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vitate. Manca una seria biografia, utili tuttavia : A. Morelli, R., saggio politico, Padova 1874; A. Corbelli, A. La Marmora e U. R., in Carteggi di A. La Marmora, Torino 1929; A. Luzio, Aspromonte e Mentana, Firenze 1935; P. Dalla Torre, L'anno di Mentana, Torino 1938. Notevoli i giudici del De Sanctis, in Opere, a cura di N. Cortese, 2 voll., Napoli 1930-32; di L. Torre, in Mem. biogr. su U. R., Casale 1887. Più recente S. Jacini, in La politica eccles. ital. da Villafranca a Porta Pia (Bari 1938), studia le "politica eversiva " cui contribui il R., e ne definisce le tendenze antichericoli. Al riguardo anche I. M. Larocca, Il patrimonio degli Ordini relig. in Italia. Soppress. e incameramento (1747-75), Roma 1939; D. Masse, Il caso di contienza del Risorgim. ital., Alba 1946, e particolarmente i carteggi palobl. da P. Pirri, Pio IX e V. Emanuele II, ecc. I. La laiciizzazione dello Stato sardo (1646-56), Roma 1944; II, La Questione Romana (1856-64), 2 voll., Roma 1951, per gli indiretti accenni alla politica del R.

RATTO (Impedimento matrimoniale e delitto di). - I. Nozione. - Nel suo siṣnificato proprio etimologico il termine r. (dal latino rapere) implica il concetto di un'abduzione o trasferimento di una persona da un luogo a un altro, effettuato con la violenza, ed abbraccia il rapimento sia dell'uomo che della donna. Nel linguaggio teologico e giuridicocanonico, invece, esso ha una portata più ristretta e (salva l'eccezione del can. 2354 § I CIC) designa esclusivamente il r. di donna.

Il diritto canonico attuale prende in considerazione il r. sia quale delitto (can. 2353), sia quale impedimento dirimente del matrimonio (can. 1074).

Quale delitto, il r. consiste nell'abduzione d'una donna, al fine cosi di sposarla, come di soddisfare su di lei sol-
tanto una passione carnale, e può essere indifferentemente tanto un r. di violenza, cioè effettuato nonostante il rifiuto e contro la volontà della rapita, quanto un r. di seduzione e un r. consensuale, cioè compiuto estorcendo con dolo (inganni, frodi e lusinghe) il consenso della rapita, o effettuandolo su di una donna minore personalmente consenziente, ma contro la volontà o all'insaputa dei suoi genitori o tutori.

Considerato viceversa quale impedimento matrimoniale, il r. consiste nell'abduzione o detenzione violenta d'una donna al fine preciso di sposarla. La sua nozione, pertanto, non coincide con quella del r. come delitto, in quanto non abbraccia né il r. di violenza a mero scopo di libidine, né il r. consensuale o quello di seduzione; mentre viceversa si estende, oltre all'abduzione, anche alla detenzione o sequestro violento della donna, purché sempre a scopo di matrimonio.
II. L'impedimentum raptus. - Confuso fino al Concilio di Trento con l'impedimentum vis et metus, il r. fu istituito come impedimento dirimente distinto e autonomo da tale Concilio (sess. XIV, de reform. matrim., can. 6) su richieste e occasioni delle autorità civili, e come tale si è conservato con alcune varianti anche nel CIC. Esso è attualmente disciplinato nel can. 1074, che dispone : § 1 "Non può aversi matrimonio tra il rapitore e la donna, rapita a scopo di matrimonio, fino a che la donna si trovi in potere del rapitore"; § 2 "L'impedimento cessa, se la rapita, separata dal rapitore e venuta in luogo sicuro e libero, acconsente a prendere il rapitore quale marito "; § 3 "Ai fini della nullità del matrimonio è equiparata al r. la violenta ritenzione della donna, che si ha quando l'uomo tiene con violenza a fine di matrimonio la donna nel luogo dove essa si trova o nel quale si è liberamente recata ".

La ratio di tale impedimento è collocata dai canonisti tum ex praesumptione non consensus, tum in odium tanti facinoris. In realtà, però, può trioncrisi che la sua creazione sia stata dovuta all'intento di soddisfare, sia pure soltanto indirettamente e per i casi più gravi, l'esigenza, tanto propugnata dagli Stati durante il Concilio di Trento, di ottenere che la Chiesa invalidasse i matrimoni contratti dai minori senza l'ossensus parentum; matrimoni ai quali si arrivava spesso appunto mediante r. della fanciulla minorenne dalla casa paterna.

La natura dell'impedimento è di mero diritto ecclesiastico e non di diritto naturale (difetto di consenso della rapita), come dimostra il fatto che il r. sussiste finché la rapita sia in potere del rapitore anche nonostante il suo libero consenso al matrimonio. Come tale, esso non si estende agli infedeli, salvo che la loro legge civile e i loro usi non lo considerino anche essi quale impedimento dirimente.

Perché l'impedimento si verifichi occorre concorrano quattro condizioni: a) abdutio seu retentio. Si richiede cioè anzitutto che la rapita o sia tradotta da un luogo a un altro, o che sia detenuta o sequestrata nel luogo stesso in cui si trovava, ma sempre contro la sua volontà. L'aver equiparato all' $a b d u t i o$ anche la retentio mulieris e l'aver estesa a quest'ultima la vis irritans impedimenti e un'innovazione del CIC rispetto al diritto tridentino ed è valsa a superare tutta la passata ossistica circa la diversità, distanza, ecc. del luogo in cui la rapita doveva essere trasportata perché ricorresse l'estremo dell'impedimento. b) Abdutio seu retentio violenta. Il r., sia nella forma della vera abduzione, sia in quella della semplice detenzione della donna, deve essere violento, vale a dire effettuato nonostante il rifiuto e la volontà contraria della rapita, facendo ricorso o alla forza fisica o a una coazione morale di natura tale da ingenerare in lei un timore grave. Perché il r. si consideri violento basta però che la donna o si opponga all'abduzione o detenzione, pur consentendo al matrimonio, o rifiuti viceversa il matrimonio, pur consentendo al rapimento. Nessuna rilevanza, viceversa, almeno in materia matrimoniale, hanno sia il cosiddetto r. consensuale, cioè il rapimento di una donna minore consenziente all'insaputa o con il dissenso dei genitori, esercitando violenza fisica e morale su di loro (raptus in parentes); sia il cosiddetto raptus sedutionis, cioè il rapimento di donna, il cui consenso all'abduzione o alle

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nozze sia stato estorto con dolo attraverso un'opera fraudolenta di seduzione. c) Abdutio seu retentio mulieris a ciro facto. Poiché, a termini del disposto legislativo, l'impedimento si costituisce specificamente inter sirum raptorem et mulierem raptam, è necessario che il rapitore sia di sesso maschile e la rapita di sesso femminile: onde non si avrà impedimento (ed è difficile offrirne la spiegazione logica) se un giovane anche minore di età e pusillanime sia rapito con la violenza da una donna autoritaria. Per quanto riguarda poi la persona del rapitore, non occorre che egli compia il r. personalmente; e, qualora egli si avvalga dell'opera di esecutori o esecutrici materiali, l'impedimento si costituisce ugualmente nei suoi confronti, mentre non sussiste nei riflessi dei suoi mandatari. Per quanto riguarda infine la persona della rapita, l'impedimento sorge ugualmente quale che sia la sua figura morale e la sua posizione sociale (cirgo, corrupta, boussta, inboussta, meretrix) e anche nonostante che essa sia già fidanzata con il rapitore stesso, onde oggi deve considerarsi abnegata la classica regola antica non fit raptus proprius sponsae. d) Abdutio seu retentio intuitu matrimonii. Il r., infine, deve essere compiuto allo scopo preciso di sposare la rapita e non per un qualunque altro fine legato a illecito. In caso, però, di dubbio circa le intenzioni effettive del rapitore, la dottrina è concorde che il r. si presuma sempre (naturalmente per praesumptio iuris tantum) intuitu matrimonii, dovendo in tale ipotesi prevalere la libertas matrimonii, e pertanto, prima di consentire la celebrazione di un matrimonio in caso di raptus dubius, il parroco deve attenersi al prescritto del can. 1031 § i.

A termini del can. 1074 §§ i-a, l'impedimento matrimoniale continua a sussistere finché la donna non sia a raptore separata et in loco tuto ac libero constituta. Nessuna rilevanza, pertanto, ha il fatto che la donna, trasportata e sequestrata in un determinato luogo contro la sua volontà, abbia successivamente la piena possibilità di fuggire e quindi la libertà di sottrarsi alla potestas raptoris. Quand'anche, infatti, il rapitore le abbia formalmente dichiarato di lasciarla libera di allontanarsi e il non farlo dipenda dall'esclusivo volere di lei, finché sussista la materiale condizione obbiettiva dell'essere in potestate raptoris l'impedimento conserva la sua efficacia irritante.

Viceversa, a tenore del can. 1074 § 2, l'impedimento cessa automaticamente se la donna rapita sia a raptore separata et in loco tuto ac libero constituta e in tali condizioni consenta a contrarre matrimonio con lui.

Benché raramente, inoltre, e in pratica quasi esclusivamente nei territori di missione, esso può anche essere fatto cessare in virtù di dispensa pontificia, data la sua natura d'impedimento di mero diritto ecclesiastico; sempreché naturalmente si abbia la certezza che la rapita, benché tuttora in potestate raptoris, consenta liberamente alle nozze con il medesimo.
III. IL CRIMER RAPTUS. - Il Concilio di Trento, facendo del r. un impedimento matrimoniale, aveva anche colpito sia il rapitore stesso, sia tutti i suoi complici con gravissime penalità, dichiarandoli ipso iure excommunicati ac perpetuo infames amniumque dignitatum incapaces; et si clerici fuerint, de proprio gradu decidant (sess. XXIV, De reform. matr., can. 6), riferendosi però al solo r. di violenza intuitu matrimonii.

Il CIC ha disciplinato ex novo la materia al can. 2353, allargando per un verso la nozione del crimen raptus, cioè estendendola sia al r. di violenza, sia a quello consensuale e di seduzione, e cosl al r. a fine di matrimonio, come a quello con scopo di mera libidine; ma alleviando per altro verso le pene per esso comminate, cioè limitandole: a) alla pena inter sententiae dell'esclusione dagli atti legittimi ecclesiastici, quali sono enumerati dal can. 2256, n. 2; b) a quelle pene ferendue sententiae determinate caso per caso dal giudice in proporzione alla gravità della colpa commessa.

A differenza del Concilio Tridentino, il CIC non accenna ai complici e ciò ha indotto alcuni canonisti a ric tenerli oggi esenti da ogni pena. Considerato, peraltro, il principio generale del can. 2231, deve ritenersi che non solo il mandante, ma anche tutti i cooperatori principali
e necessari siano ricompresi nelle pene sancite contro il rapitore dal can. 2353 e che i complici stessi secondari siano almeno soggetti a quelle pene che crederà loro indiggere il Superiore in relazione alla loro responsabilità e partecipazione al delitto.

Il CIC, infine, al can. 2354 considera anche come delitto il raptus impuberum minusque accus a scopo diverso da matrimonio e libidine e, se il rapitore è un laico, lo ritiene un delictum mixti fori e accetta in conseguenza le penalità comminate dal magistrato civile a carico del rapitore, aggravandole con l'esclusione dagli atti legittimi e la perdita di un qualunque munus, si quod in Ecclesia habeat, oltre all'obbligo della rifazione dei danni alla parte lesa; se viceversa il rapitore è un ecclesiastico, lo ritiene un delitto di propria esclusiva competenza in base al privilegium fori competente ai chierici e lo punisce con pene che possono arrivare, a seconda della gravità del caso fino alla deposizione.

Bibl.: Wernz-Vidal, V e VII: A. Esmein, Le mariage en droit canonique, Parigi 1929; F. Gosparti, Trastatus canonicus de matrimonio, Roma 1932: A. Bragiano-Pico, Il matrimonio nel diritto canonico, Torino 1936; A. Bride, Rapi (empêchement de), in DThC, XIII, coll. 1663-73; F. M. Cappello, De Sacramentis, III, De matrimonio, Roma 1939; A. C. Jemolo, Il matrimonio nel diritto canonico, Milano 1941; B. F. Fair, The impediment of abduction, Washingron 1944.

RAUSCHEN, Gerhard. - Storico ecclesiastico tedesco, n. a Heinsberg il 13 ott. 1854, m. a Bonn il 12 apr. 1917. Studiò a Bonn teologia e filologia e vi divenne professore di storia della Chiesa nel 1902.

Nel 1890 pubblicò un'edizione critica della Vita Ko roli Magni e della Descriptio qualiter Karolus Magnus clavum et coronam Domini a Costantinopoli Aquisgrani (sic) detulerit qualiterque Karolus Culeus nec ad s. Dyonisium retulent, corredata da un excursus sulla canonizzazione di Carlomagno ai tempi di Federico Barbarossa (Die Legende Karls des Grossen im 11. und 12. Jahrhundert, ed. G. Rauschen, Lipsia 1890). In seguito si dedicò particolarmente allo studio della storia antica della Chiesa e della patristica, fondando anche nel 1904 la raccolta Florilegium patristicum, del quale pubblicò egli stesso 11 fascicoli. E noto il suo Gruudriss der Patrologie, pubblicato la prima volta nel 1903, e che ebbe varie edizioni (la 11 $^{\text {a }}$ a cura di B. Altaner, è del 1931) e che fu pure tradotto in italiano (Manuale di patrologia, Firenze 1905).

Bibl.: W. Neuss, s. v. in LThK, VIII, col. 656.
Silvio Furlani
RAUSCHER, Joseph Othmar. - Cardinale, n. il 6 ott. 1797 a Vienna, m. ivi il 24 nov. 1875. Dopo essersi laureato in giurisprudenza fu ordinato sacerdote nel 1823 e divenne nel 1825 professore di storia della Chiesa e di diritto ecclesiastico a Salisburgo. Fu discepolo di s. Clemente Hofbauer.

Iniziò in quegli anni una storia della Chiesa, di cui uscirono tuttavia solo due volumi, che giungono fino all'età di Costantino. L'attività di scrittore e di studioso del R. fu interrotta da altri incarichi. Nel 1833 fu infatti nominato direttore dell'Accademia orientale di Vienna e divenne anche precettore del futuro imperatore Francesco Giuseppe. Quando, assecondando una disposizione testamentaria dell'imperatore Francesco, nel 1833 il Metternich avviò trattative per la conclusione di un Concordato, il R. fu al suo fianco, ma il tentativo si infranse contro la resistenza della burocrazia giuseppinista. Il 15 apr. 1849 R. fu conoscrato vescovo di Seckau. Alcuni giorni dopo, dal 30 apr. al 17 giugno, partecipò, insieme a tutti gli altri vescovi dell'Austria, ad una riunione a Vienna per deliberare sulla nuova condizione giuridica assicurata alla Chiesa cattolica dalla Costituzione del 4 marzo 1849. Grande fu l'influenza esercitatavi dal R.; egli stesso dichiarò che era necessario trattare direttamente con le autorità governative sulle controversie di competenza dell'episcopato e di riservare invece ad un Concordato le altre questioni. R. fu allora chiamato a far parte del comitato, composto di 5 vescovi, per trattare in proposito col governo. Nel dic. 1851 l'Imperatore lo nominò suo plenipotenziario per un Concordato con la

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S. Sede. Dopo lunghe trattative, che il R. condusse a Vienna ed a Roma con il card. Santucci, si giunse, il 18 ag. 1855 , alla firma del Concordato. Nel frattempo il R. era stato nominato il 27 giugno 1853 arcivescovo di Vienna ed in riconoscimento dei suoi meriti fu creato cardinale da Pio IX nel Concistoro del 17 dic. 1855. Però di li a pochi anni, e soprattutto dal 1866 in poi, il R. si trovò costretto a difendere il Concordato dagli attacchi sempre più violenti dei liberali, che si erano insediati al governo ed avevano la maggioranza alla Camera dei rappresentanti. Poco alla volta le disposizioni concordatarie perdettero valore, causa leggi speciali emanate dallo Stato in materia matrimoniale e scolastica. Infine, dopo la definizione dell'infallibilità pontificia, alla quale lo stesso R. s'era mostrato contrario, il Concordato, nel luglio 1870 , fu dichiarato decaduto dal governo austriaco.

BibL. C. Walfagruber, Joseph Othmar Kardinal R., Friburgo 1888; H. Brück, Geschichte der hathatischen Kirche in Deutschland im 19. Jahrhundert, voll. II-III-IV, porio $2^{a}$, Magonzo-Münster 1889-1908, passim; M. Hassarek, Die Verhandlungon des Konkordats vom 18.8.1835, in Archiv für österreiechische Geschichte, 100 (1922); id., Die Krise und die Lösung des Konkordats vom 18.8.1835, ibid., 112 (1932), pp. 213-480; S. Cipriani, Instructio Matrimonialis Rev.mi D. de Rauscher Archiepiscopi Vindobonensis (1833-56), in Apollinaris 16 (1943, pubblicato nel 1952), pp. 100-34. Silvio Furiani

RAUS, Jean-Baptiste. - Moralista e canonista, n. ad Aspelt (Lussemburgo) il 17 genn. 1881, m. a Roma l'1 ag. 1943. Entrato fra i Redentoristi, vi professò nel 1901 e fu ordinato sacerdote nel 1906. Fu professore di diritto canonico, sociologia e storia della filosofia nello scolasticato di Echternach e dal 1924 archivista generale della Congregazione.

Scrisse lavori di indole archivistica, ma particolarmente di morale e diritto. Tra i primi: Der Heil. Alfons v. Liguori - die Manuscriptenfrage u. die neuesten römischen Entscheidungen, in Linzer Quart., 74 (1921), pp. 356-68, 576-83, 630-32. Tra i secondi: Oboedientia religiosa ut est virtus et votum..., Lussemburgo 1920; $2^{\mathrm{a}}$ ed. Lione 1923; Le voen d'obéissance religieuse et st Alph. de Liguori, in Canon. contemporain, 1921, pp. 98-112; L'obéissance religieuse - La profession des novices mourants, in Nouv. rev. théol., 49 (1922), pp. 61-74, 468-76; La vocation relig. considerée dans st Thomas, st Alphonse et le Code de droit can., ibid., 51 (1924), pp. 94-107; La doctrine de st Alphonne sur la vocation et la gedce en regard de l'enseignement de st Thomas et des prescript. du Code (Lione 1926); Institut. morales Alphonsianae (18a ed. dell'opera di J. Hermann; $6^{\text {a }}$ ed. Lione 1937; $7^{\text {a }}$ ed. ivi 1940).

BibL. M. De Shadomeester, Bibliogr. génée, des écriv. Rédemptoristes, II, Lovanio 1935, pp. 343-44; III, ivi 1939, pp. 273-74.

Annunziata Roberti
RAUZAN, Jean-Baptiste. - Fondatore della Congregazione dei Preti della Misericordia, n. a Bordeaux il 5 dic. 1757, m. a Parigi il 5 sett. 1847.

Insegnò da prima teologia e sacra eloquenza nel patrio Seminario; indi, nominato vicario generale della diocesi, promosse un forte movimento per salvare la fede nel popolo francese. Per questo fu invitato dal card. arcivescovo Flesh a Lione, dove il R. nel 1808 raccolse intorno a sé un buon numero di preti zelanti, formandone l'Associazione dei missionari di Francia. Il frutto della loro predicazione nella diocesi di Troyes guadagnò loro la stima e l'aiuto del governo; ma la lotta tra Napoleone I e Pio VII costrinse l'Associazione a sciogliersi. Si riprese nel 1814, quando il R. richiamò i primi collaboratori, ai quali si aggiunsero nuove reclute, e si predicarono missioni nelle principali città francesi, in cui si fondarono le Opere di S. Genoveffa e l'Associazione delle Dame della Provvidenza. Il R. fondò in questo tempo la Congregazione delle suore di S. Clotilde per l'educazione delle fanciulle. Nel 1830, dispersi i missionari dalla rivoluzione, il R. venne a Roma, e, incoraggiato e autorizzato da Gregorio XVI, fondò la nuova Congregazione dei Preti della Misericordia, che ebbe il breve di approvazione con le Costituzioni il 18 febbr.

1834, e quello di affiliazione alla Congr. di Propaganda il 15 marzo dello stesso anno. Il fondatore poté vedere la sua istituzione introdotta anche in parecchie diocesi degli Stati Uniti.

BibL. A. Delaporte, Vie du p. 7.B.R., Parigi 1892; E. Severin, Les missions religieuses en France sous la Restauration, Roma 1948. Celestino Testore

RAVAISSON,
FÉLIX. - Filosofo francese, n. a Namur (Belgio) il 23 ott. 1813 , m. a Parigi il 18 mag. gio 1900. Spirito indipendente non si allineò tra i seguaci di Cousin (v.), che allora dominava gli ambienti accademici francesi, e non ottenne mai una cattedra universitaria. Esplicò la sua attività in pubblici impieghi quale funzionario del Ministero dell'istruzione.

Scolaro dello Schelling (v.) a Monaco, ne sentil l'influsso, insieme con quello di Maine de Biran (v.) e di Aristotele (v.), studiato poi nell'Essai sur la métaphysique d'Aristote (a voll., Parigi 1857-46; trad. it. parziale a cura di A. Tilgher, Firenze 1922), che, malgrado rimasto incompleto, è opera di rilevante valore. Altri scritti di rilievo, il saggio De l'habitude (Parigi 1838; success. edd.) e il Rapport sur la philosophie en France au XIX' siecle (ivi 1868); a cura di C. Devivaise, Testament et fragments (ivi 1932). Per il R. (come per lo Schelling), c'è nel fondo dell'universo un principio che è spontanea attività creativa, organizzativo della realtà, di cui la necessità meccanica è solo una manifestazione secondaria e superficiale. Il torto del positivismo (v.) è di non tener conto di questo principio libero e creativo, che si scopre nelle cose, in noi e in Dio: nella natura come disperso, in noi come concentrato nella personalità e nell'unità della coscienza, in Dio come perfezione suprema e ordine assoluto. Dio è persona e la sua perfezione risplende nel mondo, ma di lui non si può dimostrare razionalmente l'esistenza né conoscere la natura. Dio si coglie per un'intuizione interiore (Biran) e per intuizione immediata della bellezza e dell'armonia dell'universo.

Il R. si collega, attraverso lo Schelling, alla tradizione scolastica e costruisce una metafisica a carattere intuizionistico e antintellettualistico che influenzerà sia il contingentismo del Boutroux che l'intuizionismo del Bergson.

BibL. H. Bergson, Comméne.. in Séances et travaux de l'Atud. des sc. mor. et polit., 1904, t. I, p. 686 sgg. (rist. in La pensée et le mouvant, $22^{\text {a }}$ ed., Parigi 1946, pp. 223-91); J. Dopp, F. R., Lovanio 1933 (bibl.); A. Tilgher, prof. all'ed. cit. del Saggio sulla met. di Aristotele; id., Un filos. dell'amore, in Religio, 12 (1936), pp. 191-96; C. Valerio, R. e l'idealismo romantico in Francia, Napoli 1936. Michele Federico Sciacca

RAVANELLO, ORESTE. - Maestro compositore ed organista, n. a Venezia il 25 ag. 1871, m. a Padova il 2 luglio 1938.

Diplomato in organo a 16 anni, continuò gli studi di composizione e di organo con il Girardi, organista della Marciana, cui successe nel 1895 . Nel 1898 fu nominato maestro di cappella al "Santo " di Padova e nel 1902 anche professore di organo al Liceo " Benedetto Marcello ". Nel 1914 successe al maestro Pallini quale direttore dell'Istituto musicale di Padova. Fu uno dei più grandi propagnatori della rinascita dell'arte organistica italiana e della musica sacra. Ha scritto 30 messe da 1 a 6 voci, mottetti, inni, salmi e composizioni varie per organo in uno stile elevato e severo sorretto da una armonizzazione

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elaborata e fluida. Ha lasciato inoltre importanti opere didattiche per lo studio dell'organo.

Bibl. A. Garbellotto-M. Cicogna, O. R., Padova 1979 .

Silverio Mattei
RAVELLO. - Antica diocesi e cittadina in provincia di Salerno. Alcuni ritengono R. fondazione dell'età gotica, altri di Amalfi del cui Ducato fece poi parte; fu saccheggiata dai Pisani nel I137; il suo periodo più florido fu durante il sec. xili, a cui appartengono l'artistico Palazzo Rufolo e alcune chiese.

La diocesi fu creata nel ro87 dal papa Vittore III che ne consacró il primo vescovo Orso, monaco benedettino. Urbano II la dichiarò immediatamente soggetta e consacró secondo vescovo Costantino Rogadoc. Seguirono G. Rufolo, P. Pironti, L. Rogadei, G. Allegri Ottano, F. Castaldi, A. Agmensi poi cardinale, N. Campanile; nel 1536 ne fu amministratore il card. Quignones; più tardi L. Beccadelli, P. De Curtis, teatino, poi vicegerente di Roma sotto Clemente VIII, m. a Roma nel 1629. Nel 1603 il detto Papa uni la sede di R. con quella di Scala, rimanendo i vescovi direttamente soggetti quali vescovi di R., e suffraganei di Amalfi quali vescovi di Scala. Furono a capo delle due diocesi i mons. F. Benni, M. Bonsi, O. Verme, C. Puccitelli, B. Pannicola, G. Sagezi, L. Di Capua, N. Rocco, G. Perimezzi, ultimo S. Miccù traslato ad Amalfi nel 1804. Pio VII con la bolla De utiliori soppresse le due diocesi, unendole ad Amalfi.

Il Duomo dedicato alla B. V. Assunta è a tre navate divise da pilastri; fu eretto dal vescovo Orso e venne trasformato nel sec. xviri nello stato attuale. Il pulpito eseguito da Niccolò da Foggia nel 1272, rappresenta le scene di Giona; contemporanea è pure la cattedra. Il campanile del sec. xiri è a bifore; il portale in bronzo è di Barisano da Trani e porta la data del 1179. Altre chiese notevoli sono S. Giovanni in Toro, pure a tre navate, S. Agostino, S. Maria a Gradillo, l'Annunziata, S. Martino e S. Antonio con elegante chiostro. In R. fiorirono i monasteri di S. Maria, SS. Trifone e Biagio (fine sec. xi) e quello femminile della S.ma Trinità (metà sec.x). - Vedi tav. XXIII.

Bibl.: Ughelli, I, coll. 1181-94; Cappelletti, XX, p. 614 sgg.: A. Avena, Monumenti dell'Itolia meridionale, Roma 1002; E. Bertaux, L'art dans l'Italie méridionale, Parigi 1904; P. Fi. Kehr, Italia Pontifcica, VIII, Berlino 1908, pp. 401-402; A. Guerritore, R. e il suo patriziato, Napoli 1908; P. Ticeca, Storia dell'arte italiana, I, Il mediocre, Torino 1927; Cottincau, II, col. 2411. Enrico Josi
![img-20.jpeg](img-20.jpeg)

Ravelio - Antico ambone con scene relative al profeta Giona (sec. xio). Ravello, Cattedrale.
![img-21.jpeg](img-21.jpeg)
(fot. Salbaroli)

Ravenna, arcidiocesi di - La pineta di Classe - Ravenna.

RAVENNA, ARCIDIOCESI di. - Nella Romagna. Come sede metropolitana ha ancora soggette le diocesi di Bertinoro, Cervia, Cesena, Comacchio, Forlì, Rimini, Sarsina e fa parte della Regione conciliare Flaminia. Dopo lo smembramento di Cervia (v.), che in forza di decreto della Congregazione concistoriale del 15 febbr. 1947 perdette le 8 parrocchie costituenti l'antico Ducato del suo vescovo in territorio ferrarese, questa minuscola diocesi, ormai ridotta alle sole 5 parrocchie, poste nel territorio del suo distretto comunale, fu unita in perpetuo "aeque principaliter et servato dignitatis ordine " all'arcidiocesi ravennate (AAS, 39 [1947], pp. 225-27). L'arcivescovo di Ravenna ha inoltre il titolo di abate perpetuo di S. Maria in Porto.

Il territorio della diocesi è interamente nell'estrema pianura padana ed etnograficamente e civilmente può dividersi in due grandi parti : la romagnola, quasi per intero in comune di R., con propaggini nel territorio dei comuni di Forlì, Bertinoro e Conselice; la ferrarese, con la propaggine di 2 parrocchie in terra bolognese. In quest'ultima parte che raggiunge la sponda destra del Po, a confine con Adria, sono situati i centri civilmente più importanti : Argenta, Portomaggiore, Berra.

La superficie del territorio diocesano si aggira sui 1350 kmq , e comprende 161.000 ab., di cui 35.200 nelle 14 parrocchie della città di R., il restante nelle 53 parrocchie e 2 curazie rurali, raggruppate in 10 vicariati foranei; 141 sono i sacerdoti residenti in diocesi, di cui 117 appartenenti al clero secolare, 24 al clero regolare; 6 le case religiose maschili, con 37 soggetti, mentre le case religiose femminili ammontano a 45 con 240 suore, tra le quali due Congregazioni di diritto diocesano: le Vergini di S. Giuseppe dell'Istituto Tavelli e le Terziarie dell'Addolorata dell'Istituto Ghiselli.

La diocesi, uscita dalla bufera della guerra con immani disastri, sta ora risorgendo dalle rovine. Solo 22 parrocchie uscirono indenni dalla rovina generale, 20 furono le chiese parrocchiali interamente distrutte, tra cui le basiliche di S. Vittore in città e di S. Maria in Porto fuori, nelle immediate vicinanze. Sicché è ancora impossibile dare una statistica degli edifici di culto della diocesi, senza cadere nel provvisorio. Unico santuario diocesano, che abbia veramente una storia e da secoli sia centro di pietà mariana, può considerarsi la basilica di S. Maria in Porto, nella città di R., dove si venera la "Madonna Greca", bella immagine bizantina di Vergine orante, a

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Ravenna, arcididoces di - Stcle di Antifonte (fine sec. 11-principio III). Epigrafi: cristiana con la rappresentazione del Buon Pastore, proveniente da un antico sepolcrato di Classe - Ravenna, Museo arcivescovile.
bassorilievo su marmo pario. Prima sua sede fu la ora distrutta Basilica fuori le mura, sopra ricordata, le cui origini possono farsi risalire a prima del Mille. Trasferita in città, quando la canonica estramuranea dovette essere abbandonata, ricevette l'omaggio di Giulio II, che nel monastero, nel 1511 in solenne Concistoro, creò 9 cardinali; di Paolo III nel 1541; di s. Carlo Borromeo, legato di Romagna. Sembra debba ricollegarsi al culto di quest'immagine l'istituzione di una pia unione, conosciuta sin dal sec. xil con il nome di «Figli di Maria", continuata oggi nella notissima delle «Figlie di Maria».
I. Storia civile ed ecclssiaatica. - Le origini della città si perdono nella leggenda; con Cesare entrò decisamente nella storia. Di qui egli condusse le ultime trattative con il Senato; concentrò le truppe, parti per il passaggio del Rubicone. Fu scelta da Ottaviano a sede delle flotta, destinata al Mediterraneo orientale. I rapporti continui con l'Oriente vi condussero ben presto elementi dalle opposte sponde dell'Adriatico e dalle regioni dell'Asia Minore, Siria e Grecia, Egitto, ecc. Ragioni di sicurezza strategica fecero si che nel 402 Onorio, di fronte al pericolo creatosi con l'invasione di Alarico, la scegliesse a sede dell'Impero d'occidente (v. galda placcida). S'inizia cosil l'ampliamento del centro urbano e una vasta opera costruttrice. Alle ultime, confuse vicende dell'Impero, che cadde quando nel sett. del 476 Paolo, zio di Romolo Augustolo, fu ucciso nella pineta di Classe, sussegue il periodo di transizione del Regno erulo, con Odoacre. Anche il primo re barbaro-italico pose nella citta la sua residenza. Fu il Regno gota di Teodorico, che portò il secondo periodo di grandezza politica e costruttiva.

Il Regno teodoriciano si chiuse nel 526 , quando alla morte del Re maggiormente infuriava la lotta tra conquistati e conquistatori. R. fu conquistata da Belisario nella primavera del 540 . S'iniziò in quell'anno per la citta il terzo periodo della sua potenza politica, che si protrasse sino al sec. viII; forse anche il più fastoso. Giustiniano la volle sede del suo rappresentante in Italia (v. esarcato). Dopo alterne vicende la città cadde nel 751 in mano di Astolfo e fu lo fine del dominio bizantino in Italia; tuttavia, dopo che Astolfo fu costretto ad abbandonare l'Esarcato, gli arcivescovi, forti della speciale posizione, che erano venuti conquistando, si atteggiarono ad eredi e continuatori del dominio bizantino, divenendo i governatori della città e del suo territorio. L'alleanza con l'aristocrazia locale dette origine e quella numerosa serie di duchi, che in nome dell'arcivescovo dominó in Romagna nei secc. Ixxi. Con gli Ottoni gli arcivescovi divennero grandi feudatari dell'Impero e la città conobbe un nuovo periodo di fasto e di grandezze, anche perché fu spesso la residenza dell'Imperatore, che vi aveva palazzo. Dalla Signoria arcivescovile sorse il Comune aristocratico, che per tutto il sec. xir rimase ancora sotto l'alta autorita dell'arcivescovo. Dal Comune aristocratico fu breve il passaggio alla Signoria, che tennero alcune famiglie rimaste celebri, quali gli Anastagi ed i Traversari, eternati da Dante. La signoria di quest'ultimo terminò nel 1240 con la conquista della città da parte di Federico II. Trentasei anni dopo, Rodolfo d'Asburgo cedeva definitivamente la Romagna al Papa e R. passò quindi a far parte del dominio della S. Sede. Sorgeva intanto la signoria dei Polentani, vicari della Sede Apostolica, ma di fatto governatori indipendenti. Guido Novello a Dante Alighieri diede tra le sue mura asilo e conforti. Con Obizzo da Polenta, la famiglia divenne di fatto vassalla della Repubblica veneta, che sin dai primi del sec. xv ogni anno mandava a R. un suo podestà. Finché, relegato Ostasio nell'isola di Candia, Venezia divenne palesemente e facilmente signora della città. Il dominio veneto durò sino al 1509 , e fu una pausa in quella rapida decadenza, cui aveva contribuito fortemente l'allontanarsi dal mare e l'abbondono dei lavori di manutenzione del porto. Nel 1509, per trattato, fu restituita a Giulio II. Tre anni dopo, stretta d'assedio dal Re di Francia e da Alfonso d'Este, alleati contro Papa e Spagna, dopo una furiosa battaglia, che da R. prende nome, il 12 apr. 1512 fu espugnata e messa a ferro e fuoco. Dopo la rovina, solo alla prima metà del sec. xvir si ebbe una nota lieta, quando il legato card. Giulio Alberoni provvide alla diversione dei fiumi Ronco e Montone che, uniti in unico alveo, liberarono la città dal loro terribile abbraccio, causa frequente d'inondazioni. Da lui R. ebbe anche il nuovo canale naviglio ed il porto, i quali dal nome di famiglia di Clemente XII furono e sono detti Corsini. Con il Trattato di Tolentino (1797) fu da Pio VI ceduta ai Francesi, il cui governo fu quanto mai nefasto alla città, specie al suo patrimonio artistico. Ritornò al Pontefice nel 1815 e fu sede di legazione. Il 13 giugno 1859, partito il Delegato Apostolico, fu costituita una giunta provvisoria di governo, preludio all'unione definitiva al Regno d'Italia.

La storia della Chiesa di R. è molto spesso legata alle vicende della città. Nel 1738 fu scavata a poca distanza dalla basilica di S. Apollinare in Classe un'area sepolcrale, sicuramente usata dai cristiani, che in un secondo tempo era stata occupata dall'ardice (v.) di una basilica, ritenuta quella del vescovo Probo. Sulle tombe a forma si rinvennero molti titoli classiari riadoperati e tre epigrafi cristiane, di cui 2 ancora nella posizione originaria: la stele di Antifone ed il marmo di Flavio Anastasio (CIL, XI, 1, n. 320 e 323). Tutte di alta antichità. La prima con la raffigurazione del Buon Pastore, già illustrata da G. B. De Rossi (Bull. di arch. crist., $3^{a}$ serie, 4 [1879]), va assegnata alla fine del II sec. o al principio del III; la seconda, più tarda, al iv sec. Grande importanza ha la stele con il Buon Pastore, perché è la testimonianza più antica del cristianesimo non solo ravennate, ma dell'intera regione circostante; inoltre conferma la tradizione locale, che pone le origini del cristianesimo e la sede prima dei vescovi ravennati presso il porto romano di Classe : qui con tutta verisimiglianza l'elemento orientale, numeroso in Classe

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sin dagli inizi, dovette portare e diffondere la fede. Oggi, però, non si può affermare se Apollinare sia stato il primo evangelizzatore, o non piuttosto l'organizzatore di una comunità già esistente, perché la tradizione ha circondato di un alone di leggenda l'unico martire della chiesa di R. Il primo che di lui parla è s. Pietro Crisologo (v.). Ma dal sermone di lui (n. 128) si può solo raccogliere che egli fu il primo vescovo; che morì in seguito ai tormenti subiti; che il suo corpo riposa in mezzo ai figli della sua chiesa. Più tardi, forse per opera dello PseudoAmbrogio, autore della leggenda dei ss. Vitale ed Ursicino, fu composta una "passio", in cui Apollinare è presentato come discepolo di Pietro, da lui mandato a R., per evangelizzare a la moltitudine di popolo, che vi dimorava ". R. si avviava alla gloria e alla potenza, la sua chiesa doveva dimostrarsi superiore all'uriana, che Teodorico vi aveva insediata; per questo l'apostolicità del fondatore faceva comodo. Essa era conosciuta già ai primi del sec. vi, quando documenti e monumenti vi alludono chiaramente. Al Concilio di Sardica è presente Severo; tra lui ed Apollinare altri to vescovi si sono succeduti nella sede di Classe e vi furono sepolti: Probo I, o, secondo altri, Probo II avrebbe erecta la prima Cattedrale, sulla zona sepolcrale, sopra accennata; basilica antichissima, nella sua origine, che ebbe il suo fonte. D'altre due zone cimiteriali antiche si ha notizia sicura: quella dove fu sepolto Eleucadio, il terzo vescovo, e l'altra dove trovò sepoltura Severo, ca. la metà del sec. Iv. Forse una quarta, separata da quella di Probo, va riconosciuta nel sepolcreto molto povero, che è sotterra, nel cortile della canonica della basilica di S. Apollinare, in cui fu il primo sepolcro del Santo ed ai margini del quale sorse la Basilica, come hanno dimo-
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(104. P. Bicco)

Ravenna, arcidiocesi di - Abside restaurata della basilica di S. Giovanni Evangelista (sec. v) - Ravenna.
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(fot. Istituto fotografico italiano, Roma)
Ravenna, arcidiocesi di - Musaiçi della volta del presbiterio della basilica di S. Vitale (sec. vi) - Ravenna.
strato gli scavi del 1949. L'importanza della Chiesa ravennate comincia quando la Corte si stabili in R. Orso. non prima della fine del sec. iv, ma più probabilmente al principio del v, trasferì la sede entro l'agglomerato urbano ravennate e costruì la prima Basilica intramuranea, da lui detta ursiana; la Chiesa classicana con il suo clero continuò però lungamente a godere di particolare autonomia. La nuova Basilica si addossava al lato orientale delle mura dell'appidum romano. In una piccola aggiunta, che fu forse il primo ampliamento della città romana, sorse la sede episcopale, il Tricoli, come attraverso i secoli fu ed è chiamata la residenza degli arcivescovi, che da allora, assieme alla Cattedrale rimase e rimane al posto primitivo, nella prossimità di quella che fu la porta Sallustra, di cui l'episcopio ha incorporato una delle due torri cilindriche. Con s. Pier Crisologo avviene un fatto nuovo. Ca. il 430 e edicto christiani principis (Valentiniano III) et decreto beati Petri (Celestino I) « un gruppo di chiese dell'Emilia (Forum Livi, Faventia, Forum Cornelii, Bononia, Mutina, Vicus Habentinus), staccato dalla giurisdizione metropolitica milanese, fu costituito in unità a sé, dipendente dal vescovo di R. che ne consacrava i presuli e li presiedeva con autorità metropolitica; però in quanto vescovato ravennate egli rimase suffraganeo della sede romana. Era il primo passo ed il Crisologo fu considerato alla pari degli altri metropoliti.

Dopo il Crisologo emergono le figure di Neone e di Ecclesio, il vescovo dell'epoca teodoriciana. Nel 540 Vittore assistette al passaggio di giurisdizione politica dal Regno goto al dominio di Bisanzio, ed alla sua morte si avverò un fatto decisivo nella storia della chiesa di R. Papa Vigilio era lontano da Roma; si era all'inizio della lotta dei Tre Capitoli e Giustiniano vi voleva presente un uomo che gli desse affidamento pieno. Perciò quando gli fu presentato il nome di colui (rimasto ignoto) che clero e popolo avevano canonicamente eletto a succedere a Vittore egli mise da parte quest'eletto. Su proposta dell'imperatore, Vigilio in Patrasso d'Acaia, il 14 ott. del 546, consacrava vescovo di R. Massimiano di Pola, che condusse la lotta contro i Tre Capitoli, con tenacia e fortezza. Costruttore instancabile, riorganizzatore e riformatore della sua chiesa, con il Crisologo è, forse, il più grande dei successori di Apollinare, iniziatore di quella potenza, che doveva, dopo di lui, portare spesso gli arcivescovi di R. contro Roma. Gli successe Agnello, cui era riservato il compito di purgare la citrà e la diocesi da ogni traccia di arianesimo e di consacrare al culto cattolico i templi ariani. Nel vir sec. la lotta con Roma raggiunge forse il suo acme con Mauro, arcivescovo, che nel 666 ottiene dall'imperatore Costante il decreto di autocefalia. Anche se limitata, nella sua essenza, alla giurisdizione metropolitica, come vuole lo

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(let. del Museo)
Ravelosa, arcidiocesi di - Velo per le offerte liturgiche con intonute frasi scritturali. Stoffa in seta della fine del sec. vir, proveniente da S. Apollinare in Classe, rinvenuto in un sarcofago nel 1949 - Ravenna, Museo arcivescovile.

Zattoni, fu sempre lotta ai ferri corti, con un alternarsi di sottomissioni e di ribellioni, a seconda del vescovo sedente, che durò per secoli e si può comprendere ed esprimere solo con il testamento di Mauro stesso, di cui sono eco le parole, scritte sulla sua tomba Liberavit ecclesiastin suam de jugo Romanorum servitutis». Il sec.viri, che vede la distruzione totale di Classe, ha per la storia della Chiesa ravennate una sua importanza particolare. Caduto l'Esarcato il governo s'accentra, come si è detto, nelle mani degli arcivescovi. In questo secolo si può anche documentare presso la basilica classense di S. Apollinare una comunità monastica. E sul cadere del secolo che Grazioso, figura caratteristica di vescovo, la cui semplicità rimarrà proverbiale, accoglie in R. Carlomagno, venuto per spogliare dei suoi marmi e dei migliori ornamenti il Palazzo di Tzodorico, per adornare le sue costruzioni di Aquisgrana. Di ribellioni a Roma e di spirito antinomano è teste qualificato nel sec. IX Agnello (v.) con il suo Liber pontificalis Ecclesiae Ravennatis. Nel medesimo secolo i Benedettini si insediano a S. Vitale, a S. Giovanni Ev., mentre nel seguente si trovano anche presso S. Apollinare Nuovo. Con gli Ottoni, si riafferma l'importanza della sede. Sono gli anni in cui Romualdo degli Questi, dopo la conversione, diviene monaco di Classe e compie nell'abbazia una vasta riforma. Sono gli anni in cui il Santo si ritira al Perèo e dà inizio alla sua riforma eremitica. Partono da questo exemo, posto a ca. 15 km . dalla città, e la cui chiesa fu una delle prime dedicata al martire s. Adalberto di Praga, il primo nucleo di missionari camaldolesi, condotti da s. Bruno di Querfurt. La chiesa di R. nel biennio 998-99 è retta da quel Gerberto di Aurillac, che doveva salire al trono di Pietro con il nome di Silvestro 11. Dopo il Mille s. Stefano d'Ungheria fonda nel territorio della diocesi l'abbazia di S. Pietro in Vincoli, per essere sosta ai romei della sua nazione e la cui chiesa fu consacrata da s. Gerardo. Nella prima metà del sec. xi ha luogo la lotta accanita tra R. e Milano per il diritto di precedenza; questione risulta nel 1047 in favore di R., per cui fu riconosciuto al suo presule il diritto di sedere alla destra del Papa, assente l'Imperatore, alla sinistra, lui presente.

Poi di nuovo l'antagonismo latente con Roma si fa apertamente sentire e sfocia nell'episodio più triste, quando il suo arcivescovo, Guiberto, viene eletto antipapa con il nome di Clemente III e trascina R. nello scisma. Sono gli anni dell'opera indefessa di s. Pier Damiano, che muore (Faenza 1072) reduce da una missione conciliatrice tra Roma e R. La fedeltà a Roma condusse nei primi anni del sec. xir alla fondazione di quella canonica portuense, in cui l'Ordine dei Canonici Regolari ebbe un centro importantissimo di riforma e la cui Regola si diffuse in Italia e fuori. Ne fu istitutore e riformatore Pietro chierico, una figura intimamente e caramente unita alla storia di R., spesso confuso con s. Pier Damiano, per il comune
epitetio di "Peccatore" e che ancor oggi non è possibile meglio identificare. Poi ormai, come comincia la decadenza per la città, cosi la chiesa di R. rientra nell'ambito comune. Nei primi secoli dopo il Mille, però, ebbe il massimo della estensione metropolítica, comprendendo tutte le diocesi dell'Emilio, da Piacenza a Rimini e sino oltre il Po con Adria.

Nel sec. xir emerge la figura dell'arcivescovo Filippo. Uomo di grande energia, fu prigioniero di Eszelino da Romano; riformatore e flagellatore dei mali costumi diffusi tra clero e popolo, introdusse in R. nel 1261 i Minori di s. Francesco, cui concesse l'antica basilica di S. Pietro Maggiore. All'inizio del secolo successivo, si ebbe Rainaldo da Concorrezzo, venerato come besto. E l'arcivescovo di Dante e muore nemmeno un mese prima del Poeta ( 18 ag. 1321). Lo spirito della riforma cattolica, già nella prima metà del sec. xvi trova in R. un ambiente preparato, cui dovette contribuire l'opera di due donne, le bb. Margherita da Russi e Gentile Giusti. Sotto la ispirazione della prima il ven. Gerolamo Malucelli, fondo
quella congregazione dei Preti regolari del Buon Gesù, che fu nella Chiesa tra le primissime famiglie di chierici regolari. Ebbe vita puramente locale e fu soppressa nel 1651 con bolla di Innocenzo X. Con l'episcopato del card. Giulio Feltrio della Rovere (1566-78) s'inizia la serie dei vescovi riformatori, secondo lo spirito del Concilio di Trento. Nel 1567 fondò il Seminario; provvide alla riforma del clero della Cattedrale, sopprimendo i due Capitoli dei canonici-cardinali e dei canonici cantori, per formarne un unico di beneficiati corali. Con lui, teste Girolamo Rossi, storico contemporaneo, spari dai libri liturgici ravennati ogni superstite traccia di riti non romani: l'unica testimonianza sicura è questa della sopravvivenza in R. di preci e riti in lingua greca, ma ciò non autorizza a credere che l'antica liturgia ravennate fosse in tale lingua. Ogni testimonianza epigrafica e documentaria ci dà assicurazione, che nel sec. vi la lingua latina era la lingua liturgica della chiesa di R. Solo più tardi, con l'affermarsi dell'Esarcato, usi e costumi non latini poterono entrare nella liturgia. Ma è certo che già nel 1454 era in uso nella Basilica Ursiana il Messale romano (codice di quell'anno nell'Archivio capitolare ravennate). Cominciarono con il Della Rovere gli Atti della S. Visita alla diocesi, che proseguono durante il pontificato del suo successore, Cristoforo Boncompagni (1578-1604), durante il quale sorge in R. una modesta congregazione femminile, secondo lo spirito di s. Filippo Neri: le Pie terziarie viventi in comune, fondate da suor Adriana Tavella, comunità esistente tuttora. Con Pietro Aldobrandini l'opera di riforma prosegue diacremente e gli atti delle sue visite dànno per la prima volta un panorama completo. Cominciarono però contemporaneamente le prime mutilazioni della giurisdizione metropolítica, con il distacco di Bologna, poi costituita essa stessa in metropoli, con chiese suffragance già soggette a R.

Le leggi rivoluzionarie francesi annientarono, alla fine del sec. xvir, tutte le comunità religiose, che durante i secoli eran venute formandosi. Undici famiglie religiose maschili furono soppresse. Tra di esse le grandi abbazie, che tanta parte avevano avuta nella vita di R. Quella dei Benedettini neri di S. Vitale disparve dopo quasi mille anni di vita. Cosi quella formatasi all'ombra della basilica placidiana di S. Giovanni Evangelista, in cui nel 1459 il commendatario card. Bessarione aveva introdotti i Canonici Regolari, ed in cui egli finì i suoi giorni il 18 nov. 1472. L'abbazia classense, centro di cultura, seguì la sorte comune. Da S. Apollinare in Classe i monaci camaldolesi si eran trasferiti entro città nel 1515. Così pure, a seguito di una decisione della Repubblica veneta, all'inizio del sec. xvi, dall'antica sede sul lido adriano era emigrata in città la canonica portucnse, eretta in abbazia nel 1566. Fu l'unica delle 4 , che dopo la restaurazione fu riaperta ed ebbe vita grama sino alle leggi eversive del Regno

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d'Italia. Tra le numerose comunità femminili, cessarono per opera dei Francesi la loro vita ultracentenaria i monasteri benedettino di S. Andrea Maggiore e domenicano di S. Stefano de Ulivis, tra le mura del quale era stata monaca Beatrice figlia di Dante.

La bufera napoleonica trovò arcivescovo un uomo dalle larghe vedute e dal gran cuore: Antonio II Codronchi. Il suo atteggiamento di fronte al nuovo monarca può essere discusso : vescovo giurato, grande elemosiniere di corte, cavaliere della corona di ferro, presente al battesimo del Re di Roma, sembrò ad alcuni ligio in tutto all'Imperatore. Eppure nei 40 anni di episcopato (1785-1826) sculse un'opera multiforme, sagace, prudente, costruttiva. Salvò dalla rovina e dalla profanazione tutte, o quasi, le chiese conventuali d'importanza storica ed artistica, trasferendovi le sedi parrocchiali. Comprati con il proprio i chiosiri dell'ex abbazia di S. Giovanni Evangelista vi trasportò il vecchio ospedale di S. Maria delle Croci, che dotò di numerose rendite.

Gli successe il romano C. Falconieri-Mellini, sin dalla giovinezza unito in amicizia a Pio IX, che accolse in R. nel suo ultimo viaggio alle Legazioni. Creato cardinale nel 1834 , morì il 22 ag. 1859 ; pochi mesi prima era cessato in R. il governo pontificio. Cominciò da allora il periodo d'antichricalismo più smaccato e della seristianizzazione della Romagna. Dopo lo smarrimento dei primi anni, il disorientamento anche del clero, la ripresa fu promettente sin dagli inizi del secolo nostro. Nel 1904 diveniva arcivescovo il milanese Pasquale Morganti, figura tipica dell'episcopato contemporaneo. Autore di scritti ascetici per il clero (Sic orobito, Fus dixi amicos), nella sofferenza, nell'umiliazione, preparò la rinascita della diocesi. Il suo governo si concluse con la celebrazione veramente degna dei cattolici in onore di Dante, nel secentenario della morte del Poeta (1921).
II. Monumenti. - Della R. romana, di cui sono note con esattezza l'estensione e la forma, rimane qualche avanzo delle mura di cui era già cinto nei 43 d. C. e miseri avanzi in situ della Porta Aurea, aperta allora dall'imperatore Claudio. Nel Museo nazionale le due patere e qualche altro elemento marmoreo della medesima porta; stele classisrie, il fregio augusteo e poco più. Del porto di Classe, più nessun vestigio sopra terra. Come nulla è rimasto degli edifici, che formarono il a castrum classis s.

Scomparsi i palazzi imperiali, gli edifici civili teodoriciani, esercali ed ottoniani, R. è oggi famosa nel mondo per un gruppo singolare di monumenti paleocristiani. Prima del sec. v v'è solo il ricordo della più antica cattedrale classense, costruita fuori delle mura del a castrum classis, di cui non si conoscono né la forma né l'ubicazione precisa; unico punto fisso architettonico il quadriportico, che ebbe non prima dell'età massimianca. Tre i gruppi principali dei monumenti paleocristiani di R., corrispondenti a tre specifici periodi di vita e sviluppo politico, di cui occorre tener conto della loro valutazione. Il sec. v s'inizia con la costruzione della nuova Basilica intramuranea del vescovo Orso e del contiguo battistero. A 5 navate con 56 colonne marmoree, essa è arrivata sino alle soglie dell'età contemporanea. Abbattuta nel 1733, rimangono i disegni allora e