\varsigma$ ) di quelle cose che l'anima nostra ha una volta vedute, quando era al séguito di un dio "(Phaedr., 249 c; cf. ibid., 250 a;

(frz. Enc. Catt.) Remigio, vescovo di Reims, santo - S. R. guarisce un cieco, di Renato Levieux (1625-98) - Roma, chiesa di S. Luigi dei Francesi.
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e Men., 81 c, 86 a-b). In Aristotele, caduto il significato gnoseologico-metafisico di Platone (che fu accolto più tardi, come sembra, nel primo pensiero agostiniano: cf. Ch. Boyer, L'idée de verite dans la philosophie de st Augustin, $2^{2}$ ed., Parigi 1941, pp. 213-15), r. è intesa in senso esclusivamente psicologico. A differenza della memoria ( $\mu \nu \dot{\eta} \mu \mathrm{s}$ ) che è passiva conservazione e riconoscimento degli anteriori contenuti di coscienza, la r. è il processo attivo del richiamare e far rivivere il passato. Essa è quindi una "ricerca" ( $\zeta \eta \gamma \chi \sigma i \varsigma$ vic) e quasi «una specie di sillogismo" ( $\sigma \cup \lambda \lambda \sigma \gamma \iota \sigma \mu \dot{\varsigma}$ vic), per cui mentre la memoria appartiene anche ai bruti, la r. è propria dell'uomo che possiede la facoltà di deliberare (De mem. et remin., cap. 2, 253 a 7 sgg.; cf. comm. di s. Tommaso, lect. 82, ed. Spiazzi, Torino 1949, n. 398 sgg., e Sum. Theol., 12, q. 78, a. 4). Distinzione peraltro secondaria, in quanto, ammesso l'evidente carattere attivo della memoria umana, la r. può intendersi come la stessa memoria in atto, secondo le leggi fisio-psichiche (ivi inchiuse il potere direttivo del soggetto autocosciente), condizionanti l'associazione dei contenuti di coscienza.
Il senso aristotelico, non del tutto scomparso (lo ha ripreso, tra altri, il Rosmini), è però oggi assai raro e anzi ha ceduto a un significato opposto. Secondo E. Baudin (Corso di psicologia, trad. it. di G. Lorenzini, Firenze 1948, p. 283), r. è «un'evocazione senza riconoscimento», e cioè inavvertita, di ricordi già sepolti. Questo significato è vivo nel linguaggio corrente che designa come r. il ripresentarsi spontaneo alla coscienza di dati e rappresentazioni (frasi, detti, testi...) anteriormente eruti, ma non riconosciuti come tali (r. «inconscio s). Nell'uso corrente r. vale anche e ricordo incerto, vago e; ma tale significato non è, per lo più, accolto in psicologia.
Bibl.: oltre le opere citate, v., per informazioni generali, C. Ranadi, Dizion. di scienze filor., $4^{2}$ ed., Milano 1943, pp. 10821083; A. Lalande, Vocab. technique et crit. de la philos., $3^{2}$ ed., Parigi 1947, pp. 898-99; H. Bergson, Motière et mémoire, $46^{2}$ ed., Parigi 1946, cap. 2, p. 31 sgg.; v. anche memoria. Ugo Viglino
REMISSIONE DEI PECCATI: v. ASSOLUZIONE; CONTRIZIONE; PENITENZA.
REMISSORIE LETTERE : LETTERE ECCLESIASTICHE.
REMLING, Franz Xaver. - Sacerdote, archivista e storico, n. a Edenkoben (Palatinato) il 10 luglio 1803, m. ivi il 28 giugno 1873.
Archivista vescovile, poi parroco, dal 1852 canonico a Spira, storiografo ufficiale della diocesi e membro dell'Accademia di Monaco, pubblicò una serie di opere storiche accurate e documentate. Le principali sono: Die Geschichte der Bischöfer zu Speier (2 voll., Magonza 1852-54), cui seguirono come Urhundenbuch (fino al 1803) altri due volumi (ivi 1852-53); e come continuazione: Neuere Geschichte der Bischöfe zu Speier mit Urhundenbuch (2 voll., Spira 1867); Nikolaus von Weis; Bischof von Speier im Leben und Wirken (2 voll., ivi 1871); Karl von Geissel, Bischof von Speier und Erabischof von Köln sammt Urhundenbuch (ivi 1873). Si occupò inoltre della storia di abbasie: Urkundliche Geschichte der ehemaligen Klöster und Abteien ( 69 di numero) in Rheinbaiern (2 voll., Neustadt 1836); Denkschrift über das Reformationswerk in der Pfalz (fino al 1592; Mannheim 1847); Die Rheinpfalz in der Revolutionszeit von 1872-98 (ivi $1865 ; 2^{2}$ ed., ivi 1867 ). Con J. M. Frey pubblicò : Urhundenbuch des Kloster Otterberg in den Rheinpfalz (ivi 1845).
Bibl.: J. Baumann, Dr. F. X. R. Eine Denkschrift zum 100. Geburtstag, Spira 1903.
Celestino Testore
REMUZAT, Anne-Madeleine, venerabile. - Visitatadina propagatrice del culto del S. Cuore, n. a Marsiglia nel 1696, ivi m. il 15 febbr. 1730.
Entrò nella Visitazione di Marsiglia, dove le fu rivelato che doveva continuare l'opera di s. Margherita Maria. La sua fama di santità si impose presto anche fuori del monastero. R. annunziò la peste che doveva devastare Marsiglia, se la città non si emendava, e, poi, la fine del flagello a condizione che fosse istituita
la festa del S. Cuore per l'indomani dell'ottava del Corpus Domini (1720). Vari anni prima di morire ricevette lestimmate. Le sue ceneri furono disperse durante la Rivoluzione, ma il suo cuore fu salvato e riposa alla Visitazione, neli Marsiglia.
R. scrisse gli statuti dell'Arciconfraternita dell'Adorazione Perpetua del S. Cuore. Ebbe corrispondenza atti. vissima con molte persone, della quale però rimangono sola alcuni frammenti di lettere indirizzate al suo direttore p. Girard. Si trovano inoltre frammenti dei suoi scritti nelle opere del p. Jacques, particolarmente nella biografia della R. pubblicata da questi nel 1760 .
Bibl.: M. Gasquet, La v'inerable A.-M. R., Parigi 1939, anon., La propagatrice du Sucri Cucur, par une religieuse de la Visitation (s. n. t.).
Ferdinando Renaud
RENAN, ERNEST. - Orientalista, n. a Tréguier in Bretagna il 17 febbr. 1823, m. a Parigi il 2 ott. 1892. Orfano di padre a cinque anni, nel 1838 R. entrò nel Seminario minore di S. Nicola du Chardonner a Parigi, nel 1841 passò in quello di Inev, ove si sarebbe manifestata la prima crisi filosofica. I dubbi continuarono, facendosi più acuti, durante il soggiorno a S. Sulpizio, ove R. iniziò la studio dell'ebraico con il prof. Le Hir (v.) e si appassionò per la critica biblica dei razionalisti tedeschi. Nel 1845 abbandonò il Seminario e la fede.
Nel 1849 ottenne di essere mandato per una missione scientifica nelle biblioteche d'Italia, ove lavorò molto sulla tesi di laurea intorno all'averroismo. Nel 1851 ebbe un posto nella Biblioteca nazionale di Parigi. R. ritornò più volte in Italia ed in Oriente ( 1860,1864 sg.) per ricerche scientifiche e per motivi di salute. Nel 1862 gli fu assegnata la cattedra di ebraico nel Collège de France, da cui fu sospeso ( 1864 ) in seguito alla reazione cattolica per la sua Vie de fésus. Nel giugno 1878 fu eletto accademico di Francia.
Per motivi ideologici, per la sua grande abilità stilistica e per una certa teatralità di carattere, R. riscosse una fama ed un'opposizione immeritate. La sua esegesi è talvolta superficiale e soggettiva. R. stesso confessa nella prefazione alla vita di Cristo che i testi, ove è necessario, devono essere "sollecitati dolcemente per ottenere un'interpretazione di gusto». Per i suoi tempi avevano un indiscutibile valore scientifico le sue opere di carattere filologico. Come storico del popolo ebraico e delle origini del cristianesimo, R. manifesta un'intelligenza acuta, oltre ad un'arte stilistica innegabile, ma la sua opera è guidata da scetticismo, da un'esegesi razionalistica e spesso fantastica e da evidente simpatia od antipatia per la materia trattata; basta confrontare il profilo romantico di Gesù e quello astioso di s. Paolo.
Le sue opere principali sono: Averroès et l'averroïsme (Parigi 1852; $3^{2}$ ed. ivi 1869); Etudes d'histoire religieuse (ivi 1857); Le livre de Job traduit de l'hébren (ivi 1858); Le Cantique des Cantiques traduit de l'hébren (ivi 1860); Observations épigraphiques (ivi 1867); Nouvelles observations épigraphiques (ivi 1867); L'Ecclésiaste traduit de l'hébreu avec une étude sur l'âge et le caractère du livre (ivi 1881). Vi è inoltre l'Histoire des origines du christianisme ( 8 voll., ivi 1863-85), che si apre con la famosa Vie de fésus (ivi 1863), la quale ebbe un successo enorme. Nel medesimo anno apparve una traduzione italiana (a
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(Int. Alinari)

(Int. Alinari)
In alto: IL BUON SAMARITANO - Parigi, Louvre. In basso: LA CENA DI EMMAUS - Parigi, Louvre.
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A sinistra: CROCIFISSO - Roma, chiesa di S. Lorenzo in Lucina. A destra: APPARIZIONE DELLA VERGINE A S. FILIPPO NERI Roma, chiesa di S. Maria in Vallicella.
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Milano con un procmio, notevole per il suo astio anticattolico, di Filippo de Boni) ed in varie altre lingue. Seguono i voll. Les Apôtres (1866); St Paul (a voll., 1869); L'Autéchrist (1873); Les Evangiles et la seconde génération chrétienne (1877); L'Eglise chrétienne (1879); Marc-Aurèle et la fin du monde antique (1881). Successo minore ottenne l'Histoire du peuple d'Iraél ( 5 voll., ivi 1887-93). Di carattere biografico sono le opere Souvenirs d'enfance et de jeunesse (ivi 1883) e non poche altre pubblicate postume. Tutte le opere citate, e altre ancora, sono all'Indice (cf. ed. del 1948, pp. 400-401).
Bbbl.: St. Dormestres, La vie d'E. R., Parigi 1898; G. Sorel, Le système historique de R., 4 voll., ivi 1903; Ch. Denis, La critique straligieuse de R., ivi 1905; H. Parigiot, R., l'egaleme intellectuel, ivi 1909; P. Guilloux, L'esprit de R., ivi 1920; W. Küchler, E. R. Der Dichter und der Künstler, Gotha 1921; M.-J. Lagrange, La Vie de Ycms d'après R., Parigi 1923 (cf. Rev. bibl., 27 [1918], pp. 432-506); P. Lascire, Le joumese d'E. R., 3 voll., ivi 1923-25; E. Renard, R., les étapes de sa pensée, ivi 1928; H. Pechari, R. d'après lui-même, ivi 1937; R. Dussaud, L'oeuvre scientifique d'E. R., ivi 1931. Angelo Penna
RENANO, Beato. - Erudito ed editore tedesco, di famiglia originaria di Rheinau (Alsazia infer.) il cui cognome era Bild, n. a Schlettstadt il 22 ag. 1485, m. a Strasburgo il 20 luglio 1547.
Studiò a Parigi nel 1503-1507 ove ebbe maestro di filosofia aristotelica J. Le Fèvre d'Etaples; fu a Strasburgo nel 1509-10, a Basilea dopo il 1511 e nella città natale dopo il 1526 , dove non ebbe uffici o dignità ma attese a lavori di filologia e storia. Fu in relazione con i più illustri dotti e stampatori dell'età sua, particolarmente con Erasmo e come lui da principio salutò con simpatia la riforma di Lutero, specie quanto alle indulgenze ed alla confessione auricolare; ma se ne allontanò quando s'accorse del suo carattere rivoluzionario. Curò le edizioni di Erasmo (ed. di Basilea 1540) e di altri umanisti, come pure di Padri della Chiesa (Gregorio di Nissa, Prudenzio, Origene) e di classici latini (Plinio il giovane, Svetonio, Seneca, Tacito); notevoli le edizioni principi di Velleio Patercolo (Basilea 1520), di Tertulliano (ivi 1521). Pubblicò il primo commento alla Germania di Tacito allora scoperta, e nel Beram Germanicarum libri tres (ivi 1551) diede il miglior lavoro dell'umanesimo tedesco nel campo delle ricerche storico-critiche. La sua introduzione alla liturgia di s. Giovanni Crisostomo fu scoperta in Inghilterra nel 1932.
BibL.: J. Sturm, Vita Beati Rhenani, Basilca 1551; A. Horowitz, B. Rh., in Sitzengber. d. Wien. Akad., phil.-hist. Klasse, 70-73 (1871-72); id., Die Bibliothek und Korrespondenz des B. Rh., ibid., 78 (1874); id. - K. Hartfelder, Der Briefwechsel des B. Rh., Lipsia 1886; W. Teichmann, Die Strahl. Haltung des B. Rh., in Zeitschr. für Kirchengesch., 1905, p. 363 sgg . Pio Paschini
RENATA di Francia, duchessa di Ferrara. Figlia del re di Francia Luigi XII e di Anna di Bretagna, n. nel castello di Blois il 25 ott. 1510, m. nel castello di Montargis il 12 giugno 1575. Educata con grande cura, mostrò disposizioni per lo studio e soprattutto per le questioni religiose; sotto l'influsso del suo maestro Le Fèvre d'Etaples (v.) si orientò verso la riforma della Chiesa, concepita però in senso cattolico.
Fidanzata a Carlo d'Austria (il futuro Carlo V), piú si fratello di lui Ferdinando, quindi a Enrico VIII di Inghilterra, sposò Ercole II d'Este, duca di Ferrara, figlio di Lucrezia Borgia, il 28 maggio 1528 a SaintGermain; la sua dote fu costituita dai Ducati di Chartres e di Montargis.
Ercole e R., ambedue colti e mecenati, fecero della loro dimora una brillante accolta di uomini insigni : fra cui Bernardo Tasso, padre di Torquato. R. si fece subito notare come protettrice dei riformisti perseguitati dalla Chiesa; Ferrara divenne cosí il centro di una colonia di rifugiati; notissimi il poeta Marot e Calvino, accompagnato dal suo amico du Tillet. Il soggiorno di Calvino, però, durò solo dalla metà di marzo alla fine di apr. 1536. Uno dei «luterani» nella corte estense, a nome Jehannet, che apparteneva alla conventicola di Marot, arrestato e messo alla tortura, confessò che molti di quelli che ave-
vano cercato la protezione di R. favorivano le nuove dottrine; ciò diede luogo a una inchiesta e Calvino stimò prudente allontanarsi in compagnia del du Tillet. R. però tenne relazioni epistolari con Calvino; le dodici lettere che ne rimangono indicano lo spirito che la duchessa conservò fino alla morte (ed. J. Bonnet, Lettres frangaises de Jean Calvin, 2 voll., Parigi 1854). La prima, che il Bonnet cegna con la data 1541 , sembra essere piuttosto del 1537. E la più lunga e la più virulenta; Calvino mette in guardia R. contro il suo cappellano Francesco (Richardot), presentandolo come un uomo senza coscienza, avido di denaro, di dubbia onestà; contro di lui si scaglia per aver consigliato R. ad assistere alla Messa "il sacrilegio più esecrabile che si possa concepire" ( $s p . c i t ., \mathrm{I}, \mathrm{p} .49$ ). La seconda è del 6 ag. 1554 : come la prima e le successive, è firmata con lo pseudonimo Charles d'Espeville, e incoraggia R. a resistere alle pressioni di suo marito e soprattutto di suo nipote, il re di Francia Enrico II, e insieme annunzia l'arrivo di un cappellano sicuro (calvinista), Francesco de Morel. R. era stata condannata da suo marito alla residenza sorvegliata nel Castello di Este : dovette per un certo tempo subire la condanna. Calvino le scrisse il 2 febbr. 1555 per consigliarle la penitenza e prometterle il perdono di Dio ( $s p . c i t ., \mathrm{I}$ ), pp. 4-7). La lettera successiva, del giugno 1555 , fu recata dal marchese de Vico, passato al. eresia : contiene l'incoraggiamento a R. di resistere a suo marito e alla Chiesa (ibid., p. 57 sgg.). La quinta, del 20 luglio 1558, ha lo stesso contenuto delle precedenti (ibid., p. 215 sgg.). R., rimasta vedova il 3 ott. 1559 , ritornò in Francia nel sett. 1560 . Il Muratori attesta che fu rimpianta dalla popolazione per la sua bontà e generosità (Antichità estensi, II, p. 389). Calvino le scrisse il 5 luglio 1560 per disapprovare la sua partenza da Ferrara (J. Bonnet, Lettres, II, p. 537 sgg.). Le due lettere successive, 16 genn. 1561 e febbr. 1562 (ibid., pp. 386 e 456 ) le esprimono i rallegramenti per il coraggio con il quale ha preso la difesa dei «riformati». Nell'altra è indicato accanto a R., in qualità di cappellano, quello stesso Francesco de Morel che essa aveva già avuto a Ferrara e che era diventato il principale pastore di Parigi. La nona lettera (10 maggio 1563) loda R. per l'atteggiamento assunto durante la prima guerra di religione (ibid., p. 513 sgg.). La decima, dell's genn. 1564 (ibid., p. 545), la mette in guardia contro l'indulgenza verso i cosiddetti "riformati" che venissero consacati dal concistoro di Montargis, residenza della duchessa, per i loro cattivi costumi. E Calvino le fa dono di una medaglia d'oro coniata da Luigi XII di lei padre, al tempo dei suoi urti con il papa Giulio II, con questa iscrizione: Perdam Babylonis nomen. La duchessa lo ringraziò vivamente del dono "che non ha l'eguale» come dice. "E lodato Dio, aggiunge, che il defunto re, mio padre, abbia preso tale decisione. Se Dio non gli ha concesso la grazia di mandarlo ad esecuzione, forse spetterà ad uno dei suoi discendenti di eseguirla in sua voce" (ibid., p. 549).
Nelle due ultime lettere, Calvino, ormai vicino a morire, cerca di scolpare i suoi correligionari della rabbia con la quale oltraggiavano la memoria del duca Francesco di Guisa, assassinato dinanzi ad Orléans, mandandolo all'inferno. R. era la suocera e protestava contro tale cattiveria ( 24 genn. e 4 apr. 1564 : ibid., pp. 550 e 558 ). R., a Montargis, si mantenne estranea alle lotte che inunguinavano la Francia e che ella disapprovò totalmente.
Bibl.: B. Fontana, R. di F., 3 voll., Roma 1889-90; C. A. Cornelius, Historische Arbeiten, Lipsia 1899, pp. 103-23; E. Doumergue, Jean Colvin. Les hommes et les chaves de son temps, 8 voll., Losanna-Parigi 1800-1921, particolarmente il vol. II, pp. 3-94; V. Pacifici, Luigi d'Este, in Atti e memorie della Società Tiburtina di storia e d'arte. 24 (1931), p. 3 sgg. (con bibl.). Leone Cristiani
RENATO, CAMILlo. - Pseudonimo di eretico antitrinitario e anabattista italiano, n. in Sicilia all'inizio del sec. xv, m. dopo il 1571 a Caspatto. Con tutta probabilità è il minorita Paolo Ricci, noto anche quale Lisia Fileno. Nel 1542 lo si trova in esilio in Valtellina con il Curione; nel 1545 era maestro di scuola a Chiavenna.
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Come lo Stancaro e Lelio Socini, svolse in modo proprio e radicale, sulla base di un'interpretazione filo-logico-razionalistica della Bibbia, la dottrina cristiana, particolarmente quanto al Battesimo e alla Cena, sotto l'influsso del simbolismo zuingliano. Ritenne il Battesimo semplice professione di fede e pertanto valido esclusivamente negli adulti, anzi addirittura puro segno della rinascita nello Spirito già avvenuta e per sé non necessario. Nella Cena non vide uno speciale pegno di Grazia e neppure una fonte di rinvigorimento spirituale, ma solo una testimonianza della fede dei credenti nel Regno di Dio. Una tale rinascita spirituale, con giustificazioni e sviluppi procedenti dall'influsso platonico, in contaminazione con motivi averroistici, si presenta nella dottrina del R. circa il sonno delle anime dopo la morte e la vera vita riservata alle anime salve al loro risorgere dopo il Giudizio universale. Per queste idee, espresse per una cerchia ristretta in un Trattato del Battesimo e dello Ceno, e in una professione di fede inviata a un amico, il R. fu presto attaccato da Agostino Mainardi (v.) e da Pier Paolo Vergerio (v.). Per sollecitazione del Mainardi, intervenne nella controversia il Sinodo del Canton dei Grigioni (Coira, 1547, 1549-50), che dapprima si limitò a riconoscere come ortodossa la professione di fede dei Mainardi; in seguito impose ai seguaci del R. di sottoscriverla e al R. di non più predicare e insegnare; infine lo scomunicò. Per intervento del Vergerio il R. nel 1551 firmò un'abiura e una sottomissione al credo zuingliano (Confessio raetico). Però non rimase a lungo tranquillo; la condanna di Michele Serveto (v.) gli suggerì un lungo carme latino a difesa della libertà di coscienza; Calvino gli rispose trattandolo da "libertino". Senza più compromettersi in manifestazioni pubbliche, coltivò intensamente relazioni personali con gli esuli italiani non disposti ad accettare senza riserve le dottrine d'oltralpe, particolarmente con Lelio Socini, il quale derivò probabilmente dal R. non pochi spunti del suo antitrinitarismo. Nonostante l'abiura non venne ammesso ai Sinodi dei Grigioni; anzi nel 1570 fu dalla Dieta cantonale espulso dal territorio.
Binc.: F. Trochsel, Die protest. Antitrinitarier vor F. Socin. I. Heidelberg 1830, p. 321; F. Church. Riformatori it., trad. it., Firenze 1935; D. Cantimari. Eretici ital. del ' 300 , ivi 1939. pp. 71-87 e passim; per i testi del R. v.: id., Per la storia degli eretici ital. nel sec. XVI, Roma 1936, p. 49 sg. Mario Bendiscioli
RENATO, GOUPIL: v. CANADO-AMERICANI, MARTIRI.
RENAUDOT, Eusèbe. - N. a Parigi il 22 luglio 1648, ivi m. il $1^{\circ}$ sett. 1720 ; orientalista, liturgista, giornalista. R. entrò nell'Oratorio il 17 giugno 1665 , vi ricevette i 4 ordini minori l'anno seguente ( 12 giugno), ne uscì per causa di malattia il $1^{\circ}$ apr. 1672, ma rimase sempre l'Abbé R. Dalla gioventù si applicò allo studio delle lingue orientali; oltre al greco e l'ebraico, conosceva bene l'arabo e il siriaco.
A causa di queste conoscenze fu invitato da Arnauld a collaborare al vol. III dell'opera apologetica Perpézuité de la foi de l'Eglise catholique touchant l'Eucharistie (1674); egli stesso pubblicò più tardi il vol. IV (1711) ancora sulla Eucaristia e il vol. V (1713) sugli altri Sacramenti. Lo scopo era di provare ai calvinisti che la fede nell'Eucaristia dei cristiani orientali di ogni rito era identica a quella dei cattolici. Preparò anche la versione intera dei testi allegati; ne pubblicò Gennadii patriarchae Constantinopolitan $i$ Homiliae de Sacramento Eucharistiae... (1709) e Liturgiarum orientalium collectio, in 2 voll. (1715-16), ristampa a Francoforte (1847), opera ancora oggi indispensabile che contiene la Messa di tutti i riti orientali, eccetto i greci e gli armeni, con note e studi eruditi. Le sue versioni inedite dei Sacramenti presso gli Orientali furono largamente utilizzate da H. Denzinger, Ritus Orientalium... a voll., Würzburg 1863-64. La versione di R. è buona, ma non sempre seppe scegliere per la sua traduzione il migliore manoscritto. Conosceva bene l'Oriente; la sua Historia patriarcharum alexandrinorum... (1713) è sempre consultata; S. Salaville pubblicò Eusebii R. dissertatio de liturgiis orientalibus, in Ephem. liturg., 51 (1937), pp. 319-
349. Per 40 anni diresse la Gazette de France fondata dal nonno e cosi si interessò alla politica, specialmente a quella dell'Inghilterra e dello Stato Pontificio. Era amico di Bossuet, del gruppo di Port-Royal e dei giansenisti, e membro dell'Accademia francese, dell'Accademia delle Iscrizioni e associato a quella della Crusca.
Boil.: A. Villien. L'abbé E. R. Essai sur un vin et sur con source liturgique, Parigi 1904; H. Leclercq, s. v. in DACL. XIV, coll. 2361-72: J. Carreyre, s. v. in DThC, XIII, coll. 2361-83.
Alfonso Racs
RENDITA. - Nel comune linguaggio equivale a reddito (v.), con in più un accentuato carattere di gratuità, di certezza, o di costanza nella misura, che generalmente il reddito non presenta. Però tra gli studiosi vive tuttora il significato che il termine ebbe nell'economia classica del primo periodo (fisiocratico e smithiano), e che risente dell'origine inglese della parola : rent, affitto dei terreni. In questo senso la r. è specifica della terra (r. fondiaria), e non è da confondere, ma da sommare, con qualsiasi reddito di lavoro o di capitale spesi nel miglioramento o nella coltivazione dei terreni. La r. venne fatta dipendere dalla fecondità naturale del suolo e A. Smith scrisse che "nell'agricoltura la natura lavora insieme con l'uomo; il suo contributo rappresenta spesso la terra parte, e mai meno della quarta, del prodotto complessivo.
Ciò non poteva accettare il Ricardo, autore della teoria che fa dipendere il valore (v.) essenzialmente dal lavoro e dal costo di produzione; egli, dal fatto che in Inghilterra si suoi tempi anche terreni incolli trovavano locatari (l'esperienza del Carey in America era del tutto diversa e conduceva a deduzioni opposte), immaginii la sua famosa teoria sulla r. fondiaria, che venne discussa per oltre mezzo secolo tra gli economisti. Secondo questa teoria la r. è un guadagno differenziale che i proprietari terrieri più fortunati (per fertilità del suolo, irrigazione naturale, vicinanza ai mercati di consumo, densità di popolazione agricola, o altro) godono nei confronti dei meno fortunati, a causa dei maggiori costi di produzione che questi incontrano rispetto ai primi, mentre i prezzi di mercato dei prodotti si modellano sui costi più elevati.
Il concetto venne poi esteso dal campo agricolo a tutte le produzioni originarie, e taluno volle applicarlo a ogni specie di produzione: ma la estensione tornò a scapito della esattezza e dell'efficacia. E, infatti, fatale che le situazioni più favorevoli siano generalmente le prime ad essere sfruttate, e poi a mano a mano lo siano quelle meno favorevoli : e che ciò, innalzando via via i costi di produzione per i nuovi impianti (ad es. : idroelettrici), e di conseguenza i prezzi di vendita per tutti, costituisce uno speciale guadagno per le situazioni più favorite dalla natura o dalle qualità personali (inventori). Tale condizione si consolida in una specie di staticità per il fatto che non è facile disinvestire capitali e trasferire mano d'opera dall'industria di minor profitto per fare la concorrenza a quelle che nella medesima epoca consentono un profitto maggiore: onde i concetti di r. positiva, o privilegiata, e di r. negativa o di sfavore.
Nell'industria manufattiera, però, la r. è un fenomeno più raro e di carattere temporaneo, in quanto i prezzi si modellano generalmente sui costi di produzione più bassi invece che su quelli più alti. E anche da notare che la r. fondiaria aumenta con la popolazione (H. George) e con le misure protezionistiche, mentre viene frenata sia dalla colonizzazione di nuove terre, sia dal perfezionamento dei trasporti, sia dal progresso scientifico e tecnico dell'agricoltura.
La scuola dell'equilibrio generale economico di Walras e di Pareto (ogni fenomeno economico influisce su ciascuno degli altri e ne è influenzato) considera sorpassato il concetto ricordiano: la r. si forma per qualsiasi impiego di lavoro o di capitale, in specie nelle industrie estrattive, e la r. fondiaria fu soltanto quella che si offrì per la prima all'osservazione, e con caratteri di maggiore evidenza. Essa non costituisce, del resto, un elemento del prezzo, ma ne è una conseguenza.
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Ai fenomeni sopraccennati di r. oggettiva, la cui causa è da ricercare nelle situazioni reali, si contrappone una r. soggettiva che trae origine dalle persone : si hanno cosi una r. del consumatore e del risparmiatore, guadagno differenziale che è possibile lucrare acquistando prodotti, servigi o redditi a prezzi inferiori a quelli che si era disposti a pagare; e una r. di monopolio (v.), che deriva non tanto dal poter vendere a prezzi più alti, quanto dal produrre, per situazioni particolari, a prezzo più basso della generalità.
La costituzione di r. o la r. vitalizia riguardano contratti nei quali la cessione irrevocabile di beni obbliga il cessionario a corrispondere al cessionante, per un tempo determinato, o vita natural durante, oppure in perpetuo agli eredi, una prestazione annua di denaro, derrate, sussistenze o servigi.
Molto si è discusso e si discute sulla legittimità della r., perché non dipende da lavoro ed è causa di plus-valore. Su questo si basano le scuole avverse al diritto di proprietà per negare che la terra possa appartenere a privati proprietari, pressistendo essa al lavoro: ciò che rende necessario il riconoscimento del diritto del primo occupante o di un usurpatore e l'ammissione di un monopolio, difficile peraltro da giustificare in linea di diritto. Da qui la tendenza alla socializzazione della terra, con antichi e vasti esperimenti che riguardano : a) la soppressione del carattere di perpetuità della proprietà fondiaria (Walras) e l'adozione di contratti di concessione temporanea (v. entrecui); b) una imposta progressiva con il tempo, destinata ad assorbire il plusvalore (Stuart-Mill, H. George); c) la democratizzazione della proprietà fondiaria attraverso lo smembramento delle proprietà maggiori, facilitando l'accesso alla piccola proprietà del più gran numero di proletari.
Bibs.: A. Loria, La r. e la sua elisione naturale, Milano 1880; E. Masc' Dari, Della influenza della coltivazione intenitiva sulla r. fondiaria. La r. e la praprietà del suolo, Roma 1888; L. Einaudi, R. miscrarin, Torino 1900; J. Levasseur, De la valeur et du revenu de la terre, Parigi 1909; G. Sensini, La teoria della r., Roma 1912; M. Fovel, La r., il corporativismo e l'ecan, dei produttori, estr. da Econ. ital., ivi 1933; G. Masci, R. idraulica, ivi 1937 .
Mario Baronci
RENDU, Jeanne-Marie (in religione soeur Rosalie). - Figlia della Carità, n. a Confort (Ain) l'8 sett. 1787, m. a Parigi il 7 febbr. 1856.
Entrata ancor giovanissima tra le Figlie della Carità, si dedicò per più di 50 anni al sollievo d'ogni miseria, esplicando la sua attività soprattutto tra i cenciaioli del sobborgo S. Marcello (Parigi). La sua opera di carità rifiuta specialmente durante l'epidemia di colera del 1832 e durante la due sanguinose rivoluzioni del 1830 e del 1848 , in cui, con la sua influenza e popolarità grandissime, contribuì molto a pacificare gli animi. Federico Ozanam, il visconte Armando de Melun, che ne scrisse per primo la biografia, e gli altri membri delle nascenti Conferenze maschili di S. Vincenzo de' Paoli, l'ebbero per ispiratrice, consigliera e misestra incompatabile in tutte le loro ardite iniziative di carità. Poco prima di morire fu insignita della croce della Legione d'onore. Si è chiuso il processo diocesano informativo sulle sue virtù.
Bibs.,: Vescovo De Melun, Vie de soeur Rosalie, Parigi 1827; vers. it. Milano 1857; F. Laudet, La soeur R., Parigi 1911.
Luigi Franci
RENDU, Louis. - Vescovo d'Annecy, n. il 19 dic. 1789 a Meyrin presso Ginevra, m. il 28 ag. 1858 ad Annecy. Sacerdote il 19 giugno 1814, dal 1821 al 1829 fu professore di fisica, prefetto degli studi, direttore spirituale e superiore del collegio di Chambéry.
Affidato quel collegio alla Compagnia di Gesù, fu nominato canonico effettivo di Chambéry. Segretario perpetuo dell'Accademia di Savoia, scrisse varie memorie a carattere geografico e geologico. Pubblicò nel 1835 un'opera sull'Influenza delle leggi sopra i costumi e dei costumi sopra le leggi, che gli diede notorietà. Nel 1839 riprese l'insegnamento con l'incarico di riformare gli studi in Savoia. Preconizzato il 27 genn. 1843 vescovo di Annecy, indirizzò nel 1846 una lettera a Federico
Guglielmo IV di Prussia per un'unione dei protestanti con la Chiesa cattolica, che non ebbe risposta; il R. la diede successivamente alle stampe e fu pubblicata anche in versione italiana nel 1862 da G. Bobbio, barnabita (Parma 1862). Affezionato alla dinastia di Savoia, disapprovò la politica ecclesiastica governativa dal 1848 in poi, rifiutando nel 1850 il cordone dell'Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro a causa dell'imprigionamento dell'arcivescovo Fransoni e della condotta del governo verso l'episodio sardo. Nell'ott. 1854, per incarico di Vittorio Emanuele II ed insieme al Charvaz, arcivescovo di Genova, ed al Vibert, vescovo di S. Giovanni di Moriana, si recò a Roma alla ricerca di un modus vivendi con la S. Sede, per scongiurare la soppressione degli Ordini religiosi e provvedere in altro modo al bilancio dello Stato. Ma durante il soggiorno dei tre vescovi a Roma, il Rattazzi presentò alla Camera il disegno di legge contro le corporazioni religiose e la missione falli.
Bibs.: G. Mermillod, Cessus dur. intorno alla vita di mons. R., vers. d'Annecy, premesso alla citata trad. della Lettera a Federico Guglielmo IV; P. Pirri, Pia IX e Vitt. Emanuele II, vol. I: La laiciccaia. dello Stato sardo 1646-56, Roma 1944, p. 101.
RENI, Guido. - Pittore, n. a Calvenzano (Bologna) il 4 nov. 1575 , m. a Bologna il 9 ag. 1642. A vent'anni, nella scuola dei Carracci, assimilò i canoni dell'eclettismo ivi dominante, facendo sorgere il sospetto che il giovane astro avrebbe in seguito fatto "sospirar tutti".
Lasciata nel 1598 l'accademia carraccesca, il R. guz. dagnò subito, in patria e fuori, una diffusa rinomanza, e nel 1600 , con il favore del cavalier d'Arpino, passò a Roma dove rimase fino al 1610 , assolvendo importanti incarichi di pittura murale da parte di papa Paolo V. In seguito a dissensi con la tesoreria pontificia, ritornò a Bologna; ma fu di nuovo a Roma per intervento del Papa. Il R. però, nel 1617, era di nuovo a Bologna, dove non gli mancarono commissioni importanti anche di sovrani esteri ed onori inauditi. Nel 1620, a Ravenna, affrescò la Cappella del Santissimo in Duomo e nel 1627 era per la terza volta a Roma. Stabilitosi di li a poco definitivamente in patria, si diede durante l'ultimo periodo ad un lavoro esorbitante e dozzinale, assillato dai debiti contrasti al giuoco.
Fornito di prerogative eccezionali nell'espressione pittorica, il R. si distingue tra i maestri più noti della scuola bolognese secentesca per un sentimento assai sviluppato della venustà e grazia corporea e un organismo cromatico atto a realizzare i trapassi e le sfumature più sottili nelle gamme del grigio perla, del bianco avorio, del rosato e del gridellino. Nel campo formale, si afferma la sua tipica pannisità di modellazione, in cui giuoca, sebbene non allo scoperto, una buona pratica giovanile di plastico in creta; e nel campo inventivo o fantastico il suo idealismo classicheggiante, fondato sullo studio di Raffaello e della scultura greca (non si dimentichino le relazioni iconografiche con le statue delle Neubidi e con la Venere dei Medici), gli ha consentito di impersonare al massimo grado la corrente tradizionalistica, o anti-caravaggesca, della pittura che fiori durante il barocco.
La critica moderna, pur riconoscendo i caratteri individuali dell'arte del R., troppo insidiata dal convenzionalismo sentimentale e dal pietismo languido, ha compiuto serie discriminazioni in quel repertorio di scene e figure, fra voluttuose e patetiche, ponendo in primo piano opere di scarsa popolarità o fin qui trascurate. Nella produzione romana si apprezzano, oggi, meglio della troppo celebre Aurora, affrescata nel casino Roqugliosi, o del fommineo S. Michele Arcangelo nella chiesa dei Cappuccini, il baldo e veramente pittorico affresco di S. Andrea condotto al martirio, in una cappella di S. Gregorio al Celio; gli altri affreschi delicatissimi al Quirinale e a S. Maria Maggiore; la robusta Crocifissione di s. Pietro, nella Pinacoteca Vaticana,; il composto, elegiaco Crocifisso di S. Lorenzo in Lucina. Anche nella Pinacoteca di Bologna non sono i quadri di maggiore impegno, come la colossale e teatrale Pietà, divisa trasversalmente in due zone distinte, il Sansone in posa atletica, o la Strage degli Innocenti
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Rennes, arcidiocesi di - Abbazia di S. Giorgio, ricostruita nel 1670 dalla badessa Maddalena de la Fayette.
(non priva di particolari assai nobili) ad avvincere il gusto odierno, bensì i due meravigliosi ritratti della Madre e della Balia, densi di profonda vitalità umana. I capolavori del maestro, nell'ambito della pratica ad olio, rimangono però il gruppo di Atalanta e Ippomene (Museo nazionale di Napoli), dove più elette si dispiegano la fermezza plastica e la soavità dei timbri coloristici reniani, e il S. Andrea Corsini in estasi (già nella Galleria Barberini a Roma e di cui v'è una traduzione in musaico a S. Giovanni in Laterano), opera infusa di toccante spirito religioso. A una compiuta valutazione di quest'arte è proficuo anche l'esame delle ca. sessanta acqueforti, in gran parte di soggetto sacro (nove tavole riproducono l'apparato ornamentale che il giovane artista disegnò nel 1598 , in occasione della venuta a Bologna di papa Clemente VIII), giacché consentono spesso di cogliere i significati più intimi della fantasia del R. e le virtù più immediate del suo tocco animatore.
Alla scuola di lui si dice concorressero ca. duecento allievi, adoperati spesso nella fattura di opere che, sotto il nome del maestro, non giovarono certo alla sua rinomanza. Tra i più validi rimangono, nella storia della pittura italiana, Guido Cagnacci riminese e Simone Cantarini di Pesaro. - Vedi tav. XL.
Eral.: U. Opern - L. Dami, La pitt. ital. del Seicento e Settecento, Milano 1924; N. Pevsner, Barochmalerei in den romanischen Ländern, I. Wildpark-Potadam 1927, pp. 145-48; V. Castanini, G. R., Milano 1928; E. Bodmer, Un capolanno wonosciuto di G. R., in Riv. d'arte, II (1929), pp. 73-97; F. Malaguzzi Valeri, G. R., Firenze 1929; P. Della Pergola, s. v. in Thieme-Becker, XXVIII, pp. 162-66; O. Kurz, A sculpture by G. R., in The Burlington Magazine, 9 (1042), pp. 222-26; G. C. Marchesini, G. R. incisore, in Arti figurative, 1946, nn. 3-4, pp. 235-38; U. Nebbia, La pitt. ital. art Seicento, Bergamo 1946, pp. xv-xvi, tavv. 35-39. Alberto Neppi
RENNES. - Città e arcidiocesi in Francia, capoluogo di prefettura del dipartimento Ille-et-Vilaine; quest'ultimo fiume divide la città in due parti: la più antica è sulla riva destra, l'altra, sulla sinistra, si è soprattutto formata nel sec. xix. Ha una superfice di 6737 kmq . corrispondente a quella del dipartimento di Ille-et-Vilaine e una popolazione di 578.300 ab. dei quali 555.000 cattolici distribuiti nei tre arcidiaconati di R., di St-Malo e di Dol, con 389 parrocchie, servite da 1130 sacerdoti diocesani e 150 regolari; ha un grande seminario a R. e un piccolo seminario a Châteaugiron, 55 comunità religiose maschili e 435 femminili (Ann. Pont. 1952, p. 337).
Nell'età romana fu la capitale dei «Redones» donde il nome attuale. Quale capitale della Bretagna fu contesa nel sec. xiv da Giovanni di Montfort e Carlo di Blois; vi risiedette spesso il Parlamento delle Bretagne nel sec. xV (l'edificio è oggi il Palazzo di giustizia); la città fu decimata dalla peste nel 1632 e nel 1720 devastata da un
incendio che durò sette giorni; tutto l'abitato soffrì molto per i bombardamenti del 1940-44, in cui andò distrutta anche la chiesa di S. Martino. La diocesi fu suffraganea di Tours fino al 1790 , quando fu elevata ad arcidiocesi con il titolo di metropolitana del dipartimento del nordovest, con suffraganee le diocesi di Le Mans, Laval, Angers, Nantes, Vannes, Quimper e St-Brieuc. Nel 1802 ridivenne semplice diocesi, tornando a essere suffraganea di Tours; venne eretta di nuovo arcidiocesi da Pio IX il 3 genn. 1859. All'arcidiocesi furono uniti i territori delle antiche diocesi di Dol e di St-Malo, di cui l'arcivescovo conserva i titoli.
Non è sicuro il nome del vescovo del 453. Atenio fu nel 461 al Concilio di Tours; Melanio a quello di Orléans del 511: Gregorio di Tours narra di un miracolo avvenuto nella chiesa dove questi era sepolto (In gloria confessorum, 54); il Martirologio geronimiano indica al 6 genn. la sua consacrazione e al 6. nov. la sua deposizione. Fibedisio fu al Concilio di Orléans del 549; Victorio a Tours nel 567: egli intervenne alla dedicazione della cattedrale di Nantes (Venanzio Fortunato, Carmina, III, 5). Aimoaldo, già arcidiacono di Mans, fu al Concilio di Parigi del 614. Moderanno si ritirò al monastero di Berceto presso Lucca ca. il 720 . Wernario fu presente a Germigny nell'843: il Sinodo di Savonnières gli scrisse nell'859. Elettramno fu consacrato nell'866. Inoltre si ricordano: l'innografo Marbodo (1096-1123); Ivo Mayeuc dell'Ordine dei Predicatori (1507-41); Arnaldo d'Ossat (1596-1600), creato cardinale nel 1599; Le Cue (17601815); Goffredo Brossais St-Marc (1848-78), cardinale dal 1875; Carlo F. Place (1878-93), cardinale dal 1886; G. Labouré (1893-1906), cardinale dal 1897; A. Dubourg (1906-21); card. A. Charest (1921-31).
La Cattedrale, dedicata a s. Pietro, fu iniziata nel 1787 , in sostituzione della precedente in rovina, e terminata nel 1844. Le torri della facciata classica a tre ordini furono iniziate nel 1541. L'interno è diviso in tre navate da colonne in marmo rosso; nella crociera del transetto si erge la cupola. Contiene i monumenti del card. Charost (1939) e di mons. Mignen (1930). La chiesa di St-Germain è in gotico del sec. xv con facciata e torre quadrata del sec. xvi. La basilica di S. Salvatore fu compiuta ca. il 1730. Nell'interno è molto venerata l'antica immagine di Notre-Dame des Miracles et Vertus alla quale si attribuisce la liberazione dall'assedio inglese nel 1357.
Queste due chiese furono elevate nel 1916 alla dignità di basiliche minori. La chiesa di St-Aubin o No-tre-Dame de Bonne-nouvelle, con immagine della Madonna del sec. xiv molto venerata, è un edificio moderno in stile gotico del sec. xiri. L'attuale chiesa di Toussaint è l'antica cappella del collegio dei Cesuiti, con facciata fiancheggiata da due torri ( $1624-51$ ). Moderna è la chiesa di S. Teresa di Lisieux. L'antica chiesa abbaziale benedettina di S. Melanio, ora Notre-Dame, fu ricostruita nel
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sec. xiv; l'interno è a tre navate con transetto ancora romanico; al fianco nord della chiesa sussiste un'ala del sec. xvir dell'abbazia e una galleria del chiostro con archi decorati con angeli. L'attuale jardin du Thabor, passeggiata pubblica, è parte dell'antico giardino abbaziale. L'abbazia di S. Giorgio, fondata nel 1032 dal duca Alano III e ricostruita dalla badessa M. de la Fayette nel 1670 , fu trasformata in caserma e poi adibita a servizi municipali. L'abbazia del S.mo Salvatore a Redon fu fondata ca. 1'825 de s. Convain, distrutta nell'869, restaurata nel sec. x, passato alla Congregazione dai Maurini nel 1628. Focce già parte della diocesi di Vannes. La chiesa abbaziale del sec. xili è trasformata in parrocchia; il monastero è occupato da un collegio dei pp. Eudiati (Cottinesu, II, coll. 2422-23). Altri santuari sono: Notre-Dame-desMarais a Fougère; Notre-Dame-de-Paimpont, Notre-Dame-de-la-Peinière a St-Dulier. R. è centro universitario; la Facoltà di lettere e la Biblioteca pubblica sono insediate nell'antico Seminario; vi è una cattedra di lingue celte e vi si pubblicano gli Annales de Bretagne; la Biblioteca è ricca di oltre 160.000 volumi, 115 incunaboli e 652 manoscritti, molti dei quali miniati; tra questi il certulario dell'abbazia di S. Melania, un codice della Legenda aurea, uno del Roman de la Rose, uno del S. Graal ecc. R. possiede inoltre un Museo archeologico, iniziato con la collezione del marchese de Roblen (sec. xvili), con museo lapidario, antichità egizie, greche, etrusche e romane in parte della collezione Campana, mobili antichi, porcellane, bronzi, miniature, un museo bretone, uno di scienze naturali e un Musée des beaux-arts con sculture e pitture di scuola francese, fiamminga e italiana.
Della diocesi di R. sono s. Gelduino (m. nel 1076 ca.); il ven. Roberto d'Arbrissel fondatore di Fontevrault (m. nel i117); il b. Ralph de la Fontaye che fondò ca. il 1096 l'abbazia di S. Sulpizio a R.; s. Ivo (1253-1303); il ven. Giovanni di St. Sansons dei Carmelitani (m. nel 1636); il ven. P. Quiriten O. P. m. nel 1629; il filologo Tournemine della Compagnia di Gesù (1681-1739); Giacomo Cartier (1494-1552) scopritore del Canada; di St-Malo fu R. Chateaubriand (1768-1848).
Doll - Nel sec. vi s. Sansone vescovo, venendo dall'Inghilterra, fondò un monastero allo sbocco del piccolo fiume Guioult. Nell'848 vi fu incoronato Nominoe re dei Bretoni; il vescovo di Dol divenne da allora arcivescovo e primate della Bretagna fino al I199. La città fu più volte saccheggiata dai Normanni e occupata da Enrico II d'Inghilterra nel 1164; Giovanni senza 'Terra incendiò la Cattedrale nel 1203; Dol fu ripresa l'anno seguente da Guido di Thouars; gli Inglesi la rioccuparono nel 1758. L'ultimo vescovo mons. de Hercé fu fucilato a Vannes nel 1795; la diocesi fu soppressa dal Concorolato. La cattedrale di S. Sansone è in puro stile gotico normanno del sec. xili con aggiunte eseguite tra il sec. xiv e il sec. xvI. Nella facciata sono tracce dell'edificio interiore bruciato nel 1203. L'interno ha una lunghezza di 100 m . con nave centrale a sette campate sostenute da pilastri cilindrici formati da quattro colonne, le navate laterali sono senza cappelle; quella di S. Maglorio a destra fu aggiunta nel sec. xiv. Nel transetto a sud è la vasca battesimale ottagona del sec. xvI; a nord la tomba del vescovo Thomas James (1504); il coro termina con un deambulatorio rettangolare con cappelle laterali. Le vetrate del sec. xiv contengono storie di Abramo, dell'infanzia e della Passione di N. Signore, di s. Sansone, di s. Caterina d'Alessandria, di s. Margherita; i primi sei vescov di R., e altri di Léon, Tréguier St-Brieuc, Aleth, Vannes, Quimper e il Giudizio universale. Sull'altare maggiore è una statua in legno della S.ma Vergine, del sec. xiv.
St. Malo-Aleth. - Città gallo-romana " Alethum ", all'estuario del Rance; ca. la metà del sec. vi gli abitanti proclamarono vescovo il monaco Malo. Ma la città dal sec. viil in poi venne più volte saccheggiata da incursioni normative e distrutta nel 1141; il vescovo Giovanni di Châtillon trasferì nel sec. xil la sede nell'isola di Aaaron (dal nome di un eremita del sec. vi), dove era la tomba di s. Malo o Maclou. Aleth fu finita di distruggere dal re s. Luigi nel 1236. Ma alla fine del sec. xili si iniziò la sua rinascita con una parrocchia dedicata a s. Servano, donde il
nome della nuova città, divenuta municipio distinto nel 1780. Vi si venera una statua in legno di Notre-Dame-de-la-Croix-du-Fief. Di fronte al transetto nord è la cappella di St Aaron sul luogo dove avrebbe vissuto e sarebbe stato sepolto l'anacoreta. Il vescovo di Aleth, Giovanni di Châtillon, costrui la Cattedrale dedicata a s. Vincenzo, che oggi si presenta con una facciata del sec. xvI, con torre centrale del sec. xv, danneggiata nel 1944. L'interno conserva ancora la nave centrale primitiva a pilastri quadrati e capitelli romanici, con le navi minori gotiche fiancheggiate da cappelle dei secc. xv e xvi. Tra i vescovi si ricordano il b. Giovanni de la Grille (1144-63), Guglielmo di Montfort (1423-32) cardinale dal 1426, Guglielmo Briçonnet (1493-1513), Harlay de Sancy (1632-46).
Boll.: Boll. de la Société archéol. du départ. de l'Ille-etVilaine dal 1861: A. Guillotin de Corson, Pouillé historique de l'archevêché de R., 6 voll., Rennes 1880-86; Eubel, I. p. 419 ; [1. p. 244 ; III. p. 301 ; IV. p. 293 ; L. Duchesne, Faites épiu de l'ancienne Gaule, $2^{\mathrm{e}}$ ed., II, Parigi 1908, pp. 252 sgr., 244 346; P. Sancet, Le departement d'Ille-et-Vilaine, bistoire et archéol., 4 voll., Rennes 1927-30; Guide de la France chrét. et missionn., 1948-49, Parigi 1948, pp. 379, 710-13, 1087-93. Enrico Josi
RENO, diocesi di. - Città e diocesi nello Stato di Nevada (U. S. A.).
La diocesi di R. copre un territorio di 110.829 migliaq. e la popolazione totale è di 158.370 ab . (censimento del 1950); i cattolici sono 23.719 soltanto (1951); 49 sacerdoti esercitano il sacro ministero nelle 26 parrocchie, 14 cappelle e 20 stazioni. Vi sono 6 congregazioni femminili, un seminario e 2 ospedali.
La diocesi di R. fu eretta con la cost. apost. Pastoris aeterni vices di Pio XI in data 27 marzo 1931 per l'intero Nevada,dimembrando le diocesi di Salt Lake e di Sacramento.
Boll.: AAS. 23 (1931), p. 366 sg.: The Official catholic Divetory, Nuova York 1950, pp. 495-96. Gastone Cartière
RENOUVIER, Charles. - Filosofo, n. a Montpellier il $1^{\circ}$ germ. 1815 e m. a Prades il $1^{\circ}$ sett. 1903. E considerato il fondatore e il maggiore rappresentante del neocriticismo (v.) francese.
Il pensiero del R. è esposto nei 4 voll. degli Essais de critique générale (Parigi 1854-64), a cui vanno aggiunti La science de la morale (ivi 1869), l'Esquisse d'une classification systématique des systèmes philosophiques (ivi 1882), La nouvelle monadologie (ivi 1899), Les dilemmes de la métaphysique pure (ivi 1901), Le personnalisme (ivi 1903), ecc. Organi del neocriticismo furono prima La critique philosophique (1872-90) diretta dal R. e poi, dal '9o, L'année philosophique di F. Th. Pillon. Notevole l'influenza del R. sulla filosofia francese contemporanea e soprattutto su Lachelier (v.), Hamelin (v.), Boutroux (v.), Bergson (v.) e anche sul nord-americano James (v.).
Il R. si presenta come continuatore del criticismo kantiano, che vuole portare a compimento attraverso l'eliminazione della cosa in sé in noumeno (v.). Perciò il suo "fenomenismo critico", oltre che a Kant, si rifà allo Hume (v.) e accetta dal positivismo (v.) la limitazione delle capacità della conoscenza alle leggi dei fenomeni. Stabilire queste leggi e segnare i limiti dell'umano conoscere, questo lo scopo della filosofia, secondo il R., che respinge ogni "illusione" metafisica e sviluppa il criticismo nel senso dell'identificazione più rigorosa di "reslità " e "rappresentazione" (v.). Solo così si evitano gli errori del duplice dogmatismo naturalistico (positivismo) e idealistico (Hegel). Suo metodo è l'analisi dell'esperienza: principio da cui egli muove, la riduzione della realtà a rappresentazione, cioè a fenomeno (v.). Ogni fenomeno sussiste solo in rapporto ad altri fenomeni, a cui è "relativo"; pertanto l'affermazione di un assoluto o cosa in sé è contraddittoria, in quanto vuol definire, per mezzo di relazioni, ciò che è irrelato e non relazionabile. Gli esseri non sono che "insiemi di fenomeni legati da funzioni determinate e e la scienza rende a stabilire le leggi tra i fenomeni stessi fino a raggiungere una sintesi unica. Pertanto di quelle che il R. chiama leggi strutturali dell'esperienza o "categorie" (v.), la relazione (v.) è la categoria
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prima, di cui sono specificazioni tutte le altre : numero, estensione, durata, qualità, divenire, forza, finalità, personalità. Dunque i gradi della specificazione concreta della categoria-relazione culminano nella specificazione vivente della personalità : "La categoria della relazione, non più astrattamente considerata, ma in un vivente manifestarsi di rappresentazioni, è la legge di coscienza o di personalità, che abbraccia insieme, come suoi strumenti di conoscenza e sue forme, il tempo e lo spazio, la qualità, la quantità, la causalità, la finalità " (Le personalismo, p. vi). Infatti, è nella coscienza (o personalità) che tutti i rapporti possibili si trovano definiti e coordinati. Da qui il nome di "personalismo" con cui lo stesso R. ha definito il suo "fenomenismo critico", che non è più il criticismo kantiano, in quanto si sono aggiunte le due categorie della personalità e della finalità. Quest'ultima, per il R., è tanto essenziale quanto quella della causalita e serve a giustificare la libertà, principio di tutta la vita spirituale e fondamento dell'ordine morale (imperativo del dovere), il quale postula l'esistenza di Dio, personalità trascendente. Posta la relazione come categoria madre e identificato il sapere con il sistema delle relazioni (il "mondo" non