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aver dimostrato solo con la storia e la filosofia la realtà delle Rivelazioni divine (ciò che fanno nella Chiesa cattolica i trattati chiamati: Apologetica, Della vera religione, Della Rivelazione, ecc.), sia stabilendo simultaneamente questa dimostrazione delle Rivelazioni, si applicano inoltre a provare la trascendenza del giudaismo e del cristianesimo, l'uno preparatore dell'altro, e a giustificare i disegni della Provvidenza. Intrapreso occasionalmente da s. Ireneo (m. ca. 202) nell'opera Adversus haereses, questo secondo compito fu eseguito più ampiamente da s. Agostino nel De civitate Dei, da Paolo Orosio nelle Historiae adversus paganos, da Pascal in diverse parti delle Pensées, da Bossuet nella Histoire universelle.
X. Trascendenza del cristianesimo. - In senso largo il termine "trascendenza" significa soltanto superiorità. Cosil l'intendono, per questo o quel punto della dottrina cristiana, ai quali alcuni di essi riconoscono persino un valore definitivo o assoluto, Absolutheit (p. es., la predicazione della carità), parecchi esegeti, filosofi, sociologi, appartenenti la più parte al protestantesimo liberale. Per i cattolici, il cristianesimo è trascendente perché costituisce in ultima analisi un miracolo morale; la sua origine e la sua storia non si spiegano ai loro occhi senza interventi particolari di Dio.

Ridotta ai suoi tratti essenziali la loro soluzione può riassumersi cosi : la molteplicità delle religioni deriva tutt'insieme, come da cause, dalla difficoltà del problema religioso, dalla ricerca di interessi materiali immediati, dall'allettamento delle passioni, soprattutto quando la ricchezza aumenta, o quando con la fusione dei popoli si accentua l'incertezza delle tradizioni. Inoltre, poiché l'uomo può scoprire da sé alcune verità, non c'è verosimilmente nessuna religione, nella quale non si possa rilevare qualche elemento sano (cf. V. Cathrein, Die Einheit des sittlichen Bewusstseins der Menschheit, 5 voll., Friburgo in Br. 1912; Th. Ohm, Die Liebe zu Gott in der nichtchristlichen Religionen, Krailling vor München 1950).

Fra la "vera religione" e le altre, sia nel bene che nel male, sono dunque inevitabili alcune analogie. La più autenticamente "divina" sarà necessariamente guasta da quelli, tra i suoi adepti, che sono meno dotati. Sarà allora legittimo giudicare di essa da questi elementi?

Di fatto, Dio ha parlato a Israele. Donde contrasti tanto più notevoli quanto più la comparazione si fa estesa e minuscola: cioè : il suo monotonismo stretto, il suo decalogo, la serie dei suoi profeti, la loro reazione contro tutte le aberrazioni, il loro annunzio sempre più preciso del Redentore, i loro miracoli, che determinano, dopo apostasie quasi totali, le successive conversioni della nazione (v. Giuoaismo, VI, coll. 697-703).

Sostanzialmente vera, la religione del Vecchio Testamento è tuttavia imperfetta, perché si rivolge ad un popolo rozzo, come i suoi vicini, dipendente dalla loro civiltà, sedotto dalle loro pratiche e dai loro esempi. Jahweh l'ha governata, usando "condiscendenza", come giudicare opportuno in quello stadio della evoluzione generale (cf. H. Pinard de la Boullaye, Etude comparée des religions, I, $3^{a}$ ed., Parigi 1929, pp. 552-71).

Il Messia predetta è venuto: "Il Verbo si è fatto carne" (Io. 1, 14), ha stabilito il culto "in spirito e verità " (Io. 4, 23). La sua è pertanto una religione perfetta, almeno quanto ai suoi elementi essenziali; inoltre una religione immutabile, perché l'ha presentata come tale (Mt. 5, 17-19; 16, 18; 28, 18-20). Segno divino che l'autentica è il carattere stesso del suo fondatore: "Prendete i più grandi tra i moderni antieristioni " scriveva Ch. A. de Sainte-Beuve; "chiunque ha misconosciuto completamente Gesù Cristo, guardatelo bene, qualcosa gli è mancate nella spirito o nel cuore" (Port-Royal, III, $4^{a}$ ed., Parigi 1878, p. 451). Altri segni divini: le sue profezie, i suoi miracoli, la sua Risurrezione, il suo insegnamento, la sua morale (v. Gesù cRisto). Che l'evoluzione naturale dell'umanità, o abili prestiti sia dalle religioni sia dalle sètte anteriori, bastino a spiegare la comparsa di una tale dottrina, la storia ne attende ancora le prove (v. Mucrestesso). Altri segni divini ancora: il trionfo della Chiesa sul paganesimo, nonostante cosi forti opposizioni e tante persecuzioni, la sopravvivenza di essa nell'unità di una medesima fede, nonostante le crisi suscitate dalle eresie e benché più di una volta la concreta l'abbia morsa al cuore nella persona di papi indegni (v. CIIESA). Segno divino: la fioritura ininterrotta dei suoi santi e dei suoi mistici, la loro fecondità sociale, ecc., la sua forza conquistatrice, appena la si lascia libera di presentare colui che si è chiamato "la Via, la Verità e la Vita" (Io. 14, 6; v. cristianesimo).

Senza dover mai rinnegare, o, ciò che torna lo stesso, trasformare secondo il gusto del giorno qualsiasi punto dei suoi "articoli di fede", ricevuti dai suoi primi Apostoli, la religione di Gesù non cessa di essere perfettibile nell'ordine intellettuale con l'approfondimento e la coordinazione dei suoi dogmi; nell'ordine morale, non solo quanto alla santificazione dei suoi membri, ma anche quanto all'applicazione individuale e sociale dei suoi principi; nell'ordine liturgico, quanto alla pietà, alla forza espressiva dei suoi riti, al loro adattamento ai bisogni dei tempi, ecc.

Perché, ci si domanda, il Cristo stesso non ha regolato da sé ogni cosa nel modo più preciso? La riflessione suggerisce varie ragioni molto plausibili: una regolamentazione spinta fino agli ultimi particolari provocherebbe l'inerzia, il ristagno, sopprimerebbe una qualità essenziale ad ogni costituzione destinata ad epoche diverse : la flessibilità; farebbe supporre che il Legislatore non resti sempre presente per presiedere agli adattamenti necessari; ora il Cristo ha promesso ai Capi della sua Chiesa, e non a quelli che si sarebbero ribellati alla loro autorità, di continuare loro, senza fine, la sua assistenza (Io. 16, 7-14; Lc. 22, 32; Mt. 28, 19-20).

Il buon senso impone di aver fede in lui. Per apprezzare correntamente la pedagogia che gli viene imposta, un fanciullo dovrebbe già aver raggiunto quel grado di saggezza, al quale essa deve condurlo; allo stesso modo, per giudicare esattamente i disegni divini, quanto alla santificazione non di un gruppo scelto e di un'epoca, ma

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di tutti gli uomini durante la serie intera dei secoli avvenire, bisognerebbe possedere la saggezza dell'Altissimo. Se si ha sufficiente modestia per non pretenderlo, non resta che obbedire integralmente, amorosamente alle sue leggi. Esigere, prima di assoggettarvisi, l'evidenza del loro valore "incomparabile", quando solo la loro osservanza fedele, con una trasformazione progressiva dello spirito e del cuore, può mettere in grado di giudicarne correttamente, equivale a rovesciare l'ordine naturale. Specialmente s. Agostino s'è adoperato a farlo capire (cf. E. Porrolic, Augustin, in DThC, I, coll. 2332-34). Le evidenze della fede, nella misura in cui può adoperarsi questo termine, sono la ricompensa sicura di una vita strettamente regolata dalla fede (Io. 7, 17; 8, 31; 14, 21), la prova sperimentale della sua trascendenza.

BibL.: a) Anglicani: Ch. Hardwick, Christ and other masters, $4^{2}$ ed. con studio di Fr. Proctor, Londra 1875, opera superata ma ancora utile; J. A. Mac Calloch, Comparative theol., iv 1901; id., Christianity and the modern world, ivi 1910; W. St. Cl. Tisdall, Mythic Christs and the true, ivi 1909, id., Comparative religion, ivi 1929; id., Christianity and other faiths, ivi 1909; J. H. Moulton, Religions and religion, ivi [1913]; Ch. N. Scott, The religion of antiquity as preparatory to christianity, $3^{2}$ ed., ivi 1914; N. M. Nicol, Is christianity unique?, $2^{2}$ ed., ivi 1949; E. Brunner, Christianity and civilization, 2 voll., ivi 1948-49. - 85 Lulstani: S. Kaehkegaard, Einübung im Christentum 1830 (trad. red., Jena 1933); id., Diario, trad. it., 3 voll., Brescia 1948-50, ecc.; J. Suskind, Christendom and Gesch. bes Schlotermacher, I. Die Absolutheit des Christent., Tubinga 1911; E. Troeltsch, Die Absolutheit des Christent., $3^{2}$ ed., ivi 1921; R. Eucken, Hauptprobleme der Religionsphiles, der Gegenwart, $5^{2}$ ed. Berimo 1912; K. Beth, Die Entwicklung des Christent. zur Univeral-Religion, Lipsia 1913; G. Wobbermin, Systematische Theol., III, ivi 1925; A. Schweitzer, Das Christent. und die Weltrelig., $2^{2}$ ed., Monaco 1928; W. Scheller, Die Absolutheit des Christent., Gottinga 1929; H. W. Schomerus, Parallelen zum Christent., Gütersloh 1932. - 2) Cattolici: altre Suárez, De fide, disp. IV, sectt. 3 et 4; Lessius, Quae fides sit capessenda, in Migne, Cursus theolog., t. III, pp. 787-867, e numerosi trattati più recenti in uso nelle università e seminari; Fr. Hettinger, Apologie des Christent., V. Friburgo in Br. 1867 ( $9^{2}$ ed., da E. Müller, ivi 1923), trad. it., 4 voll., Roma 1874-75; P. de Broglie, Problèmes et conclusions de l'hist. des r., $2^{2}$ ed., Parigi 1886, pp. 242-384; id., Les fondements intellectuels de la foi cathat., (Conference del 1895), 2 curs di A. Largent, ivi 1904, pp. 150232; L. Picard, La transcendance du christianisme, 2 voll., ivi 1905; B. Ricci, Giove, Iubee, Cristo, in Scuola cattul., 1907-1908, t. indice; Ch. St. Dovas, The boy to the world's progress, $2^{2}$ ed., Londra 1908; C. Martindale, The cults and christianity, ivi 1911, p. 72; B. Allo, Plates d'Europe et bannes du Gange (il neo induismo), Juvicy 1931; A. J. Festugière, L'idéal religicice des Grecs et l'Etung., Parigi 1932; E. Drinkwolder, Vollendung in Christus, Paderborn 1934; R. Egenter, Das Eille und der Christ, Monaco 1935; K. Prümm, Die christl. Glaube und die altheidni. sche Welt, 2 voll., Lipsia 1935 (comparazione secondo l'ordine degli art. del Simbolo); id., Christentum als Neuheitserlebnis, Friburgo 1939; Fr. König, Christus, 3 voll., Vienna 1931, III, pp. 751-76 (v. CHIESA; CRISTIANESIANI; GRÙ CRISTI); SINCENTISSIO).

Enrico Pinard de La Boullaye
RELIGIOSE DEI SACRI CUORI DI GESÙ E MARIA. - Congregazione fondata a Castellammare di Stabia nel 1872 del vescovo mons. Francesco Saverio Petagna.

Scopo: l'istruzione ed educazione della gioventù, specialmente delle classi più povere, la cura degli infermi e l'assistenza dei vecchi negli ospizi. La S. Sede concesse il decreto di lode il 6 luglio 1932 assieme all'approvazione temporanea delle Costituzioni; l'approvazione definitiva il 17 dic. 1940. Attualmente sono 200 suore con 30 case.

BibL.: Arch. S. Congr. dei Religiosi, C. 99. Candido Bona
RELIGIOSE DELLA SANTA UNIONE DEI SACRI CUORI. - Congregazione fondata a Douai (Cambrai) nel 1828 dal sac. G. B. de Brabant.

Scopo: l'educazione cristiana della gioventù con scuole inferiori e superiori, con particolare riguardo ai figli degli operai e alle orfane. Dal 1931 esplicano attività missionarie nel Camerun francese. La Congregazione ottenne il decreto di lode il 30 maggio e l'approvazione definitiva delle Costituzioni il 17 giugno 1898. Queste furono rivedute nel 1925 secondo il CIC. Oggi vi sono 1424 suore con 100 case.

BibL.: Arch. S. Congr. dei Religiosi, C. 4; GM, Roma 1935, p. 425.

Candido Bona
RELIGIOSE DI NOSTRA SIGNORA DEL CARMELO. - Risalgono al 1852, quando la signorina Maria Scrilli (poi suor Maria Teresa di Gesù) con alcune compagne fu chiamata ad assumere la direzione delle Scuole normali Leopoldine di Montevarchi (diocesi di Fiesole).

Nell'ott. del 1854, volendo assicurare la continuità al proprio apostolato, queste pie donne, con l'approvazione del vescovo di Fiesole, indossarono l'abito religioso, chiamandosi "Le Poverine del Cuore di Maria". Scioltesi per la soppressione parziale dei conventi (1850-62), si ricostituirono nel 1873 a Firenze. I primi anni furono segnati da molte avversità che parvero comprometterne una seconda volta la vita, tanto che alla morte della fondatrice (1889) v'erano soltanto due suore e una novizia. L'Istituto, il cui scopo è l'educazione religiosa e civile delle fanciulle del popolo e l'assistenza caritativa negli ospedali, ospizi, ecc., conta oggi 31 case e 200 suore. Oriente il decreto di lode e l'approvazione temporanea delle Costituzioni il 27 febbr. 1933, quella definitiva il 2 luglio 1940.

BibL.: Arch. S. Congr. dei Relig., F. 23. Candido Bona
RELIGIOSE DI NOSTRA SIGNORA DELLA MERCEDE. - Mons. Carlo Lavigerie fondava nel 1864 a Nancy, ove era vescovo, un istituto femminile per l'educazione delle fanciulle, detto delle suore dell'Assunzione. Nominato arcivescovo di Algert nel 1867, ne chiamò alcune presso di sé, perché collaborassero al suo apostolato missionario.

Il fine speciale dell'Istituto fu amplificato in conformità alle esigenze del nuovo campo di lavoro. Per favorire una più immediata dipendenza dal fondatore la Casa madre venne trasferita da Nancy a Aix-en-Provence. Nel 1885 l'Istituto fu aggregato all'Ordine dei Mercedari ed assunse il nome attuale. Anche l'abito da nero fu mutato in bianco, simile a quello dei Mercedari. Le suore sono distinte in due classi : coriste e condiutrici. Ottennero il decreto di lode il 25 marzo 1912; le Costituzioni vennero approvate temporaneamente il 17 giugno 1931 e definitivamente il 6 maggio 1941. Oggi vi sono 200 suore con 25 case.

Bibl.: Arch. S. Congr. dei Relig., A. 41. Candido Bona
RELIGIOSE DI NOSTRA SIGNORA DEL RITIRO DEL CENACOLO. - Furono fondate nel 1826 a La Louvese (Ardèche) presso la tomba di s. Fr. Regis dal sac. Stefano Terme e dalla b. Maria Vittoria Teresa Couderc.

Il fine specifico era soprattutto l'adorazione continuata del S.mo Sacramento; nello stesso tempo le suore dovevano preparare le giovinette alla prima Comunione e organizzare esercizi spirituali alle donne. L'Istituto ebbe il decreto di lode il 10 marzo 1863 e l'approvazione definitiva il 18 marzo 1870. Attualmente esso ha 4 province con 44 case e 1250 suore.

Bibl.: Arch. S. Congr. dei Religiosi, V. 19; G. Longhaye, La Societé de Notre-Dame du Cénacle, Parigi 1898; H. Perroy, Une grande Humble, ivi 1941; E. Pietromarchi, La b. Teresa Couderc, Roma 1951.

Candido Bona
RELIGIOSE DI SANTA GIULIANA, APOSTOLINE DEL S.mo SACRAMENTO. - Fondate a Malines nel 1856 da Fanny Kestre per l'adorazione perpetua del S.mo Sacramento e per promuoverne la devozione tra i fedeli.

E distinta in due classi di suore : coriste e converse. La S. Sede concesse il decreto di lode nel 1875, l'approvazione temporanea delle Costituzioni nel 1906 e quella definitiva il 3 febbr. 1926. Attualmente l'Istituto conta 5 case, con 60 suore.

BibL.: Arch. S. Congr. dei Religiosi, M. 30; anon., Fanny Kestre, Milano 1912.

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## RELIGIOSE INSEGNANTI DI MARIA IMMACOLATA. - Fondate nel 1852 da Antonia Paris de S. Pedro a Santiago di Cuba.

Le suore con voti solenni e clausura papale si dedicano all'insegnamento e all'educazione cristiana delle fanciulle. Il 24 sg . 1920 le varie case, fino allora indipendenti, sul tipo degli antichi monasteri, furono riunite in una sola congregazione con superiora generale e governo centrale a Madrid. La S. Sede concesse il decreto di lode nel 1869 , l'approvazione dell'Istituto con la conferma definitiva delle Costituzioni il 22 marzo 1901. Oggi le suore sono 291 con 31 case.

Biol.: Arch. S. Congr. dei Religiosi, U. 3; F. Husn. S. An. M. Claret, Roma 1930, pp. 339-46. Candido Bona

## RELIGIOSI TERZIARI CAPPUCCINI DI

NOSTRA SIGNORA ADDOLORATA. - Furono fondati da Luigi Amigó a Masamagrell (Valenza) in Spagna il 12 apr. 1889. L'approvazione pontificia è del 19 sett. 1902 e quella definitiva delle Costituzioni del 5 luglio 1910.

- E una Congregazione clericale di voti semplici perpetui. Il fine proprio è la rieducazione della gioventù, ed ha anche opere di prevenzione in favore dei ragazzi poveri e abbandonati e altre istituzioni per la gioventù in generale. Nel 1937 si creò la Pia Unione dei Cooperatori Mariani dell'Addolorata per continuare nel mondo il benefico lavoro dei religiosi in favore dei giovani ueciti dalle case di rieducazione, e per irradiare la missione rieducatrice nelle famiglie. La Congregazione è stabilita in Spagna con 17 case; in Italia (1927) con 4; in Colombia (1928) con 4 e in Argentina (1932) con 3. Quelle di rieducazione nei diversi tipi sono 13 con più di 2000 slunni. Il personale religioso conta 295 professi, 34 novizi e 300 aspiranti. Si pubblicano 3 riviste per diffondere la missione: Nuova Vita, in Italia; El Sembrador, in Colombia, e Surgam nella Spagna.

Biol.: A. Robla, La escuela de s. Rita, Madrid 1906; La Congr. dei T. C. dell'A., in Anal. T. O. R., 5 (1915), p. 17 sg.; V. Cebarea, Observación psicológica y reeducación de menores, Vitoria 1940; M. Ramo, Lois Amigó, Madrid 1950.

Gioacchino Guillen Navarro
RELIGIOSO, INSEGNAMENTO. - Quella parte dell'educazione e della istruzione, che ha per oggetto la spiegazione e l'apprendimento delle verità religiose.

L'uomo, infatti, e il cristiano, non sono, nell'individuo, due parti distinte e separabili, di modo che se ne possa educare e istruire l'una senza educare e istruire l'altra; ma sono strettamente congiunte, cosi che, formando il cristiano, si viene a formare tutto l'uomo nella sua completezza, e, viceversa, formando l'uomo, si dovrebbe nello stesso tempo formare il cristiano.

Secondo l'insegnamento del Maestro divino, unico precettore di tutta l'umanità, l'uomo non deve più vivere soltanto una vita naturale, ricca di virtù, di cultura, di affetti umani, ma anche una vita soprannaturale, in cui quelle medesime virtù, quella stessa cultura e quegli stessi affetti si rivestono di una luce superiore e più intima, di un significato e di una forza affatto nuovi e più profondi, che daranno frutti migliori perché migliore è la linfa di cui vengono nutriti, e la sostanza con cui li maturano. Come in un albero selvatico innestato si coltiva nel medesimo tempo e si cura sia il tronco rimasto selvatico, sia il ramo innestato, cosi nell'uomo si devono coltivare con le facoltà naturali anche le facoltà soprannaturali, che vengono infuse in lui nel Battesimo; in altri termini: si deve coltivare l'uomo in quanto uomo, e l'uomo in quanto, elevato all'ordine soprannaturale, sale a far parte della figliolanza divina.

L'i. r. adempie a quattro finalità, che sempre più dimostrano la saldezza della congiuntura : uomo-cristiano.

1. Finalità culturali. - Oltre alle cognizioni acquistabili mediante l'esperienza, la scuola, lo studio perso-
nale e le ricerche, l'i. r. fornisce all'uomo tutto un altissimo patrimonio di verità. Alcune di queste riguardano direttamente Dio nella sua essenza, nei suoi attributi e nelle sue opere, manifestandocene la grandezza (creazione, provvidenza, vita divina) e la bontà squisita (Incarnazione, Redenzione, istituzione della Chiesa e dei Sacramenti, ricompensa eterna); altre riguardano la nostra vita e la nostra condotta sotto la luce del soprannaturale, mostrandocene la nobiltà (adozione divina mediante la Grazie), il valore in tutte, anche le più umili, ponose, sconosciute circostanze (dolori, ingiustizie, privazioni), che diventano mezzi efficaci di espiazione e di redenzione; la immensa fecondità delle opere buone anche le più nascoste (la Comunione dei santi). Ora, queste verità non ci sarebbero altrimenti note senza la Rivelazione divina, che forma, appunto, l'oggetto dell'i. r. La quale Rivelazione, inoltre, mentre dà una risposta sicura ai più assilbanti problemi dell'umanità (ragione del dolore e del male, esistenza dell'oltretomba, ecc.), serve pure a dirigere rettamente le ricerche e il progresso delle stesse verità scientifiche, in quanto sgombra il campo dalle deviazioni e dalle false ideologie.
II. Finalità religiose. - Poiché la religione consiste nell'adempimento dei nostri doveri verso Dio, nostro creatore, conservatore e rimuneratore, l'i. r. mira a informare, fin dai primi anni, tutta la vita all'adempimento di questi doveri, trasformandoli in un lieto e pronto servizio da compiere verso il Seccano Padrone e Signore e ce ne addita in Gesù Cristo il più alto modello. Ci spiega inoltre i mezzi con cui acquistare, mantenere, ricuperare, sviluppare il carattere di figliolanza e di partecipazione alla stessa vita divina, alla quale siamo stati elevati; e ci fa conoscere il culto cristiano, incentrato nell'Eucaristia, soprattutto considerato come sacrificio, avviandoci a comprenderlo, gustarlo e viverlo con una partecipazione cosciente.
III. Finalità etiche. - L'etica è la somma dei nostri doveri specialmente riguardo a noi stessi e al prossimo, che possono compendiarsi nella massima: "fare il bene e fuggire il male morale", che è la colpa. Ora l'i. r. è, in questo, avviamento e guida sicura in mezzo a tante vane costruzioni morali, inventate dalla volubilità, insufficienza o malizia umana, e cercanti invano di sostituirsi alla vera e unica moralità, fondata sulle nostre relazioni con Dio. Esso addita inoltre alla nostra riprovazione non solo il male esterno, ma anche il male interno dei pensieri e dei desideri; compenetra i doveri con lo spirito di amore, che fa riguardare tutti gli uomini come figli di un medesimo Padre e quindi fratelli e fonde tutti gli amori in un solo, l'amore verso Dio, da cui deriva poi ogni carità verso noi stessi e verso il prossimo. Nessun'altra concezione etica, trovata da intelligenza umana, è cosl sublime e vera autrice di bene.
IV. Finalita sociali. - La convivenza sociale importa questi postulati : famiglia, patria, proprietà, lavoro, autorità, ordine. Ora l'i. r. dà a questi postulati il fondamento più stabile e inconcusso e offre le soluzioni pratiche più solide e integrali, indicando nello stesso tempo i mezzi, anche soprannaturali, perché l'attuazione ne sia eseguita in maniera sempre più perfetta.
V. L'influsso dell'i. s. - Lo studio di queste varie finalità dell'i. r. vale a dimostrare quale influsso benefico esso apporti alla coscienza morale, all'educazione della volontà e alla formazione del carattere.

Alla coscienza morale, infatti, che non dipende solo dal giudizio delle leggi o dalle consuetudini umane, ma ha bisogno di principi interni ed esterni sul bene e sul male, che continuino ad essere validi anche sotto l'impeto delle passioni, gl'impulsi dell'interesse, dell'egoismo personale, delle false ideologie, esso offre la visione sicura del nostro fine ultraterreno, lo spirito di amore che convalida, anzi supera lo spirito del timore, la persuasione della presenza di Dio, che tutto vede e vigila e di tutto chiederà conto un giorno. Alla volontà, che rifugge facilmente da quanto è penoso e soprattutto dall'annegazione di sé e dalla vittoria sul proprio io, presenta un motivo superiore, fonte di inesauribile energia: il dovere per amore di Dio. Alla formazione del carattere, che

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importa una continua cocrenza fra le proprie convinzioni e le proprie azioni pubbliche e private, offre non solo i motivi umani (filantropia, civismo, patriottismo) ma anche motivi soprannaturali; l'amore di Dio, l'esempio di Gesù e dei Santi, che sempre cooperano efficacemente agli eroismi più alti. Lo stesso quando per formarsi un carattere forte ci si deve assoggettare a una quantita di rinunce penose; in questi casi l'i. r. si appella alla nobiltà e all'efficacia formativa che esse hanno rispetto alla nostra natura, guasta e indebolita dal peccato.

VI. L'i. s. nella scuola. - Quanto è accennato dà la ragione del continuo e vigile interesse della Chiesa a che l'i. r. sia mantenuto o reintegrato in tutte le scuole, comprese quelle dello Stato (cf. CIC, art. 1374 e le fonti ivi citate). Contro di esso, invece, si sono sempre adoperati, fin dall'epoca dell'illuminismo, con maggiore o minore accanimento e sotto i più svariati pretesti, i fautori della scuola laica o neutra. I laiciati ad oltranza proclamano l'ostracismo assoluto dell'i. r. dalle scuole statali; altri, meno astiosi, si adatterebbero ad ammetterlo, ma fuori dell'orario e delle aule scolastiche; altri ancora lo tollererebbero anche nelle aule scolastiche, ma generalmente solo nelle classi elementari, circondando però la loro tolleranza con tali restrizioni e cautela da renderlo il meno efficace possibile; cosi, pensano, da una parte si allontana il pericolo dell'invadenza clericale, dall'altra si conserva all'i. r. la natura di materia a sé, senza collegamenti o riferimenti importanti alle altre materie. C'è pure chi vorrebbe si parlasse e trattasse nella scuola anche della religione, ma solo sotto l'aspetto storico; il cristianesimo non sarebbe che una delle tante religioni (anche, se si vuole, la migliore), pullulate sulla terra a seconda dei tempi e dei luoghi. Altri, infine, giungono a pensare che al fanciullo, privo ancora di senso critico, si debba impartire un i. r. dogmatico, come prima posizione possibile della sua mente e della sua coscienza dinanzi alla virtù e al dovere: più tardi, il fanciullo, fattosi giovane, crescendo la maturità e la personalità del proprio spirito, potrà superare questa concezione puerile, primordiale, fantastica o sentimentale della religione e passare ad una concezione filosofica. Il che avverrebbe gradatamente nella scuola media e superiore (cf. M. Barbera [v. bibl.], p. 322).

La Chiesa, invece, si dimostra, e logicamente, intransigente sul punto della scuola laica o neutra, sia per altri motivi, sia soprattutto per il motivo religioso ed educativo, giustamente preoccupata o dell'assenza assoluta dell'i. r. o di un i. r. non impartito rettamente, conforme alla verità. La quale preoccupazione è pienamente giustificata anche in sede pedagogica. La pedagogia, infatti, postula l'«unità educativa», per cui ciascuno ha il diritto di un'educazione e istruzione non contraddittoria. Ora è contraddittorio sia il silenzio (quando una parte tace, come cosa secondaria e irrilevante, quello che da un'altra parte si proclama fondamentale), sia la parola (quando il professore di fisica, di scienze naturali, di filosofia, affermano vero ciò che il professore di religione deve negare come falso). In una società cristiana bisogna dunque porre come fondamentale il principio religioso cristiano.

Da notare, inoltre, che «il solo fatto di impartire l'istruzione religiosa non è sufficiente per dire che quella scuola è conforme ai diritti della Chiesa e delle famiglie cristiane; a quest'effetto è necessario che tutto l'insegnamento e tutto l'ordinamento della scuola : insegnanti, programmi, libri, in ogni disciplina, siano governati da uno spirito cristiano sotto la direzione e vigilanza materna della Chiesa, per modo che la religione sia veramente fondamento e coronamento di tutta l'istruzione, in tutti i gradi, non solo elementare, ma anche media e superiore» (cf. encicl. di Pio X : Divini illius magistri, del 31 dic. 1929, in Denz-U, 2220).
VII. L'i. s. nella scuola italiana. - 1. Nella scuola primaria o elementare. - La legge Casati (13 nov. 1859) disponeva nell'art. $315^{\circ}$ l'i. r. come materia obbligatoria nelle scuole primarie ", e nell'art. 374 ammetteva l'esenzione per agli allievi i cui parenti avranno dichiarato di prendere essi stessi cura della loro istruzione reli-
giosa». Ma due circolari ministeriali, del 27 sett. 1870 e 12 luglio 1871 capovolsero arbitrariamente la legge stabilendo che i Comuni dovevano far impartire l'i. r. solo quando i genitori degli alunni lo avessero richiesto. La legge, poi, del 15 luglio 1877 enumerava le materie obbligatorie in tutte le scuole elementari pubbliche, ma non faceva menzione dell'i. r., sostituendo invece una nuova materia: le nozioni dei doveri dell'uomo e del cittadino. Il Regolamento dell'istruzione primaria (6 febbr. 1908) rendeva l'i. r. facoltativo anche da parte dei Comuni, lasciandoli liberi di farlo impartire, o no, agli stessi alunni, i cui genitori lo avessero richiesto, liberi anche i maestri di accettare o rifiutare. Ma la circolare del ministro A. Anile ( 20 ott. 1922) dichiarava illegittima la pretesa di fare autenticare le firme dei genitori richiedenti l'i. r. e avvertiva i Comuni che non potevano affatto rifiutarsi di concedere allo scopo le aule scolastiche; e autorizzava gli interessati a rivolgersi al ministro nel caso non fosse riconosciuta l'idoneità dei parroci e dei loro coadiutori. ad impartire l'i. r.

Finalmente per opera del ministro Giovanni Gentile si ebbe il R. Decreto-Legge n. 2185 del $1^{\circ}$ ott. 1923, in cui all'art. $3^{\circ}$ si poneva a fondamento e coronamento dell'istruzione elementare l'insegnamento della dottrina cristiana secondo la forma ricevuta nella tradizione cattolica. La Superiore commissione ecclesiastica pubblicò una Guida d'insegnamento religioso per le scuole elementari secondo i vari punti del programma ministeriale.
2. Nelle scuole secondarie o dell'ordine medio. - La legge Casati sopra citata prescriveva ancora che l'i. r. fosse impartito in ogni ordine di scuole secondarie dal direttore spirituale incaricato delle pratiche collettive di culto. A poco a poco si passò a considerare l'i. r. quale materia facoltativa per gli alunni, i cui genitori lo richiedevano; mancando poi ordinariamente le richieste, i direttori spirituali, già soppressi di fatto nei due terzi delle scuole secondarie del Regno, furono aboliti in tutti i ginnasi, scuole tecniche e licei con la legge del 25 giugno 1877, cessando essi del tutto sia l'i. r., sia le pratiche collettive di culto.
L'i. r. non rientrò nelle scuole secondarie che nel 1927-28, in base all'art. 62 del Regolamento 30 apr. 1924, che ne autorizzava corsi facoltativi in tutte le scuole medie, e alla circolare del ministro Fedele del 27 nov. 1926. E finalmente il Concordato nonchiuso tra la S. Sede e l'Italia (11 febbr. 1929), art. 36, notava che il Governo italiano consentiva a che l'i. r., impartito già nelle scuole elementari, avesse un ulteriore sviluppo nelle scuole medie, secondo programmi da stabilirsi d'accordo tra la S. Sede e lo Stato. In esecuzione di questo articolo la legge n. 824 del 5 giugno 1930 istituiva l'i. r. in tutti gli istituti d'istruzione classica, scientifica, magistrale, tecnica ed artistica come materia obbligatoria, salvo dispensa per gli alunni, i cui genitori ne facessero richiesta scritta. La S. Congr. del Concilio, con circolare del 21 giugno 1930, ne tracciò i programmi e le norme di situazione pratica.
3. Università. - La legge Casati conserva anche nelle Università le Facoltà teologiche che già vi esistevano. Ma queste furono soppresse dal Governo con la legge del 26 genn. 1873, la quale dava al ministro della Pubblica istruzione il potere di istituire presso le Facoltà di lettere e filosofia cattedre di quelle materie religiose che hanno un interesse di cultura storica, filologica e filosofica. Di fatto, alcune vennero istituite in varie università e durano ancora (cf. G. Monti, La scuola laica, Brescia 1947, pp. $75-82$ ).
Bib.: L. Vigna, L'intuizione nella istruzione religiosa. Torino 1920, pp. 6-17; M. Barbera, L'i. r. nella scuola: propositi del governo e propositi dei liberali, in Cte. Catt., 1923, 1, pp. 321-31; G. Modugno, Religione e vita, $2^{\circ}$ ed., Brescia 1941.

Celestino Testore
RELIQUIARIO. - Denominazione corrente dell'oggetto prescelto a contenere reliquie; ma fin dalla antichità esso ebbe grandissima varietà di denominazioni a seconda della sua foggia.

I nomi più correnti che si incontrano nei testi sono: reliquiarium, vas, vasculum, busis, theca, lipsanotheca, hie-

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(fol. Sansoni)
Religulario - Scrigno d'oro, adoperato come encolpio, con reliquia della s. Croce; a destra della croce si scorge la figurina di Costantino (sec. viI-IX), Roma, basilica di S. Pietro, Tesoro.
rotheca, staurotheca, philacterium, chrismarium, conditorium, conservatorium, custodia, gestatorium, sanctimonium, repositorium, jocale, phiala, ampulla, acerra, arca, cista, coffrus, coffinus, ludula, scrinium, locus, loculus, sarcophagus, sepulcrum, tumba, griba, fereirum, capsa, capsella, capsula, scatula, trucha, domus, castrum.

Assai varia è la materia adoperata nel preparare i r. Già s. Girolamo parla di reliquie contenute in un "modico vasculo pretioso linteamine circumdatum" (Contra Vigilantium, 4 : PL 23, 357); fin dal tempo antico si hanno r. in oro (Lib. Pont., I, pp. 179, 261, 374; Martino di Tours, De gloria martyrum, 11: PL 71, 716, ecc.); in argento (De miraculis s. Stephani, I, 8: PL 41, 839; G. B. De Rossi, La capsella reliquioria argentea africana, Roma 1888); poi in bronzo, in rame, in piombo, in cristallo, pietra, argilla, vetro, osso, avorio, legno; in seta, broccato, lino.

Questi r. furono adoperati per racchiudere particelle della S. Croce o terra dei Luoghi Santi o per contenere reliquie "ex ossibus" o per contatto di santi martiri; vennero situati sotto gli altari, come mostrano quelli rinvenuti nelle antiche chiese dell'Africa romana (non pochi riprodotti in P. Monceaux, Enquête sur l'épigraphie chrétienne d'Afrique, Parigi 1907, nn. 262, 275-78, 280-84, 321) altri vennero esposti alla venerazione: tra questi il gruppo antico più cospicuo è rappresentato dal tesoro di reliquie che i papi raccolsero nella cappella del diacono martire s. Lorenzo nel patriarchio del Laterano, oggi nel Museo Sacro della Biblioteca vaticana. Queste reliquie erano racchiuse in uno scrigno di cipresso che porta ancora l'iscrizione: $1^{\circ}$ Leo indignus tertius episcopus, Dei famulus, fecit (795-817); al tempo di Innocenzo III vi si aggiunsero le parole Sancta Sanctorum; esso contenne r. della S. Croce, come la croce d'oro smaltata scoperta già dal tempo di papa Sergio I (687-701) e la sua teca istoriata, una croce gemmata, una croce lignea, teche d'argento con custodie di Pasquale I (817-24); cofani d'argento contenenti l'uno il capo di s. Agnese, l'altro di s. Prassede con relative custodie; cassette di rame, di ottone, di legno di cedro, capaslle d'avorio, sacchetti di seta, vasi di cristallo, ampolline vitree, pissidi di legno a colori. Il tutto venne illustrato da H. Grisar (Il Sancta Sanctorum ed il suo tesoro sacro, Roma 1907).

Si ricordano anche le capaslle argentee del sec. v-vi rinvenute nel 1871 nelle fondazioni dell'altar maggiore nel duomo di Grado (G. B. De Rossi, Le insigni capselle reliquiorie scoperte in Grado, in Bull. arch. crist., $2^{\mathrm{a}}$ serie, 3 [1872], pp. 155-58 e tavv. 10-12; $3^{\mathrm{a}}$ serie, 3 [1878], pp. 49, 52; P. L. Zovatto, La capsella argentea di Grado con le imma-
gini elipeate, in Aquileia nostra, 23 [1952], coll. 17-26) e ir. del Tesoro di St-Maurice d'Agaunum (M. Besson, Antiquites du Valais [Vr. $\mathcal{N}$ sicele], Friburgo in Sv. 1910; v. agalino).

Bibl.: J. Braun, Die Reliquiäre des christl. Kultes und ihre Entwichlung, Friburgo in Br. 1940. Enrico Josi

In epoca romanica i r. assunsero la forma della reliquia che custodivano: a forma di testa con pietre preziose negli occhi, modellazione ferma e suggestiva (testa reliquiario del papa s. Alessandro, dell'orafo Godefroid de Huy, a Bruxelles, Musées royaux d'art et d'histoire), oppure di braccio (Messina, Cattedrale, r. di s. Murziano), di costola (Namur, monastero di Notre-Dame, r. della costola di s. Pietro fatto da Hugo d'Oignies, 1228). Allora vi furono anche cossettine reliquiarie a forma di scrigno con ricca decorazione di smalti champlevis su motivi figurativi, come quella di S. Servais a Maestrich (sec. xi-xit) di officina mosana o le altre limusine (Agrigento, Cattedrale; Aosta, parrocchiale di Villanova Baltea [riprodotta alla v. Livioges]; Firenze, Burgelle) e r. di varia forma possono vedersi nel Tesoro della basilica di S. Francesco di Assisi tra i quali il famoso r. della veste incornutile e quello dei sandali di s. Francesco e del velo di Maria nel duomo di Padova, di cui uno di grandiose proporzioni a guglie gotiche, come piacquero moltissimo in Spagna e in Sicilia dopo l'esempio dato da Juan de Arpha. Continuò nello stesso periodo gotico l'uso dei busti reliquiari in argento e in argento dorato, spesso con base riccamente ornata con smalti (Firenze, Duomo, r. di s. Zanobi; Gorizia, Duomo, r. di s. Ermagora), spesso patinando, per rendimenti realistici, di smalto le guance, come fece il famoso orato Giovanni di Bartolo per il busto reliquiario di s. Agata, unico rimasto, nella cattedrale di Agrigento, gli altri due per la Basilica Lateranense essendo andati perduti. Ma nel periodo gotico si venne determinando per il r. un tipo costante usato anche per l'esposizione della Eucaristia, composto di tre elementi: base a contorno mistilinoo, spesso decorato da smalti, fusto interrotto da nodo esagonale, e il r. vero e proprio, in cui dentro una capsella veniva custodita la reliquia. La fantasia degli artisti aggiunse motivi di angioletti adoranti, mitigando, con l'orizzontale taglio delle ali espanse, il verticalismo della linea ascensionale (Pistoia, Duomo, r. di argento dorato; Monreale, S. Martine delle Scale, r. di s. Gregorio, ecc.) oppure, dentro le nicchie, statuetto di santi, dando agli archi forme appuntite oppure a punta di cuore, secondo i modi catalani; il che avvenne in Italia, nelle botteghe della Sardegna (Cagliari, chiesa di S. Giacomo), e in Sicilia (Castelbuono, Cattedrale), lentamente poi accogliendo le forme del Rinascimento (Firenze, S. Maria
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(per sintesia del Ant. B. Bignellari)
Reliquiario - Cofanetto d'azzrio del sec. s - Troyes, Tesoro della Cattedrale.

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del Fiore, r. dell'orafo Salvi; Spoleto, r. di s. Eutizio).

Alcuni esempi in argento dorato o in oro cesellato, decorato da smalti, si possono vedere nella cattedrale di Cosenza, al Bargello, all'Accademia di Venezia (il famoso r. della S. Croce, a S. Martino delle Scale, Monreale); altre volte ebbero forma di croce doppia con filigrana e bracci gigliati come, sull'esempio di quelle francesi, se ne ebbero anche in Italia.

Durante il barocco, le reliquie si moltiplicarono e tutte le chiese ebbero un numero straordinario di r. eseguiti in legno dorato e intagliato ed anche busti reliquiari che seguirono le sorti della scultura con morbida e vivace modellazione delle vesti e dei capelli. Cappelle intere furono ornate da r. di tutte le forme, cassettine a guglie, a busti, a palme, posti in vario ordine in modo da ricoprire interamente le pareti (Veroli, Duomo). Nel secolo seguente, cioè nell'Ottocento, tanto fervore di r. si venne placando e quando si voltero comporre, si preferì, per la forma, imitare quella degli ostensori accogliendo nei motivi decorativi i nuovi repertori neoclassici e romantici. - Vedi tavv. XXXVI-XXXVIII.

Bial.: oltre alle storie generali dell'arte (ad es., Venturi, P. Toesca, agli indizi dei singoli volumi) cf. i catal. delle cose d'arte e di antichità d'Italia: M. Accascina, L'oreficevia seuse in Sicilia, in Diana. Russ. d'arte e di vita seuse, 2, fasc. 1: id., L'oreficevia siciliana. Il tcawo di Euna, in Dedalo, ag. 1930; id., L'oreficevia ital., Firenze 1934; P. Toesca, Aosta, Roma 1936, p. 43 sgg.: A. Santangelo, Cividale, Roma 1936, pp. 42, 92; E. Zonca, Assisi, ivi 1936, pp. 128, 137, 184, 205; A. Morassi, Antica oreficevia ital., Milano 1936, p. 38; anon., Mostra dell'antica oreficevia sarda, Cagliari 1937, tavv. 13-16; S. Gevaert, L'orfivevrie mosane au moy. 1000 . Bruxelles 1943; V. Viale, I principali incrementi del Museo civico d'arte antica, in Bell. Soc. perm. d'arch. e di belle arti, 1951, pp. 113, 148; P. Toesca, Il Trecento, Torino 1951, p. 888 sgg.

Maria Accascina
RELIQUIE. - In greco lelquva. Etimologicamente è ciò che resta, e s'intende del corpo umano o parte di esso; in senso più lato si chiamano r. anche gli oggetti che furono a contatto di una persona perché hanno quasi assorbito le sue preclare virtù.
I. Culto deaLe n. - Fin dalle prime origini la Chiesa accertò e permise di venerare la r. dei martiri come segno di pietà dei cristiani verso i fratelli che avevano versato il sangue per Cristo. Se la r. comprende l'intero cadavere la denominazione corrente è corpus; se parte di esso, ex ossibus. Le r. ottenute per contatto vennero dette dagli antichi brandea (v.), memoria (v.), nomina, pignora, sanctuario. La Chiesa di Smirne considerò le spoglie del suo vescovo martire Policarpo più preziose dell'oro e si propose di celebrarne l'anniversario sul suo sepolcro (Martyrium Polycarpi, 18, 1, 2). Nella seconda metà del sec. II il presbitero Cizio, configurando i montanisti, additava al Vaticano e sull'Ostiense i "trofei", cioè i sepolcri di Pietro (v.) e di Paolo (Eusebio, Hist. eccl., II, 25), segno dunque che essi erano frequentati, cioè venerati. La Chiesa fin dall'antichità dispose l'altare sopra i sepolcri dei martiri. Nell' $A$ pocalisse vengono indicate "subtus altare animas interfectorum propter verbum Dei et propter testimo-
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(da P. Moncousc, Enquite sur l'épigraphie chviterne en Afrique, Paris: 1867, tav. 1, s. 365). Reliquie - Lastrs marmorea con iscrizione ricordante r. poste sotto l'altare a Celsma (Africa) - Parigi, museo del Louvre.
nium quod habebant", cioè i martiri (Apoc. 6, 9). e s. Girolamo esclama: "Male fecit ergo Romanus episcopus, qui super mortuorum hominum Petri et Pauli, secundum nos ossa veneranda, secundum te vile pulvisculum, offert Domino sacrificia et tumulus eorum Christi arbitratur altaria?" (Advers. Vigil., 8: PL 23, 361-62); e Prudenzio descrive la mensa adposita al sepolcro di s. Ippolito, indicando però che essa è dicuta Deo (Peristephanon. XI, vv. 169-74). Ma il pensiero è più chiaramente sviluppato da s. Agostino; egli parlando del vescovo Teogene, che fu sulla cattedra di Ippona nel 255-56, esclama: "Ma quando noi offriamo il Sacrificio presso i sepolcri dei martiri, non è forse a Dio che l'offriamo? Senza dubbio i santi martiri hanno un posto d'onore. Notatelo: nelle letture fatte davanti all'altare di Cristo, di essi vien fatta una menzione onorevole. Tuttavia essi non sono adorati al posto di Cristo. Avete mai inteso dire presso la memoria di s. Teogene da me o da uno dei miei fratelli e colleghi o da un prete qualunque: io ti offro il Sacrificio, o s. Teogene? ovvero: io ti offro il Sacrificio, o Pietro; ovvero: io ti offro il Sacrificio, o Paolo? Voi non avete mai inteso espressioni simili, perché ciò non si fa e non è permesso" (Sermo, 273). E nel trattato contro Fausto ripete lo stesso concetto: "Non ai martiri ma a Dio noi intubiamo gli altari. Qual è quel vescovo che in presenza di corpi santi abbia osato dire: Noi offriamo a voi, Pietro o Paolo o Cipriano? Quello che noi offriamo è offerto a Dio, che corona i martiris (Contra Faustum, 20, 21:
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Ida P. d'Abar, del fronschile zu Frise, Augsburga Celsma 1878, tom. 8. Reliqquie - Avorio raffigurante una solenne traslazione di r. (sec. vi). Treviri, Tesoro del Duomo.
P. $42,384)$. La basilica eretta a Milano da s. Ambrogio presso la Porta Romana, detta degli Apostoli, portava la seguente dedica: "Condidit Ambrosius templum dominoque sacravit nomine apostolico munere reliquiis" (G. B. De Rossi, Inscript. christ., II, t. Roma 1888, pp. 161, 3; 177, 1); Paolino avverte che la basilica di S. Felice a Nola era dedicata "in nomine domini Christi Dei" (Ep., 32, 10, ed. CSEL, XXIX p. 286). S. Giovanni Cricostomo afferma che le tombe dei servi del Crocifisso sono più brillanti delle regge, non solo per l'ampiezza e lo splendore della costruzione, che pure le superano, ma, il che è più importante, per l'ardore dei devoti che le frequentano (In ep. II ad Cor. hom., 26, 5:PG 61, 582). Tutti questi edifici sorti sui sepolcri dei martiri possono chiamarsi basilicae o ecclesiae ad corpus, cioè erette proprio sul luogo

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Reliquie - Sacco con le r. dei cosiddetti martiri greci, con iscrizione del sec. viit-ix, rinvenuto nel 1932 - Roma, chiesa di S. Agata dei Goti.
del sepolcro del testimone di Cristo e perciò situate oltre il recinto abitato; i fedeli amarono anzi essere sepolti vicino ad essi e le basiliche furono perciò cimiteriali.

Ma talvolta il luogo della sepoltura del martire non è il primitivo, come si verifica in alcuni casi. Duchesne, Profumo e molti altri accettano la tradizione d'una traslazione nel 258 delle r. degli apostoli Pietro e Paolo in Catacumbas. Il Liber Pont. attesta che furono riportati a Roma i corpi del papa Ponziano e del presbitero dottore Ippolito, morti in esilio in Sardegna; infatti la Depositio martyrum indica le rispettive stazioni liturgiche in Callisto per il primo, dove si rinvenne il suo epitaffio, sulla Tiburtina per il secondo; anche i corpi dei papi Cornelio e Lucio, morti in esilio, furono traslati in Callisto, dove G. B. De Rossi ne ritrovò le iscrizioni sepolcrali, del primo nel 1849 e nel 1852 e del secondo nel 1854; più tardi fu traslato a Roma dalla Sicilia in Callisto, come documenta il papa Damaso, il corpo del papa s. Eusebio morto in esilio (A. Ferrua, Epigrammata Damasiana, Città del Vaticano 1942, p. 129 sgg., n. 18); nel 555 pure dalla Sicilia vennero fino a Roma in Priscilla i resti del papa Vigilio, morto a Siracusa durante il viaggio di ritorno da Costantinopoli (Lib. Pont., I, p. 299). Inoltre papa Damaso testimonia la traslazione compiuta da una pia Lucilla delle spoglie dei martiri Marcellino e Pietro nel cimitero inter duas lauros; essi erano stati gettati in due fosse che il carnefice aveva fatto scavare dagli stessi Santi.

In Roma papa Damaso ricercò e rinvenne molti corpi di santi martiri, ne abbellì i sepolcri, ne promosse la venerazione (Lib. Pont., I, p. 212). Egli stesso ricorda il rinvenimento delle spoglie di s. Eutichio (A. Ferrua, Epigrammata Damas., cit., p. 145 sgg. n. 21). Nel sec. v dalla Pannonia furono traslate a Roma le reliquie del vescovo s. Quirino e dei ss. Quattro Coronati per sottrarle alle profanazioni dei barbari invasori. In Roma, per non toccare il corpo del martire dal suo sepolcro, Costantino costruì la basilica di S. Lorenzo al Verano nel sopraterra; talora si sacrificarono le norme architettoniche, come si osserva nella basilica di S. Alessandro (v.) sulla Via Nomentana, in cui il sepolcro e l'altare dell'inizio del sec. v non sono in asse con l'edificio, proprio come si verificava a S. Pancrazio, dove il sepolcro del martire, fino al tempo del papa Onorio I (625-38), "ex obliquo aulae iacebat" (G. B. De Rossi, Inscr. Christ. cit., II, i, p. 24, n. 28). Anche a Ravenna il corpo del vescovo martire s. Apollinare fu introdotto nella basilica in suo onore al tempo del vescovo Mauro (642-71). S. Ambrogio rinvenne a Milano i corpi dei martiri Gervasio e Protasio e li trasferì alla basilica di Fausta e di li alla sua, l'Ambrosiana (Ep., 22, 2: PL 16, 1063).

Il culto delle r. provocò la diffusione del culto dei santi; il luogo dove vennero poste le r. fu considerato come la tomba, il che portò alla moltiplicazione dei santuari; inoltre il ritenere che gli oggetti posti a contatto col sepolcro dei santi divenissero come altrettanti corpi santi facilitò in modo straordinario la possibilità di avere r., e queste vennero ricercate soprattutto per le dediche delle chiese. H. Grisar mette in rilievo che "la dedica-
zione delle chiese non è che una sepoltura dei santi" (Roma alla fine del mondo antico, II, $3^{\circ}$ ed., Roma 1930, p. 202). In un Ordo Romanus del sec. ix conservato nel codice detto di s. Amando (Cod. Paris. 974) e in un altro edito da F. Bianchini (Vitae pontificam. III, Roma 1728, p. 48) il titolo della cerimonia della dedicazione è "Ordo ad reliquias levandas sive condendas ". Tale rito, come osservò L. Duchesne, è esclusivamente funerario; il vescovo depono le r. in un rasipiente di picata detto sepulchrum, dopo averne unto col crisma gli angoli, e lo chiude con una lastra marmorea sulla quale ripete le unzioni, come era consuetudine di spargere clii profumati sulle tombe. Il Sacramentario gelasiano ha conservato una formula di convocazione dal titolo "denuntiatio cum reliquiae ponendae sunt martyrum ". In Africa però si esagerò; si eressero altari un po' dappertutto, nei campi, sulle strade "tamquam memoriae martyrum ". Perciò nel 401 un Concilio tenuto a Cartagine stabili che tali "memorie" si potevano erigere unicamente dove si trovava il corpo di un martire o una sua r., ovvero una tradizione assolutamente sicura (fidelissima origine) stabilisse la sua casa, una sua proprietà, o il luogo del suo martirio. Ma venivano esplicitamente riprovati gli altari cretti in seguito a sogni e "per inanes quasi revelationes". Presso le turbe attratte verso il divino Maestro vi fu chi cercò di toccare le sue vesti per ottenere la guarigione (Mc. 5, 28; 6, 56); i primi fedeli fecero altrettanto con le vesti degli Apostoli (Act. 5, 15; 19, 11). Sempre nell'età apostolica si apprende che i fedeli di Eleso portavano agli infermi gli asciugatoi e le cinture di s. Paolo e i malati ottenevano la guarigione (Act. 19, 12). Eusebio narra che a Gerusalemme si mostrava la cattedra dell'apostolo s. Giacomo (Hist. eccl., VII, 19). Uno dei carcerieri di s. Cipriano volle la tunica madida di sudore del martire (Vita Cypriani, in CSEL, III, 3, p. cviII); i fedeli di Cartagine gettarono panni sul luogo dove s. Cipriano doveva essere decipitato, per ritirarli intrisi del suo sangue (Acta proconsularia, in CSEL, ibid., p. cxili). S. Basilio ammoniva che "toccando le r. del martire si partecipa alla santità e alla Grazia in esse contenute" (Hom. in Ps., 115, 4: PG 30, 112); anzi le r. santificano il luogo e coloro che lo frequentano (Hom. in Martyr. Julitiam, 2: PG 31, 241). S. Agostino ricorda un miracolo operato mediante l'applicazione dell'olio di un santuario di martiri (De civitate Dei, 22, 8, 18). La dedica della basilica romana di Milano compiuta da s. Ambrogio prima del 586 fu fatta mediante pignara degli apostoli Pietro e Paolo, portati da Roma (s. Ambrogio, Ep., 22); allo stesso modo dovette avvenire per la basilica dedicata agli stessi Apostoli da Rufino presso Calcedonia. Merita sono i brandea o r. per contatto, come appare dall'elenco dei nomi di santi nell'