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i apostoli Pietro e Paolo, portati da Roma (s. Ambrogio, Ep., 22); allo stesso modo dovette avvenire per la basilica dedicata agli stessi Apostoli da Rufino presso Calcedonia. Merita sono i brandea o r. per contatto, come appare dall'elenco dei nomi di santi nell'iscrizione dedicatoria del 550 della basilica di S. Stefano eretta in Ravenna dal vescovo Massimiano (Codex Pont. Ecel. Ravennatis, ed. A. Testi-Rasponi, p. 191). Nella regione di Costantina un'iscrizione ricorda la "depositiis crucis sanctorum martyrum qui sunt passi sub praeside Pioro in civitate Mclevitana ", cioè a Mila in Numidia nell'anno 304 (CIL, VIII, 19353; P. Monceaux, Enquête sur l'épigraphie chrétienne d'Afrique, Pa-

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rigi 1907, p. 103 sgg.; n. 293). L'uso di considerare quali r. oggetti posti a contatto di sepolcri di martiri si riscontra già nel sec. IV nell'Africa romana e in Gallia, proprio per basiliche erette in onore dei ss. Pietro e Paolo. In Africa, stoffe e fiori disposti presso le tombe dei martiri, terra, cera, frange delle tovaglie di altari, frammenti di legno tolti alle porte delle basiliche (s. Agostino, De civitate Dei, 22, 8). S. Gregorio Magno scrisse all'imperatrice Costantina che gli aveva chiesto il capo di s. Paolo o almeno qualche altra r. del suo corpo che "Romanis consuetudo non est, quando sanctorum reliquias. dant, ut quicquam tongere praesumant de corpore. Sed tantummodo in buxide brandcum mittitur atque ad sacratissima corpora sanctorum ponitur. Quod levatum, in ecclesia, quae est dedicandis, debita cum veneratione reconditur, et tantae per hoc ibidem virtutes ac si illic specialiter eorum corpora deferantur" (Registr., IV, 30, in MGH, Epist., I, pp. 264-65). Lo stesso Pontefice a Paolo, diceono di Rieti, che aveva chiesto r. dei martiri Ermete, Giacinto e Massimo invio sanctuaria, cioè stoffe che avevano toccato le loro r. (Registr., IX, 49); altri sanctuaria spedi a Costanzo, vescovo di Milano, che aveva domandato r. di s. Paolo, di s. Pancrazio e di s. Giovanni (Registr., IX, 83). Un grande impulso alla venerazione delle r. venne dall'invincione della S. Croce, di cui si diffusero particelle veneratissime in tutto il mondo cristiano, dalle identificazioni dei luoghi santificati dal Redentore in Palestina, dai quali i pellegrini portarono via come preziose r. terre, pietre, olii che iv; ardevano; e ancora dall'invenzione dei corpi dei martiri, specialmente in Oriente e dall'Oriente.

Un'istrizione africana dell'anno 339 attesta che il grande capo indigeno Alarius Nubel, già comandante degli equites armigeri iuniures, aveva portato dalla Palestina per la chiesa di Rusgunie, presso capo Matifou in Algeria, da lui costruita per voto, "de ligno crucis de terra promissionis ubi natus est Christus, apostoli Petri et Pauli" (CIL. VIII, 9255; P. Monceaux, Enquête sur l'épigr. cit., n. 317). La divisione delle r. fu tale che Teodoreto dichiara che nelle basiliche non si conserva il corpo intero d'un martire, ma solo opucgortáxuv $\lambda$ stú $\delta$ vav cioè r. di poca importanza ( $E p$., 130); altrove aggiunge che le r., pur es-
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(Int. Pont. comm. arch. sacrai
Religuie - Sacchetto contenente r. della martire Dominanda con l'istrizione "Sea Dominanda" (sec. viII-ix) i invenuto nel 1932. Il sacco era chiuso con sigilli in cera vergine, ancora conservati - Roma, chiesa di S. Agata dei Goti.
sendo divise e disperse in parecchi luoghi, la Grazia vi resta interamente; Gregorio Nazianzeno affermò che poche gocce di sangue avevano la stessa efficacia del corpo intero (Contra Iulianum, 1, 69: PG 35, 589). Anche Paolino di Nola scrisse che "magna est in exiguo sanctorum pulvere virtus" (Carm., 27, v. 447). Il vescovo Gaudenzio di Brescia (m. nel 4 ro ca.) ricevette un po' del sangue trovato da s. Ambrogio nel sepolcro dei martiri Gervasio e Protasio e dichiarò: "tenemus sanguinem qui testis est passionis" (Sorma, XVII: PL 20, 963). Lo stesso, dopo aver ottenuto r. di s. Giovanni B., degli apostoli Andrea e Tommaso, dell'evangelista s. Luca, dei martiri Gervasio, Protasio, Nazaro, Sisinnio, Martirio e Alessandro e dei Quaranta Martiri di Sebastia, eresse una basilica che chiamò "concilium sanctorum" (PL 20, 959-71). A Roma si distribuivano pezzi di stoffa che avevano toccato i sepolcri dei martiri; ampolle contenenti oli delle lampade ardenti (v. ampolla; monza) presso dette tombe, chiavi dei cancelli posti a chiusura del sepolcro di s. Pietro, limature delle catene e della graticola di s. Lorenzo. S. Gregorio di Tours riferisce che chi riusciva a penetrare sul sepolcro di s. Pietro vi introduceva un pezzo di stoffa che poi riteneva quale r. (In gloria martyrum, 28).
II. Traslazione delle n. - L'uso della traslazione e della distribuzione delle r. dei martiri è d'origine greca; "secundum morem Graecorum" scrisse nel 519 il papa Ormisda all'imperatore Giustiniano (Hormisdae epist., 77, in A. Thiel, Epistulae Pontif. Rom. [Braunsberg 1868], pp.873-75). Lo stesso Costantino però nella chiesa dedicata agli Apostoli a Costantinopoli si contentò di cenotafi (Eusebio, Vita Constantin, IV, 60, 13). La prima menzione di traslazione di r. di cui si ha notizia è quella delle r. di s. Babila a Daphne presso Antiochia al tempo di Gallo Cesare (351-54; Sozomeno, Hist. eccl., V, 19; Gregorio di Nazianzo, Contra Iulianum, 1, 25: PG 35, 532; P. Franchi de' Cavalieri, in Note agiografiche, fasc. viI, pp. 147-48). Seguì nel 356 a Costantinopoli la traslazione delle r. di s. Timoteo; nel 357 quella dell'apostolo s. Andrea e dell'evangelista Luca (A. Heisenberg, Grabeskirche und Apostelkirche, II, Lipsia 1908, p. 112); poi quelle del martire s. Foca (s. Giovanni Crisostomo: PG 50, 799); sotto Teodosio (379-95) quelle del vescovo Paolo morto in esilio a Cucuse (BHG, 1172), dei martiri Terenzio e Africano (Teodoro Lettore, Hist. eccl., II, 62: PG 86, 213), del capo di s. Giovanni Battista (Sozomeno, Hist. eccl., VII, 21). Sotto Arcadio fu portato a Costantinopoli il corpo del profeta Samuele (s. Girolamo, Contra Vigilantium, 5: PL 23, 352). Nel 438, al tempo di Teodosio II, il corpo di s. Giovanni Crisostomo (Socrate, Hist. eccl., VII, 45; Teodoreto, Hist. eccl., V, 36); sotto Leone I il corpo di s. Atanasio (Teodoro Lettore, Hist. eccl., II, 64: PG 86, 216); e ancora nel sec. v le r. di s. Tirso (Sozomeno, Hist. eccl., IX, 2); nel 550 sotto Giustiniano furono portati i detti sanctuaria nella basilica di Costantinopoli; l'imperatore Giustiniano volle che il patriarca Menas portasse i reliquiari attraverso la città su un carro imperiale d'oro smaltato di pietre preziose (G. B. De Rossi, La capsella africana, Roma 1888, p. 32). Il Maritrologio geronimiano ricorda al 3 sett. l'ingressio reliquiarum di Andrea, Luca e Giovanni, che insieme con Giovanni Battista furono anche nella basilica di Concordia (P. Paschini, Note sull'origine della chiesa di Concordia, in Memorie storiche foragiuliesi, 7 [1911], pp. 9-24). R. della martire Eufemia di Calcedonia furono traslate a Milano, a Nola, ad Aquileia, a Rouen. Dall'Oriente vennero le r. degli apostoli Andrea, Tommaso e Luca avute dai vescovi Gaudenzio di Brescia, Vittrice di Rouen e Paolino di Nola; le r. dei ss. Andrea e Luca furono portate a Fondi (s. Pao-

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Religuie - Ricognizione delle ossa di s. Benedetto (1951) - Montecassino.
lino di Nola, Ep., 32: CSEL, XXIX, pp. 292-93). A Milano le r. di Luca, Andrea e Giovanni. Paolino di Nola ottenne per la basilica di S. Felice r. di s. Giovanni Battista (Carm., 27, v. 403). R. dello stesso Giovanni furono venerate a Emess dall'anonimo di Piacenza alla fine del sec. vi (Itinera Hierosolymitana, ed. Geyer, in CSEL, 39, p. 120). Non si sa quando il corpo di s. Ignazio di Antiochiafu da Roma riportato alla sua sede dove s. Girolamo lo vide nel 392 fuori della porta di Dafni (De viris illustr., 16). A Costantinopoli le traslazioni si compivano con grande solennità e vi partecipava una moltitudine di fedeli, con lo stesso Imperatore (s. Giovanni Crisostomo: PG 50, 799; Socrate, Hist. eccl., V, 9; Sozomeno, Hist. eccl.. VII, 10). Per la traslazione delle r. del profeta Samuele, s. Girolamo scrisse che la folla faceva ala senza interruzione dalla Palestina fino a Calcedonia (Contra Vigilantium, 5: PL 23, 358). S. Gregorio Nisseno attesta di possedere parte delle ceneri dei Quaranta Martiri di Sebastia e presso di esse depose i corpi dei suoi cari (Homilia in XL martyres: PG 46, 784). Le r. di s. Babila furono ricondotte al primitivo sepolcro ad Antiochia nel 362 e di nuovo, pochi anni dopo, nella Basilica eretta dal vescovo Melezio oltre l'Oronte. Antiochia ricevette nel 459 le r. di s. Simeone Stilita (H. Delehaye, Les saints stylites, Bruxelles 1923, pp. 33-34) e nel 482 quelle del vescovo s. Eustazio (BGH, 644). A Cesarea al'tempo di s. Basilio si portano le r. del martire s. Saba (s. Basilio, Ep., 164-65 : PG 32, 633-40); ad Alessandria nel 396 le r. di s. Giovanni Battista; a Menuthis, presso Canopo, quelle dei ss. Ciro e Giovanni.

La lastrina d'avorio, riprodotta a col. 749, del sec. vi conservata nel Tesoro della cattedrale di Treviri rappresenta la solenne traslazione di r. portate in un cofanetto su ricca vettura preceduta da un corteo al quale partecipa lo stesso Imperatore tra la folla del popolo che è salito perfino sul tetto della Basilica alla cui porta attende l'Imperatrice (F. X. Kraus, Die Geschichte der christlichen Kunst, I, Lipsia 1872, p. 501). L. Duchesne propose di riconoscervi il trasporto delle r. di s. Irene a Galata avvenuto nel 551 , e i due personaggi sul carro sarebbero i due patriarchi Menas di Costantinopoli e Apollinare di Alessandria (Les origines du culte chrétien, $5^{e}$ ed., Parigi 1920, p. 437, n. 3). I corpi dei quaranta Martiri di Sebastia furono gettati alle fiamme e poi le loro ceneri in acqua, ma molti se ne impossessarono, come appare dalla omelia di s. Basilio (PG 31, 521); Gaudenzio di Brescia infatti ebbe da due niyeti di s. Basilio stesso alcune loro r. (Serm., 17: PL 20, 965). Le r. di s. Stefano furono rinvenute nel 415 a Caphargamala presso Gerusalemme dal presbitero Giovanni e deposte nella chiesa di Lione (PL 41, 809-15). Già nel 417 giunsero nell'isola di Minorca alle Baleari (BHL,

7859-60: PL 41, 833 sgg.); e subito dopo si trovano diffuse in Africa, a Uzalum, a Calama, a Ippona, ad Aquae Thibilitanae, a Castellum Sinitense presso Ippona (s. Agostino, De civitate Dei, XXII, 8; 20-21). Si trovano ben presto anche ad Ancona (id., Sermones, 322-23: PL 38, 1444-45). Il capo di s. Giovanni Battista fu deposto a Costantinopoli dall'imperatore Teodosio nella chiesa dell'Hebdomon da lui eretta (Sozomeno, Hist. eccl., VII, 21).

In Roma la prima traslazione di interi corpi di martiri segnalata dal Liber Pontificalis (I, p. 342) è quella dei corpi dei martiri Primo e Feliciano che papa Teodoro ( $642-49$ ) pose nella basilica di S. Stefano in Caelin monte; alcuni anni dopo il papa Leone II (682-83) dalla Portuense estrasse i corpi dei martiri Simplicio, Faustino e Beatrice e li pose nella chiesa di S. Paolo presso S. Bibiana (ibid., I, p. 549). Quando cominciarono le invasioni dei Longobardi e poi dei Saraceni, i papi ampliarono le traslazioni delle r. dei martiri dai loro sepolcri nell'interno della città. Paolo I (757-67) ne trasportò non solo nella Basilica e monastero eretto nella sua casa avita nel Campo Marzio (oggi S. Silvestro in capite), ma anche per titulos ac diaconias seu monasterii et reliquias ecclesias (Lib. Pont., I, p. 464); Pasquale I (817-24) in S. Prassede e in S. Cecilia (ibid., II, pp. 54, 56); Gregorio IV (827-47) in S. Pietro (ibid., II, p. 74); Sergio II in S. Silvestro, e Martino ai Monti e al Laterano (ibid., II, p. 91); Leone IV (847-55) ai SS. Quattro Coronati (ibid., II, p. 115). Ma i papi contemporaneamente trasferivano nel Patriarchio Lateranense, e precisamente nella cappella dedicata al martire diacono Lorenzo, le teste dei più insigni martiri romani, cioè degli apostoli Pietro e Paolo, dei martiri Lorenzo, Agnese, Sebastiano, Pancrazio, Prassede, ecc. che si conservarono entro il grande scrigno in cipresso offerto da Leone III (795-816; v. reliquiano). Però dai cataloghi delle r., ancora in non poche chiese antiche di Roma, datati dal 1072 al 1196 , non si può avere un'idea esatta delle traslazioni di r. in esse, dato che gli stessi nomi di martiri figurano in più luoghi. Gli elenchi sono riprodotti in A. Silvagni, Monumenta epigraphica christiana saec. XIII antiquiora, I, Roma (Città del Vaticano 1943, tavv. 20-26). La r. del capo di s. Giovanni Battista è stata trasferita sotto Innocenzo II (11301143) nel titolo di S. Silvestro, donde il cognome in capite alla chiesa stessa. Più tardi ancora in S. Pietro venne la r. della s. Lancia, al tempo di Innocenzo VIII (1484-92), e quella della testa di s. Andrea sotto Pio II (1458-64).

III. Abusi e commercio delle r. - Già nel Codice teodosiano appaiono le sanzioni contro i furti e il commercio delle r. "nemo martyrem distrahat, nemo mercetur" (lib. IX, tit. 17). S. Agostino ricorda alcuni monaci che "membra martyrum, si tamen martyrum, venditant" (De opere monachorum, 28; in CSEL, 41, p. 585). Il Concilio del Laterano del 1215 commind̀ gravi pene contro i commercianti di r. Il vescovo di Tolosa Eauperio (ca. l'a. 410) per la traslazione di s. Saturnino fu autorizzato con rescritto imperiale (BHL, 7496). Un primo furto di r. in Roma fu compiuto dalla setta dei novaziani; esso è documentato nella Depositio martyrum per il corpo del martire Silano: "hunc Silanum martyrem Novati furati sunt", furto che H. Delehaye reputò avvenuto poco dopo il martirio (Les origines du culte des martyres, vit., p. 65). Gregorio di Tours narra che un impostore, spacciandosi proveniente dalla Spagna, andava in giro portando una croce alla quale erano appese fialette contenenti, a suo dire, olé raccolti sul sepolcri dei martiri Vincenzo diacono e Felice. Ma il più tristemente noto falsificatore di r. fu in Roma, nella prima metà del sec. ix, il diacono Deusdona, appartenente al titolo di S. Pietro in vinculis; egli inviò più volte in Germania e vi portò egli stesso corpi presi nel cimitero "inter duas lauros" che fece pas-

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(fol. Anderson)
reliclucie - Esposizione delle r. nella scuola di S. Rocco, il giorno della festa del Santo - Venezia.
sare per quelli di insigni martiri romani (G. Gurand, Le commerce des reliques au commencement del Xc siecle, in Questions d'hist. et d'urihèol., Parigi 1906, pp. 225-61). Dopo il ritrovamento di gallerie cimiteriali sulla Via Salaria nel 1578, e dopo le esplorazioni negli antichi cimiteri sotterranei iniziate con P. Ugonin e A. Bosio, questi luoghi vennero frugati per l'estrazione di "corpi santi", riconosciuti tali per la presenza dell'ampolla di sangue (v.) sopra o nei sepolcri stessi, o per i simboli della palma o del monogramma $\mathfrak{K}$. Fu deferita poi tale estrazione al sacriata pontificio e al custode delle r. in vicariato; Clemente IX istituì una congregazione "indulgentiis sacrisque reliquiis praeposita - il 6 luglio 1669 , dopo aver emesso un decreto l'anno precedente per regolare l'estrazione e reprimere gli abusi. Una traslazione veramente autentica per le circostanze e la documentazione è quella compiuta dal p. G. Marchi (v.) il 21 marzo 1845 del corpo di a. Giacinto dal cimitero di Bassilia. La Congreg. dei Riti, udito il parere della Pont. commissione di archeologia sacra, ha proibito dal 1881 l'estrazione di a corpi santi» dalle catacombe.

BibL.: L. Delisle, Authentique des reliques de l'époque mérologicone, in Mll. d'arch. et d'hist., 4 (1884), pp. 1-8; E. A. Stückelberg, Reliquien und Reliquiare, in Mitteil. der antiquar. Gesellschafi Zürich, 24 (1899), p. 74; C. Cucchelli, Note sopra il culto della r. nell' Africa romana, in Atti della Pont. occad. rom. di arch., $3^{2}$ serie, Reroliconti, 15 (1940), pp. 125-34; A. Ferrus, Reliquie e reliquiari, in Civ. Catt., 1940, III, pp. 354-61; G. B. De Rossi, Sulla questione del naso di sangue, memoria ined. con introduz. stor. e appendici di doc. ined. per cura del p. A. Ferrus, Città del Vaticano 1944; H. Fichtenau, Zum Reciocionscosm im früheren Mittelalter, in Mitteil. des Instituts für Österreich. Geschichtsforschung, 60 (1952), pp. 60-89.

Enrico Josi
IV. Riconnizione delle r. - L'autenticazione di una r. suppone sempre una certa ricognizione della sua genuinità. La ricognizione però vera e propria è quella attuata in forma giuridica dalla competente autorità ecclesiastica che è l'Ordinario o, se si tratta delle r. di un servo di Dio o di un beato, la cui causa di beatificazione o canonizzazione sia pendente presso la S. Congregazione dei Riti, la S. Sede.

Tale ricognizione può esser fatta in occasione della rinnovazione del sepolcro, del trasferimento o estrazione delle r., o quando il corpo di un santo, di cui si fosse perduta la traccia, venisse nuovamente alla luce. Durante il processo apostolico sulle virtù di un servo di Dio è prescritta anche la ricognizione delle sue r. (can. 2096), la quale spetta al Tribunale apostolico e viene eseguita dietro lettere remissoriali della S. Congregazione dei Riti e in base ad apposita istruzione del promotore generale della fede. In detta ricognizione, oltre ai membri del Tribunale,
intervengono due medici in qualità di periti e il personale occorrente per l'apertura del sepolcro (muratore, fabbro, stagnatore). E a questo momento che vengono estratte le r., solite poi a distribuirsi in occasione della beatificazione.

BibL.: Codra pro pastulatoribus, $4^{2}$ ed., Roma [1920], pp. 190197; di particolare utilità è la Instructio pro cchumatione ac recognitione corporis servorum Dei, ibid., Append., pp. 32c-20.

Ferdinando Antonelli
V. Legittimitì del culto delle r. - Il culto con cui si onorano le r. si chiama culto relativo, in quanto si onora l'oggetto per la relazione che ha avuto con la persona del Santo. Simile culto si trova anche nel campo civile, profano, diretto a ricordi e resti degli uomini illustri ed eroi, ed è antico ed esteso quanto il genere umano; e perciò legittimo nel suo principio e fa parte delle leggi dell'umanità.

Né fa difficoltà il fatto che questi oggetti siano qualche cosa di materiale e quindi in sé e per sé qualche cosa di inferiore a noi, esseri viventi, dotati, oltre che di materia, di spirito. L'oggetto del culto non è come può essere nel feticismo o nell'idolatria, la res in sé e per sé; ma se le r. sono il termine del culto o anche, se si vuole, l'oggetto diretto, sono tali soltanto per il contatto che hanno avuto con la persona e pertanto ci richiamano l'eccellenza della persona stessa, cui in ultima analisi si dirige il nostro culto.
VI. Disciplina attuale attinente il culto delle r. - La disciplina attuale è raccolta nel CIC e nei decreti della S. Congregazione dei Riti.

Nel disciplinare il culto relativo di dulia, dovuto alle r. dei santi, la Chiesa si preoccupa com'è naturale del culto pubblico, soprattutto e a tal fine la giurisprudenza delle SS. Congregazioni delle SS. Indulgenze e Reliquie e dei Riti, consacrata e raccolta nel can. 1281 § 2, distingue r. insigni e non insigni.
R. insigni dei santi o dei beati sono il corpo, il capo, la mano, il ginocchio o quella parte del corpo in cui il martire ha sofferto, purché sia intera e non piccola (can. 1281 § 2). Se sono insigni queste r. a maggior ragione lo sono quelle della Passione e Redenzione di N. S. Gesù Cristo ed anche quelle della S.ma Vergine.

Ciò premesso ecco le norme date per la disciplina del culto delle r. 1) Può venerarsi con culto privato qualsiasi r. non insigne, antica o recente, non solo se trattasi di santi canonizzati o beatificati, ma anche di morti in fama di santità, anche se la r. non sia ufficialmente riconosciuta ed approvata. Basta che chi pratica questo culto sia moralmente certo e della santità della persona, cui

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la r. è connessa, e dell'autenticità della r. Perciò le r. non insigni con il debito onore possono essere conservate anche nelle case private o portate dai fedeli (can. 1282 § 2). Non cosi le r. insigni dei santi e dei beati, senza permesso dell'Ordinario del luogo (can. 1282 § 1).
2) Per l'ammissione al culto pubblico delle r. è necessario sempre l'intervento previo dell'autorità ecclesiastica, la quale si pronunzi sull'autenticità della r. da esporsi a pubblica venerazione. Pertanto: a) con culto pubblico nelle chiese ed oratóri pubblici, anche esenti, si possono solo venerare quelle r., che consti siano genuine o per l'autentico documento di un cardinale, dell'Ordinario locale (escluso però il vicario generale, senza mandato speciale) o di qualche ecclesiastico che abbia per indulto apostolico la facoltà di autenticare (p. es., postulatori generali; can. 1283 §§ 1-2). b) L'approvazione dell'Ordinario del luogo deve essere fatta secondo la mente del Concilio Tridentino, cioè l'Ordinario prenderà le sue deliberazioni, dopo essersi consigliato con teologi ed uomini prudenti, ed ispirandosi sempre a criteri di verità e di pietà. In questioni dubbie, prima di dirimere la controversia, l'Ordinario attenderà la sentenza del metropolita e dei vescovi comprovinciali nel Concilio provinciale. Dove questo non ha luogo si deve ricorrere alla S. Sede (Conr. Tridentino, sess. XXV; AAS, 18 [1926], p. 262). c) Quando le r. già approvate per il culto vengono trasferite ad altra diocesi devono essere verificate dall'Ordinario locale non per una nuova approvazione ma perché si renda conto dell'approvazione già data; e dopo ciò darà licenza per l'esposizione al culto. d) Gli Ordinari locali rimuovano prudentemente dal culto una r. che conoscono non essere certamente autentica (can. 1284). e) Le r., di cui sia andata dispersa l'autentica, non siano esposte al pubblico se non dopo il giudizio dell'Ordinario del luogo, escluso il vicario generale senza mandato speciale (can. 1285 § 1). f) Tuttavia le r. antiche siano mantenute al culto, come per il passato, a meno che da argomenti certi non consti che siano false o contraffatte (can. 1285 § 2). g) Chi confenziona o vende scientemente, distribuisce o espone alla pubblica venerazione dei fedeli r. false incorre ipso facto nella scomunica riservata all'Ordinario (can. 2326). La ragione di questa severità della Chiesa va ricercata nell'intento di precludere la via agli abusi che l'ignoranza, l'interesse, la fede superstiziosa potrebbero favorire in questa materia tanto delicata. Ma se la Chiesa dà prova di tanta prudenza e saggezza da una parte nella scelta delle r., non può non condannare dall'altra critiche esagerate ed incomposte contro l'autenticità delle r., specialmente se fatte su libri o periodici destinati a fomentare la pietà cristiana (can. 1286). Con ciò non intende in nessuna maniera vietare le discussioni dei dotti, animate da uno spirito di critica sano, costruttivo e prudente.
3) La Chiesa scende poi a determinare anche gli atti di culto consentiti secondo le circostanze, verso le r. dei santi : a) i principali atti di culto sono: esporre le r. alla venerazione, mostrarle al popolo, darle a baciare, portarle in processione, benedire con esse il popolo (can. 1287). Ma riguardo all'esposizione c'è da osservare che per essere lecite le r. devono essere chiuse in teche o cassette sigillate, per evitare il pericolo di furto o di frode. Non possono collocarsi sopra il tabernacolo, dove si conserva il S.mo Sacramento (S. Congr. dei Riti, 31 marzo 1826 ad 6, Decreta authentica, n. 2613), né sopra l'altare dove è esposto il Santissimo (id., 2 sett. 1741 ad 1, ibid., n. 2365) anche solo con la pisside (id., 19 maggio 1838, ibid., n. 2779) e neppure dinanzi alla porticina del tabernacolo chiusa (id., 6 sett. 1845, ibid., n. 2906). Per procedere poi all'esposizione e processione delle r. dei beati, fuori dei luoghi dove si celebra per essi la Messa e l'officiatura per concessione della S. Sede, occorre un particolare indulto apostolico. b) Altre norme disciplinano la custodia e la traslazione delle r. Così i corpi dei santi non si possono conservare in urne sopra l'altare, ma sotto terra o sotto la mensa dell'altare e non si possono rivestire di nuove vesti senza il permesso della S. Congregazione dei Riti (Benedetto XIV, De servorum Dei beatificatione et beatorum canonizatione, IV, parte $2^{\text {a }}$, cap. 26).

La traslazione dei corpi o delle r. insigni dei santi da un luogo ad un altro nella stessa chiesa può essere fatta con il permesso del vescovo : per le traslazioni da una chiesa all'altra si richiede la licenza della S. Sede (can. 1281 § 1). Lo stesso si dice per le alienazioni di r. insigni. Le r. dei beati non si possono portare in processione, né si possono esporre, se non nel luogo dove la S. Sede abbia concesso di celebrare la Messa e l'Ufficio (can. 1287 § 3). c) Contrasto con il culto qualsiasi mercinonio o qualsiasi frode che avvenga in materia di r., è interdetto il trasferimento di r., anche autentiche, a scopo di vendita simoniasa (can. 1289), di furto o di rapina. A questi atti è annessa la scomunica riservata all'Ordinario (can. 1289). Perché simili atti non avvengano è stimolata la vigilanza degli Ordinari, dei vicari foranei e dei parroci, i quali sono anche esortati ad impedire che in occasione di alienazioni o di successioni ereditarie le r. pervengano in mano di acatistici (can. 1289). Così per la r. della Croce, che si trova nell'anello del vescovo, all'atto della sua morte (can. 1288). Questo è uno dei modi con cui le r. possono essere profanate, ma non il solo. Altri modi di profanazione possono essere l'incuria nel custodire, che può arrivare fino allo smarrimento delle medesime. Evitare queste cose spetta al rettore della chiesa ed agli altri cui fosse demondata la loro custodia (can. 1289 § 2).

Con speciale cura veglia la Chiesa, a mezzo del vicariato di Roma, nelle r. che vengono estratte dalle catacombe romane (cf. motis propens II dic. 1925 col Regolamento annesso: AAS, 17 [1925], p. 619). Sull'uso delle r. nella consacrazione dell'altare v. altare.

Bibl. A. Walta, Die Furbitte der Heiligot. Eine dogmatische Studie, Friburgo in Br. 1927; B. M. Frimener, Manuale theologiae moralis, I, ivi 1928, pp. 323-26, nn. 386-87; P. Lefouvre, Courte histoire des reliques, Parigi 1932; M. Jugie, Theologia dogmatica Christianorum orientalium, II, ivi 1933, pp. 712-18; Wernn-Vidal, IV, pp. 581-88, nn. 484-93; P. Sejpurné, Reliques, in DThC, XIII, coll. 2312-76; F. H. Ferretti, De sacris sanctorum reliquies cum peculiari respectu ad Lipsaombecea episcopales et maiorum ecclesiorum, Città del Vaticano 1942; H. Leclereq, Reliques et reliquieres, in DACL, XIV, coll. 2294-2399; G. Zolli, S. Ambrogio e il culto dei santi, il culto dei martiri e della loro r., Roma 1945.

Pietro Palazzini
VII. CULTO DELLE R. NELLE RELIGIONI NON CRISTIANE. - Anche nelle religioni non cristiane quanto ha appartenuto a una persona reale (corpo intero o una sua parte, vesti, utensili, armi) è oggetto di venerazione e di culto. Talora l'attribuzione di tali oggetti può riferirsi anche a un essere mitico, dio o eroe, considerato come reale dalla fantasia del popolo e immortalato dal mito. La venerazione e l'uso delle r. è basato sul principio che il contiguo agisce sul contiguo; e quindi il contatto o l'uso di cose appartenute o collegate con una persona particolarmente ricca di potenza soprannormale produrrà gli stessi effetti di forza, di intelligenza, di preservazione da mali influssi di cui era capace la persona cui appartennero.

I primitivi ritengono che portare indosso, al braccio, al collo, sulle armi, capelli, denti, ossa di un personaggio potente, o ingerirne il cuore, il fegato, il rene, l'occhio, giova ad assimilarne le qualità ed assicurarsene la protezione in casi di maleficio e l'aiuto nelle varie imprese di caccia, di guerra, di preservazione in casi di malattia. Anche i luoghi resi sacri dal ricordo degli antenati mitici che vi hanno lasciato impronte di mani, di piedi, ecc. sono venerati al punto di diventare meta di pellegrinaggi, come avviene presso gli Arunta (Australia centrale) per le rocce e le pietre dove gli antenati mitici hanno lasciato traccia del loro passaggio.

Egitto. - E nota la venerazione degli antichi Egiziani per i 14 brani del corpo di Osiride disseminati dall'uccisore Seth per tutto l'Egitto. Sul luogo del ritrovamento furono eretti santuari; particolarmente celebre quello di Abido ov'era custodito il capo. Il Serspeo di Alessandria conteneva la mummia del bue Api, considerata come la r. dell'Osiride ultramondano (= Serapide).

Grecia. - In Grecia il culto degli eroi è essenzialmente il culto della loro tomba ( $\dot{\eta} \rho \hat{\rho} \rho \mathrm{v}$ ) che è il presidio più

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efficace per la città che la possiede. L'esaltazione della tomba-r. è evidente nella chiusa dell'Edipo a Colono di Sofocle dove Teseo, re di Atene, dichiara in nome di Edipo che se il sepolcro di costui sarà rispettato da orme e da roci umane deriverà al paese un'incolumità perpetua.

Oltre agli heroa erano r. celebri in Grecia la testa di Orfeo a Lesbo e a Smirne, la sua lira in vari luoghi, le ossa di Teseo in Atene, di Oreste a Sparta e cosi via; la lancia di Achille a Phasclis, lo scettro di Agamennone a Cheronea; e poi i sandali di Eleno, le uova di Leda, la creta con cui Prometeo foggio Deucalione e Pirra, ecc.

Roma. - In Roma erano r. insigni il Palladio di Enen, la tomba di Romolo nel Foro e la sua casa sul Germalo, la tomba di Acca Larenzia, la pila Horatia con le armature dei tre Curiazi, il tigillo sororio, i sandali e la conocchia di Tanaquilla, ecc.

Religioni universali, che hanno avuto un fondatore storico, come il buddhismo e l'islámismo, hanno di molto accentuato il culto delle r. relative al fondatore.

Buddhismo. - I luoghi santificatı dalle r. del Buddha sono quelle dove il suo culto in modo particolare si svolge. Dopo la sua morte a Kusinara le ceneri divise in otto parti furono distribuite alle gent: intervenute ai funerali, le quali provvidero a conservarle in appositi santuari (v. stupa). Tre ne sono stati ritrovati: a Piprawa nel Nepal, a Bimaren presso Cabul e a Peshawar; a Ceylon è venerato un suo dente; nella Birmania e nel nord dell'India si trovano localita ove sono venerate r. del Buddha.

Islámismo. - Anche presso i musulmani, pur essendo la religione contraria alla venerazione delle r., queste vengono venerate in quei paesi che vi erano disposti dalla propria tradizione etnica. Cosi un pelo della barba di Maometto è venerato a Bijapur nel Deccan, un capello a Rôhri nel Sind, le impronte dei suoi piedi a Ahmadabad, Gaur, Delhi: nell'Africa settentrionale sono in appositi santuari (marabutti) venerate le r. di famosi santoni musulmani.

BibL.: antichità: A. Erman, Die ägyptische Religion, $3^{2}$ ed., Berlino 1909 (trad. it. Pellegrini, Bergamo 1908): P. Pfister, Reifensienhuls im Altertum, 2 voll., Giessen 1909. Buddhismo: A. Wylus, Buddhist Refies, in Chinese Researches, Scianani 1897; L. A. Waddel, The Buddhism of Tibet or Lamaism, Londra 1892. Islamismo: I. Goldsdor, Muhammachanische Studien, II, Halle 1890, pp. 273-380; E. Doumic, Notes sur l'Islam maghrébin: les marabouts, in Revue de l'hist. des religions, 40-42 (1899-1900); R. Bower, Nidiremah et les Trams, Parigi 1901. Nicola Turchi

REMBRANDT (REMBRANDT HARMENsZGON VAN Rijn o van Ruijn). - Pittore e acquafortista, n. a Leida il 15 luglio 1606, figlio di Harmen Gerritsz, proprietario di un mulino sul Reno, donde il nome della casata van Rijn, con il quale R. firma sempre i suoi quadri; m. ad Amsterdam il 4 ott. 1669. E il più grande pittore olandese e uno fra i più grandi del mondo.

Allievo a Leida di Jacob van Swanenbourg, mediocre maestro locale, che però aveva viaggiato in Italia (1617), e di Jan Lievens, suo quasi coetaneo, il R. nel 1623 è per la prima volta ad Amsterdam per un periodo di sei mesi, sotto la guida di Pieter Lastman, maestro anche del Lievens e italianizzante dopo il soggiorno romano ( $1604-1607$ ), e di Jan Pynas, buon conoscitore anch'egli della pittura italiana, di cui aveva riportato soprattutto ricordi bolognesi e caravaggeschi. Le prime opere note di R. sono compiute in collaborazione con il Lievens : recano la doppia firma la Testa di Janciullo del Museo di Amsterdam e la Testa di vecchio del Museo di Schwerin. Di incerta attribuzione alcuni dipinti sicuramente di quegli anni, ove è difficile distinguere tra la mano di R., del Lievens e di un terzo pittore locale, Gerard Dou, di poco più giovane, che lavorava nella medesima bottega. Sia il
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(Int. del Museo)
Rembrandt (Rembrandt Harmenszoon van Rijn o van Ruijn) - La Ronda di Notte (dopo il nessuno del 1930) - Amsterdam, Museo di Stato.

Dou che il Lievens sono fortemente influenzati da R. anche in seguito, sebbene in un senso esteriore. Del 1626 sono le prime opere datate : il Tobia di Mosca, Il profeta Balaam del Museo Cognac-Lay di Parigi, piccole tavolette eseguite con una tecnica minuta, tersa e sottile; nel S. Paolo in carcere (1627) del Museo di Stoccarda, nell'Usuraia di Berlino, nel Vecchio che dorme (1629) di Torino, nel Geremia che piange la distruzione di Gerusalemme (1630), della Collezione Stroganoff di Leningrado, nell'Eremita leggente del Louvre, nel S. Anastasia di Stoccolma, nella Presentazione al Tempio (1631) del Museo dell'Aja è già il modo tipico di illuminazione violenta che più tardi verrà trasfigurata in luce magica, fantasmagorica; sulla tonalità bruna del fondo vibrazioni di luce sono suscitati da piccoli colpi di pennello. Nel 1631 R. lascia Leida e si stabilisce ad Amsterdam. Dell'anno successivo è il dipinto divenuto subito famoso: La lezione di anatomia del dottor Tulp (L'Aja, Mauritshuis), soggetto non nuovo nella pittura olandese (è del 1619 La lezione del dott. Sebastian Egbertcz intorno ad uno scheletro di T. Keyser, e del 1617 il Theatrum anatomicum di Mierevelt). In quest'opera di R. le immagini dei sette medici sono altrettanti forti ritratti che, se risentano della maniera rubensiana, sono di una sincerità così immediata da porre subito il R., ancora giovanissimo, in primo piano fra i ritrattisti del suo paese, che pur vantava in tal genere artisti di grande fama quali Thomas de Keyser; la composizione nel suo complesso per la disposizione delle figure mostra una indubbia conoscenza del Caravaggio, giustificata dalla vicinanza dell'Honthorst, del Baburen e del Terbruggen, quest'ultimo ritornato da Roma nel 1614.

Dello stesso periodo della Lezione di anatomia, sono il Ritratto di studioso di Leningrado e il Ritratto di Coppenol di Kassel, nonché molti altri ritratti che si avvicinano alla maniera più ricercata del Keyser, mentre quelli anteriori, risalenti al periodo di Leida, hanno un vigoroso e drammatico chiaroscuro e sottili effetti di luce vibrante schiettamente rembrandettiana (Autoritratto di Kassel, Torha, Lemberg, Byfleet, Boston, Budapest, Braunschweig, l'Aja). Molti i ritratti del padre e della madre e, a partire dal 1632, quelli della moglie Suskja che l'artista amava ritrarre in vesti ricchissime così come talvolta, negli autoritratti, si adornava in fogge strane e pompose (Autoritratto dell'Aja, di Kassel, di Vienna, collez. Lichtenstein, ecc.). Fra i più noti ritratti della moglie quelli del Museo Jacquemart André di Parigi, del Museo di Dresda, Kassel, Pittsburg e il doppio ritratto L'artista e sua moglie di Dresda e di Londra. Spesso i suoi personaggi diventano

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mitici, cosi Saskia in Betsabea (Madrid, 1634), in Flora e Danae (Leningrado 1634-36). Vi sono ritratti che raffigurano personaggi che potrebbero essere biblici o alti dignitari e che R. rappresenta in vesti di broccato, con turbanti orientali e mantelli scuri; vengono comunemente detti Rabbini. I soggetti biblici sono i temi favoriti dell'artista che, pur attenendosi con fedeltà ai testi, li trasfigura in una sua visione poetica e pittorica che trascende il racconto : Riposo nella fuga in Egitto (L'Aja, 1634-35), Storie della Croce (Monaco e Leningrado), Sacrificio d'Abramo (ivi, 1635), Sansone e i Pilatesi (Pescocforte), Tobia e l'Angelo (Louvre, 1637). Notevolissimo il trattamento del paesaggio, soggetto a sé in una quindicina di quadri compiuti tra il 1638 e il 1648 ; nella visione dell'insieme che è fantastica si incontrano annotazioni precise di particolari dal vero. Indubbio in essi l'influsso di Hercules Seghers che lasciò bellissimi paesaggi in numerose acqueforti di grande potenza.

Il 1642, anno del celebre quadro La renda di notte (Amsterdam, Rijksmuseum), vastissima composizione ove è colto in movimento il gruppo degli armigeri in forti contrasti di luce, segna con la morte dell'amata Saskia l'inizio di un periodo nuovo nella vita e nell'arte di R.; anni di dolore e di disgrazia nei quali l'artista si riduce a vita solitaria e modesta con la fedele governante Hendrickje Stoppels, divenuta più tardi sua moglie, e l'unico figlio superstite di Saskia, Titus, che si ritrovano in molti ritratti degli anni successivi (da un inventario del 1656 si conosce l'immensa raccolta di oggetti d'arte che R. aveva riunito nella sua casa negli anni felici, seguiti dal totale dissesto finanziario). Ma la sua attività continua; oltre a tante altre opere sono del 1660 l'Autoritratto degli Uffizi del Louvre, del 1661 il capolavoro I sindaci dei drappieri (Amsterdam, Museo). Tra le estreme opere del maestro la tragica Spesa ebrea di Amsterdam, la Famiglia del Museo di Braunschweig, Il ritorno del figliuol prodigo di Leningrado; il colore è pastoso, plastico con bagliori di luce irreale. Più di trecento acqueforti e 1500 disegni rappresentano inoltre la parte non certo meno viva dell'attività di R. Celebri le acqueforti della Madre, del Padre, La morte della Vergine (1639), La risurrezione di Lazzaro, Cristo davanti a Pilato, Le tre croci, ecc., i "paesaggi " tra cui Il ponticello di Six (1645) e i famosi Tre alberi dove il segno è sempre potente e personalissimo; anche qui R. trasforma scene familiari in evocazioni di grandiosi avvenimenti biblici. Fra i suoi allievi eccelle Karel Fabricius; e, fra gli altri, Govert Flinck, Ferdinand Bol, Jan Victors, Barent Fabricius, Samuel van Hoogstraten, Nicolas Maes. - Vedi tav. XXXIX.

BibL.: O. Benesch, s. v. in Thieme-Becker, XXIV (con bibl. fino al 1935); A. Bredius, R. Gemälde, Vienna 1935; F. Davis, $A$ drawing by Titus, son of R., in Ill. London News, 1935. n. 2003; id., Another drawing by Titus, ibid., 1939, n. 5220; F. Schmidt Degener, La double carrière de R., in Gazette des beaux arts. 1936, p. 32; L. R. Münz, R., in Die Graphischen Künste, 1937, n. 4; A. De Witty, Sulle acqueforti di R., in Arte, 41 (1938), p. 110; F. Seal, R.'s Sacrifice of Mancah. Londra 1939; A. C. Coppier, Acqueforti di R., Novara 1941; E. Kieser, Uber R. Verhältnis zur Antike, in Zeitschrift f. Kunstgesch., 1941-42, p. 129; A. Muñoz, R., Roma 1941; A. Petrucci, R. e l'amico Six, in Primato, 1941, n. 1; A. Hyatt Mayor, R. in Italy, in Bull. of the metrop. Mus. of art, 1942, n. 2; O. Bodmer, R., Parigi 1942; C. Tolnay, The Syndics of the drappers guild by R., in Gazette des beaux arts. 1943, p. 31; W. Pinder, R. Sebstbildnisse, Lipsia, 1943; O. Benesch, R. and the Gothic tradition, in Gazette des beaux arts. 1944, p. 285; O. Benesch, R. Choix de dessins, Londra 1947; L. Muro, A newly discovered late R., in The Burling. Mag., 1948, p. 64; A. Ruber, R. e il suo tempo, in Emporium, 1949, p. 69; H. Bramsen, The classicism of R.'s a Bathsheba s, in The Burling. Mag., 1950, p. 128; H. Francis, R. portrait of a youngstudent, in The Bulletin of Cleveland Museum of Arts, 1950, n. 9; A. E. Popham, A drawing by R., in The British Museum Quarterly, 1951, p. 6.

REMIGIO di Auxerre. - Benedettino, esegeta, teologo, grammatico, n. poco dopo l'841, m. a Parigi prima del 908.

Monaco nell'abbazia di S. Germano di Auxerre ( $861-82$ ), fu discepolo di Heiric, a cui successe ca. l'876 come direttore della scuola del monastero. Nell'893 fu chiamato, col suo compagno Hucbald di St-Amand, da

Folco, arcivescovo di Reims per restaurare le due scuole cattedrali remensi, superiore e inferiore; e dopo la morte di Folco passò a Parigi, dov'ebbe tra gli alunni Odone, futuro abate di Cluny.

Colto, ma poco originale, la sua attività si ridusse a compilazioni sia nel campo letterario, che scritturistico. Nel campo letterario si hanno commentari all'Ars grammatica minor e maior di Donato; alla Iustitutio e al De XII versibus Vergilii di Prisciano, all'Ars grammatica di Foca, all'Ars de verbo di Eutiche, al De metrica arte di Bodo, al Distbice Catenis, alle satire di Gioventie, ai poemetti di Sedulio e di Prudenzio, al De nuptiis philologine et Mercurii di Marziano Capella, alle commedie di Terenzio, alla vita di Persio; inoltre estratti da Valerio Massimo e una Espositio sul De consolatione philosophiae di Boezio (alcune di queste opere sono ancora inedite: per la ed. delle altre, cf. Manitius, I, 504-19; II, 808809 sg.; III, 1063 sg.). Nel campo scritturistico e liturgico, si hanno di lui: una Espositio super Genesim ed Enarrationes in Psalmos (PL 131, 52-844). Vanno sotto il nome di Haimo di Halberstadt i commentari sui profeti minori, sulle lettere di s. Paolo, sul Cantico dei Cantici e sull'Apocalisse (PL 171, 9 sgg.). Tra le opere di Alcuino va invece una Espositio de celebratione Missae (PL 161, 1246); gli si attribuiscono anche un Tractatus de dedicatione Ecclesiae (PL 131, 845), dodici Homiliae, due Epistolae ed un trattatello De Musica (PL 131, 866).

Nella sua scuola R. si occupò pure della questione degli universali e pare abbia tentato un compromesso fra l'estremo realismo di Scoto Eriugena e l'antircalisme del suo maestro Heiric. A Reims, introdusse per primo la dialettica, investigò pure il problema della origine dell'universo, dando una interpretazione cristiana ai passi di Marziano Capella, dove questi parla del mondo invisibile delle idee. R. è uno di quegli scrittori della tarda età carolingia che, nonostante la scarsa originalità, contribuirono a mantenere viva la cultura letteraria instaurata per opera di Carlomagno e di Alcuino.

BibL.: oltre al Manitius, lor. cit., cf. PP. Maurini, Hist. iit. de la France. VI. Parigi 1742, pp. 99-122; M. Chappuyns, Le plus ancien commentaire des a Opusculo sacra: et son origine, in Rech. de théol. anc. et medici., 3 (1931), pp. 237-72; M. Manitius, Zwei R. Kommentare, in Neues Archiv, 49 (1932), pp. 172183; J. R. Geiselmann, Der Einfluss des R. v. A. auf die encharistische Lehre des Heriger v. Lobbes, in Theol. Ouartalschr., 124 (1943), pp. 222-44; O. Wulf, Storia della filosofia medievale, I, Firenze 1944, p. 147.

Felice da Maroto -
REMIGIO de' Girolami. - Teologo domenicano, n. a Firenze nel 1235, m. ivi nel 1319. Studio a Parigi, ove ebbe maestro s. Tommaso d'Aquino; insegnò per 42 anni nel convento di S. Maria Novella a Firenze ed ebbe fra i discepoli Dante Alighieri. Due volte priore (1294, 1313) nel convento fiorentino, fu pure superiore della provincia romana (1309-11). Spiegò forse le Sentenze a Parigi (12841285) ove fu promosso maestro nel 1303. Consigliere ricercato, fu più volte ambasciatore della Repubblica.

Lasciò poesie in latino e in volgare, molte prediche e vari trattati di filosofia e di teologia dogmatica e morale. Quasi tutte le sue opere sono ancora inedite (Firenze, Biblioteca nazionale). Si ricordano: Quaestiones theologicae per alphabetum (la questione Determinatio de uno esse in Christo fu stampata da M. Grabmann in Miscellanea Thomista, Barcellona 1925, pp. 257-77); Contra falsos Ecclesiae professores (originale sintesi apologetica, interessante per la storia della cultura); De misericordia; De iustitia; De contrarietate peccati; De peccato usurae; De bona pacis; De bona communi. Dappertutto R. mostra un grande attaccamento e una sincera devozione alla dottrina dell'Aquinate.

BibL.: V. Fineschi, Memoric istoriche.... I. Firenze 1730, pp. 157-257; G. Salvadori - V. Federici, I sermoni d'occasione, le sequenze e i ritmi di R. G., Roma 1901; I. Taurisano, Discepoli e biografi di s. Tommaso, ivi 1924, pp. 23-29; M. Grabmann, Fra R. G. discepolo di t. Tommaso d'Aquino e maestro di Dante, in La scuola cattolica, 53 (1925), pp. 267-81, 347-68; id., Mit-

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(da Reims, la France illustree, Parigi s. d., pp. 21-26: Remigio, vescovo di Reims, santo - Il martirio di s. R. Scultura (sec. XIII) sulla facciata settentrionale del transetto della Cattedrale - Reims.
tributierliches Geisterleben, I. Monaco 1926, pp. 361-73; II, ivi 1926, pp. 530-47; I. Biriere, s. v. in DThC, XIII, coll. 2376-79. Acta cap. prov. provinciae Romanae, ed. Th. Käppeli-A. Dondame (Monaco, O. P. hist., 20), Roma 1941, pp. 37, 103, 111, 128, 145, 154; M. De Wulf, Stor. della filosofia mediee., II, Firenze 1945, p. 196.

Alfonso D'Amato
REMIGIO, arcivescovo di Lione. - Cappellano dell'imperatore Lotario e del re Carlo di Provenza, arcivescovo di Lione nell'852, ottenne, per il favore che godé presso i principi, la restituzione dei beni di cui la Chiesa di Lione e diversi monasteri erano stati spogliati nelle guerre precedenti.

Prese energicamente parte nell'affare di Godescalco il quale aveva riacceso la controversia sulla predestinazione e per questo fu trattato con eccessivo rigore da Incmaro di Reims. Le due risposte a Incmaro da parte della Chiesa di Lione: il Liber de tribus epistolis e l'Abvollutio quaestianis de generali per Adam damnatione attribuite a R. (PL. 121, 985-1084) sembrano invece da attribuire al diacono Floro (Revue bénédictine, 42 [1930], pp. 149-62). L'importanza di R. appare nei Consoli di Valenza (855), di Langres e di Savonnière (859) in cui la doppia predestinazione agostiniana fu difesa contro le tesi di Incmaro e di Scoto Eriugena, come pure nel Concilio di Thuzey (860) che pose fine alla controversia. Morto il 28 ott. 875 , seppellito nella chiesa di S. Giusto, nel 1287 fu trasferito alla Cattedrale; i suoi resti furono dispersi durante le guerre di religione. La festa è, nel Breviario di Lione del 1692, al 26 ott., riportata oggi al 29.

Bibl.: Acta SS. Octobris, XII, Parigi 1867, pp. 678-99; PP. Maurini, Hist. Lit. de la France, V. ivi 1740, pp. 449-6r; H. Schrörs, Hincmar, Erobischaf v. Reims, Friburgo in Br. 1884, pp. 128-31; Hefclc-Leclercq, IV, pp. 181-86, 201-10, 216-32, 1390-98; B. Lavaud, Pridestination, in DThC, XII, it. coll. 2901-35.

Clemente Schmitt
REMIGIO, vescovo di Reims, santo. - E commemorato nel Martirologio geronimiano il 15 genn., nel Romano il 13 e nei martirologi storici del medioevo il $1^{\circ}$ ott., però il vero "dies natalis" rimane ignoto.
N. nel 439 da nobile famiglia, fu educato a Reims. Ancor giovane fu eletto vescovo e governò la diocesi per oltre 70 anni adoperandosi principalmente per la conversione dei barbari. Appena salito al trono dei Franchi Clodoveo (48I), gli scrisse una lettera esortandolo a governare con moderazione e nel Natale del 496 lo battezzò insieme con molti dei suoi sudditi. M. verso il 530 e fu sepolto nella chiesa di S. Cristoforo, che da lui prese poi il nome.

Rimangono di R. alcune lettere (MGH, Epist., III, pp. 113-16) ed il testamento in due redazioni, di cui una interpolata. La sua biografia fu scritta da Incmaro verso l'878 ma con dati leggendari; un'altra più antica e più breve, attribuita a Venanzio Fortunato, è anch'essa poco attendibile.

Bibl.: S. Gregorio di Tours, In gher. confest., 78; id., Hist. Franc., II, 31; Acta SS. Octobris, I, Parigi 1867, pp. 59-187; MGH, Script. rer. Mervis., III, pp. 239-349; Anal. Bull., 13 (1897), pp. 348-50; L. Duchesne, Fantes épiscopaux de l'ancienne Gaule, III, Parigi 1915, p. 81 sg.; Martyr. Hieronymianum, p. 42; Martyr. Romanum, p. 19 sg.

Agostino Amore
REMIGIO, arcivescovo di Rouen. - Figlio naturale di Carlo Martello, educato alla corte, successe a Rainfroi nell'arcivescovato di Rouen ca. il 754-55.

Dopo una missione affidatagli dal fratello Pipino il Piccolo presso Paolo I, nel 769 , introdusse a Rouen, seguendo l'esempio di s. Grodegondo a Metz, il canto e gli usi liturgici romani estesi in seguito, per decreto reale, a tutta la Chiesa franca: Inviato presso Desiderio, re dei Longobardi, gli chiese la restituzione del patrimonio di S. Pietro. Si crede inoltre che fosse stato incaricato di riportare da Fleury (St-Benoit-sur-Loire) a Montecassino il corpo di s. Benedetto, ma ne sarebbe stato impedito, al dire della leggenda, da un fatto miracoloso. Morto a Rouen verso il 771-72, fu sepolto nella Cattedrale donde il corpo fu trasferito, sotto Carlo il Calva, a S. Medardo di Soissons, poi nel 1090 a St-Ouen di Rouen dove scomparve nel saccheggio dell'abbazia da parte degli ugonotti. Il vescovo Francesco I di Harlay ne inserì il nome e la festa ( 19 genn.) nel Breviario di Rouen del 1627.

Bibl.: la sola Vita conosciuta, da un manoscritto di St-Ouen di Rouen, del xili sec. (cf. Anal. Bolland., 23 [1904], 197), e pubblicata da Martene-Durand, Landeccius e Kollarius, cf. BHL, 7174: Acta SS. Tommarii. II, Anversa 1643, pp. 235-36; A. Collette, Hist. du Bréviaire de Rouen, Rouen 1902, pp. 33, 295, 243, 256-57.

Clemente Schmitt
REMINISCENZA. - In senso generico (da reminiscent) indica memoria, ricordo.

In filosofia il termine (gr. $\dot{\alpha} v \dot{\alpha} \mu v \varepsilon \sigma \iota \varsigma$ ) ebbe significato tecnico nel platonismo dove indicò il processo della mente dalla percezione sensibile al ricordo dell'idea (r.): - E proprio dell'uomo intendere per mezzo dell'idea ( $\varepsilon i \delta \mathrm{s}$ ), la quale da molte rappresentazioni sensibili perviene a unità razionale: il che non è se non r. ( $\dot{\alpha} v \dot{\varepsilon} \mu v \varepsilon \sigma \iota \varsigma$ ) di quelle cose che l'anima nostra ha una volta vedute, quando era al séguito di un dio "(Phaedr., 249 c; cf. ibid., 250 a;
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(frz. Enc. Catt.) Remigio, vescovo di Reims, santo - S. R. guarisce