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corre tener conto della loro valutazione. Il sec. v s'inizia con la costruzione della nuova Basilica intramuranea del vescovo Orso e del contiguo battistero. A 5 navate con 56 colonne marmoree, essa è arrivata sino alle soglie dell'età contemporanea. Abbattuta nel 1733, rimangono i disegni allora eseguiti a cui si è prestato troppa fede da storici dell'arte e da critici. Difatti nulla oggi si può dire di sicuro sulle sue particolarità originarie, essendo essa arrivata al sec. xviri dopo molti rimaneggiamenti, non ultimo quello del sec. v, che le dette la cripta, ancora esistente sotto l'abside dell'attuale Basilica settecentesca, che dell'antica conserva l'ampiezza ed il titolo. Il Battistero, fortunatamente, è arrivato sino a noi. Costruito dalle fondamenta da Orso, ci si presenta nella splendida decorazione musiva, che gli dette il vescovo Neone nella seconda metà del sec. v. A pianta ottagona, con 4 sbiidiolo alternantisi nei lati, appare oggi sfasata nelle sue proporzioni, specie all'interno, per l'interramento di ca. 3 m . Dopo il complesso ursiano, quello onorianoplaediano. Appartenne ad esso quel singolare gruppo di edifici, che lo storico Agnello chiama «monasteria», epari purtroppo da secoli. Unico esempio tuttora esistente è il piccolo sacello, che si continua a chiamare erroneamente
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(fel. Frasesi)
Ravenna. ARCIDIOCESI DI - Daniele tra i leoni, pluteo bizantino venuto in luce nel 1931 - Ravenna, basilica di S. Apollinare Nuovo.
"Mausoleo di Galla Placidia" (v.). Del S. Lorenzo in Cesarea, eretto da Onorio e già ricordato da s. Agostino, più nulla. Ridotta ai minimi termini e, per giunta, con la parte sopraterra già rifatta prima del Mille, la basilica palatina di S. Croce, che dalla croce ebbe il nome e la forma. Nelle sue immediate vicinanze, ad alcuni metri di profondità, stanno ancora sotterra bellissimi pavimenti musivi. In condizioni migliori è invece giunta la basilica placidiana di S. Giovanni Evangelista eretta dall'Augusta, per voto fatto in una tempesta di mare, mentre dall'Oriente tornava a R. nel 424. A pianta basilicale, con l'abside affiancata dalle due pastophoria, si presenta oggi molto rimaneggiata (anche per i danni gravissimi dell'ultima guerra) e priva del suo complesso musivo, descritto dall'Agnello. In Classe, della grandiosa Basilica Petriana, eretta dal Crisologo, e del suo battistero tetragono, più nulla; nemmeno è nota la forma di questa che fu la seconda cattedrale della Chiesa classicana, sorta entro il recinto intramuraneo del a castrum s, quando già la sede era stata trasferita a R. da alcuni decenni.

Per il secondo periodo bisogna attendere il Regno di Teodorico. Il Goto volle forse emulare gli antichi imperatori, volle che la R. " sua " nulla avesse da invidiare alla precedente. E un periodo di pochi decenni, ma le costruzioni sacre si moltiplicano: tutte ariane. Per la Chiesa cattolica ravennate è invece un periodo di stasi : unico monumento, la cappella dell'episcopio. Caratteristico edificio a tre piani, a croce greca, come elemento architettonico comune ai tre ambienti principali. Al piano superiore il «monasterium S. Andrea» del Tricoli, absidato e preceduto da un piccolo atrio. Fu costruito da Pietro II (494319). Del complesso ariano è pervenuta l'antica Basilica Palatina, a tre navate, dedicata al nome di Gesù, ed oggi conosciuta con quello di S. Apollinare Nuovo. Spoglia di ogni ornamento, rimane ancora in piedi la minore basilica dell'Anastasi ariana (chiesa dello Spirito Santo), che ha contiguo il proprio battistero, il quale nella forma ripete quello dell'Ursiana. Solenne, possente, quasi opera romana, dove già fu il sobborgo settentrionale con le abitazioni, chiese ed episcopi dei Goti, sta ancora la «Rotonda», il mausoleo del Re, unico edificio tra gli antichi non in cotto, cui fa da cupola l'immenso monolito in pietra d'Istria del peso di 300.000 kg .

Più fastosa la fase bizantina. Ad essa è unito il nome di Giuliano Argentario, figura ancora misteriosa nelle sue attribuzioni, ma intimamente legata ai maggiori monumenti del secondo quarto del sec. vi. Con lui, la basiliche ravennati hanno tramandato il nome di Massimiano, che nei primi anni del governo di Bisanzio resse la chiesa di R. : la basilica di S. Vitale, che nella sua pianta centrale, si differenzia da tutte le altre di R. ; l'altra coeva di S. Apollinare in Classe, in cui il trionfo del fondatore della Chiesa ravennate raggiunge il suo apogeo. Altre di quest'epoca sono cadute: S. Stefano Maggiore, S. Andrea Maggiore S. Michele in Africisco. Altre sono arrivate a noi più o meno strasformate: S. Maria Maggiore, S. Agata Maggiore, i SS. Giovanni e Paolo. Ma le superstiti furono e

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(Ist. Bromastampa, Turina Milano)
Ravenna, arcidocesi di - Facciata della chiesa di S. Apollinare Nuovo (sec. vi) - Ravenna.
sono così ricche di marmi e cosi splendenti nei loro musaici da lasciare un ricordo incancellabile. Di tutti questi monumenti di sacra architettura, nei quali il mattone forma l'unico materiale costruttivo; cosi semplici, ma alle volte anche cosi pieni di movimento nel gioco delle masse e delle cortine esterne, si è parlato e si continua a parlare. Roma od Oriente? Roma o Bisanzio? Chi potrà mai risolvere il dilemma? Occorre però tener presente, nella loro valutazione, sempre, ch'essi sorgono in una città che con l'Oriente ha avuti continui contatti. Spesso si continua a ripetere che certe loro particolarità costruttive attribuiscono ad essi un primato, che invece non hanno. Peculiarità delle chiese di R. l'abside poligonale all'esterno e volta ad oriente; l'uso del pulvino, costante anche negli edifici noti solo attraverso documentazione grafica (Ursiana); ma son caratteristiche codeste che non appaiono certo per la prima volta a R. Con più facilità si sente ancora ripetere o si legge, ed è opinione meno contrastata, che son proprie dell'architettura sacra ravennate la pratesi ed il disconicon, anche se di origine non ravennate, e l'ardica o quadriportico. Ma anche in questo si è voluto generalizzare troppo. Le due pastophorie sono proprie solamente di un numero limitato di basiliche (S. Giovanni Evangelista, S. Vitale, S. Apollinare in Classe, tra quelle a noi note. La costruzione della prima è legata al ritorno dell'Augusta dell'Oriente; quella delle altre due risale ad un periodo in cui Bisanzio domina già, anche se l'una e l'altra hanno per mandanti due vescovi anteriori all'occupazione di Belisario : Ecclesio ed Ursicino); mancano in tutte le altre, sia anteriori, che posteriori. Cosi pure l'ardica, la cui esistenza avanti alle basiliche non si può provare prima di Massimiano.

Anche i complessi musivi ravennati seguono cronologicamente le diverse fasi costruttive e dei singoli periodi risentono l'influenza. Appartengono al periodo più antico e sono più sobrii nella composizione e nel cromatismo, quelli del mausoleo detto di Galla Placidia e del battistero dell'Ursiana. Al periodo teodoriciano risalgono le composizioni del battistero ariano, la gran parte di quelli
di S. Apollinare Nuovo, con i quadri evangelici superiori, la solenne Vergine in 'Trono, la raffigurazione delle città di R. e di Classe, le figure dei Profeti, tra le finestre, il Cristo in trono (sebbene in gran parte rifatto). Anche quelli della Cappella arcivescovile, con i clipei dei santi (forse quelli dell'antico canone ravennate), hanno una pacatezza di colore ed una bellezza di forma, che non si troverà più tardi. Singolarmente interessanti qui, la più antica immagine di s. Cecilia che abbia tramandata l'arte cristiana; la testa di s. Paolo e quella caratteristica di s. Andrea. Mentre la figura del Cristo guerriero nell'atrio, richiama il più antico stucco del vicino battistero. In S. Vitale, in Classe, nei musaici giulianei, il disegno cede al colore. L'oro, lo sfarzo cromatico regnano talmente sovrani, che i difetti di disegno appaiono trascurabili. Eppure anche in queste due Basiliche la mano degli artisti è sempre guidata da un concetto preordinato, che non è fine a se stesso. Cosi in S. Vitale per i due grandi quadri storici di Giustiniano e Teodora e nelle raffigurazioni dei sacrifici. Cosi in S. Apollinare in Classe, dove la figura del Santo eponimo campeggia sovrano, nel concetto dominante del Buon Pastore, di cui Cristo, trasfigurato e raffigurato al centro della gran Croce gemmata, è il tipo e l'esempio ed Apollinare l'imitatore. R. è per antonomasia la città del musaico, del più bel musaico, che per il suo colore possa colpire occhio umano. Ma nella valutazione anche di questa sua preregativa, contrasti e dissensi. Certo più vicino allo spirito di Roma ed a quello che ha animato i musaicisti di Napoli e Milano, i nostri del sec. v, specie le raffigurazioni placidiane del Buon Pastore e del s. Lorenzo del Mausoleo. Già preludio di uno spirito nuovo quelli del periodo teodoriciano : spirito nuovo, che si manifesta in pieno nei musaici della metà del sec. vi e, quasi maggiormente, nelle due teorie di santi e sante, con cui Agnello, successore di Massimiano, decorò le pareti di S. Apollinare Nuovo, quando consacrò al culto cattolico ed al nome di s. Martino di Tours la chiesa palatina ariana. Arte, che durò nei secoli, quella dei musaicisti ravennati; che più tardi potè comporre alcune raffigurazioni di sostituzione o di restauro; che si diffuse nell'alto Adriatico e in R. dette gli ultimi suoi prodotti, non indegni del passato, nel grande cielo della rinnovata Basilica Ursiana, ai tempi dell'arcivescovo Geremia (1112). Raffigurazione questa, che ora è nota solo attraverso i disegni settecenteschi ed i resti lasciati dai distruttori (Vergine orante e teste di santi nel Museo arcivescovile).

Oltre ai musaici R. ha un complesso particolare di sculture, i cui pezzi maggiori sono dati da un numero singolare di sarcofagi in marmo greco, i quali, iconograficamente, si distinguono dai palencristiani di Roma. Se circa i musaici e le basiliche vi sono state e vi saranno ancora discussioni, i dissensi e le teorie non sono minori per le opere scultoree. Manca per i sarcofagi un punto sicuro di riferimento. Ed anche i pezzi cui è possibile dare una data son di tale natura, che non servono al raffronto. Da quelli romano-pagani riadoperati, ai cristiani dallo schema semplice, con Cristo in cattedra o ritto, che dà la legge, agli altri scompartiti ad edicolette, ma sempre con figure umane si va alle casse in cui domina sempre e solo il simbolismo, sino agli ultimi, sicuramente del sec. viII, di lavorazione rozza, quasi infantile. Sono sparsi un po' ovunque per R.; nelle sue basiliche e tra il verde della zona dantesca e del prato circostante S. Vitale; pochi esemplari nel Museo nazionale. In S. Vitale quello detto di Isacio, dove i temi cimiteriali si fanno ancora vedere; in Braccioforte il grandissimo, già presunta tomba del profeta Eliseo, dove il Cristo seduto in cattedra, conculca leone e drago mentre nei fianchi sono due scene mariane: la Visitazione e l'Annunziazione. A Porto fuori, tratto di tra le macerie della Basilica, il bellissimo sarcofago di Pietro peccatore ed in S. Francesco due, ad edicolette, che sono tra i più importanti. In Metropolitana un gruppo di 4 (uno nascosto entro l'altar maggiore), tra cui due grandissimi e ricchissimi nell'ornamentazione. In S. Apollinare in Classe, il gruppo più cospicue, tra i quali quello detto di Teodoro, che per la sua ornamentazione si avvicina tanto, anche in piccoli particolari, ad un altro

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cospicuo monumento ravennate sicuramente attribuibile al sec. vi : la cattedra eburnea di Massimiano, pezzo più unico che raro. Altre sculture : i due amboni del sec. vi, il mutilo della Cattedrale, che reca il nome dell'arcivescovo Agnello (m. nel 569 ) e la parte anteriore di quello dei SS. Giovanni e Paolo, degli ultimi anni del secolo. Il concetto, che ha guidato i due artisti. è il medesimo, ma quanto differente l'esecuzione! In riquadri son raffigurati animali, dai pesci sino agli agnelli ed ai volatili.

Sino al rooo-1 100, oltre che con i musaici l'arte di R. si prolunga anche con quelle costruzioni sacre, diffuse maggiormente nelle campagne, le quali hanno tutte uno schema generale e le navate son divise non più da colonne, ma da pilastri, spesso con appendici rostrate. E quella che è stata chiamata l'architettura deutero-bizantina e protoromanica, architettura che ha i suoi primi prodotti nelle torri campanarie, che verso il goo cominciano a sorgere ai lati delle antiche basiliche e delle nuove chiese. Torri cosi caratteristiche nella forma cilindrica, la più diffusa, che dànno una nota specifica alla città di R.

Dopo gli ultimi fulgori dei musaici dell'arcivescovo Geremia e la costruzione delle basilicherie rurali, anche nel campo artistico la grande missione di R. è finita. Nel '200 e nel ' 500 gli Ordini religiosi nelle loro chiese e nuovamente erette, o frutto di trasformazioni, danno qualche bell'esempio del gotico italico ed i cicli pittorici di S. Francesco, di S. Maria in Porto fuori, di S. Chiara (i primi due quasi per intero scomporsi); ma son maestri costruttori, che vengono dal di fuori. Sono i maestri del colore della scuola di Rimini, che, seguaci di Giotto, tengono in Romagna il campo. Il sec. xv, veneziano, lascia in R. alcune costruzioni civili, semplici e piacevoli; il Palazzetto di Piazza maggiore, in cui furono riempiegate le colonne di granito della distrutta Basilica "gotorum", che nei capitelli recano il monogramma di Teodorico. Come Pietro Lombardi lavora per la città il complesso delle due colonne di Piazza, con la statua benedicente di S. Apollinare, e l'opera marmorea della tomba di Dante. Il xvi, lascia invece le nuove costruzioni monastiche imponenti di S. Maria in Porto in città, con la nuova Basilica, la loggetta del giardino ed il chiostro veramente mirabili. Cosi pure i grandiosi chiostri di S. Vitale e del conobio urbano classense, pieni di eleganza. Nella scultura Tullio Lombardi lavorerà per R. il suo capolavoro nella statua giacente di Guidarello Guidarelli. Per munificenza del card. Pietro Aldobrandini, nei primi anni del ' 600 , sorge, quasi appendice dell'antica Ursiana, la cappella del S.mo Sacramento, una delle più belle di Romagna, di cui dette il disegno il Maderno, e curò la decorazione pittorica Guido Reni. Già nei due secoli precedenti alcuni pittori ravennati, buoni, ma non ottimi, diffusero nella chiese di R. le loro opere: Niccolò Rondinelli, quattrocentesco, e Luca Longhi, del ' 500 . Il sec. xviri fu invece terribilmente nefasto, perché antiche chiese furono malamente trasformate, troppe cose, che forse era possibile salvare, furono condannate al piccone. In compenso si ebbe la nuova Cattedrale e da Camillo Morigia, architetto non di scarso valore, il complemento dell'imponente facciata di S. Maria in Porto e l'attuale tempietto sepolcrale di Dante. L'Ottocento serbò solo distruzioni, il Novecento sembra voler trasformare il volto della vecchia città, mentre i lavori di consolidamento degli antichi monumenti formano la preoccupazione di cittadini e governo. Si hanno i ripristini, non sempre lodevoli, si procede al distacco ed alla pulitura dei complessi musivi, lavoro che ancora prosegue.
III. Personaisti illustri. - Uomini celebri R. ha spesso accolto tra le sue mura, ma pochi dei suoi figli sono usciti dalla mediocrità, come pochi hanno raggiunto la celebrità e la gloria.

Venanzio Fortunato, sebbene figlio della Marca Trevigiana, ebbe in R. la sua formazione culturale e di educazione potrebbe quasi chiamarsi ravennate. Nel sec. ix Andrea Agnello, il già ricordato autore del Liber Pontificalis (v.). Poi Guidone, meglio conosciuto come l'Anonimo o il Geografo di R. Negli anni attorno al Mille, dominano figure gigantesche, i tre Santi ravennati : Romualdo, Guido Strambiati, abate di Pomposa, Pietro Da-
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(10t. Alinari)
Ravenna, arcidicest di - Paiticolare del transito della Vergine. Affresco di scuola riminese (sec. xiv), distrutto dalla guerra. Ravenna, chiesa di S. Maria in Porto fuori.
miano. Tra gli storici vanno ricordati Desiderio Spreti (sec. xv), Girolamo Rossi (sec. xvi), Girolamo Fabri e Serafino Pasolini (sec. xvII), Pier Paolo Ginanni e Camillo Spreti (sec. xviri). E ravennate Tomaso Rangelo, detto il filologo, vissuto a Venezia nel sec. xvir, cosi il sac. Francesco Negri, noto viaggiatore del sec. xvir, che, cosa singolare per i suoi tempi, esplorò il nord d'Europa, spingendosi sino al circolo polare artico. Tra gli ecclesiastici emergono pure il card. Cesare Rasponi, creato da Alessandro VII, ed il cui nome è legato alla storia della Basilica Lateranense; nono. Francesco Ingoli (m. nel 1649), primo segretario della Congregazione di Propaganda Fide, che in R. volle istituito il Collegio di S. Efrem, per alunni, destinati al sacerdozio, della nazione maronita; nono. Ludovico Pizvi, dei Minori, patriarca latino di Gerusalemme (m. nel 1903); il p. Giovanni Genocchi (v.), noto missionario. Particolare menzione merita l'archeologo A. Zirardini (m. nel 1785), le cui opere sono ancora oggi preziose per lo studio dei monumenti ravennati. L'abate Marini ebbe da lui gran parte del suo materiale per i "Papiri diplomatici ". E nel ricordo va unito allo Zirardini il nome di Marco Fantuzzi, che con la sua opera Monumenti ravennati de' secoli di mezzo, in 6 tomi, ha fornito agli studiosi una miniera di documenti spettanti R. Tra gli uomini di ieri meritano un posto speciale, nel ricordo, Antonio Tarlazzi, canonico ed archivista arcivescovile, che del Fantuzzi fu il continuatore, come lo fu delle Memorie regre di G. Fabri; cosi uno dei suoi successori, d. Girolamo Zattoni (m. nel 1905), storico e critico di non comune valore. Ricercatore diligente fu Silvio Bernicoli, che i tesori del suo Archivio storico comunale fece oggetto di studio in preziosi contributi di storia locale. Fra tutti, emergono ai nostri giorni due nomi : Corrado Ricci (v.) e Santi Muratori, bibliotecario della Classense, che ha illustrato R. in articoli e in studi condotti con assoluta serietà scientifica. Egli dell'amore della sua città, della difesa del suo patrimonio storicoartistico fece l'oggetto costante di tutta la sua vita. La morte lo colse la sera del 30 dic. 1943, mentre le prime bombe recavano danni alla città ed ai suoi monumenti.

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(fot. Alinari)
Ravenna, arcibigceri di - Chiesa di S. Maria in Porto e loggetta del 1308 opera di maestri lombardi - Ravenna.
Ed un altro nome va unito a quello di R. : Giovanni Pascoli, che di R. si considerò sempre figlio. Difatti la sua famiglia da secoli figura tra quelle della città ed il babbo suo, Ruggero, nacque in R. il 24 marzo 1813.
IV. R. attuale. - La città sembra quasi non presentare nulla di notevole. La pianura immensa la circonda. Il canale naviglio Corsini la unisce ancora al suo mare, per lei sempre fonte di vita. La pineta, che Dante ha cantato e Byron prediletta, pur molto rovinata dalle devastazioni tedesche ed alleate dell'ultima guerra, è sempre la sua corona regale. Gravi le ròvine recate dai bombardamenti, dalle quali sta risorgendo alacremente. Rimane però sempre la "dolce morta" e nelle sue vie, regna spesso il silenzio. E capolungo di una delle più piccole province d'Italia (kmq. 1863, ab. 294-782), mentre il territorio del suo comune (kmq. 61.777, ab. 87.000 ) è tra i più vasti. Le sue mura hanno ancora il perimetro che le dette l'ultimo ampliamento teodoriciano, mentre alla sua periferia stanno risorgendo quei sobborghi che già le facevano corona nell'antichità.

Il Museo nazionale raccoglie pezzi preziosi ; stoffe antiche e medievali, avori bizantini, ceramiche, sculture romane e paleocristiane, tra cui, preziose, le antiche transenne di S. Vitale e S. Michele in Africisco. Ricchissimo il medagliere con tutte le monete coniate dalla zecca di R. Più ridotto il Museo arcivescovile, che ospita pezzi di eccezionale importanza; la cattedra eburnea di Massimiano; una croce stazionale d'argento, forse del sec. ix : steli classiarie; musaici e transenne dell'antica Ursiana. Preziosa una raccolta di stoffe liturgiche, tra cui due casule (la più antica riferibile intorno al Mille); guanti liturgici con borchie del ' 300 ed alcuni brandelli rinvenuti nel 1949 in sarcofagi di Classe, tra cui un velo per le offerte liturgiche, frammenti di cingolo ed, integro, un succintorio, l'unico che sinora si conosca dell'antichità. Stoffe queste ultime che vanno assegnate alla fine del sec. vir o al principio del seguente.

Preziosissimo il materiale archivistico di alta antichità. La sezione di R. dell'Archivio di Stato raduna tutti i fondi delle soppresse corporazioni religiose, con copia immensa di materiale, tra cui ca. 8000 pergamene, le più antiche del sec. viII. L'Archivio storico arcivescovile, lo «scrinarium» della Chiesa ravennate, oltre ai catasti, diaccetti ed ai 200 diversorum, raccoglie ca. 13.000 pergamene, che vanno dal sec. viri in poi. 5 sono i papiri che rimangono : la gran parte del patrimonio archivisticopapiraceo ravennate è ora dispersa. Si ricorda il grandissimo di Pasquale I (819), il più antico diploma pontificio che si conservi integro. Anche l'Archivio capitolare custodisce buon numero di pergamene antiche ed un codice con miniature di Giulio Clovio, messale del card. Della Rovere (sec. xvi).

Tra le biblioteche italiane di provincia, un posto di
primaria importanza tiene la Classense di R., iniziata come biblioteca monastica camaldolese. Quale Biblioteca aperta al pubblico ne fu fondatore il cremonese abate Pietro Canneti, agli inizi del sec. xviri. A quest'epoca risale la bella sala maggiore, con scansie di legno intagliato e decorazione in stucco e pittoriche. Divenuto comunale nel 1804 , fu ampliata con i fondi delle biblioteche religiose soppresse; poi in seguito il suo patrimonio librario fu continuamente accresciuto sino al numero attuale di ca. 150.000 voll. Possiede inoltre 700 incunaboli, preziosi codici, tra cui un membranaceo del sec. xi con 11 commedie di Aristofane, ed un gruppo, per numero e qualità più unico che raro, di silografie primitive italiane e tedesche del sec. xv. Completa può dirsi la bibliografia ravennate in opere antiche e moderne. Cospicua la raccolta delle edizioni e pubblicazioni dantesche, tra cui un codice della Divina Commedia del 1369. Ausilio grandissimo per gli studiosi : il ricco schedario ravennate, raccolto con paziente lavoro di lunghi anni dal bibliotecario S. Muratori.
Specializzata in materie politiche ed in storia contemporanca la moderna Biblioteca Oriani.

Il Seminario arcivescovile raccoglie i giovani aspiranti al sacerdozio per tutto il corso degli studi, dal ginnasio alla teologia. Mentre le pubbliche scuole hanno tutti gli istituti d'istruzione media. L'Accademia di Belle Arti raduna il Liceo artistico e la scuola del musaico e possiede una buona pinacoteca, nelle cui sale si conservano la statua di Guidarello e preziosi dipinti, non ultimo il S. Romualda del Guercino. La Ca' Matha, unica tra le istituzioni ancora esistenti, continua la antiche Scholae Romanae. E essa un'antica società di pescatori, tra le più antiche compagnie di Europa, di cui si ha notizia già in una pergamena dell'Archivio arcivescovile del 943.

BibL.: la bibl. ravennate è talmente copiosa, che è impossibile darne un elenco completo. Ci scontenteremo quindi di clencare qui gli studi di carattere generale e di maggior rilievo. G. Gerola e S. Muratori, Bibliogr. di R. e regione: Ministero pubbl. istrus., Elenco degli Edifici monumentali, XXIX, Provincia di Ravenna, Roma 1916; Fella Ravenna, indici della prima serie 1911-29 (Ravenna 1933; F. S(aporetti), Santi Muratori, elenco delle pubblicazioni: Il Comune di Ravenna, nuova serie 1947. C. Ricci, R. e i suoi dintorni, R. 1808; C. Diehl, Etudes sur l'Administration byzantine dans l'Exarchat de R., Parigi 1888; C. Sangiorgi, Il battistero della Basilica Ursiana in R., Ravenna 1900; K. Goldmann, Die ravennaticchen Sorbapbages, Strasburgo 1906; V. Federici, Regesto di S. Apollinare Nuovo, Roma 1907; F. Lanzoni, Il «Liber Pontificalis» di Aquello, Savonar 1909; V. Federici - G. Buzzi, Regesto della chiesa di R., Roma 1911; G. Loreta, Papi, cardinali, arcis. e vers. ravennati, Bagnacavallo 1912; P. D. Pandini, R. e le sue grandi memorie, Roma 1912; F. Lanzoni, S. Severo vers. di R., in Atti della R. Deputaz. di stor. patria per la Romagna, Bologna 1911-12; J. Hart, Die Wandoesschen von R., Monaco 1912; F. Lanzoni, Le fonti della leggenda di S. Apollinare di R., Atti R. Deputaz. di stor. patria per la Romagna, Bologna 1915; S. Ghigi, Il battist. degli Ariani in R., ivi 1916; S. Muratori, Dante e R., in Il IV Centenario dantesco, 4 (1921), pp. 74-94; G. Gerola, L'architett. deutero-bizantina in R., in Ricordi di R. medien., Ravenna 1921: id., Il restauro del battist. ariano in R., in Studien zur Kunst des Ostens, Dresda 1923, p. 117 sgg.; C. Ricci, Guida di R., Bologna 1923; L. Rava, La pineta di R., Roma 1926; E. Hutton, The story of R., Londra 1926; L. Miserocchi, R. e ravennati nel sec. XIX, Ravenna 1927; W. Barbieri, La dominaz. veneto a R., ivi 1927; G. Galassi, L'architett. protoromanica nell'Esarcato, ivi 1928; C. Diehl, R., Parigi 1928; A. Torre, Natizis sui rapporti tra R. e l'Istria nel Medioevo, in Aemuario 1916-17 del R. Liceo scientific. A. Oriani s, ivi 1928, pp. 38-80; A. W. Byvanck, De Mosaiken te R. en het Liber Pontif. eud. Ramennatie, in Mededeelingen van het Nederlaseb Histr. Instit. te Rome, 'S-Grevenhage 1928, p. 61 sgg.; G. Galassi, Roma o Bizanzio, Roma VIII [1929]; C. Ricci, Tavole storiche dei mosaici di R., ivi 1933; C. Cocchelli, La cattedra di Massimiano, ivi XIV [1933]; E. Will, St. Apollinaire de R., Parigi 1796; P. Versone, L'architettura dell'XI sec. nell'Esarcato, in Palladio, 6 (1940), pp. 98-112; G. Lucchesi, Note agiogr. sui primi vers. di R., Fsensa 1941; E. Dyggee, Ravennatum Palatium sacrum. La Basil. ipstrole per le cerimonie, Copenaghen 1941; G. Lucchesi, Nuove note agiogr.

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ravennati, l'kenza 1943; M. Lawrence, The varraphagi of R., s. I. 1945; S. Muratori, I mosaici ravennati della chiesa di S. Vitale, Bergamo 1943; O. G. von Simson, Sacred Fortress, Chicago 1948; G. Rodenwaldt, Bemerhengen zu den Katacrmosaiken in S. Vitale, in Jahrbuch des Deutschen Archäologischen Instituts, voll. 39-60 (1944-45, 1949), pp. 80-110; F. Crosara, Le «avie» ravennati dell'alto medioevo e la Carta piscatoria del 943, Modena 1949; L. Gambi, Cn'era la Padua, l'kenza 1950; M. Mazzotti, Matiiniano di Pola, in Pagina istriana, $3^{\circ}$ serie, I, 4 (1950), pp. 14 21; id., Questioni portucni, in Studi romagnoli, II, Faenza 1951; A. Benini, Le basilico rinascimentale di S. Maria in Porto e i suoi cimeti, Ravenna 1950; G. Bovini, Il cusidario maunolo di Galla Placidia in R., Città del Vaticano 1950; id., Guida del Museo nai, di R., Ravenna 1951. Inoltre notizie e studi cogniziasimi con recensioni di scritti a soggetto ravennate in Felix Ravenna, rivista che dal 1911 si pubblica in R. Così pure in Il romano di R., boll. di cronaca amministrativa, che si pubblica senza fine periodicità, S. Muratori, s. v. in Enc. Ital., XXVIII, pp. 868-79; id., s. v. in Appendice, I, pp. 961-62 con copiosa bibl.; L.Gambi, s.v. in Appendice, II, p. 668.

Mario Mazzotti
V. Scuola di diritto di R. - Anche se l'esistenza di una scuola di diritto non è da tutti ammessa, R. fu certo un importante centro giuridico. L'imperatore Lamberto vi emanò il Capitolare dell'896, cui non dovettero essere estranei gli esperti ravennati; al tempo degli Ottoni vi si tennero i grandi concili ed il Tribunale imperiale con giudici e avvocati di parte imperiale, pontificia e vescovile, presieduti dall'Imperatore, dal Papa e dall'arcivescovo, o alle presenza di quest'ultimo. Se l'esistenza di una scuola non è comprovata, la partecipazione dei giuristi ravennati e la loro influenza sul diritto nell'Esarcato e oltre (ad es., in Toscana) è indubbia. R. fu sempre ambiente propizio alla cultura e non conobbe le gravi crisi sofferte da Roma e da altre regioni. Presso la Corte imperiale aveva i notarii riuniti in schola e loro primicerio fu quel Giovanni che, eletto imperatore e non riconosciuto da Bisanzio, fu giustiziato come usurpatore (a. 425); in epoca più tarda vengono ricordati scribi o forenses, poi tabelliones o notarii civitatis; la Chiesa ravennate vantava i suoi scriniarii, fra cui Michele fattosi arcivescovo intruso (a. 770-71), una schola tabellianum ed una schola defensorum. Si ebbero così un centro di cultura cittadino ed uno ecclesiastico, insieme alla famosa scuola di arti liberali, dove tuttavia l'insegnamento del diritto era superficiale. I giudici e notai ravennati compirono invece un'importante riforma tra la fine del sec. ix e il principio del sec. x, con la definitiva prevalenza del diritto giustinianeo sul teodosiano (Leicht). Nel sec. xi erano esperti romaniati i sapientes civitatis, sostenitori del computo romano dei gradi di parentela contro quello canonico difeso da s. Pier Damiani (a. 1045), e ad essi si rivolgevano i Fiorentini, ma non è ben certo se fossero doctores, cioè maestri. Nella lotta delle investiture R. e l'arcivescovo furono di parte imperiale e il giurista Pietro Crasso, autore di un trattato perduto De actionibus, conosce nel 1080 la Defensio Heinrich IV regis, per cui va noto. Centro giuridico, dunque, o, secondo il Gaudenzi, scuola formata come quella di Pavia da un consesso di giudici arioggianti i legislatori. Un accenno dà il glossatore Glofredo, affermando che da Roma i libri legales fuerunt deportati ad civitatem Ravennae et de Ravenna ad civitatem istum, cioè a Bologna: dunque fra il 1106, Si nodo di Guastalla, e il 1116, riconciliazione di Enrico V con Bologna. Ma potrebbe essere un espediente per dare a Bologna una tradizione romana, o un'allusione all'influenza di Carlo Magno nella fondazione delle scuole (Schupfer), o al passaggio del diritto romano e dell'idea imperiale dai suoi primi centri ormai decaduti ai Glossatori che se ne resero interpreti e sostenitori a Roncaglia (v.). Il diploma di Federico I (a. 1162) consacrò la preminenza di R. per la temporum antiquitate, honorum dignitate fideique sinceritate pre cunctis civitatibus Italia e se nel documento non è ricordata la Scuola è palese l'accenno ai meriti dei giuristi e politici ravennati nella difesa dell'Impero. Nel 1268 sarebbero stati inviati a R. un dottore, Pasio della Noce, e trenta scolari per dare nuova vita ad uno Studio generale decaduto. Ma è nel 1561 che un breve di Pio IV dette allo Studio i privilegi, poi confermati da Benedetto XIII. La sua esistenza fu
spesso precaria per la vicinanza con Bologna; tuttavia in R. non mancarono giuristi di valore. Venuto meno lo Studio generale, si mantennero per qualche tempo fra gli istituti di cultura cittadina l'Accademia camaldolesc dei Concordi e sin quasi ai nostri giorni il Collegio dei Nobili.

Bibl.: A. Tarlazzi, La scuola del dir. romano in R. e in Bologna, in Atti dep. st. patria per la Romagna, $5^{\circ}$ serie, 4 (1881-82); V. Rivalta, Discurso sopra la scuola delle legzi romane in R. ed il collegio dei giuraconnalti ravennati, Ravenna 1888, pp. 3-73; F. Schupfer, Man. di stor. del dir. ital., Le Fonti, Città di Castello 1908, pp. 203-207; A. Gaudenzi, Lo svolgimento parallelo del dir. longabardo e del dir. romano a R., in Mem. Arc. scienze dell'Ist. di Bologna, cl. sc. mor. sec. giur., $1^{\circ}$ serie, 1 (1906-1907), pp. 3-106; A. Sorbelli, R. e le origini dello Studio bolagmesc, in Il Comune di R., III (1956), pp. 3-14; P. S. Leicht, Bologna e il centenario delle Pandette, in Scritti vari, II, 1, Milano 1948, pp. 204-13; id., R. e Bologna, ibid., pp. 216-26.
VI. Statuti di R. - R. fu uno dei primi Comuni d'Italia. Si ricordano nel 1111 i Capitanei e con Federico I un podestà da lui imposto, mentre i paesi sul Po ebbero i loro soggetti a quelli di R. Con un diploma del 1162 l'Imperatore stabilì anche il giuramento dei Capitanei, l'elezione dei consoli, mediante l'investitura imperiale, il rinnovo del loro giuramento ogni cinque anni, le regalie e l'amministrazione della giustizia, la sistemazione delle enfiteusi; si impegnò poi a sostenere i diritti delle Chiese, dei Capitanei e dei cittadini di R. nelle altre città e nelle terre tolte loro con la violenza, e viceversa; infine a non dimostrare in R. con l'esercito ma solo con l'Imperatrice ed i principi. I primi Statuti noti sono attribuiti all'epoca 1180-1260 (ed. Zoli-Bernicoli) e la disposizione iniziale è il giuramento del podestà a difendere la Chiesa, a combattere gli eretici, a seguire la Costituzione di Federico I. Al governo di Lamberto, già fattosi podestà perpetuo, appartengono gli Statuti del Maggior Consiglio (a. 1304 1306, ed. Tarlazzi) ed anche quegli Statuti nuovi della Ca' Matha (a. 1304) dedicati ad onore di Dio, della Vergine, dell'arcivescovo Rainaldo e di Lamberto come dei suoi successori in regimine civitatis, essendo egli quale podesta Defensor dicti Ordinis. Al governo di Ostasio di Bernardino da Polenta spettano gli Statuti capitaneali, forse del 1327, recentemente scoperti; al dominio veneto gli Statuti proposti nel 1461 e terminati poco dopo un decennio (ed. Tarlazzi); al dominio pontificio quelli del Consiglio di Giustizia (1315, ed. Tarlazzi) con premessa in latino e testo in volgare e la riforma di Gerolamo Ruggini stampata postuma nel 1590; infine gli Statuti dei Novanta Pacifici (1687). Importanti rubriche politiche sono in quelli di Ostasio, che dominava la città con il titolo di Capitaneus et Defensor, riservandosi tota custodia ipsius civitatis et districtus, il diritto di perseguitare i nemici del Comune e suoi, di regere et conducere ac defendere cines et districtuales, di custodire la città e le porte e stabilirvi propri fortilizi. Contro i vari tiranni di Romagna le S. Sede opponeva i bandi dei Rettori; e del 1321 la fiera protesta del card. Americo di Chalus; ma nel 1327 Ostasio, sentendosi in pericolo perché ribelle al card. Bertrando del Poggetto, vincolò alla propria difesa il Comune con gli Statuti fatti allora comporre. La S. Sede, che non aveva mai cessato di rivendicare la sovranità dell'Esarcato, né concesso ai Comuni di crearsi una magistratura permanente, perché vera tirannide, solo più tardi e ad imitazione dell'Impero legalizzò i Signori quali vicarii pro Romana Ecclesia, fino a che poté segnare la vittoria su vicariati, signorie e autonomie comunali, stabilendo, dopo l'esperimento borgiano, lo Stato Pontificio su più salda base e reintegrandolo nei limiti della donazione di Pipino con la definitiva annessione, dopo la parentesi veneta, di R. e dell'Esarcato. - Vedi tavv. XXIV-XXVII.

Bibl.: P. D. Pasolini, Gli Statuti di R., Firenze 1868, pp. 11-67; A. Tarlazzi, Statuti del Comune di R., in Menom. stor. pertinenti alle pres. di Romagna, I, Ravenna 1888, pp. 4-2421; G. De Vergonini, Lezioni di stor. del dir. ital., Il dir. pubblico ital. nei sect. XII-XV, II, Bologna 1951, pp. 121-41; F. Crosara, I poteri di Ostasio da Polenta, Capitaneus et Defensor civitatis, in Felix Ravenna, fasc. IV-V (Lv-Lvi), apr.-ag. 1951.

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RAVIGNAN, Gustave-Xavier Delacroix de. Gesuita, oratore, n. a Bayonne il $1^{\circ}$ dic. 1795 , m. a Parigi il 26 febbr. 1858.

Abbandonata la magistratura, entrò nel 1822 nella Compagnia di Gesù, e, ordinato sacerdote nel 1828, insegnó teologia nel collegio di Saint-Acheul. Nel 1837 successe al p. Lacordaire sul pulpito di Notre-Dame a Parigi, che tenne fino al 1846 , quando dovette ritirarsi per l'affievolimento della voce. Nelle conferenze studiò la lotta religiosa, le verità fondamentali, le relazioni tra ragione e fede, il dogma e il decalogo considerato come legge di rispetto. Per influire ancor di più sulle anime aggiunse dal 1842 alle conferenze quaresimali i ritiri pasquali. La sua predicazione, fatta di eloquenza persuasiva, profonda religiosità, e animata dalla voce sonora, dal gesto ampio e sobrio, che dimostrava la sua intima fede (è rimasto celebre il suo segno di Croce all'inizio delle conferenze) gli cattivò ammirazione e stima, ma soprattutto suscitò molte conversioni, specialmente fra gli intellettuali e l'aristocrazia. Dal 1846 attese ancora a conferenze più raccolte, tridui, esercizi, esortazioni spirituali in collegi e conventi.

Fu anche apologista serrato nella difesa del suo Ordine: De l'existence et de l'institut des Jésuites (Parigi 1844; 11 ed., Bruxelles 1898 ; seguita da molte tradd.); Clément XIII et Clément XIV (2 voll., Parigi 1854), contro le esagerazioni del Crôtineau-Joly e del Theiner. Le conferenze e le altre opere ascetiche, tanto ricercate e riedite furono pubblicate postume: Dernière retraite... aux religieux carmélites pendant le mois de Novembre 1857 (ivi 1857); Entretiens spirituels... recueillis par les Enfants de Marie (ivi 1859); Suite des entretiens... suivie de quelques passages de sa correspondance (ivi 1863); Conférences du rev. p. de R. (4 voll. a cura di C. Aubert, ivi 1860); La vie chrétienne d'une dame dans le monde (ivi 1860 ).

Biel.: Sommervogel, VI, 1499-1507; IX, p. 797; A. de Ponlevoy, Vie du p. X. de R., 2 voll., Parigi 1860; 17* ed., ivi 1907: M. Poujoulat, Vie du p. X. de R., ivi 1890, P. Parnessolo, Les conférences de Notre-Dame, I, ivi 1932. pp. 191-287.

Celestino Testore
RAWALPINDI, Diocesi di. - Deriva dalla prefettura apost. di Kafiristan e Kashmir, eretta il 6 luglio 1887 con territorio distaccato dalla diocesi di Lahore e affidata ai missionari della Società di S. Giuseppe di Mill Hill.

Venne elevata a diocesi, col nome di R., il ro luglio 1947, restando affidata alla medesima società e dichiarata suffraganea dell'arcidiocesi di Delhi e Simla. Il 14 luglio 1950 i confini sono stati ridotti a quella parte di territorio che risulterà appartenente al Pakistan occidentale, dopo concluse le trattative, ora in corso, circa l'appartenenza politica del Kashmir. Il 15 luglio 1950, erigendosi la nuova provincia ecclesiastica di Karachi, la diocesi di R. ne è stata dichiarata suffraganea. Ha una superficie di 269.097 kmq . Il territorio è in gran parte montuoso (vi si trova il gruppo del Caracorum) ed è attraversato dal fiume Indo. Confina con l'arcidiocesi di Delhi e Simla e con le diocesi di Lahore, Multan, Bombay, con lo Stato dell'Afganistan e con il Tibet. La popolazione raggiunge i 12 milioni di abitanti, nella quasi totalità musulmani. I cattolici sono 15 mila con ca. 2 mila catecumeni, i protestanti 11 mila. Vi lavorano 33 sacerdoti esteri della Società di Mill Hill che hanno impiantato 15 stazioni primarie e 31 secondarie e costruito 11 chiese e 16 cappelle. Aiutano i missionari una trentina di catechisti e 117 suore. Varie sono le scuole elementari, medie e superiori molto apprezzate. Vi sono 2 orfanotrofi, 2 dispensari e 2 ospedali. L'ospedale di R., capoluogo della missione, è diretto dalle Medical Mission Sisters di Filadelfia e si sta avviando a grande importanza con la fondazione di un centro di maternità e infanzia ed una scuola per ostetrici e infermieri. La diocesi possiede pure una tipografia.

Biel.: AAS, 39 (1947), pp. 612-14; anon., India and its Missions, Nuova York 1923, pp. 27, 93, 162. Pompeo Borgna

RAYNEVAL, Alphonse, conte di. - Diplomatico, n. a Parigi il $1^{\circ}$ ag. 1813 , m. ivi il ro febbr. 1858.
![img-30.jpeg](img-30.jpeg)
(da Pontleau des illustrations françaises du XIXe sictè publié sous la dirition de Victor Frond, Cités, Parig. s.d.; Raviour, Gustave-Xavier Delacroix de - Ritratto. Litografia da un disegno del vero.

Inviato a rappresentare la II Repubblica francese presso la Corte di Napoli, nel 1848 si adoperò per favorire l'espatrio clandestino di numerosi liberali compromessi nelle vicende politiche di quell'anno.

Trasferitosi quindi a Gaeta, per seguirvi gli incontri di Pio IX e del Granduca di Toscana con il Re di Napoli ed i suoi ministri, nel 1849 fu accreditato presso la persona del Pontefice, esule nella fortezza borbonica. Il R. riuscì tanto gradito a papa Mastai, che egli ne chiese al governo di Parigi la nomina ad ambasciatore di Francia presso la S. Sede non appena poté rientrare a Roma. Il R. ricoperse l'incarico sino al 1857 , quando venne bruscamente trasferito a Pietroburgo per l'inopinata pubblicazione nel Daily Neres, del 18 marzo di quell'anno, di un rapporto segreto che egli aveva inviato al suo governo il 14 maggio 1856 ed era venuto a conoscenza del Ministero degli esteri di Torino. In tale rapporto si esponerono e si lodavano le ampie e pregevoli riforme amministrative e strutturali dello Stato attuate da Pio IX dopo il suo ritorno da Gaeta. Il Cavour, che aveva ottenuto la pubblicazione dello scritto del R. nel periodico britannico, al fine di mettere in evidente difficoltà il governo francese e di colpire un avversario pericoloso, lo fece quindi commentare polemicamente dal Minghetti nell'opuscolo Observations sur la note de M. de R. par un subjet du Pape.

Richiamato a Parigi per fornire spiegazioni al Ministero, il R. vi decedeva improvvisamente prima di raggiungere la sua nuova destinazione.

Biel.: L. Mordini, A. conte di R., in Diz. del Risorg. noz., IV, 32; cf. inoltre P. Dalla Torre, L'opera riformatrice ed amministrativa di Pio IX dal 1830 al 1870, Roma 1942. Renzo U. Montini

RAZIOCINIO: v. sagomamento.
RAZIONALE. - Ciò che appartiene alla ragione (v.) o è ad essa conforme. In questo senso si dice r. la dimostrazione (v.), la deduzione (v.), come l'attività stessa della ragione consistente nel combinare concetti e proposizioni.

E ancora atto r. il "giudicare bene" (Descartes, Disc. de la mét., I, 1), cioè quello che sa distinguere il vero dal falso, il bene dal male, ecc. Così pure si dice r. la verità naturale per distinguerla da quella rivelata superrazionale (v. razionalismo); e r. ancora il sistema dei principi a priori, logicamente formulati, la cui origine e valore sono indipendenti dall'esperienza sensibile. Hegel (v.), che fa del concetto (v.) l'essenza delle cose, identifica reale e r. : "tutto ciò che è r. è reale; e tutto ciò che è reale è r." (Filos. del diritto, pref.). Non mancano altri significati particolari : ad es., nel senso di "buon metodo" (un'« educazione r. ", "distribuzione r. " delle parti di una materia, ecc.). I matematici parlano di "numero r.", cioè quello che può essere messo sotto la forma d'un rapporto tra due numeri interi; e i fisici di "meccanica r.", cioè costruita con metodo puramente deduttivo partendo dalle nozioni di massa, forza ed inerzia.

Il Cournot oppone ordine "logico" e ordine "r."; il primo, secondo lui, è lineare e discorsivo, l'altro sintetico e intuitivo; l'ordine logico determina l'assenso (v.) senza mostrare le vere ragioni delle cose; l'ordine r., invece, congiunge le verità al loro principio naturale e illumina la mente. Com'è noto, il razionalismo moderno e Kant oppongono r. ad empirico.

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![img-31.jpeg](img-31.jpeg)
(fot. Mionci)
PARTICOLARE DELLA PORTA IN BRONZO del 1179 - Ravello, Cattedrale.

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![img-32.jpeg](img-32.jpeg)
(fot. U. Trapani - Ravenna)
![img-33.jpeg](img-33.jpeg)
(fot. U. Trapani - Raveana)
![img-34.jpeg](img-34.jpeg)

In alto: SARCOFAGO DETTO DI S. ESUPERANZIO, parte anteriore - Ravenna, Basilica metropolitana. Al centro: SARCOFAGO DETTO DI S. ESUPERANZIO, parte posteriore venuta in luce nel 1950 - Ravenna, Basilica metropolitana. In basso: SARCOFAGO DETTO DI PIETRO PECCATORE - Ravenna, chiesa di S. Maria in Porto fuori.

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![img-35.jpeg](img-35.jpeg)
![img-36.jpeg](img-36.jpeg)
(ft. Staupe kapl's - Tivolo)
![img-37.jpeg](img-37.jpeg)

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![img-38.jpeg](img-38.jpeg)
(fat. Alinari)
![img-39.jpeg](img-39.jpeg)
(fut. Anderaun)
In alto: MUSAICI DELL'ORATORIO DI S. ANDREA, edificato da Pietro II, il cui monogramma vedesi nel fregio dell'arco (sec. vi) - Ravenna, Palazzo arcivescovile. In basso: IL "PALATIUM". Particolare del musaico in S. Apollinare Nuovo (sec. vi) - Ravenna.

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Per quanto i due termini siano spesso usati indifferentemente, è più csatto distingucre r. da "ragionevole", che indica la ragione che rifugge dagli estremi e, in generale, quanto è sano e normale. Dal punto di vista morale è ragionevole chi sa frenare le proprie passioni o i proprj istinti, desideri, ccc., cioè che sa fare buon uso della ragione. Anche la "giusta misura" è razionalità e chi vi si conforma è ragionevole ed anche r., in quanto non vi è ragionevolezza senza norme e principi. Ma la parola r., in questo senso, ha anche i suoi lati negativi: uno spirito r. può indicare un uomo freddo o indifferente, interessato e calcolatore, cioè povero di sentimenti (o dispregiatore di essi) e di scarsa intuizione (v.). Vi è ancora un senso peggiorativo riferito alla stessa ragione: quando la ragione pretende tutto razionalizzare - nel senso specifico della ragione come principio di determinazioni e rapporti logico-concettuali - e nega quel che non è razionalizzabile, è r. ma non ragionevole. La ragionevolezza è la razionalità fatta penetrante dall'intelligenza e vivificata dal sentimento. - E necessario avere tanta ragionevolezza da non essere puramente r. o passionali, tanto calore di sentimento da rendere umana la ragione e tanta forza di ragione da purificare e illuminare il sentimento" (M. F. Sciacca, Filosofia e metaf., Brescia 1950, p. 233).

Bibl.: per indicazioni generali v. A. Lalande Rationnel, in Vocab. tec'en, et crit. de la philus., $2^{\circ}$ ed., Parigi 1947, p. 870 ; G. Milhaud, Le rationnel, l'arigi ibid; U. Viglino, Il r. e l'irrazionale nell'esistenza, nell'cp.ra di vari autori, Esistenzialismo, Torino 1947, pp. 170-83; v. ibrazionalismo: ragione. razionalizzi. Michele Federico Sciazza

RAZIONALE (sacra scrittura). - Nome dato dalla Volgata (rationale) alla parte più sacra dell'ornamento del sommo sacerdote ebraico, che lo portava sul petto (detto perciò anche "pettonale" $\pi \varepsilon \rho \alpha \tau \eta \dot{\eta} \delta o v$ dal Settanta in Ex. 28, 4) quando entrava nel santuario. In Ex. 28, 15-30 si ha una descrizione minuta (cf. Eccli. 45, 10-11), che dà risalto al significato simbolico.

Consisteva in una pezza quadrangolare ripiegata a sacchetto (specie di borsa) di ricca stoffa tessuta di quattro colori e fili d'oro, come l'cphod (v.), alle cui fibbie superiori era unito mediante catenelle d'oro e fissato alla cintura con due cordicelle di giacinto. Su di esso erano incastonate, in quattro ordini per tre file, dodici pietre preziose tutte differenti, con i nomi incisi in oro delle dodici tribù d'Israele. Per tal modo il pontefice, nell'atto più solenne delle sue funzioni, portava "i nomi dei figli d'Israele sopra il suo cuore... per ricordo continuo davanti a Jahweh" (Ex. 28, 29). Ma la maggiore prerogativa del r. era di racchiudere gli "urhu e tummim (v.), "luce e perfezione", donde il pontefice traeva i responsi di Jahweh nelle circostanze importanti. Per questa sua destinazione è chiamato nell'originale ebraico bōlem hammifpdi (o semplicemente bō̄lem, d'incerta etimologia, forse equivalente a "borsa" o "ornamento") ossia "borsa delle decisioni divine" ( $\lambda \sigma \gamma \tau \hat{\imath} \sigma \nu \tau \hat{\imath} \nu \pi \varepsilon \rho \hat{\imath} \sigma \varepsilon \nu \nu$ "oracolo dei giudici"; Volgata rationale indicii; Simmasos 86350v "borsa"; Flavio Giuseppe e altre versioni greche semplicemente $\lambda \hat{\varepsilon} \gamma \tau \omega$ "oracolo ").

Sembra che il r. sia di origine egiziana: difatti vari personaggi dell'antico Egitto hanno una specie d'ornamento a forma di trapezio o quadrato pendente dal collo sopra il petto (notevole quello ritrovato sopra la mummia della regina A'diy-borep, madre di Amosis I, fondatore della XVIII dinastia, 1580-1558 a. C. : è a forma di tempietto finemente lavorato con simboli e figure e pietre preziose incastonate a musaico).

Bibl.: H. Lesêtre, Pectoral, in DB, V, coll. 18-21: H. Thiersch, Epandytes und Ephad, Stoccarda 1936; J. Schuster G. B. Helzommer, Man. di stor. bibl., I, Torino 1939, p. 430 sg.; F. Noctscher, Bibl. Altertumskunde, Bonn 1940, p. 309 sg.; E. Kalt, Arch. bibl.. trad. it., Torino 1942, p. 141 sg. (Gactano Stano

RAZIONALE (LITURGIA). - I. Ornamento liturgico, usato nel medioevo, detto superbomerale, Lagion, che si portava dai vescovi sulla pianeta nella Messa, come un pallio ma senza il significato che questo aveva.

I vescovi di Halberstadt ricevettero questo privilegio
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(da J. Sciaza, Die liturpsche Gewandung, Friburgo 1966, fig. III)
RAZIONALE - R. ricamato del XVI sec. - Monaco, Museo nazionale.
dal papa Agapito II (946-55); Adalberone II, vescovo di Metz (984-1005), l'ottenne da Hilduardo di Halberstadt; Poppone, patriarca di Aquileia, lo portò per concessione di papa Giovanni XIX nel 1027; nel medioevo lo portarono parecchi altri vescovi germanici : i vescovi di Minden, Paderborn, Naumburg, Eichstätt, Würzburg, Ratisbona, Spira, Praga, Olmütz, Cracovia, Liegi, Toul. Oggi viene usato soltanto dai vescovi di Paderborn e di Eichstätt in Germania, di Toul e Nancy in Francia, di Cracovia in Polonia, sedi vescovili appartenenti all'Impero germánico. A Roma non fu mai in uso. J. Braun ne distingue 3 tipi: a) uno a forma del pallio Y, usato in Eichstätt, Ratisbona e Würzburg, fino al sec. xvit; b) uno a forma del pallio circolare, che invece di un'appendice ne aveva due brevi ai due lati del petto e sul dorso (usato a Cracovia, a Toul ed anche a Eichstätt e Ratisbona); c) un collare in stoffa rettangolare, largo quanto le spalle, cadente sul petto e sul dorso per ca. 20 cm . con due bande più lunghe da ambo le parti, usato nel medioevo a Bamberga e Liegi. A differenza del pallio il r. era sempre molto ornato con ricami o con scritte simboliche, e di colore purpureo.

II. Variante del r. era una placca d'argento o d'oro (in luogo di quella di stoffa) sul tipo dell'ophod del sommo sacerdote ebraico (Ex. 28, 2-4), con catenelle o fi