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a, quindi ad Elberfeld.

Promosso in seguito (1850) consigliere di Corte di

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appello a Colonia, divenne nel 1839 consigliere del Tribunale supremo a Berlino, dove rimase fino al 1879 , quando andò in pensione. Nel frattempo aveva iniziato la sua carriera politica: fu nel 1848 membro del preparlamento di Francoforte e deputato della Dieta prussiana (dal 1849) e del Reichstag (dal 1867). Da quando entrò a far parte della Dieta si adoperò per la costituzione del gruppo cattolico, che nelle lotte tra conservatori e liberali riusci ad assicurare in Prussia ai cattolici parte di quei diritti, che inutilmente i deputati cattolici del Parlamento di Francoforte si erano sforzati di vedere riconosciuti in tutta la Germania. L'i i giugno 1870 , in un noto articolo della Kölnische Volkszeitung, espose le linee programmatiche del futuro partito del Centro. Durante il Kulturhampf difese eloquentemente i diritti dei cattolici alla Camera dei deputati prussiani.

BibL.: C. Schlesinger, Grosse Männer einer grossen Zeit, Münster 1894, pp. 266-80; A. Wegener, Die vorparlamentarische Zeit Pater R.i, Colonia 1930.

Silvio Furlani
REICHERSBERG. - Abbazia di canonici regolari di S. Agostino, nella diocesi prima di Passavia, ora di Linz (Austria sup.) nella pianura dell'Inn.

La sua rinomanza si deve al celebre prevocto (abate) Gerhoh (v.), il quale, all'epoca della lotta delle investiture, ebbe una parte cospicua anche come pubblicista. Il nobile Werner di R., mortagli moglie e figlio, eresse nel ro84 presso il suo castello un monastero per i Canonici Regolari, dove egli stesso entrò, morendovi il 3 ott. 1086. Ma la vera fioritura dell'abbazia comincia con l'intervento di Corrado I, arcivescovo di Salisburyo, venerato come secondo fondatore, il quale nel 1122 ricostrui il convento e nel 1126 dedicò la nuova chiesa; fece venire i canonici dalle grandi abbozie della Sassonia, dove la vita canonicale era in grande voga. Nel 1624 un incendio distrusse quasi totalmente chiesa e monastero; ma subito venne ricostruita, nel $1623-44$, in forme barocche semplici, poi nel $1663-1704$ con tutto il fasto del barocco pieno. L'opera è dovuta a maestri locali che raggiunsero, specie nella chiesa e nel refettorio, biblioteca e saloni imperiali, grandi effetti artistici; l'insieme forma un gioiello di intonazione paesistica. Notevoli le tele degli altari della chiesa e le molte lapidi sepolcrali nel chiostro. L'abbazia conta alcune parrocchie incorporate ed esplica un'ampia azione di ministero e di bonifica agricola e forestale.

BibL.: Annales v. Chronica, in MGH. Scriptores, XVII, pp. 439-43; A. Lindner, Monastiene Solisborgenze, pp. 284-32; G. Weiss, Geschichte u. Sehenswärdigkeiten des Stiftes R., Ried 1934: Cattinesu, II, 2431-32.

Giuseppe Löw
REICHERT, Benedict Maria. - Storico domenicano n. il 9 febbr. 1868 ad Amorbach, m. il 29 genn. 1917 a Priesendorf presso Bamberga.

Entrato nell'Ordine domenicano nel 1889 , sacerdote
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(fot. Bildarchic d. $\ddot{O}$. Nationalbibliothek)
Reichessberg - Primo cortile con fontana del 1693-97 di Tommaso Schwambaler: s. Michele uccide il drago.
nel 1893, risiedette dal 1896 al 1906 a Roma. Frutto della sua attività come storico sono le Vitae fratrum Ordinis Prardicatorum (1896), i nove valumi Acta zapitalorum generalium dell'Ordine domenicano (1898-1904), il Registrum litterarum Magistrorum generalium, in tre parti (1911-12). Nel 1907 divenne bibliotecario a Pommersfelden, quindi gli fu conferita nel 1913 la cura della parrocchia di Priesendorf.

BibL.: H. Wilms, s. v. in LThK, VIII, col. 732. Silvio Furlani
REID, Thomas. - Filosofo inglese, n. il 23 apr. 1710 a Strachan, vicino ad Aberdeen, nella cui Università fu professore dal 1732 al 1764 , anno in cui successe ad A. Smith nella cattedra di filosofia morale dell'Università di Glasgow, dove morì il 7 ott. 1796.

La sua prima opera importante è del 1763: An inquiry into the human mind on the principles of common sense (Londra), alla quale, tra altre secondarie, seguirono gli Essays on intellectual powers of man (Edimburgo 1785), e gli Essays on the active powers of man (ivi 1889). La filosofia del «senso comune" (v.) o della "Scuola scozzese", di cui il R. è il caposcuola, ebbe un'influenza europea, soprattutto in Francia (Jouffroy, Cousin, Maine de Biran, ecc.), in Italia (Galluppi, Rosmini, ecc.), in Spagna (Balmes), oltre, s'intende, che in Inghilterra. Per quasi tutta la prima metà dell'800 il nome di R. restò accoppiato a quello di Kant nella critica dell'empirismo (v.) dello Hume e nella soluzione dei problemi della cono-

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scenza e dell'origine delle idee in rapporto al razionalismo (v.) e all'empirismo dei secc. xvir-aviri.

Il metodo dell'osservazione e dell'analisi, di cui il limite è l'esperienza, è tipico di R. e della sua scuola: conoscere lo spirito, per lui, è osservare ed analizzare le diverse facoltà e i principi costitutivi dell'uomo, come essere intelligente, attivo, sociale e morale, rispettando i limiti invalicabili dei fenomeni e rinunciando a spiegarne l'origine (agnosticismo metafisico). Sensazione (v.) e percezione (v.) sono gli atti primitivi della conoscenza umana, con cui conosciamo le qualità secondarie e primarie (oggettive le une e le altre) delle cose. Oggetto immediato del nostro spirito non sono le "idee", ma le cose stesse. La sensazione "attesta l'esistenza della cosa e di una qualità a questa inerente, una facoltà di pensare e di sentire e un essere permanente o uno spirito in cui risiede questa facoltà" (Inquiry, cap. 2, sez. 7). Ammettere tra gli oggetti percepiti e il soggetto percipiente l's intermediario " delle "idee" è non potere evitare le conseguenze scettiche dell's idealismo" di Berkeley (v.) e del fenomenismo di Hume (v.), cioè è negare la realtà delle cose, la sostanza spirituale, la validità del principio di causalità, ecc. Certo noi non conosciamo cosa siano la sostanza materiale e quella spirituale, come non possiamo dimostrare l'esistenza delle cose e delle loro qualità, ma sappiamo che non sono idee o impressioni soggettive. In breve la percezione ha un'evidenza (v.) irresistibile ed immediata, che fa nascere la credenza (v.) invincibile che esiste il soggetto percipiente ed esistono le cose percepite. Su di essa si fonda qualunque ragionamento (v.) mentre essa è indipendente da tutti i ragionamenti. E una suggestione innata che, se non spiega nulla, fa credere a tutto e dà all'uomo fiducia. Non il senso comune si deve uniformare alla filosofia, ma questa a quello. "Le più immediate conclusioni che la ragione trae dalla percezione formano il senso comune" o quell'insieme di dati secondo i quali gli uomini si governano negli affari ordinari della vita; le più lontane formano la scienza. Scienza e senso comune sono cosi legati "che non possiamo dire precisamente dove quella cominci e questo finisca ". La nostra conoscenza della natura "può paragonarsi a un albero che ha la sua radice, il suo tronco e i suoi rami. La percezione è la radice, il senso comune il tronco, la scienza i rami di esso" (Inquiry, cap. 6, sez. 20). In breve, per il R., la realtà delle cose e degli spiriti è il risultato di un istinto (v.) o di una credenza primitiva.

Così il filosofo credeva di aver risolto, contro l'empirismo, il problema dell'oggettività della conoscenza e del reale. Questo problema, che è lo stesso di quello di Kant di fronte allo Hume, ha fatto spesso avvicinare, specie nell'80o, lo Scozzese al filosofo di Königsberg. La distanza però è enorme: R. resta nell'ambito dell'empirismo senza riuscire a superarlo, ignora il concetto kantiano di "critica" e la sua "credenza" o "istinto" è cosa ben diversa dall'a priori di Kant. Come giustamente osserva il Rosmini (Nuovo saggio, II, Roma 1830, p. 245) l'oggettività della conoscenza non può fondarsi sull'istinto : "il senso comune, autorevole a deporre un simile fatto (esiste una cognizione a priori), non sa darne però nessuna spiegazione ".

Al R. spetta il merito di aver dimostrato che la percezione non ha solo carattere rappresentativo e di avere rivendicato il principio dell'attività della coscienza contro quello della passività, proprio della psicologia empiristica del suo tempo e del Condillac.

Bias.: ed. completa delle opere (The Works of T. R.), a cura di W. Hamilton, Edimburgo 1848-63; T. M. Cosh, The Scottish phlloi. biographical, expository, critical, Londra 1878; L. Daucise, La réalisme de R., Parigi 1889; A. S. Prinslo-Pattison, The Scottish phllos., ivi 1890; M. F. Sciacca, La fllos. di T. R., Napoli 1935, ed. ridotta, R., Brescia 1945 (con bili), M. Federico Sciacca

REIFFENSTUEL, Anacleto. - Canonista e teologo, dell'Ordine dei Frati Minori, n. a Tegernsee, in Baviera, il 2 luglio 1641, m. a Frisinga il 5 ott. 1703. Insegnò filosofia, teologia e diritto canonico nelle scuole interne dell'Ordine, conseguendo il titolo
di lettore emerito. Dal 1683 tenne la cattedra di diritto canonico nella pubblica Università di Frisinga.

Si distinse per la profonda cultura giuridica; consacrò la sua fama con il notissimo Ins canonicum unicersum (Frisinga 1700-14 e sgg.; sono postumi i tt. IV e V, come pure il trattatello De Regulis iuris, uscito la prima volta in calce all'ed. di Ingolstadt nel 1733), che gli valse il titolo di principe dei canonisti del suo tempo e un posto eminente tra i più celebri trattatisti di ogni epoca. Di questo trattato esiste un compendio per uso scolastico (Parigi 1853 ).

Il R. è molto noto anche tra i moralisti per la sua classica Theologia moralis (Monaco 1692), che ancor lui vivente ebbe larghissima diffusione e contò in breve tempo più di 30 edd. in Germania e fuori. E molto benemerito, in questo campo, del metodo trattatistico sistematico. Professò il probabilismo, ma dopo la sua morte il suo trattato fu adattato al probabilismeno del p. Flaviano Ricci da Cimbria, per comando dei superiori dell'Ordine.

Bias.: J. F. von Schulte, Die Gesch. der Quellen und Liter. des Comm. Rechts, III, 1, Stoccarda 1880, p. 154 sgl.; J. Bund, Catalogus auctorum qui scrspserunt de theol. mor., Rotterdam 1900, p. 138; Hutter, IV, col. 929 sgg.; I. A. Zeiger, Hist. iuris can., I, Roma 1939, p. 82; A. van Hove, Prolegomena, 2* ed., Malines-Roma 1945, p. 538.

Zaccaria da San Mauro
REIMARUS, Hermann Samuel. - Deista, n. ad Amburgo il 22 dic. 1694, ivi m. il $1^{\circ}$ marzo 1768.

Rettore a Wismar nel 1723, professore di lingue orientali nel Ginnasio di Amburgo dal 1727 fino alla morte. Scrisse : Abhandlungen von den Voxnehmsten Wabeheiten der natürlichen Religion (Amburgo 1775), e soprattutto: Apologie oder Schutzschrif für die vernünftigen Verehrer Gottes, che non pubblicò, ritenendola opera superiore alla mentalità del suo tempo. Morto R. il Lessing ne pubblicò importanti frammenti con il titolo: Fragmente des Wolfenbüttelschen Ungenannten (1774-78), che trattano della tolleranza verso i deisti; della cattiva abitudine di screditare la ragione sul pulpito; dell'impossibilità di ammettere il passaggio del Mar Rosso da parte degli israeliti; dell'impossibilità di trovare una religione nel Vecchio Testamento; delle contraddizioni nei racconti della Risurrezione di Cristo; dello scopo di Gesù e dei suoi discepoli. Secondo R., Gesù non predicò che l'avvento del Regno dei cieli; i miracoli furono inventati dai discepoli del Nazareno, che era morto disperato sulla Croce. Le idee di R. suscitarono ardenti discussioni in Germania.

Bias.: C. Mönckeberg, R. und Edelmann, Amburgo 1867; H. Richard, Darstellung der moralphilosoph. Gedanken des R., Lipsia 1906; B. Brandl, Die Überlieferung der - Schutzschrift -, Pilsen 1907; A. Mayenberg, Leben Jesu-Werk, II, Lucerna 1926, pp. 190-206; J. Engert, s. v. in LThK, VIII, coll. 738-39. Leone Cristiani

REIMS, ARCidiocesi di. - Arcidiocesi e città capoluogo del dipartimento della Marna, sulla riva destra della Vesle; è circondata da colline coltivate a viti.

L'arcidiocesi corrisponde in parte al dipartimento della Marna e in parte a quello delle Ardenne con una superficie di 5423 kmq . Ha una popolazione di 429.477 ab. dei quali 322.107 cattolici, distribuiti in 614 parrocchie servite da 456 sacerdoti diocesani e 66 regolari; ha grande e piccolo seminario; 13 comunità religiose maschili e 81 femminili (Ann. Pont. 1952, p. 337). Ha per suffraganee le diocesi di Chêlons, Soissons, Amiens, Beauvais. Patrono della arcidiocesi è s. Remigio. La chiesa di S. Remigio fu elevata a basilica minore da Pio IX il 28 giugno 1870 ; la basilica di S. Clotilde dal papa Leone XIII in data 10 marzo 1902 e aggregata all'Arcibasilica Lateranense; il papa Pio XII elevò a basilica minore la basilica di Notre-Dame de l'Espérance à Mézières il 15 ag. 1946.

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L'antico suo nome fu Durocortorum, come si legge sopra un milliario; al in o iv sec. fu detta Remi o Remes. Nell'età romana fu la metropoli della Gallia Belgica, nella sua Cattedrale vennero consacrati i re di Francia. L'edificio ebbe molto a soffrire dai bombardamenti nella guerra 1914-18, come gran parte degli edifici civili e religiosi e le abitazioni; notevoli danni ebbe pure tra il 1939 1945. Il Battesimo di Clodoveo avvenne il 25 dic. 490 nella Cattedrale costruita da s. Nicasio. Il Re e più tardi Carlomagno lasciarono il governo della città agli arcivescovi, ma nel sec. xir vi partecipò anche il Capitolo. L'arcivescovo Guglielmo Biancamano dei conti di Champagne accordò nel 1182 una carta comunale. In seguito alle nozze di Enrico V con la figlia di Carlo VI la casa di Borgogna occupò la città, cacciandone l'arcivescovo Reginaldo di Chartres che vi rientrò. Non si conosce alcun catalogo degli arcivescovi di R. anteriore al sec. xi. Il più antico, fino all'arcivescovo Gervasio (1055-67), è un libro liturgico di Arras, ora nella Biblioteca di Boulogne (n. 92), dove si conserva un altro manoscritto pure proveniente da Arras (n. 42), il quale giunge fino all'arcivescovo Rodolfo le Vert (1106-24), come nel ms. 4280 della Biblioteca nazionale di Parigi; mentre due manoscritti della Biblioteca di Troyes (n. 620 e H 186, ora a Montpellier) continuano fino a Enrico di Francia (1162-75); la raccolta di Roberto di Torigni va fino a Guglielmo Biancamano (1176-1202); il Paris. 8869 termina con Enrico di Dreux (1227-30). I primi due cataloghi dànno il titolo di santi ai vescovi Sisto, Sinicio, Donaziano, Vivenzio, Nicasio, Remigio, Nivardo, Rieul e Regneberto. Incmaro (Opuscola: PL 126, 334) ricorda la chiesa dedicata ai due primi vescovi santi, Sisto e Sinicio, celebrati al $1^{\circ}$ sett. Imbetasius intervenne al Concilio di Arles nel 314; Materniano è ricordato al 30 apr.; Nicasio fu vittima di un'invasione dei Vandali nel 407 o degli Unni nel 451. Flodoardo conobbe il testamento del vescovo Bennagio, in cui è menzionato anche il predecessore Barnaba. Remigio, lodato da Sidonio Apollinare (Epist., IX, 7) e da Gregorio di Tours (Gloria confessorum, 78), battezzò il re Clodoveo il 25 dic. 496. Scrisse lettere a vescovi suoi colleghi ( $E b$, 1-4 in MGH, Epistolae, III, pp. 113-16). Il Martirologio geronimiano lo ricorda al $1^{\circ}$ ott. Flavio fu al Concilio di Alvernia del 535; Mapponio scrisse a s. Niaario di Treviri ( 548 555); Egidio fu deposto a Metz nel 590 ed esiliato a Strasburgo (Gregorio di Tours, Historia Francorum, V, 18). Sonnazio fu al Concilio di Parigi nel 614 e a Clichy nel 627; Lando fu contemporaneo di Sigeberto III (634-56). Nivardo o Nivo morì nel 673; Reolo già conte di Champagne fu arcivescovo tra il 674-89; Rigoberto, all'inizio del sec. viII, fu per qualche tempo esiliato in Guascogna; Abele ottenne il pallio del papa Zaccaria ed è detto arcivescovo nel capitolare di Pipino del 744. Gli successe il monaco Tilpino ( $748-94$ ) che fu al Concilio di Roma del 769 ed ebbe incarichi dal papa Adriano I. Il suo epitafio fu dettato da Incmaro. Vulfario gli successe dopo 9 anni; egli firmò il testamento di Carlomagno, fu capo del Concilio di R. dell'813 e di quello di Noyon nell'814; morì poco dopo la consacrazione di Ludovico il Pio compiuta a R. da papa Stefano IV nell'ott. 816. Gli successe subito Elio, che dopo varie vicende divenne vescovo di Hildesheim nell'847; intanto dal Concilio di Thionville (835) R. fu governata da Fucio (m. nell'843) e Netho abati di S. Remigio. Poi si ebbero: Incmaro (845-82), Fulco (883-900), Eriveo (900-22). Più tardi Actaldo (925-62), Adalberone (969-89), Gerberto (991998) divenuto poi papa Silvestro II (999-1003), Gervasio (1055-67); quindi Rinaldo di Felley (1083-96), Enrico di Francia (1162-75), il card. Guglielmo di Champagne (1176-1202), Aubry de Humbert (1206-18), Guglielmo de Janville (1219-26), Giovanni di Courtenay (1266-70), Umberto (1352-55), Simone di Gramsud (1409-13), Rinaldo di Chartres (1414-44), Guglielmo Brigonnet (1499), A. Barberini (1657-71), C. M. le Tellier (1671-1710), A. de Talleyrand Périgord (1777-1801), C.-M.-J. Gousset (1840-66), J.-B. Landriot (1867-74), B.-M. Langenieux (1874-1905), L.-H. Luçon (19061930).
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(da Ch. Baratin, R., Parig. DSt. 9, 21). Reims, arcidloczzi di - Rovine dell'antico tesoro della Cattedrale.
R. ha sugli altari tredici suoi arcivescovi: Sisto, Sinicio, Amanzio, Materniano, Donaziano, Vivenzio, Nicasio, Remo, Romano, Nivardo, Rieul, Rigoberto e Abele; 18 arcivescovi ebbero la porpora, da Guglielmo Biancamano al card. Suhard, passato nel 1940 alla sede di Parigi. Il card. Carlo di Lorena ottenne nel 1547 dal papa Paolo III l'erezione dell'Università.

La cattedrale Notre-Dame, iniziata nel 1211, fu terminata ca. un secolo dopo, meno le torri ultimate nel 1480. Ne furono architetti Jean d'Orbais (1211-31), Jean La Loup (1231-47), Gaucher de R. (1247-55) Bernard de Soissons (1255-90) Robert de Coucy (12911311) e ancora Collard, Gilles, Jean de Dijon, Colard de Givry. Il 24 luglio 1481 fu devastata da un incendio. Fu restaurata nei secc. xvir-xix; bombardata dal 4 sett. 1914 al luglio 1918. Le vetrate del grande rosone con la storia della B. Vergine, detta della Consacrazione (fine dei secc. xili-xiv), sono state restaurate utilizzando i frammenti antichi. La nave centrale è a dieci campate; nel sesto pilastro a destra è il capitello + des Vendanges + . La cartedra proviene dalla chiesa di S. Nicasio, demolita dalla Rivoluzione. La facciata occidentale è un capolavoro gotico del sec. xili ed è stata di recente consolidata e ristabilita con grande cura. Il piano inferiore offre cinque campi, con tre portali. Quello centrale è consacrato alla Madonna, e presenta scene della sua vita : il portale destro al Redentore trionfante, quello di sinistra alla Crocifazione. Al di sopra del portale di mezzo nel grande rosone è il combattimento tra David e Golia. Sovrasta una galleria detta della Gloria col Battesimo di Clodoveo, intorno le gallerie dei re, con personaggi reali. Delle 8 campane della torre nord sei furono distrutte; nella torre sud la campana detta Charlotte, donata dal card. di Lorena nel 1570, pesa 11.500 kg . Nel Tesoro della Cattedrale si conservano una pianeta del sec. xirt con l'albero di Jesse; ornamenti per le consacrazioni dei re Luigi XIII, XIV, XVI e Carlo X: croci bizantine, croci processionali del sec. xir; oggetti estratti dai sepolcri dei vescovi Adalberone (m. nel 988), Gervasio (m. nel 1067); alcuni avori, un dittico del sec. xiv con scene della B. Vergine; il calice detto di St-Remy in oro, smalti, filigrane e pietre preziose della fine del sec. xit; insigni reliquiari, come quelli della s. Spina (1458) in cristallo, della Risurrezione, del sec. xv, offerto da Enrico II, di s. Sansone del sec. xit, di s. Orsola dell'inizio del sec. xvi, offerto da Enrico III.

L'antico Palazzo episcopale fu distrutto dall'incendio del 19 sett. 1914; bruciò così anche la Biblioteca e un Museo etnografico. Nel luogo si sta formando un Museo lapidario e vi si riuniscono frammenti provenienti dalle cattedrali, dalle chiese di S. Nicasio e di S. Remigio. Presso l'arcivescovado è stata costruita la Biblioteca Carnegie inaugurata nel 1928. Nella sala delle esposizioni si ammirano preziosi manoscritti, come un Sacramentario gregoriano del sec. IX, due Evangeliarí del sec. IX e uno

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(da Ch. Sarazin, R., Parigi 1818, p. 20)
Reims, arcidicces di - Facciata della chiesa di S. Remigio (fondata nel sec.xI, proseguita nel secc. xili-xivi-1,4
del sec. x, della scuola di Winchester, frammenti di geometria di un geometra latino del sec. Iv (sec. xil); la lettera di Ansel de Ribemont che annunciò all'arcivescovo di R. la presa di Nicea e l'assedio di Antiochia (1097); corali miniati delle abbazie di S. Nicasio, di S. Remigio, ecc.

La chiesa di S. Remigio appartenne ad una delle più fiorenti abbazie di Francia ed ebbe origine da una piccola cappella dedicata a s. Cristoforo, dove fu sepolto nel 533 s. Remigio. Recenti esplorazioni hanno messo in luce una chiesa a due absidi opposte, forse quella indicata da uno storico di R. come compiuta nell'852. La chiesa romanica fu elevata dall'abate Teodorico nel 1039 e consacrata il 2 ott. 1349 dal papa Leone IX. Dell'edificio restano la navata e il transetto. L'abate Pietro di Celles, poi vescovo di Chartres, eresse il coro con deambulatorio e cappelle tra il 1162-81; i lavori furono terminati nel 1190; nel 1506 l'abate Roberto di Lenoncourt, poi arcivescovo di R., eresse la facciata nel transetto meridionale, mutilata dai bombardamenti. L'edificio restaurato tra il 1838-42 soffrì enormemente nel 1914 e in parte crollo nel 1920; ma tutto fu restaurato; la facciata occidentale, meno danneggiata, conserva il suo carattere romanico; delle due torri che la fiancheggiano quella sud ancora risale al sec. xI, la nord è del 1845. L'interno è lungo oltre 121 m . con vòtte che si elevano a 24 m .; la navata centrale ha 13 campate, le minori sono molto più basse; il coro è gotico, la cattedra è moderna; una lapide indica i principi e dignitari deposti nella chiesa dall'età di Carlomagno in poi. Dietro il coro è la tomba di s. Remigio, eretta nel 1847 dal card. Gousset, ma con statue appartenenti al precedente mausoleo; le reliquie sono deposte in un sarcofago di bronzo dorato decorato di smalti. Nel tesoro sono raccolte sculture carolingie; un frammento della tomba dell'abate Oddone del sec. xir; resti di musaico del sec. IX; smalti di Limoges; una testa policromata del re Lotario del sec. XII rinvenuta nel 1919.

La chiesa di S. Giacomo fu iniziata alla fine del sec. XII e terminata ai primi del sec. XII; venne poi ricostruita nei secc. xiv-xvi; del sec. xili resta la facciata a tre portali; è a tre navate (secc. xili-xiv); il coro è del sec. xvi con due cappelle laterali; le belle vetrate del sec. xvi andarono distrutte tra il 1914-18 in cui soffrì molto anche l'edificio ora restaurato.

La chiesa di S. Maurizio è già citata nel testamento di s. Remigio, ma l'edificio attuale, che era unito al Collegio dei Gesuiti, è del periodo della rinascenza, la facciata e il campanile furono rifatti nel 1867; soffri per un incendio nel 1943. In seguito a demolizioni, sono apparsi gli avanzi della chiesa di S. Giuliano (sec. xi). La chiesa di S. Andrea fu ricostruita in parte tra il 1923-29; anche la chiesa di S. Giovanni è moderna. Moderna è pure la basilica di S. Clotilde nel sobborgo Flechambault.

Un ipogeo cristiano fu rinvenuto nel 1738 sotto la torre della chiesa parrocchiale di S. Martino: vi si accedeva per una scala ed era decorato con pitture rappresentanti il sacrificio di Abramo e il paralitico. Detto ipogeo, situato ai lati dell'antica via detta Caesarea nel testamento interpolato di s. Remigio, è ora distrutto (E. Le Blant, Inscriptions chrétiennes de la Gaule, I, Parigi 1836, pp. 448-50).

Nella cripta di S. Nicasio fu trovato il sarcofago noto per un disegno rinvenuto tra le carte del Peiresc edito da E. Le Blant (Sarcophages chétiens de la Gaule, Parigi 1886, p. 17), con le scene di Mosé che riceve la legge, il Signore che consegna la legge a s. Pictro, Giobbe; un frammento del sarcofago è oggi al British Museum (L. Demaison, Bas-relief du sarcophage de St-Nicnise, in Bulletin de la Société des Antiquaires de France, 1926, pp. 124-36).

Il museo del vecchio R. è disposto nell'antico palazzo Le Vergeur, che conserva una sala gotica del sec. xili. Vi sono raccolti documenti relativi alla Cattedrale, alle abbazie di S. Remigio, di S. Nicasio e di S. Dionigi, del Collegio dei Gesuiti, di antichi palazzi della città. Vi ha sede la "Societé des Amis du vieux R. ". Il Museo des Beaux-Arts occupa il luogo dell'abbazia di S. Dionigi, ricostruita sotto Luigi XV, poi Gran Seminario e dal 1908 edificio municipale. Vi si conserva una preziosa raccolta di arazzi dal sec. xv alla metà del sec. xvir; una serie di tele dipinte dei secc. xiv-xvi; i ritratti dei due Cranach; la scuola francese del sec. xvir ai nostri giorni.

A R. furono tenuti i seguenti Smodi : nel 627-30; nel1'813; nel 991; nel 1049; nel 1119 ; nel 1148 ; nel 1408; nel 1564 ; un Concilio provinciale nel 1857. - Vedi tav. XXXV.

Bibl.: Eubel. I, p. 419; II, pp. 222-23; III, pp. 284-85; IV, p. 295; V, pp. 523-25; Ch. Givelot, Eglise et abbaye de StNicnise, Reims 1897; A. Gosse, La basilique de St-Reniz, ivi 1900; A. Michel, Hist. de l'art, II, Parigi 1906, pp. 125-98, 742-64; L. Duchesne, Postes épiscopaux de l'ancienne Gaule, III, ivi 1915, pp. 76-88; E. Moreau-Nelaton, La cathédrale de R., ivi 1915; L. Bréhier, La cathédr. de R., ivi 1916; M. Landrieux, La cathédr. de R., ivi 1919; L. Demaison, La cathédr. de R., ivi s. a.; L. Lefrancois-Pillion, Les sculpteurs de R., ivi 1928; L. Demaison-Robert, Inventaire sommaire des arch. déperrmentales de la Marne, serie G., Reims 1931; M. Legrand, R., ivi 1932; R. H. Bautier, Un recueil de textes pour servir à la biographie de l'archevêque de R. Hervé (XX siècle). Son attribution à Flodoare, in Mélang. d'hist. du moyen âge, Louis Halphen, Parigi 1951, pp. 1-6; sulla scriptorium di R.: F. M. Carey, The scriptorium of R. during the archbishopric of Hincmar ( $645-60$ A. D.), in Classical and medieval studies in honor of E. Kennard Rand, Nuova York 1958, pp. 41-60. - Guide de la France chrétienne et missionc., 1948-49, Parigi 1948, pp. 379, 708-709, 1086-87. Enrico Josi
REIN (Reun). - Abbazia cistercense, presso Graz, nella Stiria, diocesi di Seckau, anticamente Salisburgo.

Figlia di Ebrach, della linea di Morimond, fondata da Leopoldo I, marchese della Stiria, verso il 1124, e ben presto madre di altre abbazie austriache e ungheresi. Nel 1480 i Turchi bruciarono chiesa e convento che risorsero più grandi e belli, ma dal 1737 la chiesa fu quasi completamente ricostruita in forme barocche; anche gli edifici monastici subirono trasformazioni e ricostruzioni, da formare oggi un complesso imponente, con alcuni ambienti particolarmente decorativi (i due refettori, la biblioteca, la prelatura). Il monastero ha la cura di 12 parrocchie, fra le quali il santuario di Maria Strassengel, presso Graz, con celebre chiesa gotica, a tre navate, con tre cori, campanile ottagono, meravigliosamente filigranato, e ricco arredamento sacro; con accanto una specie di castello per proteggere l'accesso alla Valle di R. L'abbazia tiene da secoli un convitto di ragazzi cantori.

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Bibl.: A. Brackmann, Germania pontificia, I, Berlim 19:1, pp. 97-99; E. Tomek, Geschichte der Diäzese Sechan, I, Graz 1927, pp. 277-92; Cottincou, II, col. 2453. Giuseppe Lów

REINCARNAZIONE. - Termine usato per indicare il passaggio dell'anima da uno a un altro corpo umano. Ha un significato più ristretto di metempsicosi (dal gr. $\mu \tau \alpha \dot{\alpha}$, nel senso di "passaggio", e $\varepsilon_{\mu} \mu \dot{\varphi} \gamma^{\prime} \omega$ "io animo ") che indica la trasmigrazione dell'anima umana attraverso vari corpi di uomini, di animali, di piante, ecc. Con lo stesso senso si adopera anche la parola "metensomatosi" ( $\sigma \tilde{\omega} \mu \alpha=$ "corpo", e $\pi \alpha \lambda \imath \gamma \gamma \varepsilon \sigma \sigma i \alpha$ " rinascita ").
I. Nelle religioni non cristiane. - L'idea che l'anima possa, dopo morte, informare altri corpi appartiene al patrimonio comune dei popoli primitivi presso i quali i fenomeni dell'allucinazione e del sogno hanno suggerito la possibilità per l'anima di abbandonare temporaneamente il corpo; mentre la non chiara coscienza della distinzione tra la natura umana e quella animale, in quanto entrambe animate e viventi, quale si riscontra nelle credenze totemistiche (v. TOTEMISMO), ha reso possibile la credenza che l'anima, specialmente dei defunti, possa andare ad informare individui di una data specie animale. Naturalmente in questo passaggio non v'è, in origine, nessun concetto di sanzione morale; neppure, in un primo tempo, tra gli Indiani i quali hanno, come altri popoli primitivi, considerato la luna come soggiorno delle anime dei morti e la pioggia come veicolo del loro ritorno a fecondare e rianimare la terra.

La speculazione brahmanica, nella sua ultima evoluzione contenuta nelle Upanishad, ha aggiunto a questo primitivo concetto animatico quello della r. (samsara) considerata come pena di non aver raggiunto con la meditazione liberatrice la comprensione dell'identità sostanziale dell'io con il mondo, nel che consiste la liberazione. Il buddhismo, che segna l'ultimo termine della speculazione brahmanica, accetta il postulato della r. ma considera questa, con i suoi sviluppi secondo la legge del karma (v.), come conseguenza del non aver raggiunto la conoscenza, non già dell'identità dell'io con il cosmo, ma della realtà empirica del dolore e dei mezzi per annientarlo, insegnati dal Buddha.

La dottrina della r. si ritrova anche in Grecia dove la concezione animistica primitiva fu sviluppata da un apporto, non dell'Egitto come vorrebbe Erodoto (II, 123) ma dell'Oriente indiano attraverso l'Asia Minore dove la Persia dominava dai confini dell'India alle spiagge della Ionia. Il movimento orfico, sviluppatosi in Grecia nel sec. vi, considerò la r. come mezzo di espiazione per ridare all'anima la purezza della sua origine divina, oscuratasi per esser discesa ad abitare il corpo umano, in seguito a una colpa primordiale; la rottura di questo ciclo di rinascite ( $\dot{\alpha} \pi \dot{\alpha} \alpha \lambda \alpha \varsigma \tau \tilde{\eta} \varsigma \gamma \varepsilon v \varepsilon \varepsilon \varepsilon \varepsilon \varsigma, \dot{\varepsilon} \tau \tilde{\eta} \varsigma \mu \alpha i \rho \alpha \varsigma$ $\tau \rho \circ \gamma \dot{\varsigma}$ ) è descritta come la gioia dell'uccello che rompe i lacci che lo tengono prigioniero (v. GRFICI, MISTERE).

Dell'orfismo è tributario Pitagora la cui dottrina in proposito è perciò detta orfico-pitagorica (cf. Senofane, in Diogene, VIII, 36; Ovidio, Met., XV; Empedocle, De nat., I, 3-20 e Pindaro, Ol., 2, 62 sg.). Anche Platone per la psicologia dipende dall'orfismo in quanto anche egli (Cratyl., 400 BC; Phaedr., 246 BD; Phaedon, 113 D; Tim., 4 I A; cf. Proclo, In Tim., 5, 500 A; Simplicio, De coelo, 2, 91 b; Olimpiodoro, In Phaedon., B 6 a) insegna che l'anima umana prima ha vissuto negli astri, dove le furono rivelate le leggi naturali e morali; poi in forza di una legge fatale (per la quale filosoficamente si deve intendere la necessaria unione di anima e corpo a formare l'individuo umano e miticamente la colpa dei titani divoratori di Dioniso) è discesa nel corpo che per essa è una prigione ( $\sigma \tilde{\omega} \mu \alpha-\sigma \tilde{\eta} \rho \alpha$ ). Nel solco di Platone si muovono il neopitagorismo (v.) e il neoplatonismo (v.). Plotino spiega la legge fatale che induce l'anima, di origine divina, a incorporarsi, per il desiderio che essa sente di possedere meglio se stessa, individuandosi in un corpo. Soltanto con l'esercizio di una vita ascetica e purificatrice ( $\kappa \dot{\alpha} \theta \alpha \varrho \sigma \iota \varsigma$ ) che abbrevi il ciclo delle rinascite può, attraverso l'estasi,
riunirsi all'Uno che l'attira e l'assorbe formando con essa un solo essere, facendole perdere il senso della sua individualità, che è principio della sua inferiorità.

Bibl.: D. H. Hoel, Sohar, Lipsia 1849 (sulla metempsicosi nella Cabala); P. Deussen, Phil. der Upanishads, ivi 1899; A. M. Boyer, Etude sur l'urigine de la doctrine du samsara, in Journal Asiatique, 1901; H. Oldenbera, Buddha. Sroccarda 1901; id., Die Lehre der Upanishaden und die Anfünce des Buddhismus, Gottinus 1913; H. Haigh, Leading ideas of Hinduism, Londra 1903; L. Lioy-Brabi, Les fonctions mentales dans les socictés intériorux, Parigi 1910; id., La mentalité primitive, ivi 1922, pp. 42-44; B. P. van der Von, L'origine de la croyance à la metempsychose, in La revue des idées, 8 (1911), pp. 233-71.
II. Dottrina cattolica. - Le antiche dottrine pagane sulla metempsicosi sono state rinnovate nei tempi più recenti dai seguaci dello spiritismo e della teosofia, i quali però al termine di metempsicosi (come agli altri di cnsomatosi, metensomatosi, palingencsi) preferiscono sostituire quello di r., per sottolineare che essi limitano le trasmigrazioni dell'anima attraverso i soli corpi umani, mentre la metempsicosi può estendersi agli animali e persino ai vegetali.

Nel mondo cristiano si è su posizioni diametralmente opposte, anche se non mancano tracce di quelle dottrine specialmente in qualche scrittore ispirato al platonismo e neo-platonismo. Così in s. Giustino (Dial., 4: PG 6, 481-84) si trova affermata una certa preesistenza dell'anima, di cui essa non ha coscienza, come nemmeno ha coscienza delle successive esistenze che seguono l'attuale. Clemente Alessandrino non sembra abbia ammesso una forma di preesistenza, nonostante certi testi non decisivi (Strom., IV, 26; Quis dives salvetur, 3, 26, 33, 36); mentre altrove accenna a un tracciamento di anime (Strom., III, 3: ed. Potter I, 516), ma sembra riferirsi a filosofiche speculazioni, e chiaramente afferma la $\mu \varepsilon \tau \varepsilon v \sigma \omega \mu \dot{\alpha} \tau \varepsilon \omega \sigma \iota$ (trascorporazione) della teologia egiziana, dalla quale passò in altri indirizzi (e certo, egli pensa a Pitagora, Strom., VI, 4: ed. Potter II, 737). Nemmeno la teoria di Origene circa l'universale $\dot{\alpha} \pi \circ \alpha \alpha \tau \dot{\alpha} \sigma \tau \alpha \sigma \iota$ o reintegrazione è intimamente collegata con la metempsicosi propriamente detta, anche se egli ammette la preesistenza delle anime e nel De Principiis (II, 8,4: PG 2, 224) cerca di conciliare il cristianesimo con le teorie platoniche. Contro Origene si accese un forte polemica, soprattutto dopo la sua morte, e particolarmente nel sec. vi, fino alla condanna del patriarca Menna di Costantinopoli e del suo Concilio particolare, e a quella del Concilio di Costantinopoli nel 545 , con approvazione di papa Vigilio (cf. Denz-U, 211 ; Hefele-Leclercq, II, b, p. 1184; R. Hedde. Métempsycose, in DThC, X, coll. 1587-88).

L'assenza di una vera e propria corrente cristiana, favorevole alle teorie origeniste in generale e alla metempsicosi in particolare, risulta pure da alcuni accenni che si trovano in opere antieretiche, in cui talvolta si giunge fino allo scherno di quelle teorie (per es., in s. Epifanio, Hueres., 21, c. 2: 66, 28; s. Basilio, In Haevaceneron, hom. VIII, 2; Dionigi Ps.-Areopagita, Hierar. Eccles., c. VII, 2).

Anche se manca una definizione esplicita sulla irreformabilità dell'anima dopo la morte e sulla impossibilità di un mutamento sostanziale delle sue disposizioni, tuttavia vi sono dichiarazioni inequivocabili del magistero ecclesiastico, secondo cui la sanzione avviene subito dopo la morte ed è decisiva per tutta l'eternità (v. uuutato intimo). Così il II Concilio di Lione (1274, Denz-U, 464); Benedetto XII nella cost. Benedictus Deus (29 genn. 1336; Denz-U, 530-51); il Concilio di Firenze nel Decretum pro Graecis (4 giugno 1439; Denz-U, 693).

Questa dottrina della Chiesa deriva chiaramente dal Vangelo, dove la contrapposizione delle "beatitudini" e dei "guai" nel Discorso della Montagna si risolve in un rovesciamento di posizioni dopo la morte, quando chi "ora" ride, "allora" piangerà, e viceversa (Lc. 6, 20-26; Mt. 5, 3-12), e ciò in modo definitivo, come risulta dalla parabola del ricco epulone e del mendicante

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Lazzaro (Lc. 16, 19-31) e da quella delle dieci vergini (Mt. 25, 1-13), nelle quali è evidente l'impossibilità di un cambiamento di sorte, essendo finito il tempo delle decisioni. Cosi hanno senso le esortazioni di Gesù alla vigilanza, attività, perseveranza (Mi. 24, 42-51; 25, 13; Mc. 13, 33; Le. 12, 35-40), poiché dopo la «notte» nessuno può più lavorare (cf. Io. 9,4). Lo stesso pensiero e le stesse esortazioni si trovano negli Apostoli (cf. Goll. 6, 9-10; I Cor. 9, 24 sgg.; II Cor. 5, 1-10; I Thess, 5, 2-3; I Ps. 1, 3-8; II Pl. 3,10; Iac. 4, 13-15; Apoc. 11, 10-11; 16, 15). Specialmente s. Paolo insegna chiaramente (I Cor. 15, 24-28) che con il giudizio si chiude per tutti l'economia della salvezza, senza alcuna possibilità di un a eterno ritorno o o di una universale apocatastasi. Infatti l'affermazione di una decisione essenziale e irrevocabile importa l'esclusione di qualsiasi trasmigrazione e ricomparsa dell'anima in nuove vite.

La stessa dottrina si può cogliere in numerosi testi dei Padri della Chiesa (cf. II Clem. 8, 3; s. Cipriano, Ad Dem., 25; s. Baalio, Ham. 7, in divites, n. 8: PG 31, 301; s. Giovanni Crisostomo, De Poen. hom., 9: PG 49, 346; s. Ambrogio, In Psalm., 118,2,14; De excess. frater., II, 48); cf. B. Bartmann, Manuale di teologia dogmatica, III, trad. it., $2^{2}$ ed., Alba 1951, p. 384. Altri testi in Rouet de Journel, Enchir. Patrist., nn. 103, 487, 560, 561, 576, 578, 693, 886, 887, 966, 980, 1172, 1200, 1325, 1364, 2268, 2321.
III. Il pensiero di s. Tommaso. - La teologia scolastica riafferma e spiega razionalmente la dottrina della S. Scrittura e dei Padri, sottolineando la distinzione tra status viae e status termini, nel quale ultimo non si può più meritare, data una disposizione di Dio giustificata da ragioni ovvie e convincenti. Non è detto però che anche nel periodo della scolastica non echeggi qua e là l'idea manichea, già combattuta dai Padri, come risulta da due passi della Summa de Catharis di Fr. Rainerio Sacconi (ed. Dondaine, nel Liber de duobus principiis, Roma 1939, p. 71). La questione è ancora attuale ai tempi di s. Tommaso, che l'esamina sotto tutti gli aspetti, e specialmente: 1) quanto al presupposto filosofico dell's eternità del mondo» (C. Gent., II, capp. 38, 81, 83); 2) quanto al presupposto "pitagorico» già criticato da Aristotele (ibid., II, cap. 44, 73); 3) quanto al presupposto a dualistico nella critica globale del manicheismo (ibid., II, cap. 83, § Quidam autem) e dell'origenismo (ibid.); 4) quanto al presupposto della "preesistenza" (ibid., II, cap. 83, § Item si omnes); 5) quanto alla teoria del - ritorno periodico" (ibid., III, cap. 144, § Privatio enim).

Il rifiuto reciso e categorico di tutti quegli elementi che potrebbero giustificare la metempsicosi si fonda in s. Tommaso su un principio basilare, secondo cui ala proporzione dell'anima dell'uomo al corpo dell'uomo è uguale alla proporzione dell'anima di quest'uomo al corpo di quest'uomo s (ibid., II, cap. 73, § Praeterea Aristoteles). Questa ragione metafisico-psicologica è il pernio della confutazione filosofica fatta da s. Tommaso, il quale ulteriormente dimostra con l'autorità della Rivelazione e con ragioni metafisiche e teologiche che la trasformazione finale avrà carattere definitivo (ibid., IV, cap. 82), e che le anime hanno la volontà immutabilmente fissa nel bene o nel male, secondo lo stato in cui si trovavano al momento del trapasso (ibid., IV, capp. 91-93).
IV. Spandamenti moderni. - Questa dottrina, conforme al magistero ecclesiastico e ai dati della Rivelazione, è comune tra i cattolici. Tra i protestanti invece alcune sette rinnovarono la teoria dell'apocatastasi; cosí gli anabattisti e alcuni più recenti, come U. Janni (cf. - Ultra», Problemi relativi alla finalità del creato e alla nostra vita dopo la morte, Modena 1930). Ma specialmente Schleiermacher introdusse nel protestantesimo l'idea di una possibile conversione dopo la morte (cf. Bartmann, op. cit., III, p. 385).

Altri pure riesumarono la teoria della r. sotto diverse forme e con intonazioni diverse: cosi G. Cardano, B. Telesio, G. Bruno, Van Helmont, C. Bonnet, Bellanche, P. Leroux, J. Reynaud, Ch. Fourier, ecc. Ma specialmente i seguaci della teosofia (v.) e antroposofia hanno
rimesso in vigore la dottrina della metempsicosi, insegnando la successione delle vite, che chiamano r., con riferimento a fonti greche e latine, ad autori più recenti, dai secc. 2v-2vii, e, specialmente la Blavatsky e la Besant, alle antiche filosofie e speculazioni religiose dell'India. L'immenso ciclo di nascite e morti è regolato dal «Karma», secondo il quale ogni anima, lasciando un corpo, ne riveste un altro iniziando una nuova vita, in uno stato migliore o peggiore secondo ciò che ha seminato nella vita precedente, senza escludere del tutto che si riproduca in una specie animale o vegetale o minerale, se la vita antecedente fu peccaminosa. Se si "reincarna" in un corpo umano e migliora si ha una progressiva ascesa fino alla perfezione, che si raggiunge con l'entrata nell'essenza universale, il Nirvana, dove l'uomo è assorlato (cf. L. de Grandmaison, Théosophie, in DFC, IV, col. 1659; id., Le lotus bleu, Parigi 1910; R. Guenon, Le théosophisme, ivi 1921). Anche i seguaci dello spiritismo, specialmente francese, sostengono la r. al posto del Purgatorio. La persona, secondo essi, ha molte esistenze successive, di cui non ha ricordo. In esse espia i peccati commessi precedentemente. Quando lo spirito sarà pienamente purificato, avrà fine il ciclo; ma a questa purificazione completa l'anima arriva fatalmente, per un processo quasi automatico, poiché personalmente, non conoscendo i falli, non potrebbe espiarli (cf. L. Roure, Spiritisme, in DThC, XIV, coll. 2518-19; A. Kardec, Le livre des esprits, Parigi 1857; Th. Mainage, La religion spirite, ivi 1921).
V. Osservazioni critiche. - L'opposizione tra queste dottrine e la cattolica è evidente, dopo quanto si è detto; del resto il S. Uffizio dichiarò (1919) che le dottrine teosofiche non sono conciliabili con la dottrina cattolica. Ma inoltre militano contro tali concezioni le ragioni già sopra accennate, e che in base al pensiero di s. Tommaso possono riassumersi nella seguente: se l'anima è forma sostanziale del corpo (cf. Denz-U, 480 sg., 738, 1655), che gli dà l'essere specifico e ha quindi con esso un unico essere sostanziale, ne consegue che non può unirsi che a questo corpo (cf. s. Tommaso, De spiritualibus creaturis, a. 9, ad 4; II Sent., d. 17, q. 2, a. 2). Vi è stretta proporzione tra tale anima e tale corpo (cf. Summ. Theol., 10, q. 76, a. 5). L'anima conserva sempre le determinazioni avute nell'unione con questo corpo, come sua forma, e non può divenire forma di un altro corpo (cf. II Sent., d. 17, q. 2, in c. e ad 4).

Gli argomenti portati in favore della r. invece non provano. Infatti : a) i suoi sostenitori si appellano all'ineguale distribuzione dei mali nell'attuale permanenza sulla terra: essa dipenderebbe dal fatto di altre esistenze anteriori, peccaminose, da cui occorrerebbe purificarsi. Ma si sa che l'ineguale distribuzione dei beni, con permissione o tolleranza dei mali, dipende invece dalla diversa donazione dell'amore di Dio (cf. C. Gent., II, cap. 44), che ad ognuno assegna una via da percorrere per prepararsi alla vita eterna. I mali dalla vita presente servono per la purificazione dai peccati attuali, non da quelli di una vita anteriore di cui nessuno ha ricordo. b) Si richiamano pure alla grande diversità, già per disposizioni native, tra le anime, mentre i corpi sono simili. Ma è sufficiente far osservare che tutto il mondo è fatto di ineguaglianze, dalla natura inanimata alla natura spirituale, e che la diversità di genio, di virtù, di intelligenza dipende sia da una diversa donazione divina, sia dall'influsso dei genitori (ereditarietà), sia dalla particolare costituzione di ogni singolo nell'unione dell'anima a un determinato corpo. c) Dicono ancora che alla lunghezza del cammino verso l'infinito una sola esistenza non basta. Si risponde che non basterebbero nemmeno milioni di esistenze, mentre invece si è chiamati a svolgere nell'unica vita e nostra disposizione il disegno di Dio, con l'aiuto della sua Grazia. d) Rilevano che quaggiù i buoni sono spesso vittime dei cattivi, e pur tuttavia la società non vien meno, ma progredisce: e ciò perché le individualità migliori sempre ritornano, mantengono e sviluppano le sane tradizioni. Si risponde che il progresso morale nell'umanità è spesso problematico e comunque, quando è reale, si spiega con ben altre ragioni.

Del resto vi sono contro la r. argomenti inconfuta-

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bili : 1) l'assenza di ogni ricordo di una o più esistenze anteriori. I teosofi cercano di giustificarsi dicendo che tra le due esistenze vi è come uno spazio in cui tutto diventa tendenza, non vi è più atto di conoscenza, e pertanto al ritorno nell'esistenza è impossibile ricordare: ma almeno una memoria confusa dovrebbe esserci; 2) l'impossibilità di dare alla r. il carattere di sanzione morale, poiché non si vede come possa esserci castigo se non c'é memoria della colpa che si deve espiare; 3) l'impossibilità di conciliare la r. con la spiritualità dell'anima, che se avesse bisogno di simili trasmigrazioni per purificarsi non sarebbe spirituale, bastando a un essere spirituale, per purificarsi, il cambiamento e riordinamento della volontà. La teoria della r. è pertanto in contrasto sia con la dottrina cattolica, sia con i principi di una sana filosofia che resti fedele ai dati dell'esperienza e ai postulati della ragione.

Biol.: A. Mayer, Theosophic und Christentum. Berlino 1922; L. Bukowski, La réincarnation selon les Pères de l'Eglise, in Gregoriamon, 9 (1928), p. 63 sgg.; 12 (1931), p. 57 sgg.; W. Lutoslawski, Preesistenza e r., Torino 1931; B. Kasprzak, Reincarnatio in luce doctr. cathol. et principiorum 1. Thomae, Czcstochowa 1935; J. Paris, La vita dell'anima al di ló della tomba, in La scuola cattol., 1936. p. 142 sgg.

REINHARDT, Heinrich. - Storico svizzero, n. il 10 dic. 1855 ad Olten, m. il 6 dic. 1906 a Friburgo in Svizzera.

Docente di storia alla Scuola superiore di Lucerna dal 1878 al 1889 , poi professore di storia contemporanea a Friburgo, fu anche, nel 1890-91, rettore di quella Università. Attese soprattutto alla storia della Svizzera cattolica, nei secc. XVI e svit. Curò l'edizione della corrispondenza di Alfonso e Girolamo Casati con l'arciduca Leopoldo V d'Austria (Die Korrespondenz von Alfonso und Girolamo Casati mit Eraherzog Leopold V. von Österreich 1670-23, 1894) ed insieme a F. Steffens iniziò nel 1906 i Nuntaturberichte aus der Schweiz, con i dispacci del nunzio G. F. Bonhomini negli anni 1579-81. Pubblicò, oltre a saggi sulle condizioni della Svizzera agli inizi della guerra dei 30 anni (Beiträge zur Geschichte der Bündner Wirren 1618-20, 1881; Der Veltliner Mord 1620, 1885), studi sulla Svizzera al tempo di Carlo Borromeo (Studien zur Geschichte der katholischen Schweiz. im Zeitalter Carlo Borromeos, 1901).

Biol.: A. Büchi, R., in Dict. hist. et biogr. de la Suisse, V. Neuchâtel 1930, p. 433, con bibl.; E. F. J. Müller, R., in LThS, VIII, col. 748, con bibl. Silvio Furlani

REINHOLD, Karl Leonhard. - Filosofo kantiano, n. a Vienna il 26 ott. 1758, m. a Kiel il 10 apr. 1823. Educato presso i Gesuiti, studiò filosofia e teologia, fu professore nel Collegio dei Barnabiti di Vienna, poi (1787) a Jena, quindi (1793) a Kiel.
R. intese costruire una filosofia elementare come ricerca di principi comuni a tutte le scienze. Il primo di essi che ha la caratteristica dell'immediatezza e della necessità è il fatto della coscienza, espresso nella maniera seguente: «la rappresentazione viene distinta nella coscienza dal rappresentato e dal rappresentante e riferita ad entrambi». Posto l'atto del rappresentare come atto comune della sensibilità e dell'intelletto venivano dedotti, di conseguenza, gli altri elementi della conoscenza, dalla sensazione alle idee.

Opere principali: Briefe über die kantische Philosophie (1786-88, nel Deutscher Merkur di Wieland; $2^{\text {a }}$ ed., Lipsia 1790); Versuch einer neuen Theorie des menschl. Vorstellungsvermügens (Jena 1789).

Stm.: J. Fries, Kant, R., Fichte, Lipsia 1803; M. v. Zynda, Kant, R., Fichte, Berlino 1910; P. Olivier, Zum Willensproblem bei Kant u. R., ivi 1941; A. Pierini, C. L. R. ecc., in Giove. crit. di film, it., 22 (1941), pp. 162-76, Enrico Garulli

REINKE, LaURENTtus. - Esegeta cattolico, n. il 6 febbr. 1797 in Langfórden (Germania), m. a Münster in V. il 4 giugno 1879. Ordinato sacerdote (1822) si dedicò con fervore allo studio della lingue semitiche, essendo a Bonn discepolo di G. W. Frey-
tag, autore del Lexicon Arabico-Latinum. Dal 1827 libero docente di lingue orientali e ripetitore di esegesi del Vecchio Testamento, divenne professore dell'Università di Bonn, straordinario nel 1831 , ordinario nel 1837 ; tenno la cattedra fino alla sua morte.

Pio e zelante per l'onore della scienza cattolica, consumò la vita fra gli studi e la preghiera. Addolorato per la situazione dell'esegesi a devastata * dal razionalismo e la mancanza di opere cattoliche scientificamente pari a quelle razionalistiche, dopo il suo $50^{\circ}$ anno di vita si prodigò nella pubblicazione di opere d'esegesi scientifica, concorrendo con i suoi risparmi alle spese di stampa. Di metodo piuttosto filologico e di critica testuale, le sue opere ancor oggi ritengono il loro valore, per molte osservazioni giuste e di fine filologia, in mezzo ad altre antiquate, e per l'analisi accurata delle opere di tanti suoi avversari. L'argomento suo preferito fu il messianismo del Vecchio Testamento, che trovò in lui un valente difensore. Pubblicò: Exegesis