elle scuole filosofiche, l'ultima "civile", cioè quella sanzionata dalla legislazione di ciascun paese. Egli assimila al Giove del pantheon stoico il Dio ineffabile del monoteismo giudalco e dichiara che in fondo è indifferente che si designi la divinità con un nome o con un altro, purché si sia d'accordo sulla sua essenza e su alcuni doveri essenziali. Lo stoico Seneca (2-66 d. C.) dirà poco dopo: "Onora la divinità chi la concepisce come conviene... Volete rendervi propizi gli dèi? Siate onesti. L'imitarli è rendere loro un culto sufficiente", cioè imitarli non nelle risse e nelle oscenità che loro attribuisce la mitologia, ma nella loro saggezza e nella regolarità, dimostrata dal corso degli astri e dal Fatum, dal Destino che s'impone allo stesso Giove.
La comparazione delle religioni ha dunque ampiamente preoccupato, in quei tempi lontani, gli spiriti; però si vede subito a quali conclusioni abbia condotto: il popolo confonde insieme miti e riti; gli spiriti più riflessivi combinano a loro modo speculazioni di ogni provenienza. L'interpretazione allegorica permette loro la più larga tolleranza e anche la partecipazione ai culti tradizionali; separati dalla folla per la loro filosofia personale, si ricongiungono ad essa per la loro pratica.
II. Dal sec. I alla metà del sec. III. - Il cristianesimo, con un rigore sotto ogni aspetto inatteso, pone il problema in termini nuovi.
Essendosi appellato a Cesare, l'apostolo Paolo è condotto a Roma, dove predica liberamente due anni (Act. 25-12; 28, 30-31). Pietro vi va spontaneamente, perché Roma è il centro del mondo allora conosciuto. Fin dal 64 i convertiti sono così numerosi che Nerone, secondo Tacito, ne fa benedare vivi multitudinem ingentem, "non tanto per l'incendio [della città, del quale il tiranno li fa responsabili] quanto per ragione del loro odio per il genere umano", odio generis humani (Annales, XV, 44), cioè per il loro rifiuto di associarsi a culti riprovati dalla loro fede. Lo stesso storico caratterizza in questi termini l'afflusso delle religioni nella città : vi si dà convegno da qualunque luogo tutto ciò che vi è di atroce e di ripugnante, "quo cuncta undique atrocia aut pudenda confluant celebranturque" (ibid.).
Vi sono tollerati, infatti, dal 204 a. C., il culto di Cibele e di Attis, del pari quello di Iside, proscritto nel $58,53,50,48$ a. C.; 19 d. C.); quelli dei Baal siriani; quello di Mithra, che costituirà per un certo tempo il rivale più pericoloso del cristianesimo. Nel sec. II sopraggiungono le sètte gnostiche di Marcione (v.), Basilide (v.), Valentino (v.), Bardesane (v.), ecc., la maggior parte delle quali ad alcune briciole del Vangelo associano le speculazioni più arbitrarie (v. cecos) e anche la peggior licenza (v. carrocrate). Non minore è la confusione nelle varie parti dell'Impero. Ai culti ufficiali, specialmente a
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quello degli imperatori, si mescolano i culti nazionali e le sopravvivenze dei culti aborigeni.
Da parte loro, gli eruditi rendono noti i risultati delle loro ricerche: Erennio Filone, evemerista deciso, nella sua Storia Jenicia, Flegone di Tralles nelle sue Olimpiadi e nei Fatti mirabili; Pausania, il più meritevole, nella sua Descrizione della Grecia, lo pseudo-Apollodoro nella sua Biblioteca. I filosofi delle età precedenti, più o meno trasformati sotto l'influsso delle idee platoniche, trovano, ciascuno, i loro adepti. Alle anime sconcertate l'ermetismo offre soluzioni in apparenza più sicure : il frutto di esperienze mistiche e di rivelazioni divine. Nel sec. il esso ebbe gran voga (v. ERMETICI, LibRI; ERMETISMO).
In fondo, in quest'epoca la fede religiosa è quasi universale; e deriva dalle nozioni comuni, zovval èvvolas, secondo gli stoici; da concetti relativamente innati, più esattamente connaturali, oúupurot, secondo i dossografi; da anticipazioni, $\pi \rho \rho \dot{\alpha} \dot{\alpha} \mu \varepsilon \iota \varsigma$, secondo gli epicurei. Più ancora: l'idea di un dio supremo, trascendente, ineffabile, principio dell'ordine, s'era imposta a un grande numero di spiriti. Gli dèi tradizionali sono considerati o come manifestazioni delle sue diverse perfezioni o come potenze, $\delta$ avé $\mu \varepsilon \varepsilon \varsigma$, o come suoi intermediari fra il cielo e la terra, $\delta \varepsilon \dot{\varepsilon} \sigma \varepsilon \rho \rho \mathrm{o}$ 8201 ; al di sotto di essi stanno i geni o demoni, $\delta a i \mu o v \varepsilon \varepsilon$. Per parte loro, stoici, come Seneca, neopitagorici, come Massimo di Tiro, ermetici, come Apuleio, insegnano che Dio prende diversi nomi secondo le diverse manifestazioni della sua azione nell'universo (polionimia divina). Queste tesi, unitamente alla epurazione dei principi della morale, permettono di schivare alcune obiezioni più gravi dei cristiani. Esse autorizzano inoltre ad adattarsi ai culti regnanti. Si possono, infatti, vedere devoti farsi iniziare, per maggior sicurezza, ciascuno a parecchi culti orientali e gli stessi pontefici cumularne in sé le funzioni più alte.
Ora i discepoli di Cristo, fedeli alla sua consegna: - Imparate a mantenere tutto quello che vi ho comandato» (Mt. 28, 20) e a quella di s. Paolo «Un solo Dio, una sola Fede, un solo Battesimo" (Eph. 4, 5) non potevano certamente accettare tale sincretismo e simile tolleranza. I loro primi scrittori, Giustino, Taziano, Irenes, Ippolito, prendono a confutare i Giudei, dimostrando loro l'adempimento delle profezie messianiche, e gli gnostici, denunciando l'arbitrarietà, meglio, l'incoerenza delle loro speculazioni e la loro opposizione al Vangelo. Giustino, poi, si rivolge direttamente agli imperatori. Soltanto noi, egli dice, siamo capaci di giustificare la nostra fede anche davanti ai dotti, e questo con una dimostrazione rigorosa, $\mu$ óvos $\mu \varepsilon \tau \dot{\alpha} \dot{\alpha} \pi \circ \delta \varepsilon i \xi \varepsilon \iota \alpha \varsigma$ (Apol., I, 20). Quanto alle analogie che accostano alle altre religioni il giudaismo, precursore divinamente autorizzato del cristianesimo, egli lo spiega per una parte (ed è soluzione molto discutibile) con plagi fatti dai filosofi ai libri sacri degli Ebrei e con un'astuta imitazione dei demoni (tesi dei plagio) e per l'altra (ed è soluzione più perspicace) con una tolleranza divina, affatto provvisoria, di elementi imperfetti, allo scopo di facilitare l'accettazione di ciò che è essenziale (teoria della condiscendenza, $\sigma v \gamma \pi \alpha \tau \alpha \dot{\alpha} \beta \alpha \sigma \iota \varsigma$ ) o, infine, accomodando in maniera superficiale la teoria stoica delle " ragioni seminali " ( $\lambda$ ó $\gamma o \iota \sigma \pi \varepsilon \rho \mu \alpha \tau \iota \alpha o i$ ) per mezzo di a semenze del Verbo " lungite alle anime di buona volontà.
Ben presto divampa la polemica pagana per mezzo del retore Frontone, del neopitagorico Celso, del sofista Filostrato. Celso, il "Voltaire" del sec. II, nel suo Discorso veritiero ( ${ }^{\circ} \mathrm{A} \lambda \eta \theta \dot{\eta} \varsigma \lambda$ ó $\gamma \circ \varsigma$ ), acerbo e molto documentato, snoda contro il cristianesimo quasi tutte le obiezioni del razionalismo e del comparatismo moderno. Filostrato, ad istigazione della corte sincretista dei Severi, pubblica la sua Vita di Apollonio (v.) di Tiana, anch'esso taumaturgo, egli dice, e tipo perfetto di pietà. Per rispondere a questi attacchi, Minucio Felice, Tertulliano, s. Cipriano, e, un po' più tardi, Arnobio, Commodiano, Lattanzio, Firmico Materno, riprendono molte delle tesi di s. Giustino. A ciascuno di questi autori si devono informazioni preziose sulle religioni pagane. Più eruditi e più profondi, mostrano una cura manifesta di indicare tra le dottrine dei loro avversari gli elementi sani i
due dottori alessandrini, Clemente ( $140 / 50$-prima del 216) nei suoi Stromato e soprattutto Origene (ca. 182 -ca. 251). Questi, nel suo Contra Celsum, si può dire, sviluppa nettamente la maggior parte dei principi che devono regolare le comparazioni veramente critiche, e cosi si trova a suo agio per dimostrare la superiorità del cristianesimo.
III. CONTROVERSIE MANICHEE E NEOPLATONICHE. Verso la metà del sec. III fanno la loro apparizione due religioni nuove, l'una, il manicheismo (v.), dualista ad imitazione del mazdeismo persiano, amalgamante idee di ogni provenienza; l'altra, invece, il neoplatonismo (v.), monista, rappresentante lo sforzo più potente del pensiero pagano.
La dottrina di Mani (215/6-ca. 276/7) si diffuse fin nella Cina da una parte e dall'altra fino nell'Africa. Sedotto a lungo da essa, s. Agostino la combatté poi con tutto il vigore. A lui soprattutto se ne doveta la conoscenza fino alle insperate scoperte di questi ultimi anni. Alla filosofia di Plotino (204-70) invece, pur rigettando il suo panteismo, i suoi dèi secondari, emanazione dell'Uno supremo, la sua tolleranza dei culti antichi e le pratiche magiche, alle quali sotto qualche aspetto apportava una ripresa di favore, non furono parchi di clogi né Agostino, né gli Alessandrini: s. Atanasio (m. nel 373) e s. Cirillo (m. nel 444), né il grande erudito siro Eusebio di Cesarea (m. ca. 340), né gli antiocheni: s. Giovanni Crisostomo (m. nel 407) e Teodoreto (m. nel 457); né i cappadoci: s. Bosilio (m. nel 379), s. Gregorio Nisseno (m. nel 394) suo fratello, e s. Gregorio Nazianzeno (m. nel 390). Che però tra le due filosofie e le due mentalità sussistessero anche differenza radicali, se ne ha una prova manifesta nel fatto che gli ultimi e più ardenti avversari del cristianesimo : Porfirio, Giamblico, Ierocle, l'imperatore Giuliano l'Apostata, Sallustio, Libanio, sorsero appunto di tra i neoplatonici.
Nel 313 l'Editto di Milano proclama la libertà di tutti i culti. Dal 361 al 363 Giuliano l'Apostata si fa l'apologista del paganesimo, il teologo del dio supremo, il Sole, e perseguita i cristiani. Nel 410 Roma è devastata da Alarico e dai suoi barbari. La civilta greco-romana pare sul punto di rovinare per sempre. I pagani ne attribuiscono la causa alla collera degli dèi abbandonati. Per rispondere loro, s. Agostino pubblica del 412 al 426 i 22 libri De civitate Dei, dove dimostra l'impotenza del paganesimo ad assicurare le prosperita delle nazioni e la felicità eterna. Indi, con un'ampiezza maggiore che non avevano usata Irenes, Eusebio e Gregorio Nazianzeno, espone la condotta della Provvidenza nella educazione dell'umanità e la sua condiscendenza verso riti che la legge di Cristo doveva poi abolire. L'opera è pertanto un potente abbozzo di una teologia della storia.
IV. Il medioevo. - Per parecchi secoli la Chiesa dovette applicarsi all'incivilimento e alla conversione dei Barbari, le cui invasioni, succedentisi le une alle altre, sconvolsero il mondo occidentale. I concili vanno a gara nel condannare le tenaci sopravvivenze delle loro superstizioni.
Alcuni missionari descrivono, ma senza suscitare grande interesse, gli usi e i costumi dei popoli del nord. Tuttavia, dal sec. vir in poi, le grandi controversie religiose si ridestano, prima in seno dell'islàm, per il rapido moltiplicarsi di sètte, derivanti da interpretazioni divergenti del Corano, poi a cagione delle polemiche ingaggiate nello stesso tempo e contro i culti "politeisti", compreso il cristianesimo "adoratore della Trinità», e contro gli Ebrei. Abù 'l-Ma'álf pubblica nel 1092 una Esposizione delle religioni, Abū 'l-Ḩasan al-Aš'arī (m. nel 935) una specie di Somma contro i gesilili, più degna di merito; Ibn Hazm (994-1064) un trattato di una erudizione e penetrazione notevoli: Libro delle risoluzioni decisive riguardo alle religioni; sètte e scuole. Ibn Rušd (1126-98) o Averroè (v.) si atteggia a discepolo di Aristotele. Con la sottilità e l'audacia delle sue tesi, propagate poi in particolare da Sigeri (v.) di Brabante, provoca fra i
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pensatori cristiani una crisi fra le più gravi. Induce, infatti, a interpretare le formole della fede come pure metafore, ad apprezzarle secondo il loro grado di utilità pratica, a stimare che possono essere vere secondo la fede, false secondo la filosofia (tesi detta della doppia verità), che tutte le religioni non hanno che un valore relativo e che un'evoluzione necessaria deve riportarne il ritorno periodico (s. averroE; averroismo).
Analoghe necessità avevano spinto i dottori giudei, specialmente Sa'adhjāh (m. nel 942) e Giuda Levita, ca. il I140, a redigere trattati comparativi. Maimonide (v.), disegnato dal filosofo arabo Avempace (m. nel I138), conobbe, verso la fine della sua vita, gli scritti di Averroè, e, pur senza rinnegare la personalità divina né la possibilità del miracolo e della Rivelazione, ne accetió parochie soluzioni. Per l'erudizione e il vigore del pensiero egli supera tutti i suoi predecessori.
A contatto con i musulmani, s. Giovanni Damasceno (ca. 675-749) già aveva steso nella sua Sorgente della conoscenza uno schizzo molto rilevante di teologia comparativa. Gli scritti di Averroè e di Maimonide costringono i dottori occidentali a studi più profondi. Vi si consacrano Guglielmo di Auvergne (m. nel 1249), Vincenzo di Beauvais (m. nel 1264), Ruggero Bacone (12141294), s. Alberto Magno (1193-1280) e soprattutto s. Tommaso d'Aquino (1226-74) nelle sue Somma teologica e Somma contro i gentili con insuperata padronanza della materia. Del resto la crisi averroista determina un progresso considerevole nella filosofia religiosa.
Nello stesso tempo le esigenze dell'apostolato costringono a studiare l'arabo e le lingue orientali; d'altra parte le spedizioni missionarie di Assellino, di Simone di S. Quintino, di Giovanni di Pian del Carpine (v.), di Benedetto di Polonia; Guglielmo Ruysbroeck, Giovanni da Montecorvino (v.) e, un po' più tardi quelle di Oderico da Pordenone, Giordano di Séverac, Ricoldo di Monte Croce, e le narrazioni di viaggio di Marco Polo (v.), confidente dell'imperatore di Cina per 17 anni, allargano smisuratamente gli orizzonti e fanno affluire verso Occidente informazioni del più alto interesse.
V. Dal Rinascimento al razionalismo del sec. xviri. - Dal sec. xili al xvi la filosofia e la teologia producono ancora ammirabili dottori. Molti però s'indugiano in questioni oziose; il loro metodo sillogistico diventa sempre più arido e sempre più barbaro il loro latino infarcito di termini tecnici. Ora, dopo la presa di Costantinopoli da parte dei Turchi (1453), molti esiliati greci rivelano all'Occidente i capolavori dei loro poeti, oratori e filosofi; una forma di cultura più curante dell'arte seduce gli spiriti : Marsilio Ficino (v.) pubblica Plotino (v.), lo pseudo Giumblico, Ermete Trismegisto, Proclo (v.), una Theologia platonica, una Conferma dei dogmi cristiani per mezzo della dottrina di Socrate. Altri eruditi rigettano l'esegesi di Aristotele presentata da Alberto Magno e Tommaso d'Aquino e si collegano a quella di Averroè. Alcuni professano chiaramente la tesi delle "due verità ". La mitologia greco-romana forma l'oggetto di numerosi trattati; l'esegesi allegorizzante degli stoici, accettata senza critica, permette di scoprirvi speculazioni sublimi. Marsilio Ficino, Erasmo, Muziano, per es., giungono ad esaltare i pensatori pagani come ispirati da Dio e spesse volte superiori ai filosofi cristiani. Muziano (K. Muth), Bonaventura des Périers, Giovanni Bodin (v.) insinuano in termini più o meno velati l'equivalenza di tutte le religioni. Insomma, l'Umanesimo, favorito dapprima da parecchi papi, si svolge a poco a poco contro la fede romana.
Quantunque procedano da cause differenti, il luteranesimo e il calvinismo approfittano di queste circostanze e anche della degenerazione dei costumi e degli abusi introdottisi nella Chiesa. La lotta accanita, che essi in-
traprendono contro di essa, produce almeno qualche risultato felice. La loro pretesa di regolare la fede secondo la sola Scrittura obbliga i loro partigiani e avversari ad uno studio più profondo delle lingue originali e dei testi sacri: inizio della critica e dell'archeologia biblica. L'epello al puro Vangelo, sfrondato da ogni addizione e superfetazione, provoca l'apparire di una nuova scienza: la storia dei dogmi. Sono quest'aspetto, le Centurie di Magdeburgo di Mattia Vlacich (Flacius Illyricus), 8 voll. in-fol. (1559-74), che studiano secolo per secolo lo stato delle credenze cristiane, le celebri Controversie del card. Bellarmino ( $1^{\circ}$ ed., 2 voll. in-fol., 1581-83) e gli Annali ecclesiastici del card. Baronio (12 voll., in-fol., 1588-1607) che rispondono ai Centuriatori, segnano date capitali (v. baronio; soperto bellarmino; centuriatori).
Per giustificare l'abbandono di certe dottrine o certe pratiche bastava ai riformati presentarle come sopravvivenze o infiltrazioni del paganesimo: donde la tesi del "pagano-papismo" e le sue accuse di matiolatria, di staurolatria, di papolatria, ecc., sostenuta in una moltitudine di scritti. E vero che vi ha maggior parte lo spirito di polemica, che non di critica, ma almeno stimolano lo studio delle religioni.
D'altra parte, si tratti di giudaismo o di cristianesimo, un pregiudizio dogmatico, cioè la corruzione radicale della natura umana a cagione del peccato originale, spingeva gli eruditi protestanti G. Vossius, S. Bochart, Th. Gale a riprendere la tesi del plagio : tutto quello che vi è di sano nei pagani doveva essere il frutto di un prestito derivato dal popolo eletto. Il vescovo di Avranches, D. Huet (v.), ammiratore del Bochart, e l'oratoriano L. Thomassin (v.) ebbero il torto di seguirli; mentre il benedettino dom Calmet (v.) e il gesuita p. Lescalopier vi si rifiutarono energicamente. J. Spencer (v.) nella sua opera De legibus Hebraeorum ritualibus (1685) sviluppa per parte sua in modo assai giudizioso la tesi della "condiscendenza": Jahweh avrebbe autorizzato "riti resi venerabili dalla loro antichità e dall'uso delle nazioni, perché in essi vedeva altrettante inezie tollerabili o proprie a prefigurare qualche mistero». Le stesse concezioni in J. Marsham, W. Warburton e, con un senso critico più affinato, in dom Calmet.
Agli inizi della loro secessione, le Chiese derivate dalla "Riforma " professano ancora, tranne poche eccezioni (v. sociniani), i dogmi della Trinità, della divinità di Gesù Cristo, del suo sacrificio espiatorio, della sua mediazione necessaria e mantengono una larga parte della sua morale. Non fa quindi meraviglia vedere molti dei loro eruditi applicarsi a dimostrare la trascendenza del cristianesimo: L. Vives (1543), Duplessy-Mornay ([v.] 1579), Ed. Brerewood (1614), H. Grotius (1622), J. Hoornbeck (1653), J. H. Ursin (1663), J. Kromeyer (1670). Lo stesso, naturalmente, fanno tra i cattolici il canonico Jovet (1676) e il domenicano V. Gotti (v.) in un'opera più sviluppata e più detta.
Frattanto, sulle orme di Ferdinando Cortez, di Pizzarro, di Soto, di Giac. Cartier e di Champlain, molti ardenti missionari conquistano alla fede romana importanti regioni delle due Americhe. Le Relations de la Nouvelle-France, le Lettres édifiantes et curieuses dei Gesuiti del Canadá, p. es., le relazioni di esploratori pubblicate in diverse collezioni di viaggi, apportavano all'Europa meravigliata un ricco tesoro di informazioni. Si cita, almeno, come un modello quasi perfetto di rigore scientifico L'Histoire générale des choses de la Nouvelle-Espagne del francescano Bernardino di Sabegun (v.). L'opera posteriore del gesuita J. Fr. Lafitau (v.), Moeurs des sauvages amériquains comparés aux moeurs des premiers temps (1724), accosta i riti degli Indiani ai misteri di Bacco, di Cibele, di Iside. Perciò alcuni etnologi moderni lo salutano come l'iniziatore del a metodo antropologico ". Dall'Eutremo Oriente giungevano, fra molte altre, le preziose relazioni dei pp. M. Ricci (v.) e N. Trigault (v.); un po' più tardi i Mémoires concernant l'histoire, les sciences, les moeurs des Chinois, traduzioni dei testi sacri, i King, e commentari di grande valore. Così pure giungevano dall'India studi importanti sull'induismo. Nel 1730-32 il gesuita J. Calmette (v.)
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scopriva i quattro Veda; il suo confratello, Fr. Pons, nel 1738, e il celebre carmelitano Paolino di S. Bartolomeo (J. Ph. Verdin) nel 1790 inviavano in Europa le prime grammatiche sanscrite. Il p. G. L. Cocardoux segnalava le affinità del sanscrito con gli idiomi europei (1767) e preparava cosil l'avvento della filologia comparata.
Delle dolorose controversie che divisero i missionari in Cina e nell'India, e della parte che vi presero in Occidente incompetenti appassionati, si tratterà altrove (v. RITI, QUESTIONE dei).
VI. L'avvento del fazionalismo. - Il libero esame, quale l'iniziarono Lutero e Calvino, non era precisamente il razionalismo; davano, infatti, ad esso carattere mistico, attribuendo l'interpretazione delle Scritture ad un'illuminazione divina, alla "testimonianza dello Spirito Santo" nell'anima del fedele, come diceva Calvino. Non era libero, perché questa grazia, secondo essi, veniva ricevuta passivamente. L'uno e l'altro, del resto, non concepivano né tolleravano che questa grazia potesse condurre ad altra interpretazione che non fosse la loro. Tuttavia il punto di arrivo era inevitabile, perché ogni controversia doveva necessariamente regolarsi secondo esigenze razionali e ogni "formola di concordia" doveva consacrare una riduzione delle evidenze della fede a profitto delle evidenze razionali. Inoltre il metodo seguito nelle polemiche contro il "paganopapismo" era comodo, ma altrettanto pericoloso. Bastava infatti mostrare (cosa a cui da principio non s'era pensato) che analogie più o meno strette riaccostavano non solo pratiche e superstizioni, ma gli stessi dogmi cristiani alle credenze pagane: l'analogia provava la derivazione. Cosi il pastore Souverain, nel suo libro Le platonisme dévoilé (1700), subito tradotto e poi sfruttato dai "deisti" e dai "filosofi", faceva derivare il dogma della Trinità dalle speculazioni neoplatoniche. Il paganesimo aveva rivendicato in suo favore oracoli e miracoli; molti scrittori, con la medesima facilità, ne trassero argomenti contro ogni rivelazione.
In questo modo si spiega in gran parte il sorgere del deismo inglese con Herbert di Cherbury, M. Tindal (v.), D. Hume (v.), T. Hobbes (v.), J. Locke (v.), J. Toland (v.), H. Bolingbrocke (v.); del filosofismo francese con Voltaire (v.), d'Alembert (v.), Diderot (v.), d'Holbach (v.), N. A. Boulanger (v.), Ch. Fr. Dupuis (v.), autore dell'Origine de tous les cultes (1745); dell'Aufklärung (v. Illuminismo) tedesco con J. Ch. Wolff, J. S. Semler, H. S. Reimarus, G. E. Lessing (v.), J. G. Eichhorn, H. Paulus, ecc.
Non potevano mancare risposte di valore ineguale. Elenchi impressionanti si possono trovare nei due eminenti bibliografi : J. A. Fabricius, Delectus argumentorum... adversus athens... (Amburgo 1725) e J. G. Walch, Bibliotheca theologica selecta (Jena 1757). Gli abb. Banier, Foucher, de Tressant, spiegando la mitologia per mezzo della storia, concedono largo spazio alle tesi di Evemero. Altri eruditi: J. Leland, D. Waterland, J. Bryant, P. Guérin du Rocher, sfruttano la teoria del "plagio". Altri ancora, tra cui si distinguono G. B. Vico (v.) nella sua Scienza nuova (1725 e 1730) e A. Court de Gébelin, nel suo Monde primitif comparé avec le monde moderne (1773-82), sfruttano con una certa compiacenza l'esegesi allegorizzante. In questi due ultimi scrittori fa la sua comparsa una teoria nuova: la formazione delle religioni più arcaiche sarebbe da spiegarsi con la mentalità infantile, posto, come nota il Vico, lo stato di selvatichezza, in cui l'umanità era piombata dopo il diluvio. D. Hume è condotto ad analoghe concezioni dal suo a associazionismo e e dalla sua maniera di concepire a il progresso del pensiero umano ". Secondo lui, la forma originale della religione sarebbe stata il politeismo. Questa è anche l'opinione del Rousseau (v.). Ispirandosi alla filosofia
dello Hume, e tuttavia pretendendo appoggiarsi non su semplici possibilità, ma su fatti, il presidente Carlo de Brosses (v.), nel 1757, parteggia per il "feticismo "universale: "Chiamo in generale con questo nome, dice egli, ogni religione che ha per oggetto il culto degli animali o degli esseri inanimati" (cf. Du culte des dieux fétiches, Parigi 1760, p. 61). Nonostante l'imprecisione di questa definizione, le tesi fece fortuna e fu sfruttata specialmente dai tedeschi Chr. Meiners e Chr. G. Heyne. L'ab. Bergier, in due opere che dimostrano la notevole attenzione prestata ai racconti di viaggi e alle relazioni dei missionari: L'origine des dieux du paganisme (Parigi 1767) e Traité historique et dogmatique de la vraie religion (ivi 1780) attribuisce ai popoli fanciulli una specie di animismo; ma si tiene lontano da ogni soluzione esclusiva. Cosi fa anche, nella sua Historia critica philosophiae a mundi incunabulis ( $2^{\mathrm{a}}$ ed., 6 voll., Lipsia 1767), l'ammirabile erudito J. Brucker. Tutti e due questi autori possono considerarsi gli scrittori di cose sacre più coscienziosi e prudenti di quel periodo.
Le molte pubblicazioni, dizionari o storie generali della religione, di ispirazioni diverse, provano l'interesse che suscitavano allora queste questioni. La più considerevole è quella di J. Fr. Bernard: Cérémonies et coutumes de tous les peuples du monde ( 7 voll. in-fol., Amsterdam 1723-37; con parecchi supplementi e varie add. e tradd.). Gli abb. Banier e Lemascrier ne diedero un'edizione purgata dagli attacchi contro la Chiesa romana ( 7 voll., in-fol., Parigi 1741).
In complesso si può dire che lo studio delle religioni classiche è rimasto press'a poco stazionario; mentre la conoscenza di quelle del Nuovo Mondo, dell'Africa, delle Indie e dell'Estremo Oriente hanno fatto progressi considerevoli. Restano però ancora da trovare metodi strettamente scientifici, che lo spirito polemico ha contribuito ad ostacolare nell'espansione, ma che tuttavia si può vedere abbozzare nelle opere dei pp. R. J. de Tournemine e A. Gaubil, di N. Fisbet, J. de Guignes, Chr. G. Heyne, J. J. Brucker e nell'abate Bergier.
VII. L'evoluzionismo nel sec. xix. - Dalla fine del sec. xviri molti spiriti, stanchi delle controversie fra le Chiese cristiane e degli assalti del razionalismo, si sforzano di cercare alla loro fede una base diversa dalla ragione speculativa e credono di trovarla nella esperienza intima e nel sentimento. Il che li conduce a ridurre la religione di Cristo a quello che in essa stimano più seducente, e a trovarne più o meno l'equivalente in tutte le altre. Cosi fanno, ciascuno nella propria maniera, G. E. Lessing (v.), J. J. Rousseau (v.), Fr. H. Jacobi (v.), il romantico J. G. von Herder (v.), formulando anticipatamente il principio del "cristianesimo senza dogmi». Alle speculazioni dell'Herder si riallacciano in buona parte quelle di Benjamin Constant (v.), di Edgardo Quinet, di Chr. von Bunsen (v.).
Mirando anch'egli a sottrarre la fede in Dio agli attacchi degli increduli, E. Kant (v.) prende a dimostrare l'incompetenza della ragione speculativa a conoscere le cose in se stesse e a giustificare, poi, tra le credenze cristiane quelle che ritiene per mezzo della ragione pratica : gli imperativi della legge morale. Ma allora, se questa facoltà ha un valore assoluto, si può concludere che essa stessa è l'Assoluto e crea il suo oggetto. Cosi si finisce nell'idealismo. Di qui, pur distinti da molte sfumature, i sistemi di Fichte (v.) e di Schelling (v.); di qui il panteismo di Hegel (v.). Con tutta sicurezza questo filosofi descrive l'evoluzione di Dio stesso, delle religioni della natura fino a quella della "individualità spirituale o della libera soggettività ". La profondità di alcune opinioni e la potenza della sua sintesi gli conquistarono ammiratori; tra i più recenti : G. Gentile (v.) e B. Croce (v. rILOSOFIA dello spirito) neoidealisti. Invece il suo intellettualismo eccessivo gli provocò contro le reazioni cosi divergenti del materialismo dialettico con C. Marx (v.) e dell'esistenzialismo con J. Kirkegaard (v.); ad ogni modo egli ha contribuito ad accreditare l'idea di evoluzione.
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Ammiratore di Schelling (v.), lo Schleiermacher (v.) vede l'origine comune delle religioni nel sentimento assoluto di dipendenza (dos schlechthinninge Abhängigkeitsgefahr), derivante da una certa esperienza dell'Universo o di Dio. Secondo lui, di qui derivano sia la religione di Cristo, sia quelle dei pagani. La teologia cristiana deve limitarsi ad analizzare le esperienze dei credenti, poi a coordinare in sistema il contenuto in questo o quel periodo di tempo. Nella sua Christliche Lehre egli si sforza di raggiungere i dogmi cristiani; e i suoi discepoli, "ortodossi", "teologi del giusto mezzo" e "liberali", vi si provano anch'essi con più o meno zelo e successo. J. Fr. Fries (v.) e G. de Wette preferiscono parlare di "presentimenti" esprimendosi poi in simboli più o meno stimolanti per la pietà, soluzione adottata ai nostri giorni dai simbolo-fideisti francesi, A. Sabatier, E. Ménégoz, e da numerosi modernisti (v. mogenosimo).
Nel medesimo tempo, ardenti cattolici tentavano ugualmente di assicurare la fede contro le audacie e le fantasie del senso individuale. Sulle orme del visconte de Bonald ([v.] 1754-1840) si appellarono alla "tradizione", solo mezzo, secondo essi, di giungere alla certezza, tradizione garantita fin dall'origine dei tempi dall'autorità del Rivelatore. Fra i protagonisti di queste tesi si indicano soltanto: F. de Lamennais (v.), l'abate Bautain (v.), A. Bonnety (v.); in Italia: G. Brunati e il p. Ventura (v.). Essi stessi e i loro partigiani, per stabilire l'universalità e la continuità delle tradizioni religiose, frugarono del loro meglio negli annali dei popoli. Ma la Chiesa romana non poteva tollerare che si disprezzasse la ragione fino a quel punto e fin dal 1834 condannò i loro principi (v. tradizionalismo).
Infatti, gli annali dei popoli cominciarono ad essere conosciuti più largamente in Occidente. Anquetil Duperron (v.) nel 1762 depositava a Parigi 180 manoscritti send. pehlvi, persiani e sanscriti; nel 1771 pubblicava la prima traduzione dello Zend-Avesta e nel 1833-35 il commento al Yasso. La chiave degli studi iranici era ormai trovata. Nel 1816 Fr. Bopp, riprendendo le ricerche del p. Coeurdoux e di William Jones, fissava in maniera definitiva la parentela di tutti gli idiomi indoeuropei: la linguistica comparata era cosi fondata e la via aperta alla comparazione critica di tutta una serie di mitologie e di religioni. E. Bournouf (18or-52), Chr. Lassen, Abele de Bémusst, appoggiandosi a moltissimi testi, inauguravano lo studio del buddhismo e delle sue sètte. Nel 1822, Champollion (v.) giungeva a decifrare i geroglifici, e l'Egitto cominciava a svelare i segreti del suo lontano passato. Alessio de Humboldt (v.) e lord Kingsborough strappavano i suoi al Messico. Nieyrup, P. E. Müller, i fratelli Grimm (v.), J. J. von Görres, Mone, Agostino e Amedeo Thierry esumavano e imparavano ad interpretare le tradizioni irlandesi, svedesi, finniche, russe, normanne e galliche.
Ma interpretare correttamente i documenti arcaici è uno dei compiti più delicati. Ne è prova lo scacco dei tradizionalisti cattolici; né meglio vi è riuscita la scuola di Heidelberg, perché sotto l'influsso del romanticismo e delle tesi del Fries e di G. de Wette citorna all'esegesi allegorizzante e non vede che simboli da ogni parte. J. J. von Görres (v.) pubblica la sua Mythengeschichte der asiatischen Welt (1810), F. Creuzer (v.) la sua Symbolik und Mythologie der alten Völker (1810-12), aumentata in edizioni successive, tradotta e rimaneggiata da D. Guigniaut, Religions de l'antiquité (1825-51). Con non minore erudizione e maggiore senso critico K. W. Solger, C. H. Weicker, L. Preller, Offizad Müller in particolare riescono felicemente ad arrestare l'esagerato entusiasmo.
Nel 1830-42 A. Comte (v.) pubblica il suo Cours de philosophie positive e nel 1851-54 il suo Système de politique positive. La struttura delle sue opere rivela un matematico; le sue tesi mostrano l'ideale di uno spirito svincolato del tutto dalle preoccupazioni religiose. Rigetta il trasformismo di Lamarck (v.), ma poi pretende scoprire nella storia una evoluzione normale: la a legge sociologica $x$, o "dei tre stati ". L'umanità sarebbe passata dallo * stato teologico $n$, caratterizzato dalle mitologie, allo "stato metafisico $n$, in cui si compiaceva delle astrazioni, per sboccare nello "stato positivo ". In questo ultimo stato
essa rinuncia a preoccuparsi dell'Assoluto per interessarsi a cio che è determinato, reale, certo, utile e relativo.
L'autore della Social Statics (1850) e del System of synthetic Philosophy (io voll., Londra 1860-96), Herbert Spencer, dipende ampiamente dal Comte; ma si separa da lui in molti punti. Egli è condotto all'evoluzionismo dallo studio della geologia e della biologia. Secondo lui, l'azione dell'ambiente importa da per tutto, nella materia organica o vivente, differenziazioni progressive fino a giungere ad uno stato di equilibrio più o meno stabile, seguito da un processo di dissoluzione più o meno completo e da nuovi adattamenti. La tesi di un progresso culturale continuo, nella sua forma più assoluta, gli sembra insostenibile; molto probabilmente si sono verificati frequenti regressi. Forzatamente molto rudimentale negli inizi, la religione si perfeziona nella misura che lo spirito va meglio cogliendo l'insufficienza dei simboli grossolani che temporalmente prima gli basterano. Le sue forme storiche hanno tutte un valore relativo; la più pura è quella che corrisponde al concetto dell'-Inconoscibile". Concedendo cosi, esorto il positivismo, qualche soddisfazione al sentimento religioso, e dando larga parte all'idea della evoluzione, lo Spencer assicurava alle sue teorie un successo senza pari.
Le scoperte esposte nel 1841 da Boucher de Perthes nel suo De l'industrie primitice avevano lanciato gli spiriti per la medesima via. Nel 1859 Darwin (v.), che saluta nello Spencer un precursore, pubblica la sua Origine delle specie. Da quel momento la preistoria dell'uomo e quella della religione appassionano l'opinione pubblica. Gli antropologi sono portati a concludere che i fossili umani più sono scimmieschi e più sono arcaici. A poco a poco giungono a riconoscere che conviene prima provare che essi posseggano veramente qualche tratto specifico dell'uomo e poi determinare la loro età con criteri storici, cioè con l'età degli strati geologici dove si trovarono (v. evoluzione; evoluzionismo culturale).
VIII. Le grandi scoperte. - A poco a poco, dal sec. xix ai nostri giorni, gli scavi intrapresi da infaticabili ricercatori e, in altri casi, rinvenimenti fortuiti, hanno apportato informazioni del più alto valore intorno ad un buon numero di religioni.
Tali, fra altri, gli scavi condotti dalla metà del sec. xix ad Alicarnasso, Cnido, Efeso, Delfo, Eleusi, Delo, Olimpia, ecc. Nel 1861, H. Mouhot scoprì i monumenti del Cambogia. Nel 1879, Max Müller può lanciare la magnifica collezione dei Sacred books of the East ( 50 voll., Oxford 1879-1910). Nel 1887, Tell el-? Amärnah ci offre la corrispondenza indirizzata ai monarchi egiziani Amenophis III (1415-1380 a. C.) e Amenophis IV (1380-62 a. C.). Gli scavi di Susa, diretti da J. de Morgan (1894-295.), svelano gli avanzi di sette città sovrapposte e il prezioso Codice di Hammurapi (v.). Nel 1896, H. Winkler scopre a Bodyazköy gli archivi reali degli Hittiti (Hetei). Nel 1898, prima pubblicazione dei papiri di Ossirinco nel Fajjūm. Nel 1900, A. J. Evans scopre in Creta il labirinto di Minouse e le antiche vestigia della civiltà egea. Dal 1890 al 1909, le missioni di A. Stein, A. Grünwedel, A. von Le Coq scoprono tesori nel Turkestan cinese; arrivato per ultimo, P. Pelliot può ancora acquistare 3000 manoscritti e 30.000 fascicoli di stampe cinesi. Nel 1919, altre importanti scoperte a Biblo, nel 1922-23 a DuraEuropos, nel Fajjūm. A partire dal 1922, nella vallata dell'Indo, a Mohenjo-Daro, Harappa, Chan-hou-Daro, sbuca da terra una civiltà fino allora sconosciuta, che risale fino al iv millennio a. C. Nel 1929 cominciano le scoperte di Rās-Samrah nella Fenicia: nel 1931, quelle di Medinet-Madhi ancora nel Fajjūm; nel 1941 quelle di Tura presso il Cairo; nel 1946-47 quelle di NağHammādī nell'Alto Egitto; nel 1947 quella del deserto di Giuda (su queste ultime cf. J. Lambert, in Neue. revue théol., 73 [1951], pp. 385-98).
Tutte queste scoperte successive gettano una luce nuova sulle religioni degli Assiro-Babilonesi, gli Elamiti, gli Hetei, i Fenici, gli Egiziani, l'evoluzione del buddhismo, le speculazioni del giudaismo pre-cristiano, di numerose sète gnostiche e del manicheismo. Alcune di
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queste scoperte ci restituiscono testi patristici; altre, in particolare i papiri acquistati nell'Alto Egitto (1930-31) da A. Chester Beatty (v.), testi dell'Antico e del Nuovo Testamento, che vengono a confermare l'autenticita dei libri accolti dalla Chiesa.
BibL: per uno sguardo sommario v.: M. Brien, La réurrection des villes mortes, 2 voll., Parigi 1937-38, con ampie bibliografie; A. Parrot, Archéologie mérapotamienne. Les étapes, ivi 1946; G. Contenau, Manuel d'archéologie orientale, 4 voll., ivi 1927-47; sulle relazioni con il Vecchio e il Nuovo Testamento : L. Housequin, Les fouilles en Palestine et en Phinicie, in DBe, III (1938), coll. 318-324; W. F. Albright, From the stone age to monotheism, $2^{2}$ ed., Baltimore 1946; id., Archaeology and the religion of Israel, $2^{2}$ ed., ivi 1945; per ciò che concerne le origini cristiane: J. de Ghellinck, Patristique et moyen âge, II, BruxellesParigi 1947, pp. 62-112, 299-344, 371-77; cf. Nous. vv. theol., 71 (1949), pp. 83-86.
IX. Lo slancio impresso agli studi comparativi. - L'uso del metodo comparativo, cosí fruttuoso in linguistica per opera del Bopp, in biologia e anatomia per opera specialmente di Harvey e di K. E. Baer (v.), maestri dello Spencer, e in modo tutto particolare l'ardore e il talento di Fr. Max Müller (v.) provocano, d'altra parte, dalla metà del sec. xix, un cambiamento notevole; anche lo studio delle religioni diventa definitivamente comparativo. Nel 1849 il Müller pubblica la sua memoria coronata dall'Istituto di Francia: Ou the comparative study of the indo-european languages; nel 1856, Essay on comparative mythology; nel 1873, Introduction to the science of religion. Fondazioni di cattedre ufficiali e di conferenze, creazioni di musei, pubblicazioni di riviste speciali, di enciclopedie e di manuali si susseguono con un ritmo sempre più rapido. Uno sguardo alle diverse scuole darà almeno un'idea delle tesi sostenute di volta in volta e dei progressi tecnici a poco a poco attuati.
a) Scuola filologica. - Invece di far nascere la mitologia dalla debolezza dell'intelligenza e dalla povertà del linguaggio, scriveva il Müller, se ne darà un'idea più vera spiegandola per mezzo della sapienza dello spirito e della ricchezza del linguaggio $»$. Per lui e per tutto un gruppo di eruditi, la mitologia sarebbe una «malattia del linguaggio»; la molteplicità dei vocaboli esprimenti fenomeni identici avrebbe condotto alla pluralità degli dèi : nomina numina. Ma quali fenomeni hanno dato luogo, con il tempo, a questi equivoci? Secondo Ad. Kuhn e C. V. Müllenhoff, la pioggia, la tempesta, il fulmine; secondo Max Müller e W. Cox, il sorgere e il tramontare del sole (il fedele tratta praticamente come dio unico colui, al quale si rivolge occasionalmente: enoteismo), secondo J. W. E. Mannhardt, le fasi della vegetazione, secondo Ch. Plois, il cielo nei suoi aspetti; secondo P. W. Forchhammer, i fenomeni acquatici... Così notevole disaccordo tradisce in queste costruzioni l'arbitrario. Il progresso della filologia comparata finí con discreditarlo (cf. C. de Cara, Evveri mitologici del prof. A. de Gubernatis, Prato 1883; id., Esame del sistema filologico e mitologico, ivi 1884; O. Gruppe, Die griech. Culte und Mythen, Lipsia 1887, pp. 72-184; L. von Schröder, Arische Religion, 2 voll., ivi 1914-16; W. Schmidt, Manuale di storia comparata delle religioni, vers. it., $4^{2}$ ed., Brescia 1949, pp. 25-39).
b) Scuola antropologica. - Per parte loro gli etnologi evoluzionisti presero a interrogare le civiltà più antiche e tentarono attraverso di esse di risalire fino alle prime forme della religione e di là ai suoi primi addentellati. H. Spencer si pronunciò per il culto degli antenati « manismo (v.); Ed. B. Tylor nella sua Primitive culture (a voll., Londra 1871 ; $3^{2}$ ed., rimaneggiata, ivi 1813), che ebbe un successo considerevole, si pronunciò per l'animismo (v.); J. M. Guyau per un preanimismo panentelico, immaginando volontà da per tutto; J. H. King, H. Th. Preuss, R. R. Marett, A. Vierkandt, E. S. Harriand, per un preanimismo dinamista o magico (v. Magiá), R. Otto, risalendo anche al di là delle nozioni più o meno intellettuali, assegna come origine alla religione l'impressione vaga del «sacro» o del «numinoso»: Das Heilige (Breslavia 1917; $22^{2}$ ed. ivi 1932). In realtà, anche i più fervidi collezionisti di fatti, appartenenti a questa scuola,
classificavano e classificano ancora da psicologi le manifestazioni della vita religiosa
c) Scuola panbabilonista - Per questa stessa ragione, E. Siecke, J. Hüsing, H. Lehmann, H. Winkler, A. Jeremias, hanno cercato di appoggiarsi a prove storiche. Le recenti scoperte rivelavano loro l'ampia influenza del-l'Assiria-Babilonia sui popoli vicini e il senso naturista di una gran parte dei suoi miti. I primi dèi, conclusero, sono stati gli astri tanto per isracle, come per la terra intera. Donde il nome di "panbabilonisti ", creato dal loro avversari e d'altro parte accettato dalla scuola (cf. A. Jeremias, Die Panbobylonisten, $2^{2}$ ed., Lipsia 1907, p. 3 ; id., Das Alte Testament im Lichte des Alten Orients, ivi 1904; $3^{2}$ ed., rimaneggiata, ivi 1916). Una tale esagerazione non poteva avere che una vaga effimera. Le critiche autorizzate di F. X. Kugler (v.), di H. Gressmann, di G. Maspero e di altri assiriologi, riuscirono a fermarla.
d) Scuola storiche. - Frattanto non cessò di aumentare tra gli etnologi una critica più giudiziosa. In Franca A. de Quetrefages (1810-92), il più cortese e forse il più competente degli avversari di Darwin, insistente molto ragionevolmente sulla parte avuta dalle migrazioni, sulla distribuzione geografica delle civiltà, come mezzo per determinare l'epoca, ecc. Ma questo precursore restò quasi senza posterità. In Inghilterra, W. Rivers (18641922), in seguito alle sue ricerche tra i Melanesiani (The history of Melanesian Society, 2 voll., Cambridge 1914) adottò recisamente il principio del giurista di Cambridge, Fr. W. Maitland (1830-1906): "L'etnologia o diventerà storia o non sarà nulla" (cf. History and ethnology, Londra 1922, p. 293). A. Lang (1844-1912), da prima fervente discopolo di Tylor, ebbe il coraggio di procedere ad una contro-inchiesta e scoperse presso popolazioni tra le più arretrate esseri supremi, creatori, legislatori di ordine morale: The making of religion, Londra 1898. E facile indovinare le polemiche suscitate da quest'opera. In Germania, Fr. Ratzel, L. Frobenius, B. Ankermann, Fr. Grübner, W. Foy, concludendo, con ragione, concordanze d'insieme fra civiltà più o meno distanti a rapporti di parentela e a migrazioni, si applicarono a determinare le aree di diffusione di ciascuna di esse (Kulturkreise) e in seguito, secondo gli indizi forniti dalla razza, dalla lingua, dal regime cconomico, ecc., a determinare l'ordine cronologico della loro comparsa : metodo storico-culturale (cf. Fr. Grübner, Methode der Ethnologie, Heidelberg 1911). La scuola di Vienna con i pp. W. Schmidt, W. Koppers, P. Schebesta, M. Schulien, M. Gusinde, P. Schumacher, G. von Bulk, accettò questo metodo, ma ritossandolo; e riprese specialmente, nella maniera più fruttuosa, le ricerche di A. Lang sui «grandi dèi». Appoggiandosi da parte loro a Fr. Boas, eminenti etnologi americani, A. A. Goldenweiser, A. M. Trezer, J. R. Swanton, A. L. Kroeber, P. Radin, meno favorevoli alla spiegazione delle concordanze culturali dedotta dalle migrazioni, reagiscono tuttavia contro l'evoluzionismo in gido o monolingare, "this solemn non-sense ". Così lo chiama uno di essi, R. H. Lowie, Primitive society, Londra 1921, p. 428 (v. etnologia).
e) La spiegazione progressiva dei principi critici, secondo l'esempio di E. Bernheim (Lehrbuch der histor. Methode, Lipsia 1889; $6^{2}$ ed. ivi 1908) e le scoperte sensazionali già segnolate, ottennero non meno felici risultati per le religioni dei popoli più evoluti. Ne daranno la prova per ciascuno di essi i manuali citati nella bibliografia, particolarmente quelli di A. Bercholet Ed. Lehmann, di M. Gorce-R. Mortier, di P. Tacchi-Venturi, di F. König. Quanto all'erudizione spesa da W. Bousset (v.), H. Gunkel e altri rappresentanti della Religionsgeschichtliche Schule per provare la derivazione dei dogmi fondamentali del cristianesimo dal paganesimo, v. sincretismo.
f) Psicologi. - Gli etnologi evoluzionisti, come s'è veduto, classificavano da psicologi i fenomeni religiosi dai più rudimentali ai più intellettuali. W. Wundt (v.) troppo portato, come il Comte, a disprezzare l'individuo e a condannare l'introspezione, si riferiva ai miti, espressioni, secondo lui, dalle esperienze collettive. L. LévyBruhl (v.) introdusse l'idea di una mentalità primitiva non alogica o illogica, quindi interamente differente dalla
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nostra, ma dissimile solo parzialmente in questo senso "pre-logica». Accolta con gran favore dai sociologi discepoli di E. Durkheim, questa soluzione fu non ritrattata, ma lealmente attenuata dal suo autore al termine della sua carriera. I proverbi, gli indovinelli, i racconti registrati dai missionari e l'analisi delle tecniche primitive per non dir nulla delle scoperte riguardanti i "grandi dèi ", avrebbero dovuto ricondurlo a quel punto molto prima (cf. Bull. de la Soc. franç. de philos., 18 [1923], pp. 1748).
Razionalisti come J. Simon, La religion naturelle, Parigi 1856; A. Franck, Philosophie et religion, ivi 1867; E. Vacherot, La religion, ivi 1869, davano più campo all'intelligenza. Erano naturalmente portati a pretendere, come quest'ultimo, che la filosofia doveva soppiantare la religione. Il progresso dell'anti-intellettualismo, specialmente in mezzo al protestantesimo liberale (v.) e del simbolo-fideismo, inaugurato dal Fries (v.) e dal de Werte, propendevano, al contrario, a relegare la religione nel dominio del sentimento e con questo stesso disedevano il ricorso alla psicologia sperimentale. La storia di questa disciplina e le sue inchieste nel subcosciente e nell'incosciente saranno riassunte altrove (v. PSICOLOGIA), qui si tratterà, soltanto, più avanti, della sua applicazione ai fenomeni religiosi. Si possono tuttavia accennare fin d'ora le reazioni, per un migliore sguardo sintetico, di O. Külpe, di K. Girgensohn e di W. Grühn (scuola di Würzburg) e quella di numerosi cattolici: G. Wunderle, A. Gemelli, J. Marcchal, M. Penido, ecc.
g) Sociologi. - Anche la storia della sociologia moderna sarà esposta a parte (v. sociologia). Accenneremo più oltre come essa può apportare un contributo notevole allo s. o. delle r.
Il positivismo del Comte, frutto molto più della speculazione che non della storia, finiva con sostituire al culto di Dio il culto della umanità. Procedendo invece con monografie, assai particolareggiate, e tuttavia limitate agli Onvriers curapèzus ( $3^{2}$ ed., 6 voll., Tours 1877-79) Fr. Le Play (1806-82) era condotto a riconoscere per una parte l'influsso molto forte delle condizioni economiche (alle quali C. Marx e Fr. V. Engels dovevano attribuire una parte esclusiva) e per l'altra l'importanza sociale delle concezioni morali e religiose. La sua scuola gli sopravvisse poco tempo. Un gruppo intero di dotti tedeschi, fondatori della Völkerpsychologie, tornò al Comte. Il più illustre di essi, W. Wundt (v.), pur accogliendo la religione, prevede per l'avvenire una chiesa libera da ogni regola di fede, «eine konfessionsfreie Kirche». La sua inchiesta è stata spinta fino ai popoli primitivi e la sua erudizione è immensa; tuttavia la sua interpretazione dei fatti è cosí contestabile, che un teologo protestante, E. W. Mayer, qualificò la sua opera: "un romanzo riccamente illustrato ".
E. Durkheim (1858-1917) riprese ciò nonostante una larga parte delle idee di Wundt e della sua scuola, portandole più oltre ancora. Cosí egli fa del totemismo (v.) il premio del suo sistema e giunge a questa scoperta: l'oggetto reale della religione, delle origini ai nostri giorni, è la società. D'altra parte è chiaro assai il vizio del suo metodo, perché formola queste regole: "Bisogna considerare i fatti sociali come cose», "bisogna cercare la causa determinante di un fatto sociale tra i fatti sociali antecedenti e non fra gli stati della coscienza individuale" (Les règles de la méthode sociologique, $5^{\circ}$ ed., Parigi 1893, p. 20 sgg.; 135 sg.). Queste regole pronunciarono di già le conclusioni. Contraddetto dagli etnologi e dai sociologi stranieri più qualificati, il Durkheim ha tuttavia trovato in Francia numerosi partigiani: H. Hubert, G. Belot, A. Fauconnet, G. Bouglé, ecc.; e fino a questi ultimi anni si è in certo modo imposto all'insegnamento laico. Ma il periodo della circa ammirazione sembra essere passato. Né le presenti conseguenze del marxismo e del suo "materialismo dialettico" sono molto adatte a rianimare tali idee. Sulla questione dei dogmi e su quella dell'autorità religiosa, più ancora che non su quella del culto divino, sociologi e psicologi restano molto divisi, come lo sono e perché lo sono sui problemi più gravi della filosofia. Su questo argomento si ritornerà più oltre.
BibL.: 1. Storia degli studi comparativi: O. Gruppe, Die griechischen Cults und Mythen, Lipsia 1887, pp. 3-278; E. Hardy, Zur Geschichte der vergleichenden Religionsforschung, in Archiv für Religionswissenschaft, 4 (1901), pp. 43-66, 97-133, 193-228; L. H. Jordan, Comparative religion, its genesis and growth, Edimburgo 1905