no ripetuti in un cippo trovato a Niebla, presso Siviglia in Spagna (CIL, II, suppl., p. 856 , n. 591). Nella congiunzione delle due parti si elevò un alto campanile a tre piani con bifore, del sec. xi. L'interno è ad unica navata; tre pilastri con capitelli ornati con una croce greca sostengono tre archi acuti; le pareti furono ricoperte di pitture.
Nel presbiterio sopraelevato sono la mensa e i sedili in pietrome. Nell'arco è dipinto nel centro l'agnello divino con nimbo crucigero tra i simboli dei quattro Evangelisti e i sette candelabri. In basso, nel mezzo, il busto del Redentore tra cherubini alati e cori di angeli. Nella zona inferiore ai due lati si appressano dodici per parte i 24 seniori dell'Apocalisse, secondo il tipo già fissato nell'arco di S. Paolo e ripetuto in S. Prassede, a Ferentillo, a Castel S. Elia e a S. Giovanni a Porta Latina a cui si ricollegano specie per la stessa datazione alla fine del sec. xir. Al disotto si apre una cripta. Quanto ai martiri Abbondio e Abbondanzio, essi non ricorrono negli antichi calendari e martirologi; figurano al 26 ag. nell'edizione di Colonia del 1515 del Martirologio di Usuardo.
I Bollandisti indicano (Acta SS. Septembris, V, Parigi 1868, p. 293 sgg .) una prima Pussio da un manoscritto Budecense e una seconda stampata nel 1584 dal gesuita F. Cardolo il quale si servì di tre manoscritti, di cui il più antico, del sec. xii-iiiii, è nell'Archivio Liberiano. I martiri Abbondio prete e Abbondanzio diacono sarebbero stati decapitati al xiv miglio della Via Flaminia, e sepolti da Teodora nella sua proprietà al xxviII miglio della stessa
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(per certeia del prof. E. Zou)
Rignano Flaminio - Oratorio dei SS. Abbondio e Abbondanzio con affreschi del sec. xit, prima dei restauri.
via. La Passio sembra composta prima del 1000; non dà alcun accenno al cimitero; ma viene ricordata solo la «ecclesia quae est iuxta montem Soractis». Non è sicura la provenienza da questo gruppo o dal cimitero dell'iscrizione: «Abundio prb. martyri sancto dep. VII idus dec.» oggi nel Museo Lateranense (CIL, XI, 4076).
Bial.: M. A. Baldetti, Osternazioni, Roma 1710, p. 277; G. B. De Rossi, Insrr. christ., I. Roma 1857-61, nn. 55, 58, 75, 76, $77,8 \mathrm{r}, 86,90,165,166$; id., I monum, antichi crist. e loro distribuis, geografi, nel territorio dei Capenati, in Boll. arch. crist., $4^{2}$ serie, 2 (1883), pp. 113-59; CIL, XI, 1651, 4012, 4028-32, 4043, 4036, 4038-39, 4042-47, 4076; G. Tomassetti, La campagna romana, III, Roma 1913, p. 344; P. Toacca, Star, dell'aristital., Torino 1927, pp. 928 e 1025; A. Serafini, Torri campanarie di Roma e del Lazio nel medio evo, Roma 1927, p. 108 sgg .
Enrico Josi
RIGOLEUC, Jean. - Missionario, scrittore spirituale, n. a Quintin (Côtes-du-Nord) il 24 dic. 1595, m. a Vannes il 27 feblir. 1658. Entrato nella Compagnia di Gesù a Rouen (1617), e compiuto il terz'anno di probazione sotto il p. L. Lallemant (v.), divenne anch'egli un espertissimo direttore di spirito.
Essendogli stato assegnato il campo delle missioni, fu qualche volta compagno del b. Maunoir, e fondò col p. V. Huby la Casa per esercizi spirituali a Vannes, dove si dedicò completamente a questo genere di ministeri, prendendosi particolare cura dei sacerdoti per i quali scrisse parecchie opere spirituali, raccolte in seguito in due volumi: Instructions ecclésiastiques sur les principaux devoirs des confesseurs et des catéchistes... et sur l'usage du sacrement de Pénitence avec une retraite de 8 jours (Cann 1749). Alcune rimasero manoscritte: Abrégé des principaux devoirs des évêques; Mémoires sur l'état des paroisses, dévoirs des prêtres et des recteurs; Abrégé de la doctrine du b. feam de la Croix et du traité du card. de Bérulle de l'abnégation intérieure.
Il R. ha il merito di aver raccolto e conservato la dottrina del Lallemant (v.). Analogamente farà per lui
il p. P. Champion, il quale scrivendo la vita del R. riporterà parccchi capi della sua dottrina eminentemente cristocentrica, specialmente nei capitoli : L'aimable Jésus ou exercice d'amour envers N.-S. Jésus-Christ; L'homme d'oraison; Le pur amour ou les mayens d'y arriver et ses effects.
Bial.: Sommervogel, VI, coll. 1830-32; P. Champion, La vie du pèse 7. R. avec un Tronce de dévorion et ses Lettres Spirituelles, $4^{2}$ ed., Lione 1739; H. Bremond, Histoire littéraire du sentiment religieux en France, V, Parigi 1923, pp. 69-81.
Arnoldo M. Lanz
RIGORISMO. - Eccessiva severità, smodata aderenza, tenacia e fedeltà nello stabilire, nell'interpretare e nell'applicare costituzioni, statuti, leggi, regole generali e speciali, come anche un eccessivo attaccamento a dogmi, principi e teorie nel campo artistico, scientifico, filosofico, teologico, ecc. che si sono abbracciati.
In arte il r. diviene manierismo, accademismo, tecnicismo e formalismo. In grammatica e retorica, diventa purismo e pedanteria. In diritto aborre dalla epicheia e dall'equità (v.), sino a tradire la giustizia secondo la nota formola del summum ius summa ssiuria. In morale, oltre che l'epicheia e l'equità, ignora le cause scusanti, deobbliganti ed esimenti, l'impotenza, l'ignoranza, l'errore, l'inavvertenza, le dispense ed i privilegi. Nella vita religiosa, il rigorista aderisce al concetto di un Dio giudice rigido e inflessibile nella sua giustizia, a tutto discapito della paternità e della misericordia; giudica strettissima la via che conduce al cielo; rende pesante il giogo di Cristo, vede innumerevoli peccati commessi, in confronto con gli atti di virtù compiuti, ed è quanto mai pessimista sul numero di coloro che si salvano. Il r. inoltre proietta ombre sinistre sui problemi delle conseguenze del peccato originale della predestinazione, della remissione dei peccati, del modo di trattare i penitenti, sulla liceità delle nozze e delle seconde nozze, sul diritto di proprietà, sulla povertà e carità cristiane, sulle devozioni ma soprattutto sui problemi della pedagogia, della vita spirituale, ascetica e mistica e sulle questioni dibattute in teologia morale intorno alla coscienza (v.), in quanto regola prossima degli atti umani.
1. Cenni storici. - Sembra che manchi una storia del r. in tutte le sue forme in questo campo, ma in ogni tempo non sono mancati eretici che hanno tentato di turbare la dolce e filiale confidenza del cristiano verso Dio suo padre e di tarparne i voli verso le mete più alte della perfezione. Così posizioni, tendenze e pratiche più o meno rigoriste, dovute magari alle più disparate giustificazioni e ad errori di ogni genere in campo teologico e filosofico, si riscontrano in eretici come i manichci, gli gnostici, gli encratti o astinenti, i messaliani, i procollionisti, i catari, i patarini, i valdesi, gli albigesi, i fraticelli, i wicleffiti, gli ussiti, i fratelli moravi, i protestanti in genere (quaccheri, puritani, ecc.), i baiani, i quesnelliti, e soprattutto i giansenisti, i quali non hanno cessato di influire in vario modo su una grande parte di cristiani, se non di cattolici. Con le loro dottrine sulla giustizia originale, sul peccato di Adamo, sulla Grazia efficace, sulla libertà, sulla predestinazione, e con l'idea che si sono andati formando di Dio, i giansenisti hanno tentato di avvelenare le fonti stesse della pietà cristiana, gettando su tutto uno spesso velo di tetro e pesante pessimismo.
II. R. morale e teologico. - Dal punto di vista morale, il r. - come il lassismo che è all'eccesso opposto si può considerare come un abito, una mentalità, dovuti a tutto un insieme di principi errati, o come uno dei sistemi morali, sorti dal sec. xvi in poi intorno alla coscienza in stato di dubbio e di probabilità. Nel primo caso si potrebbe parlare della coscienza che alcuni moralisti chiamano stretta, o rigida, mentre il r., in quanto sistema morale distinto dagli altri, assume spesso il nome di tutyorismo (v.).
III. Moralcta. - Il termine r., preso così in generale, ha in sé qualche cosa di riprovevole e incriminato, in quanto indica mancanza di comprensione, di onesto accomodamento, di umanità : è austerità, ma smode-
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rata e inopportuna. Il r. quindi non ha nulla a che fare con la sensibilità di coscienza, con lo zelo illuminato dei diritti di Dio, con la costanza cristiana, che a tempo e luogo sa rinunciare in parte alla propria fermezza. Siccome in genere il r. non tiene il giusto mezzo e pecca contro di esso per eccesso, si può senz'altro dire che si oppone alle virtù della prudenza e della moderazione (v.). La conseguenze del r. sono facilmente prevedibili. La storia insegna, che rendendo troppo pesante il proprio giogo, il rigorista finirà quasi sempre con lo scuotcrlo del tutto, passando all'eccesso opposto del libertinaggio o cadrà nella disperazione, a motivo dello spegnersi di ogni confidenza e amore filiale nei confronti di Dio e della feroce crudeltà di cui si arma verso se stesso e il prossimo. Si distinguano infine il sistema, l'habitus rigorista, ed alcune decisioni ispirate al r., che possono essere indipendenti tra loro, per cui spesso si incontrano decisioni lassiste presso rigoristi di professione, e viceversa.
Bibl.: per il r. nella vita spirituale v. le opere di A. Portaluppi, Dottrine sposti attraverso la sror, della religoanic ront., Brescia 1928; le opere del Pourrat, del Bremond ecc. Inoltre: E. Baudin, La philosophie de Pascal, Pascal, les Libertine et les Jonsénistes (parti $1^{2} 62^{2}$ ). Pascal et la coasistrigue, Neuchâtel 1947. Sul r. in morale, v. tutti i manuali di teologia morale nel trattato De conscientia.
Luigi Macali
## RIG-VEDA (RGVEDA): v. VEDA.
RILIEVO. - Si distingue, nelle arti figurative, dal gruppo statuario, per essere legato ad un piano di fondo dal quale emergono figure, architetture, paesaggi : si può suddividere in altorilievo o tutto r . o r. intero, in mezzo r., in basso r. e in r. schiacciato o stiacciato.
L'altorilievo non ha riduzione di piani prospettici: esso rappresenta un solo ordine di piani mentre quelli posteriori sono sovrapposti o trattati convenzionalmente come nel bassorilievo, con riduzione prospettica. Il mezzo r. ha invece implicita già un'esigenza di prospettiva e le zone del secondo piano sono occupate in parte, secondo il punto di vista, da quelle del primo piano. Il bassorilievo e io stiacciato in maggior misura non presentano più figure o volumi mezzi tondi. V'è il disegno preciso e un rilievo assai basso rispetto alla superficie del piano di fondo. Questa distinzione dei generi, fatta dal Vasari e poi ripetuta dal Baldinucci, corrisponde alla pratica di ogni scultore dall'età antica ai nostri giorni.
L'altorilievo è assai frequente nei sarcofagi romanocristiani a partire dal sec. it e continuò per tutto l'alto medioevo nella cospicua messe di decorazioni sculturee delle chiese, sia nelle menubrature architettoniche come nei cibori, amboni, iconostasi e balaustre. Prevalse tuttavia in massima parte il bassorilievo. Nell'età bizantina, il calligrafico gusto decorativo dell'arte orientale ben corrispose a questo genere di scultura sia nel marmo o nella pietra che in altri materiali per le arti industriali, come l'avorio, l'abbastro e i metalli pregiati.
Nell'età romanica il bassorilievo trionfò assolutamente in ogni luogo, interpretando uno degli elementi più caratteristici e singolari dell'architettura di quel periodo. Si ricordino le sculture di Wiligelmo e dell'Antilami, dei marmorari romani, di Bonanno Pisano a Pisa e a Monreale, quelle di tanti anonimi intagliatori.
L'altorilievo prevalse invece nella scultura pisana del Trecento, soprattutto con Nicola che raggiunse effetti di sorprendente vivacità, dinamismo e tensione nei suoi pulpiti di Pisa e di Siena. Anche Giovanni Pisano seppe mantenere uguale vigore nell'altorilievo e cosi Arnolfo di Cambio.
Il Rinascimento, con i suoi canoni di rigidissima esigenza prospettica e con la preferenza di soluzioni pittoriche, limitò l'uso dell'altorilievo; ma il Ghiberti nelle figure iscritte nelle cornici mistilinee della porta meridionale del Battistero fiorentino, come già aveva fatto nella prima porta Andrea da Pontedera, sentì ancora il vigore dell'altorilievo. Così pure Donatello nella cantoria di S. Lorenzo e i della Robbia nei molti fregi di terracotta

(fot. Alinari)
Rilievo - Particolare del sarcofago di S. Costanza (sec. iv). Città del Vaticano, Museo pio-clementino.
invetrista. Nella seconda porta però il Ghiberti preferì il r. schiacciato che gli fece conseguire una grande delicatezza pittorica negli sfondi delle dieci formelle. Attento seguace delle norme del bassorilievo fu anche Jacopo della Quercia, specie nelle storie del Vecchio Testamento scolpite sul portale del S. Petronio a Bologna, e Donatello nelle opere della maturità, fra cui i r. dell'altare del Santo nella Basilica padovana. Da lui traverso esempio tutti gli altri scultori della Rinascenza.
Nel Cinquecento, con l'imporsi della grande architettura, fu preferito in genere l'altorilievo e molto spesso sculture a tutto tondo assunsero l'aspetto di veri e propri altorilievi, concepite come furono in netta funzione architettonica. Il bassorilievo fu confinato in decorazioni di paraete, candeletti, architravi, portali, ed ebbe squisite affermazioni in opere del Cellini e del Giambologna.
Nell'età barocca si intese ugualmente l'esigenza dell'uno e dell'altro genere come ornamento di scenografiche e complesse architetture. Nel Bernini, ad es., la statuaria anche a tutto tondo implicò soluzioni collegate agli effetti del r., come si rileva particolarmente nel gruppo plastico dell'Estasi di s. Teresa a S. Maria della Vittoria a Roma.
Al gusto neoclassico piacquero certe lineari soluzioni a bassorilievo, quasi stiacciato, come nelle stele funerarie del Canova (si veda, ad es. il monumento a Giovanni Volpato nei SS. Apostoli a Roma) e il fondo fu levigato e ridotto ad un semplice piano d'appoggio dal quale presero corpo le figure. In grande uso fu l'altorilievo nelle sculture commemorative (arco di trionfo a Parigi). Nell'arte contemporanea il r. è trattato spesso dagli scultori: generalmente la preferenza va al bassorilievo. - Vedi tav. XLVIII.
Bibl.: A. Breenig, Essai sur la perspective des reliefs, s. I. 1782; M. C. T. Auger, Analitische Darstellung der BasreliefProspective, Danzica 1834; G. Ratto, La visione bimocolare applicata alla prospettiva lineare con alcuni cenni della sua applicazione al bassorilievo, Genova 1886; L. Venturi, Pretesti di critica, Milano 1929, p. 96 sgg.; A. Venturi, Pietro Lombardi e alcuni bassor. veneziani del Quattrocento, in L'arte, nuova serie, 1 (1930), pp. 191-205; P. Verzone, Note sui r. in stacco nell'alto medioevo nell'Italia settentr., in Le arti, 1941-42, n. 2; D. K. Hill, Ancient metal reliefs, in Hesperia, 12 (1943), n. 2; A. Boeckler, Offenboinreliefs der ottonite. Renaissance, in Phoebus, 2 (1942), pp. 148-55.
Giovanni Carandente
RILKE, Rainer Maria. - Poeta boemo di famiglia tedesca, n. a Praga il 4 dic. 1875, m. a Muzot (Svizzera) il 29 dic. 1926. Di antica famiglia carinziana, studiò nella natia città, poi a Monaco e a Berlino; viaggiò molto in tutta Europa, fin in Russia, in Egitto, in Algeria, in Tunisia. Visse a lungo in Germania e a Parigi, dove fu per 10 anni segretario di Rodin (donde il volume Auguste Rodin, 1913).
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Nelle prime liriche di R., tra il 1894 e il 1899 , sono già chiari gli spunti della sua futura poesia; ma ancora si avverte fortemente l'impronta ricevuta nell'adolescenza dalla Praga austriaca e la sua particolare sensibilità al mondo slavo : decisivo in questo senso fu il suo soggiorno in Russia, e il Das Stundenbuch, comprendente "Il libro della vita monastica", "Il libro del pellegrinaggio", "Il libro della povera e della morte», pubblicato poco dopo (1905), dimostra appunto una religiosità più slava che germanica, piena di fervore, di affetto, ma in cui manca qualunque accenno dogmatico.
Nella Geschichte vom lieben Gott (1900), tredici parabole piene di serenità, in cui chiaro è l'influsso tolstoiano, dovuto sempre al suo soggiorno in Russia, l'inquietudine, la ricerca in Dio, che trapelano dai Frühe Gedichte (1896), sembrano appagate; ma riappaiono nel Buch der Bilder (1912); a questo libro si ricollega, per il mondo poetico e per lo stile, la Weise von Liebe und Tod des Cornets Christoph Rilke, a cui dové in gran parte la sua fama il poeta.
I Neue Gedichte (1907-1908), scritti durante il suo soggiorno parigino, contengono un mondo più vasto, con spunti culturali, su temi difficili e vari. Nel 1912 R. scrive il Requiem, tre poemetti in morte di un'amica; nel 1913. Das Marienleben, in cui interpreta in 15 liriche, analoghe alle scene dei pittori primitivi, varie scene della vita della Vergine: la nascita, la presentazione al Tempio, l'annunciazione, ecc. Dopo il lungo silenzio della prima guerra mondiale, nel 1923, le sue ultime opere sono le Doineser Elegien e i Sonette an Orpheus: il canto del cigno, forse, ma anche un vertice della poesia di R. Nella prosa son da notare Die Aufzeichnungen des Malte Laurids Brigge (1910), in cui il poeta si trasforma, in una proiezione lirica e fantastica, nel personaggio.
I temi principali della critica rilkiana sono stati la religiosità e il misticismo del poeta, personali e solitari. Ma R. è religioso in quanto sente la poesia della religione e del Vangelo, in modi a volte infantili, a volte esteticcanti, ma non per questo meno lirici. Perfino i miti greci (Alcesti, Orfeo ed Euridice, la nascita di Venere) sono sentiti con quella religiosità intima e pudica, propria di tutta la sua poesia. Religione che si unisce ad una linearità classicista, quasi ellenizzante. La ricerca religiosa è espressa in tutte le sue opere, soprattutto nelle Elegie di Duino in cui tratta i più profondi problemi dell'esistenza. Ma nonostante la sua ricerca di Dio e i suoi forti legami con l'atmosfera cattolica, e soprattutto nonostante il tentativo di posizione cattolica delle sue opere, R. non giunge mai a un vero e proprio rapporto con la religione. Malgrado questa incompletezza religiosa, R. ha avuto una grande influenza sulla lirica moderna cattolica e non cattolica.
Bial.: opere: Gesamm. Werke, 6 voll., Lipsia 1927, tradd. it. V. Errante, Firenze 1929-30; L. Traverso, Milano 1949; G. Pintor, Torino 1942. Studi: E. Olivero, R. M. R., ivi 1929; V. Errante, R. Storia di un'anima e di una poesia, Milano 1930; F. A. Hänich, R. Bibliogr., Lipsia 1935; W. Günther, Weltm nentraum. Die Dichtung R.'s, Berna 1943; D. Bassermann, R.'s Fremdchtnis für unsere Zeit, Berlino 1946. Per i suoi rapporti con la religione, v. F. Casnati, R. poeta anticristiano, in Vita e pensiero, 33 (1950), pp. 32-38.
Costanza Pasquali
RIMBAUD, Jean-Arthur. - Poeta francese, n. a Charleville il 20 ott. 1854, m. a Marsiglia il 10 ott. 1891.
Costretto a crescere in un ambiente piccolo-borghese e austero, privo di affetti familiari, reagl violentemente fin dall'adolescenza; a 16 anni fuggi di casa; più tardi, a Parigi, si arruolò nei franchi tiratori della Comune. Nel 1871 raggiunse a Parigi Verlaine (v.) con il quale si era legato di stretta amicizia, portando la tragedia nella vita familiare di quest'ultimo. Con lui fuggi in Inghilterra e in Belgio, vivendo miseramente, fino a quella drammatica separazione in cui R. fu ferito dall'amico. Pubblicata nel 1873 Une saison en enfer, uno dei capolavori della prosa francese moderna, R. iniziò una vita di vagabondaggio in tutta l'Europa, a Sumatra, poi in Africa e particolarmente in Etiopia. Tornato in Francia nel 1891 per il male che l'aveva colpito (un cancro al ginocchio), morì a Marsiglia,
dopo una lunga agonia, assistito dalla sorella. Sembra che negli ultimi giorni sia tornato alla Fede.
Il R. "poète maudit" fu presentato da Verlaine nel 1883 : le Illuminations uscirono nel 1886, le Poésies complètes, postume, nel 1895. Dopo i primi versi, di tono parnassiano, egli volle creare "un verbe poétique accessible un jour ou l'autre à tous les sens ", scrivere "des silences ". "noter l'inexprimable " (Alehinia du verbe). T'enti, come aveva già fatto Baudelaire, di s dane il senso più profondo della realtà, ma non vi riusci : fu allora che, deluso, R. abbandonò la letteratura per i viaggi.
Alla sua poesia, "esplosione di un temperamento lirico personalissimo "che giunge talvolta ad altissime vette, prodigiosamente creata fra i 16 e i 19 anni, si avvicinarono, durante e dopo la prima guerra mondiale, i surrealisti francesi, primo fra tutti Guillaume Apollinaire.
Bibl.: Oeuvres complètes, vers et prose, Parigi s. a.; P. Verlaine, Les poètes maudits, ivi 1884; I. Rainbaud, Reliques, R. mourant. Mon frère Arthur, ivi 1922; J.-M. Carré, La vie aventureuse de 7.-A. R., ivi 1926; J. Rivière, R., ivi 1930; E. Delahaye, Le part de Verlaine et de R. dans le sentiment religieux contemporain, ivi 1932; R. Goffin, R. vivant, ivi 1937; G. Izzanbard, R. tel que je l'ai connu, ivi 1946; H. D. Rops, R., trad. ital. di G. Pizzoleri, $2^{\circ}$ ed., Brescia 1947; E. Starkie, R. poeta maledetto, trad. ital. di L. Storoni, Milano 1950.
Costanza Pasquali
RIMBERT (Reimbert, Reimbert), santo. - Benedettino, seguace e biografo di s. Anscario (v.), n. in Fiandra, m. l'ir giugno 888. Studiò nel monastero di Torhout (Turholt). Su desiderio di Anscario, R. ricevette l'abito ecclesiastico e la tonsura, e divenne suo compagno.
Dopo la morte di Anscario, R., diacono, fu eletto dal clero e dal popolo a suo successore nella sede di Brema e Amburgo (ag. 865); fu consacrato dall'arcivescovo di Magonsa, Liutbert, e ricevette lo stesso anno il pallio del papa Niccolò I. A Korvec entrò nell'Ordine di S. Benedetto. Vleito la Danimarca e la Svezia $(866,876)$, prese parte al Sinodo di Worms (maggio 868) e all'Assemblea dell'Impero a Francoforte a. M. (genn. 875). Il suo sepolcro è nella parete esterna orientale del duomo di Brema. Festa l'1 giugno; traslazione delle reliquie il 4 febbre.
Bial.: fonti: Vita Rimperti archicpicopi Hammaburgensis, in MGH, Script., II, pp. 764-75; Vita Ansharii auct. Rimborto. Accedit Vita Rimborti, ed. di G. Waitz, ibid., Scriptures rerum German. in usum schol., LV (1884), pp. 81-102; Leben der Erdb. Anshar u. Rimbort, texto rielaborato da W. Wattenbach (Geschichtsrebr. d. dt. Forzori, 22), $3^{\circ}$ ed. immunita, Berlino 1935; Acta SS. Februarii, I, Parigi 1863, pp. 364-71; BHL, p. 1052, Suppl., p. 268. Studi : L. Bril, in Revue d'istt. erdi., 12 (1911), pp. 231 241; B. Erichsen - A. Krarup, Dauch historik Bibliografi., I, Copenhagen 1917, nn. 10799-809; W. M. Peitz, Rimborts Vita Anshari in ihrer entprïngl. Gestalt, in Zeitschr. d. Versius f. hamburg. Gesch., 22 (1916), pp. 135-67; W. Levison, Die echte u. verfall. schte Gestalt u. Rimborts Vita Ansharii, ibid., 23 (1919), pp. 89146; G. H. Max, Regesten der Erdb. u. Brenere, I, Brema 1928, pp. 15-19; G. Meersseman, Rembert van Torthout, Bruges 1943.
Ermanno Ries
RIMEDIO PENALE. - Per r. p. si intendono tutti quei mezzi che la competente autorità ecclesiastica usa allo scopo di prevenire un delitto, nel quale i fedeli, chierici o laici, si trovano in prossimo pericolo di cadere (can. 2307), o di supplire un giudizio criminale che altrimenti andrebbe operato a carico loro (cann. 1947, $2309 \S \S 3-4$ ), o di rendere più gravosa una pena inflitta a chi già commise il delitto, soprattutto se il delinquente è recidivo (cann. 2309 § 4, 2311 § 2).
1. Noxioni. - Il CIC non dà una definizione del r. p. in genere, ma, dopo averne enumerate al can. 2306, quattro diverse specie, passa a descrivere gli elementi dei singoli r.p. ai cann. 2307-11. Da questi elementi e dalla giurisprudenza anteriore e posteriore al CIC stesso si deduce con relativa sicurezza cosa si debba intendere con questo termine. E prima di tutto, è ammesso unanimamente che il r. p. non è affatto una pena ecclesiastica in senso stretto,
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né medicinale né vendicativa, benché sembri avere ed effettivamente abbia con essa alcune somiglianze; né d'altra parte il r. p. è una semplice penitenza, benché anche con questa abbia alcuni elementi in comune. Infatti il r. p. non suppone né punisce un delitto vero e proprio come invece fa la pena (can. 2215), né serve, almeno per sé, al fine di far evitare al delinquente la pena vera e propria o di sostituirsi alla pena assolta o dispensata come fa la penitenza (can. $2312 \S$ i). In secondo luogo le giurisprudenza senza eccezioni di sorta ammette che il r. p., benché non sia né una pena né una penitenza, contiene in ogni caso una penalità o meglio importa il senso di una generica punizione; di qui l'attributo di pensile che viene unito a rimedio. Questo senso di penalità, che il r. p. contiene, è dovuto al fatto che esso in ogni caso comporta, nella persona che a quello viene sottoposta, la perdita o almeno la diminuzione della fama presso gli altri e l'intervento della competente autoritá in seguito a colpa morale del soggetto, cui viene applicata. Infatti il r. p. suppone o una trasgressione della legge, eventualmente anche grave, che tuttavia, per difetto dell'uno o dell'altro elemento, non arriva a formare un delitto in senso giuridico pieno; oppure, ed è il minimo, suppone nel soggetto una condizione oggettiva tale che è vicina immediatamente al delitto o al delitto ordinariamente spinge e conduce. Nel primo caso il r. p. ha lo scopo di non lasciare completamente trascurata la mancanza, anche se non vero delitto; nel secondo ha il fine di prevenire l'occasione o il pericolo del delitto stesso. Tuttavia il r. p. può pure essere applicato allo scopo di eliminare il sospetto del delitto, soprattutto se unito allo scandalo attuale per gli altri fedeli. E tradizionale nei canonisti l'esempio del chierico o del religioso che visita frequentemente persone di diverso sesso, provocando sospetti o occasione di scandalo in atto presso i fedeli; i sospetti e l'occasione dello scandalo vengono troncati mediante i r. p. dalla competente autorita.
II. Varie specie di r. p. e loro applicazione. Già nel periodo precedente al CIC erano noti vari r. p. Di questi anzi aveva già espressamente parlato il Concilio Tridentino (sess. XIII, cap. 1, de ref.), nell'invito rivolto agli Ordinari dei luoghi di tener lontano i propri sudditi dai delitti per mezzo di ammonizioni, ossia di ammonimenti particolari. E più recentemente, la S. Congr. dei Vescovi e dei Regolari aveva rivolto l'invito ai medesimi Ordinari di usare verso i rispettivi chierici, loro sudditi, dei rimedi canonici. Tuttavia fino al CIC non si era d'accordo sul nome e sul numero dei r. p. Il CIC invece al can. 2306 nomina espressamente quattro specie diverse di r. p., ossia l'ammonimento, la correzione, il precetto, la vigilanza. Ognuno di essi ha un fine specifico, benché generalmente tutti siano diretti a prevenire il delitto o a rintuzzare qualche mancanza. Per questo molti canonisti li chiamano pure rimedi o misure preventive. Si disputa oggi ancora se l'enumerazione del CIC sia, come si dice, tassativa, ossia costitutiva dei soli ed unici r. p., che il CIC stesso vuole riconoscere nella legislazione attuale; oppure sia solo esemplificativa, di modo che altri se ne possano aggiungere, a discrezione degli Ordinari. In realtà, esclusi pochi che seguono quest'ultima opinione, la maggioranza ritiene che i r. p., enumerati nel CIC al can. 2306, siano i soli giuridicamente esistenti agli effetti legali. A questo proposito è anche bene tener presente che nella legislazione antecedente al CIC non sempre la giurisprudenza era unanime nel distinguere i r. p. tra loro e questi dalle pene in senso stretto o dalle semplici penitenze. Di ciò deve essere tenuto conto nello studio degli scrittori antecedenti al CIC. Oggi queste incertezze sono del tutto eliminate; e pertanto non è possibile alcuna confusione, benché, come talora accade, il fedele possa essere contemporaneamente sottoposto a pena ecclesiastica in senso stretto, a penitenze e a r. p.
Venendo ora ai singoli r. p. : 1) il primo è l'ammonizione (v.). 2) Segue la correzione, che si definisce una disapprovazione fatta dal vescovo ad un fedele, la cui condotta lascia seriamente a desiderare, a motivo di uno scandalo o di un grave disordine verificatosi. Essa differisce dall'ammonizione per il fatto che la correzione
suppone l'ordine sociale già compromesso o lo scandalo già causato. E dunque certamente più grave dell'ammonizione, perché questa può essere motivata da un semplice sospetto, mentre la correzione viene data per mancanze più gravi, come la bigamia od il concubinato, a causa d'ignoranza teologica o di una pigrizia inveterata. Come l'ammonizione, la correzione può essere segreta o pubblica. Questa seconda si deve usare solamente se il colpevole è reo confesso del suo delitto o almeno ne è stato convinto (can. 2309 § 3). Il metodo prescritto d'applicazione è uguale a quello dell'ammonizione, con la seguente differenza : se la correzione viene inflitta prima di un processo criminale, allora essa riveste un carattere giudiziario e come tale serve alle volte a rimpiazzare una pena propriamente detta o a rendere la sanzione più severa (can. 2309 §§ 3-4). Dev'essere fatta secondo determinate regole enunciate dai cano. 1947-53.
3) Il precetto può essere considerato qui come una specie di ammonizione, ma quest'ammonizione comporta la minaccia d'una pena stabilita. Il precetto deve indicare al suddito un atto preciso da farsi o da evitarsi (can. 2370). Costituisce quindi, in realtà, un r. p. più grave dei precedenti. Ha un po' il valore d'una sentenza condannatoria con condizione sospensiva (can. 2310). Come regola generale si devono usare i due precedenti rimedi, prima di arrivare al precetto, perché il CIC permette di ricorrervi solamente quando invano si siano adoperate le ammonizioni e le correzioni o si preveda la loro inefficacia. Questo secondo punto non deve presumersi facilmente. Inoltre, prima di infliggerlo, occorre raccogliere prove sufficienti per stabilire la gravità dello scandalo dato, dell'occasione prossima del delitto o l'esistenza di un disordine sociale assai grave (cf. can. 2307). Quanto alla procedura per imporre un precetto, il CIC non ne suggerisce alcuna. Essa dovrà essere identica a quella della correzione o al metodo seguito in casi analoghi.
4) La vigilanza è un r. p. completamente nuovo, come dicono gli autori. Il CIC ne tratta al can. 23 ri e lascia intendere che esso non deve essere di frequente adoperato. E il più severo dei rimedi enunciati ed il più difficile a tradursi in atto. Vi si deve ricorrere soprattutto quando si tratta di recidivi; e con questo mezzo si vuol prevenire una ricaduta e si aggiunge cosi una nuova sanzione ad una colpevolezza già castigata. Questo rimedio comporta, a seconda dei casi, una restrizione di libertà, l'ordine di vivere in compagnia d'una persona prudente o di non assentarsi senza permesso.
Trattandosi di istituti giuridici è indispensabile nell'applicazione dei r. p. usare quel procedimento che il CIC ha appositamente determinato per i singoli casi, senza scambiare l'uno con l'altro. Gli Ordinari e gli altri eventuali Superiori competenti possono bensì procedere in ogni caso paterno modo e con ogni mezzo non contrario alla legge, allo scopo di eliminare nei sudditi il pericolo del delitto o di reprimere una mancanza. Ma se essi intendono ottenere gli effetti specifici del r. p. devono osservare le formalità relative stabilite dal CIC. Qualora le formalità richieste non siano state osservate, sarebbe nullo ogni ulteriore procedimento giuridico che dipendesse dai r. p.
III. Cessazione dei r. p. - Per natura di cose i primi due r. p., ossia l'ammonizione e la correzione, consistendo in fatti transitori, cessano immediatamente con la loro applicazione. Il precetto invece, benché strettamente parlando non cessi per se stesso, pure può, a un determinato momento, venire sospeso o definitivamente eliminato, per quanto contiene di imposizione e osservanze obbligatorie da esso stabilite. La vigilanza, infine, essendo di sua natura protratta nel tempo, cessa col passare del tempo per il quale fu stabilita o per libera determinazione del competente superiore ecclesiastico : tuttavia a questo proposito va ricordato che il fedele o il chierico, sottoposto a vigilanza, vi rimane obbligato, anche se nel frattempo egli abbia eliminato le cause che la provocarono, fino a quando effettivamente il superiore non l'avrà tolta; il che analogamente vale per quanto è stato detto del precetto.
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(1st. Alinari)
Rimini, diocesi di - Abside della chiesa di S. Agostino, con affreschi di scuola riminese del sec. xiv. In alto Cristo benediconte tra i due ss. Giovanni, sotto la Madonna col Bambino in trono e più in basso Cristo e la Maddalena.
Bibs.: I. Noval. De ratione corrigendi ac puniendi sive iudicio sive extra iure CIC. in Ius pontif., 1-2 (1921-22), pp. 147-56; 3 (1923), pp. 36-40, 204-10; e i trattatisti di diritto penale canon., ad es.: I. Sole, De delictis et poenii, Roma 1920, nn. 196-97; Wernz-Vidal, VII, nn. 369-70; Matteo da Coronata, Instit. iur. can., IV, Torino 1948, nn. 1837-39. Lorenzo Simeone
RIMINI, diOCESI di. - E delimitat a oriente dal Foglia, a occidente dal Rubicone. Ha 228 sacerdoti secolari, 48 religiosi, 136 parrocchie, 2 delle quali ed una curatia in territorio della Repubblica di S. Marino. La città è posta all'estremo capo della Via Flaminia e al principio della Via Emilia.
La Chiesa riminese ha origini antiche. Nel 313 un suo vescovo, Stemnio, è a Roma (Ottario di Milevi). Anteriormente a tale data è probabilmente da collocare s. Gaudenzio, che secondo un'antica tradizione sarebbe venuto da Efeso a Roma e dal Papa mandato a R. protovescovo di questa chiesa; mentre un'altra tradizione lo vuole contemporaneo del Concilio. Questo rappresenta uno degli episodi più importanti della lotta ariana in Occidente. L'imperatore Costanzo, per dirimere le controversie secondo le sue mire, volle riuniti l'episcopato occidentale a R., quello orientale a Seleucia. I vescovi che si trovarono radunati a R. nel luglio 359 in numero di più che 400 erano in maggioranza fedeli alla dottrina di Nicea; Roma però non vi era rappresentata, mentre v'era Restituto di Cartagine; una ottantina di dissidenti s'adunarono a parte e quattro di loro furono scomunicati come eretici. Ciascuna delle due parti inviò una delegazione a Costanzo che stava in Tracia ed i cattolici, che non volevano saperne della formola dogmatica proposta a Sirmio il 22 maggio, si adattarono a firmarne una nuova, detta di Nice, il 10 ott., la quale piacque anche ai loro avversari. I Padri del Concilio però non l'accettarono e, alla fine, sopraffatti dalle minacce e dalle lusinghe di Tauro, prefetto del pretorio, quasi tutti si lasciarono indurre ad accettare la formula già sottoscritta dai loro delegati; formula che divenne, in seguito, simbolo di fede dei barbari convertiti all'arianesimo.
Edifici cristiani, già supposti dalla stessa presenza del
Concilio, vengono positivamente attestati nel sec. v; una ecclesia beati Gaudentii fra il sec. viI e l'vili; ma di essi nulla rimane. Le più antiche chiese giunte a noi conservate, almeno in parte, sono pievi estraurbane: la piece di S. Giovanni in Compito sorta nel luogo indicato nel-1'Itinerario gerosolimitano quale mutatio Conpeta risale nella sua forma attuale al sec. x, ma ha elementi del sec. vivin, quando la sua vasta giurisdizione è largamente documentata; la pieve di S. Michele in Acerbolis, presso S. Arcangelo, viene ricordata in documenti del sec. ix e nella sua forma attuale non risale oltre il Mille : però recenti scavi archeologi la fanno molto più antica; la pieve di Verucchio in territorio sammarinese, ricordata nel sec. xi con il titolo di S. Giovanni, a cui più tardi si è aggiunto quello di S. Martino, con parti architettoniche assai antiche e avanzi importanti. L'antica Cattedrale, dedicata a s. Colomba vergine e martire, dopo ripetuti danneggiamenti e restauri e stata abbandonata ( 1798 ) e demolita, e divenne cattedralc prima S. Giovanni Ev. quindi il Tempio Malatestiano. Di martiri locali non si hanno notizie sicure. Hanno avuto i natali nella città o nella diocesi i Santi : Paola di Roncofreddo (sec. ix), Arduino prete (sec. x), Aldebrando (sec. xili); i bb. Simone Balacchi (sec. xili), Giovanni Gueruli (sec. xili-xiv), Gregorio Celli (sec. xiv), Chiara da R. (1302-46), Amato Ronconi (sec. xili-xiv), Galeotto Roberto Malatesta e Alessio di Riccione (sec. xv). Vi hanno fatto dimora e opera di apostolato s. Marino e s. Leo, s. Francesco d'Assisi, s. Antonio da Padova. Tra i santuari vanno ricordati: S. Chiara di R. nella quale si venera l'immagine della B. V. della Misericordia che nel maggio 1830 mosse miracolosamente gli occhi e sollevò manifestazioni di fede nelle moltitudini accorse da ogni parte; B. V. delle Grazie di Fiumicino, Cella di Bonora, Madonna S.ma di Montegridolfo, Crocifisso di Coriano, Beato Amato di Saludecio. Le storia della Chiesa riminese, dopo la crisi ariana, non si segnala per avvenimenti straordinari, nonostante il furore delle fazioni e lotte politiche che qui, come in tutta la Romagna, hanno imperversato in ogni tempo.
Il Seminario risale a poco dopo il Concilio di Trento. Sono stati celebrati 24 sinodi diocesani, l'ultimo dei quali nel 1924. R. è stata alla diretta dipendenza della S. Sede; solo nel 1745 divenne suffraganca di Ravenna. La cattedra di S. Gaudenzio è stata illustrata da pastori insigni per pietà, solo e dottrina, molti dei quali sono stati elevati alla porpora cardinalizia e a sedi metropolitane. Tra il clero si sono segnalati i riminesi: Sebastiano Vanzi, dotto canonista che fu vescovo d'Ovvieto e definitore del Concilio Tridentino; Alessandro 'Tonti ( 1566 -1622), cardinale e confondatore con s. Giuseppe Calasanzio del Collegio Nazareno di Roma, Giuseppe Garampi (v.), Alessandro Serpieri (1823-85) insigne studioso di fisica e astronomia il sammarinese Giovanni da Serravalle (1360-1445), vescovo di Fermo, noto soprattutto quale commentatore della Divina Commedia da lui tradotta in latino per i Padri del Concilio di Costanza; i santarcangiolesi : Lorenzo Ganganelli poi papa Clemente XIV, Gaetano Marini (v.); il sammaurese P. A. Giorgi (1711-97) orientalista e filologo di chiara fama; i savignanesi: G. C. Amaduzzi (1740-92) che fu il primo segretario della Congregazione di Propaganda Fide, in detta relazione con gli uomini più illustri dell'epoca; Luigi Nardi bibliotecario della Gambalunghiana e autore di eruditi volumi di storia locale.
Tra le chiese di R. per valore storico-artistico sono da segnalarsi: S. Agostino, sorta nel sec. xi con il titolo di S. Giovanni Ev. e passata nel sec. xili agli Eremitani di s. Agostino onde il suo titolo successivo; S. Giuliano, antica abbazia benedettina intitolata agli apostoli Pietro e Paolo, con dipinti relativi al Martire omonimo; la chiesa che fu primieramente di S. Maria in Trivio, poi di S. Francesco e quindi universalmente nota come Tempio Malatestiano. La seconda guerra mondiale che ha distrutto edifici sacri notevolissimi, quali l'oratorio di S. Gerolamo e la chiesa della Madonna della Colonnella, ha abbattuto anche il Malatestiano. Questo è stato però completamente e sapientemente restaurato e riconsacrato nell'estate 1950, quinto anniversario del geniale rifaci-
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mento di L. B. Alberti, rimasto peraltro incompiuto. Vedi tav. XLIX.
BibL.: G. Garampi, Mem. della b. Chiara di R., Roma 1776; L. e C. Tonini, Stor. civ. e sacra riminese, 6 voll., Rimini 1848-88; F. P. Kahr, Italia Pontif., IV, Berlino 1909, pp. 127-77; Lossoni, pp. 705-16; B. De Gaiffier, L'office de si Tulina de R. in Anal. Bulland., 50 (1932), p. 311 sgg.; A. Mercati-E. Naselli Rocca-P. Sella, Rationes decimarum Itnline dei secc. XIII-XIV: demilia (Studi e testi, 60), Città del Vaticano 1933, pp. 39, 97, 110, 160; Cottineau, II, coll. 2166-67; D. Garattoni, Il Tempio Malatestiano, Bologna 1951. Angelo Scarpellini
## RIMMON : v. ADADREMNION.
## RIMOUSKI : v. SAN GERMANO DI RIMOUSKI.
RIMOZIONE. - In senso generico indica l'allontanamento autoritativo di alcuno da un ufficio o beneficio; in senso stretto la r. è propria dei parroci, siano essi inamovibili che amovibili (v. AMOVIBILITÀ; (RAMOVIbILITÀ).
Il CIC prescrive che per rimuovere un parroco inamovibile si richiede una di quelle cause che, prescindendo dalla colpevolezza o meno, rendono il ministero parrocchiale o inefficace o, addirittura, nocivo al bene delle anime (can. 2147 \$ 1). Le principali di queste cause sono le seguenti: una permanente infermità di mente o di corpo per cui non sia più fisicamente idoneo, neanche con l'aiuto di un vicario adiuzore, ad ottemperare agli obblighi del ministero; l'odiosità dei fedeli di cui è oggetto, anche se sorta senza sua colpa; la perdita della stima da parte dei suoi parrocchiani, causata per qualsiasi motivo, anche se per cattiva condotta dei suoi familiari; l'eventualità che un delitto occulto commesso dal parroco possa essere reso di pubblica ragione, con la conseguenza di suscitare uno scandalo in mezzo ai fedeli; infine la cattiva amministrazione dei beni temporali della parrocchia (decreto Maxima Cura della S. Congr. Concistoriale del 20 ag. 1910, in AAS, 2 [1910], p. 636 sgg.).
Accertata l'esistenza di una di queste cause, l'Ordinario, ascoltato il parere di due esaminatori, inviterà il parroco, in scritto o a voce, a rinunziare alla parrocchia entro un tempo determinato. Nell'invitarlo alla rinunzia, l'Ordinario, sotto pena di nullità, dovrà manifestargli i motivi per i quali si è visto spinto a prendere quel provvedimento (can. 2148). Il parroco può, accettando di fare la rinunzia, opporre delle condizioni, che però devono essere accettate dal vescovo per avere vigore (can. 2159).
Se il parroco lo ritiene opportuno, può anche dimostrare con testimonianze che la causa addotta dall'Ordinario non risponde a verità (can. 2151), ma se l'Ordinario non ritiene fondate le deduzioni del parroco, ascoltato il parere dei due esaminatori, emetterà il decreto di r. (cann. 2149, 2152). Contro tale decreto, il parroco ha il diritto di ricorrere allo stesso Ordinario e questi non può confermare il decreto, se prima non avrà vagliato attentamente le nuove ragioni addotte dal parroco e ascoltato il parere di due parroci consultori (can. 2153).
Da un decreto definitivo di r. si dà come unico il ricorso alla S. Sede, pendente il quale l'Ordinario non può conferire il beneficio (can. 2146). Per la r. dei parroci amovibili, la procedura è più semplice, ma si richiede sempre la giusta causa (cann. 2149, 2158, 2159-61).
Ai parroci rimossi, secondo il caso, può essere assegnato o un altro beneficio o una pensione. A pari condizione è da favorirsi maggiormente chi rinuncia che chi viene rimosso (can. 2154). Dopo il decreto definitivo di r. il parroco ha l'obbligo di lasciar libera la casa parrocchiale, eccetto il caso di infermità, e di rimettere tutto al nuovo parroco (can. 2156). Di per sé gli è imposto dal diritto comune di lasciare la parrocchia, ma l'Ordinario lo può comandare espressamente.
BibL. : oltre i commenti al CIC, cf. : F. Cappello, De administrativo renatione paradiorum, Roma 1911; A. Villien, Le déplacement administratif des curés, Parigi 1913; O. Cannor, The administrative removal of pastors, Washington 1937. Michele Federici
RIMPROVERO GIUDIZIALE : v. AMMONIZIONE.
RINALDI (Raynaldus), Odorico. - Oratoriano. n. a Treviso nel giugno 1594 (cf. A. Marchesan, op. cit. in bibl., p. 7), m. a Roma il 22 genn. 1671.
Dopo aver studiato nella sua città natale e a Parma, entrò nel 1618 nella Congregazione dell'Oratorio a Roma e ne fu due volte superiore ( 1650 -56). E il più importante continuatore degli Annales ecclesiastici che il Baronio (v.) aveva condotto fino al 1198 . Il R., servendosi sia di schede lasciate dal Baronio sia di documenti dell'Archivio Vaticano, pubblicò a Roma, tra il 1646 e il 1662, 8 voll. in-fol. (tt. XIII-XX della collezione), giungendo all'anno 1534. Il vol. IX (XXI della collezione), diviso in due parti, comparve a Roma postumo a cura della Congregazione e arriva all'anno 1565 . Esso porta due date: quella di stampa 1676-77 e quella dell'approvazione ecclesiastica 1685-86. Il R. pubblicò anche in italiano un compendio degli Annali del Baronio in 3 voll. ( $1^{\text {a }}$ ed., Roma 1641-43), ed uno dei suoi ( $1^{\text {a }}$ ed., in 1667). Numerose edizioni furono fatte in Italia e all'estero e commentate da vari eruditi; si trovano pubblicati a parte anche copiosissimi indici. Il R. scrisse altre opere, specialmente sermoni, che si conservano manoscritte alla Biblioteca Vallicelliana di Roma, della quale fu munifico mecenate. Lasciò anche un ampio legato all'Arciconfraternita dei pellegrini di Roma.
BibL.: la prefazione dell'ed. degli Annales fatta da G. D. Mansi, I. Lucca 1740; C. Villarosa, Memorie degli scrittori filippini, Napoli, 1837, p. 199; A. Marchesan, Lettere inedite di O. R., Treviso 1896. V. anche P. Aringhi, Vite dei padri e fratelli dell'Oratorio di Roma, ms. O. 29, al n. 20 della Biblioteca Vallicelliana, e Memorie di O. R. a ff. 3-19 del ms. N. 22 della stessa Biblioteca.
Renata Orazi Auwenda
RINALDO di DASSEL. - Arcivescovo di Colonia e cancelliere imperiale, n. ca. il 1120 , m. presso Roma il 14 ag. 1167.
Ebbe la nomina a cancelliere nel 1156 e ad arcivescovo nel 1159, prendendo possesso della carica prima di aver ricevuto la conferma pontificia. Avendogliela Adriano IV rifiutata, R. si unì agli avversari papali più accaniti. Conservò lo stesso contegno con Alessandro III e non tralasciò fatica per assicurare il successo dell'antipapa Vittore IV; e la sua qualità di arcicancelliere d'Italia gli permise di dargli un successore nella persona di Pasquale III. Inviato ambasciatore in Inghilterra, guadagnò alla sua causa il re Enrico II. Nel 1167 marciò su Roma alla testa di un'armata imperiale e riportò piena vittoria sui Romani ( 24 maggio); ma la peste scoppiata a Roma dopo l'entrata dei Tedeschi fu causa della sua morte.
BibL.: J. Fickor, Rainald von Dassel, Reichshanzler und Erzbischof von Köln (1151-62), nach den Quellen dargestellt, Colonia 1850; Hefele-Leclercq, V, pp. 910, 1011-24.
Guglielmo Moffat
RINASCIMENTO. - Il concetto designato dalla parola «R.» (o rinascita) va comunemente applicato al periodo della storia italiana che si stende all'incirca dagli ultimi decenni del Trecento alla prima metà del Cinquecento.
1. Concetto di R. - Presso gli uomini vissuti tra il ' 400 ed il ' 500 detto termine implica il significato di una più o meno netta opposizione tra questa età e il tempo precedente. Per lo più, secondo questo concetto, l'epoca rinascimentale significa un ritorno alle fonti dell'antico sapere e dell'arte antica, e segna una ripresa degli studi abbandonati durante il millennio che trascorre tra la caduta dell'Impero romano ed il Quattrocento. Questa che si chiamerà più tardi «media aeta» e contrassegnata secondo gli uomini del R. da tenebre e ignoranza. Per L. Bruni l'inizio della decadenza culturale si callaccerà alla perdita della libertà civile sotto i Cesari, alla traslazione della capitale dell'Impero a Costantinopoli e alle susseguenti invasioni barbariche. La stessa visione si rintraccia presso M. Palmieri e presso F. Biondo. Lorenzo Valla per conto suo infierisce specie contro i giuristi medievali (quali Accursio, Baldo, Bartolo da Sassoferrato), i quali, con i loro intricati commenti, con la loro verbosità e con l'inutile contorcimento dei testi, hanno soppiantato
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(per cortena di mons. A. P. Frutos)
Rinascimento - Interno di una biblioteca rinascimentale: la Biblioteca Malatestiana (sec. xv) - Cesena.
i chiari e limpidi ingegni dei giuristi antichi, quali Ulpiano, ecc. Anche artisti e storici d'arte non mancano di inveire contro la barbarie medievale e di lagnarsi della distruzione di monumenti antichi e di a tanta et egregia e gentile arte s. dovuta in gran parte, afferma L. Ghiberti (Commentarii), allo zelo intempestivo della nuova religione. Giotto, per il primo, seppe rinnovare l'arte spenta durante il millennio, liberandola dalla "roçezz dei Gregi" (Bizantini). Lo pseudo-Manetti ravvisa, più ancora che in Giotto, in Brunelleschi il vero rinnovatore della a buona arte a antica, mentre il Filarete scaglia le sue frecce contro l'aborrito a stile gotico».
Questa apologia dell'antichità non va mai disgiunta in tutti questi uomini da una commossa esaltazione della propria età e dall'argogliosa fiducia nelle proprie forze, dalla fiera coscienza di saper non solo imitare, ma superare i superbi modelli tramandati dagli antichi. C. Salutati dichiara il suo maestro Petrarca superiore agli stessi Cicerone e Virgilio, per aver saputo raggiungere le vette della perfezione tanto in prosa quanto in poesia. Lo stesso L. Vulla saluta il proprio secolo come quello in cui tutti gli studi sono rinati a migliore vita, e di pari passo procede F. Biondo. Non minore entusiasmo per il a secolo d'oro s, ove gli accade di vivere e di operare, è in M. Fisino. Che tutti questi uomini non attribuissero minor peso alla propria personalità e alla potenza del proprio ingegno, dimostra lo pseudo-Manetti (Vita di Ser Filippo Brunelleschi, il quale ricorda che al suo eroe non avrebbe servito a nulla l'aver scoperto e studiato a Roma monumenti antichi, se non gli fossero venuti in aiuto l'ispirazione divina ed il suo spirito pronto e fertile, che gli suggerirono di creare opere nuove, potenti e originali, anzi che pallide, grette e sterili imitazioni degli antichi. Occorre aggiungere che molti degli uomini del R. non furono così totalmente sprovvisti di senso critico da non saper distinguere, anche tra le fitte tenebre in cui era avvolto il "medioevo", epoche diverse e che seppero anzi riconoscere il progresso lento della civiltà compiuto tra la restaurazione dell'Impero ad opera di Carlomagno e il primo timido risorgere, dopo il Mille, della