ltri volumi per le lettere e le altre opere.
Sulla leggenda che il R. fosse un pio conciliatore delle credenze nel senso di patrocinare una specie di sincretismo a detrimento del dogma, cf. P. D'Elia, Il dommo cattolico integralmente presentato da M. R. ai letterati della Cina, in Civ. Catt., 1935, it, pp. 35-53. Per la questione del nome di Dio e dei riti, v. RITI, QUESTIONE DEI. - Vedi tav. XLVIII.
Bibl.: Sommervogel, VI, 1791-92; IX, 805; Streit, Bibl., IV e V, v, indici; J. Brucker, Le p. Mathieu R., fondateur des Missions de Chine (1551-1610), in Etudes, 124 (1910), p. 20 sgg.; P. Tacchi Venturi, L'apostolato del p. M. R., Roma 1910; id., Il cosi detto confucianesimo del p. M. R., Macerata 1911; H. Bosmans, L'oeuvre scientif. de Mathieu R., in Rev. des questions scientif., $3^{4}$ serie, 29 (1921), pp. 133-41; L. Pfister, Notices biogr. et bibliogr. sur les Técnites de l'ancienne mission de Chine, I, Sciangai 1952, pp. 21-42; H. Bernard, Ans partes de la Chine, Tientsin 1933; id., L'apport scientif. du p. Mathieu R. à la Chine, ivi 1935; P. D'Elia, Sonate e canzoni italiane alla Corte di Pechino nel 1601, in Civ. Catt., 1953, 1, pp. 158-65; H. Bernard, Le p. Mathieu R. et la Société chinoise de son temps, 2 voll., Tientsin 1937; P. D'Elia, Missionari artisti in Cina, in Civ. Catt., 1939, 1, pp. 61-72, 130-39; id., Le origini dell'arte cristiana cinese (1583-1640), Roma 1939; id., Poeti cinesi in lode dei missionari gesuiti italiani del Seicento, in Civ. Catt., 1947, iv, pp. 560-69. Celestino Testore
RICCI, Mauro. - Scrittore, n. a Firenze il 14 giugno 1826; scolopio il 17 sett. 1843, m. a Roma il 27 genn. 1900.
Fu in relazione con i maggiori letterati del tempo; Leone XIII lo volle professore di letteratura italiana nella Scuola superiore da lui istituita in Roma. Fu generale delle Scuole Pie dal 1886 alla morte. Della sua vasta opera si ricordano: Vita della s. Madre Teresa di Gesù, Firenze 1874; Vita di cari defunti, ivi 1875; L'Iliade travestita alla fiorentina, voll. 23, Firenze 1884-97; Dante Alighieri cattolico apostolico romano, ivi 1885; I riposi di Compiobbi, ivi 1894; Prose sacre, morali e filosofiche, ivi 1895; L'allegra filologia, ivi 1898.
Biol.: L. Pietrobono, M. R., Firenze 1900; Th. Viñas, Index biobibliographicus Scriptorum Scholarum Piarum, I, Roma 1908, pp. 287-92; G. Manni, P. M. R. (con bibl.), in Prose varie, Pistoia 1923, pp. 183-201; N. Tommaso-M. R., Carroggio dal 1860 al 1873, a cura di V. Viti, Firenze 1943. Leodegario Picanyol
RICCI, ScIPIONE de'. - Vescovo di Pistoia ed il più insigne rappresentante del giansenismo italiano; n. a Firenze il 9 genn. 1741, m. in confino

Ricci, Matteo - L'imperatore cinese Wanli, protettore del R. durante la sua permanenza in Cina.
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ecclesiastico e politico a Rignana presso Firenze il 27 dic. 1809 .
La sua formazione giansenistica deriva in parte dalambiente in cui passo la sua giovinezza : prima a Roma, dove nella casa ospitale di mons. Giovanni Bottari strinse relazione ed amicizia con i principali giansenisti, illuminati ed eruditi italiani; poi a Pisa dove l'indirizzo filoso-fico-scientifico risentiva l'influenza cartesiana e naturalistica, e quello teologico, tutto permeato dalla dottrina dei celebri agostiniani Norsi e Berti (insegnanti in quella Università), era, insieme all'insegnamento del diritto e della storia ecclesiastica, aperto alle novità dello storicismo illuministico e del gallcanesimo degli appellanti francesi; a Firenze, infine, dove il de' R., nel 1772 coadiutore canonicale in S. Maria del Fiore e poi vicario generale della arcidiocesi, completò la sua educazione per contatto spirituale ed epistolare non solo con l'abate francese conte Dupac de Bellegarde, aderente alla Chiesa scismatica di Utrecht, ma con l'illuminista Giovanni Lami, di cui leggeva Le novelle letterarie, e con i rigoristi toscani e gli anticurialisti della Corte granducale fiorentina. Quando nel 1780, il 15 ag., fece il suo solenne ingresso come vescovo delle diocesi riunite di Pistoia e Prato, aveva già preparato, su disegno degli amici appellanti francesi e dei vescovi scismatici di Utrecht, il suo programma di riforma. L'aiutarono in questo lavoro alcuni professori del Portico teologico di Pavia, fra i quali Pietro Tamburini, che aveva conosciuto a Roma presso il Bottari, e Vincenzo Palmieri. Ma si può dire che tutti i giansenisti italiani e i simpatizzanti del giansenismo, o semplicemente tutti gli spiriti inquieti e desiderosi di novità al di fuori dell'obbedienza romana, si misero in contatto personale o epistolare con il vescovo di Pistoia, rendendosi suoi collaboratori. Amico di Leopoldo, ambizioso e pressato da insistenti sollecitazioni in Italia e all'estero, mise mano ad una riforma radicale della disciplina e degli studi. Riforma incredibile, che abbraccia insieme l'amministrazione dei beni ecclesiastici mobili e immobili e la revisione liturgica del Breviario e del Messale; l'istituzione di una accademia ecclesiastica dedicata a s. Leopoldo in omaggio al sovrano, e traduzioni di opere e di opuscoli religiosi, scritti per lo più da appellanti francesi spesso anonimi; e infine una innovazione di testi catechistici con l'istituzione di riviste, di pubblicazioni periodiche e fondazione di case editrici.
Tutta questa attivita riformatrice che egli attuò e cercò di attuare nelle sue diocesi si ritrova nei 57 punti di riforma ecclesiastica, i quali costituirono la base del Sinodo ch'egli celebrò a Pistoia (v.). Ma già da tempo il popolo con il suo buon senso insieme al clero delle due diocesi di Pistoia e Prato e delle altre diocesi toscane (i vescovi toscani Sciarelli e Pannilini appoggiavano più o meno apertamente l'opera del de' R.) aveva iniziato una opposizione così forte e violenta alle riforme, che il vescovo pistoiese dovette, dopo una serie di memorabili tumulti nella città e nelle campagne, fuggire da Pistoia nottetempo ( 1790 ) e infine dimettersi ( 1791 ). La partenza di Leopoldo dalla Toscana per l'Austria aggravò la situazione del vescovo e dette modo alla controriforma di preparare un piano di condanna. Tale condanna venne il 28 ag. 1794 con la bolla Anctorem Fides redatta dal card. Gerdil, con l'aiuto di illustri e prudenti teologi e giuristi della Curia romana. Questa bolla costituisce la pietra tombale del giansenismo italiano ed europeo. Ma già i tempi sono cambiati; la Rivoluzione Francese fa tabula rasa di tutte le controversie anche di carattere religioso, e il giansenismo resta appena latente nelle anime di alcuni spiriti inquieti ed insoddisfatti. Anche quella provvisoria fiducia che de' R. pose nel clero costituzionale francese, quasi in una rivincita morale delle sue riforme ecclesiastiche, ben presto falli. Grégoire, Mouton, Clement, preti costituzionali e suoi personali amici ed ammiratori, non riuscirono che a concedergli un benservito durante l'invasione delle armate francesi in Italia. In un tumulto popolare del 1799 subisce la prigionia : relegato prima nel monastero di Passignano, poi nel convento di S. Marco dove gli piace assimilare la sua sorte a quella del Savonarola, nel 180 r è, infine, confinato

(101. Fides)
Ricci, Matteo - Tomba del p. M. R. - Pechino.
a Rignana nel Chianti. Qui trascorre gli ultimi anni di vita nello studio dei Padri, raccogliendo il suo voluminoso epistolario, componendo alcuni libretti di devozione e le sue Memorie. Si sentiva un superstite delle "ruines du Port-Royal ", un confessore esiliato, un martire; e riondava con il pensiero a Quesnel, a Saint-Cyran, ad Arnauld, alle grandi figure del giansenismo francese quasi per conformarsi a loro anche nella morte. Uno dopo l'altro i suoi amici erano scomparsi nelle morte o sopraffatti dalla violenza degli avvenimenti politici. Pressato dalle amorevoli sollecitazioni dell'arcivescovo fiorentino, dei suoi parenti, degli amici, e della stessa corte granducale, il 9 maggio 1803 s'incontrò con Pio VII a Firenze, nelle cui mani rimise una sottomissione. Se non avesse in quegli anni scritto le Memorie si sarebbe forse creduto alla sincerità di tale sottomissione; invece bisogna riconoscere che l'ambizione, l'ipocrisia e la doppiezza dello studente romano e del canonico fiorentino lo accompagnarono sino ai margini del sepolcro. Firmò l'abiura ma "puramente e semplicemente "com'ebbe a scrivere nelle Memorie. Dirà di non aver voluto "dichiararsi reo di una colpa che non aveva commesso ", di "non aver condannato che errori ed eresia quali erano le proposizioni secondo le qualifiche». Fu dunque una sottomissione ipotetica, un "sacrificio grammaticale». Per questo, dopo la morte, godé simpatie tra gli epigoni del Risorgimento italiano come "veggente" e quindi martire degli "intrighi " romani, e antipatie anche troppo mordaci tra gli storici ecclesiastici. Ebbe quindi varia e discutibile bibliografia. Certo la sua figura morale non si leva su da una onesta mediocrità.
Privo di una soda formazione teologica, s'abbandonò più a riforme liturgiche, disciplinari ed ecclesiastiche che a novità teologiche, avvelenando
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di uno spirito scismatico ed ereticale anche riforme, allora premature, ma che in seguito il tempo doveva giustificare e la Chiesa favorire ed attuare, come il ritorno ad una pietà liturgica attraverso le traduzioni del Messale e di preghiere riguardanti particolari funzioni, una maggiore semplicità del culto in tempi in cui si minacciava di ridurre le chiese in testri, un senso di illuminata pietà che doveva dirigere tutte le azioni della vita in una più adeguata attuazione dei doveri ecclesiastici e religiosi. Cosi il comune voto di riforma del Breviario e di revisione della agiografia sacra, il desiderio di un culto purificato da elementi superstiziosi e di un più oculato e critico senso della storia, il favore dato alla cultura e alla educazione intellettuale della gioventù, una adeguata e giusta distribuzione di beni e di onorari ecclesiastici, il sentimento vivo della parrocchialità, della Comunione "infra Missam" ecc. costituiscono oggi l'aspirazione e il lavoro fecondo della Chiesa. Ma il de' R., anteponendosi al Papa, peccò di episcopalismo. Dando ai suoi parroci diritti di giurisdizione divina, peccò di parrochismo. Dette poi a Cesare quello che aveva sottratto a Dio e avulso dalla Chiesa, inaridi ogni sua benefica attività.
BibL.: opera: Memorie di S. de' R. vescovo di Pistoia e Prato arritte da lui medesimo e pubblicate con documenti, a cura di A. Gelli, 2 voll., Firenze 1865. Studi: J. Carreyre, Pistoie, Synode de, in DTNC, XII, coll. 2134-2230; N. Rodolico, Gli amici e i tempi di S. dei R., Firenze 1920; B. Matteucci, S. de' $R$. Saggio storico teologico sul giansenismo italiano, Brescia 1940 (contiene un esauriente ed aggiornato indice bibliografico).
Benvenuto Matteucci
RICCI, Vittorio. - Missionario domenicano, n. a S. Maria a Cintoia (presso Firenze) il 18 genn. 1621, m. a Parian (sobborgo di Manila) il 17 febbr. 1685 .
Studiò a Fiesole, poi a Roma, ove nel 1643 incontrò G. B. Morales. Nel 1648 parti missionario nelle Filippine. Dopo anni di apostolato tra i cinesi di Parian, nel luglio 1655 sbareò ad Arnov (Fukien, Cina). Per oltre un decennio attese all'evangelizzazione della Cina meridionale e di Formosa tra difficoltà d'ogni genere e iniziando a favore di bambini abbandonati quella che due secoli più tardi verrà detta l'opera della S. Infanzia. Fu vicario provinciale di Cina, prefetto apostolico di Formosa e Cina meridionale, ed ebbe anche delicate missioni politiche tra la Cina e Formosa e Formosa e le Filippine. Trascorse gli ultimi tre lustri nell'arcipelago, spesso alla direzione dei conventi e raccogliendo memorie. Principale la Istoria della missione de' FF. Predicatori nel regno de China... dal 1676 , utilizzata dagli storici posteriori.
BibL.: Quétif-Echard, II, pp. 667-68; J. Ferrando, Historia de los pp. Dominicos en las Islas Filippinas y en sus misiones del Japon, China, Tung King y Formosa, III, Madrid 1871, passim, specie pp. 531-42; T. M. Gentili, Memoria di un missionario domenicano nella Cina, I-II, Roma 1887-88, passim; [H. Cicco], Reseña biográfica de los religiosos de la provincia del S.mo Rosario. de Filipinas, I, Manila 1891, pp. 461-64; Streit, Bibl., V, passim specie p. 823; M. S. Gillet, Il p. V. R. O. P. (1621-63), in I grandi missionari, $1^{2}$ serie, Roma 1939, pp. 177-205.
Abete Redigonda
RICCIARELLI, DANIELE: v. daniele da volTERRA (DANIELI RICCIARELLI).
RICCI-PARACCIANI, Francesco. - Cardinale, n. a Roma l'8 giugno 1830, m. ivi il 9 marzo 1894. Di nobile famiglia, si dedicò al ministero ecclesiastico, specialmente nelle scuole serali e a favore della gioventù.
Fu, inoltre, uno dei più assidui confortatori nell'arciconfraternita di S. Giovanni Decollato, per assistere i condannati a morte. Pio IX, che lo stimava assai, lo chiamò a far parte dell'Anticamera pontificia, in qualità di cameriere segreto partecipante, finché lo nominò maggiordomo (1875). Governatore del Conclave del 1878, Leone XIII,
il 13 dic. 1880 , lo creò cardinale riservandolo in pectore e ne pubblicò la nomina il 27 marzo 1882. Successe al card. Carlo Laurenzi quale segretario dei memoriali e divenne (1892) arciprete della Basilica Vaticana. Fu inoltre gran priore in Roma dell'Ordine di Malta e protettore delle Conferenze di S. Vincenzo de' Paoli. Acquistò insigni benemerenze verso le associazioni cattoliche romane ed incoraggiò grandemente Filippo Tolbi, già suo discepolo nelle scuole serali, all'istituzione della Società antischiavistica italiana.
BibL.: Album illustrato della vena Rome, a cura di E. Filiziani, Roma 1894, p. 13.
Mario de Camillo
RICCIUTO, IL: v. AGRESTI, LIVIO.
RICE, Edmond Ignatius. - Fondatore dell'Istituto dei "Fratelli delle Scuole cristiane d'Irlanda" (v.), n. a Callan (contea di Kilkenny) il $1^{\circ}$ giugno 1762, m. a Waterford il 29 ag. 1844.
Educato cattolicamente in famiglia e poi nelle scuole clandestine, perché la persecuzione durava ancora contro l'Irlanda, a 17 anni si recò a Waterford presso uno zio che lo volle avviare al suo commercio e lasciarlo suo erede. Il commercio prosperò nelle sue mani, ma profondamente colpito dalla perdita della giovane sposa piegò a propositi di vita religiosa, finché, mosso a compassione dei tanti fanciulli sbandari, posto ordine agli affari, aprì nel 1802 a Ballybricken, quartiere povero di Waterford, la prima scuola per essi, dando cosi origine alla sua grande e nuova opera di apostotato. Presto abbandonato dai due maestri stipendiati, che si era unito nel lavoro, dové affrontare da solo il compito della istruzione ed educazione dei ragazzi; ma altri maestri non tardarono a presentarsi e si fondò la prima comunità religiosa di Waterford ( 1806 ), che cosi poté aprire anche altre scuole. Nel 1808 si fecero i primi voti e si ebbe aumento di case: Corke, Dublino, Limerick, ecc. Pio VII approvò la nuova Congregazione nel 1820; nel 1822 il R. fu eletto superiore generale e rimase in carica fino al 1838 , quando volle ritirarsi nella casa del noviziato di Mount Sion per prepararsi nella preghiera alla morte.
Lasciò organizzate molte scuole in Irlanda e nell'Europa. La statistica del 1951 dà : 6 province (Irlanda, India, Nordamerica, Australia, Inghilterra e Sudafrica) e due case separate: Roma e Buenos Aires, con 2496 religiosi professi, distribuiti in 237 comunità e con 102.192 alunni.
BibL.: anon., E. I. R. and the Christian Brothers, Dublino 1926; J. D. Fitzpatrick, E. R., ivi 1945. Celestino Testore
RICERCHE RELIGIOSE. - Rivista mensile di studi storico-religiosi fondata da E. Buonaiuti nel 1925 (e nell'anno stesso condannata), dopo che nel 1924 il fondatore fu irretito di censura. Accanto ad argomenti di contenuto storico-critico, figurano in essa anche spunti di carattere polemico e prospettive di tipo mistico conforme all'orientamento mentale del Buonaiuti.
Nel 1934 mutò il titolo in quello di Religio, già appartenuto ad altro periodico di studi ierografici che ebbe effimera vita (1919-20). La pubblicazione delle R. r. fu interrotta per le vicende della seconda guerra mondiale e dopo la morte del fondatore (1947), fu ripresa figurando come organo trimestrale di un's Associazione Ernesto Buonaiuti a diretta da un comitato di professori universitari, con il dott. M. Niccoli come segretario di redazione. Scopo precipuo dell'Associazione, fuori di ogni polemica e di particolari visuali mistiche, è di a diffondere la conoscenza scientifica della storia del cristianesimo nel quadro delle religioni del mondo mediterraneo e di suscitare un sempre più vivo interesse per gli studi storico-religiosi in genere s. Ne sono uscite finora (1952), tre annate.
Nicola Turchi
RICETTIZIE, CHIESE. - Receptitiae furono dette quelle chiese, nelle quali un tempo potevano essere recepti, ossia ammessi al governo e alla parte-
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Rictano, Frangois-Matie-Benjamins Ritratto.
cipazione dei relativi frutti di massa comune, solo coloro che crano origimari del luogo, in cui sorgevano tali chiese. Partecipanti furono perciò detti i recepti e partecipazione il relativo diritto di percepire la quota parte dei frutti di massa.
Le r. furono anche denominate patrimoniuli (in quanto non potevano essere recepti se non gli originari a patria, nella quale sorgevano dette chiese), matrici (nel senso che tali chiese venivano considerate come madri e i suoi
partecipanti come figli patrimoniali), consorziuli, comune o commmerie (giacchè i partecipanti formavano un consortium e avevano in origine comuni diritti e doveri). Poiché tutti gli criginari del luogo potevano per sé essere recepti nella chiesa di quel luogo, le r. in origine furon innumeratur; in seguito però fu fissato un numerus classus nella misura di un partecipante per ogni mille abitanti. Curate sono dette le r. aventi cura d'anime esercitata actualiter e in solutum prima da tutti i partecipanti, poi per turnum, infine actualiter da un vicario curato e habitualiter dal collegio dei partecipanti; vi sono pure r. non curate. La r. è unica persona morale collegiale, giacché le dignità in essa esistenti erano puramente nominali o ventouse, quoad honoros tantum, senza erezione in titolo; e perciò la r. si distingue essenzialmente sia dai Capitoli cattedrali e collegiali che dalla parrocchia.
Incerta è l'origine delle r. Esclusa una diretta derivazione storico-giuridica sia dall'antico presbyterium e dalla parencia, sia dall' Eigeuhleche (ecclesia propria) e dal giuspatronato, si può con solida probabilità ritenere che in Italia la r. sia sorta sullo stampo delle antiche corporazioni al tempo dei Comuni e si sia sviluppata poi prevalentemente nel Regno delle Due Sicilie per l'influsso della dominazione spagnola, essendo state le chiese patrimoniali assai diffuse anche in Spagna. Con la venuta di B. Tanucci alla Corte di Napoli le r. subirono indebite ingerenze da parte dell'autorità civile, auspice il giuraconsulto napoletano sac. Diego Gatta, che tentò una ricostruzione storico-giuridica delle r. in senso giurisdizionalista. Ma dopo il Concordato di Terracina ( 16 febbr. 1818) la situazione giuridica della r. fu riveduta a norma delle leggi canoniche con il breve Impensa ( 13 ag. 1819) integrato da a Istruzioni e dilucidazioni per la formazione dei piani e da uno a Statuto modello e delle r.
La legge 15 ag. 1867 , n. 3848 art. 2 soppresse le r., i cui beni vennero incamerati, salvo solo, per quelle curate, un unico beneficio, cui veniva attribuita come dote una quota, detta curata, stralciata dalla massa dei beni della r. e spettante al vicario curato, mentre agli altri partecipanti veniva assegnata una pensione vitalizia: alla morte dell'ultimo pensionista i beni delle r. dovevano passare ai Comuni, che però avrebbero dovuto assegnare una dotazione per la manutenzione e per l'officiatura della c. r. e costituire il supplemento di congrua al parroco della stessa r. In seguito, per soddisfare le aspettative dei Comuni, si stabilì a loro favore, con la legge 4 giugno 1899 n. 191, l'anticipata consegna delle rendite delle soppresse r., senza attendere la morte dell'ultimo pensionista.
La S. Sede, che non poteva approvare l'illegittima soppressione delle r., regolò i nuovi rapporti economici
creatisi tra vicario curato e partecipanti pensionisti con il decreto Ad dirimendas ( 22 febbr. 1876). Il CIC non ha trattato esplicitamente delle r., che canonicamente e de iure devono ritenersi ancora esistenti, anche se non sempre e de facto funzionino regolarmente. Quanto alla loro regolamentazione, la S. Congr. del Concilio ha dichiarato ancora efficace il breve Impensa, salvis CIC praescriptionibus, si et in quantum eidem Breci derogaveriet (Melphien. et Rapollen. Circa Breve: Impensa, 17 Maii 1919). Neanche il Concordato Lateranense si occupò delle r., sebbene nel progetto Gentili (1925) per la riforma della legislazione ecclesiastica fosse stata proposta la restituzione alle r. dei beni già appresi dai Comuni in forza delle leggi eversive.
La sistemazione sia giuridica che pratica, tanto canonica che civile, delle r. rimane uno dei problemi più gravi da risolvere nel Mezzogiorno d'Italia.
Bibl.: F. Romita, Le c. r. nel dir. can. e civ. dalle origini ai giorni nostri. Roma 1947.
Fiorenzo Romita
RICHARD, François-Marie-Benjamins. - Cardinale, n. il $1^{\circ}$ marzo 1819 a Nantes, m. il 28 genn. 1908 a Parigi.
Studiò al Seminario di S. Sulpizio, fu vicario generale di Nantes dal 1850 al 1869. Consacrato vescovo di Belley nel febbr. 1872, ebbe tre anni dopo la nomina a coadiutore dall'arcivescovo di Parigi, Guibert, con diritto di successione e con il titolo di arcivescovo di Larissa. Divenuto l'8 luglio 1886 arcivescovo di Parigi, fu creato nel maggio 1889 cardinale. Nel marzo 1891, dopo il noto discorso di Algeri del card. Lavigerie, che prospettava la possibilità di una collaborazione dei cattolici con la Repubblica, pubblicò l'opuscolo dal titolo Réponse de son ém. le card. archecêque de Paris aux catholiques qui l'ont consulté sur leur devoir social, in cui fece un appello all'unità dei cattolici francesi e divenne così l'ispiratore di quella Union de la France chrétienne, sciolta l'anno successivo a richiesta del governo, perché considerata di tendenze legittimiste.
Bibl.: H. Odelin, Le card. R. Souvenirs. Parigi 1908; E. Lecanuet, La vie de l'Eglise sous Léon XIII, ivi 1930, passim: id., Les signes avant-coureurs de la séparation, ivi 1930, passim: id., Les première années du pont(feut de Léon XIII, 1878-94, ivi 1931, passim.
Silvio Fu.lani
RICHELIEU, Armand-Jean du Plessis de. Cardinale e primo ministro di Francia, n. a Parigi il 9 sett. 1585 , m. ivi il 4 dic. 1642 . Di piccola nobiltà del Poitou, la morte prematura del padre, nel ' 90 , costrinse la madre a una vita assai ristretta a Richelieu (castello tra Poitiers e Tours), che il ragazzo, di salute assai delicata, lasciò nel ' 94 per il Collegio di Navarra a Parigi, donde, compiuti brillantemente gli studi di grammatica e filosofia, a 16 anni passò all'Accademia, destinato alla vita militare; ma pochi mesi dopo la lasciava per conservare alla famiglia il godimento del vescovato di Luçon, con cui re Enrico III aveva ricompensato i servigi del padre, essendosi il fratello secondogenito fatto certosino. R. si dedicò con ardore agli studi teologici, aiutato da una formidabile memoria, e a 21 anni, designato vescovo dal Re, si recò a Roma per sollicitare la nomina e la dispersa per l'età; ivi fu apprezzato anche dal papa Paolo V e fu ordinato il 17 apr. 1607; dopo un nuovo soggiorno a Parigi, nel dic. del 1608 si istallava nel suo misero vescovato, dove, con l'abituale energia, visitò la diocesi, restaurò la Cattedrale e cercò di creare un clero istruito e combattivo per la lotta, a cui egli stesso si dedicava, contro i protestanti.
Non dimenticava però Parigi; l'attività episcopale era una preparazione per il potere a cui lo spingere la sua ambizione, cosciente delle proprie capacità; nel 1614 diveniva l'eletto del clero del Poitou agli Stati Generali e ne era l'oratore, per designazione della Reggente, nella seduta di chiusura; molto egli doveva alla presenza a corte del fratello primogenito Enrico. Il frutto di tanta
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Richelieu, Armand-Jean by Plessis de - Rilratto in tre pose da servire per un busto in scultura. Dipinto di Filippo di Champagne - Londra, Galleria nazionale.
abilità, e, deve pur dirsi, di tanto servilismo anche verso il ministro Concini, favorito della Regina, lo si ebbe il 25 nov. 1616 , con la nomina a ministro. Ma l'uccisione del Concini al Louvre, per ordine di re Luigi XIII, che, con l'aiuto del Luynes, si liberava dalla tutela della madre e la mandava in esilio, rimandava il R. al suo vescovato, e anzi, per un anno, all'esilio di Avignone. Senonché nel 1619 si ebbe bisogno di lui per una riconciliazione con la Regina madre, rifugiatasi presso i nobili ribelli; il premio della sua abilità, fu la promessa del cappello cardinalizio, che però cbbe solo il 5 sett. del 1622 , dopo la morte del Luynes, geloso della sua superiore capacità. Vincendo con l'aiuto della Regina madre la intima ripugnanza del Re, entrava il 19 apr. 1624, nel Consiglio e in ag., quale capo di esso, iniziava la sua grandiosa opera politica.
La finalità prima di R. è di riparare gli errori di politica estera e "riportare - come egli dice - il nome del re fra le nazioni straniere al punto a cui doveva essere"; e subito interviene nella Valtellina per tagliare le comunicazioni dirette fra Austria e Spagna, ma ha un ostacolo nelle condizioni interne. Egli non esita ora a schierarsi contro le direttive della Regina madre, a cui pure tutto deve, e Maria de' Medici finirà con l'essere la nemica più accanita dell'uomo che ha collocato presso il figlio e che non vuol più servirla. R. dominò il Re appagando la coscienza profonda della grandezza reale che Luigi XIII aveva. La volontà del Re è debole ed oscillante e R. deve continuamente rafforzarla e suggerire le decisioni per il bene dello Stato e mostrarne la dura necessità. Il programma del R. verso l'estero, generico all'inizio, si sviluppa via via secondo le circostanze, le necessità e soprattutto gli ostacoli esterni ed interni, cosi intrecciati fra loro che, solo stroncati gli Ugonotti, le congiure di Corte e le ribellioni nobiliari, egli potrà volgersi liberamente contro il nemico esterno. L'opera del R., con i suoi difetti e le sue asprezze va vista in mezzo alle difficoltà ed ai pericoli, anche personali, fra cui si svolse.
Neppure un mese dopo il suo avvento, il R. chiede con un ultimatum lo sgombero delle truppe papali che occupano, come forza neutrale, la Valtellina e nel nov. 1624 lo impone con la forza, creando con questo inaspettato gesto uno scompiglio in Europa, a cui non seguì però un'azione proporzionata, perché una rivolta ugonotta, sussidiata dalla Spagna, e una congiura in cui era mescolato il fratello del Re, imbarazzarono R., che dovette subire, solo emendandolo, il Trattato per la Valtellina con la Spagna, combinato a Monzon dall'ambasciatore francese su direttive della Regina madre (firmato il a maggio 1626). R. però, approfittando di questa distensione con la Spagna, preparò la soppressione degli Ugonotti come partito politico con l'assedio di La Rochelle (luglio 1627-30 ott. 1628) che condusse con tenacia ed abilità dopo aver represso una congiura di corte che costò
la vita allo Chalais e al maresciallo D'Ornano. Con una diga di 1500 m . aveva chiuso il porto e resi vani gli attacchi della flotta inglese. Caduta per fame la città e ristahilitovi il culto cattolico, l'anno dopo represse l'ultima rivolta ugonotta in Linguadoca e con la "grazia di Alais ( 28 giugno 1629), confermando le clausole religiose dell'Editto di Nantes, placava i dissidenti ed eliminava la loro minaccia. Dalla vittoria di La Rochelle si può datare la vera potenza del R. Durante l'assedio era scoppiata la crisi di Mantova (dic. 1627) con la successione del duca Gonzaga-Nevers, osteggiato da Spagna e Austria, perché francese. Solo nel dic. 1628 R. induce Luigi XIII ad intervenire contro il parere della madre e, nel marzo 1620, il Re forza il passo di Susa e sblocca Casale assediata. La lotta a Corte però è sempre dura, ma R. il 14 sett. 1629 , offrendo le sue dimissioni, ottiene la creazione a ministro principale. Dopo di che, essendo Mantova e Casale assediate da imperiali e spagnoli, R. e il Re occupano Pinerolo (marzo 1639) e Saluzzo (luglio dello stesso anno) e piegano Carlo Emanuele I alla pace. Al ritorno in Francia vi è a Corte l'ultima battaglia; il Re è moribondo a Lione e già è dato l'ordine d'arresto del R. appena sia morto il Re, ma questi si rimette e il 10 nov. del 1630 a Parigi, dopo una terribile scena della Regina contro R., davanti al Re silenzioso, tutto porrea finito; invece era "la journée des dupes", luigi conferma a R. la sua fiducia, la Regina è confinata a Compiegne, fugge ne: Paesi Bassi e morrà in esilio; in seguito a una nuova rivolta, vengono giustiziati il maresciallo Louis de Marillac e il duca di Montmorency (1632).
R. è ora più forte all'interno, ma si avvicina fatale l'urto aperto con la casa d'Austria dei due rami, perché egli ha finora solo mandato aiuti in denaro agli Olandesi e ai protestanti e, non senza molta esitazione, aiutato Gustavo Adolfo di Svezia pacificandolo con la Polonia; ora si allea con lui ( 13 genn. 1631) ottenendo cosi che gli imperiali sgombrino l'Italia e riconoscano la successione francese a Mantova : egli aveva imposto però al Re protestante il rispetto del culto cattolico nelle terre occupate. Ma presto i trionfi di Gustavo Adolfo e le sue crescenti ambizioni politiche dovettero preoccupare R., che poi, quando il Re di Svezia cadde sul campo di Lützen ( 6 nov. 1632), fu preso dalla preoccupazione opposta per il risorgere della potenza imperiale, che lo spinse a far intervenire la Francia apertamente nella guerra di Germania. Decisione grave sotto l'aspetto politico e religioso, ma soprattutto pericolosa per quello militare, perché la Francia aveva truppe appena sufficienti alle modeste lotte interne, e non pari, tecnicamente, agli eserciti che vent'anni di guerra avevano creato in Germania e Fiandra. L'occupazione spagnola di Treviri, il cui Elettore si era unito alla Francia, decise R. e Luigi XIII a intervenire, con il risultato che la Francia fu invasa da sud e dalla Fiandra, creando un vero panico a Parigi; una pronta reazione cacciò gli invasori e la guerra si combatté da allora fuori della Francia, con lenti ma continui progressi in Alsazia e Fiandra, mentre la Spagna era attaccata anche in Italia e doveva fronteggiare le rivolte della Catalogna e del Portogallo. Nel 1642 veniva espugnata Perpignana, ma la vittoria era ancora lontana quando il R. veniva a morte, e non trovava miglior continuatore della sua politica da indicare al Re che un italiano, Giulio Mazzarino, i cui servigi si era assicurati togliendolo alla diplomazia papale.
Tre mesi prima aveva sventato la Congiura del CinqMars, gran scudiere del Re, che con altri grandi si era accordato con la Spagna.
L'opera vera del R. fu di preparare la potenza della monarchia in Francia e la sua conseguente posizione primaria in Europa, ma le difficoltà di esecuzione di questi propositi gli fecero trascurare altri importanti compiti da lui pur sentiti. Cosl egli fu solo l'iniziatore della potenza navale francese che non esisteva del tutto
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al tempo di La Rochelle. Senti pure la necessità di un riordinamento amministrativo e fiscale: si hanno, con lui, i primi intendenti, ma quando nel 1630 apparve la fatalità di una guerra generale, egli deliberatamente vi rinunciò. Si occupò delle colonie, di compagnie mercantili, ma le necessità militari spegnevano ogni sua iniziativa. L'uomo che fondò l'Académie Française (1635) e il Jardin des Plantes, ricostruì la Sorbona ove volle essere sepolto, avrebbe, nella pace, mostrato in misura maggiore il suo amore per la cultura e l'arte. La figura e l'opera del R., specie nella politica interna con il ristablire l'autorità del Re sulla riottosità nobiliare, non poteva essere ben vista né al suo tempo, né poi, qualunque fossero i suoi meriti verso la Francia. La nobiltà non perdonava all'uomo che l'aveva sottoposta alla legge (tra l'altro, pur non avendo creato le misure contro i duelli, le faceva finalmente rispettare con fredda severità); e neppure Luigi XIII poteva esaltare un cosi duro collaboratore. Del resto alcuni tratti dell'uomo si prestavano a calcare le tinte: l'inesorabile durezza della repressione che, pur necessaria, era spesso fatta da giudici straordinari, lo sfarzo regale e le immense ricchezze procuratesi con l'occupazione di numerose abbazie, il grandioso servizio segreto di spionaggio sono realtà che mettono molte ombre attorno alla memoria di lui. Non si deve però dimenticare che egli servi con passione ardente e sincera la Francia, mentre i suoi avversari erano pronti sempre ad accordarsi con lo straniero.
Anche nei rapporti ecclesiastici con Roma R. porta uno spirito "laico": egli è stato un vescovo serio e zelante ma con uno spirito di conciliazione verso i dissidenti; espertissimo nella scienza teologica, intorno al 1636 iniziava quel Traité de la perfection du chrétien, raffinata, anche se non originale, esposizione sull'orazione e la contemplazione; ministro, anche se cardinale, vede preminenti gli interessi dello Stato. Spesso egli parla minaccioso e duro con i nunzi, ma evita sempre ogni conflitto aperto : ebbe la fortuna di aver a trattare solo con papa Urbano VIII, inclinato alla Francia dopo la sua nunziatura di Parigi e convinto che essa fosse un contrappeso necessario alle pretese spagnole ed austriache; perciò il Papa reagí debolmente alla brusca espulsione delle sue truppe dalla Valtellina, ma non poteva certo compiacere il R. fino a schierarsi contro l'Impero nella guerra di Germania. In Francia vi era poi, nei Parlamenti e alla Sorbona, una vivace corrente di ostilità contro il papato, e R. agi più volte come mediatore per impedirne gli eccessi, né è giusto credere che egli stesso prima la aizzasse, per fare il mediatore dopo aver raggiunto i propri fini; anche al ministro non poteva garbare l'eccessivo agitarsi dei Parlamenti e spesso le sue decisioni erano solo espedienti per superare gravi difficoltà. Abate supremo dei Benedettini, avrebbe voluto avere in Francia anche i poteri di legato, e questo combina con la sua smania di piegare ogni resistenza all'assolutismo regio e suo, unico rimedio, per lui, al disordine della Francia. Nelle strettezze finanziarie che lo attanagliavano e che lo spingevano a durezze inaudite per far denaro, usò pochi riguardi ai beni del clero. Ma il rimprovero più grave che Roma aveva il diritto di fare a R., era che l'intervento francese in Germania, sia pure a fine politico, aveva impedito colà la restaurazione cattolica che in certi momenti era apparsa possibile con la vittoria delle armi imperiali; ma per R. era un dogma politico che la sicurezza francese escludesse necessariamente l'unità politica dei due paesi confinanti, Germania e Italia.
Bibl.: dei Mémoires di R. è discussa l'autenticità; sono però di sua ispirazione; di essi, oltre edizioni del secolo scorso, vi è una nuova edizione della Société d'histoire de France iniziata nel
1907 a Parigi; sulla loro autenticità v. P. Bertrand, in Revue historique, 141 [1922], pp. 40-65, 198-227. Per il testamento politico cf. W. Mommsen, R.s politisches Testament, Berlino 1926; L. André, Testament politique de R., in Revue historique, 73 (1949), pp. 55-71; sue lettere ecc. sono in G. D'Avenel, Lettres... de R., 8 voll., Parigi 1833-74, e E. Griselle, Louis XIII et R. Lettres, ivi 1911. Fra le numerose opere su R. ef. (oltre le storie generali di Francia e fra esse soprattutto il Lavisse) G. Hanossux e La Force (duc de), Histoire du card. de R., 6 voll., ivi 1893-1947 (fondamentale). Cf. inoltre G. D'Avenel, R. et la monarchie absolue, 4 voll., ivi 1880-87. Su specifici momenti: E. de Vaux de Foletier, Le siege de la Rochelle, ivi 1931, passim; L. Batiffol, R. et Louis XIII, ivi 1934; B. Daustedt, R. und Deutschland, Berlino 1936; C. J. Burckhardt, R., der Aufstieg zur Macht, Monaco 1937; L. Batiffol, Autour de R., Parigi 1937; G. Pagès, Autour du grand Orage, R. et Marillac : deux politiques, in Revue historique, 179 (1937), p. 63 sgg.; A. Leman, R. et Olivaris, Lilla 1938; W. Andreas, R., Lipsia 1941; I. Cena, Louis XIII et R., Parigi 1944. Per la politica italiana: B. Quazza, La guerra per la successione di Mantova e del Monferrato, 2 voll., Mantova 1926, passim; S. Foà, Vittorio Amedeo I, Torino 1930, passim; R. Bergadani, Carlo Emanuele I, ivi 1932, passim. Per i rapporti con Roma: A. Leman, Urbain VIII et la rivalité de la France et de la maison d'Autriche de 1631 à 1633, Lilla 1921; Pastor, XIII, v. indice. Per la parte amministrativa: G. Pagès, La monarchic d'ancien régime en France, Parigi 1928; G. zu Mecklenburg, R. als merbantilitischer Wirtschaftspolitiker und der Begriff des Staatenerbantilismus, Jena 1929; H. Hauser, La pensée et l'action économique du card. de R., Parigi 1944; R. von Albertini, Das politische Denkue in Frankreich zur Zeit R.s, Colonia 1951, Sulla spiritualità: P. Pourrat, La spiritualité chrétienne, III, Parigi 1944, pp. 486-91.
Luigi Simeoni
RICHER, Edsiond. - Giurista gallicano, n. a Chaource il 15 sett. 1560 , m. a Parigi il 29 nov. 1631 .
Sindaco della Sorbona (1602-18), fu difensore delle "libertà della Chiesa gallicana" e delle "prerogative"

(de E. Eicher, Histoire de la Pucelle d'Orléans, Del ms. fr. 18111 della Bibl. naz. di Parigi, a cura di P. R. Dumand, Parigi 1911; RICHER, Edsiond - Ritratto. Incisione del sec. XVII.
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(1st. Cite)
dell'Università, attaccando violentemente gli Ordini religiosi, specialmente i Gesuiti. Destituito, difese in molteplici scritti il suo punto di vista, rifiutando ogni ritrattazione. La sua attività letteraria è multiforme, da opuscoli rettorico-gymnosticali all'edizione delle Opere di Gersone (Parigi 1606) da lui commentate con intenti gallicani. La sua opera principale è il De ecclesiastica et politica potestate libellus (ivi 1611), dove espone le tesi del gallicanesimo politico sul potere divino dei re e dei regni e sull'indipendenza assoluta del potere civile. L'autorità della Chiesa sarebbe puramente spirituale e dipenderebbe dal sovrano nelle materie miste e temporali, come nella convocazione dei concili generali e nell'amministrazione dei beni. Il sommo pontefice quale capo ministeriale della Chiesa dovrebbe sottostare al concilio generale, al quale solo spetta, come rappresentante della Chiesa universale, la pienezza del potere e l'infallibilità. Nei vescovi la giurisdizione deriverebbe immediatamente da Dio. L'opera del R. fu condannata da Paolo V (1612) e dall'Assemblea generale del clero francese.
Bibl.: A. Puyol, E. R., Parigi 1876 (fondamentale); J. Carreyre, s. v. in DThC, XIII, coll. 2608-2702; V. Martin, Le gallicanisme et la réforme catholique, Parigi 1919, p. 361 sgg.; id., Le gallicanisme polit. et le clergé de France, ivi 1920, v. indice. Piero Sannazzaro
RICHMOND, diOCESI di. - Diocesi e città nello Stato di Virginia (U. S. A.). Suffraganea di Baltimora, ha una superficie di 34.008 migliaq. con 2.837 .297 ab., dei quali 84.338 cattolici. Vi sono nella diocesi 221 sacerdoti, dei quali 85 religiosi di 14 congregazioni diverse, 84 parrocchie e 38 missioni, 20 congregazioni femminili con 504 religiose, 37 seminaristi, I collegio, 4 orfanotrofi e 2 ospedali.
La diocesi fu eretta da Pio VII (breve Inter multiplices, in luglio 1820). Il territorio, smembrato da Baltimora, comprende tutto lo Stato di Virginia, eccetto parecchie contee (diocesi di Wheeling, eretta il 23 luglio 1850, e di Wilmington, eretta il 3 marzo 1868), e comprende anche qualche contea nello Stato della Virginia dell'ovest. Il primo vescovo, mons. Patricio Kelley, consacrato il 24 ap. 1820, venne trasferito nel luglio 1822 alla sede di Waterford e Lismore (Irlanda) e la sede di R. tornò sotto la giurisdizione di Baltimora fino al 1841 , quando fu consacrato il secondo vescovo di R., R. V. Whelan.
La storia cattolica della diocesi risale al 1526, quando una colonia spagnola, con missionari domenicani, si stabili nella Virginia, là dove nel 1607 gli Inglesi fondarono Jamestown. Ma già l'anno seguente gli Spagnoli si ritiravano a causa dello scoppio di una rivoluzione e
dell'inimicizia degli indigeni. Una seconda spedizione con missionari gesuiti ebbe luogo nel 1570; ma gli Spagnoli non ressero e tornarono ad Ascacian, donde erano partiti nel 1571; i missionari furono trucidati dagli Indiani. Da quel tempo fino alla erezione della diocesi non si ebbero che tentativi isolati di evangelizzazione, tra cui quello del sacerdote Jean Dubois, futuro vescovo di Nuovi York, che venne a Norfolk nel 1791 e vi rimase qualche mese, dicendo la prima Messa a R. verso la fine del 1791.
Bibl.: F. J. Magri, s. v. in Cath. Enc., XIII, pp. 50-52; J. Gilmary Shea, History of the Catholic Church in the United States, III, Nuova York 1892, pp. 76-83; The Official catholic directory, 1530, ivi 1630, pp. 497-500. (Gonone Carriere
RICHTER, EMIL LUBBIG. - Canonista, n. a Stolpen (Dresda) il 15 nov. 1808, m. a Berlino l's maggio 1864. Addottoratosi in diritto, storia e filologia nell'Universita di Lipsia, vi divenne nel 1836 professore di diritto ecclesiastico e procedura civile. Successivamente insegnò a Marburgo (1838) e infine a Berlino (dal 1846 alla morte).
Oltre a svolgere attività scientifica fece parte del Concistoro della Chiesa evangelica tedesca e del Ministero prussiano dei culti. Fondò e diresse i periodici : Kritische Jahrbücher für deutsche Rechtswissenschaft (Lipsia, dal 1837), Der Staat um die Deutschbarbaliheia (ivi, dal 1846) e Zeitschrift für das Recht und die Politik der Kirche (ivi, dal 1847). Sebbene protestante, tutta la sua opera e il suo insegnamento furono pervasi da un'obbiettività rigorosa e contribuirono a far conoscere in Germania il diritto e la prassi curiale cattolica romana. Oltre la celebre edizione del Corpus inris canonici (Lipsia 1833-39) e dei Canones et Decreta Concilii Tridentini (ivi 1839), sono da citare: Beiträge zur Kenntniss der Quellen des canonischen Rechts (ivi 1834); De emendatoribus Gratiani (ivi 1835); De inedita Decretalium Collectione Lipsiensi (ivi 1836); Eine Marburger akademische Schrift vom Jahr 1844; Lehrbuch des katholischen und evangelischen Kirchenrechts (ivi 1842 ; $8^{\circ}$ ed. 1886).
Bibl.: J. F. Schulte, Die Gesch. der Quellen und Liter. des canon. Rechts, III, Stoccarda 1880, pp. 210-25; R. W. Dove, s. v. in Realenc. für protest. Theol. u. Kirche, XVI, pp. 734-82. Augusto Morcachini
RICKERT, Heinrich. - Filosofo, n. a Danzica il 25 maggio 1863 e m. il 28 luglio 1936 in Heidelberg, dove era stato professore (dopo Friburgo). Insieme con il Windelband (v.), da cui deriva i suoi temi filosofici fondamentali, è il rappresentante più originale ed acuto della cosiddetta "Filosofia dei valori " (v.).
Gli scritti principali che svolgono e approfondiscono la sua dottrina sono: Der Gegenstand der Erkenntnis (Friburgo 1892); Die Grenzen der naturwissenschaft. Begriffsbildung (ivi 1896-1902); System der Philos. (I, Tubinga 1921); Grundprobleme der Philos. (ivi 1934).
Conoscere è giudicare, cioè riconoscere un valore; e il valore riconosciuto deve valere per tutti in tutti i tempi. Pertanto, nell'atto di giudicare, si presuppone un valore universalmente ed eternamente valido, anche se il giudizio (v.) è dato su rappresentazioni particolari e passeg. geré. Il giudizio ha una "obbligatorietà ", una necessità (diversa da quella causale), è imperativo : in questo suo "dover essere" (che trascende ogni singola coscienza empirica e appartiene a una coscienza universale e impersonale) consiste la verità del giudizio. La filosofia deve distinguere il mondo della realtà (" giudizi di realtà ", descrittivi e classificatori dei fenomeni, propri della scienza) e il regno dei valori, i cui giudizi sono appunto propri della filosofia. La relazione reciproca dei due mondi è data dall's atto del valutare "che esprime il senso del valore e costituisce un terzo regno, quello del "significato ".
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Il R., difensore, a volte anche polemico (Die Philos. des Lebens, Tubinga 1920) dell'eternità dei valori, contro le "filosofie della vita" e le varie forme di storicismo (v.), ne rivendica a ragione la superstoricita; il valore è presupposto alla storia, che non lo crea. Pertanto lo storico "riconosce" il valore degli avvenimenti e l'attività spirituale umana non "pone", ma "scopre" i valori.
Bib.: F. Federici, La filosofia dei valori di H. R., Firenze 1933 (con bibl.). Altre indicazioni in Uberweg. IV. p. 714; W. Eugenfuss, Philosopben-Lex., II, Berlino 1950, pp. 346-50; G. A. De Bru, Bibl. philos. 1534-25, I, Utrecht-Bruxelles 1950, p. 365 .
Michele Federico Sciacca
RICOGNIZIONE. - Il termine r. indica due istituti totalmente diversi per la loro funzione e la loro finalità. L'uno, comune alla legislazione della Chiesa ed alle altre legislazioni, di natura strettamente processuale, è un mezzo istruttorio informativo, che tende a consolidare i mezzi di prova acquisiti al processo; l'altro invece, affermato nel Codice civile italiano e di natura sostanziale, ha lo scopo di confermare l'esistenza di una obbligazione o di un diritto in genere, o quanto meno di impedire che tale diritto si prescriva.
L'istituto della r. o accesso giudiziale, che ha avuto la sua completa definizione nelle Regulae della Rota e successivamente nel CIC (cann. 1806-11), veniva confusamente identificato con la perizia nella precedente legislazione canonica.
La r. giudiziale, detta anche inspectio ocularis, si ha quando il giudice ritiene necessario esaminare i luoghi e le cose, che formano oggetto di controversia (can. 1806). La valutazione della necessarietà, come si desume dalla dicitura del canone, è demandata al prudente apprezzamento del magistrato.
Sia le cose mobili che gli immobili possono formare oggetto di r. : le une possono essere anche esaminate nella sede del tribunale; alla r. delle altre deve procedersi, invece, come è ovvio, mediante l'intervento del magistrato territorialmente competente in base ai principi generali della giurisdizione contenziosa. Qualora infatti l'ispezione rifletta luoghi appartenenti al territorio di altro giudice, deve essere a quest'ultimo domandato l'espletamento dell'incombente per rogatoria. L'accesso giudiziale è accompagnato qualche volta dall'audizione di testi, qualora "id expedire videatur ad pleniorem probationem aut ad removenda dubia ob quae recognitio decerni debuit" (can. 1810); come anche il giudice può avvalersi dell'opera di periti (v.) "si necessaria vel utilis videatur" (can. 1809).
L'ispezione può essere compiuta direttamente dal giudice, ovvero da un adiutore o da un delegato. Agli effetti della validità dell'incombente devono essere verbalizzati il giorno e l'ora della recognitio, come anche le persone che vi parteciparono, ed anche tutto ciò che sia stato detto o fatto ovvero decretato dal giudice (can. 181 I § 1); l'autenticità, poi, di tale relazione scritta viene fornita dalla sottoscrizione da parte del giudice e del notaro (can. 18 II § 2).
Una forma particolare di r. giudiziaria è quella delle spoglie di un servo di Dio, la quale, a norma del can. 2096 deve avvenire "antequam absolvatur processus apostolicus super virtutibus in specie".
Il CIC nel cap. 5 De probatione per instrumento parla poi di r. (can. 1815) ogni qual volta in un giudizio debba procedersi al riconoscimento di una scrittura; come anche nello stesso CIC viene usata la parola recognitio per significare la specifica competenza della Congregazione del Concilio nel riconoscimento dei concili particolari (can. 250 § 4).
Anche nelle legislazioni civili esiste l'istituto della ispezione di luoghi, cose e persone. Sia nel corso di un procedimento penale come in quello civile il magistrato può ravvisare non solo la opportunità, ma addirittura la necessità ed indispensabilità di un diretto accertamento personale o reale, perché nulla giova maggiormente all'esattezza della decisione che la visione diretta dell'oggetto della contesa. Il Cod. di procedura civ. ital. dispone le
modalità di tale accertamento negli artt. 258-62; all'ispezione il giudice procede personalmente, assistito, quando occorre, dal consulente tecnico; il Cod. di procedura pen. ital. negli artt. 309-13 detta analoghe disposizioni circa le ispezioni giudiziali in genere, ed in particolare relativamente a quella corporale (v. perquisizione).
Nella accezione rientra anche l'atto con cui il debitore riconosce l'esistenza di una precedente obbligazione a suo carico e ne rinnova la dichiarazione; tale atto fa piena prova delle dichiarazioni contenute nel documento originale se non si dimostra, producendo quest'ultimo, che vi è stato errore sulla r. e nella rinnovazione (art. 2720 Cod. civ.). Tali atti ricognitivi possono essere richiesti all'obbligato dal titolare di una rendita ultradecennale (art. 1870) o dal concedente nell'enfiteusi (art. 969).
Finalità precipua della r. è quella d'impedire il decorso di una prescrizione, la quale, in base ad esplicita disposizione normativa (art. 2944), viene interrotta dal riconoscimento del diritto da parte di colui contro il quale il diritto stesso può essere fatto valere.
Le r. tuttavia non possono essere considerate come cause obbligatorie per se stanti, ma l'efficacia di esse dipende dalla validità del titolo principale.
Bib1.: F. Roberti, De processibus, II, Roma 1926, p. 91; V. Del Giudice, Istituzioni di diritto canonico, Milano 1936, p. 254; V. Abiuso, Diritto e pratica processuale civile, Genova 1942, p. 240 sgg.; V. De Villa, R. di debito, in Nuove dig