volume-10

Back to Volumes
allio il r. era sempre molto ornato con ricami o con scritte simboliche, e di colore purpureo.

II. Variante del r. era una placca d'argento o d'oro (in luogo di quella di stoffa) sul tipo dell'ophod del sommo sacerdote ebraico (Ex. 28, 2-4), con catenelle o fibule, attaccato all'amitto, menzionato nel sec. xit da Ivo di Chartres e Onerin; anche Sicardo di Cremona (v.) l'annovera fra gli ornamenti pontificali; in uso a Reims (ancora all'inizio del sec. xvi), a Münster e a Magonza. Non ebbe molta diffusione. L'origine del r. si spiega come imitazione dell'ophod ebraico, oppure come succedaneo del pallio per i vescovi non metropoliti (Braun). Perché distinzione della sede, e non della persona, non vien messo nel sepolcro insieme col vescovo.

Bibl.: J. Braun, Die liturg. Gewandung, Friburgo in Br. 1907, pp. 676-700; id., I baramenti sacri, vers. it., Torino 1914, pp. 135-37; L. Eisenhofer, Handbuch der hoth. Liturgik, I, ivi 1932, pp. 462-64; M. Righetti, Man. di stor. litur., L, Milano 1950, pp. $530-31$.

Pietro Siffero
RAZIONALISMO. - Termine filosofico, relativamente recente (entrò nell'uso con il deismo [v.] inglese nel sec. xvir) e ricco di significati. Se ne possono distinguere tre fondamentali: 1) senso metafisico; 2) senso gnoscologico; 3) senso religioso.

1. Senso metafisico. - Tutto ha una ragione d'essere e non vi è nulla, almeno di diritto, che non sia razionale. La ragione (v.) è, in breve, principio primo d'intelligibilità universale e tutto quello che esiste, in sé anche se non per noi, è riducibile alle leggi essenziali del pensiero razionale, inteso come principio di ragione delle cose, anche se l'insufficienza dei nostri mezzi conoscitivi non possa

## Page 348

cogliere interamente questa razionalità profonda dell'universo nella sua unità e totalità. In questo senso il r. può essere panteista, teista e, se è consentito il termine, semipanteista : panteista se identifica la razionalità immanente nel mondo con Dio stesso (stoicismo, Plotino, Spinoza, Hegel, ecc.), teista se la fa derivare dall'atto creativo di Dio, che è trascendente rispetto al mondo (Platone, s. Agostino, s. Tommaso, Vico ecc.); semipanteista se non identifica Dio con il principio di ragione immanente nel mondo, ma fa del mondo stesso, nella sua "armonia" universale, il "migliore dei mondi possibili", che Dio non poteva non creare per necessità morale (Leibniz). In tutti questi casi però si ammette che : a) il mondo ha un ordine e un fine e nulla in esso è affidato al caso; b) se a noi sembra diversamente, ciò si deve all'imperfezione della nostra conoscenza e ai nostri limiti di enti finiti e contingenti, che non sappiamo scorgere la grande "economia" dell'universo, dovuta o alla Ragione immanente che lo governa (tesi panteista) o alla Provvidenza che realizza un misterioso piano divino (tesi teista).
2. Senza gnoseologico. - Unica sorgente di conoscenza della verità è la ragione, facoltà essenziale ed esclusiva per questo scopo. In questo senso, il r. si oppone a tutte le forme di sensismo (v.) e di empirismo (v.), che assumono come sorgenti di verità (e di ogni verità) le associazioni, classificazioni, schematizzazioni che dei dati sensibili fa l'intelletto. Da questo punto di vista, si può parlare di un r. di Socrate (v.) e di Platone (v.) che si oppone al sensismo dei sofisti (v.); di Cartesio e di Leibniz (v.) che si oppone all'empirismo del Locke (v.), ecc. Naturalmente non tutte le forme di r. gnoseologico presentano un'eguale rigidità ed esclusivismo. Nell'antichità ha questo carattere il r. della scuola eleatica e soprattutto di Parmenide, che considera illusoria e ingannevole tutta l'esperienza sensibile: la Giustizia, che "possiede le chiavi che aprono e chiudono" (cioè la ragione), accogliendo il filosofo, gli dichiara due cose : che c'è il campo della scienza, che è la "ben rotonda verità ", e il campo delle opinioni, che non meritano fede, cioè è l'essere, che è intelligibile e di cui c'è verità, e non è il divenire (il sensibile), che è apparenza e di cui c'è solo opinione (Sesto Emp., Adv. math., VII, i I I sgg.). Bisogna giudicare non con "l'occhio che non vede" e con "l'udito che risuona di suoni illusori", ma con "la ragione" (ibid., VII, 114), la sola che affermi l'unità dell'essere. Socrate e Platone attenuano l'intransigenza (e l'astrattezza) del r. eleatico e sia l'uno che l'altro non negano l'importanza del senso né escludono dal processo conoscitivo la sensazione. Con Platone, però, il r. assume il carattere essenziale di "innatismo" (v.) che, con sfumature o approfondimenti vari, sarà conservato da tutta la corrente platonica : esistono nell'anima umana conoscenze-principi o forme razionali, ecc., anteriori a ogni esperienza esterna e che la riflessione (v.) scopre. La sensazione non è che "l'occasione" per riavegliare nell'anima le innate conoscenze dimenticate (v. soprattutto il Menone). Cio consente a Platone di non escludere e svalutare i gradi intermedi di conoscenza (v. soprattutto il Teeteto), ma non gli permette di cogliere il vero valore del sensibile e del sentire. Per lui la conoscenza vera è quella intellettiva (vó $\gamma \sigma \iota \varsigma$ ) e discorsiva (סtávola), che si indirizza alle Idee, gli enti che permangono sempre identici a se stessi e che si possono apprendere solo con il pensiero (Phaed., 79 a), il solo"che ci faccia acquistare verità e sapienza (ibid., 66 a; Resp., 508 d). Aristotele (v.) eliminò l'innatismo platonico e rivendicò il valore della conoscenza sensibile come origine di tutte le nostre conoscenze, lasciando sempre il primato alla verità razionale. "Di tutte le cose abbiamo certezza o per sillogismo o per induzione. Impariamo o per induzione o per dimostrazione. La dimostrazione muove dagli universali, l'induzione dai particolari " (Analyt. pr., II, 23, 68 b 13). Queste due forme classiche di r. si ritrovano nel platonismo cristiano (s. Agostino, s. Bonaventura) e nell'aristotelismo cristiano (s. Tommaso), approfondite, la prima nel senso dell'«interiorità » della verità (diversa dall'innatismo) e l'altra, che contiene forti elementi platonico-agostiniani, nel senso che, oltre alla ratio, ammette (come appunto Agostino) l'intellectus, fa-
coltà di conoscere superiore e intuitiva, quantunque l'una e l'altra non siano due diverse potenze: "Etsi intellectus et ratio non sint diversae potentiae, tamen denominantur ex diversa actibus. Intellectus enim nomen sumitur ab intima penetratione veritatis, nomen autem rationis ab inquisitione et discursu" (Sum. Theol., $2^{\mathrm{a}}-\mathbf{2}^{\mathrm{ac}}$, q. 49 , a. 5 ad 3 ).

Ma il termine r. ha acquistato un significato filosofico preciso, che è quello ormai in uso, solo con il cosiddetto r. moderno da Descartes (v.) a Wolf (v.) : esistono in noi principi a priori (innati, sia pure allo stato "virtuale") evidenti per se stessi, di cui ogni conoscenza vera è una conseguenza necessaria, alla quale nulla aggiungono i sensi. Si tenga presente che il r. moderno si sviluppa contemporaneamente al formarsi della scienza moderna: r. e scientismo sono inseparabili. Da qui l'esigenaa di una verità puramente razionale, capace di dominare e di ordinare il materiale confuso dell'esperienza sensibite. Ma sia il r. che l'empirismo (v.), che gli si oppone, non hanno ancora un concetto critico dell'esperienza stessa e la confondono con il "dato empirico", percio il r. si perde in un apriorismo di forme senza contenuto e l'empirismo nella massa dei dati sensibili senza una forma razionale valida ai fini della scoperta e della conquista della verità. R. significa anche dominio razionale della realta e autonomia della ragione stessa da ogni altra autorità: se la ragione è innata all'uomo e in essa sono innati i principi di ogni verità, essa è indipendente dalla tradizione, si fonda sopra se stessa, rigetta tutto ciò che non è riducibile ad essa, "critica" ogni altra autorità, si costruisce il suo diritto "naturale", la sua morale "naturale" (non più di origine divina l'uno e l'altra), la sua religione "naturale" (senza dogmi e senza Rivelazione). Per il r. basta che la ragione sia libera di realizzare pienamente se stessa perché si attui la verità totale e un sapere tutto razionale, interamente compiuto e assolutamente perfetto. Cosi il r. si presenta come la rivolta contro la tradizione (anche religiosa) e la storia, fin dal suo fondatore R. Descartes, il cui Discorso sul metodo ne è il manifesto (v. soprattutto la parte $2^{\text {a }}$ ). Dal punto di vista gnoseologico la posizione del r. sembra ben definita dal Leibniz: "La conoscenza delle verità necessarie ed eterne è ciò che ci distingue dai semplici animali e ci fa avere la ragione e le scienze, elevandoci alla conoscenza di noi stessi e di Dio" (Monodologia, n. 29), senza che vi abbia nulla a che fare l'esperienza sensibile: a La ragione pura e nuda, distinta dall'esperienza ha da fare soltanto con verità indipendenti dai sensi " (Theodicea, Disc. della conformità, I). Così il r., legato alla scienza (v.) e al suo sviluppo, assume dogmaticamente come tipica verità del conoscere quella fisicomatematica : costruzione razionale del mondo, dedotta a priori per analisi e culminante in una Causa o in una Legge, identificata con Dio, che garantisce il perfetto funzionamento di quella "macchina", che è il cosmo. Pertanto "la posizione critica del r. non è di critica della ragione, ma di quanto non è riducibile al conoscere razionale: l'assolutezza della ragione, dogmaticamente assunta, è criticamente adoperata come misura con cui tutto va misurato... Tutto per il r. è razionalmente chiaro e ciò che è oscuro è un grado inferiore di conoscenza; tutti i problemi sono ben definiti e risolti: la ragione adegua l'ordine naturale e l'ordine naturale appaga l'esigenza della ragione. In un mondo senza enigmi filosofici non occorrono più misteri religiosi, frutto del fanatismo e della superstizione, come conclude lo scientismo barbarico e il filosofismo superficiale dell'Illuminismo [v.]» (M. F. Sciacca, L'interiorità oggettiva, Milano 1952, pp. 53-54).

Proprio questa "ragione" del r. critica a fondo l'empirismo, opponendo che ogni conoscenza umana deriva dall'esperienza sensibile, che della ragione è il limite invalicabile. In questo duello s'inserisce il criticismo di Kant (v.), nel quale il r. acquista un nuovo significato in rapporto al significato nuovo che il Kant dà al termine "esperienza" (v.). L'esperienza non è il dato empirico: questo è solo il contenuto dell'esperienza, la quale è possibile perché lo spirito possiede la ragione, cioè un sistema di forme a priori che organizzano e sistemano i

## Page 349

dati empirici. Pertanto l'esperienza è sintesi della forma a priori e del dato empirico a posteriori, che nella forma trova il suo ordine e alla forma dà il suo contenuto. Conseguentemente: a) i principi a priori del r. da Cartesio a Wolff cessano di essere verità innate e diventano con il Kant "condizioni a a priori che l'intelletto applica ai dati empirici o sensibili in modo da elevare la conoscenza sensoriale al grado di conoscenza razionale e da costruire quella sintesi che è l'esperienza; b) "conoscenza per ragione" (Verwonderhanninis) e conoscenza a priori sono una "stessa cosa" (sinnilo), in quanto è la ragione che contiene i principi che dànno una conoscenza a priori (Crit. della rag. pura, introd., § 7); c) ma siccome i principi sono condizioni o forme a priori trascendentali, la loro validità resta limitata all'esperienza empirica o al fenomenico; d) e dunque Kant assume, come l'empirismo, il sensibile come limite della ragione e non può più evitare l'agnosticismo metafisico. Il r. in tal modo, con il criticismo kantiano, viene a identificarsi con la possibilità della fisica e della matematica come scienze, senza, d'altra parte, riuscire ad evitare la soggettivita del conoscere, dato che l'a priori non è una verità, ma solo una condizione (attività trascendentale del soggetto) dell'esperienza.

Dopo Kant, ma attraverso lo sviluppo di Kant, lo Hegel (v.) fa della Ragione il principio metafisico, identificando "reale" e "razionale". Anche per lo Hegel l'Idea è trascendentalità, ria non più funzione e condizione dell'esperienza, benti entità metafisica che, attraverso la legge del dialettismo, attua se stessa e risolve in sè tutto il reale non solo fenomenico, senza il residuo della cosa in sè. Così viene eliminato l'agnosticismo (v.) metafisico kantiano, non perché Hegel (e tutto l'idealismo trascendentale) fondino e risolvano i problemi della metafisica, ma perché dissolvono la metafisica nella logica, cioè l'essere nel pensiero. Pertanto, nello Hegel, r. metafisico e gnoscologico s'identificano e il dialettismo (passaggio da un termine all'altro della contraddizione e unità dei contraddittori; Enciclopedia, § 81) è insieme legge del pensiero e del reale. Così la ragione dogmatizza ancora una volta se stessa e nel porsi come verità totale nega la propria verità e ogni verità nell's irrazionalità della sua assolutezza e nell'astrattezza del panlogismo.
3. Senso religioso. - Dovrebbe dirsi piuttosto "irreligioso", dato che la cosiddetta religione "naturale" o "razionale" si risolve nella negazione della religione, in quanto riduce tutto il suo contenuto di verità "dentro i limiti della ragione». Pertanto, r. religioso è quella dottrina o quell'atteggiamento dottrinale che ammette della religione solo quelle verità che possono essere razionalmente conosciute. Non si può parlare, a rigor di termini, di un r. religioso prima del cristianesimo, in quanto mancava una verità rivelata e dunque soprarazionale e dogmatica. Il r. religioso comincia con il deismo inglese, secondo il quale le verità religiose si accettano non perché rivelate, ma in quanto comprese e giustificate dalla ragione. Così si negano le verità di fede e si fa della religione un grado della stessa ragione o la si risolve dialetticamente nella filosofia (Hegel, Gentile), di cui è un grado inferiore. Dottrina sotto ogni rispetto eterodossa (naturalmente condannata), in quanto nega la Rivelazione e subordina la religione alla ragione; di fatto e di diritto la nega, in quanto nega il dogma e il soprannaturale. Per combattere il r. religioso non bisogna cadere nell'eccesso opposto (eterodosso anch'esso) dell's irrazionalità della verità rivelata (come se fosse "casurda" per la ragione: Kierkegaard, Barth, ecc.) o nel fideismo (v.), che, negando la ragione, perde la stessa fede. Al r. religioso non va opposto l's irrazionalismo" religioso, in quanto la verità rivelata non è contro la ragione, ma è al di sopra di essa senza che alla ragione contraddica o si opponga. Anzi dalla ragione può essere difesa negativamente (dimostrando falsa l'affermazione controrla), pur restando verità soprarazionale e dogmatica. V. anche, per gli aspetti teologici del r., grazia; mistero; Rivelazione; soprannaturale.

Bim.: sugli autori cit. v. le voci corrispondenti. Sul r. moderno in genere, indicazioni bibl. in D'berweg, III, p. 623 sgg., 683 sgg. In particolare: K. Fr. Stäudlin, Gesch. des Rationalismus
u. Supernaturalismus, Gottinga 1826; A. Tholuck, Gesch. d. Rational., Berlino 1862; H. Heussler, Der Rationalism. des 17. Jahrh..., Brodavia 1883; C. Grube, Über den Rationalism, in der neueren engl. u. fransis, Philos., (diss.), Halle 1889; W. Pasing, Spinoza: Rational. (diss.), Lipsia 1893: L. Ollé-Laprune, La raison et le rational., Parigi 1906; F. Enriques, Scienza e r., Bologna 1912; M. Robertson, Rational., Edimburgo 1912; K. Girgensohn, Rationaln., Lipsia 1926; F. Enriques-G. de Santillan, Le problème de la connaissance. Empirisme et rationalisme grecs, Parigi 1938; J. Marcchal, Le point de départ de la métaphysique, cahier II, $r$-ed., Bruxelles-Parigi 1942. Ampio articolo, particolarmente dal punto di vista teologico, di C. Costantin, Rationalisme, in DThC, XIII, II, coll. 1688-1788. Michele Federico Sciscca

## RAZIONALISMO ARCHITETTONICO.

Fino dai tempi dell'antico classicismo, prima in Grecia e quindi a Roma, vennero determinate alcune "leggi" o "regole" cui debbono rispondere le forme ed i rapporti delle membrature architettoniche. Tali "regole" e "leggi", furono più volte codificate nel corso dei secoli (v. ORDINI ARCHITETTONICI).

Esse hanno un loro fondamento nello stesso principio dell'evoluzionismo di quelle forme e di quei rapporti per cui la colonna deriverebbe, p. es., dal tronco dell'albero e il prospetto del Partenone, nel suo schema fondamentale, riprenderebbe il tema del prospetto della capanna. Talvolta, inoltre, quelle stesse teorie evoluzionistiche furono rese ancora più complesse da certo antropomorfismo, per cui, secondo alcuni, per la definizione delle loro "leggi" architettoniche gli antichi greci avrebbero tratto ispirazione dalla perfetta armonia delle membra umane.

Come è facile dedurre, in tali teorie è implicito il concetto della iniziale "funzionalità "o "razionalità "o meglio ancora, ragionevolezza dei diversi elementi e delle diverse membrature architettoniche. Da ciò deriva anche la necessità di ammettere la possibile atrofezzazione e quindi la caducità - determinata dalla inutilizzazione - di quegli elementi e di quelle membrature destinate ormai ad una funzione meramente esornativa. Per nessi logici si può quindi intendere come sul finire del Seicento e nel corso del Settecento, col diffondersi della mentalità generatrice del razionalismo illuministico, e per la stessa naturale saturazione del gusto barocco e rococò, trovassero favore teorie architettoniche, già in precedenza anche adombrate (p. es.. dal Gallaccini), che postulavano per l'architettura l'applicazione delle stesse leggi definite dal Galilei nei campi della meccanica. Gli ammaestramenti di Carlo Lodoli e successivamente dell'Algarotti, del Temanza, del Mienmo, del Milizia e del Pini - per citare solo alcuni nomi fra quelli dei teorici italiani d'architettura del sec. xvili - insistevano allora perché di ogni architettura fosse chiaro, anche nell'aspetto esteriore, l'uso, e che ogni elemento architettonico, che in essa architettura fosse adoperato, avesse una sua precisa funzione. Ogni forma architettonica doveva cioè nascere da una precisa ragione costruita ed ogni materia doveva essere utilizzata secondo le proprie caratteristiche e possibilità di impiego. Tali teorie, che ebbero larghissima diffusione nella seconda metà del sec. xvili, al tempo in cui il gusto rococò s'esauriva, ponevano i presupposti, appunto teorici, per una architettura che in effetti non doveva nascere allora. Infatti, allora, alla istanza di forme architettoniche più semplici e schiette si rispose, da parte dei praticanti l'arte architettonica aulica, con l'uso delle forme che erano state proprie dell'architettura antica, a quel tempo indagata dagli archeologi con nuova precisione e metodo scientifico (v. NEOCLASSICIANO).

Tuttavia se ciò avveniva nei campi dell'architettura aulica, ove presto alle forme neoclassiche succedevano quelle puriste, e quindi le romantiche, e quindi ancora quelle dell'eclettismo proprie della seconda metà del sec. xix, nella realizzazione dei primi edifici industriali, cioè destinati ad ospitare le macchine e creati per le necessità delle macchine, venivano quasi inavvertitamente applicati, sia pure senza alcuna esigenza stilistica, cioè senza alcuna aspirazione alla bellezza, proprio quei principi che i teorici del r. a. da tempo ormai avevano enunciato.

Si può allora distinguere in tutto il corso del sec. xux

## Page 350

una duplice corrente architettonica. Una, quella aulica, degli edifici di parata, nella quale vengono con vari temperamenti e varietà riprese le forme degli antichi stili ed ordini (essa è essenzialmente opera di quegli architetti ottocenteschi che furono più che altro professori di disegno architettonico), l'altra è l'architettura industriale, l'architettura delle fabbriche, quella determinata, nelle forme e negli stessi caratteri delle strutture, esclusivamente dalle necessità del loro impiego e dai bisogni delle macchine; l'architettura cioè degli ingegneri. Fu ad ogni modo agli inizi del nostro secolo che tale architettura funzionale o razionale, nella quale cioè, forse giova ripeterlo, le varie parti ed elementi sono determinati anche nell'aspetto e nella scelta dei materiali dalle esigenze della loro funzione e ragione, assunse dignità e venne largamente intesa quale nuovo stile plasticocostruttivo.

Tale stile mentre intende rispondere alle esigenze del funzionalismo e r. a., tende essenzialmente alla "creazione spaziale». Alla definizione cioè ed alla armonizzazione di quello spazio architettonico moderno che, pur senza poter essere determinato da leggi e regole precise, persegue ritmi plastici di alta espressività e chiarezza, nei quali le esigenze della tecnica e il libero volo della fantasia trovando un loro perfetto accordo originano il fatto artistico, divengono cioè arte.

BibL.: G. C. Argan, Architettura, in Enc. Ital., Append., I, pp. 229-22; M. Petrocchi, R. a. e r. storiografico, Roma 1947; B. Zevi, Storia dell'architett. moderna, ivi 1950 (con ampia bibl. ragionata).

Emilio Lavagnino
RAZON. - Fondatore del Regno araneo di Damasco, figlio di un certo Eliada (ebr. Rēzōn San 'Eljādhā'; nel greco, codd. B, L e nell'antica latina: Esrom, forse trascrizione dell'ebr. Hezzjōn [I Reg. 15, 18], avo di Benadad). Ufficiale nell'esercito di Adarezer re di Soba, sfuggito alla disfatta inflitta a costui da David (II Sam. 8, 3-6; 10, 15-19), R. radunò intorno a sé altri fuggiaschi e divenne capo di una forte banda di razziatori. Resosi padrone di Damasco con un ardito colpo di mano, ne fece ben presto la capitale di un regno, che, a periodi glorioso, soccombette soltanto all'Impero assiro ( 732 ; v. RASH).

Con il proposito di dominare le vie commerciali verso il Mediterraneo e l'Egitto, oltre a Soba e altre città aranee, conquistò Hamath, nei pressi del Hermon (L. Desmryers [v. op. cit. in bibl.], II, p. 220, n. 1); ma la città gli fu ritolta da Salomone (II Par. 8. 3), cui però R. continuò a dare seri fastidi, più dello stesso Edom a sud (I Reg. 11, 23 sgg.).

BibL.: L. Desmryers, Histoire du peuple hébreu, II, Parigi 1930, pp. 104, 205-13, 223 sq.; III, ivi 1530, pp. 61-65; A. Médebiello, Samuel-Rois (La Ste Bible, ed. L. Pirot, 31, ivi 1949. p. 646 .

Francesco Spadafora
RAZÓN Y FE. - Rivista mensile fondata a Madrid nel sett. 1901 dai Gesuiti.

Scopo del periodico, suggerito dal titolo, è stato sempre quello di orientare sui problemi attuali, prendendo luce sia dalla fede che dalla ragione, facilmente conciliabili. La rivista, che è di cultura generale, è molto diffusa fra tutte le nazioni di lingua spagnola. E stata la prima a pubblicare in Spagna l'encicl. Mit brennender Sorge di Pio XI.

Celebri scrittori hanno collaborato a $R$. y $F$.: si ricordano storici come F. Fita, Z. Garcia Villada e C. Rodeles; letterati come Luis Coloma e J. Alarcón, e specialisti quali L. Murillo, J. Urráburu e R. Ruiz Amado.

Ignazio Ortiz de Urbina
RAZZE UMANE. - I. Definizione. - Si chiama r. u. quell'insieme di uomini che, avendo in comune un particolare patrimonio ereditario, presentano tra loro, con differenze individuali, la maggiore omogeneità di caratteri biologici trasmissibili ai discendenti.
II. Considerazioni generali. - L'estrema complessità dell'argomento, assai dibattuto, esige un chia-
![img-41.jpeg](img-41.jpeg)

Razón y fe - Prontespizio del primo fascicolo ( $1^{\circ}$ sett. 1901). Madrid.
rimento sui vari punti di vista dai quali può essere esaminata l'espressione "r. u." che dai vari autori è intesa con diverso significato.
a) Dal punto di vista terminologico qualificativo le r. u. rappresentano entità biologiche in quanto sono raggruppamenti individuali costituiti e distinti secondo criteri biologici, cioè in base alla somiglianza o alla differenza degli attributi osservabili nell'organismo umano, trasmissibili ereditariamente con meccanismo naturale e che rappresentano altrettanti caratteri biologici umani. Tali caratteri si distinguono in : caratteri morfologici, che si riferiscono alla forma ed alla struttura del corpo e delle sue parti e che possono essere : esterni, se hanno sede sulla superficie esterna del corpo (ad es., forma dei capelli, pieghe palpebrali, ecc.), oppure interni, se riguardano lo scheletro od organi interni del corpo (ad es., angolo di torsione del femore, peso delle ghiandole endocrine ecc.), oppure somatoscopici o descrittivi o qualitativi, se sono esprimibili per mezzo di descrizione (ad es., colore della pelle, grado di pelosità ecc.), oppure somatometrici o quantitativi, se sono esprimibili per mezzo di misure (ad es., statura, diametri del bacino, ecc.); caratteri fisiologici, quelli che si riferiscono alle attività funzionali dei vari organi e tessuti e del complessivo organismo e che possono riguardare, ad es., la termoregolazione, il metabolismo basale, le proprietà gruppo specifiche del sangue, i processi dell'accrescimento ecc.; caratteri psicologici, quelli che si riferiscono alle attività psichiche dell'uomo, quali, ad es., l'intelligenza, il tono affettivo, il comportamento ecc.; caratteri fisio-psico-patologici, quelli che si riferiscono alle predisposizioni morbose verso determinate malattie. Perciò l'espressione "r. u. ", riferendosi propriamente ad entità biologiche, non può essere correttamente usata per indicare altri aggruppamenti umani costituiti in base a diversi criteri e di-

## Page 351

stinguibili, ad es., in famiglie linguistiche che rappresentano entità linguistiche, in popoli che rappresentano entità storico-culturali, in nazioni che rappresentano entità etnico-territoriali, in stati che rappresentano entità territoriali e politiche.
b) Dal punto di vista tassinomico o sistematico, cioè secondo la gerarchia delle categorie che, nelle classificazioni naturalistiche, si propongono di definire i gradi di affinità biologica dei vari organismi viventi vegetali ed animali, l'espressione "r. u." (almeno per quanto concerne le r. viventi) suole essere riferite ad aggruppamenti di grado più ristretto di quello della specie.

Per quanto concerne l'uomo, al termine " $r$." si attribuisce un significato diverso da quello con cui lo stesso termine è adoperato in zoologia, ove si usa, ora quale sinonimo di varietà per designare il risultato di determinati incroci artificialmente ottenuti, ora, invece, quale suddivisione della specie o della subspecie e distinto dal termine "varietà", che viene riservato solo a modificazioni non ereditarie ma condizionate dall'ambiente. Nella sistematica umana le r., secondo il Bissutti, non rappresentano la categoria immediatamente inferiore rispetto alla specie, ma questa viene suddivisa in rami o sezioni (secondo l'espressione del Cuénor); i rami si suddividono in gruppi di r. e questi in r., le quali a loro volta si suddividono in sottorazze o tipi regionali o locali costituiti dai singoli individui.
c) Dal punto di vista geografico l'espressione "r. u." ha un significato spaziale corrispondente all'area geografica occupata da una data r. nel periodo di tempo che si vuol prendere in esame. Le reciproche interferenze tra i fattori geografici, consistenti nelle condizioni oro-idrografiche, climatiche ed alimentari caratteristiche dei vari territori, ed i fattori biologici, rappresentati dalle notevoli possibilità di adattamento, di mobilità e di interfecondità presentate dall'uomo, hanno, sia pur lentamente, ma continuamente, modificato le singole situazioni biogeografiche le cui variazioni sogliono essere utilizzate quali elementi di orientamento per interpretazioni cronologiche. Così, ad es., le r. che oggi occupano territori poco accessibili (sede, alte montagne, ecc.) o con scarse possibilità di comunicazioni interne (foreste, deserti ecc.) oppure che occupano zone marginali o terminali (alcune fasce costiere dei continenti ecc.) come anche le r. disperse su una grande estensione territoriale o quelle progressivamente ristrettesi in spazi sempre più piccoli, vengono, entro certi limiti, considerate r. più antiche e meno vitali rispetto alle altre che si trovano in condizioni biogeografiche opposte (Bissutti). Ne consegue che non sempre una stessa r. ha occupato uno stesso territorio e viceversa che uno stesso territorio non è stato sempre occupato da una sola r. Per meglio definire, nei singoli casi, la corrispondenza tra sede geografica e condizioni biologiche, è stata proposta l'espressione "r. geografica" con la quale si indica - secondo il Rensch - "l'insieme degli individui morfologicamente simili e interfecondi che occupano una determinata area ". Pertanto, quelle r. che hanno avuto una maggiore stabilità spaziale senza o con minori penetrazioni da parte di elementi eterogenei, hanno potuto conservare più puri nel tempo i loro caratteri biologici originari. Viceversa, dove, per effetto della contiguità e di invasioni attuate o subite, si sono verificati su larga scala incroci di r. diverse, si sono determinate modificazioni dei caratteri biologici originari nonché dei fenomeni linguistici e culturali, per cui le distribuzioni geografiche delle r., delle lingue e delle culture non risultano sovrapponibili.
d) Dal punto di vista cronologico all'espressione "r. u. " si suole attribuire il significato non di entità immutabili nel tempo, ma di stadi "di un processo in continuo divenire" (Dobzhanski). Secondo il Rondoni, "la r. non è qualcosa di statico, ma un processo che si svolge con il concentrarsi o diluirsi di alcuni geni (v. genetica) in parti diverse di una popolazione ". Sotto questo aspetto è anche da considerare, come scrive S. Sergi, che "il destino comune per il quale r. diverse vivono insieme nei più stretti rapporti, provoca continui incroci che dànno luogo a tipi misti, nei quali non è facile, né sempre pos-
sibile, riconoscere i caratteri degli ascendenti. I prodotti degli incroci ci appaiono allora con aspetti nuovi che potrebbero essere considerati quali espressione di una nuova r. in formazione, aggruppamento umano per il quale è stato proposto il nome di "etnia ", da con confondere con r. e che meglio si può identificare con popolo ". In base a tali concetti, sinonimi di "etnia " potrebbero essere considerati la "r. risultato" (Martial) e la "r. sintesi" (Pende). Ma oltre che da incroci tra r. diverse, l'origine di nuove r. può essere determinata da "mutazioni" (cioè da brusche variazioni di fattori ereditari [De Vries], che si presumono o insorre per condizioni intrinseche del patrimonio genetico, oppure provocate da cause esterne. Sia nel caso degli incroci, che in quello delle mutazioni, perché si formi una nuova r. i soggetti rispettivamente "ibridi" o "mutanti" devono riprodursi tra loro. Il punto di vista cronologico, considerato nella sua massima estensione, si identifica con la storia delle r. umane e si connetre ad argomenti che investono problemi di più larga portata concernenti "quanto e come - per dirla con S. Sergi -i fattori tempo (geologici), spazio (geografici), ambiente (ecologico), meccanismo intrinseco (genetico), abbiano contribuito a determinare la pluralità e la discontinuità dei tipi morfologici umani ".

Sui tali problemi fauterà ricordare che le r. u. viventi non sono le sole forme umane apparse sulla terra perché sono state precedute da altre, ora estinte. Ciò risulta documentato dai resti scheletrici degli "Ominidi fossili" e dagli oggetti della loro attività, nei reperti di cui finora si dispone (v. genere umano). Seguendo la nomenclatura proposta da S. Sergi, le forme umane comparse sulla terra, "e soltanto per quanto è permesso di rilevare dalle scoperte fino ad ora più sicuramente accertate ", si possono morfologicamente e cronologicamente distinguere come segue: Protoantropi o primi uomini, vissuti al principio dell'epoca delle glaciazioni ("pleistocene") poi scomparsi ed i cui resti sono stati trovati presso Pochino (Asia), presso Heidelberg (Europa) e presso il lago Njarasa (Africa Orientale); "essi scompaiono ad un certo momento e sono seguiti, in un tempo geologico più avanzato, da nuovi tipi umani, anche essi oggi estinti : i Paleantropi o uomini antichi, vissuti dal secondo all'ultimo periodo glaciale (pleistocene medio) e "che spaziano in tutto il vecchio mondo, Europa, Asia, Africa, mentre il resto della terra non risulta ancora abitato dall'uomo. Dopo i glaciali non s'incontrano più i Paleantropi; e tutti i continenti, compresi l'America e l'Australia, che prima non sembra siano occupati dall'uomo, risultano ora abitati e solo da Fanerantropi o uomini di forme attuali con le quali, senza dubbio, sono geneticamente legati i Fanerantropi fossili vissuti alla fine dell'epoca delle glaciazioni ". "La straordinaria e generale polimorfia dei Fanerantropi appare così in tutta la sua estensione al chiudersi del Pleistocene, già con le differenze etniche in più linee, corrispondenti alle speciali divisioni razziali dell'epoca attuale. Le cosiddette r. u. attuali sono fino da allora in evoluzione ".

Si può sinteticamente ritenere che le r. u. sono entita biologiche, rappresentanti suddivisioni della specie, spazialmente riferite alle aree geografiche occupate e cronologicamente in continuo divenire.
III. I caratteri razziali. - Per distinguere i diversi tipi etnici (r.) è necessario stabilire i caratteri detti comunemente razziali, che sono rappresentati da attributi ereditari rilevati con opportuni metodi tecnici. In passato molte classificazioni razziali venivano basate sui cosiddetti "caratteri chiave" - cioè sui caratteri considerati più distintivi e più tradizionalmente adoperati (quali, ad es., il colore della pelle, la forma dei capelli, l'indice nasale ecc.) - i quali non sempre, come modernamente si è visto, offrono garanzia di affinità genetica. Inoltre, uno stesso carattere può risultare discriminativo in certi casi e di scarsa importanza in altri e può essere stato adoperato ora per distinguere i gruppi maggiori, ora per differenziare le loro suddivisioni.

Ecco un elenco dei caratteri più usati : 1) caratteri morfologici: esterni somatoscopici: colore della pelle, forma e colore dei capelli, colore delle iridi, forma del-

## Page 352

l'apertura palpebrale, grado di pelosità, forma della testa, della faccia (secondo il contorno e i profili verticali e orizzontali) del naso, delle labbra, dei padiglioni auricolari, dei genitali, dei seni femminili; stestopigia (caratteristico accumulo di adipe nelle regioni glutee dei biscimani ed ottentotti ecc.); esterni somatometrici : dimensioni del corpo e dei suoi segmenti, dalle quali vengono calcolati gli indici secondo rapporti contesimali (ad es., indice scelico $=$ altezza busto $\times 100$ : statura) ecc.; interni: dello scheletro: morfologici e metrici; delle parti molli : morfologici e metrici dei muscoli, del cervello, delle ghiandole endocrine, ecc. 2) Caratteri fisiologici : termoregolazione, metabolismo basale, metabolismi speciali, proprietà gruppo specifiche del sangue, processi dell'accrescimento, ecc. A proposito delle proprietà gruppo specifiche del sangue, relative cioè ai gruppi sanguigni (di cui ormai, oltre al sistema dei quattro gruppi classici, si conosce anche il sistema M, N, P ed il sistema Rh e suoi sottogruppi, per tacere di altri meno diffusamente studiati) è da ricordare che esse sono servite di base ad alcuni autori per distinguere alcune cosiddette "r. sierologiche" costituite secondo determinate percentuali di distribuzione delle dette proprietà gruppo-specifiche. Esse rappresentano un moderno, interessante campo di indagini per gli studi razziali dei quali recentemente si sono occupati lo Steffan, l'Ottemberg, il Boyd, il Lundmann, il Genna, ecc. 3) Caratteri psicologici: anche essi sono stati presi in considerazione per la distinzione dei gruppi umani. Ma per la difficoltà di raccogliere dati psicologici numerosi ed obbiettivi, l'uso di tali caratteri è stato piuttosto raro, quando non è stato fatto a sproposito. 4) Caratteri fisio-pieco-patologici : particolari disposizioni o resistenze verso determinate malattie sono state ritenute da alcuni autori caratteristiche razziali. Ma una netta distinzione tra fattori genetici e fattori geografici è raramente raggiungibile. Per questo, pur ammettendo in via teorica la possibilità che esistano immunità o forme morbose legate alla r. (come, ad es., l'anemia drepanocitica dei Negri), in pratica conviene mantenere al riguardo le più ampie riserve.
IV. Le classificazioni delle r. u. - Le numerose classificazioni delle r. u. sogliono essere riunite in gruppi a seconda dei caratteri distintivi che sono stati adoperati e dei criteri che sono stati seguiti. Così, ad es., sono chiamate morfologiche quelle classificazioni basate prevalentemente sui caratteri morfologici; genealogiche o fletiche, quelle basate sulla interpretazione dei gradi di parentela o di affinità e della discendenza delle varie razze; gerardiche, quelle basate sull'interpretazione del grado di evoluzione desunto dalla vitalità razziale (incremento demografico, morbilità, estensione territoriale, condizioni geografiche dello spazio abitato, ecc.); geografiche, quelle basate prevalentemente sulla distribuzione geografica e sull'interpretazione delle varie situazioni biogeografiche.

La distinzione delle singole classificazioni in gruppi non può essere osservata in senso assoluto, perché una stessa classificazione può essere allo stesso tempo morfologica e geografica, morfologica e filetica, ecc.; le varie classificazioni comprendono un diverso numero di r. (e relative sottorazze) ed alcune anche un diverso numero di specie e perfino di generi; un certo accordo si può ritenere che, in parte, esista per gli aggruppamenti maggiori, mentre per i gruppi inferiori le discussioni sono tuttora aperte, per cui alcune r. si fanno appartenere ora ad un gruppo, ora ad altro. Pertanto, quali che siano i criteri seguiti, essi sono stati sempre informati ad ipotesi interpretative le quali, insieme con la difficoltà e l'incertezza di separare entro schemi rigidi l'enorme polimorfismo dell'uomo, rendono le varie classificazioni più o meno convenzionali e destinate ad essere modificate da ulteriori conoscenze. Nell'impossibilità di prendere in esame le varie classificazioni proposte, si ricordano sommariamente, fra le più recenti, quelle che hanno avuto maggiore diffusione. Già gli antichi distinguevano i vari tipi umani come si riscontra, ad es., nelle pitture egiziane, nella Bibbia, in Erodoto, in Ippocrate; ma le classificazioni in senso moderno si fanno cominciare con quella di C. Linneo (1735) che distingueva le varietà di Homo sapiens su spunti non
solo morfologici, ma anche psicologici ed etnologici: a) Americanus (rossiccio; collerico; ad incesso eretto; capelli neri, diritti, grossi; narici ampie; faccia lentigginosa; mento quasi imberbe; tenace, contento, libero; si dipinge con linee laberintiche rosse; governato dalla consuetudine); b) Europaeus (bianco, sanguigno, muscoloso; capelli biondeggianti, lunghi; occhi ceruli; agile, arguto, ingegnoso; si copre di abiti attillati; governato da leggi); c) Asiaticus (giallastro, melanconico, rigido; capelli nereggianti; occhi oscuri; severo, lussuoso, avaro; si copre con abiti sciolti, governato dalle epinioni); d) Afer (nero, flemmatico, rilasciate; capelli nerissimi, crespi; pelle liscia come la seta; naso simo; labbra tumide; le donne hanno il grembiule del pudore con mammelle lattanti allungate: astuto, pigro, indolente; si unge di grasso; governato dall'arbitrio).

Giovanni Federico Blumenbach (1765), in base ai caratteri morfologici (scheletrici) e delle parti molli della testa, distinse 3 varietà: 1) caucasica; 2) mongolica; 3) etiopica; 4) americana; 5) malese. Per l'indicazione delle aree spaziali delle singole varietà, la classificazione del Blumenbach, che è morfologica, viene erroneamente considerata geografica. Tra le classificazioni morfologiche, intese estensivamente nel significato di somatiche, possono essere comprese quelle cosiddette "cromatiche " perché basate esclusivamente o prevalentemente sul colore della pelle. Alcune di esse sono state anche chiamate "tripartite" perché distinguono l'umanità in tre gruppi principali: Bianchi, Negri, Gialli (Cuvier, 1813-17), chiamati successivamente Caucasoidi, Negroidi, e Mongoloidi e più tardi ancora Leucodermi, Melanodermi e Xantodermi (Stratz, 1922). Tra le classificazioni morfologiche moderne sono da ricordare quella di Deniker (1900) che, in base alla morfologia e colore dei capelli (comprendendo anche altri caratteri per le suddivisioni), distingue 6 gruppi razziali, e quella dell'Haddon (1909) che può essere considerata anche tripartita perché distingue tre grandi gruppi umani : i Lissotrichi (con capelli lisci), i Cimotrichi (con capelli ondulati) e gli Ulotrichi (con capelli crespi). Al gruppo delle classificazioni morfologiche potrebbero ancora essere ascritte quelle basate contemporaneamente sul criterio antropologico e linguistico e che il Biasutti chiama "artificialı". Di esse possono essere esempi quelle dello Huley (1870), del Mueller (1879), dell'Haeckel (1900) ecc.

Tra le classificazioni genealogiche o fletiche (che tengono anche conto dei caratteri somatici) si ricordano quelle di Giuseppe Sergi (1911) che ammise 3 generi, due fossili e tre viventi, applicando per la prima volta all'uomo una terminologia latina secondo le regole della nomenclatura zoologica; del Gregory (1924), del Montandon (1928) che, applicando all'uomo l'alogemosi del Rosa, distingue 3 grandi r. originatori successivamente da un tronco comune che si è andato dividendo progressivamente in due rami, dei quali l'uno è destinato ad estinguersi e l'altro ad evolversi. Una variazione della dicotomia ologenetica è stata applicata dal Frassetto (1948) alla classificazione delle r. u. fossili. Il Weinert (1939) ammette tre linee evolutive: una mera, sulla quale si disporrebbero i Negroidi, una bianca centrale, alla cui base sarebbero gli Australiani ed all'apice gli Europei, una gialla sulla quale si troverebbero i Mongoloidi; le tre linee si staccherebbero dallo stesso tronco dal quale originano le linee delle scimmie antropomorfe. Una classificazione filetica molto recente che fa riferimento alle cognizioni di genetica è quella del Fischer (1936), secondo cui da un unico tronco originario sarebbero per "mutazione" derivati quattro rami principali, e precisamente quelli dei Negridi, Australidi, Europidi, Mongolidi. Nell'ambito di ciascuno di questi grandi rami, ulteriori mutazioni, comparse simultaneamente in più rami, avrebbero dato luogo alle suddivisioni razziali. Così, p. es., il carattere "capello crespo", originario dei Negridi, può riscontrarsi anche in qualche r. degli Australidi perché vi è comparso in seguito a mutazione. Commenta in proposito S. Sergi che «le mutazioni prospettate dall'autore sono semplici supposizioni che hanno peraltro avuto un grande potere suggestivo».

## Page 353

Delle cosiddette classificazioni gerarchiche (che sono in parte anche genealogiche) la più antica è quella del Fritsch (1881) che distinse le r. u. nelle tre seguenti categorie: le r. protomorfé o "primitive" (più antiche) che numericamente, geograficamente e vitalmente si trovano in condizioni di svantaggio; le r. arcimorfe o "dominatrici" (più recenti) derivanti dalle prime e presentanti, rispetto a queste, condizioni di vantaggio; le r. metamorfé o "derivate" dagli incroci tra le arcimorfe o tra queste e le primitive. Analogo, mi più complessa di quella del Fritsch, è la classificazione dello Stratz (1904), alla quale segue quella di E. von Eickstedt (1934) che si ritiene di riportare essendo tra le più recenti. L'autore distingue tre branche principali: europiforme (leucofermi), negriforme (melanodermi) e mongoliforme (xantodermi) che a loro volta si suddividono come segue :

| Branche | Europiforme | Negriforme | Mongoliforme |
| :--: | :--: | :--: | :--: |
| Gruppi razziali principali | Europidi | Negridi | Mongolidi |
| R. secondarie | Polinesidi | Melanesidi | Indianidi |
| R. particolari | Veddidi | Pigmidi | Eschimidi |
| Forme intermedie | Ainuidi | Australidi | Khoisanidi |

Delle classificazioni morfologico-geografiche un esempio può essere rappresentato da quella del Vallois (1948) che, invece di considerare i continenti propriamente detti, prende in esame le seguenti 6 grandi regioni che chiama "aree antropologiche", ciascuna delle quali presenta una composizione razziale particolare: Europa e liscino dei Mediterraneo; Africa sudsahariana; India; Asia transhimalaiana; Mondo Oceanico; America.

Una classificazione genealogico-geografica è quella del Biasutti (1941) la quale viene riportata per esteso: 1. Ciclo delle forme primarie equatoriali. - a) Ramo degli Australoidi: gruppo delle r. austro-oceaniche: Paleoaustralidi (r.: Australide e Tasmanide); gruppo delle r. papua-melanesiane: Papua-melanesidi (r.: Melaneside e Papuaside); gruppo delle r. austro-asiatiche: Veddomalidi (r.: Veddide, Malide e Senoide); b) ramo dei Negmidi: gruppo austro-africane: Steatopigidi (r.: Steatopigide); gruppo delle r. pigmee: Pigmidi (r.: Bambutide, Andamanide, Semangide e Aetide); gruppo delle r. negro africane: Negridi (r.: Sudanide, Nilotide, Congolide e Cafride). 2. Ciclo delle forme primarie boreali: c) ramo dei Mongoloidi : gruppo delle r. mongoloidi paleoanoffe: Premongolidi (r.: Siberide e Tibetide); gruppo delle r. mongoloidi neomorfe: Mongolidi; sottogruppo neoartico (r.: Eschimide); sottogruppo asiatico (r.: Tungide, Sinide e Sudmongolide) ; d) ramo degli Europoidi : gruppo delle r. europoidi paleomorfe: Pre-europidi (r.: Ainuide, Uralide e Lappide); gruppo delle r. europoidi neomorfe: Europidi; sottogruppo europeo (r.: Nordide, Mediterrenide, Adriatide, Baltide e Alpide); sottogruppo afro-asiatico (r.: Berberide, Orientalide, Armenide, Assiride, Turanide e Indide). 3. Ciclo delle r. derivate subequatoriali: forme africane (r.: Etiopide, Saharide e Malgasside); forme sud-asiatiche (r.: Indo-melanide e Indoneside). 4. Ciclo delle r. derivate del Pacifico e dell'America: forme del Pacifico (r.: Polineside); forme dell'America; forme con accentuazione del componente mongoloide (r.: Fuegide, Pampide, Amazzonide, Istmide, Planide e Columbide); forme con accentuazione del componente europoide (r.: Lagide, Andide, Sonoride e Appalacide). - Vedi per: XXVIII-XXIX.

Bibl.: F. J. Blumenbach, De yeneris humani varietate nativa, Gottinga 1772; G. Cuvier, Le règne animal distribué d'après son organisation pour servir de base à l'hist. naturelle des animaux et d'intrud, à l'anatomie comparée, Parigi 1815-17; C. Pickering, The Races of Man and their geograph. distribution, in U. S. Exploring Expedition under C. Wilkes, IX, Filadelfia 1848; G. Fritsch, Geogr. und Anthropol. als Bundgenossen, in Verh. d. Gesellschaft f. Enfleside, Sofano 1881; A. De Quatrchagn, Hist. genov. der races humaines, Parigi 1889; F. Ratzel, Le r. u., trad. it., Torino 1891-96; J. Deniker, Les races et les peuples de la terre, Parigi 1902 ( $2^{\text {e }}$ ed. 1926); H. C. Stratz, Naturgesch. des Menschen,

Stoccarda 1904; G. Sergi, L'uomo secondo le origini, l'antichità, le variaz. e la distribue. geografica. Sistema naturale di classificazione, Torino 1911; R. Bissutti, Studi sulla distribue. dei caratteri e dei tipi antropolog., in Mem. geograf. di G. Dainelli, n. 12, Firenze 1912; id., R. e popoli della terra, 3 voll., Torino 1941; V. Giuffrida Ruggeri, L'uomo attuale, Roma 1913; W. R. Gregory, Ecolution of the human Race, in Am. Museum Journal, 1917; D. Rosa, Ologenesi. Nuova teoria dell'evoluz. e della distribue. geograf. dei rjcenti, Firenze 1918; R. Ottenberg, A classification of human races based on geographic distribution of the blood groups, in Journ. Am. Med. Ass., 1922; G. Taylor, Excitement and Races, Londra 1927; G. Montandon, L'Ologenèse humaine (Ologenisme), Parigi 1928; E. Pillard, Les races et l'hist., ivi 1932; L. Cuenor, L'espice, ivi 1936; E. Fischer, Die Erbanlagen der Russen. In Baur-Fischer-Lenz: Menschl. Erblehre und Rassenhygiene, Monaco 1938; C. S. Coon, The Races of Europa, Nuova Ynd. 1939; H. Weinert, Die Russen der Menschheit, Lipsia 1939; M. F. Carallo, R. u. estinte e viventi, Firenze 1942; F. Frateretio, Di una nuova classifcaz. delle r. u. fossili alla luce del Digenismo, Bologna 1948; G. Seca, Antropologia, in Enc. Ital., III, p. 380 sgg.; S. Sergi, s. v. ibid., App., I, 1938-48, p. 209 sgg.; id., Antropologia, in Enc. Medica, I, Firenze 1930, coll. 1313-18; id., Gli uomini nel pleistocene, Accad. nss. Lincei, Memorie, n. 16, 1950; W. C. Boyd, Genetica and the Races of Man, Boston 1930. Venerando Correnti

RAZZI, Serafino. - Storico domenicano, n. a Marradi di Mugello il 13 dic. 1531, m. a Firenze l'8 ag. 1611. Religioso a Firenze nel convento di S. Marco (28 giugno 1549), studiò a Perugia e a Firenze. Insegnò in varie città ( $1560-74$ ), fu priore in diversi conventi ( $1574-82$ ) e reggente degli studi a Perugia dal 1582 al 1587 , in cui fu inviato in Dalmazia (1587) quale vicario generale per ricondurre all'osservanza regolare i conventi di quella Congregazione domenicana. Rientrato in Italia ricoprì altre cariche.

Fu soprattutto elegante agiografo; scrisse : Vita de' santi, beati e venerabili del S. Ordine dei Predicatori (Firenze $1577,2^{\mathrm{a}}$ ed., con l'aggiunta di altre Vita, ivi 1588 , Lucca 1596, Palermo 1605 ; trad. franc. Parigi 1616); Vita della b. Quauna da Cattaro (Firenze 1592); Vita della verba di Dio Caterina de' Ricci (Lucca 1594); Vita del glorioso s. Zacinto confessore (Firenze 1596); Historia degli homini illustri del S. Ord. dei Predicatori (ivi 1596). Inoltre lasciò manoscritte prediche, opere di filosofia, di teologia e di S. Scrittura, varie vite di santi, la storia del monastero di S. Vincenzo a Prato, la vita di Girolamo Savonarola.

Bibl.: Quaif-Echard, II, pp. 386-88; L. Ferretti, Fra S. R., appunti biografici, in Il Rosario Mem. domenicano, 20 (1903), pp. 168-73, 211-16,