si estende interamente sul territorio della tramontata Repubblica di R. (incluse le isole). Fino al 1828 R. fu una delle quattro metropoli della Dalmazia.

Su una superficie di 1315 kmq ., conta 74.000 ab. dei quali 72.000 cattolici; ha 59 parrocchie servite da 46 sacerdoti diocesani e 40 regolari; nella diocesi vi sono 12 comunità religiose maschili e 18 femminili (Ann. Pont., 1952, p. 333).

La città fu fondata nel sec. vir dai fuggiaschi dall'antica Epidaurus (v. EPIDAURO). Ragusium, la nuova città, fece parte del tema bizantino di Dalmazia. Nel sec. xiri fu annesso a R. un suo sobborgo, Dubrovnik, abitato da slavi. La città, ricotta di belle mura, da allora fu designata con i due nomi (R. e Dubrovnik). L'elemento slavo s'infiltrò poco a poco nella città così che nel sec. xir già alcune famiglie patrizie erano di origine slava.

La storia fa cenno di R. appena verso l'anno 850. La sovranità bizantina, interrotta nel sec. xI da quella dei Normanni, fu per un breve periodo sostituita dalla protezione di Venezia, sotto la quale passò di nuovo nel 1205, e vi rimase fino al 1358. A cominciare dal sec. xir R. divenne grazie ai suoi traffici dei paesi d'Occidente e d'Oriente un importante contro di commercio nell'Adriatico. Nei secc. xiri-xiv furono fissati i limiti del territorio raguseo, il quale, comprendendo le isole Meleda (croato Mijet) e Lagosta (croato Lastovo) e la penisola di Sabbioncello (croato Pelješac) con Stagno (croato Ston), si stendeva dalle foci del Narenta alle Bocche di Cattaro. La sua costituzione aristocratica aveva i suoi organi legislativi nel Consilium Maius di 100 membri e nel Consilium Rogatorum o dei Pregadi ( 30 membri), con un organo esecutivo, il Consilium Minus, di 12 membri, compreso il conte.

La sovranità dei re d'Ungheria, di fatto soltanto nominale, consisteva nel pagamento di un tributo. Il conte, prima sempre un nobile veneziano, fu sostituito dal Consiglio dei tre, ed in seguito da un solo rettore. Arricchito dai traffici con tanti paesi d'Europa, la città s'imbelliva mano a mano e prese, allora, la sua fisionomia definitiva, urbanistica ed artistica. D'altra parte R. fu impegnata in quest'epoca nelle numerose lotte per proteggere i suoi possessi e i nuovi acquisti di territorio. Con la morte dell'ultimo re d'Ungheria, Lodovico (a Mohacs, nel 1326), R. trovò modo di mettersi sotto la sovranità e la protezione del Sultano, pagandogli un forte annuo tributo; cosi la Repubblica di R. mantenendo la sua tradizionale autonomia, poco diversa dall'indipendenza vera e propria, e la sua neutralità nelle lotte fra Venezia e la Porta, riusci a conservare i suoi vecchi mercati nel territorio balcanico (Bosnia, Serbia, ecc.) e ad approfondire le relazioni commerciali con altri paesi dell'Europa e del Mediterraneo, conservando il monopolio del traffico col retruterra, ch'era sotto la sovranità del Sultano. Esco venne però, poco a poco, a diminuire quando la scoperta delle nuove terre diede al grande traffico mondiale ben altre direzioni. D'altra parte anche nell'Impero ottomano si accentuarono nel sec. xvir sintomi di decadenza dal

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punto di vista politico ed economico. Nel 1806 le truppe francesi diedero il colpo finale alla Repubblica di R., che poi al Congresso di Vienna (1813) venne unita alla Dalmazia austriaca; sciolto l'Impero austro-ungarico (1918) R. entrò a far parte del nuovo Regno dei Serbi Croati e Sloveni (dopo Jugoslavia).
R., cosiddetta