le sue opere ancor oggi ritengono il loro valore, per molte osservazioni giuste e di fine filologia, in mezzo ad altre antiquate, e per l'analisi accurata delle opere di tanti suoi avversari. L'argomento suo preferito fu il messianismo del Vecchio Testamento, che trovò in lui un valente difensore. Pubblicò: Exegesis critica in Is. 52,13-53,12 (Münster 1836); Exegesis critica in Is. 2,2-4 (ivi 1838); Beiträge zur Erklärung des Alten Testamentes (47 monografie su passi biblici più difficili e discussi; voll. I-VII, ivi 1851-66; vol. VIII, Giessen 1872). Inoltre commenti a Malochia (1856), Salmi messianici (2 voll., 1856-57), Profezie messianiche nei Libri dei Profeti (4 voll., 1859-62), Aggeo (1868), Sofonia (1868), Abacuc (1870), Michea (1871).
Stm.: F. richhamp, in Literarischer Handuriser, 2 (1863), pp. 90-91; 3 (1864), pp. 18-22; 28 (1879), pp. 242-43; id., in Kirchenlexikon, X (1897), coll. 985-88; L. Fillion, R., Laurent, in DB, V (1912), coll. 1028-29. Pietro Stöber
REINKENS, Josef Hubert. - Vescovo dei a vecchi cattolici», n. il $1^{\circ}$ marzo 1821 a Burtscheid presso Aquisgrana, m. il 4 genn. 1896 a Bonn. Ordinato sacerdote nel 1848 e laureato in teologia nel 1849 a Monaco, fu nominato nel 1853 professore di storia della Chiesa alla Facoltà di teologia di Breslavia.
IIniziò brillantemente nel 1851 la sua carriera scientifica con uno studio su Clemente Alessandrino, poi per un decennio dovette attendere a molti altri incarichi pedagogici ed ecclesiastici. Dal 1861 al 1866 pubblicò monografie sulla Università di Breslavia, su Ilario di Poitiers, su s. Girolamo, su s. Martino di Tours e sulla filosofia della storia in s. Agostino. Contrario alla definizione della infallibilità pontificia, iniziò una insistente attività pubblicistica contro la costituzione del 16 luglio 1870. Sospeso dall'insegnamento della teologia nell'ott. 1870, partecipò nel sett. 1871 a Monaco al congresso dei «vecchi cattolici» e fu eletto a Colonia il 4 giugno 1873 loro vescovo. Consacrato dal vescovo giansenista Herkomp di Deventer, R. nello stesso anno ebbe il riconoscimento della Prussia, del Baden e dell'Assia. Il 14 dic. 1873 fu scomunicato da Pio IX. Tuttavia R. non si sottomise e lavorò con insistenza, anche se con risultati molto limitati, alla diffusione del movimento di cui era a capo e presiedette fino al 1895 quattordici sinodi. Nel 1877 furono posti all'Indice i suoi scritti sull'unità della Chiesa (Über die Einheit der katholischen Kirche) ed un discorso tenuto a Würzburg contro il Pontefice (Ist an die Stelle Christi für uns der Papst getreten?).
Stm.: F. Schultz, Der Althatholizismus, Giessen 1887. passim; id., Bischef R. und die gegenscärrige Lage und Bedeutung des Althatholizismus, in Cosmopolis, 2 (1896), pp. 227-40; H. Brück, Geschichte der katholischen Kirche in Deutschland im 19. Jahrhundert. IV, parte $1^{\text {a }}$, Magonza 1901, passim. Silvio Furlani
REISACH, Karl August von. - Cardinale, n. il 6 luglio 1800 a Roth (diocesi di Eichstätt), m. il 22 dic. 1869 presso i Redentoristi di Contamine (Savoia). Laureatosi in giurisprudenza, entrò nel 1824 nel Collegio Germanico di Roma. In seguito divenne rettore del Collegio di Propaganda.
Insieme a P. Perrone e ad altri il R. ebbe l'incarico di esaminare accuratamente le dottrine hermesiane, che poi Gregorio XVI condannò nel sett. 1835 con il breve
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Dum acerbissimas. Nominato nel 1836 vescovo di Eichstätt, vi fondò il Seminario ecclesiastico della diocesi e vi promosse le missioni popolari. Trasferito all'arcivescovo di Monaco-Frisinga, dopo la crisi del 1848 richiese alle autorità civili di annullare ogni disposizione legislativa contraria al Concordato del 1817. Questa richiesta del R., unito a tutto l'episcopato bavarese, ed in particolare la costanza dispiegata per assicurare alla Chiesa i diritti fissati nel Concordato, riusci infine molesta a re Massimiliano II, che cercò di far trasferire l'arcivescovo, da lui considerato il responsabile delle difficoltà intervenute nei rapporti tra Chiesa e Stato. Il sovrano inutilmente tentò di convincere l'arcivescovo Geissel a cedere al R. l'amministrazione dell'arcivescovato di Colonia in cambio di quello di Monaco-Frisinga, rivolgendo al Pontefice la preghiera che il R. cessasse dal governo dell'arcidiocesi. Pio IX, non volendo spingere oltre il conflitto, accolse il desiderio del Re, creò il R. cardinale il 17 dic. 1855 e lo chiamò a far parte della Curia pontificia. Prefetto della S. Congregazione degli Studi, fu nominato nel 1867 presidente di una delle commissioni preparatorie del Concilio Vaticano.
Bibl.: H. Brück, Gesch. der hath. Kirche in Deutschland im 15. Jahrh., II-III, Magonza 1889-96, passim; A. Steinhuber, Gesch. des Kallagism Germanikum Hungarikum in Rom, II, Friburgo in Br. 1906, pp. 479-82; J. Schmidlin, Papstgesch. der neuesten Zeit, II, Monaco 1934, passim; F. Schnabel, Storia religiosa della Germania nell'Ottocento, trad. it. Brescia 1944, passim.
Silvio Furlani
REISCH, Gregor. - Certosino, n. a Balingen nel Würtenberg intorno al 1467 , m. a Friburgo in Br. il 9 maggio 1525. Studiò a Friburgo, ove nel 1489 conseguì il titolo di magister. Amico d'Erasmo (v.) e d'altri umanisti, combatté il diffondersi del luteranesimo. Nell'Ordine certosino entrò fra il $1500-1502$.
Il suo nome è legato alla Margarita philosophica (Friburgo in Br. 1503, Basilea 1535,1583) opera divulgativa in 12 Il., dei quali i primi tre dedicati al trivio, i Il. IVVII al quadrivio, i Il. VIII-XI alla filosofia naturale e il XII alla filosofia morale. Lo spirito che informa l'opera è l'aristotelismo scolastico temperato di platonismo agostiniano e umanistico. Nel I. XI, cap. 23, a proposito dei troppi argomenti con i quali taluni dimostravano l'immortalità dell'anima, si legge: «Nos huiuscemodi rationes pro affirmanda animae immortalitate consulto praeterimus; nec ex his quae ab Aristotele in libro De anima, in Metaphysica aut in Ethicis scripta cernuntur, evidens demonstratio colligi poterit. Coeterum in De animalibus solum intellectum ab extrinseco advenire astruit; in libro vero De pomo et morte (si ipsius est) id clarius expressit $v$. Nel cap. 30 è combattuta la dottrina averroistica dell'unità dell'intelletto.
Bibl.: T. Petrejus, Bibl. Carthus., Colonia 1609, pp. 109-12; K. Hartfelder, Gr. R., in Zeitschr. f. d. Gesch. aes Oberrhein, 5 (1890), pp. 170-200; L. Geiger, in Zeitschr. f. Literaturgesch. d. Renaissance, 3 (1890), p. 405.
Bruno Nardi
REITHMAYR, Franz Xaver. - Esegeta del Nuovo Testamento, r. in Ilkofen (Ratisbona) da poveri artigiani il 16 marzo 1809, m. a Monaco il 26 genn. 1872. Sacerdote nel 1832 , insegnò la religione a Ratisbona e più tardi a Monaco, dove frequentò lezioni di A. Döllinger (v.) e J. A. Möhler (v.) laureandosi in teologia nel 1836. Dal 1837 professore straordinario, divenne nel 1841 ordinario d'esegesi del Nuovo Testamento (il primo che a Monaco tenne tale cattedra).
Il Möhler stimolò in lui l'amore per la patristica ed il contenuto dogmatico della S. Scrittura. Il t. I della Patrologia di Möhler (1840) è per metà opera sua Nel 1842 difese valorosamente la posizione cattolica di fronte al mitismo di D. Strauss (v.) negli Historisch-politische Blätter. Altre opere: Commentar zu dem Briefe an die Römer (Ratisbona 1847: ricca informazione patristica, ma diffuso e filologicamente inesatto); Nov. Test. Graece
et Latine (Monaco 1847 : ed. per studenti, dipende da C. Lachmann); Einleitung in die canonischen Bücher des Neuen Bundes (Ratisbona 1852); Commentar zum Briefe an die Galater (Monaco 1865). Suo merito speciale è la direzione della Bibliothek der Kirchenväter, dal 1868 alla morte. Un'opera postuma fu edita da V. Thalhofer, Lehrbuch der biblischen Hermeneutik (Kempten 1874), dove (pp. viI-xLviI) si trova la sua biografia.
Non ancora del tutto chiarita è la sua posizione nel triste decennio della sua Facoltà (1861-71). Pur essendo avverso alla teologia liberaleggiante di Döllinger, sembra che anche R. fosse contrario al Seminario di Spira; nel 1869 sottoscrisse persino il Gutachten della maggioranza della Facoltà contro l'infallibilità del Papa. Però si sottomise subito dopo la definizione.
Bibl.: Hurter, V (1911), col. 1590; L. Fillion, s. v. in DB, V (1912), col. 1031.
Pietro Nober
RELATIVISMO. - Termine che indica non una specifica dottrina o sistema, ma un atteggiamento, comune a diversi pensatori, per cui si afferma che ogni valore è tale solo in quanto è relativo ad altro (v. relazione) : si nega cioè l'esistenza di un assoluto (v.) che, avendo il suo valore non in altro, sia in condizione di fondare il valore degli altri.
Se è negato l'Assoluto come fondamento del valore costante degli enti, si introduce il r. in funzione della variabilità. E questo il caso di quello che può chiamarsi r. metafisico o relazionalismo, per cui il valore del reale è condizionato dalla dimensione spazio-temporale (Ersclito, Bergson [v.]), oppure dalle relazioni che si devono stabilire tra gli enti perché si costituiscano nel loro essere come "cose" e nella loro conoscibilità (Herbart [v.]). Si può considerare di questo tipo anche ogni dottrina che concepisce dialetticamente la realtà, sia idealisticamente (Hegel [v.]) che materialisticamente (Marx [v.]).
Sulla base o dal presupposto della variabilità del reale, può derivare il r. gnoseologico, per cui non esiste un sapere assoluto, e la conoscenza vale solo relativamente al soggetto e nel momento in cui viene effettuata. Così è chiaro che il perenne fluire del fiume eraclitos è padre dell'«uomo misura di tutte le cose» di Protagora. Nel pensiero moderno potrebbe intendersi come r. gnoseologico anche il criticismo kantiano, sebbene in senso moderato, in quanto l'elemento soggettivo a priori è posto proprio come condizione universale dell'oggettività del conoscere. In Hamilton la conoscenza è relativa in quanto non attinge la realtà in sé, ma solo i fenomeni o modi, e questi sono in relazione alle nostre facoltà e sono presentati come modificazioni delle nostre facoltà stesse (Lectures on metaphysics and logic, Londra 1859, p. 148 sgg ).
Conseguenza della soggettività e relatività del conoscere è la negazione della scienza come interpretazione assoluta e oggettiva del reale : cosi l'empiriccriticismo di Mach (v.), Avenarius (v.) e Poincaré (v.) e il contingentismo di Boutroux (v.), dai quali è affermato il valore esclusivamente economico-pratico delle scienze. A una concezione relativistica del sapere scientifico giunge pure A. Einstein per il quale, data la non esistenza di un sistema di coordinate che possa da solo mettersi in rapporto con la realtà, ogni punto di vista sulla natura, diverso dagli altri possibili, è tuttavia equivalente a ciascuno di essi. D'altro canto Einstein sperava di conservare l'invariabilità delle leggi fisiche in seno ai vari sistemi e di non dover rinunciare ai nessi causali tra i fenomeni. Ma la meccanica quantica, con Heisenberg, dichiarò impossibile determinare contemporaneamente velocità e posizione di una particella senza provocare alterazioni (v. indeterminismo fisico). La scienza si limita pertanto alla probabilità (v.). Ancora dal presupposto di una realtà naturale, affermata al di là del pensiero e quindi inafferrabile, muove H. Vaihinger (v.) per il quale il pensare altro non è che un errare regolato, dal momento che il pensiero è una funzione biologica che facilita l'azione, dettando norme come se la realtà fosse conforme alla finzione che ce ne formiamo: le categorie di verità e falsità vanno sostituite
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con quelle di utilità e nocivita. Se la realtà naturale, per la sua variabilità, sfugge a una conoscenza oggettiva, a maggior ragione vi si sottrae la realta umana: ne segue un r. storico, che si distingue dall'antico scetticismo per il carattere antistorico e astorico di questo. Posta la verità e la scienza come costruzioni storiche e umane ne segue che esse hanno valore finché durano gli stati d'animo e gli interessi per il cui soddisfacimento furono costruite (O. Spengler, Der Untergang des Abendlandes, Monaco 1918) : sotto l'infinito succedersi delle forme di cultura si nasconde, geneticamente e teleologicamente ignoto e imprevedibile, il fluire della vita. Da queste premesse puo ancora conchiudersi che è impossibile una storiografia obbiettiva (per questo punto cf. M. Mandelbaum : The problem of historical hnowledge, Nuova York 1938, pp. 17-37 e 190-202).
In senso religioso il r. può essere visto come conseguenza dell'agnosticismo; il r. religioso si presenta con il programma "dilettantistico" di escludere il problema religioso, affermando l'impossibilità di unificare la molteplicità degli aspetti della vita.
L'abbandono della deduzione dell'etica dalla metafisica porta ad un r. etico, per il quale non è possibile possedere un criterio assoluto di moralità, la quale si struttura, come nel caso di Locke (v.), in conformità dalla legge civile, della legge religiosa o della opinione della società. Una forma assai diffusa di r. è il pragmatismo (v.) che "pone al posto dell'etica utilitaristica del successo una logica del successo. Il fatto incontestabile che lo sforzo verso la verità è connesso con i motivi della sua utilità pratica, deve mutarsi nella determinazione logica, che la verità non è altro che l'utilità della rappresentazione ". (cf. G. Windelband, Storia della filos., trad. it., II, Palermo 1938, p. 367 , nota).
In Italia il r. (come lo scetticismo) si è svolto in polemica con l'idéalismo trascendentale. Significativa figura del r. italiano è A. Aliotta.
Il r., positivamente, costituisce un contributo a rilevare l'insufficienza degli individui (relazionati, quindi limitati e condizionati). Nella storia del pensiero nessuno pertanto ha negato un moderato r.; e va anzi affermato che, al di fuori di Dio, tutto, in un certo senso, è relativo. La formulazione più generica e semplice del r. nasce dal constatare di fatto l'esistenza di giudizi e opinioni dissenzienti; la sua sistemazione teorica consiste nella pretesa di estendersi a dichiarare di diritto e universalmente tale situazione. Ma già questo definirsi ne rappresenta un superamento: infatti la definizione assume un valore assoluto, pena la contraddizione, sul cui principio, d'altronde, si fonda lo stesso r.
Se poi il r. si pone come affermazione della sempre ulteriore giudicabilità di ogni categoria di giudizio, la sua posizione potrebbe esser valida solo nel caso che la relatività della conoscenza sensibile, da cui muove il r., sia estensibile a ogni altra forma di conoscenza : ma il solo fatto che è possibile pensare infinite volte e nello stesso modo la medesima verità (p. es., $7+5=12$ ) è chiara dimostrazione del contrario. Il giudizio e la conoscenza intellettuale in genere contengono pertanto nell'assolutezza della loro forma e dei loro principi il superamento del r. (v. CONCETTO; CONOSCENZA; GIUDIZIO; NECESSITÀ; SCETTICISMO).
Bull.: A. Tilgher, I relativisti contemporanei, Roma 1922; L. Rougier, La relativité de la logique, in The fournal of unified science, L'Aia 1939, pp. 193-217; S. E. Radke, Zweifel und Erhessens, Lipsia 1942; F. de P. Ribelles, El problema del conocimiento ecc. : unidad o pluralidad de criterios en el conoscimiento, in Atti del Congreso internacional de filosofia. I. Barcellona 1948, 467-82; G. V. Hinshaw, Epistemological relativism and the sociology of knowledge, in Philosophy of science, Baltimore 1948, pp. 4-10: vari autori, La relativité de notre connoissance, Lovanio 1948; A. Aliotta, Il r., l'idcalismo e la teoria di Einstein, $2^{4}$ ed., Roma 1948; L. Stefanini, Può l'uomo formulare
verità universali?, in Humanitas, 2 (1949), pp. 572-84; S. Hampshire, Scepticism and meaning, in Philosophy, 25 (1950), pp. 235-46.
Enzo Maccagnolo
RELATIVITÀ, TEORIA della. - I. Spazio e TEMP. FISICI. - Questa teoria, come la quasi contemporanea teoria dei «quanti» (v.), è una delle singolari teorie alle quali la fisica dovette addivenire per render conto, in omaggio al galileiano principio sperimentale, di due risultati sperimentali che erano in netto contrasto con alcune sue concezioni fondamentali. La singularità di codeste due teorie moderne sta nel fatto che le varianti che esse impongono non sono semplici modificazioni di qualche teoria preesistente, ma piuttosto modificazioni che si ripercuotono non su qualche particolare suo ramo, ma su tutta la fisica. La r. che ha dato il nome alla teoria, che ora si considera, si riferisce al moto assoluto, nel senso che esso viene dichiarato non solo irrilevabile, ma senz'altro concetto privo di significato, con la conseguenza che le esperienze fisiche non possono porre in evidenza altro che moti relativi fra i diversi sistemi di riferimento e i diversi corpi. Per quanto riguarda l'altra teoria v. QUANTI.
II. La prima limitata r. ottica. - La dinamica, codificata da Newton nella sua grande opera Philosophiae naturalis principia mathematica, fondata sulle scoperte di Galilei e proprie, postula a sua base teorica l'esistenza di un tempo e di uno spazio assoluto e quindi di un sistema di riferimento fisso, quantunque lo stesso Newton esprimesse i suoi dubbi sulla effettiva esistenza di questo ultimo. Nel fervore dello sviluppo di tutta la meccanica che segui ella diffusione dei Principia, per tutto il sec. avit si sorvolo su quelle difficoltà basilari; ma all'inizio del sec. xix avvenne un rivolgimento tale che obbligò a prenderle per la prima volta in seria considerazione. Fino allora due differenti teorie erano riuscite a interpretare i fenomeni ottici di mano in mano che venivano osservati sperimentalmente. La prima di queste teorie era quella newtoniana dell'emissione, che interpretava la luce come costituita da corpuscoli emessi dalle sorgenti luminose e quindi era di indole prevalentemente meccanica. La seconda, sviluppo della teoria iniziata da Huyghens, interpretava la luce attraverso una ipotesi ondulatoria analoga a quella con cui si era sempre interpretato il suono; il mezzo vibrante però non era l'oria, ma un ipotetico etere fluido e ovunque diffuso. Le vibrazioni periodiche si supponevano avvenire, come quelle del suono, longitudinalmente, cioè nella stessa direzione della propagazione.
Ma la scoperta dei fenomeni di polarizzazione scompigliò la situazione; la teoria ondulatoria non riusciva a interpretarli, mentre la teoria corpuscolare, sia pure laboriosamente, vi riusciva. La prevalenza della teoria dell'emissione fu però di breve durata, perché A. Fresnel riuscì a dimostrare che non era l'ipotesi dell'ondulatorietà bensì quella della longitudinalità che impediva l'interpretazione della polarizzazione della luce : bastava supporre che le vibrazioni dell'ipotetico etere avvenissero trasversalmente, cioè perpendicolarmente alla direzione della propagazione, perché non solo sparisse quella difficoltà, ma si giungesse anche ad una interpretazione di tutti i fenomeni ottici di gran lunga migliore delle precedenti.
Ma l'etere della nuova teoria, pur essendo per ipotesi permeabile a qualsiasi corpo materiale, doveva possedere caratteri di estrema rigidità per poter vibrare come si supponeva, e quindi poteva prestarsi come fondamentale sistema di riferimento spaziale e forse essere quel sistema assoluto che avevano invano cercato Newton e seguaci. Inoltre i fenomeni ottici osservati in different sistemi in moto relativo in codesto etere dovevano presentarsi con caratteri differenti. Quest'ultima conclusione era cosi interessante per i fondamenti della fisica che subito si istituirono rigorose esperienze per tentare di confermarla e giungere cosi finalmente alla determina-
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zione di un moto rispetto all'etere, cioè di un moto assoluto.
Le differenze che la teoria di Fresnel prevedeva erano di due ordini differenti e precisamente dell'ordine di $\mathrm{v} / \mathrm{c}$ e di $(\mathrm{v} / \mathrm{c})^{2}$, indicando con la v la velocità rispetto all'etere del sistema in cui si esperimenta, e con c la velocità della luce nell'etere. Dato l'alto valore della c $=300.000 \mathrm{~km} / \mathrm{sec}$., il valore di $\mathrm{v} / \mathrm{c}$ è sempre estremamente piccolo. Anche nel caso che si possa utilizzare nelle esperienze la massima velocità di cui è in qualche modo possibile disporre, cioè la velocità della terra sulla sua orbita, ossia $v=30 \mathrm{~km} / \mathrm{sec}$., si avrà $\mathrm{v} / \mathrm{c}=1 / 10.000$ e quindi $(\mathrm{v} / \mathrm{c})^{2}=1 / 100.000 .000$.
Le possibilità dell'ottica all'inizio del sec. xix erano già tali da permettere di constatare con certezza se esistessero o no fenomeni del primo ordine, ma non consentivano in alcun modo di tentare esperienze del second'ordine. E poiché le prime confermarono tutte la inesistenza di fenomeni del primo ordine, si proclamò intanto la r. dei fenomeni ottici, almeno in quel già elevato ordine di approssimazione, lasciando all'avvenire la decisione se essa potesse estendersi anche al secondo ordine.
III. L'estensione in conseguenza delle esperienze di Michelson. - Si dovette infatti attendere più di 60 anni prima che A. Michelson potesse tentare l'ultimo passo con probabilità di successo. Il risultato delle sue prime esperienze del 188 I e di molte altre ripetute negli anni seguenti da lui e collaboratori, con mezzi di eccezionale precisione all'uopo predisposti, confermarono in pieno la sussistenza della r. dei fenomeni ottici, in rapporto agli effetti del secondo ordine. T'occava ormai alla fisica teorica di renderne conto in omaggio al principio sperimentale. Ma ciò appunto presentava la difficoltà, cui fu accennato in principio, derivante dalla singolarità di alcune delle ipotesi che occorreva introdurre.
Per comprendere questo punto essenziale della situazione scientifica che si era prodotta, è utile considerarla con riferimento a qualche semplice esempio. Supponiamo una linea ferroviaria e un'autostrada parallele e sulla prima un treno che procede con la velocità di 50 km /ora. Un osservatore fisso sulla stessa autostrada attribuirà al treno quella stessa velocità anche relativamente a se stesso : ma un ciclista che invece proceda sull'autostrada con la velocità di 20 km /ora attribuirà al treno relativamente a se stesso o la velocità di 30 km /ora quando proceda nello stesso suo verso, o di 70 km /ora quando proceda in senso contrario; analogamente un automobilista che viaggi con la velocità di 50 km /ora, riscontrerà la velocità relativa a sé o nulla o di 100 km /ora a seconda che proceda nel verso del treno o in senso contrario; se poi procedesse con la velocità di 80 km /ora nel senso del treno gli attribuirebbe, rispetto a sé, la velocità di 30 km /ora, però in senso contrario alla propria. Tutto ciò pare evidente. La fisica classica ha però sempre, tacitamente e esplicitamente, ammesso che analoghe affermazioni potessero, anzi dovessero farsi anche per la velocità della luce relativa a un osservatore che si muova nella direzione della sua propagazione, con verso contrario o con verso concorde ad essa; quindi, un osservatore che si muovesse con la velocità della terra, di $30 \mathrm{~km} / \mathrm{sec}$. incontro a un raggio di luce, dovrebbe riscontrarne la velocità di $300.000+30 \mathrm{~km} / \mathrm{sec}$., mentre dovrebbe riscontrarne la velocità di $300.000-30 \mathrm{~km} / \mathrm{sec}$. quando invece si muovesse nel verso opposto.
Le ricordate esperienze impongono invece di ritenere che l'osservatore debba sempre riscontrare la velocità di $300.000 \mathrm{~km} / \mathrm{sec}$. qualunque sia la propria velocità e il verso di essa. Ancor più drasticamente può prospettarsi codesta imposizione dell'esperienza pensando due osservatori in moto relativo uniforme di qualsiasi velocità anche grandissima che, nell'istante in cui si passano vicino, lanciano un breve sprazzo di luce che possa propagarsi sfericamente in ogni direzione. L'imposizione dell'esperienza si traduce in questo caso nella affermazione che i due osservatori, malgrado il loro moto relativo e il conseguente loro sempre maggiore allontanamento, debbano ritenersi ciascuno costantemente al centro dell'onda sferica che si propaga, precisamente come,
in base alla fisica classica, si riterrebbe senza alcuna difficoltà quell'osservatore che fosse fisso rispetto all'etere. Codesta imposizione di un'esperienza fisica, della cui attendibilità non si può ormai dubitare, determina il crollo delle nozioni di fenomeno fisico riferito allo spazio assoluto e al tempo assoluto alle quali si era sempre rimasti fedeli malgrado le loro sempre insoddisfacenti definizioni: i fenomeni fisici si svolgono in tutti i sistemi in relativo moto di traslazione uniforme (rettilinea e a velocità costante) con le stesse leggi.
IV. Fotisolazione caratteristica. - Per formulare matematicamente codesto singolare risultato dell'esperienza, occorre trovare la formula, cioè la legge, atta a trasformare l'espressione del fenomeno riscontrata esatta quando veniva riferita al sistema in cui l'osservatore era fisso, in una espressione che risulti equivalente a quella anche quando venisse riferita a un sistema in relativa traslazione uniforme di qualsiasi velocità $v$ (costante) rispetto al suddetto sistema.
Supponiamo per semplicita (che non restringe affatto la generalità della soluzione del problema posto) che nel tempo $t=0$, assunto come iniziale, il sistema cartesiano dato ( $x, y, z$ ), e gli analoghi sistemi ( $x^{\prime}, y^{\prime}, z^{\prime}$ ) in traslazione uniforme rispetto a questo, abbiano le origini e gli assi coincidenti e che il moto relativo di velocità $v$ avvenga nella direzione degli assi $x, x^{\prime}$, che rimarranno così sempre coincidenti. Ora la fisica ha ammesso come intuitivo, dal tempo di Galileo che, in tali condizioni, per eseguire la trasformazione dell'espressione della legge di un qualsiasi fenomeno fisico dalla sua forma generica $f(x, y, z, t)=0$, valida nel riferimento al sistema ( $x, y, z$ ) alla corrispondente forma valida nel riferimento al sistema ( $x^{\prime}, y^{\prime}, z^{\prime}$ ) dovesse bastare l'applicazione della trasformazione delle coordinate :
(1) $\quad x^{\prime}=x-v t \quad, \quad y^{\prime}=y \quad, \quad z^{\prime}=z$.
Ma è appunto l'applicazione di questa classica trasformazione intuitiva che sollevò la grave difficoltà segnalata in principio. E utile vederla in funzione.
Si consideri l'espressione di un qualsiasi fenomeno dinamico, p. es., della caduta libera di un corpo dalla quota $x=x_{0}$ sull'asse delle $x$ orientato verticalmente. Essa è notoriamente data dalla formula generica (galileiana) :
(x) $x=$ quota iniziale $x_{0}+$ velocità iniziale $v_{0} \cdot t-1 / 2 \cdot g t^{2}$ supponendo l'asse delle $x$ verticale, tenendo opportunamente conto del segno da attribuire a $v_{0}$ (positivo se $v_{0}$ è rivolta verso l'alto, negativo in caso contrario), ponendo $t=0$ nell'istante in cui il corpo passa per la quota iniziale $x_{0}$ e indicando con $g$ l'accelerazione della gravità in vicinanza della superficie terrestre. Si supponga ora che contemporaneamente un elicottero scendente con la velocità costante - v passi esso pure nel tempo $t=0$ alla quota $x_{0}$. Come risulterà a un osservatore $O^{\prime}$ che si trovi sull'elicottero il fenomeno della caduta quando venga riferito al sistema $x^{\prime}, y^{\prime}, z^{\prime}$ fisso a quello? Le equazioni di trasformazione conducono all'espressione, senz'altro intuitiva :
$$
x^{\prime}=x_{0}+\left(v_{0}+v\right) t-1 / 2 \cdot g t^{2}
$$
Questa, oltre che aver chiarito come si debbano fare le dette trasformazioni, dice ancora una cosa importantissima: che l'espressione del fenomeno dinamico nel riferimento ( $x^{\prime}, y^{\prime}, z^{\prime}$ ) cosi dedotta è identica a quella che l'osservatore $O^{\prime}$ dell'elicottero avrebbe senz'altro scritto applicando la legge ( $x$ ) perché la velocità iniziale del corpo che cade è relativamente a lui proprio $v_{0}+v$. In altri termini: la trasformazione galileiana (1) lascia invariata la legge dinamica alla quale viene applicata. Più fisicamente: lo svolgimento di qualsiasi fenomeno dinamico non è alterato da una traslazione uniforme del sistema ove esso avviene.
E questa la cosiddetta $r$. galileiana la quale non ha alcuna origine misteriosa : i fenomeni della dinamica sono regolati da una legge fondamentale che non dipende dalla velocità, ma solo dalle accelerazioni del sistema che si considera: finché non si introducono nuove accelerazioni lo svolgimento dei fenomeni non è alterato, anche
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se si attribuiscono velocità uniformi ai sistemi in cui avvengono. Ma, come si è già detto, le stesse equazioni di trasformazione (1), pur non implicando accelerazioni, prevedono alterazioni nello svolgimento dei fenomeni ottici, alterazioni che l'esperienza esclude decisamente.
Come dimostrarono H. A. Lorentz e H. Poincarć, e indipendentemente da essi A. Einstein, l'invarianza dei fenomeni ottici per generiche traslazioni uniformi si ottiene solo assumendo come equazioni di trasformazione invece delle (2) le seguenti, ormai generalmente dette di Lorentz :
(3) $x^{\prime}=\frac{x-v t}{\sqrt{i-(\mathrm{v} / \mathrm{x})^{2}}} y^{\prime}=y, z^{\prime}=z, t^{\prime}=\frac{t-\frac{v x}{c^{\prime}}}{\sqrt{i-(\mathrm{v} / \mathrm{x})^{2}}}$
V. La prima teoria della $n$. - Le (3) sono la base essenziale della teoria proposta nel 1906 da Einstein che fu allora detta semplicemente della r. e che ora, per distinguerla da successive teorie più generali, si usa dire della r. ristretta o speciale, o, meglio, prima teoria della r. Basta uno sguardo alle (3) per rilevarne la singolarita. L'ultima equazione è la più sconcertante: per la prima volta nella fisica si attribuisce al tempo, o meglio alla sua misura, un carattere relativo al sistema in cui lo si considera. Il suo numeratore conferisce al tempo $t^{\prime}$ una essenziale alterazione particolarmente sensibile, essendo del primo ordine in v/c. La seconda singolarità è costituita dal radicale comune alle espressioni di $x^{\prime}$ e $t^{\prime}$ che determina un'alterazione del secondo ordine in tutte le misure di lunghezze e di tempo quando si suppongano avvenire dall'uno all'altro di due sistemi in relativa trasformazione uniforme in velocità v. E essenziale il fatto che per v/c trascurabile innanzi all'unità, le (3) si riducono identicamente alle (1). Naturalmente non si potevano ammettere contemporaneamente le due leggi di trasformazione (1) e (3). Ma in ciò soccorse il fatto che, mentre le (1) applicate ai fenomeni ottici determinavano divergenze per principio intollerabili qualunque fosse la loro entità, le (3), applicate ai fenomeni dinamici, non determinavano sensibili divari dalle previsioni classiche se non nei casi eccezionali di corpi in moto con velocità traslatorie dell'ordine di quelle della luce, come si ha, p. es., nel flusso di corpuscoli elettrici (elettroni, mesoni, raggi $S$ e e); ma soprattutto soccorse il fatto che codesti divari avvengono nel senso utile, che appunto l'esperienza aveva già da tempo imposto di ammettere nei casi anzidetti, ma che le teorie classiche erano impotenti a interpretare. Si decise quindi di ritenere valide in tutti i campi della fisica le trasformazioni di Lorentz, riducendole per semplicità alle galileiane quando le circostanze lo permettono.
Gli effetti più vistosi e importanti sono, oltre la radicale eliminazione delle difficoltà rilevate in principio : $r^{2}$ la previsione dell'incremento della massa dinamica in di ogni corpo con la sua velocità, espresso dalla formula $m=m_{0} / \sqrt{1-(\mathrm{v} / \mathrm{c})^{2}}$, nella quale $m_{0}$ indica la massa di quel corpo valutata in un sistema in cui sia ferma e cioè la massa a riposo; $z^{2}$ la previsione della equivalenza degli incrementi della massa di ogni corpo moltiplicati per il quadrato della velocità della luce c e degli incrementi della sua energia E , esattamente espressa della $\Delta \mathrm{mc}^{2}=\Delta \mathrm{E}$ e sovente estesa per estrapolazione e formulata con la $\mathrm{mc}^{2}=\mathrm{E}$, non senza riserve circa il campo della sua validità.
Codesta prima teoria della r. applicata in tutti i campi della fisica risultò sempre notevolmente superiore alle teorie non relativistiche che la precedettero, nel senso che, ove differì da quelle, ciò avvenne sempre, non solo senza contrasti con l'esperienza, ma in molti casi con sensibili vantaggi.
VI. La teoria della r. generale. - Appena poco più di un anno dall'esposizione della sua prima teoria della r., mentre la maggior parte degli scienziati ne ammiravano la semplicità e la generalità, Einstein rilevò alcune sue manchevolezze e il proprio proposito di perfezionarla. Egli iniziò così un lavoro quasi decennale che
finalmente, dopo una serie di tentativi, che egli stesso dimostrava poi insoddisfacenti, lo condusse alla fine del 1915 alla teoria che disse della r. generale.
Profonde caratteristiche fisiche di questa nuova teoria, ancor più singolare della precedente, sono: 1) avere incluso nella sua trattazione l'annoso e mai soddisfacentemente risolto problema della gravitazione, tanto che sarebbe assai più logico considerarla senz'altro una teoria relativistica della gravitazione, come d'altronde molti fecero fin dall'inizio ed ora fa sovente lo stesso Einstein; 2) l'avere interpretato il campo della gravitazione, e quindi il fenomeno stesso, attraverso la struttura non più euclidea ma curva dello spazio fisico in cui si svolgono i fenomeni, utilizzando per la prima volta la possibilità preconizzata da B. Riemann, fin dal 1854, di rappresentare i misteriosi campi fisici per mezzo delle chiare caratteristiche geometriche degli spazi curvi, di gran lunga più generali dello spazio euclideo, da lui scoperti e oggi appunto detti riemanniani. Altra notevole caratteristica della nuova teoria è costituita dall'ampio, o meglio, dall'esclusivo impiego, per il suo sviluppo formale, dei metodi del calcolo differenziale assoluto di G. Ricci e T. Levi-Civita, senza dei quali non sarebbe stato possibile, come dimostrano i numerosi e vani precedenti tentativi. Ciò premesso si può concludere che codesta teoria einsteiniana costituisce una completa sintesi geometrica di tutti i fenomeni di natura meccanica, compresi quelli gravitazionali, sulla quale solo l'esperienza poteva dire la parola definitiva circa la sua attendibilità, come si vedrà in seguito.
Non è possibile esporre esattamente, senza ricorrere all'ausilio matematico, neppure le più grandi linee della teoria. Perciò ci si limiterà a considerazioni solo sufficientemente approssimate. L'esistenza di masse gravitanti determina nello spazio intorno ad esse una modificazione, intensa nell'immediata vicinanza di grandissime masse, che va attenuandosi con la distanza. Rifuggendo la nostra mentalità euclidea, forse per mancanza di sufficente preparazione, da un'intuitiva concezione di una curvatura dello spazio a tre dimensioni come estensione di quella intuitiva delle superfici, limitiamoci a una considerazione implicante solo curvature di enti geometrici a due dimensioni, facilmente concepibili, perché spontaneamente la nostra mente le considera immerse nel nostro abituale spazio euclideo tridimensionale appunto come semplici superfici. In assenza di ogni massa l'ente geometrico in questione deve evidentemente venir considerato senza curvatura, cioè un piano; ma se in un punto di questo si pone una massa materiale concentrata, o un cosiddetto punto materiale, il piano si incurva come se su di esso si elevasse una piccola protuberanza conica, molto incurvata al vertice e sempre meno verso il piano con il quale tende a riconfondersi a distanza. La detta curvatura può interpretarsi come rappresentazione geometrica del campo di gravità della massa materiale, o anche, senz'altro, della massa stessa. Infatti, se nella vicinanza di quella prima deformazione del piano si pensa collocata una seconda massa materiale, e quindi prodotta la conseguente protuberanza analoga alla prima, è facile dimostrare come quelle due protuberanze debbano tendere l'una verso l'altra, fino a costituirne una sola equivalente alle due, quando le masse che le hanno provocate si siano riunite; e ciò con sensibile analogia al comportamento di due vicine bollicine alla superficie di acqua saponata che tendono ad avvicinarsi fino a riunirsi come se si attirassero.
Il fatto essenziale è che il calcolo dimostra che l'attrazione di due masse immerse nello spazio riemanniano, che prevede la teoria della gravità generale, differisce estremamente poco dall'attrazione newtoniana, che può quindi sostituire migliorandola, perché, oltre che risolvere tutti i casi che quella risolve, rende anche conto di una serie di tenui fenomeni, specialmente astronomici, ai quali quella non può in alcun modo giungere. Sono questi, fra altri, il lieve moto intorno al sole, del perielio dei pianeti, specialmente sensibile per Mercurio e mai potuto interpretare in base alla legge newtoniana; l'incurvatura dei raggi luminosi passanti nell'immediata
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vicinanza delle grandi masse, constatata per la massa del sole in occasione di alcune eclissi totali.
VII. Lo spazio e il tempo della fisica attuale. Il precedente intimo accostamento dell'importante fenomeno fisico della gravitazione alla natura dello spazio e del tempo pone alla scienza un problema che forse non ha precedenti. E generalmente ammesso che la posizione astratta dei postulati geometrici e la relativa costituzione della geometria debbono essere stati preceduti da un periodo di approssimata geometria fisica. Ma appena costituitasi con Euclide la nota geometria astratta, essa fu senz'altro assunta dalle scienze naturali e dalla stessa filosofia, non solo come la geometria conveniente anche al nostro spazio fisico, ma come la sola geometria logicamente possibile e quindi vera; ai suoi teoremi si attribui un valore filosofico assoluto anche dopo Kant, malgrado che verso la fine del sec. xviri G. Saccheri avesse già esposte considerazioni atte a far dubitare o senz'altro a negare l'assolutezza di quel valore. Ma già appunto, quando nella prima metà del sec. xix, per la nota opera di N. Lobachewski e di G. Bolyai fu definitivamente dimostrata, con la loro stessa costruzione, la possibilità di geometrie differenti dall'euclidea, ma altrettanto logiche, sorse la questione se lo spazio della fisica potesse ritenersi ancora euclideo. Triangolazioni di grandi triangoli terrestri e astronomici promosse da Gauss (che in certo senso possono considerarsi vere esperienze di controllo su lo spazio fisico) dimostrarono che almeno entro gli alti limiti di esattezza già consentita dagli strumenti di misura allora in uso, lo spazio si presentava euclideo.
Poco dopo B. Riemann dimostrava la possibilità di una più vasta generalizzazione per mezzo della concezione degli spazi curvi e delle loro conseguenti geometrie, e proponeva la già ricordata questione che implicava in un certo senso la loro realtà fisica: se essi non potessero servire a rappresentare i campi fisici. Per sessant'anni la fisica non si curò di tale possibilità e riferì tutti i suoi campi a un etere cosmico, ma dopo l'avvento della r. generale il campo della gravitazione fu generalmente interpretato con la curvatura dello spazio riemanniano, cosa di cui l'astronomia si avvantaggiò assai. Siccome poi uno spazio a curvatura positiva, con vaga analogia a quanto avviene per una superfice, ha tendenza a chiudersi su se stesso, le precedenti considerazioni condussero a sostituire l'antica ipotesi di uno spazio infinitamente esteso con quella di uno spazio sempre ancora grandissimo, ma non più infinito, benché illimitato, cioè non limitato da ostacoli invalicabili; di uno spazio che, nelle due dimensioni, ci si può rappresentare, p. es., come quello di una grande superfice sferica sulla quale è possibile spostarsi senza incontrare limitazioni, quantunque essa sia finita.
I campi elettrici e magnetici nella teoria della r. generale vengono ancora sempre riferiti a un apposito etere. La nozione del tempo, che in generale si afferma essere stata la più turbata dalle concezioni relativistiche, dal punto di vista della fisica rimane sempre egualmente misteriosa, come rilevò così acutamente s. Agostino. La sola innovazione che la fisica trovò necessario introdurre, non riguarda affatto l'essenza del tempo, ma solo la sua misura quando venga eseguita in un sistema in moto relativamente a chi la opera. E questa innovazione, legata al fatto della r., deve considerarsi valida in ogni caso e non soltanto nelle due teorie relativistiche considerate.
Occorre ancora fissare un momento l'attenzione su un equivoco che si deve assolutamente evitare benché sia ancora abbastanza diffuso. Poiché, come fu rilevato, nella fisica relativistica esiste una correlazione, una interdipendenza fra le misure di spazio e di tempo, si insinuò l'erronea opinione che questa dovesse implicare una identità fra la variabile tempo e le coordinate spaziali o, come sovente si disse, che il tempo costituisse una quarta dimensione dello spazio. Per un certo periodo di tempo solo l'autore di questo resoconto resistette a codesta suggestione. Ma finalmente, nel 1921, lo stesso Einstein che vi aveva aderito affermò nel modo più esplicito che il fatto della inseparabilitd della variabile tempo dalle coordinate spaziali non implica affatto l'identitd delle loro nozioni, e che il senso fisico esige la loro assoluta distanziazione.
VIII. La recente e più generale teoria di Einstein. - Il brillante risultato della geometrizzazione del campo della gravita incitò a tentare un'analoga geometrizzazione del campo elettrico. A meno di due anni dalla pubblicazione della teoria cinsteiniana della gravatazione si ebbe un primo tentativo di H. Weyl, seguito poco dopo da un affine tentativo di A. Eddington, che, se pur non risolvere soddisfacentemente il difficilissimo problema, ebbero però il merito di porre in evidenza un fatto essenziale, il quale prova, per lo meno, quanto la mentalità fisica si fosse improvvisamente adattata all'idea di utilizzare le proprietà dello spazio per interpretare i propri fenomeni. Dai detti primi tentativi di geometrizzazione del campo elettrico emerse nettamente che le ampie proprietà degli spazi riemanniani non erano ancora sufficienti, e che occorreva ancora elevarsi alla considerazione di spazi di maggiore generalità.
Quest'idea, che pochi anni prima sarebbe stata giudicata un'assurdità, fu senz'altro accolta e provocò una enorme quantità di studi, la maggior parte puramente geometrici.
Fra gli studiosi che dal 1920 ca. si occuparono della questione anche dal lato fisico, vi fu lo stesso Einstein. Ma le teorie che si sottoponevano alla discussione risultavano sempre non del tutto soddisfacenti. Cosi a poco a poco tutti gli altri si scoraggiarono e solo Einstein continuò ed ebbe finalmente la soddisfazione di giungere, dopo un trentennio circa di studi e di tentativi, a una soluzione matematicamente rigorosa dell'ardito problema.
Che questa sia anche la definitiva soluzione naturale, solo l'esperienza dovrà dirlo. Nell'impossibilità di tracciare, sia pure somministratte, le maggiori caratteristiche di codesta massima sintesi della mente umana, si ricorda solo che la necessaria amplificazione della natura dello spazio fu conseguita con l'innovazione, apparentemente di poca entitù, di escludere una simmetria semplificatrice che era stata conservata nella costruzione geometrica riemanniana.
La semplificazione sparì, ma subentrò una nuova grandiosa possibilità.
BibL.: A. Einstein, Uber die spessielle und die allgemeine Relativitätstheorie, trad. it. di G. L. Calisse, Bologna 1921; id., Il significato fisico della r., Torino 1930: M. Born, Die Relativitätstheorie Einsteins, trad. franc., Parisi 1923; C. Castelnuovo, Spazio e tempo, Bologna 1923; P. Straneo, Teoria della r. secondo il senso fisico, Roma 1924.
Paolo Straneo
RELATORE GENERALE. - Titolo di uno dei prelati ufficiali della S. Congregazione dei Riti (v.). Egli presiede alla sezione storica, creata in seno a detta Congregazione da Pio XI, con muta pregezia del 6 febbr. 1930 (AAS, 22 [1930], pp. 87-88), per lo studio delle cause storiche dei servi di Dio e per l'emendazione dei libri liturgici, e in genere per tutte le questioni di carattere storico-critico occorrenti nel funzionamento del Dicastero.
Il r. g. ha il compito di dirigere le ricerche e gli studi di competenza della sezione, coadiuvato da un vice r. g., da alcuni aiutanti di studio e da un numero competente di consultori, specializzati nelle discipline storiche. Presiede le ordinanze di detti consultori e ne formula le conclusioni da presentarsi al cardinale prefetto. Come prelato ufficiale della Congregazione interviene alle adunanze del Congresso e a quelle della Congregazione dei cardinali.
Ferdinando Antonelli
RELAZIONE. - Da referre, significa rapporto di una cosa a un termine, e la sua formalità consiste precisamente in questo essere ad altro, che la differenzia dalle categorie assolute dell'essere. I termini assoluto (v.) e relativo comportano in verità significati vari, intendendosi talora per assoluto l'essere che non dipende da altri, quale è Dio (ens a se) in opposizione alla creatura che da lui dipende (ens ab alio) ed è perciò qualcosa di relativo; ovvero la sostanza (ens in se) in opposizione all'accidente (ens in alio). Ma propriamente assoluto è ogni realtà (Dio-creatura, so-
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stanza-accidente) e principio, costitutivo o perfettivo di una sostanza, mentre relativo in senso stretto non dice per sé né sostanza né perfezione della sostanza, ma formalmente soltanto ordine o rapporto di una cosa a un'altra. Perciò la r. nel suo concetto neppure implica realtà, potendo la r. essere solamente pensata o costituita dalla mente (r. di ragione, p. es., identità), ovvero esistere nella realtà indipendentemente dalla nostra mente (r. reale, p. es., paternità e filiazione); e quando è reale può essere sostanziale (r. in sé sussistente; v. trinità sANTISSIMA) o accidentale, inerente cioè a un soggetto (ogni altra r. reale). Le r. reali inerenti o accidentali sono dette anche "predicamentali - perché ad esse si riferisce il predicamento o categoria (v.) della r., mentre le "trascendentali ", impropriamente dette r., sono rapporti esistenti fra i principi costitutivi di un ente, quali la materia e la forma (v.) e in generale l'atto (v.) e la potenza, e con essi si identificano.
Nella filosofia antica il concetto di r. non appare filosoficamente elaborato fino ad Aristotele che pone la r. come quarto predicamento (dopo la sostanza, la quantita e la qualità) e chiaramente ne determina la natura ( $\pi \rho \delta \varsigma$ $\rightarrow$ ) affermandone la realta oggettiva (Cat., 7; Met., V, 13). Il valore reale della r. fu invece, nel pensiero antico, negato dagli scettici (Sesto Empirico, Adv. math., VIII, 463) e più tardi da Plotino (Enn., VI, i, 6) e Boezio (De Trin., 6). Nella filosofia medioevale l'analisi del concetto di r. assume particolare importanza per i rapporti con il dogma triutario. Non pochi scolastici (oltre gli arabi Avicenna e Averro) [v.]), qualiPietro Aureolo, Guglielmo di Occam(v.) e i « nominali» ammettono solo la realtà delle r. divine, riducendo le altre a r. di ragione ( $<$ dico quod relatio non est fundamentum sed tantum intentio vel conceptus in anima importans plura absoluta * Occam, I Sent., dist. 30, 9, 1). Ma nei suoi principali rappresentanti il pensiero scolastico, sia medioevale che moderno, è concorde nell'efformare l'esistenza di r. reali predicamentali o accidentali, oltre le r. divine. La prova è tratta dall'esistenza, nel mondo, di un ordine indipendente dal nostro pensiero (per cui già dagli antichi il mondo era detto "Sopas): tale ordine è una r. o meglio un complesso di r. che sono esse stesse reali se reale è l'ordine. Similmente è r. reale la dipendenza dell'effetto dalla causa, dell'ente finito e partecipato dall'Essere infinito. E vero che soltanto la ragione percepisce l'ordine del mondo o la dipendenza dell'effetto dalla causa (l'animale non percepisce formalmente l'ordine, in quanto tale) ma non ne segue che la r. sia necessariamente posta in atto dalla ragione e non esistano r. reali fuori del pensiero umano. E questione tuttora discusso fra gli scolastici se la r. reale predicamentale importi una realtà distinta, oltre che dal soggetto e dal termine tra i quali vige la r., anche dal fondamento che la causa (p. es., la generazione, fondamento della r. di paternità e di filiazione esistente fra padre e figlio). Non pochi autori, specialmente della scuola suareziana (F. Suárez, Disp. Met., d. 47, s. 2) identificano la r. con il fondamento, mentre il termine sarebbe un connotato estrinseco, ovvero la identificano con il fondamento e con il termine. Altri, con s. Tommaso (De pot., q. 7, a. 9 e passim) e con Scoto (Oxon., II Sent., dist. 1, q. 4, n. 5), sostengono che la r. reale predicamentale importa una realtà accidentale distinta dal soggetto, fondamento e termine e lo deducono dalla natura stessa della r. che è essenzialmente qualcosa di relativo, mentre soggetto, fondamento e termine sono realtà assolute. Tale dottrina è indicata nella sesta delle 24 tesi tomistiche: a Pracier absoluta accidentis est etiam relativum sive ad aliquid. Quamvis enim ad aliquid non significet secundum propriam rationem aliquid alicui inhaerens, saepe tamen causam in rebus habet et ideo realem entitatem distinctam a subiecto s.
Nella filosofia moderna la realtà della r. è nuovamente negata e solo il fondamento è ammesso come reale; cosi Gassendi (Philos. epic. synth., II, 30, §4), Hume (Treat. on
hum. nat., I, sez. 5), Wolff (Ontologia, §857). Per Kant la r. non ha realtà oggettiva, ma è una forma soggettiva a priori secondo la quale l'intelletto necessariamente giudica, e precisamente è una delle quattro categorie fondamentali, che comprende sotto di sé quelle della sostanzialità, della causalità e della reciproci