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, l'ambizione e la gloria di R. crollarono a

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cagione della sua morte oscura all'assedio del castello di Châlus (6 apr. 1199).

Bist.: oltre le opere generali sulla storia dell'Inghilterra e della Francia, le fonti principali pur la storia di R. C. di L. sono state pubblicate nella collezione delle Rolls Series. Opere particolari: T. A. Archer, The Crusade of Richard I, Londra 1888; A. Cartellieri, Philipp II., August II. and III., Lipsia 1889; A. Gruhn, Der Kreuzzug Richards I, Berlino 1892; G. Paris, Le roman de Richard Cunur de Lion, in Romania, 26 (1897); J. H. Romoer, The Angevin Empire, Londra 1903; K. Norgate, Richard, the Lion Heart, ivi 1924; S. R. Packard, The norman camounes under Richard and John (1169-11-4), in Hoskins andcercary Essays, Boston 1924; A. Schreiber, Drei Beitrage zur Gesch. der deutschen Gefangenschaft des Königs Richard Löwenherz, in Histor. Vierteljahrschrift, 26 (1931), pp. 268-94; Ch. PetitDutaillia, La monarchue féodale en France et en Angleterre, XVXIIIe siècle, Parigi 1933; R. Gronauer, Hist. des Crusades, II, ivi 1935; G. Hill, A history of Cyprus, I: To the conquest by Richard Lion Heart, Cambridge 1940; G. Ambroise, The Crusade of Richard Lion-Heart, Nueva York 1941; B. Wilkinson, The government of England during the absence of Richard on the Third Crusade, in Bull. of the 3. Rylands Library, 28 (1944), pp. 484-589.

Guglielmo Molin
RICCARDO III, re d'Inghilterra. - N. il 2 ott. 1452 a Fotheringay, m. il 22 ag. 1485 . Nel 1461 ebbe il titolo di duca di Gloucester. Appoggiò energicamente il fratello Edoardo IV contro Enrico VI, ma non ci sono prove di una sua responsabilità personale nell'uccisione di quest'ultimo. Edoardo IV, fidando nella lealtà fino allora dimostratagli, morendo nel 1483 , lo costituì custode dei figli Edoardo V e Riccardo di York, ancora fanciulli.
R. fece rinchiudere Edoardo V nella Torre di Londra e costrinse la regina madre a consegnargli l'altro figlio; poi dichiarò usurpatore Edoardo IV e si fece proclamare re. Subito dopo ordinò l'uccisione dei due nipoti. Riconosciuto dal Papa e dalla Spagna, ebbe avverza la Francia, che aveva dato asilo agli esuli, tra i quali era il gallese Enrico Tudor, conte di Richmond, pretendente dei Lancaster. Nonostante i tentativi per risanare l'amministrazione dello Stato, per la sua crudeltà R. incontrò generale ostilità, che crebbe quando propose di sposare Elisabetta di York, sorella dei due fanciulli assassinati. I malcontenti delle due casate nemiche di York e di Lancaster fecero causa comune. Enrico Tudor, sbarcato nell'ag. 1485 sulle coste del Galles, riuscì con l'aiuto degli abitanti a formare un piccolo esercito. Nel durissimo combattimento del 22, nonostante il disperato coraggio, R. fu vinto ed ucciso.

L'anno seguente Enrico Tudor sposò Elisabetta; così, con le conciliazione degli York e dei Lancaster, terminava la guerra delle due Rose e aveva inizio la dinastia dei Tudor.

Bist.: J. Ramsay, Lancaster and York, Oxford 1802; J. Gairdner, Life and reign of R. III, Cambridge 1898; J. Calmette, L'élaboration du monde moderne, Parigi 1949, v. indice, Roberto Palmarocchi

RICCARDO di Mediavilla. - Filosofo e teologo francescano, denominato doctor solidus, n. ca. il 1249, m. ca. il 1307-1308. Scarse e incerte sono le notizie biografiche; si ritiene di origine inglese, però è ancora discussa l'identificazione di Mediavilla con Middletown in Inghilterra, in confronto con Menneville e Moynneville in Francia.

Studiò a Oxford; verso il 1278-80 lo si trova a Parigi. Nel 1283-85 fece parte della commissione costituita per l'esame degli scritti di Pier Giovanni Olivi (v.). Nel sett. 1284 ottenne la licenza di magistero, che svolse fino al giugno del 1287. Fu "magister et socius" di s. Lodovico di Tolosa a Napoli (cf. Analecta franciscana, 7 [1951], p. 14). Il 20 sett. 1297 fu eletto superiore della provincia di Parigi. E poco probabile che sia ritornato in Inghilterra.

Le opere autentiche di R. sono: il commento ai libri delle Sentenze (il l. I separato, Venezia 1279; i 4 II. insieme, in due voll., ivi 1307-1509), svolto negli aa. 1282-84, ma redatto nel 1295; 45 quaestiones disputatae, a cui R. rimanda spesso negli altri scritti,
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Riccardo di Mediavilla - Commentarius in librum II Sententiarum. Codice del sec. xiv - Biblioteca Vaticana, cod. Vat. lat. 863, f. $1^{\circ}$.
redatte probabilmente nel 1284 (inedite, eccetto la XIII in De humanae cognitionis ratione, Quaracchi 1883, pp. 221 245 ; per i titoli cf. E. Hocedex, Les quaestiones disputatae de R. de M., in Recherches de science religieuse, 6 [1916], pp. 500-13); tre Quodlibet (Venezia 1507), tenuti rispettivamente nel 1285, 1286 e 1287; Quaestio de privilegio papae Martini IV (Quaracchi 1925): è un ampia difesa del privilegio concesso agli Ordini Mendicanti di ascoltare le confessioni senza approvazione preventiva dei vescovi e dei parmci; Quaestio de gradu formarum (cd. B. Zavalloni, Lovanio 1951, nella collana Philosophes médiévaux); e quattro sermoni, tenuti ca. gli aa. 1281 e 1283.

Tradizionaliste rispetto alla scuola francescana, si rese spesso indipendente, riallacciandosi a posizioni tomiste o ammettendole semplicemente come probabili. Diede particolare rilievo alle scienze e al diritto canonico. In teologia R. fu fedele a s. Bonaventura in varie tesi : la teologia è scienza pratica, la Grazia e la carità non si distinguono realmente; la volontà è la base delle virtù soprannaturali; composizione di materia e forma negli Angeli e loro moltiplicazione nella medesima specie; dualità di filiazione in Cristo ecc. Si orientò verso il tomismo, senza accettarlo in pieno, nella negazione delle ragioni seminali, del peccato degli Angeli nel primo istante, della possibilità dell'Incarnazione del Verbo senza il peccato, e così pure sull'impeccabilità di Cristo, ecc.

Più indipendente dal tomismo e dall'aristotelismo si mostrò in filosofia, ove, pur mantenendosi generalmente sulla scia di s. Bonaventura, assunse posizioni proprie e diede particolare valore all'esperienza, orientando volentieri lo studio verso la natura. In ontologia fu realista moderato nella questione degli universali; negò l'univocità dell'ente in Dio e nella creatura, combatté la possibilità della creazione eterna. In psicologia ammise la pluralità delle forme; il principio di individuazione è dato dall'incomunicabilità dell'essenza e non dalla materia signata quantitate; attribuì alla volontà il primato sull'intelli-

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genza, ammettendo, come fonte della libertà, l'autodeterminazione dell'atto volitivo.

Si può dire che R., più analitico che sistematico, è un benaventuriano aperto al tomismo con frequenti vedute personali, perfino nella fisica, ove è ritenuto un precursore. Grande fu l'influenza che egli ebbe in seguito, anche fuori del campo strettamente scientifico, come in s. Bernardino da Siena. Oggi lo si ritorna a studiare con simpatia.

Bibl.: E. Hocedcz, Richard de Middleton, Lovanio 1925. Per la questione dell'origine: W. Lamper, De patris R. de M., in Arch. Franc. hist., 18 (1925), pp. 298-300; id., War R. von M. Engtänder?, in Franzishanische Studien, 15 (1928), pp. 170-73; id., R. de M., in La France franciscaine, 13 (1930), pp. 388-90; F. Peltzer, Die Herhanft des R. von M., in Plulos. Jahrbuch, 30 (1926), pp. 172178; id., Das Heimatland des R. von M., in Schuhntrh, 13 (1938), pp. 390-406; P. Glorieux, R. de M., in La France franciscaine, 19 (1936), pp. 97-113. Per le relazioni con s. Lodovico di Tolosa: W. Lamper, Utrum R. de M. fuerit s. Ludovici T. magniter, in Arch. Franc. hist., 19 (1926), pp. 113-16; id., De R. de M. socio i. Ludovici T., ibid., 23 (1930), pp. 246-48; M. R. Toynbee, St Louis of Toulouse, Manchester 1929, p. 104 sgg. Per il pensiero, cf. la labl. citata da J. Lechner, s. v. in LThK, VIII, col. 872; E. Amann, s. v. in DThC, XIII, coll. 2669-72. Per l'influsso: W. Lamper, De fumo R. de M. apud FF. Praedicatores, in Arch. Franc. hist., 21 (1928), pp. 413-18; id., De quibusdam R. de M. manuscriptis depreditri, ibid., pp. 412-13. Giudicatio Melani

RICCARDO il Premostratense (Anglicus, da Wedinghausen). - Scrittore premostratense, con ogni probabilità di origine inglese, che scrisse nella seconda metà del sec. xit, forse identico con quel Riccardo da Wedinghausen (oppure Arnsberg) in Germania che vi mori ca. il 1190.
R. è autore di una interpretazione della Messa (De canone Missae: PL 177, 455-470) allora molto diffusa, che spiega il Canone in base ai segni di Croce fatti dal celebrante prima e dopo la Consacrazione, seguendo il principio : virtus Missae Crux est. Di fronte alle interpretazioni allegoriche della Messa, l'opera di R. rappresenta un progresso perché considera azioni e termini in sé. La sua paternità letteraria del De computo Ecclesiae è incerta, quella di una vita di s. Orsola (Acta SS. Octobris, IX, Pa-rigi-Roma 1869, pp. 92 sg., 173 sgg.) e assai contestata

Bibl.: B. Haurisn, Notice sur une exposition du Canon de la Messe, Parigi 1876, p. 145 sgg.; A. Franz, Die Messe im Mittelalter, Friburgo in Br. 1902, p. 418 sg.; W. Lewison, Das Werden der Ursulingsude, in Bonner Zahrbïcher, 132 (1927), p. 1 sgg.; A. Manser, Richard von Wedinghausen, in LThK, VIII, col. 872 sg.

Agostino Huber
RICCARDO di San Germano. - Autore di una Chronica giunta in due redazioni integrantisi reciprocamente.

La prima, interrotta al 1226, iniziata per commissione dei monaci di Montecassino, avrebbe dovuto essere soltanto la continuazione degli Aunales casinenses che arrivavano al 1212 e aveva come centro la storia del monastero nel quadro delle vicende del Regno. La seconda, scritta dal notanda notans notarius entrato ai servizi dell'imperatore Federico II, ha invece come suo oggetto la storia del Regno, in sé e per sé, di cui R. si sente e si proclama figlio, e si rifà alla morte di Guglielmo II, tipo ideale e perfetto di sovrano, e si interrompe al 1243 , anno della morte di R. La cronaca, scritta nelle due redazioni con uguale diligenza, precisione ed onestà, ed intercalata di poesia ritmiche latine dello stesso R., è la guida più sicura per la conoscenza della storia di Federico II e delle province napoletane, grazie all'esperienza che l'autore ebbe della vita pubblica e alla sua possibilità di essere ben informato per conoscenza personale e diretta o attraverso documenti di carattere ufficiale, che volentieri inserisce nella cronaca: lettere papali e imperiali o testi legislativi, quali le Assise di Capua e di Messina.

Bibl.: Ryccardi de S. Germano Chronica, RIS, VII, nuova ed. a cura di C. A. Garufi (v. la recens. di G. P. Scarlata, in Arch. stor. sic., $3^{4}$ serie, I [1946], pp. 288-93); G. Bertoni, Il Duecento, Milano 1947, passim.

Gina Fasoli
RICCARDO di San Lorenzo. - Teologo del sec. xili, di cui manca quasi ogni dato biografico.
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Riccardo di San Germano - Incipit della Chronica, autografo dell'autore - Montecassino, Archivio, cod. R R 307, f. 1 .
N. in Piccardia, divenne canonico e decano del Capitolo di Rouen tra il 1239 e il 1245 . Si è ritenuto che in seguito divenisse monaco cistercense, ma mancano prove sicure.

Scrisse varie opere: Tractatus de versiculo "Quid est tibi more" (tra le opere di Riccardo di S. Vittore: PL 196. 1073-1116; Muriale o De laudibus B. M. V. libri XII (ed. anonimo a Strasburgo nel 1493, con il vero nome a Douai 1623, poi tra le opere di s. Alberto Magno; t. XXII : Jamtry 1631; t. XXXVI : Parigi 1898), a cui è legata la sua fama. L'ampia opera svolge la teologia mariana secondo questo piano : spiegazione dell' Ave Maria (I. I); Quomodo Maria servirit vobis in singulis membris suis (I. II); privilegi, virtù, bellezza fisico-morale della Vergine (II. III-V); titoli e simboli celesti, terrestri e acquatici di Maria (II. VI-IX); simboli mariani desunti dalla vita umana e dall'arte bellica e nautica (II. X-XI); il valore del titolo hortus conclusus (I. XII). A parte gli elementi fantastici e le questioni futili, il Muriale è da ritenere una solenne testimonianza del fervido amore di quell'età alla Vergine, un ampio repertorio delle questioni mariane in voga nel sec. xili, ove non mancano le spiegazioni ingegnose e abbondano spunti teologici di qualche valore. R. è un convinto assertore dell'Assunzione di Maria.

Bibl.: P. Glorieux, Répertoire des maitres en théologie de Paris au XIIIe siècle, I. Parigi 1933, pp. 330-31; E. Amann, s. v. in DThC, XIII, coll. 2672-76; G. Quadrio, Il trattato De assumptione B. M. V. dello pseudo-Agostino e il suo influsso sulla teologia ussuexismistica latina, Roma 1951, pp. 224-28.

Antonio Piolanti
RICCARDO di San Vittore. - Teologo e mistico, n. probabilmente nella Scozia all'inizio del sec. xit, m. a Parigi il to marzo 1173. Entrato tra i Canonici Regolari di S. Vittore (Parigi) ai tempi dell'abate Gilduino, fu discepolo di Ugo di S. Vittore (v.) e probabilmente gli successe nell'insegnamento della teologia nella scuola monastica.

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(per cortesia di mass. Pialanti)
RICCARDO di SAN VITTORE - Ritratto. Dipinto del sec. XVII. Lucca, chiesa di S. Frediano.

Sottopriore dell'abbazia prima del 1159, nel 1162 divenne priore, ritenendo l'ufficio fino alla morte. Nel 1164 ospitò a S. Vittore il papa Alessandro III e nel 1170 s. Tommaso Becket; si provò con successo in quasi tutti i campi della teologia. Tra le numerose opere, quelle esegetiche (Expositio difficultatum suborientium in expositione tabernaculi foederis; In visionem Ezechielis; In Apocalypsim; De Emmanuele, ecc.), sono di minor valore; invece i saggi dogmatici lo rivelano pensatore robusto e personale, soprattutto il De Trinitate in 6 ll. Dopo aver indicato il metodo, più sollecito della "profunda et subtilissima indagatio" che dei testi patristici (1. I), tratta prima della natura intima di Dio, mostrando il nesso intimo dei suoi attributi (1. II), poi della trinità delle Persone Divine (1. III), inoltrandosi in acute speculazioni per dimostrarne la non contraddizione con l'unità della natura (1. IV); da ultimo tocca il problema delle processioni divine (1. V) e ne illustra la differenza (1. VI).

Questo trattato è una delle sintesi più originali e più sorprendenti del sec. xir, che per la sua spinta ricerca delle "rationes necessariae", per mostrare la non ripugnanza intrinseca dell'alto mistero, fece sorgere in tempi più recenti (Polite, Heitz) il sospetto di una tinta razionalistica della teologia riccardiana; oggi la critica gli è più favorevole, ma nell'età aurea della scolastica la sua speculazione, di tendenza greca, fu più ammirata che seguita (cf. A.-M. Ethier, Le "De Trinitate» de Richard de Saint-Victor, Parigi-Ottawa 1939); infatti, accolta da Alessandro di Hales, venne trascurata da s. Bonaventura e da s. Tommaso.

Ispirate allo stesso metodo delle rationes necessariae, alla maniera di s. Anselmo e senza tinta razionalistica sono: De tribus appropriatis personis in Trinitate; Liber de Verbo Incarnatur; Quomodo Spiritus Sanctus est amor Patris et Filii; De superexcellenti Baptismo Christi; De potestate ligandi atque solvendi; Tractatus de Spiritus blasphemia; De differentia peccati mortalis et venialis. Ma R. si affermò soprattutto nella mistica, in cui condivise con s. Bernardo un incontrastato primato in quasi tutto il
medioevo, per una serie di opere che costituiscono una trattazione teoretica completa dell'argomento: De praeparatione animi ad contemplationem, liber dictus Bentamin minor: indica nella mortificazione delle possioni e nell'esercizio delle virtù la via per giungere alla contemplazione; De gratia contemplationis, seu Beniamin maior: è il capolavoro di R., l'opera sua più celebre e più utilizzata dai posteri.

Della carità tratta negli opuscoli: De gradibus caritatis, De quattuor gradibus violentac caritatis. Importante l'ampio trattato sulla vita interiore: De conditione interiori hominis. Tra i numerosi opuscoli della stessa indole è da segnalare l'Exit edictum o De tribus processionibus (ed. I. Chatillon-W. J. Tulloch, in Richard de St-Victor, Sermons et opuscules spirituels inédits, I, Parigi 1951, a pp. xv-xvir bibl. completa). Sebbene R. si abbandonasse more victorioso, ad un allegorismo spinto e il suo stile sia talora troppo carico di parole e di immagini, tuttavia il suo pensiero è limpido, sorretto da una straordinaria forza speculativa, che Dante gli riconobbe nel noto verso: "Che a considerar fu piú che viro" (Parad., N, 132).

BibL.: opere: PL 196. Studi: E. Kulesza, La doctrine mystique de Richard de St-Victor, St-Maximin 1924; P. Pourrai, La spiritualité chrétienne, II, Parigi 1928, pp. 179-92 (dottrina mistica); C. Ottaviano, R. di S. V. La vita, le opere, il pensiero, Roma 1933; G. Fritz, s. v. in DThC, XIII, it, coll. 2676-95; G. Manacorda, R. di S. V., in I contraffurti, Brescia 1933, pp. 129129; R. Lenglart, La théorie de la contemplation myst. dans l'oeuvre de R. de St-Victor, Parigi 1933; I. De Ghellinck, L'exier de la littérature latine au XIIe siécle, I, Bruxelles-Parigi 1948, pp. 58-60; J. Chatillon, Une ecclésiolog. médiév.: l'idée de l'Eglise dans la théol. de l'école de St-Victor au XIIe siécle, in Irénibos, 22 (1949), pp. 115-38. 395-411; A. Fliche-V. Martin, Hist. de l'Eglise, XIII, Parigi 1951, pp. 118-22.

Antonio Piolanti
RICCARDO di WYCHE (di Chichester), santo. Veacovo di Chichester, n. a Droitwich (Worcestershire) ca. il 1197, m. a Dover il 3 apr. 1253.

Studiò ad Oxford e a Parigi, indi giurisprudenza a Bologna con somma riputazione d'ingegno e di dottrina. Tornato in patria, fu eletto cancelliere dell'Università di Oxford. Richiesto come cancelliere di fiducia, da s. Edmondo Rich, arcivescovo di Canterbury, lo segui fedelmente anche nell'esilio a Pontigny e lo assistette fino alla morte. Mancato nel 1244 il vescovo di Chichester, fu dal Capitolo eletto a succedergli R.; ma il re Enrico III, indignato, vi intruse il suo favorito Roberto Passalewe e tolse a R. le temporalità della sede. Questi portò la questione dinanzi ad Innocenzo IV, allora a Lione, il quale abbracciò la sua causa, lo consacrò personalmente vescovo (2 marzo 1245) e lo rimandò in Inghilterra. Ma Enrico III non volle saperne; perciò R. dovette per ca. 2 anni rimanere ospite di una famiglia privata. Ciò nonostante nulla trascurò del suo ministero; promulgò statuti per regolare la vita del clero, il servizio divino, l'amministrazione dei Sacramenti, i privilegi della Chiesa; favorí l'incremento degli Ordini religiosi e la loro attività in mezzo al popolo. Nel 1246, il Re, indotto anche dalle minacce di pene spirituali del Papa, restituì a R. le temporalità, che gli servirono ad aumentare il tono delle elemosine ai poveri, vivendo egli in austera povertà.

Nel 1250 fu nominato collettore dei sussidi per la Crociata e nel 1252 predicatore della Crociata a Londra. A Dover, dove si recò per consacrare una chiesa a s. Edmundo, lo prese una febbre mortale e, ricoverato nell'ospedale, chiamato "Maison Dieu", lo colse la morte.

Di suo rimane degna di nota una relazione del contrasto tra s. Edmondo e Riccardo III, a riguardo dei benefici delle sedi vacanti, pubblicato da M. Paria nella sua Historia maior (ed. Madden, in Rolls series, II e III, Londra 1266). Fu canonizzato solennemente a Viterbo da Urbano IV il 22 genn. 1262. Festa il 3 apr.

BibL.: una breve vita di R. scrisse il suo confessore poco tempo dopo la canonizzazione, un'altra più breve ne pubblicò J. Caggrave in Nona legenda Anglia, Londra 1516, p. 269 sge.; ambedue in Acta SE. Aprilis, I, Parigi 1865, pp. 282-316. Cf. inoltre: A. Baker, Vie de st Richard, évêque de Chichester, in Revue des langues romanes, 53 (1920), pp. 245-596 (poema anglonormanno composto da P. de Pecham ca. il 1270); R. Capes, Richard of W., Londra 1913.

Celestino Testore

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(vis P. Móad Rius, La Sira y el Pilar de Zaragoza, Madrid s. n., p. 31)
A sinistra: RETABLO dell'altare maggiore di La Sen. Opera di Pere Johan, Hans de Susbis e Gil Morlanca (sec. xv) - Navagozza. A destra: RETABLO della cappella maggiore nella cattedrale, terminato nel 1304: Opera degli architetti Enrique Eguis e Pedro Ganiol, e degli scultori Copin de Holanda, Sebastian de Almonacid e Felipe Bigarny - Toledo.

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A sinistra: MONUMENTO AL CARD. PIETRO RIARIO di Andrea Brceno. La Vergine col Figlio è di Mino da Fiesole - Roma, chiesa dei SS. Apostoli. A destra: FINESTRA CON BALCONE DEL PALAZZO DELLA CANCELLERIA (1483-1511) con l'arme della famiglia Riario - Roma.

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(fot. Gab. fot. naz.)
In alto: PALIOTTO RICAMATO IN CORALLO (sec. xvir) - Palermo, chiesa di S. Giuseppe dei Teatini. In basso a sinistra: LA COMUNIONE DEGLI APOSTOLI. Ricalmo orientale in oro e argento (1100) Castellarquato, Cattedrale. In basso a destra: ULTIMA CENA. Cappuccio di piviale. Ricalmo flammingo su broccato d'oro (sec. xvi) - Gubbio, Tesoro della Cattedrale.

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(fol. (iutl. e Mauri l'ulierui)
In alto: MANTO RICAMATO - Vienna, Tesoro imperiale. In basso a sinistra: LA VISITAZIONE. Ricamo eseguito su disegno di A. del Pollaiolo (sec. xv) - Firenze, Museo dell'Opera del Duomo. In basso a destra: L'IMMACOLATA. Coperta di Evangeliario ricamato in seta e oro (sec. xviI) - Orvieto, Museo dell'Opera del Duomo.

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RICCARDO RUFO di Cornovaglia. - Teologo francescano, n. in Inghilterra, m. a Oxford nel 1260 ca.

Entrò nell'Ordine francescano, già magister ortium, a Parigi ca. il 1238, ma nel 1239 si trasferì in Inghilterra. Ottenuto il baccellierato in teologia, commentò le Sentence prima a Oxford (1250), poi a Parigi (1253), finché nel 1256 divenne maestro reggente dello Studio francescano di Oxford. Ruggero Bacone, forse per motivi personali, gli attribuisce parecchi errori, ma altri contemporanei, come Adamo Marisco e Tommaso Eccleston, ne parlano come di uomo pio e filosofo di grande fama. Gli scritti di R. confermano questo giudizio. A Oxford scrisse un commentario sui primi tre libri delle Sentence, nel quale, con stile personale, critica gli scritti di Alessandro d'Hales (v.), Ugo di S. Caro e Riccardo Fishacre; a Parigi invece fece una abbreviazione critica del commentario di s. Bonaventura alle Sentenze. Scrisse inoltre varie Quaestiones.

Bibl.: F. Pebst, Die älteste Abhürzung und Kritik vom Sentenzankmmentar des hl. Bonaventura. Ein Wech des Rish. Rufus de Carvalho, in Gregorianum, 17 (1936), pp. 192-223; F. Henguinet, Antour des écrits d'Alexandre de Hales et Richard Rufus, in Jotuniamon, 11 (1936), pp. 187-218; V. Doucet, Prolegomena ad Summan Halesianam, i. e, Alesandri de Hales Summa theologica, I. III, 1, t. IV, Quatechi 1948, pp. ccklirecslv (con bial. compless fino al 1948); F. Pelster, Richardus Rufus Analiens c. 1/30, ein Varläufes des Dona Scotus in der Lehre von der Wirkung des priesterischen Loxspruchung, in Scholastik, 25 (1950), pp. 549-52; G. Gál, C:zomen, in - Metaphysicam - Aristoteles cod. Vat. lat. 1/4-, fons doctrinae Richardi Ruß, in Arch. Franc. hist., 43 (1950), pp. 1-34. Gedeome Gal

RICCHEZZA. - Si dicono r. le cose utili, limitate e materiali. L'utilità e la limitazione della cosa s'intendono in senso soggettivo, rispetto ai bisogni dell'individuo. Le cose illimitate, per quanto utili, non sono r.
I. Asperto economico-sociale. - La nozione di r. ha subito, nel corso dei secoli, variazioni profonde, in relazione al sistema economico predominante.

Sostanzialmente esse si riconducono a tre fasi principali. Nell'età greco-romana, lo stato rudimentale della tecnica produttiva conferisce carattere di r. solo al possesso di beni immobili (cose e terreni) e di quella particolare forma di capitale umano che è costituito dagli schiavi. L'attribuzione del carattere di r. alla terra, quale bene economico atto è produrre spontaneamente altri beni, si prolunga in tutto il periodo medioevale. Nei secoli più vicini all'età moderna, tuttavia, il diffondersi dell'artigianato manifatturiero con le sempre più progredite tecniche di lavorazione dagli stessi prodotti naturali, operano un iniziale mutamento nella nozione di r. : essa si estende a comprendere anche i beni strumentali, cioè gli strumenti capaci di produrre o trasformare altri beni, nonché i materiali all'uomo occorrenti. Nell'età moderna, infine, la graduale e totale industrializzazione e meccanizzazione del processo produttivo ed i larghi margini di guadagno connessi a tale attività, trasferiscono in gran parte la nozione di r. dal possesso della terra a quello del capitale finanziario.

Ciò avviene tanto più decisamente quanto più detto capitale si trova accentrato e dotato di più elevata redditività in relazione al suo potere di controllo e di supremazia sul mercato. In tal senso si parla di concentrazione della r. come di aspetto caratteristico dell'economia capitalista. Tale concentrazione è un prodotto inevitabile delle successive rivoluzioni industriali che dal Settecento ad oggi hanno richiesto una sempre più forte disponibilità di mezzi finanziari, una loro rischiosa immobilizzazione, una progressiva eliminazione dei detentori di quote minime di essi a tutto vantaggio dei più forti monopolisti.

I mezzi invocati e posti in atto per ovviare a queste risultanze negative dell'assetto economico sono vari e spesso contrastanti. E generale, tuttavia, là ove si ritiene di dover contenere, neutralizzare o eliminare tali risultanze, l'orientamento verso un controllo sociale sull'attività economica che impiega e produce la r., controllo
attuato o dai pubblici poteri, o dai gruppi economici e professionali dei cittadini.

Nella posizione estrema di questo atteggiamento critico si trova la dottrina marxista, con le sue conseguenze (v. PAGPAIETÀ).

E tuttavia possibile (e storicamente sperimentato) l'accostarsi sensibilmente ad un processo di formazione, distribuzione e impiego della r. che riduca al minimo le risultanze negative. Ciò avviene quando il reddito individuale e nazionale (cioè il flusso di beni e di servizi annualmente prodotto da una collettività ed espresso in moneta, il che equivale appunto alla nozione attuale più corrente di r.) si forma e si distribuisce nel quadro di una razionalizzazione della vita economica. I cardini di detta razionalizzazione, secondo la dottrina sociale cristiana, sono la continua riforma dei costumi e delle strutture : si tratta cioè di trovare strumenti e tecniche sempre più perfetti di produzione, distribuzione ed uso di beni e servizi (riforme di struttura e riforme dentro una determinata struttura) e di condurre gli uomini a usarne nel modo migliore a vantaggio della persona umana (riforma delle coscienze).

Riternano qui, per quanto riguarda le riforme dentro le strutture e delle stesse strutture, tutti i problemi della produttività (dalla standardizzazione dei prodotti alle relazioni umane; alle varie forme di salario a incentivo, a squadre, proporzionale; partecipazione agli utili, ecc.), della riforma dell'impresa, sia mediante l'inserimento dei lavoratori nella proprietà dell'azienda (azionariato operaio, ecc.), sia mediante il trasferimento della proprietà ai lavoratori (varie forme di cooperazione, prestito del capitale, ecc.), sia mediante l'avvio di forme associative (ad es., l'associazione capitale-lavoro); inoltre tutti i problemi di riforma della stessa economia di mercato, con il passaggio dal liberismo economico all'economia diretta (economia di piano nelle sue diverse accezioni); e infine tutti i problemi di distribuzione della r. prodotta, sia sul piano aziendale (equa ripartizione della r. fra coloro che hanno concorso a produrla), sia sul piano nazionale (problemi di distribuzione del reddito nazionale, problema tributario, problema della sicurezza sociale ecc.), sia sul piano internazionale (problema delle materie prime, dello scambio di informazioni, delle zone depresse, ecc.).

Per quanto riguarda, invece, la riforma delle coscienze ritorna il problema delle esigenze del diritto naturale e del diritto rivelato (problemi dello sviluppo della filosofia e della teologia morale), con tutti i mezzi assodati dalla tradizione cristiana e offerti dal continuo progresso umano. Perciò «tornerà agevole scorgere - come dice Pio XII (Radiomessaggio per il cinquantenario della Re rum novarum) - che la r. economica di un popolo non consiste propriamente nell'abbondanza dei beni, misurata secondo un computo puro e presto materiale del loro valore, bensì in ciò che tale abbondanza rappresenti e porga realmente ed efficacemente la base materiale bastevole al debito sviluppo personale dei suoi membri. Se una simile giusta distribuzione dei beni non fosse attuata o venisse procurata solo imperfettamente non si raggiungerebbe il vero scopo dell'economia nazionale; giacché per quanto soccorresse una fortunata abbondanza di beni disponibili, il popolo, non chiamato a parteciparne, non sarebbe economicamente ricco, ma povero *.
II. ASPETTO BELLINOSO-MORALE. - Qui due punti sembrano interessare maggiormente il problema della r. : la connessione fra r. e vita morale nel Vecchio e nel Nuovo Testamento (dottrina della retribuzione nella Rivelazione cristiana); valore morale della r.

1) L'idea di retribuzione nei primi libri del Vecchio Testamento tende ad assumere un carattere immediato e terreno; l'affermazione che il bene sarà premiato e il male punito tende a tradursi in queste altre : il bene sarà premiato immediatamente, in questa vita, anzi addirittura materialmente; il male sarà punito immediatamente, in questa vita, anzi addirittura materialmente. Si vedano, ad es., il cap. 26 del Lev. e il cap. 28 del Deut.: «Se camminerete nei miei precetti e osserverete i miei comandamenti e li metterete in pratica, io vi manderò le piegge nei loro tempi, e la terra darà il suo prodotto...» (Lev. 26, 3-4; cf. anche la storia di Giobbe e i capp. 3 e 4 della

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Sapienza). Da qui una singolare concentrazione della povertà e della r., come se quella fosse la controprova di una situazione di interna immoralità e questa, a sua volta, controprova di interiore bontà morale: il povero tende ad essere identificato con il cattivo e con l'abbandonato da Dio; il ricco tende ad essere identificato con il buono e con il protetto da Dio.

Le cose cambiano notevolmente man mano che ci si avvicina al Nuovo Testamento e, in ogni caso, con questa. L'idea della corrispondenza fra bene e premio, male e infelicità è fortemente sottolineata; non però necessariamente nel senso di corrispondenza immediata, tanto meno materiale (cf., per es., la parabola di Lazzaro e del ricco Epulone; il primo fa bene e pure in questa vita soffre; il secondo fa male e pure in questa vita non manca di nulla: $L c .16,20 \mathrm{sgg}$.). Viene cosi a poco a poco abbandonata l'idea della r. come premio del bene fatto e della povertà come castigo del male compiuto: l'una e l'altra sono presentate come condizioni che possono accompagnarsi tanto alla virtù quanto al vizio, situazioni di cui si può usare ed abusare.
2) Per il rapporto fra r. e morale occorre precisare maggiormente il concetto di r. ed esaminare quindi il comportamento storico del ricco. La r. potrebbe essere definita o in funzione dell'entità, tradotta oggi solitamente in moneta, dei beni che si posseggono, oppure in funzione dell'utile che ne viene al proprietario. Nel primo senso r. si identifica con una massa considerevole di beni; nel secondo senso si identifica con abbondanza di disponibilità economiche. In questa abbondanza di disponibilità economiche entrano due componenti : a) la quantità degli utili percepiti in un dato periodo di tempo (p. es., un mese, un anno); b) la capacità a perdurare nel tempo.

La seconda componente è la più importante. Anche un utile fortissimo può non rappresentare una r., se si hanno fondati motivi per ritenere che non durerà affatto o assai difficilmente; all'opposto anche un utile non eccessivo può rappresentare una vera e propria r. se si ha morale sicurezza di lunga durata. Ora, parlando in concreto, la r. nel senso indicato, si comporta sostanzialmente nei modi seguenti : a) stimola più facilmente e più frequentemente all'ozio che al lavoro. Che sia veramente cosi risulta ampiamente dalla storia; perché lo sia discende ovviamente dallo stato di r. Che stimolo al lavoro può avere il ricco? Comunque vadano le cose, essendo il suo reddito sicuro, avrà sempre più del necessario. Perché logorarsi l'esistenza per accrescere il proprio patrimonio e il proprio reddito? Né si opponga la figura dell'avaro con la sua insaziata brama di accrescere i beni : innanai tutto egli non rappresenta la regola, ma l'eccezione; e poi intanto egli lo fa, in quanto (per malattia o per colpa) non si ritiene abbastanza sicuro, ossia non "ricco ". Il suo atteggiamento nasce dalla convinzione di non essere ricco, non da un comportamento della r. diverso da quello descritto. In altro modo si potrebbe dire : la r. stimola fortemente alla ricerca e al godimento del piacere (cf. Lc. 12, 17-19). Ed è inevitabile che nella ricerca dei piaceri sia più forte il richiamo dei godimenti terreni (cf. Mt. 13, 17-22); b) costituisce spesso un incentivo al vizio ed uno strumento di oppressione dalla libertà altrui. Chi possiede l'oro in misura notevole può aprire quasi tutte le porte. La r. consente quindi, sempre concretamente e storicamente parlando, di fare anche quello che la morale e le leggi non sempre permettono. D'altra parte, per lo stesso motivo, la r. permette anche di dominare talvolta la volontà altrui, piegandola facilmente al proprio desiderio; c) rende più difficile la fiduciosa confidenza in Dio. E noto che il ricorso a lui è tanto più facile quanto maggiore è la percezione della propria insufficienza. Se ne ha una prova nella maggior religiosità del fanciullo e del vecchio in confronto con l'uomo adulto, dei popoli primitivi in confronto con i popoli civili, dei momenti di pericolo individuale (p. es.: malattie) o collettivo (p. es.: guerra) in confronto con i momenti di tranquillità. Attrettanto va detto per le condizioni economiche. Chi non ha la vita sicura è più portato a riconoscere che tutto dipende da Dio, che non possiamo far nulla senza il suo aiuto e la sua protezione. Per il ricco invece il necessario e addirittura
il superfluo arrivano a scadenza fissa, spesso nella forma nota del biglietto di banca o dell'assegno, quasi con la regolarità dei fenomeni atmosferici e la sicurezza dei fenomeni fisici, onde ha l'impressione che per lui l'avvenire sia nelle sue mani. La controprova è in certa religiosità che si nota nei detentori della r. quando le nubi si profilano all'orizzonte e non si vede altro mezzo per allontanarle all'infuori dell'intervento divino: allora il sentimento religioso rinasce e l'invocazione a Dio diventa quasi spontanea. Si può quindi dire: pur non essendo in se stessa cattiva, la r. costituisce di fatto, concretamente e statisticamente parlando, un'occasione di male. In particolare la r. ha un'comportamento antitetico ai motivi per cui si difende, nella tradizione cristiana, l'istituto della proprietà privata. Ne costituisce non un'incarnazione, ma una corruzione.

Essendo un pericolo per la vita morale, un incentivo a venir meno ai propri doveri, ognuno deve evitare di mettervisi dentro; deve cercare, per quanto gli è possibile, di uscirne, e, quando si avessero motivi per non farlo, si deve cercare in tutti i modi di neutralizzare le conseguenze cattive che la r. normalmente porta con sé. Cio va detto soprattutto per coloro che nella r. si trovano senza fatica personale, in virtù di eventi più o meno fortuiti (sconvolgimenti sociali, guerre, discendenza, ecc.) : essi in modo particolare dovranno ricordare che, se si trovano in una condizione "umanamente" invidiabile, sono "cristianamente" in una condizione pericolosa. In questo senso si debbono intendere i frequenti allarmi di Cristo contro la r. Gesù è vissuto in una struttura econo-mico-sociale fondata sul regime di proprictà privata e non l'ha condannata; anzi ha condannato il furto (cf. Mt. 19. 18 e paralleli). Ha insegnato ripetutamente che la r. può essere uno strumento di bene e di vita eterna (cf. la parabola dei dieci talenti, l'episodio della Maddalena, ecc.). Le r. però non sono il bene più grande (cf. $M t .16,26$ ). Anzi sono un pericolo talmente grave che a più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che un ricco entri nel regno dei cieli (Mt. 19-24). L'accorato richiamo contro i pericoli della r. non significa quindi per ciò stesso esaltazione della povertà come tale (cf. Prov. 30, 8-9).

È possibile ora rispondere ad un'obbicsione che facilmente può sorgere, che l'atteggiamento cristiano contro la r. costituisce un ostacolo al progresso. Facciamo osservare innanzitutto che per noi il progresso è avvicinamento all'ideale umano e alle condizioni per poterlo attuare davvero; per tale ideale e per l'avvicinamento ad esso i beni sono una componente, non l'unica, né la più importante; e che la diffidenza cristiana verso la r. nasce proprio dal fatto che essa, anziché costituire uno stimolo al lavoro, costituisce un incentivo all'ozio, ossia dal fatto che, anziché agire in funzione produttivistica e progressista, operi in senso antiproduttivistico e addirittura regressista.

BibL.: Leone XIII, encicl. Rerum novarum, in Acta LeonisXIII, XI, Roma 1892, pp. 97-144; Pio XI, encicl. Quadragesimo anno, in AAS, 23 (1931), pp. 177-228; O. Schilling, Relchium u. Eigentum in der altchristl. Lit., Friburgo in Br. 1908; B. Lipinski, Dini Thamus de suo dimitiorum doctrina, ivi 1910; G. Boucaud, St Grégoire le Grand et la nation chrét. de la richesse, Lione 1912; L. Tondeffi, Posertà e r. nel Fangelo, in La Scuola cati., 20 (1921), pp. 2642; A. Horwath, Eigentumsrecht nach dem hl. Thomas von Ap., Graz 1929; A. Fanfani, Le solus. tomistiche e l'atteggiamento degli uomini dei secc. XIII e XIV di fronte ai problemi della r., in Riv. intern. di sc. sociali, 39 (1931), p. 81 sgg.; I. Pirod, Yousi et la richesse, Marsiglia 1944; A. Fanfani, Colloqui sui poveri, Milano 1950.

Giovanni Battista Guzzetti

RICCI, CORRADO. - Archeologo e critico d'arte, n. a Ravenna il 18 apr. 1858 , m. a Roma il 5 giugno 1934.

Studente all'Università di Bologna (dove si laureò in legge il 5 luglio 1882), cominciò il suo lavoro di erudito e di archeologo con l'esplorazione della cripta della basilica ravennate di S. Pietro Maggiore o S. Francesco, che condusse nel 1877 insieme con Edoardo Gardella. La prima edizione della sua guida di Ravenna e i suoi dintorni (a dispense negli anni 1877-88) è opera giovanile, ma sotto molti aspetti ancora utilissima e non superata

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(da la monsola di C. R., - vasa dell'ist. di Arch. e St. dell'1112, Rome 1933) RICCI, CoBRANO - Ritratto.
dalle altre 5 edizioni sino al 1923. Nel nov. 1882 entrò come alunno-assistente presso la Biblioteca nazionale di Firenze, iniziando quelle vita di lavoro e di studio che doveva portarlo al grado, prima di direttore generale delle Belle Arti (1906) poi, nel 1929, a quello di presidente del Consiglio superiore delle Antichità e Belle Arti. E anche opera sua la fondazione e l'organizzazione dell'Istituto di archeologia e storia dell'arte. Nel 1923 fu nominato senatore del Regno. La sua attività si estese alle principali pinacoteche italiane di Parma, Modena, Brera, che riordinò nel 1903, alle Gallerie fiorentine, alla Capitolina. Il suo nome è anche legato alla sistemazione dei Fori imperiali e delle grandi vie, che in Roma adducono al Colosseo. Ma a Ravenna monumentale dette sempre il meglio della sua attività; ne ripristino e restaurò le basiliche e gli altri edifici monumentali, lavoro che iniziò coraggiosamente sin dal nov. 1897, quale sovrintendente ai monumenti. Di questo suo spirito di ricerca e di studio amoroso rimane oggi quella che può considerarsi l'opera sua principe: le Tavole storiche dei musaici di Ravenna.

Volle che la sua salma riposasse nel cimitero della sua città e che tutti i suoi libri, il carteggio di ca. 80.000 lettere a soggetto artistico, storico o letterario, e le sue schede venissero conservate nella Biblioteca Classense.

BibL.: S. Muratori, C. R., in Felle Raveuna, 44 (1934), pp. 130-37; id., C. R., la vita e le opere, in Il Comune di Ravenna, 1934, pp. 23-48; R. Istituto d'archeologia e storia dell'arte, In memoria di C. R., Roma 1935. Quest'ultimo contiene l'elenco delle pubblicazioni (n. 906) del R. alle quali devono aggiungersi, uscite postume: Tavole storiche dei musaici di Ravenna; VI. S. Vitale; VII. S. Apollinare in Chate; VIII, S. Giov. Ebangel., S. Michele in Africisco, S. Agata, La Basilica Urciana, Roma 1935-37.

RICCI, Giovanni. - Cardinale, n. a Montepulciano ca. il 1497, m. il 3 maggio 1574 a Roma.

Andò a Roma nel 1515 al servizio del card. Antonio Del Monte, stette poi al servizio della Camera Apostolica (1534-39); ebbe in seguito da Paolo III incombence politiche presso Carlo V, finché nel giugno 1544 fu inviato nunzio in Portogallo ed eletto arcivescovo di Siponto; di là nell'art. 1549 passò quale nunzio e collettore in Spagna. Creato tesoriere della Camera Apostolica nel genn. 1551 tornò in Italia e fu creato cardinale da Giulio III il 20 nov. 1551. Ebbe in amministrazione il vescovato di Montepulciano e nel 1567 l'arcivescovato di Pisa. Concorse alle elezioni di cinque papi ed in quella del 1566 ebbe avversario alla propria Carlo Borromeo. Costruì il Palazzo Ricci a Montepulciano, il Palazzo ora Sacchetti in Via Giulio a Roma e la Villa Medici sul Pincio. Fu anche raccoglitore di oggetti d'arte e d'antichità. Nell'apr. 1573 divenne vescovo di Sabina.

BibL.: Pastor V-IX, v. indici; H. Jedin, Kard. G. R., in Misc. Paschini, II, Roma 1949, pp. 269-358. Silvio Furlani
RICCI, Lorenzo. - Gesuita, $18^{\circ}$ generale dell'Ordine, n. a Firenze il 2 ag. 1703, m. a Roma in Castel S. Angelo il 24 nov. 1775.

Entrato nella Compagnia di Gesù nel 1718, insegnò retorica e filosofia a Siena (1725-31), teologia a Roma (1743-49); indi fu direttore spirituale degli alunni nel Collegio Romano (1751-55), poi segretario del generale L. Centurione (1755-58) e infine generale ( 25 maggio 1758 ).

Ebbe un generalato di continue ansie e martirio. Appena eletto papa Clemente XIII, il R. presentò una supplica contro le ingiustizie commesse dai cardd. Saldanha e Atalaja nella visita alle case dei Gesuiti in Portogallo e ne ricevette, con le più care dimostrazioni di affetto, tre raccomandazioni per quei tempi procediosi : silenzio, pazienza, preghiera, che il R. a sua volta raccomandò in successive circolari ai suoi sudditi. Clemente XIII si diede ogni cura per aiutare il Generale e segno di benevolenza fu la bolla Apostolicum pascendi del 7 genn. 1765. Ma questo non sopil la tempesta scatenata dagli avversari : nel 1759 i Gesuiti furono cacciati dal Portogallo; nel 1763 dalla Francia, nel 1767 dalla Spagna, finché venne il breve di soppressione (1773). Il R. fu chiuso prigioniero prima nel Collegio Inglese, poi a Castel S. Angelo, dove languì fra i peggiori trattamenti per oltre due anni. Cinque giorni prima di morire, nell'atto di ricevere il Viatico, ripeté alla presenza del vicecastellano la protesta, già posta per scritto, dichiarando l'innocenza sua e di tutto l'Ordine (cf. E. Rosa, op. cit. in bibl., pp. 437-39). Allora gli fu resa giustizia con solenni funerali a S. Giovanni de' Fiorentini, con il benegliacito di Pio VI.

Il R. venne notato di troppa debolezza e remissività anche da parecchi suoi religiosi, come solo capace di pregare e pazientare e non di agire in difesa dell'Ordine, ma in realtà non mancò né di prudenza né di attiva operosità, solo che dovette agire occultando ogni passo, anche agli intimi, come appare dai documenti conservati. Quanto alla favola che due gesuiti abbiano avuto dal R. l'ordine di avvelenare Clemente XIV, cf. B. Duhr, I. Gesuiti, favola e leggende, I. Firenze 1908, pp. 62-75. Riguardo poi alla celebre frase: Sint ut sunt aut non sint, è da notare che essa non è del R., bensì di Clemente XIII, pronunciata contro la proposta del governo francese di nazionalizzare la parte francese dell'Ordine, separandola dalle altre (cf. F. X. de Ravignan, op. cit. in bibl., I, p. 105).

BibL.: Sannnervogel, VI, pp. 1785-92; IX, 803; J. Crétincau-Joly, Clément XIV et les Jésuites, Parigi 1847; G. Boero, Osservaz, sopra l'ist. del pontificato di Clemente XIV, scritta dal p. A. Thoiner, a voll., $2^{\circ}$ ed., Monza 1854; F.-X. de Ravignon, Clément XIII et XIV, $2^{\circ}$ ed., Parigi 1856; A. Carayon, Le p. R. et la suppression de la C. de T. en 1773, ivi 1869 ; B. Duhr, L. R., in Stimmen der Zeit, 114 (1927-28), pp. 81-92; G. C. Cordara De suppressione S. I. Commentarii, ed. a cura di G. Albertotti, Padova 1923; B. Duhr, Gesch. der Jesuiten in den Ländern deut. Zunge, IV, i, Monaco-Ranabona 1928, pp. 6-15; E. Rosa, I Gesuiti dalle origini ai giorni nostri, $2^{\circ}$ ed., Roma 1930, pp. 383440; G. C. Cordara, De suis ac suorum rebus... usque ad occasum S. I. Commentarii, ed. a cura di G. Albertotti, Torino 1933, p. 400 sgg.; Pastor, XVI, I e II (v. indici). Celestino Testore

RICCI, Matteo. - Gesuita, pioniere delle missioni cattoliche di Cina, n. a Macerata il 6 ott. 1552, m. a Pechino l'11 maggio 1610.

Frequentato il Collegio dei Gesuiti in patria, attese a Roma allo studio del diritto per due anni, dopo i quali entrò nella Compagnia di Gesù il 15 ag. 1571. Durante i corsi di filosofia al Collegio Romano, segul le lezioni di matematica (intesa nel senso assai più ampio di quei tempi) del celebre p. Clavio. Imbarcatosi il 5 marzo 1577 a Lisbona, raggiunse, nel 1578, Goa, dove compì i suoi studi e fu ordinato sacerdote, e nel 1582 Macao di Cina, dove si applicò allo studio della lingua e letteratura cinese, perché destinato, con il p. M. Ruggieri, a infrangere la barriera di quel grande Impero, che impediva l'entrata ai missionari e alla fede e a raggiungere come ultima tappa Pechino, la Corte e lo stesso Imperatore. Tale lo scopo assegnato ai due missionari dal visitatore dalle ampie vedute moderne, p. A. Valignano; ma a raggiungerlo ci vollero 18 anni di lavoro e di attesa. Il R., infatti, entrò nella Cina nel 1583 e poté fissare la sua dimora a Sciaochin, dove entrò presto in relazione e in gran fama con i dotti del luogo, a cui mostrò i vari oggetti recati dall'Europa, tra cui un mapyamondo e una statua della Vergine con il Bambino in braccio, che collocò sull'entrata della casa, e fece le prime conversioni.

Cambiato il prefetto di Canton, da cui dipendeva Sciaochin, fu espulso dalla sua sede e si portò nel 1589

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(per cortesia del Superiore della Residenza del Gesù)
Ricci, Matteo - Ritratto eseguito immediatamente dopo la morte da fr. Emanuele Jennenhoci, a Pereira, S. I. e portato a Roma nel 1614 dal p. Nicola Trigault, S. I. - Roma, Residenza del Gesù.
a Sciaoccu; indi nel 1595 a Nanchino e poi a Nanciam; nel 1598 di nuovo a Nanchino, poi a Pechino, indi ritornò a Sciaoccu. Nel 1601 si fisso definitivamente a Pechino. Nel 1597 era stato eletto superiore della missione, dove si conquistò il favore e la stima della Corte e dell'Imperatore Wanli.

Alla sua morte, la cristianità contava 2000 convertiti, di cui 400 a Pechino; tra di essi molti della nobiltà e della classe dirigente. Si devono ricordare Paolo Siu, collaboratore del R. nella redazione dei suoi libri cinesi e futuro cancelliere dell'Impero, fondatore della cristianità di Sciangai (diede il suo nome al sobborgo di ZiKawei), Leone Li, che ottenne poi dalle autorità il dono di un terreno per la sepoltura del R., e Michele Tang, che ospitò, a costo della sua vita, i Padri durante la persecuzione. Sul suo sepolcro, a Sciala (fu il primo straniero non ambasciatore ad essere sepolto in Cina), fu collocata una pietra tombale (dove si ricordava la memoria del defunto) e forse anche l'iscrizione del prefetto di Pechino, Uainiùscia, e finalmente nel 1650 l'iscrizione lapidaria attuale.

I principi sui quali il R. impostò la sua opera straordinaria furono semplici, conformi allo spirito delle direttive lasciate da s. Ignazio e agli ordini dati dal p. A. Valignano: massima simpatia e rispetto dei valori spirituali e intellettuali dei Cinesi, conoscenza la più perfetta possibile della lingua, uso della scienza per un fine apologetico, apostolato della penna e della conversazione, cura delle classi colte, da cui dipende il governo del popolo, primato concesso alle virtù soprannaturali (cf. P. D'Elia, L'uomo più strano della Cina, in Ecclesia, 11 [1952], pp. 477-81). Se ne ha una chiara testimonianza nella sua attività letteraria; oltre alle lettere numerose e alle memorie, egli compose più di 20 opere, in cinese, di apologia, matematica, astronomia (cf. l'elenco in P. D'Elia, Fonti Ricciane, III [indice], pp. 239-43); di cui si citano le principali: Dell'amicizia, Conversazioni catechistiche, Salido trattato di Dio, Dottrina cristiana, Dieci paradossi, Trattato dei quattro elementi, Trattato sul cielo e sulla
terra, ecc.; soprattutto vanno ricordate le varie edd. sempre più perfezionate di mappamondi (cf. P. D'Elia, Il mappamondo cinese del p. M. R., tradotto e annotato, Roma 1938) e la sua storia della missione cinese rimasta inedita fino ai nostri giorni e pubblicata da P. Tacchi Venturi sotto il titolo: Opere storiche del p. M. R. (2 voll., I, Commentari della Cina, Macerata 1911; II, Lettere, ivi 1913) e da P. D'Elia, sotto il titolo: Fonti Ricciane: Storia della introd. del Cristianesimo in Cina (3 voll., Roma 1942-49) con ampio uso delle fonti cinesi, aggiornata bibliografia, appendici e indici; cui seguiranno altri volumi per le lettere e le altre opere.

Sulla leggenda che il R. fosse un pio conciliatore delle credenze nel senso di patrocinare una specie di sincretismo a detrimento del dogma, cf. P. D'Elia, Il dommo cattolico integralmente presentato da M. R. ai letterati della Cina, in Civ. Catt., 1935, it, pp. 35-53. Per la questione