nc. Ital., XXIX, pp. 189-90; O. Vasella, Rätien, in LThK, VIII, coll. 643-44. Giuseppe Löw
REZZARA, Niccolò. - Organizzatore cattolico, n. a Chiuppano (Vicenza) nel 1848, m. a Bergamo il 6 febbr. 1915. A Vicenza insegnò nelle scuole medie dal 1869 al 1877 e fu attivissimo organizzatore di circoli giovanili e fondatore del periodico Berico.
Trasferitosi a Bergamo continuò la sua opera di apostolato lavorando nel circolo S. Luigi e nell'Opera dei congressi cattolici. Fu giornalista efficace: fondò il settimanale Campanone, fu direttore dell'Eco di Bergamo, istituì un'associazione fra i giornalisti cattolici, iniziò una società per un settimanale cattolico illustrato e diede un forte impulso alle attività editoriali della tipografia S. Alessandro di Bergamo. Nella sua multiforme attività non mancò quella rivolta ai lavoratori, cui si dedicò come segretario dell'Unione economica-sociale. Ma più di tutto rifulse nel campo scolastico, ove, come consigliere della istruzione di Bergamo, lottò strenuamente insieme a p. G. Zocchi e a mons. G. Radini Tedeschi per salvare la libertà d'insegnamento e incrementare la scuola cristiana: efficace fu il suo influsso in tal senso nella Settimana sociale di Venezia del 1912, mentre imperava più forte il laicismo scolastico governativo. Non gli mancarono sorde opposizioni e odi di piazza per la sua fedeltà alla Chiesa e al papa.
Opere principali : La scuola neutra (Bergamo 1881); L'ateismo nelle scuole pubbliche (ivi 1883); Il monopolio dell'istruzione in Italia (ivi 1887); Le nostre battaglie (ivi 1888); Il movimento cattolico della diocesi di Vicenza, (ivi 1895); Sui doveri dei rappresentanti del popolo nelle pubbliche amministrazioni (ivi 1895); Preoccupazione dell'ora presente (ivi 1898); L'Azione Cattolica in Italia (ivi 1904); 2783 istituzioni cattoliche economico-sociali all'Esposizione di Milano (ivi 1906); Il problema scolastico nell'ora presente (ivi 1913); Le scuole comunali ai comuni (ivi 1913); Il patronato scolastico imposto per legge (ivi 1914).
Bibl.: anon., Necrologio, in Riv. internaz. scienze sociali, 67 (1915), p. 263; [L. Profumo], Necrologio, in Civ. Catt., 1913, 1, pp. $495-96$.
RGVEDA: v. VEDA.
RHODES, Alexandre. - Gesuita, missionario, n. ad Avignone il 15 marzo 1591, m. ad Isfahān (Persia) il 5 nov. 1660.
Entrato nell'Ordine nel 1612 per andare in missione, partì nel 1610 per l'India, lavorando fino al 1623 a Goa e nelle isole Molucche, dove con il p. C. Forero amministrò più di 2000 Batteami. Nel 1623 sbarcò a Macao di Cina per passare nel Giappone; ma trovata impedita l'entrata dalla persecuzione, si rivolse alla Cocincina. La profonda conoscenza che vi attinse della lingua annamita lo fece destinare nel 1627 alla missione del Tonchino, nella quale con un assiduo lavoro di 7 anni riusci a convertire 5000 pagani. Bandito nel 1630 , insegnò a Macao teologia pur lavorando in mezzo ai Cinesi pagani e neocristiani, battezzandone più di 1000 . Nel 1640 volle forzare di nuovo i confini della Cocincina; da cui bandito tre volte, tre volte ritornò finché fu preso, condannato a morte e poi esiliato. Passò allora in Europa, dove perorò la causa dell'invio di vicari apostolici nell'Asia centrale, e parlando nel Collegio di Clermont a Parigi, a giovani sacerdoti della "Societé des bons ams", diretta dal p. Bagot, diede impulso alla fondazione del Seminario parigino per le Missioni Storpe che diede poi alla Chiesa tanti eroici missionari e martiri (cf. J. A. Otto, op. cit. in bibl., pp. 72-73). Nel 1655 parti di nuovo per la missione della Persia, dove con la conoscenza della lingua e il lavoro suo e dei compagni si guadagnò la stima dello Sāh 'Abbās il Grande, che diede il permesso di erigere a Isfahān una chiesa e una casa per i missionari. Il R. avrebbe voluto passare anche nella Georgia e nella Tartaria, per disseminarvi vari punti di appoggio per una ulteriore penetrazione in tutto l'Oriente. A Isfahān il R. era venerato come un santo e i suoi funerali, con la presenza dello Sāh e della corte, furono un trionfo.
Merito principale del R., oltre che di avere fondata la Chiesa del Tonchino, fu di essere stato il pioniere riconosciuto della gerarchia missionaria moderna; e questo successo si deve al prudente adattamento agli usi e costumanze indigene, al guadagnarsi che fece dei ceti colti al cristianesimo, alla fondazione di scuole per catechisti, secondo una specie di società religiosa, che diventò la semenza del clero indigeno.
Scrisse : Relazioni dei felici successi della fede... nel regno di Tonchino, Roma 1650; in latino: Tunchinensis historiae libri duo, Lione 1652; Dictionarium Annamiticum Lusitanum-latinum, in 1651. Inoltre: Relazione delle morte di Andrea Catechiste, prima dei cristiani nel regno di Cocincina ucciso per la fede, Roma 1652; Diverses voyages et mission du p. A. de R. en la Chine et autres royaumes de l'Orient, avec son retour en Europe par la Perse et l'Arménie, Parigi 1653.
Bibl.: Sommervogel, VII, pp. 1718-21; G. M. Pachelc, Das Christentum in Tonkin und Cocincina, Paderborn 1861; E. Louvet, La Cuchinchine religieuse, Parigi 1885; J. A. Otto, A. de R., S. 7. Apostel von Annam und Vorhänufar der neuen Missionshierarchie, in Kath. Missionen, 56 (1928), pp. 6-13, 45-50. 69-77 (con bibl.); L. Cadière, Le titre divin en annamite. Etudes de terminologie chrét., in Res. d'hist. des missions, 8 (1931), supplem. pp. 1-27; H. Bernard, Un aspect méconnu de l'oeuvre du p. A. de R. Comprehension et complnćtration culturelles de l'Occident avec l'Estrène-Orient chez les annamites, in Bull. de la Ligue mission. des étudiants de France, 8 (1938-39), pp. 37-48; J. Gaide, Note complénent, sur le p. A. de R., in Mém. de l'Acad. de Vaucluse, $3^{2}$ serie, 10 (1948-49), pp. 107-110. Celestino Testore
RIARIO, FAMIGLIA. - Incominciò le sue fortune dal fatto che Paolo R. sposò Bianca, sorella di Francesco della Rovere, il futuro Sisto IV.
Dei loro due figli Pietro e Girolamo, il primo, Pietro, fattosi frate minore, insegnò a Venezia, fu dallo zio, appena eletto pontefice, nominato vescovo di Treviso, il 4 sett. 1471, e poi creato cardinale di S. Sisto il 16 dic. 1471, sebbene non avesse che 26 anni. Tenne vita fastosa da gran signore e mecenate, grazie ai benefici di cui fu arricchito e non si mosse da Roma se non per un viaggio a Firenze, Milano, Venezia. Alla sua morte precoce, il 5 genn. 1473, aveva in amministrazione il patriarcato di Costantinopoli (dal 23 nov. 1472, dopo la morte di Bessarione), il vescovato di Valenza-Die (dal
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(let. Alineri)
Riario, famiola - Ritratto di Gerolamo R. Particolare delle Tentazioni di Nostro Signore. Affresco di S. Botticelli - Cappella Sistina.
25 sett. 1472) e di Spalato (dal 28 apr. 1473), gli arcivescovati di Siviglia (dal 25 giugno 1473) e di Firenze (dal 20 luglio 1473), il vescovato di Mende (dal 3 nov. 1473): aveva lasciato quello di Treviso in questo anno; numerosi pure i ricchi benefici minori, che il Papa gli aveva concesso (cfr. P. Paschini, Leonello Chieregato, Roma 1935, p. 23 sgg.).
Girolamo, con gli aiuti pecuniari del fratello, mirò a rendersi potente nello stato laicale. Creato conte di Bosco da Galeazzo Maria Sforza, sposò Caterina figlia naturale di lui; il Papa lo investì della signoria di Imola che per 40.000 scudi aveva riscattata dallo stesso Galeazzo e gli ottenne da Luigi XI la contea di Valenza.
Il popolo romano gli concesse la cittadinanza romana il 15 dic. 1477 e Girolamo si contenne nella città quale "Ecclesiae imperator" governandola a suo modo. Per abbassare la potenza di Lorenzo de' Medici a Firenze ebbe parte nella congiura de'Pazzi e nell'uccisione di Giuliano ( 26 apr. 1478), e quindi nella guerra che ne segui, come nelle altre competizioni politiche italiane di quegli anni. Signore di Forli il 4 sett. 1480 e capitano generale della Chiesa l'8 sett., parteggi6 con gli Orsini contro i Colonna, di cui fece andare al supplizio il protonotario Lorenzo, capo della casa ( 30 giugno 1484). Finì ucciso a Forli il 14 apr. 1488. La vedova Caterina riusci per un momento a salvare la signoria per il figlio Ottaviano, finché non fu sopraffatta da Cesare Borgia.
Rafaele, figlio di Valentina R., sorella del card. Pietro e moglie di Antonio Sansoni; più che con il cognome paterno è noto con quello dei R. Dal prozio fu creato cardinale diacono di S. Giorgio a 17 anni, il 10 dic. 1477.
Era ospite dei Pazzi, quando scoppiò la congiura contro Lorenzo de' Medici nell'apr. 1478 e corse pericolo di perdere la vita nella reazione che ne segui. Ebbe in commenda il vescovato di Cuneo (dal 13 ag. 2479 al 1482) e l'arcivescovato di Pisa il 17 sett. 1479
che tenne sino al 1499 quando lo cedette al fratello Cesare; il vescovato di Salamanca (1482-83), quello di Tréguier ( $1480-83$ ), quello di Osma ( $1483-93$ ); dal 1483 fu anche camerlengo di S. Chiesa. Fu nel frattempo legato a Perugia (1478) e nelle Marche (1480-81).
Alessandro VI gli diede in commenda il vescovato di Viterbo il 24 ag. 1498 (che il R. tenne sino al 1506); ma Rafaele il 21 nov. 1499 lasciò Roma e non vi tornò che alla morte del Papa. Da Giulio II, suo zio, ebbe in commenda Arezzo ( 7 luglio 1508-11) e poi Savona ( 5 dic. 1511-16). Sotto Leone X, per essersi in qualche modo compromesso nella congiura del card. Petrucci, fu chiuso in Castello ( 3 giugno 1517) e sottoposto a processo; non ne usci libero che pagando una grossa somma e rinunciando ad alcuni benefici ( 24 giugno). Era vescovo d'Ostia dal 20 genn. 1511 quando morì a Roma il 9 luglio 1521 e fu sepolto presso i suoi ai SS. Apostoli. Per opera sua sorse il grande Palazzo nei quale incorporò la chiesa di S. Lorenzo in Damaso e che fu poi destinato per la Cancelleria Apostolica.
Alessandro R., del ceppo bolognese, uditore della Camera Apostolica, fu nominato patriarca d'Alessandria l'8 nov. 1570 e poi creato cardinale il 21 febbr. 1578 da Gregorio XIII; il 23 marzo 1580 fu inviato legato presso Filippo II re di Spagna; nel 1581 fu legato a Perugia ed in Umbria; fu prefetto della Segnatura di giustizia; m. a Roma il 18 luglio 1585 .
Ultimo del ramo di Bologna fu un Ferdinando che nel 1662 nominò suoi eredi i R.-Sforza di Napoli; da questo ramo usci Tommaso, n. a Napoli l'8 genn. 1782; questi tenne il governo di Forli e poi di PesaroUrbino, fu maestro di Camera di Pio VII che lo creò cardinal diacono il 10 marzo 1823; come primo dei diaconi annunciò al popolo l'elezione di Pio IX; fu cardinal camerlengo e m. a Roma il 17 marzo 1857. "Vedi tav. XLIV.
Biol.: P. D. Pasolini. Caterina Sforza. Roma 1893: Pastor, II, p. 425 e passim: III, p. 244 e passim; G. B. Pasotti, La giovinezza di Leone X. Milano 1927, p. 70 e passim: P. Paschini, Roma nel Rinascimento, Bologna 1940, p. 240 e passim.
Pio Paschini
RIARIO SFORZA, Sisto. - Cardinale, n. a Napoli il 5 nov. 1810, m. ivi il 29 sett. 1877. A soli trentacinque anni fu nominato da Gregorio XVI dapprima vescovo di Aversa, poi arcivescovo di Napoli e quindi creato cardinale, con il titolo di S. Sabina, il 19 genn. 1846.
Zelantissimo pastore, di costumi severi, resse l'arcidiocesi con mano assai ferma, mirando soprattutto alla disciplina e integrità di vita del suo clero. Fu altrettanto fermo nelle sue convinzioni politiche, di assoluta fedeltà verso la dinastia regnante, sicché, nel sett. 1860 , si indusse a lasciare Napoli, come protesta per l'occupazione garibaldina. Rientrato in sede dopo breve assenza, sostenne numerosi conflitti con il nuovo governo a tutela dei diritti della Chiesa: il più aspro, dovuto alla proibizione da lui emanata di celebrare con funzioni religiose la festa dello Statuto, gli valse, il 31 luglio 1861, la espulsione dalla città. Da Civitavecchia continuò, per mezzo di vicari e mediante documenti pastorali, a governare la Chiesa napoletana, sino a che, nel 1866, poté riprenderne di persona il governo, accolto a Napoli da indescrivibili dimostrazioni di affetto popolare.
Le sue virtù episcopali luminosamente rifulsero nelle epidemie coleriche del $1854-55$ e del 1873 , prodigandosi egli nell'assistenza ai contagiati. Fondò una biblioteca ed un lisso e promosse la costruzione della nuova facciata del Duomo. E particolarmente interessante il giudizio che diede di lui il Bonghi, nel suo libro Pio IX e il Papa futuro: pur dipingendolo "mediocre di mente e scarso di studii ", ciò che non è esatto, e annoverandolo fra gli "intransigenti", lo storico liberale è costretto a riconoscere al card. R. S. il merito di avere efficacemente impedito la scrutinizzazione di Napoli e di avere salvato "le parti principali dell'edificio religioso " (cioè, i diritti imprescritibili della Chiesa) con un "ardire" superiore a quello di altri porporati e presuli del tempo.
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Ribera, Emmanuele, venerabile - Lettera autografa a Bartolo Longo, conservata nell'Archivio della Postulazione generale dei Redentoristi - Roma.
Bibl.: L. Mordini, R. R. S., in Diz. del Risorg. naz., IV. 22: R. Bonghi, Pio IX e il Papa futuro, Milano 1877, pp. 128129; D. Capece Tomacelli, Memorie storiche intorno la vita dell'E.mo e Rev.mo Principe S.R.S., Caserta 1936; E. Federici, Sisto R.-S., card. di S. R. Chiesa, arcio. di Napoli (1810-77), Roma 1945.
Renzo U. Montini
## RIARMO MORALE: v. buchmanismo.
RIBERA, Emmanuele, venerabile. - Mistico, redentorista, n. a Molfetta (Bari) il 2 marzo 1811, m. a Napoli l'8 nov. 1874, dopo essere stato per vari anni maestro dei novizi e direttore spirituale.
Guidò nei primi passi B. Longo preparandolo all'opera di Pompei, di cui fu poi efficace propagandista. Incoraggiò la buona stampa : a lui si devono l'edizione completa delle opere del ven. P. Sarnelli e la traduzione e pubblicazione del Fiore dei Bellandisti del Girg. Oltre lettere di direzione, lasciò diversi manoscritti inediti, come Propositi, lumi e documenti spirituali, ed Incitamenti per camminare sempre avanti nell'acquisto delle virtù. Nel 1932 fu ultimato il processo apostolico delle sue virtù.
Bibl.: Arch. della Postulazione generale C. SS. R., Copie di manoscritti del p. E. R.; Arch. Prov. Napolec. C. SS. R., Lettere e scritti autografi del p. E. R.; A. Capecelatro, Il p. E. R., Napoli 1875 ; B. Longo, I nostri intimi amici: il p. E. R. liquorino, Valle di Pompei 1925; M. De Meulemeester, Bibliografie générale des écrivains rédemptoristes, II, Lovanio 1935, p. 349; E. Spreafico, B. Longo: la preparazione (1821-71), I, Pompei 1944, p. 139 sgg.
Oreste Gregorio
RIBERA, Francisco de. - Esegeta, n. in Villacastín (Segovia) nel 1537, m. a Salamanca nel 1591. Già sacerdote e dottore in teologia, si fece gesuita nel 1570; fu poi missionario e per 16 anni professore di S. Scrittura a Salamanca.
Essendo stato colegial poi escritor del Colegio de Arzobispo in Salamanca, e perfino rettore dell'Università, pensò di ritirarsi come eremita dal mondo, per essere libero per lo studio sacro, ad imitazione di s. Girolamo, di cui era grande ammiratore. Entrato nell'Ordine, diede esempi di squisita umiltà, obbedienza, zelo per le anime. Durante l'insegnamento della S. Scrittura cercava la soluzione delle cruces non soltanto nella sua vastissima erudizione (specialmente parristica), nella sagacità dei suoi principi ermeneutici (è quasi il solo che allora difendesse il senso letterale unico), ma anche nell'orazione, accompagnata da digiuni e penitenze. Il suo duro avversario, fra Luis de León, stigmatizzò in lui la poca stima in cui forse teneva l'esegesi giudaica del medioevo. Ammiratrice della sua esegesi è stata s. Teresa (v.) d'Avila, che ebbe su tale argomento un'apposita visione e lo fece suo confessore. R. l'accolse con ve-
nerazione, la chiamò «sua madre e e diventò il suo primo biografo. Però il generale Acquaviva (v.) non consentì alla pubblicazione di questa biografia, se non dopo un lungo carteggio, poiché la Compagnia di Gesù attraversava allora un momento difficile in Spagna.
Opere: In librum XII propheturum commentarii sensum... historicum moralem et personepe etiam allegoricum complectentes (Salamanca 1587 ecc.); In librum XII proph. commentarii selecti historici (ivi 1598); La vida de la madre Teresa de Tesús (ivi 1590 ecc.; molte versioni); In ... Apoc. commentarii cum 5 iudicibus, unita a De templo et de iis quae ad templum pertinent II. 5 (ivi 1591; il De Templo solo: Lione 1592); In Ep. ad Hebraeus commentarii (Salamanca 1598); In Ev. sec. Iohmmem commentarii (Lione 1623). Lasciò inoltre commenti manoscritti, nella Biblioteca universitaria di Salamanca, ad Is., Ps., Apoc., Epistole di s. Paolo, 12 profeti.
Bibl.: Sommersvogel, VI, coll. 1761-67; Hurter, III (1907), coll. 238-40; M. Tanncr, Soc. Iesu Apostolorum imitatrix, Praga 1694, pp. 348-51; Luis de la Puente, Vida del ven. p. Baltasar de la Cruz, Madrid 1880, pp. 332-36; A. Astruin, Hist. de la Camp de Tesús en la Asistencia de España, IV, Madrid 1913, pp. 48-50; anon., s. v. in Eur. Eur. Am., LI (1920), p. 330 sg. (la "scheda personale - che fecero su di lui i superiori); L. Lopezegui, Centuria de la Orden de la Vida de Teresa de Tesus por el p. Fr. de R., in Manresa, 16 (1944), pp. 161-74; F. Luis Suárez, El comentario de Fr. de R. a la Epistola a los Hebreos, in Ilustracion del clero, 37 (1944), pp. 90-100; J. Leal, in Archivo (vol. gramadine, 9 (1946), pp. 29-32 (commento sull'apparizione di Cristo a M. Maddalena); F. López López, ibid., 10 (1947), pp. 302-419 (difensore del senso letterale unico). Su vari -relitti - letterari di R.: Salizia de la R. Academia de la historia, 66 (1915), p. 401 sgg.: 67 (1915), pp. 334 sgg., 394 sg., 412; 68 (1916), p. 491 sgg.: 74 (1919), p. 140 sg.
Pietro Nisber
RIBERA, Giuseppe : v. spagnoletto.
RIBERA, Juan de, beato. - Arcivescovo spagnolo, n. a Siviglia il 20 marzo 1532 da Perafan de R., viceré di Catalogna e di Napoli, m. a Valenza il 6 genn. 1611 .
Studiò filosofia, teologia e diritto canonico a Salamanca, e vi fu poi professore. Nel 1562, eletto vescovo di Badajoz, si adoperò per l'applicazione dei decreti tri-

(fot. Galleria Charpentier)
Ribot, Théodule-Armand - Ritratto di J.-A. Barbey d'Aurevilly, Parigi, Galleria Charpentier.
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dentini. Promosso nel 1568 patriarca di Antiochia ed arcivescovo di Valenza, si trovò a fronteggiare il fermento moresco. Dapprima tentò invano opera di conciliazione e di conversione, istituendo anche collegi per l'educazione dei giovani; poi sollecitò ed appoggiò il decreto reale di espulsione dei moriscos (1609). Da Filippo III fu nominato viceré e capitano generale di Valenza. Per il retto governo della diocesi, celebrò sette sinodi, edificò chiese e fondò, per l'educazione del clero, il collegio Corpus Christi e ne dotò la Biblioteca con codici preziosi e libri rari; si conservano numerosi suoi monoscritti. Fu dichiarato beato da Pio VI il 18 sett. 1796.
Bibl.: J. de R., Instancia para la expulsiōn de las Móerasos, Barcellona 1612: P. Boronat y Barrachina, El b. 7. de R. y el R. Colegio de Corpus Christi, Valenza 1904: M. Cubi, Vida del b. 7. de R., Barcellona 1012.
Piero Sannazaro
RIBOT, Théodule-Armand.- Filosofo, n. a Guingamp il 18 dic. 1839, m. a Parigi il 9 dic. 1916. Fondò nel 1876 la Revue philosophique. Dal 1885 fu professore di psicologia alla Sorbona, dal 1888 al Collège de France.
Appartenne alla scuola positivistica, ma contro le intemperanze della psicofisiologia egli accentuò l'indipendenza della psicologia dalla metafisica, mirando a cogliere il fatto psichico nella sua irriducibile originarietà, da lui rinvenuta nella volontà anteriore all'atto intellettivo e prominente su di esso (v. schopenhauer). Dell'associazionismo inglese rilevò l'insufficienza, soprattutto nella spiegazione della vita affettiva.
Opere principali: La psychologie anglaise contemporaine (Parigi 1879); L'hérédité psychologique (ivi 1878); La psychologie allemande contemporaine (ivi 1879); Les maladies de la mémoire (ivi 1883); Les maladies de la personnalité (ivi 1885); Psychologie de l'attention (ivi 1888); Psychologie des sentiments (ivi 1896); L'évolution des idées générales (ivi 1897); Essai sur l'imagination créatrice (ivi 1900); La logique des sentiments (ivi 1905); Essai sur les passions (ivi 1907).
Bibl.: S. Krauss, Th. R.s Psychologie, Jena 1905: A. Lamarque, $R$ : choix de textes et étude de l'oeuvre, Parigi 1913; L. Dugas, Th. R., ivi 1024: G. Dumas, T. R., in Revi, de photos de la France et de l'Etranger, 128 (1039), pp. 2-16; P. Janet.

(per cortesia della dott.sa Emilio Durini) Ricamo - Il cosiddetto *Hungertuch * del monastero di Lüne. r. in bianco. Cristo al Limbo (sec. xili) - Hannover, Landesmuseum.

(let. Alinari)
RICAMO - Lista di lino con santi disegnati a penna e in parte ricamati (sec. xiv), estratta dall'urna connonente le vesti del S. Pietro Parenti - Orvieto, Museo dell'Opera del Duomo.
Pour le centen. de T. R., in Rev. de métaph. et de morale, 46 (1939), pp. 847-57.
Eurico De Mas
RICAMO. - Lavoro ad ago sul fondo preesistente, nettamente distinto dalla trina o merletto, il cui fondo si esegue successivamente agli ornati per tenerli insieme. Il filo usato per il r. è di lino, lana, seta, cotone, argento, oro; i punti numerosissimi.
Il punto stesso (point couché), che copre la tela di fili d'argento e d'oro, fermandoli con la seta in modo appena visibile, è fra i più antichi e anche fra i più diffusi fino al 1100 , insieme con il punto passato e il punto a catenella, quest'ultimo assai facilmente eseguibile e perciò usato per raffigurare le vesti, le architetture, gli animali. Nel ' 300 si usa stendere l'oro di fondo senza l'interruzione del filo di seta allo scopo di imitare l'effetto delle miniature creando una superficie liscia. Il punto diviso, in cui l'ago spartisce il filo, serve per rendere il modellato dei volti. Dalla metà del ' 300 in poi si usa un punto nuovo che i francesi chiamano or nué, usato per i r. più preziosi dove tutto il fondo della tela è ricoperto d'oro interamente velato da fili di seta così da ottenere il delicato effetto di attenuarne il luccicore. Di tale punto, da noi detto "velato", l'Italia offre un esempio mirabile nel parato di S. Giovanni nel Museo dell'Opera del duomo di Firenze. Alla fine del ' 300 è in uso il "punto serrato" che imita la tessitura e l'arazzo ed è di una grande perfezione e regolarità.
Dell'origine del r. mancano notizie sicure, ma ne documentano l'esistenza antichissimi scritti, sculture, graffiti, ecc. delle più grandi civiltà d'Oriente, l'assirobabilonese, la persiana, la siriaca, l'egizia. Fra i più antichi esempi noti è la benda egizia del Museo d'antichità di Torino, anteriore al sec. xir a. C.; di probabile provenienza greca e risalente forse al Iv sec. a. C. è il r. figurato su lana color porpora all'Ermitage di Leningrado. Sia in Grecia che in seguito a Roma la tradizione, basatasi su Plinio, vuole che il r. giungesse tramite i Frigi, Fra i r. più antichi si contano pure quelli cinesi, a motivi simbolici; da essi deriva più tardi il r. giapponese, che dal sec. vir in poi si adorna di un'eccezionale varietà di motivi e vivacità di colori. Del sec. vi sono i r. copti, nei quali è manifesta l'influenza dell'arte classica, oggi sparsi un po' per tutti i musei d'Europa, provenienti in buona parte da Aḥmim, la città che ha dato il maggior numero di questi celebri lavori d'ago. Importante, pure se esiguo, il gruppo del Museo sacro vaticano, donato dalle Missioni francescane d'Egitto.
Per l'arte del r. il medioevo segna il momento del maggiore sviluppo, documentato da opere mirabili; anche allora, come già ai tempi più remoti, l'Oriente è il più ricco centro di propagazione di quest'arte raffinatissima,
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Ricamo - Particolare di paliotto ricamato in corallo (sec. xvir) - Palermo, Museo nazionale.
e orientali sono per lo più anche le tinture tecnicamente perfette con le quali si coloravano le sete smaglianti. Gli esempi più importanti di r. bizantino si trovano tra i parati delle chiese; uno dei più noti il parato di S. Cesario ad Arles nella chiesa di Notre-Dame-de-la-Major (501542). Tesori di quest'arte di derivazione nettamente bizantina sono i r. liturgici conservati in Moldavia, nel monastero di Purna, prezioso il r. rinvenuto nella tomba di Gunter, vescovo di Bamberga (ro62), ora conservato nel Tesoro di quella Cattedrale, raffigurante Costantino sul cavallo bianco fra due simboliche figure di regine, in una composizione degna di un musaico bizantino.
In Italia nei secc. xir e xiri esperti ricamatori venuti d'Oriente crearono uno dei centri più vivi a Palermo, prima con i Saraceni poi con Ruggero II. Di provenienza siciliana il celebre manto imperiale di Vienna (1133) e i paramenti in disegno ricamati in oro con pappagalli affrontati entro circoli (Anagni) di lavoro ciprense.
Di grande valore per la purezza di disegno che si ispira alla pittura, i lavori ad ago di altre regioni d'Italia; dell'Italia centrale il r. del Museo di Orvieto che segna con una tecnica rozza un delicatissimo disegno di probabile pittore senese; il mirabile paliotto del Tesoro di Anagni con la Vergine e storie di santi disegnato da pittore affine al Torriti o al Cavallini (Toesca); e del sec. xiv, ma ancora fortemente bizantineggiante e di una maestosa purezza di motivi, quel capolavoro dell'arte del r. che è la dalmatica di Carlomagno del Museo sacro vaticano.
Dall'Inghilterra nel ' 200 e ' 300 provengono i r. detti ad "opus anglicanum"; su stoffe di lino i r. in seta, oro e argento narrano episodi del Nuovo Testamento e vite di santi disegnando figure austere entro quadrilobi intrecciati (piviali di Sion e di Londra), entro circoli (piviale di Anagni), entro archi acuti (piviali di S. Giovanni in Laterano a Roma, di Pienza, Bologna, Toledo, ecc.). Un poco più tardo lo stile del piviale inglese del Victoria and Albert Museum di Londra in seta rossa con l'albero di Jesse, cui una ricca flora fa da sfondo alle figure, in sostituzione dei consueti motivi architettonici.
Nei r. della Germania detti ad theuthonicum sono
caratteristici i contorni fortemente segnati in nero, l'uso di iscrizioni dedicatorie e didascaliche su lunghi nastri, l'abbondanza di minuti ornamenti. Il disegno è trattato in modo elementare senza ricerca di ombre o di rilievi. Si conservano molti preziosi esempi di questa maniera, in uso specialmente nelle "tobalae" (paramento d'altare del Museo di Cluny, Halberstadt, Rubesberg, Lüne, Wienhausen, Praga (paliotto di Anagni). Un esempio di singolare r. medievale è il manto detto di s. Enrico del Tesoro di Bamberga: incerta l'origine del ricamatore, un certo Ismaele.
Il lusso dei r. orientali si diffuse in Francia con le Crociate; il periodo più glorioso è il ' 200 e il ' 300 (paliotto dell'HôtelDieu di Château-Therry), ma anche il ' 400 ha bellissimi esempi (r. della cattedrale di Angers). Dal ' 400 in poi si fanno frequenti i rapporti e gli scambi con l'Italia. Carlo VIII condusse con sé esperti ricamatori italiani e cosi Caterina de' Medici che chiamò in Francia il famoso autore di modelli per r., il veneciano Federico Vincioio; con il ' 500 e il ' 600 fiorisce una vastissima produzione di volumi riguardanti il r. e si sviluppa sempre più quest'arte che dalla chiesa posta anche ai palazzi, mentre ai simboli sacri si sostituiscono soggetti profani, mitologici; si accentua l'uso di motivi floreali e non di rado si riaffacciano motivi classicheggianti di volti entro ornati. Uno degli esempi più importanti di arte profana rimane tuttavia il famoso r. medievale di Bayeux, in cui è narrata la storia della conquista dell'Inghilterra per opera dei Normanni, quasi settanta metri di tela ricamata con ingenuo realismo romanico, che la tradizione vuole eseguito interamente da Matilde, per lo sposo Guglielmo il Conquistatore.
Anche le Fiandre hanno dato opere mirabili, uscite specialmente dai laboratori di Bruges; particolarmente legate alle opere di pittura (piviale del Tesoro di Vienna, ispirato forse allo stesso Van Eyck; paramento di Grunbergen del Musée du Cinquantenaire di Bruxelles). La Spagna sotto l'influenza araba, si distingue per ricchezza di ornati, di ori e di perle; famoso il "manto della Vergine" del Sagrario.
Dal ' 400 in poi sono pervenuti numerosi nomi di celebri ricamatori, fra i quali Giacomo Rainaldo da Mantova, Geri di Lapo da Firenze (paliotto con storie di santi a Manresa in Catalogna, in "opus florentinum") il veronese Paolo di Bartolomeo (paliotto di S. Giovanni a Firenze) Antonio di Giovanni Fiorentino, il veneziano Piero di Giovanni; fra le donne, Antonia Peregrina, Caterina Cantona, la venerabile Tommasina Fieschi. I ricamatori, come i maestri vetrai, ricorrevano ad altri artisti i cui disegni traducevano più o meno fedelmente; tra i più attivi disegnatori di modelli sono il Baldinucci, Alessandro Paganino, Niccolò di Aristotele, perfino lacopo Bellini. Si devono i disegni di molti ricami a grandi artisti quali il Pollaiolo, il Botticelli, Raffaellino del Gierbo, Raffaello, Nicolò dell'Abbate, Pierin del Vega, Gian Lorenzo Bernini.
Con il ' 700 la Francia occupa il primo posto nell'arte del r.; le grazie minute del rococó compiono miracoli di preziosità soprattutto nell'abbigliamento femminile e maschile e nell'arredamento domestico: fra i più famosi i petits points de St-Cyr. La supremazia francese dura fino a l'Impero, poi l'Italia riprende il suo posto ripetendo motivi cinquecenteschi. Nell'800, nonostante questa arte si sia industrializzata con le macchine (la prima risale al 1630 a S. Gallo) in Svizzera) rifioriscono scuole locali con particolare carattere regionale in Italia e fuori e il r. diviene lavoro esclusivamente femminile. - Vedi tavv. XLV-XLVI.
Biss., E. Ricci, s. v. in Enc. Ital., XXIX, pp. 226-27; id., R. ital., Firenze s. d.; F. Volbach, I tessuti del Museo sacro vatic., Città del Vaticano 1942; V. Vatazianu, L'arte bizant.
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in Romonia, I r. liturgici, Roma 1945; F. Mo. frin. English embroidery, in Art News, 13 (19451946), p. 17; G. Brott, Some Elizabethan embroideries, in The Burlington Magazine, 1947, p. 192. Luisa Mortari
RICASOLI, famiglia. - Fu in origine un ramo dei Firiololfi, che prese il nome da un castello infcudato nel 1187 a Ranieri.
Nel sec. xiv Luca (m. nel 1383) appoggiò la sollevazione dei Ciompi. Angiolo (m. nel 1403) fu vescovo di Sora, poi di Aversa e nel 1370 di Firenze, carica alla quale dovette rinunziare nel 1383 perché interdetta ai magnati. Ebbe infine il vescovato di Faenza. Nel 1393 i R. dovettero farsi di popolo e lasciare il loro nome, chiamandosi Bindacci, poi Fibindacci; ripresero il nome nel 1434. In generale i R. seguirono le fortune dei Medici. Bettino (1433-86) combatté contro gli Aragonesi nella guerra del 1478 tra Firenze e Sisto IV. Simone (1460-1527) accompagnò a Roma il card. Giovanni de' Medici e fu da questi, divenuto Leone N, nominato tesoriere pontificio. Bindaccio (m. nel 1524) fu discepolo di Marsilio Ficino. Giovan Battista (1504-72),

(let. Alinari).
Ricasoli, famiglia - Castello dei baroni R., fin dal II4r. Ricostruito nel 1484 - Brolio (Chianti).
canonico nella metropolitana fiorentina, ebbe nel 1538 il vescovato di Cortona. Il duca lo mandò ambasciatore a Carlo V, a Enrico II e a Paolo IV, il quale, dopo essergli stato dapprima ostile, lo richiese poi come residente a Roma. Nel 1560 fu nominato vescovo di Pistoia, carica nella quale gli successe il consanguineo Simone (m. nel 1597). PandoLFO (1581-1657), uomo di vastissima cultura, ma di costumi dissoluti che cercò di coonestare con eretici travisamenti della dottrina cattolica, fu dall'Inquisizione condannato al carcere perpetuo (cf. G. Spini, Ricerca dei libertini, Roma 1950). Orazio Cesare (1604-74) fu tra gli scolari prediletti di Galilei. Giovanni Francesco (1618-73) fu capitano di galere e cavaliere dell'Ordine di Malta; Matteo (1626-71) ammiraglio dell'Ordine di S. Stefano. Antonio Giuseppe (1740-83) fu amico e collaboratore del vescovo di Pistoia e Prato, Scipione de' Ricci. Nel sec. xix sono da segnalare Leopoldo, sostenitore della stampa cattolica, Orazio, che partecipò alle campagne del 1848 e 1849 , Vincenzo, che oltre che in quelle, combatté in Crimea e nelle guerre del 1859-60, e infine il più celebre Bettino (v. appresso), ministro del Regno.
BibL.: L. Passerini, Genealogia e storia della famiglia R. Firenze 1861.
Roberto Palmarocchi
Bettino R. - Statista toscano, n. a Firenze il 9 marzo 1809 , m. nel castello di Brolio (Siena) il 23 ott. 1880.
Uomo d'azione, più che di pensiero, di carattere autoritario, rigidissimo con sé e con gli altri; in politica fu sempre un liberale moderato; sinceramente religioso, ebbe tuttavia qualche tendenza non ben definita verso una - riforma - del cattolicesimo.
Da giovane si dedicò agli studi di scienze naturali, poi, ritiratosi a Brolio, diede mano a una completa trasformazione dei sistemi di coltura, mirando al tempo stesso alla elevazione delle condizioni morali e sociali dei propri contadini. Nel 1847 era già considerato uno dei capi del gruppo moderato toscano e con il Lambruschini e il Salvagnoli fondò La Patria con programma italiano e senza la consueta avversione al Piemonte. Nello stesso anno si recò in missione presso Carlo Alberto per la mediazione del conflitto diplomatico tra la Toscana e Modena. Gonfaloniere di Firenze nel 1848 , lasciò l'ufficio alla fine dell'anno mentre vani erano riusciti i suoi tentativi dell'ag. e dell'ott. per costituire un ministero durante le frequenti crisi di governo. Nell'apr.-maggio 1849 partecipò alla Commissione governativa che aveva assunto i poteri dopo la caduta del Guerrazzi, ma l'occupazione austriaca, l'indirizzo del nuovo governo, l'atteggiamento del Granduca l'allontanarono dal restaurato regime. Recatosi in Svizzera, si consacrò tutto all'educazione della figlia; poi,
dopo la morte della moglie Anna Bonaccorsi (1852), ritornò alle imprese agricole-industriali, specie in Marmma. E del 1833 un'aperta professione di fede nell'unità d'Italia sotto i Savoia. Con vedute nazionali collaborò al Comitato della Biblioteca civile dell'italiano (1837-59), ma alla vigilia del 27 apr. 1839 per timore di una rivoluzione demagogica partecipò agli estremi tentativi di salvataggio del gruppo moderato in favore della di nastia lorenese. Caduto il regime, divenne ministro dell'Interno nel maggio, e si diede con imperiosa volontà a vincere le incertezze dei colleghi per l'unione della Toscana al Piemonte. Assunta la direzione del governo dopo Villafranca, non mutò politica e giunse così all'auspicata unione con il plebiscito del marzo 1860.
Dopo la morte di Cavour, fu presidente del Consiglio e oltre ad occuparsi della riforma amministrativa, in senso accentratore, tentò la soluzione del problema romano. L'antipatia del Re per il rigorismo morale del R. e lo spirito anticlericale del tempo contribuirono a creare un'atmosfera di sfiducia intorno a lui. Si dimise nel 1862. Ritornato al potere ancora nel 1866, seguì ansioso la sfortunata campagna bellica, poi riprese le trattative per la Questione Romana, illudendosi di suscitare, con la soluzione del problema, un moto rigeneratore della Chiesa cattolica. Fallito ancora una volta il tentativo, si dimise definitivamente nel 1867.
BibL.: fonti : M. Tabarrini - A. Gotti, Lettere e documenti di B. R., in voll., Firenze 1887-96 (11 voll.). E in corso la nuova edizione dei Carteggi (Enora 4 voll. fino all'anno 1892) a cura di M. Nobili e S. Camerani, Roma 1039-47. Cf. inoltre: Dodici lett. di B. R. a Sansone D'Ancona, Firenze 1892; Trentacinque lett. politiche a Leopoldo Galeotti, Bologna 1892; Lett. politiche di B. R., U. Peruzzi, N. Corsini, ecc., ivi 1898; A. Doria, Carteggio iuod. Salvagnoli-R., in Il Risorg. ital., 18 (1925), fasc. 111-1v; A. Colombo, Il carteggio Lamarmora-R., ibid., 21 (1928); A. Sapori, Due gentildonne piemontesi e B. R., Lettere, itid., 21 (1928); M. Nobili, B. R. agricoltore, politica, in Rasi, stor. Risorg., 27 (1941). pp. 841-56; Diario livornese di B. R., in Nuova Antologia, 442 (1949, 1i), pp. 114-27, Studi: A. Gotti, Vita del barone B. R., Firenze 1894; A. Valle, Le idee di B. R. intorno alla Questione Romana, Roma 1914; R. Della Torre, L'evoluzione del sentimento nazionale in Toscana, Milano-Roma 1915 (con ricca bibl.): N. Rodolice, B. R. agricoltore, in Atti dell' Arc. dei Georgofili, 1926; G. Gentile, B. R. e il problema dei rapporti tra Stato e Chiesa, in Gino Capponi e la cultura toscana ecc., Firenze 1926; M. Puccioni, L'unità d'Italia nel pensiero e nell'azione del barone B. R., ivi 1932: P. Gismondi, Dottrina e politica ecclesiastica di R., in Rasi, stor. Risorg., 24 (1937), pp. 10711113 e 1256-1301.
Sergio Camerani
## RICATTO: v. ESTORSIONE.
RICCA, Massimiliano. - Scienziato scolopio, n. a Novara il 2 nov. 1761, m. a Siena il 14 genn.
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Riccardi, famiglia - Coriile di Palazzo R., di Michelozzo Michelozz1 - Firenze.
1835. Insegnò dapprima in Firenze e poi nel Collegio ducale di Correggio, dove tenne la cattedra di filosofia e matematica che lo rese celebre in tutto il Ducato di Modena. Nel 1789 fu trasferito al Collegio Tolomei di Siena.
Durante la sua dimora colà di oltre 40 anni insegnò filosofia, fisica, matematica e più tardi introdusse altresi lo studio della mineralogia, della geologia e della paleontologia; dal 1803 fu anche professore di matematica e di fisica sperimentale nella Università. Coltivò particolarmente le scienze geologiche e paleontologiche ed ebbe rapporti con molti scienziati italiani e stranieri. Alla fama di scienziato (sebbene non lasciasse produzioni scientifiche stampate) accoppiò in alto grado lo spirito di apostolo nella sua missione sacerdotale.
Bibl.: T. Pendola. Elogio funebre del p. R. M. delle Scuale Pie, Siena 1835; G. Antinori. Biografia degli italiani illustri. IV. Venezia 1836, pp. 108-10; A. Checcucci, Commentario della vita ed opere di Pompilio Pozzetti, con vari elogi d'iniigni scolopi, Firenze 1898, pp. 283-93; L. Picanyol, Lo scolopio M. R. e il suo elogio sul grande navigatore Alessandro Malaspina, Roma 1935.
Leodegario Picanyol
RICCARDI, FAMIGLIA. - Capostipite conosciuto è un ANICHINO di Riccardo che, forse proveniente da Colonia, si trasferì in Firenze nel sec. xiv. Durante la Repubblica i R. ebbero scarsa importanza, ma raggiunsero una notevole potenza economica con la mercatura. Maggiore autorità ottennero durante il principato mediceo, e alcuni di loro furono senatori.
Francesco di Cosimo (1648-1719) fu incaricato di ambascerie a Clemente X e a Leopoldo I. Riccardo Romolo (1558-1611) costituì il primo nucleo della Biblioteca che si chiamò Riccardiana e che nel 1815 fu dal comune di Firenze donata allo Stato. Nel 1629 Ferdinando II investi i fratelli Cosimo e Gabriello di Francesco del feudo di Chianni, con titolo marchionale. Nel 1659 lo stesso granduca vendette ai R. il Palazzo mediceo di Via Larga, che essi abbellirono e fecero affrescare da Luca Giordano.
Bibl.: E. Re, La compagnia dei R. in Inghilterra e il suo fallimento alla fine del sec. XIII, in Arch. della R. Soc. rom. di Stor. patria, 27 (1914), pp. 87-198, Roberto Palmarocchi
RICCARDO d'Andria, santo. - Vissuto nel sec. XII.
Le leggende lo farebbero contemporaneo a Gelasio I (!) sotto il quale avrebbe retto la diocesi di Andria partecipando nel 493 alla dedicazione del tempio di s. Michele Arcangelo al Gargano. In realtà un R. resse la sede andriana non prima della seconda metà del sec. xir.
Bibl.: Acta SS. Iunii, II, Parigi 1867, pp. 245251; N. Monteresi, Leggenda e realti intorno a s. Ruggero vescovo di Canna, Trati 1905, pp. 5-12, 3198; Lanzoni, I, pp. 294-302; R. Zapsbria, S. R. nella leggenda, nella storia, nella poesia..., Andria 1920; G. Ruotolo, Il vultu antico di Andria, Chieri 1946; Martyr. Romanum, p. 230. Alberto Ghinato
RICCARDO di Cluny (di Poitiers). - Cronista e poeta, n. probabilmente in Aunis verso il 1120 , m. dopo il 1188.
Dalle sue opere si può dedurre che fu monaco nel priorato cluniscense dell'Isola d'Aix accanto a Rochefort. Da un viaggio in Inghilterra, fra il 1143 e il 1154, trasse grande entusiasmo, come mostrano le sue poesie, ma la sua opera principale è una cronaca universale dalla creazione al 1171 . E una compilazione di cronache anteriori, che servì in seguito a Martino di Troppau (Chronicon Pontificum et Imperatorum) e a Bernardo Gui (Flores chronatorum); se ne conoscono tre redazioni differenti che vanno rispettivamente fino al 1153, 1162 e 1171 ; l'ultima rimaneggiata da mano diversa fu continuata fino al 1174 . In più restano un Catulogus Romanorum Pontificum, dall'apostolo Pietro a Alessandro III, dove si inseriscono notizie sugli abati di Cluny, e una cronaca dell'Aunis, che nello stile lacrimevole dei profeti narra la distruzione di Châtel-Aillon.
Bibl.: manoscr., ed. delle opere in A. Potthast, Biblioth. hist. m. aevi. II, Berlino 1896, p. 969 e in A. Moliner, Sources de l'hist. de France. II, Parigi 1902, n. 2202, pp. 315-16. V. anche J. Schnach, R. v. Cl., seine Chronik u. 1. Kluster, in Historische Studien, 1921.
Clemente Schmitt
RICCARDO di Cnapwell (e non di Clapwell). Teologo domenicano inglese, dei primi a introdurre il tomismo a Oxford, fra il 1284 e il 1286 , non senza viva opposizione del confratello Roberto di Kilwardby (v.) e del francescano Giovanni Pechum (v.).
Autore d'un Quodlibet e di alcune Quaestiones disputatae, egli si dichiarò per la dottrina tomistica dell'unità della forma sostanziale nell'uomo, intorno alla quale ardeva in quegli anni un fiero e clamoroso dibattito; condannato come eretico dal Peckam, lasciò l'Inghilterra per Bologna, ove morì nel 1288. Par certo che si debba a lui il Correctorium "Quare", in risposta al Correctorium fratris Thomae di Guglielmo de la Mare.
Bibl.: P. Glorieux. Le Correct. corrup. "Quare", Parigi 1927; M. D. Chanu, La première diffus. du thomisme à Oxford..., in Arch. d'hist. doctr. et litt. du moyen âge, 3 (1928), pp. 185200; P. Pelster, R. von Kn. O. P. Seine Quaestiones disp. u. 1. Quodlibet. in Zeitschr. f. both. Theol., 41 (1928), pp. 473-91; W. A. Hinnebusch. The early English Friars Preachers, Roma 1931 (v. ind. onomastico, e specialm. le pp. 389-91). Bruno Nardi
RICCARDO Fitzralph (Richardus Armacamus, Hibernicus). - Teologo e arcivescovo, n. ca. il 1295 a Dundalk (contea di Louth), m. ad Avignone il 20 dic. 1360.
Cancelliere dell'Università di Oxford (1330-31), della cattedrale di Lincoln (1334), nel 1337 divenne decano del Capitolo cattedrale di Lichtfield. Nel 1147 fu nominato da Clemente VI arcivescovo di Armagh (Irlanda).
Prima di essere cancelliere dell'Università di Oxford fece un commento alle Sentenze, di cui si conserva una ordinatio (riveduta dall'autore) e una reportatio (il Gwynn ne preparava l'edizione) : ivi manifesta tendenze averroiste. Dopo il 1334 diede le dimissioni da cancelliere e porti per Avignone dove, venuto a contatto con i vescovi armeni ivi giunti per l'unione della loro Chiesa con la Sede Apostolica, si occupò delle loro opinioni teologiche redigendo la celebre Summa in quaestionibus Armenorum, in 19 il. (Parigi 1511), particolarmente importante per la conoscenza degli errores Armenorum (soprattutto d'indole sacramentaria ed ecclesiologica), condannati da Benedetto XII (Denz-U, 532-49) e da Clemente VI (ibid. 308-24).
Tornato in patria, dopo la sua elevazione all'episcopato,
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prese viva parte all'incresciosa lotta contro i privilegi dei Frati Mendicanti con discorsi e trattati (Propositio... adversus Ordines Mendicantes, inedito; De pauperie Salvatoris libri 7 [i primi 4 ll . editi da Poole, 7. Wycliffi de dominis divinis, Londra 1800] : opera originale con qualche spunto erroneo, in seguito sviluppato da Wyclif; Defensio curatorum contra eos qui privilegiatos se dicunt [Parigi 1496]). Citato ad Avignone, mori prima che il processo avesse termine. In Inghilterra e in Irlanda fu ritenuto un santo. Delle opere inedite il Tanner (Bibliotheca britanmico-hibernica, Londra 1748, p. 284) segnala i manoscritti. Particolarmente notevoli le Quaestiones de imagine (sulla similitudo dell'uomo con Dio), contenute nel cod. Vat. Ott. 179, ff. $76-87$ e nel cod. A. 3. 508, ff. 98 - 103 della Bibl. naz. di Firenze.
BibL.: Hutter, II, coll. 631-33; E. Amann, s. v. in DThC. XIII, coll. 266-68; A. Gwenn, R. F., Archbish. of Arnawbi, in Studies, 22 (1935), pp. 189-402; id., Archbish. R. F. and the Friars, ibid., 26 (1037), pp. 50-67; G. Meersseman, La défense des Ordres mendicants contre R. F. par B. de Babenheim, in Arch. Fratr. Praedic., 3 (1035), pp. 124-173; L. Hammerich, The beginning of the strife between R. F. and the Mendicants, Copenhagen 1038; M. De Wulf, Storia della filos. mediev., trad. it., III, Firenze 1949, pp. 160-62, 186.
Antonio Piolanti
RICCARDO I, re d'Inghilterra, detto Cuor di leone. - Quartogenito del re Enrico II Plantageneto e di Eleonora di Aquitania, n. ad Oxford I'S sett. 1157, m. a Chalus nel Limosino il 6 apr. 1199. Morto in tenera età il fratello maggiore Guglielmo (1153-56), e morto senza credi, nel 1183, il cadetto Enrico, R. salì senza difficoltà al trono nel 1189. Ma prima s'era ribellato parecchie volte, con la madre e i suoi fratelli, contro Enrico II ad istigazione dei re di Francia Luigi VI e Filippo-Augusto; e appunto nel 1189 il re d'Inghilterra era morto, vinto e abbandonato dai suoi.
R. attese a rinforzare l'ambizione veramente «im-

(fot. Ene. Catt.)
Riccardo Fiteralph - Incipit della Summa de quaestionibus Aresenorum. Cod. del 1380 - Biblioteca Vaticana, cod. Vat. lat. 1034, f. 1 .
periale della sua dinastia e non rivolse la sua attenzione che ai suoi territori d'oltre mare e specialmente all'Aquitania; cosi sperava, come suo padre, di dominare un giorno la contea di Tolosa e di raggiungere il Mediterraneo. Sposò a Cipro, durante la Crociata, una spagnola, Berengaria, figlia del re Sancio VI di Navarra (maggio 1191); sognò anche di diventare re di Gerusalemme e di riprendere per proprio conto la corona imperiale di Enrico VI e le sue pretese su Costantinopoli. La megalomania di R. avrebbe potuto distruggere la sovranità capetingia, circondata da ogni parte, se la Francia, con Filippo-Augusto, non avesse avuto un re intelligente ed energico; R. riusci però ad esaurire le risorse dell'Impero angioino e avrebbe potuto rovinare del tutto l'opera di Enrico II, se non avesse avuto buoni e fedeli servitori in Inghilterra, che, però, non si degnò di visitare se non in rare occasioni.
Enrico II era morto il 6 luglio 1189 ; R. andò a passare sei mesi in Inghilterra per farsi incoronare ( 3 sett.); ma già alla fine dell'anno partiva per la Crociata, dalla quale non ritornò che cinque anni dopo (1194).
I re d'Occidente si erano stretti in lega per strappare a Saladino Gerusalemme, caduta nelle sue mani nel 1187. R. e Filippo-Augusto, legati da un'apparente amicizia, partirono insieme, s'indugiarono in Sicilia, poi si separarono per conquistare l'uno Cipro e l'altro raggiungere S. Giovanni d'Acri. Insieme ripresero la città agli infedeli, dopo un assedio che fu il più lungo e il più micidiale del medioevo (giugno 1189 -luglio 1191), e R. vi si conquistò una fama leggendaria di valore. Guastatosi con Filippo, R. tentò, da solo, di riprendere Gerusalemme; ma invano, perché dovette negoziare con Saladino una tregua che permettesse i pellegrinaggi. Tornando in Occidente attraverso l'Europa centrale R. fu imprigionato dal duca d'Austria Leopoldo, consegnato all'imperatore Enrico VI e liberato pagando un riscatto.
Al suo ritorno, R. trovava i suoi Stati in condizioni precarie e pericolose; Filippo-Augusto aveva cercato di approfittare della sua assenza per smembrare l'Impero plantageneto, incoraggiando le ambizioni di Giovanni Senza-terra, fratello ingrato, che cercava di usurpare i beni e forse anche la corona del fratello assente; eccitava infatti il malcontento dei baroni e dei vescovi inglesi, sosteneva i cittadini di Londra, che si andavano costituendo in comune. Ma gli interessi di R. furono ben difesi e i suoi errori corretti da Walter Hubert, gran - giustiziare e arcivescovo di Cantorbery, il quale governò l'Inghilterra dal 1193 al 1198 con un pugno di ferro. Grazie a lui, R. poté contentarsi di fare una breve apparizione nel suo Regno nel 1194 e poi riguadagnare i suoi possessi nel continente, dai quali non tornò più.
Se la Normandia, amministrata con ordine, rimase fedele, l'Aquitania fu continuamente teatro di sollevazioni feudali. R. s'imbatté anche in una forte resistenza da parte dei Bretoni, fedeli a suo nipote Arturo, che egli contava di spogliare. Dappertutto il Plantageneto incontrava l'ostilità dei Capetingi. Nell'assenza di R., Filippo s'era annesse le regioni orientali della Normandia (Vexin, la contea di Aumale e d'Eu). Dopo il ritorno del Re d'Inghilterra, la guerra devastò per cinque anni i confini del Berry e della Normandia; Filippo fu vinto parecchie volte, specialmente a Fréteval, nel 1194, e il suo avversario, per impedirgli l'accesso alla Normandia, costrui una serie di fortezze, di cui Château-Guillard, nella vallata della Senna resta ancora la più importante testimonianza. R. gli suscitò anche nuovi avversari : Renaud di Boulogne e soprattutto il conte di Fiandra, Baldovino IX; e aggiunse ai propri alleati l'imperatore Ottone di Brunswick, a cui il re di Francia cercò di contrapporre Filippo di Svevia. Pareva, cosi, che R. dovesse trionfare; tutti invece dimenticarono la Crociata; e il Papa, richiamandola alla loro memoria, molto opportunamente per Filippo-Augusto, impose ai due nemici una tregua (1199). Qualche mese più tardi, l'ambizione e la gloria di R. crollarono a
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cagione della sua morte oscura all'assedio del castello di Châlus (6 apr. 1199).
Bist.: oltre le opere generali sulla storia dell'Inghilterra e della Francia, le fonti principali pur la storia di R. C. di L. sono state pubblicate nella co