redicatori (ivi 1596). Inoltre lasciò manoscritte prediche, opere di filosofia, di teologia e di S. Scrittura, varie vite di santi, la storia del monastero di S. Vincenzo a Prato, la vita di Girolamo Savonarola.
Bibl.: Quaif-Echard, II, pp. 386-88; L. Ferretti, Fra S. R., appunti biografici, in Il Rosario Mem. domenicano, 20 (1903), pp. 168-73, 211-16, 310-18, 361-64, 421-29, 456-62; con Bibliogr. delle opere, ibid., pp. 364-66, 429-32, 463-64; G. Rotondi, Fra S. R. ed il suo viaggio in Lombardia nel 1570, in Arch. stor. lombardo, 51 (1924), pp. 186-214.
Alfonso D'Amato
RAZZI, Silvano. - Umanista e agiografo camaldolese, fratello di Serafino, n. a Marradi di Mugello nel 1527, m. a Firenze il 15 ott. 1611. Discepolo affezionato del poeta e storico Benedetto Varchi, scrisse tragedie, che gli meritarono plauso. Fattosi monaco camaldolese a S. Maria degli Angeli di Firenze, attese assiduamente agli studi sacri.
Fu visitatore generale, abate di S. Maria in Gradi ad Arezzo e primo abate (titolo succeduto a quello antico di priore) di S. Maria degli Angeli in Firenze. Durante il suo governo, il cenobio si arricchì di opere d'arte e riacquistò fama nel campo degli studi; circolò la voce che, per compiocere gli amici, R. avesse defraudato il monastero di molti codici miniati del Quattrocento.
Scrisse: Raccolta di orazioni a Cristo e alla beatissima Madre Maria (1556); I miracoli della gloriosa Vergine Maria (1599); Corona del Signore in forma di orazioni (1592); Vite dei santi e beati dell'Ordine di Camal-
doli (1600); Quadragesimale ovvero meditazioni per ciascun giorno di Quaresima (1607); altre opere di ascetica e agiografia rimasero inedite e forse andarono smarrite.
Bibl.: Annales Com., VIII, p. 230; A. Pagnani, Storia dei Camaldolesi, Sestoferrato 1949, p. 177. Anselmo Giabbani
RAZZISMO. - Vocabolo entrato in uso in Italia (ed in Francia: racisme) a partire dal 1935-'38,
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per indicare una dottrina ed una pratica politica, relativa alla razza, divulgate dal nazionalsocialismo (v.), poco prima affermatosi totalitariamente in Germania.
La dottrina si basava, in modo essenziale, sull'asserito valore preponderante assunto nello svolgersi degli eventi storici e del conseguente sviluppo della civiltà umana dalla contemporanea sussistenza di razze superiori dotate di capacità di comando, di creazione, d'inventiva e di razze inferiori puramente idonee a compiti esecutivi, suscettibili solo di esplicare attività critiche disgregatrici e dissolvitrici, se non opportunamente raffrenate e guidate. La pratica politica, dettata dalle asserzioni dottrinali anzidette, mirava ad assicurare, appoggiandosi ad un'estesa opera legislativa, il predominio politico e sociale della razza ritenuta superiore su quella, o quelle considerate inferiori, nella preoccupazione inoltre di tutelarne e potenziarne per l'avvenire la purezza e la sanità. Sull'esempio germanico, l'espressione r. presto assunse anche un netto significato antisemita per il motivo che le popolazioni ariane europee si sarebbero trovate nel pericolo prossimo d'essere inquinate in modo intimediabile dai nuclei ebraici accolti nel loro territorio durante i secoli scorsi. In Italia, il governo fascista, dapprima estraneo al r., vi accedette nel 1938 promulgando leggi antisemite all'interno e contro il meticciato nelle colonie; ma, per l'avversione della Chiesa e, in generale, della popolazione, il r. assunse punte persecutorie soltanto durante l'occupazione tedesca.
Oltre ad un'iniqua differenziazione di status giuridico fra gli stessi cittadini nell'interno dei rispettivi Stati, la dottrina e la pratica politica summenzionate determinavano anche un'allarmante tendenza, da parte delle potenze che si ritenevano popolate da razze superiori, ad imporre la loro egemonia sui gruppi etnici finitimi, qualificati come razza inferiore; risultato conseguito, ad es., dalla Germania nazionalsocialista, sia pure in modo effimero, innestando i nuovi concetti pseudo-scientifici razziali sugli assiomi pangermanisti del recente passato (v. Fangermandismo). Era chiara, peraltro, l'insanabile antitesi subito determinatasi fra la dottrina e la pratica politica del r. e i dettami della morale cattolica, che insegna l'eguaglianza in Cristo di tutti gli uomini, e della prassi democratica, postulante l'eguaglianza e la libertà di tutti i cittadini, indipendentemente dal sesso, razza, lingua o confessione religiosa.
I precedenti dottrinali del r. sono assai numerosi; ma, restando negli anni più vicini, basti ricordare gli scritti del francese J. A. Gobineau e dell'inglese H. S. Chamberlain, che sostennero, nella seconda metà delI'Ottocento, l'assoluta superiorità della razza ariana (esistente nel suo stato più puro, per il Chamberlain fra gli Anglosassoni e per il Gobineau fra i Tedeschi).
Quali precedenti della pratica politica vanno, invece, ricordati i numerosi espedienti escogitati nel Nord America per mantenere la numerosa popolazione negra (introdottavi dal sec. xv; in poi), i residui delle tribù pellirosse ed anche non pochi immigrati di razze più povere (Slavi, Latini, ecc.) in una condizione di netta inferiorità giuridico-sociale; notando, peraltro, a tale proposito, che, oltre e più che le vere e proprie discriminazioni legislative, hanno spesso avuto efficacia in tal senso numerose usanze ed imposizioni extralegali, tradizionalmente mantenute, come la separazione completa nella vita d'ogni giorno, estesa ai locali pubblici ed ai mezzi di trasporto, i privilegi nell'assunzione al lavoro, il divieto di frequentare istituti di cultura superiore, il linciaggio, ecc.
Attualmente, può ricordarsi il rinnovato rigoglio di r. che si è verificato nell'Unione Sudafricana dopo l'ascesa al governo, nel 1948, del Partito nazionalista di Malan (nel cui programma elettorale si trovava affermata la necessità di un'assoluta "segregazione" per le razze di colore : principio detto dell'apartheid).
Rua.: J. A. Gobineau, Essai sur l'inégalité des races humaines, $2^{\circ}$ ed., Parigi 1884; H. S. Chamberlain, Grundlagen des neunzehnten Yahrhunderts, Berlino 1899, Monaco 1928; G. Pasquali, I puro sangue, in Pagine meno stravaganti, Firenze 1934; J. Evola, Il mito del sangue, Milano 1937; G. Schmidt, Razza
e nazione, Brescia 1938; E. Vermeil, Le vacisme allemand, Parigi 1939; M. Bendiscioli, Neopaganesimo razzista, $3^{\circ}$ ed., Brescia 1945; L. Polinkov, Bréviaire de la haine, Parigi 1952.
Paolo Biscaresti di Ruffia
RE, I e II (III e IV) libro dei. - Due libri del Vecchio Testamento, che compendiano la storia del popolo ebraico dagli ultimi anni di David (m. nel 970 a. C.) all'esilio babilonese ( 587 a. C.), posti dagli Ebrei tra i "prophetac priorea".
Nella Volgata portano il nome di "libri dei R." (Libri Regum) quattro libri, detti nei Settanta * libri dei Regni " (Esoniztuûr: cf. il rilievo di s. Girolamo, nel Prof. Gol., contro questa denominazione) mentre nel testo masoretico i primi due di essi sono denominati "libri di Samuele" (v.) e gli altri "R. (libro dei) primo e secondo". E preferibile la denominazione dell'ebraico, per cui l e II dei R. rispondono al III e IV della Volgata (e Settanta). Originariamente i due libri dei $R$. ne formavano uno solo, come i due di Samuele. L'unità è mantenuta nella versione siriana. La divisione in due libri, introdotta dai Settanta, è passata alle versioni latine, e, tardivamente (sec. xv), alla Bibbia ebraica, prima nei manoscritti, poi nell'edizione a stampa curata da Felice da Prato e pubblicata da Daniele Bomberg (Venezia 1716-17).
I libri dei $R$. abbracciano tre periodi ben distinti : a) il regno unito sotto David (ultimi giorni) e Salomone (I Reg. 1-11); b) i due regni d'Israele e di Giuda (I Reg. 12; II Reg. 17); c) il regno di Giuda dalla caduta d'Israele all'esilio di Babilonia (II Reg. 18-25).
I. Ultimi giorni di David e regno di Salomone, 970-930 (?) (I Reg. 1-11). - A David vecchio e infermo (I Reg. 1, 1-4) tenta sostituirsi Adonia, ma l'intervento tempestivo di Nathan, tramite Bethsabca, assicura il regno a Salomone (1, 3-53). Adonia desta nuovi sospetti chiedendo in moglie Abisag, e Salomone lo fa mettere a morte (2, 13-25). Poi viene destituito Abiathar, sommo sacerdote, e ucciso Inali, entrambi favoreggiatori di Adonia : al primo succede Sadoc, al secondo Banaia (2, 26-35); per mano del quale finisce pure Semei (2, 36-46). Matrimonio di Salomone con la figlia del Faraone d'Egitto (3, I sgg.). Dio concede a Salomone la sapienza, che si manifesta subito nel noto giudizio ( $3,4-28$ ). Organizzazione del regno e altre manifestazioni della saggezza di Salomone. Costruzione del Tempio e della reggia, mobilio del Tempio (4-7). Traslazione dell'arca, discorso e preghiera di Salomone, che benedice il popolo e offre sacrifizi (8). Seconda apparizione divina con promesse e minacce; cessione di alcune città a Hiram, nuove imprese e nuovi gravami ( 9 ). Visita della regina di Saba (10, 1-13). Splendore e lusso di Salomone (10, 14-29), traviato dalle magli e concubine pagane e riprovato da Dio, che gli suscita nemici, tra i quali Ieroboam; riepilogo del regno e morte di Salomone (11).
II. I due regni d'Israele e di Giuda, 930-722-121 A. C. (I Reg. 12 - II Reg. 17). - Scisma, provocato dal malcontento delle tribù del nord, troppo gravate di tributi, e dall'imprudenza di Roboam; Ieroboam re delle dieci tribù dissidenti (I Reg. 12, 1-20). I rapporti tra i due Regni sono quasi sempre ostili, fuorché durante un periodo di accordo tra le due case regnanti ( $875-842$ ca. a. C.), fino alla caduta di Israele ( $842-722-21$ a. C.). La serie verte intorno ai sovrani dei due Regni (s'indica in questo prospetto la cronologia più probabile).
Re di Giuda
Roboam (17 anni : 930914), tenta di sottomettere le tribù ribelli e subisce l'invasione di Sesac d'Egitto (I Reg. 12, 21-24; 14, 2131).
Abia (3 anni : 914-912) (15, 1-8).
Aba (41 anni : 912-872), re pio (14, 9-24).
RE D'ISRAELE
Ieroboam (20 anni: 930-911; o 22: 932-911), dopo le scisma politico consumò quello religioso, con il culto organizzato a Bethel e a Don, attirando la condanna della sua casa per bocca del profeta Ahia (I Reg., 12, 25-14, 20).
Nadab (2 anni : 911 910), figlio di Ieroboam, fu ucciso da Baasa (15, 25-32).
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Iosaphat (25 anni: 872-849), buono ma debole, tanto da dare in moglie al proprio figlio Ioram la figlia di Achab, Athalia (22. $41-44.47-51$ ).
Iobam (8 anni: 849842 ), re ompio (II Reg. 8. 16-24).
Ochozia (1 anno : 8.42 ): combatté con Ioram, re di Israele, contro gli Aramei e fu ucciso da Ichu (8, 2529; 9, 14-30).
Athalia (7 anni: 842836), usurpatrice per eccidio di tutti i membri della casa reale; ma le sfugge Ioas; per ordine del sommo sacerdote Ioiada fu uccisa (II, 1-20).
Ioas (40 anni: 836797), restaurò il Tempio; fu ucciso (12, 1-22).
Amasia ( 5 [29] anni: 797-783) : fu vinto da Ioas d'Israele e cadde vittima di una congiura (14, 1-22).
Azaria (Uzzia, Ozia: 27 [52] anni: 783-757): buono, ma colpito da lebbra lascia il governo al figlio Ioatham (15, 1-7).
Ioatham (16 anni: 757 742), re pio.
Achaz (16 anni: 741 736), re paganeggiante, ottenne l'aiuto dell'Assiria contro la coalizione SiriaIsraele (16, 1-20).
Ezechia (29 anni : 726 [725]-697).
Baasa (25 anni: 910887), usurpatore, in guerra con Asa (15, 33-16, 7).
Eta (2 anni : $887-886$ ), ucciso da Zimri ( $16,8-14$ ).
Zinari (7 giorni: 886), usurpatore, sopraffatto da Amri, si uccise (16, 15-20).
Amri (12 anni: 886 875), fondò la capitale Samaria, diede prosperità al Regno (16, 21-28).
Achaz (22 anni: 875 854), empio, sposò l'idolatra Iezabel, introdusse il culto di Baal, contrastato da Elia (16, 29-22, 40).
Ochozia (2 anni : 854 853), degno figlio di Achab (22, 52 sgg.; II Reg. 1, $1-2,25)$.
Iobam (12 anni: 853 842), combatté contro Mesa di Moab e contro Benadad di Damasco. Attività di Eliseo (II Reg. 3, 1-27; 4, 1-8, 15).
Iehu (28 anni: 842 815), fece giustizia della stirpe di Achab e distrusse il culto di Baal; fu vinto da Hazael di Siria ( 9,1 -10, 36).
Ioachaz (17 anni : 815 798), Israele, oppresso dagli Aramei, ebbe un salvatore (Adadnirâri?) (13, 1-9).
Ioas (16 anni: 798783), vinse gli Aramei (13, 10-25).
Ieroboam II (41 anni: 783-743), con lui Israele raggiunse la massima potenza ed estensione (14, 23-29).
Zaccaria (6 mesi : 743), ucciso da Sellum (15, 8-12).
Sellum (1 mese : 742 ), soppresso da Manahem (15. 13-16).
Manahem (6 [io] anni : 742-737), paga un forte tributo a Theglathphalasar III (15, 16-22).
Phaceia (Péqohjâh) (2 anni: 737-736), ucciso da Phacee (15, 23-26).
Phacee (Peqoh) (4 [20] anni: 736-732), soppresso da Osse (15, 27-31).
Osse (9 anni : 732-724), ribellatosi all'Assiria, fu imprigionato; Samaria cadde dopo tre anni d'assedio, 722-21. Origine dei Samaritani (17, 1-41).
III. Il Regno di Giuda dalla caduta di Samaria fino all'esilio. - Ezechia, re pio, minacciato d'invasione da Sennacherib, liberato prodigiosamente; guarito da malattia mortale; imprudentemente mostrò i propri tesori a Merodach Baladan (II Reg. 18-20). Manasse fu empio fin verso la fine dei suoi 55 anni di regno ( $697[696]-642$ ) (21, 1-18). Anion, empio come Manasse, dopo due anni di regno ( $642[641]-640$ ) fu ucciso da una congiura di corte; il popolo fece giustizia degli assassini e proclamò re il pio Giosia (31 anni: 640[639]-609) (21, 19-26), che restaurò il Tempio e promosse una radicale riforma religiosa; morì a Megiddo nel tentativo di resistere al faraone Nechao (22, 1-23, 30). Ioachaz (tre mesi : 609) fu fatto prigioniero da Nechao, che pose sul trono Eliacim, con il nome di Ioakim, che regnò undici anni ( $609[608]-598$ ), tributario di Nabuchodonosor (23, 31-24, 7). Questi imprigionò pure il successore Ioachin dopo tre mesi di regno (598) e creò re Matthania con il nome di Sedecia (598[597]-587). Gerusalemme fu assediata nel $9^{\circ}$ anno di Sedecia e cadde l'110 587); a Sedecia (v.) vennero uccisi i figli e cavati gli occhi. Seguì la deportazione del popolo, la depredazione del Tempio e l'uccisione dei notabili (24, 8-25, 21). Godolia, messo a capo dei rimasti in Giudea, fu ucciso e il popolo fuggì in Egitto per timore dei Babilonesi (25, 22-26). A Icachin venne addolcita la prigionia da Evilmerodac (23, 27-30).
Raccontati gli ultimi giorni di David e il regno di Salomone, la narrazione procede secondo uno schema costante, specialmente nella trattazione parallela dei re di Giuda e d'Israele. La formola introduttoria contiene: a) indicazione sincronistica dell'anno d'ascess al trono in riferimento al conregnante re d'Israele (I Reg. 15, 1. 9; 22, 41 ecc.) o di Giuda (ibid. 15, 25. 33; 16. 8. 15. 23. 29; 22, 52 ecc.); b) durata del regno (ibid. 15, 2. 10. 25. 33; 16, 8. 15. 23. 29; 22, 42. 52 ecc.); c) giudizio sull'indole del sovrano sotto l'aspetto della fedeltà o meno alla religione. A questo riguardo i re d'Israle sono tutti paragonati a Ieroboam, che ha fatto peccare il suo popolo (ibid., 15, 26 sgg., 34; 16, 26 ecc.). I re di Giuda vengono giudicati sul modello di David, fedele per eccellenza. Sono pessimi alcuni : Abia (ibid. 15, 23 sgg.), Achaz (II Reg. 16. 2 sgg.), Manasse (ibid. 21,9 ) ecc.; parecchi hanno praticato sostanzialmente la religione di David, ma usando tolleranza verso il culto degli alti luoghi (così anche Iosaphat: I Reg. 22, 44); ben pochi meritano un elogio incondizionato per aver praticata pura e semplice la religione di Jahweh (Ezechia: II Reg. 18, 3 sgg.; Gioia: ibid. 22, 2). La formola conclusiva contiene: a) indicazione della fonte, a cui anche il lettore viene rinviato per più ampie informazioni (I Reg. 14, 29; 15, 7. 23. 31; II Reg. 8, 23; 10, 34 ecc.); b) morte e successore (I Reg. 14, 31; 15, 8. 24; II Reg. 8, 24; 10, 35 ecc.). Elementi non costanti sono l'indicazione dell'età che aveva il sovrano all'inizio del suo regno (I Reg. 22, 42; II Reg. 14, 23); il nome della madre per i re di Giuda (II Reg. 8, 26); il luogo della sepoltura (I Reg. 16, 28; 22, 51).
IV. Storicitá. - Il libro dei R. 6, senza dubbio, un'opera storica; ma è una storia a tesi, in quanto mira a dimostrare con i fatti che la felicità del popolo eletto dipende dall'osservanza della legge divina, come dalla non osservanza derivano le sciagure della casa di Giuda e di quella d'Israele (cf. II Reg. 17, 7-23). Conseguentemente, occupa il primo piano in questa storia l'elemento religioso. L'azione dei profeti, poi, è lumeggiata con cura particolare (estese narrazioni che formano i cicli di Elia e di Eliseo: I Reg. 17-II Reg. 1; II Reg. 2-13), perché essi erano i difensori della religione, con autorità di richiamarvi sia il popolo sia i suoi re e i suoi sacerdoti. Altro carattere è quello dinastico, ossia la dimostrazione della legittimità dell'unica dinastia davidica che regna in Giuda, contro le molte scismatiche che si susseguono in Israele. Lo stesso re prigioniero Ioachin, a cui Evilmerodac "risolleva il capo " (II Reg. 25, 27), acquista quasi il valore di un simbolo e di un pegno per l'avvenire del popolo deportato. Contro l'unica casa di David in Giuda (la parentesi di Athalia si chiude presto con l'avvento del superstite erede di David) stanno ben nove famiglie regnanti in Israele, nello spazio di duecento anni. I due libri dei $R$. portano evi-
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denti i segni della compilazione. L'autore si è limitato talvolta a giustapporre i documenti senza curarsi di evitare duplicati, risultanti dal fatto che le diverse fonti contenevano le stesse notizie. Tra i vari casi del genere si notino: I Reg. 5, 1 e 5,4 (estensione del dominio di Salomone); ibid. 5, 6-30 e 10, 23-36 (ricchezza e magnificenza di Salomone; tributi versati a lui); ibid. 9, 28 e 10, 11 (ricchezze importate da Ophir); II Reg. 13, 12 sg. e 14, 16 sg . (fine di Iuas). Tuttavia cib non toglie l'unità di composizione, testimonista dallo schematismo che governa il libro, dallo spirito che lo anima e dai fini dimostrativi ai quali serve la narrazione. Indizio dell'unità di composizione sono pure certe formole ricorrenti, come: " peccato di Ieroboam" (otto volte in I Reg. e nove in II Reg.) "fare ciò che è male agli occhi del Signore" (trenta volte nei due libri); "a cagione di David mio servo" (I Reg. 13, 32, 34; 15, 4; II Reg. 8, 19; 19, 34; 20, 6); "mingens ad parletem" (I Reg. 14, 10; 16, 11; 21, 21; II Reg. 9, 8; altrove soltanto in I Sam. 25, 22. 34).
Sono citate esplicitamente le seguenti fonti: il Libro delle gesta di Salomone (I Reg. 11, 41); gli Annali dei Re di Giuda ( 15 volte, la prima per Roboam [I Reg. 14, 29], l'ultima per Ioachin [II Reg. 24, 5]); gli Annali dei Re d'Israele ( 18 volte, la prima per Ieroboam [I Reg. 14, 19], l'ultima per Phacee [II Reg. 15, 31]). Si discute se queste fonti siano ufficiali o private. Se fossero ufficiali, si avrebbe un motivo di più per supporre in $R$. l'esistenza di altre fonti con le quali si spiegherebbe la relazione di fatti e di giudizi poco onorifici per i sovrani, che le fonti d'ispirazione aulica non potevano contenere; ma è più probabile che fossero compilazioni private che avevano utilizzato le fonti ufficiali.
Delle fonti non citate esplicitamente nel libro dei $R$. alcune dovevano essere d'origine aulica, da cui deriverebbero l'elenco dei ministri e dei prefetti di Salomone (I Reg. 4, 2-19), il panegirico della grandezza del medesimo (ibid. 4, 20-34), il racconto della visita della Regina di Saba (ibid. 10, 1-29); altre di origine sacerdotale, che narrano la costruzione del Tempio (ibid. 6, 1-7, 50), la rivolta contro Athalia, organizzata dal sommo sacerdote Ioiada (II Reg. 11, 1-20), i restauri del Tempio sotto Ioas (ibid. 12, 1-16), la riforma religiosa di Giosia (ibid. 22, 3-23, 27) ecc.; altre, infine, d'origine profetica, donde l'invettiva di un profeta contro Ieroboam e l'altare costruito da lui in Bethel (I Reg. 13, 1-23), il rimprovero
ad Achab (ibid. 20, 1-45). A quest'ultima categoria appartengono in blocco i cicli di Elia (I Reg. 17 - II Reg. 1) e di Eliseo (II Reg. 2-13), che hanno contorni ben definiti per lo stile e per lo spirito che li informa. Non tutte, forse, queste fonti furono scritte : alcune poterono giungere al compilatore per tradizione orale.
Che i libri dei $R$., come si presentano attualmente, siano posteriori d'alcune decine di anni alla caduta di Gerusalemme ( 587 a. C.) si ricava dall'episodio narrato in II Reg. 25, 2730. Evilmerodach ( $562-560$ a. C.) fece grazia a Ioachin; re di Giuda, liberandolo dal carcere e assicurandogli un trattamento decoroso, con altri re spodestati; il che, dice il redattore, durò fino alla morte di Ioachin, onde si dovrebbe scendere voro tempo dopo l'avvento al trono di Evilmerodach. Ma può trattarsi di una nota redazionale, aggiunta assai dopo la prima compilazione, la quale, cosi, può essere non solo anteriore alla liberazione di Ioachin dal carcere, ma all'esilio e alla caduta di Gerusalemme. Di ciò si hanno indizi abbastanza chiari in $I$ Reg. 8, 8 (sussiste ancora l'arca dell'Alleanza nel Tempio); II Reg. 8, 22 (Edem è libero dal dominio d'Israele, fino al presente); nell'insistenza sulle promesse di una successione ininterrotta per la dinastia di David, troppo in contrasto con la caduta del regno di Giuda e la sorte toccata a Sedecia e alla sua famiglia (II Reg. 25,7).
V. Autore. - Nulla si può dire di positivo intorno all'autore. Sarebbe stato Geremia, secondo la tradizione rabbinica (Räbbâ' Bathrä', 15 a), raccolta da s. Isidoro (De eccl. aff., I, 12, 1: PL 83, 747), da Sisto da Siena (Biblioteca sancta, I, Venezia 1575, p. 31), da Cornelio a Lapide (Comm. in Scripturam S., III, Ios. - III Reg., Parigi 1866, p. 251), considerata favorevolmente, tra i moderni, da R. Cornely (Historiia et critica Introductio in utriusque Test. libros sacros, II, 1, $2^{\mathrm{a}}$ ed., Parigi 1897, p. 293 sgg.), M. Hetzenauer (Theologia biblica, I, Friburgo 1908, p. 351) e qualche altro (cf. H. Höpf - A. Miller - A. Metzinger [v. bibl.], p. 167 sgg.), può spiegarsi per una certa analogia nel modo di concepire e di giudicare tra i due libri dei $R$. e quello di Geremia, ma specialmente per l'identità di contenuto di II Reg. 24, 18-25, 21, 27-30 (25, 22-26 sono un riassunto del racconto di Ier. 40, 7-41, 18) e di Jer. 52. Ma è più verosimile che un redattore degli oracoli di Geremia abbia mutuato dal libro dei $R$. un materiale che era una conveniente conclusione del libro profetico, dimostrando l'avveramento dei vaticini.
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Il rinvio costante alle fonti è già un buon criterio per giudicare dell'attendibilità delle informazioni. Il contenuto di $R$. trova, inoltre, un frequente controllo in altri libri storici, e in quelli profetici (cf. tra molti casi: Os. 7,$7 ; 8,4=$ II Reg. 15, 10, 14, 25; Os. 5,$13 ; 7,11$; $8,9 ; 12,2=$ II Reg. 15, 17-20; Am. 7, 10; 4, 1-6= II Reg. 14, 23-29; Is. 7, 1-12 = II Reg. 16, 5; Is. 76, 1-37, 38 = II Reg. 18, 13-19, 37, ecc.). I documenti e i monumenti egiziani, assiri, neobabilonesi, palestinesi offerti dagli scavi hanno dato spesso sorprendenti conferme del valore storico della narrazione biblica. Così, per limitarsi a qualche esempio, un'iscrizione del 'Tempio di Amon in Karcala ricorda le vittorie di Sošenk (945-924 a.C.) in Siria e in Palestina, con nomi di varie città o conquistate o sottoposte a tributo: è il Sesse che saccheggiò Gerusalemme secondo I Reg. 14, 25 sg. L'iscrizione di Salmanazar II (859-826 a. C.) - obelisco nero - pone tra i re che pagano tributo anche Iehu d'Israele. I documenti neo-babilobesi confermano il dato di II Reg. 25, 27 sgg. circa il vitto fornito allo spodestato re Ioachin dalla mensa di Evilmerodach (cf. E. F. Weidner, Jujuchin, König von Juda, in babylonischen Keilschriftesten, in Mélanges syrieus offerts à R. Dussoud, II, Parigi 1939, pp. 923-35; A. Bos, König Jujuchin in Keilschriftesten, in Biblica, 23 [1942], pp. 78-82). L'iscrizione di Mesa, re di Moab, conferma II Reg. 3, 4-27. Molta luce, inoltre, è venuta ai libri dei $R$. dagli scavi di Samaria, di Lachia (lettere di Lachia = Tell ed-Duweir) e di Megiddo (Megeddo = Tell-el-Mutesellim). A Megiddo trova un'imponente conferma I Reg. 9, 19 (stalle di Salomone). Cf. H. Lusseau-M. Collomb (v. bibl.), pp. 209-22; H. Höpff - A. Miller - A. Metzinger (v. bibl.), p. 169.
Vari problemi sorgono dai dati cronologici dai libri dei $R$., e numerose ipotesi furono avanzate per risolverli. Dal rapporto tra la durata dei singoli segni e l'anno di regno del conregnante re di Giuda o d'Israele nascono difficoltà, non coincidendo il numero degli anni in periodi che dovrebbero essere di uguale durata. Nei periodi che vanno da Roboam all'usurpazione di Athalia e da Ieroboam all'avvento di Iehu, che dovrebbero coincidere perfettamente, i re di Giuda regnano 95 anni e quelli di Israele 98. Per il periodo successivo, che va fino alla caduta di Samaria, gli anni dei diversi regni in Giuda assommano a 165, in Israele a 143. Tenendo poi conto che Iehu paga il suo tributo a Salmanassar III, stando ai documenti assiri, ca. l'anno 842 e Samaria è caduta nel 721 , dovrebbe ulteriormente ridursi questo periodo a 120 anni ca. Per risolvere queste e altre difficoltà, si è fatto ricorso all'ipotesi che in uno dei due regni si seguisse, nel computare gli anni del sovrano, il metodo della predatazione, mentre nell'altro si seguisse quello della postdatazione, attribuendosi, nel primo caso, tutto intero al nuovo sovrano l'anno della sua accensione al trono, nel secondo, cominciandosi a contare i suoi anni di regno dall'inizio del nuovo anno civile. Si è pensato pure che in un regno si cominciasse il nuovo anno nel mese di uisâa e nell'altro nel mese di tiêrl. Ci poterono essere dei corregni, con la conseguenza che gli stessi anni venissero computati due volte. Qualche errore può attribuirsi ai copisti e ad incauti correttori. Superando la sfiducia di s. Girolamo (Epiat, 72 ad Vitalem: PL 22, 676), che considerava il compito di accordare le date dei libri dei $R$. come un'occupazione di sfaccendati, molti moderni si sono dedicati a questo lavoro ingrato, con risultati in parte soddisfacenti, ma assai lungi dall'essere definitivi.
Il testo ebraico dei R. è conservato relativamente bene, fatta eccezione dei capp. 6 e 7 di I Reg., dove la versione greca dei Settanta offre un testo assai più perspicuo e ordinato. In genere questa versione è uno strumento eccellente per correggere il testo masoretico, specialmente nella forma conservata dalla recensione lucianea, che ha subito meno di quella origeniana l'influsso del testo originale. Con la recensione lucianea dei Settanta concorda quasi costantemente l'antica latina. La Volgata è il primo frutto della fatica di s. Girolamo traduttore della Bibbia dall'ebraico : traduzione fedele ed elegante.
BbL.: tra i commenti più recenti : cattolici: N. Schlögl, Vienna 1911; E. H. Sanda, 2 voll., Münster 1911-12; M. Sales
(La S. Bibbia. Il Vecchio Test., 3), Torino 1924, pp. 8-236; S. Landersdorfer, Bonn 1927; A. Vaccari - A. Parenti (La S. Bibbia tradotto dai testi originali, 2, 1, I libri storici), Firenze 1947, pp. 311-479; A. Médchiello (La Sì: Bible, di L. Pirot-A. Clamer, 3), Parigi 1949, pp. 563-800; R. De Vaux, ivi 1949; S. Garofalo, Torino-Roma 1941. Non cattolici: R. Kittel, Gottinga 1912; J. Skinner, Londra 1904; W. E. Barnes, Cambridge 1908; F. H. Hennessy, ivi 1922; H. I. Carpenter, Londra 1927; J. A. Montgomery, Edimburgo 1931. Per l'introduzione: H. Lusseau - M. Collomb, Manuel d'études bibliques, II, Parigi 1934, pp. 195-228; H. Höpff - A. Miller - A. Metzinger, Introdusio specialis in Vet. Text, in Introductionis in sacros ortiogos Tetrmenti libros compendium, II, Roma 1946, pp. 139-73. Per la cronologia cf., tra i molti studi: V. Coucke, Chronologie biblique, in DBs, I, coll. 1245-69; A. M. Kleber, The Chronology of 3 and 4 Kings and z Paraliponemon, in Biblica, 2 (1921), pp. 3-29, 170-205; F. X. Kugler, Von Mucz bis Paulus, Münster 1922, pp. 134-200; J. Lewy, Die Chronologie der Könige von Israel und Juda, Giessen 1927; H. Hänsler, Die biblische Chronologie des 6. Jahrhunderts v. Chr., in Bibl., 10 (1920), pp. 237-74, 377-98; 11 (1930), pp. 6380; S. Mowinckel, Die Chronologie der israelitischen und jüdischen Könige, Leida 1932.
Tradorico da Castel San Pietro
REA (RHEA) : v. EGEA, RELIGIONE.
REALISMO. - Indirizzo filosofico che afferma la priorità dell'essere sul conoscere, nel senso che l'essere è indipendente dall'atto per cui è conosciuto. Si deve quindi qualificare come r. ogni filosofia che ammette l'esistenza e la conoscibilità di una realtà in sé (sia essa cosmica o umana o divina). In senso più proprio, per r. si suole intendere la filosofia che ammette una vera conoscenza del mondo umano e, ulteriormente, di Dio.
Il r. si presenta nel pensiero contemporaneo come reazione a tutte quelle forme di soggettivismo idealistico le quali, in base al principio della priorità del conoscere sull'essere, risolvono la realtà in determinazione di pensiero, nel senso che "la realtà non è pensabile se non in funzione dell'attività pensante per cui è pensabile" (G. Gentile, Teoria generale dello spirito come atto puro, cap. 1, n. 1). Questa integrale affermazione della " idealità del reale" (ibid.) ebbe nel pensiero occidentale la sua preparazione nel concettualismo di Guglielmo di Occam (v.), nel realismo mediato di Descartes (v.), nell'accomismo di Berkeley (v.), e si è sviluppata in dipendenza della concezione trascendentalistica kantiana e della conseguente soppressione fichtiana della "cosa in sé ". Come quindi l'idealismo moderno fu virtualmente preparato fin dal tempo in cui "les scholastiques de la décadence, et Descartes à leur suite, ont séparé l'objet de la chose" (J. Maritain, Les degrés du savoir, $3^{e}$ ed., Parigi 1939, cap. 3, p. 177), cosi si può dire che la recente reazione antidealistica preparò, talora ancor inconsciamente, un ritorno critico alla concezione classica del conoscere come intenziabilità aperta all'essere.
Il significato moderno della parola r. è dunque soprattutto gnoseologico, cioè critico-metafisico. Va tuttavia tenuto presente che l'introduzione del termine nel linguaggio filosofico è connessa con la disputa medievale sugli universali. Mentre i "nominales" o "terministi" tendevano a ridurre l'universale a un puro nome (Jlatus coels; v. boscellino), i "reales" o "realistas", nell'intento di salvare l'oggettività del concetto universale, affermavano l'esistenza di una natura "indifferens" nei riguardi della sua singolarità (v. GUGLIELIJO DI CHASIPELLO). Abellardo (r.) con le sue controversie iniziò la mediazione tra queste posizioni estreme, preparando cosi quel r. moderato che poi s. Tommaso determinò egregiamente fin dal primo opuscolo De ente et essentia. Oggi il r. moderato si distingue cosi dal nominalismo (v.) nelle sue varie forme, come dal r. metafisico esagerato sia platonico (che separava l'elbo; o "forma "universale dai singolari) sia medievale (che non identificava la natura universale con la singolarità) sia più recente (che si fonda sulla intuizione trascurando l'astrazione). Questa accezione neoscolastica del termine r. non si oppone pertanto al senso gnoseologico oggi più in uso; essa indica l'approfondimento del problema, sotto l'aspetto dell'uno e dei molti (v. UNIVERSALE).
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Poiché la concezione della conoscenza come aperta all'essere è in accordo con la persuasione comune, si può dire che oggi il r. tende ad armonizzare le esigenze fondamentali della conoscenza spontanea (r. spontaneo) con le determinazioni sempre più precise della cognizione riflessa (r. critico). Il punto di partenza è il fatto primo della coscienza umana originante e riflettente: in quanto umana, essa rivela ciò che è genuino nell'uomo (certezza naturale); in quanto riflettente, essa rivela ciò che più interessa il filosofo (certezza scientifica). Le due certezze sono complementari appunto perché fondate nella concretezza della coscienza. Rilevando l'inalienabilità di questa concretezza, il r. riconosce che il darsi della coscienza coincide con il darsi della certezza di una qualche verità, e che quindi un dubbio universale circa la verità non può essere che illusorio. Una ricerca critica che prescindesse dai suoi dati di fatto sarebbe umanamente impossibile; una ricerca critica che si fermasse ai soli dati, renderebbe impossibile lo sviluppo della filosofia. Il r. trova nella coscienza originante e riflettente l'avvio contemporaneo alla constatazione dei dati di fatto e all'approfondimento dei fatti constatati, e quindi la giustificazione iniziale del metodo fenomenologico inteso come fondamento del metodo riflessivo e dialettico.
La problematica del r. è multiforme, ma è chiaro che ogni ulteriore sviluppo si fonda sul problema iniziale : la possibilità di una verità fondata nell'ente reale. Tale problema non ha soltanto una priorità logica su ogni altra ricerca, ma è anche storicamente giustificato dalle varie posizioni filosofiche. Lo scetticismo (v.) infatti professa la universale incertezza nei riguardi dell'ente reale; il relativismo fenomenistico non riconosce alcuna verità assoluta e restringe la conoscenza entro i limiti della soggettività; l'idealismo (v.) afferma la verità assoluta, ma considera l'oggetto come un prodotto immanente dell'attività conoscitiva; e il recente antintellettualismo, pur non negando all'oggetto una consistenza in sé, nella sua violenta reazione al razionalismo hegeliano tende a svalorizzare la verità logica del pensiero, insistendo nel contatto più o meno rivelativo di una intenzionalità prevalentemente alogica, emotiva, volitiva. Il r. inizia pertanto la sua problematica con l'istanza fondamentale, se la verità possibile all'uomo sia o non sia l'adeguazione del pensiero all'ente reale. Per ente reale, va qui inteso l'oggetto il cui essere non è puro prodotto dell'attività attualmente conoscente, ma è realtà in sé cui il pensiero giudicante deve adeguarsi.
Data la priorità dell'analisi fenomenologica su ogni ulteriore riflessione, la risposta al problema va appunto fondata sulla fenomenologia (v.). Le fenomenologie moderne sono diverse. Husserl pretese la * riduzione *, cioè la precisione dall'essere reale dei dati oggettivi e soggettivi (cf. Ideen, $3^{2}$ ed., Halle 1928, pp. 94-95). Heidegger invece insiste sulla rivelazione dell'essere fondante (cf. Sein und Zeit, Halle 1927, pp. 35-36 e 38, n. 1), ma suppone che questo essere non possa esser quello della metafisica classica (cf. Holswege, Francoforte s. M., pp. 247 e 336). I realisti attribuiscono alla fenomenologia il compito di descrivere ciò che è dato, nel senso specifico con cui è dato. Perciò, movendo dal fatto primo della coscienza concreta, l'indirizzo realista mette in evidenza: a) che la coscienza, quale essa in concreto è data, è contemporaneamente coscienza dell'esistenza soggettiva e di una realtà oggettiva; $b$ ) che l'esistente, pur essendo sempre autocosciente dei propri atti e di se stesso, manifesta nei suoi molteplici atteggiamenti il suo diretto riferimento intenzionale all'oggetto in sé, contendenza a un conoscere inesauribilmente progressivo; c) che questa intenzionalità non è puramente razionale, come vuole l'idealismo, ma anche volitiva e pratica; in modo però d) che la volizione e l'azione si rapportano sempre all'oggetto quale esso è presentato dal pensiero. La nostra inalienabile coscienza non è pertanto chiusa nel puro pensiero, ma rivelatrice della nostra reale esistenza, la quale a sua volta è in relazione e si inserisce nella molteplicità mondana e umana; poiché non solo nella nostra esperienza interiore tutto è concreto e individuale, e nulla è idealisticamente trascendentale; ma soprattutto
l'oggetto, che l'idealismo pretende esser pura determinazione di pensiero, si presenta come pre-costituito in sé, e come tale si impone al pensiero e alla volontà, all'azione e alla vita. Se, come s'è indicato, per ente reale si deve intendere quel termine dell'esperienza che ha un essere suo proprio e indipendente dalla coscienza che lo rivela e lo giudica, non si può negare la verità umana e insostituibile della filosofia realistica.
Se la verità umana non può essere che la verità realistica, sarà sempre possibile confermare i risultati della fenomenologia realistica mostrando l'impossibilità di fatto delle teorie non realistiche. Come il dubbio universale dello scettico e il fenomenismo universale del relativista sono di fatto posizioni illusorie, che si superano nel momento stesso che si pongono, cosi analogamente il soggettivismo idealistico può porsi come filosofia soltanto perché sorge e si sviluppa nel presupposto realistico. L'idealista ammette infatti che la riflessione filosofica è preceduta dal momento primo della conoscenza spontanea per cui è data la realtà empirica, e attribuisce alla riflessione filosofica il compito di rilevanne l'aspetto genuino e profondo. Il passaggio, nell'idealismo, a una coscienza trascendentale e a un'attività trascendentale che da inconscia, per mezzo della riflessione filosofica, diventa cosciente, suppone a sua volta che la filosofia è rivelatrice del reale esistente, e che quindi la verità del filosofo altro non può essere se non l'adeguazione del pensiero all'essere. Analeghe osservazioni valgono nei riguardi delle posizioni antintellettualistiche. Il corretto e moderato intellettualismo procede per concetti essenziali ricavati dall'esperienza, rileva i principi in cui si disbrificano e giustificano i nostri giudizi; ne trae conclusioni e le coordina in sistema : e questo, in fondo, è il processo di ogni filosofia.
Il r. si determina ulteriormente nei problemi particolari della conoscenza umana (v. CONOSCENZA; INTENZIONALITÀ; VENTÀ, ecc.). Nei problemi che si riferiscono alla realtà sensibile (v. PERCEZIONISMO; SENSAZIONE; SPAZIO; TEMPO, ecc.), il r. può essere inteso in senso mediato o immediato. Per il mediatismo, nella conoscenza è data immediatamente la rappresentazione interna e solo per ragionamento è inferita l'esistenza del reale in sé; per l'immediatismo, il termine del conoscere è lo stesso reale in sé, in quanto la cosiddetta rappresentazione non è oggetto ma "forma" (medium quo, in quo) in cui si apprende l'oggetto. Nel pensiero neoscolastico si ammette per lo più che il r. mediato contiene virtualmente il soggettivismo (v.) e non perviene con sicura certezza al determinato essere in sé. Nonostante il valore di alcune gnoseologie mediatiste, il r. moderno si distacca dalle concezioni del neorealismo (v.), orientandosi prevalentemente verso l'immediatezza del rapporto intenzionale.
Vanno infine notate accezioni parallele del termine. In estetica (v.) r. indica l'indirizzo che intende l'arte (v.) non come pura intuizione spirituale, ma insieme come espressione delle forme e valori della realtà naturale. Nella prassi artistica il termine assume talora senso peggiorativo, come tendenza a riprodurre nell'arte, con immediatezza e fedeltà assoluta, gli aspetti anche più deteriori del reale. Come tendenza psicologica, r. indica l'abitudine alla valutazione oggettiva dei fatti e delle cose, e l'aderenza della condotta alle esigenze della realtà, dell'ambiente e, in genere, delle condizioni concrete della prassi.
Bull.: D. Mercier, Critériologie, $8^{2}$ ed., Lovanio 1923; L. Noël, Notes d'épistémologie thom., ivi 1925; J. de Tonquedec, La critique de la connaiss., Parigi 1929; A. Masnovo, Problemi di metallo, e di criteriologia, Milano 1930; M. D. Roland-Gosselin, Essai d'une étude critique de la connaiss., Parigi 1932; J. de Vries, Denkan und Sein, Friburgo in Br. 1937; L. Noël, Le réalisme immédiat, Lovanio 1938; E. Gilson, Réalisme thom. et critique de la connaiss., Parigi 1939; G. Zamboni, La persona umana, Verona 1940; C. Fabro, La fenomenologia della percezione, Milano 1941; id., Percezione e pensiero, ivi 1941; E. Toccafondi, La ricerca critica della realta, Roma 1941; A. Brunner, La connuiss.
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Redecca - R. abbevera i cammelli di Isacco e parte con Isacco. Musaios del sec. XII - Palermo, Palazzo reale, Cappella Palatina.
bomaine, Parigi 1943; P. Hocron, La théorie du jugement d'après st Thomas d'Aquin, Rome 1946; G. van Riet, L'épistémologie thom., Lovanio 1946; S. Mansion, Le jugement d'existence chez Aristote, ivi 1946; F. von Steenberghen, Epistémologie, $2^{2}$ ed., ivi 1947; A. Brunner, La persome incarnée, Parigi 1947; C. Ottaviano, Critica dell'idealismo, $2^{2}$ ed., Padova 1948; J. Maréchal, Le point de départ de la métaphyséme, V, $2^{2}$ ed., Bruxelles 1949; F. Morandini, Logica mater, parte $1^{2}, 2^{2}$ ed., Roma 1951; A. Dandeyne, Fai chrétienne et pensée contemporaine, Lovanio 1951. Francesco Morandini
REALTA : v. ENTE, ESSERE.
REBECCA. - Figlia di Bathuel, nipote di Nachor (Gen. 22, 23) e sposa di Isacco (cbr. Riblugâh). Secondo la preghiera fatta a Dio da Eliezer (v.), offri cortesemente da bere a questo, ne dissetò i cammelli e lo invitò ospite tra i suoi; richiesta sposa per Isacco, aderì volentieri lasciando la Mesopotamia (Gen. 24, 10-67). Dopo venti anni di sterilità partorì i due gemelli Esaù e Giacobbe (ibid. 25, 19-26; cf. Rom. 9, 10).
A Gerar, Jahweh la protesse provvidenzialmente dai Filistei (Gen. 26, 6-11). Suggerì e diresse il suo prediletto Giacobbe per ottenere furtivamente la benedizione paterna e sottraendolo quindi all'ira di Esaù lo mandò a Haran da Laban suo fratello (ibid. 27). Probabilmente non vide il ritorno di Giacobbe (cf. ibid. 35, 27); fu tumulato a Hebron nel sepolcro di famiglia (ibid. 49, 31).
Biol.: H. Bauer, Was bedeutet Rebekha?, in Zeitschrift der deutschen morgend. Gesellschaft, 67 (1913), p. 344; J. Chains, Le livre de la Génèse, Parigi 1948, pp. 276, 284, 286, 302. Francesco Spadafora
REBEIRÃO PRETO, diocesi di. - Suffraganea dell'arcidocesi di S. Paolo, dello Stato omonimo, in Brasile.
Ha una superficie di 26.547 kmq ., con una popolazione di 1.007 .200 ab. di cui 819.700 cattolici. Conta 55 parrocchie, con 20 sacerdoti diocesani e 83 regolari. Ha un seminario minore, 14 comunità religiose maschili e 39 femminili.
La diocesi fu creata con Decreto della S. Congregazione Concistoriale del 7 giugno 1908, per smembramento della diocesi di S. Paolo, elevando a cattedrale la chiesa di S. Sebastiano.
Suo primo vescovo fu mons. Alberto José Gonçalves, che la governò per 36 anni.
Biol.: Ann. Pont. 1935, p. 338; O Brasil Católico 1947, Juiz de Fora 1947, p. 322. Virginio Battezzati
RECABITI. - Clan nomade, derivato dai Cinei o Queniti (I Par. 2, 55), che al sec. Ix a. C. ebbe da Ionadab, figlio di Recab, uno statuto speciale di carattere religioso e morale : contro gli eccessi dionisiaci del baalismo introdotto dalla fenicia Iezabel non bevevano vino, e contro l'insieme del sincretismo idola-
trico era loro imposta la vita nomade, lungi dai centri abitati e dall'agricoltura (Ier. 35, 2-11).
Sono stati detti «nazirei» o ad essi avvicinati. Furono tra i fedeli jahwisti che non puegarono il loro ginocchio dinanzi a Baal (cf. I Reg. 19, 18); il loro capo godeva grande stima e influenza : Ichu ( $842 \mathrm{a} . \mathrm{C}$.) lo volle al suo fianco, sul suo stesso cocchio, quando, dopo la strage della dinastia degli Omridi, s'avviava a Samaria per assidersi sul trono d'Israele e attuare la carneficina di tutti i cultori di Baal (ibid. 10, 45). Geremia incontra i R. a Gerusalemme, dove hanno cercato asilo dinanzi all'avanzata dell'esercito di Nabuchodonosor ( 388 a. C.), e rinfaccia l'esempio della loro fedeltà secolare ai precetti del loro antenato, agli stolti Giudei ribelli alla voce di Dio (Ier. 35, 1219). Al ritorno dall'esilio, i R. parteciparono alla ricostruzione delle mura di Gerusalemme (Neh. 3, 14).
La scuola sociologica (A. Causse) ricorre a Ier. 35 per fare dei profeti degli agitatori sociali, nostalgici del nomadismo e contrari alla cultura; ma senza alcun fondamento, ché Geremia celebra la fedeltà dei R., astraendo da qualsiasi giudizio sulla natura dello statuto dato loro da Ionadab, per rimproverare ai Giudei la loro pervicace ribellione ai precetti dati da Dio.
Biol.: A. Causse, Du groupe ethnique à la communauté religieuse, Parigi 1937, pp. 69-83, 96, n. 1; J. Hempel, Das Ethos des Alten Testament, Berlino 1938, pp. 14 sg., 145, 209 n. 82; A. Neber, Amos. Contribution à l'étude du prophetisme, Parigi 1930, pp. 169 sg., 173-86. Francesco Spadafora
RECANATI, diOCESI di. - Città in provincia di Macerata. La diocesi si svolge parte in provincia di Macerata e parte in quella di Ancona; essa ha 42.707 ab., tutti cattolici, con 23 parrocchie, 6 comunità religiose maschili, 10 comunità religiose femminili. Diocesi immediatamente soggetta.
1. Origine e storia. - Gregorio IX il 22 dic. 1240, sopprimendo la diocesi di Osimo, eresse il Castello di R. a diocesi e a cattedrale la chiesa di S. Flaviano, sottraendola alla giurisdizione del vescovo di Umana. Nel 1283 Urbano IV tolse a R., che sosteneva le parti di re Manfredi, il titolo di città e la sottopose nuovamente al vescovo di Umana; ma titolo e sede vescovile furono restituite a R. da Niccolò IV, marchigiano, nel 1289. Da Avignone Giovanni XXII (era R. dilaniata da lotte tra guelfi e ghibellini e questi ultimi, vincitori, avevano cacciato il vescovo Federico Niccolò di Giovanni, recanatese, insieme con tutte le famiglie guelfe) unI R. con Macerata, eretta a diocesi il 18 nov. 1320; ma nel 1357 fu di nuovo ristabilita la diocesi di R., unita sotto un solo vescovo a Macerata. Sisto V nel Concistoro del 3 nov. 1585 propose l'erezione della diocesi di Loreto, che attuò il 17 marzo 1586 con la soppressione della diocesi di R., assegnata a Loreto. Ma il 18 dic. 1591 la diocesi di R. fu nuovamente ristabilita e unita aeque principaliter con Loreto. Nel 1934, soppressa la diocesi di Loreto, i comuni di Castelfidardo, Montelupone e Montecassiano passarono a far parte della diocesi di R., che precedentemente comprendeva i comuni di R. e Porto-R.; l'amministrazione apostolica del santuario di Loreto, con decreto della S. Congreg. Concistoriale dell' 11 ott. 1935, ebbe giurisdizione ordinaria sulla città e territorio del comune di Loreto, rimanendo ivi sospesa in tal modo la giurisdizione dell'Ordinario di R.-Loreto.
II. PensoNAGGI. - R. ha dato i natali a Monaldo Leopardi, al figlio Giacomo, al musicista Persiani e a non pochi illustri personaggi antichi e contemporanei, tra cui l'orato e incisore Giacomo Braccielarghe; si ricorda poi Antonio Colombella (m. ad Ancona nel 1466) predicatore di fama, dottore alla Sorbona, maestro di teologia a Parigi e Lovanio, infine vescovo di Senigallia, ed il card. Lorenzo Nina, segretario di Stato di Leone XIII. Degni di particolare memoria alcuni vescovi, come Angelo Cino
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## (Int. Falsstero. Torino)
Recanati, diocesi di - Piazza Leopardi. Palazzo Comunale e Torre del Borgo con bassorilievo in bronzo della Traslazione della S. Casa - Recanati.
di Bevagna, eletto vescovo di R. e Macerata nel 1383, sotto il cui episcopato fu ampliata e restaurata ( 1384 ) la Cattedrale e R. meritò il titolo di "Iustissima civitas" in premio di un famoso codice di leggi ivi compilato e accettato per il governo della città. Il Cino fu poi da Gregorio XII nominato cardinale legato della Marca e suo vicario e mori a R. nel 1412. Altro illustre vescovo fu il card. Agostino Galamini, n. a Fognano di Brisighella nel 1552, maestro generale dei Domenicani, cardinale nel 1611 e dal 1613 vescovo di R.
Gregorio XII prima di essere eletto papa ( 30 nov. 1406) da Innocenzo VII fu nominato delegato pontificio della Marca (apr. 1405) e governò la chiesa di R. a mezzo del vescovo Martino di Tocco. Il 4 luglio 1415 fece solenne rinuncia al pontificato e venne nominato vescovo tusculano, legato perpetuo della Marca, amministratore di R. e di Macerata, e rimase sino alla morte ( 17 ott. 1417) a R., dove è sepolto nella Cattedrale. Nella chiesa di S. Vito di R. è sepolto il p. Nicola Bobadilla, uno dei primi 9 compagni di s. Ignazio, m. a Loreto il 23 sett. 1590 : dei suoi resti si fece un'ultima ricognizione il 23 ag. 1926.
III. Monumenti Religiosi. - Non si sa quando fu costruita l'attuale Cattedrale; esisteva già nel 1240, quando fu costituita la diocesi di R. L'antica chiesa in stile gotico fu ampliata e restaurata dal vescovo A. Cino nel 1384; è a tre navate e la mediana, lunga m. 45 e larga m. 8, ha un soffitto a cassettoni decorato in oro con lacunari a croce greca e ottagonali : i primi hanno nello sfondo delle pitture (angeli, Virtù) e l'ottagono di mezzo porta scolpita in legno, a tutto rilievo, la figura di s. Flaviano; gli ottagonali portano lo stemma di Paolo V, del card. Borghese e del card. Galamini, a cura del quale venne eseguito il lavoro (1623) da Andrea Costa, bolognese. L'abside, in origine di forma ottagonale, fu ridotta alla forma attuale ca. il 1633 dal card. Giulio Roma, vescovo di R. Anche il resto della chiesa nel sec. xviri subì una radicale trasformazione. Nella cappella del Sacramento nel duomo di R. sono il quadro di S. Lucia del Guercino (1665) e nell'aula capitolare il quadro della S. Famiglia del Mantegna (fine del 1400). Si conservano in R. diversi quadri di Lorenzo Lotto, un S. Vincenzo nella chiesa di S. Domenico, nella Pinacoteca comunale una Trasfigurazione e un polittico: Madonna con il Bambino, s. Domenico, Angeli, e nella chiesa dei Sopramercanti l'Amnunciazione e S. Giacomo. Nella chiesa dei Cappuccini, il quadro della S. Famiglia detto anche La madonna dell'insalata, attribuita a Michelangelo da Caravaggio, e quello della Madonna di Lareto del Pomarancio. Degni di nota i portali della chiesa di S. Domenico e di S. Agostino eseguiti, su disegno di Giuliano da Maiano, da Giacomo Giovanni delle Fiandre, e la chiesa di S. Maria in Castelnuovo, con la facciata romanica e un bel portale del 1235. Da segna-
larsi a Montelupone il quadro della Madonna del latte di Mastro Antonio da Faenza e la chiesa romanica a tre navate con cripta dedicata a s. Firmano, abate di quella abbazia (951-92); a Montecassiano, altare in terracotta di Mattia