ega il Tapanelli, presso il quale, tuttavia, comincia a temperarsi il rigore dei predecessori (cf. A. Vanderpol, La doctrine scolastique du droit de guerre, Parigi 1918, passim).
Il loro atteggiamento teorico, logicamente insonnrabile se riferito alla norma della giustizia commutativa, nella sua sostanza si presta alla legittimazione di una summa inieria per l'osservanza di un summum ius. Messo poi a confronto con i danni causati dalla guerra moderna, dimostra la sua insostenibilità, giacché l'applicazione pura e semplice del principio condurrebbe al soffocamento e allo sterminio del popolo vinto. La dottrina antica deve essere, dunque, riveduta, facendo intervenire altri principi dagli stessi antichi teorici stabiliti. Sostiene, infatti, il Tapanelli che, quando si deve determinare il diritto del vincitore in giusta guerra, il compenso dei danni non può estendersi fino a togliere agli individui quella felicità, e cui sono chiamati dalla natura stessa dell'essere sociale. Ecco un limite importante alla regola egualitaria della giustizia commutativa, il quale, sgorgando da una fonte naturale, impone che le r. non devono mai raggiungere un tal peso da soffocare la vita del vinto, assorbendo tutta la sua economia e subordinandola alle richieste del vincitore, che in tal caso sarebbero ingiuste.
Questa limitazione viene corroborata dalle esigenze della vita collettiva nella società internazionale, la cui finalità consiste, come molto bene hanno visto il de Vitoria, il Suárez e i loro successori, nella prosperità comune. Ora oggi gli Stati sono maggiormente interdipendenti che nel passato, cosi che il comune benessere richiede un certo equilibrio economico e sociale, al quale sarebbe nocivo il vuoto creato in un settore da imposizioni di pace troppo onerose. Queste devono conseguentemente rimanere subordinate al fine più universale della comunità internazionale ed essere contenute entro i limiti delle sue imperiose domande. Si aggiunge inoltre che, secondo la comune concezione cattolica, lo Stato, il quale combatte una guerra giusta, non esercita soltanto un diritto privato di autodifesa, ma compie allo stesso tempo una funzione pubblica, in quanto si sostituisce a quell'auctoritas totius mundi, della quale parla espressamente il de Vitoria. Da siffatto carattere pubblicistico della sua azione si deduce che esso non può avere soltanto di mira il bene privato, ma deve anche tenere fisso lo sguardo al bene generale della collettività nello stabilire l'ammontare delle r. Al principio della giustizia commutativa si accoppia pertanto quello della giustizia distributiva, in modo che tutti e due, senza elidersi, devono contemperarsi cosi da dare equa soddisfazione al vincitore senza pregiudicare il bene pubblico. Del resto se, cessate le ostilità, gli Stati devono di nuovo entrare in relazioni pacifiche e queste
poi mantenere il più possibile inalterate, è facile vedere come ciò diventi assai arduo, quando un popolo venisse colpito da troppo onerose r. Messo alle strette dalla necessità, non tarderà a violare i trattati e a fomentare uno spirito di odio e di ribellione contro l'ordine esistente. come è avvenuto per la Germania dopo le gravose r. impostole con il Trattato di Versailles. La pace, scopo ultimo della guerra secondo s. Agostino, impone una indispensabile moderazione.
I teorici cattolici, particolarmente i più recenti, si sono accontentati di fare appello alla prudenza politica. Ma il temperamento è troppo blando, se non si invocano principi di vera giustizia. Più realisticamente il Vattel pensava che, se nel trattato di pace dovessero essere osservate le regole della giustizia esatta e rigorosa, rimaniera che ciascuno riceva esattamente quanto gli appartiene, la pace sarebbe impossibile: essa può essere soltanto raggiunta con una transazione, con la quale si addivenga a una composizione soddisfacente per il vincitore e per il vinto. Ha un valore perenne a questo riguardo la regola enunciata dal de Vitoria: «Oporter moderate victoria uti, cum minima calamitate et malo Reipublicae nocentis».
A tale criterio si ispirava Benedetto XV, quando nella sua lettera ai belligeranti della prima guerra mondiale ( $1^{\circ}$ sett. 1917 : AAS, 9 [1917], p. 417 sgg.) suggeriva il condono totale e reciproco per la soluzione del problema delle r. Pio XI poi, nella lettera autograda ai card. Gasparri del 24 giugno 1923 (AAS, 15 [1923], pp. 333-35), a proposito delle r. imposte alla Germania, affermava che giustizia e carità sociale, come pure l'interesse medesimo dei creditori e delle nazioni tutte, richiedevano che non si esigesse dal debitore quello che esso non potrebbe dare, senza esaurire interamente le proprie risorse e la propria produttività. La medesima dottrina è contenuta nelle allocuzioni e radiomessaggi di Pio XII, pronunciati durante la seconda guerra mondiale (v. specialmente Sermo della vigilia del Natale 1945: AAS, 38 [1946], p. 22 sgg .; e della vigilia del Natale 1946: AAS, 39 [1947], p. 11 sgg.) nei quali, come presupposti di un ordine internazionale fondato sulla morale e sulla giustizia, egli suggeriva la vittoria sui germi di conflitto, che consistono in divergenze troppo stridenti nel campo dell'economia mondiale, e sullo spirito di freddo egoismo. Per altre specie di r. v. danno; RESTITUZIONE; RISARCIMETTO.
Bini.: si vedano le voci quxera e pace e i trattati classici di F. de Vitoria, F. Suárez, L. Molina. Inoltre: A. Vanderpol, La doctrine scolastique du droit de guerre, Parigi 1919: R. Regout, La doctrine de la guerre juste de st Augustin d nos jours, ivi 1935: J. Eppstein, The catholic tradition of the law of nations, Washington 1935: Y. de La Brière, Le droit de juste guerre, Parigi 1938: B. Anselmo, Elementi di una giusta pace nella dottrina di Ludovico Molina, in Cfr. Catt., 1943, IV, p. 307 sgg ; A. Messinco, Restituzione e r. nelle condizioni di una pace giusta, ibid., 1947, ivi, p. 119 sgg.; L. Tapanelli, Staggio isovetico di diritto naturale, Roma 1930, n. 648 sgg. Antonio Messineo
RIPATRANSONE, DIOCESI di. - In provincia di Ascoli Piceno da cui dista $48 \mathrm{~km} ., \mathrm{a} 9 \mathrm{~km}$. dal mare, a 508 m . di altitudine, sopra colline dirupate, tra i torrenti Menocchia e Tesino. Su una superficie di $227,25 \mathrm{kmq}$., conta 9034 ab. residenti, 8897 presenti (censimento 1951).
Quasi inespugnabile per la sua posizione e le fortissime mura antiche, fu detta « propugnaculum Piceni».
Il primo nucleo di popolazione risale al sec. x a. C. come fanno credere ritrovamenti litici e un vasto sepolcreto cuprense. Secondo storici locali, R. trae origine da Cupra Monitana, oggi piccolo paese in provincia di Ancona; secondo altri, da Cupra Marittima, l'antica città, centro religioso dei Cuprensi, posta sul mare a ca. 2 miglia a nord dell'attuale paese sinonimo. I romani, verso la fine del sec. II a. C., stabilirono una colonia militare in Cupra, i cui abitanti, nel periodo delle invasioni barbariche (sec. v-vi), si rifugiarono sul colle di R. che pare avesse il nome di Afons Cuprae. Durante tre secoli (x-xII) R. fu feudo della famiglia Dransone e Trasone, donde il nome odierno, derivato da Ripa Transonum, come è indi-
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cato nelle Costituzioni della Marca del card. d'Albornoz (1357), in cui R. è elencata tra le civitates mediocres. Altri derivano il nome da trans Asonem, al di là del fiume Aso, rispetto ad altre località disposte a settentrione di R. Alla fine del sec. xir, R. appare costituita dalla riunione di quattro castelli; Monte Antico, Capo di Monte, Agello, Roftano. Nel 1212 si costitui un comune; subì quindi varie vicende: assedi, saccheggi, incendi da parte di Fermo, del Malatesta, di F. Sforza, degli Spagnoli, dai quali si liberò nel 1521.
Pio V, con bolla Illius fulciti praesidio del $1^{\circ}$ ag. 1571, dichiarò R. città e diocesi, con territorio dismembrato da Fermo, Teramo, Ascoli P. e dai possedimenti delle abbazie di Farfa e di Campofilone. Sisto V, con bolla Universis orbis Ecclesis del 24 maggio 1589, elevando Fermo ad arcidiocesi, stabiliva R. suffraganea di questa. Pio V ridusse a 4 le 14 parrocchie, troppo numerose rispetto agli abitanti, una per ogni quartiere: S. Benigno (esistente prima del 1000, dichiarata cattedrale), S. Angelo, S. Niccolò, S. Gregorio Magno. In seguito la parrocchiale di S. Gregorio fu demolita, per fabbricare nell'area una nuova cattedrale (essendo la prima insufficiente), tra gli aa. 1597-1623, condotta a termine alla fine del sec. xviII, eseguendosi ultimi lavori nel 1842. Presentemente R. ha 22 parrocchie: 7 nella città, 15 nella diocesi, distribuite nei comuni di Cossignano, Cupra Marittima, Grottammare, S. Benedetto del Tronto, Acquaviva Picena, Monteprandone, Colonnella (quest'ultima in provincia di Teramo). Oltre il Capitolo cattedrale e numeroso clero secolare, nella diocesi di R. risiedono gli Agostiniani, i Minori Osservanti, i Conventuali, i Cappuccini, i Passionisti, i Sacramenti e varie comunità femminili, che dirigono istituti di educazione e istruzione e orfanotrofi. Il Seminario locale (minore) provvede agli studi inferiori; per i corsi superiori gli alunni sono inviati al Seminario regionale di Fano. Attualmente la diocesi di R. è unita ad personam con quella di Montalto.
Tra le varie istituzioni sono da ricordare il Monte di Pietà che risale al 1471 , l'ospedale del 1505 e la Scuola di lavoro manuale educativa, la prima in Italia, fondata (1889) da Emidio Consorti di R.
Personaggi. - In R. e nella diocesi sono nati molti personaggi insigni per dottrina e santità : s. Giacomo della Marca e la b. Rita in Monteprandone, il b. Sante dei Minori Osservanti in R., il b. Alberto in Cossignano, la ven. Lavinia Sernardi-Glammarini in Grottammare; Apollonio Petrocchi (sec. xv), celebre intagliatore in legno; A. Condivi, discepolo e primo biografo di Michelangelo.
Monumenti. - R. presenta ancora in parte l'aspetto medievale, benché delle antiche chiese romaniche poco rimanga delle forme primitive. Notevoli : l'abside (sec. ix) di S. Niccolò; il portale romanico di S. Maria d'Agello; quello romanico-gotico di S. Angelo, che conserva ancora l'antica cripta primitiva. Nella Cattedrale, splendidi esemplari di scultura in legno (pulpito, trono episcopale, banco per i magistrati) di Desiderio Bonfini da Patrignone (sec. xviI); un S. Carlo del Guercino, S. Gregorio, statua pregevole di Fedele Bianchini da Macerata, uno dei migliori seguaci del Canova; nella cappella della S.ma Vergine, immagine veneratissima della Madonna di Loreto. In S. Caterina e S. Agostino (elementi gotici nel fianco), is tavolette con i Misteri del Rosario di A. Condivi. Eleganti gli interni settecenteschi delle chiese di S. Chiara e di S. Filippo. Importante il Palazzo del Podestà ora del Comune, del 1304. Nel Museo e Pinacoteca sono importanti opere pittoriche, oggetti di scavo e di curiosità, medaglie, monete, maioliche, ecc.
Bibl.: opere di carattere generale: Moroni, LVIII, pp.3-48 (con numerosi richiami bibliografici); Ughelli, II, coll. 755-64; Cappelletti, III, pp. 663-64; 707-19. Opere particolari: P. M. Foccianii, Delle antichità di R., Ferrara 1741; G. Colucci, Cupra Marittima, Macerata 1779; L. A. Vizione, R. sorta dalle routine di Castello Etrusco, Fermo 1825; id., Dissertaz. sulla esistenza di Ripa e R. prima dell'anno 1198, dimostrata con diplomatici docum., ivi 1827; G. Grigioni, I dipinti di S. Maria del Carmine a R., in Rass. bibl., 8 (1905), pp. 45-49; id., R. l'arce del Piemo. Guida artistica, Ripartansone 1906; id., I dipinti della chiesa di S. Francesco e di S. M. Magna in R., in Rass. bibl., 10 (1907),
pp. 7-10; L. Serra, in Rass. marchig., 4 (1923-26), p. 191; M. Morgana, La Biblioteca di R., in Accademie e biblioterhe, 4 (19301931), pp. 167-70.
Carlo Carletti
RIPAUT, Arcangelo. - Scrittore e predicatore cappuccino, n. a Parigi nelle ultime decadi del Cinquecento, gratiluomo di corte e consigliere al Parlamento, entrò nel noviziato il $1^{\circ}$ maggio 1601 , ivim. il 17 febbr. 1635.
Come guardiano e definitore provinciale, si oppose con avvedutezza alle prime manifestazioni tra i suoi del movimento prequietista dei cosiddetti «illuminati» e ne stese la confutazione in La divine nuissance, enfance et progresz admirable de l'âme au saint amour de Jésus et de Morie (Parigi 1631), descrivendo la natura ortodossa dell'unione mistica; in Abomination des abominations des fausses dévolions de ce tems... (ivi 1632) denuncia le deviazioni degli «illuminati», degli adamiti e dei falsi spirituali. Nello $2^{\circ}$ ed. (ivi 1633) riunì le due opere. Esse provocarono misure repressive da parte delle autorità sia religiose sia statali, con l'appoggio del celebre confratello p. Giuseppe da Parigi (v.), e dispersero il movimento.
Bibl.: Godofrov de Paris, Le p. A. R. et les Capucins dans l'affaire des illuminés frangés, in Rodes Francise., 46 (1934), pp. 541-58: 47 (1935), pp. 346-56, 600-16; J. Orcibal, Les origines du jansénisme, II. Lavania-Farizi 1947, pp. 443-44; Melchiorre da Polbadura, Historia generalis Ord. Min. Capucinorum, I. parte $2^{\circ}$, Roma 1948, pp. 262-63; Lexicon Capuccinum. ivi 1951, col. 120.
Harino da Milano
RIPOLL, Santa Maria di. - Abbazia benedettina nella diocesi di Vich in Spagna.
La cittadina sorta intorno all'abbazia è situata a 681 m . sul livello del mare, alla confluenza del Fresser con il Ter. La chiesa di S. M. di R. costituisce il più notevole monumento romanico della Catalogna. La chiesa fu consacrata dall'abate Doguino nell' 888 sotto la protezione di Wilfredo il Velloso; una nuova costruzione più ampia venne eseguita nel 935 e ampliata nel 971 . Nel 1031 Olive rese al suolo l'edificio per crearne uno nuovo a cinque navate, le minori separate a pilastri e colonne; un grande transetto e due torri agli angoli del nartece come nella cattedrale di Orléans; sei absidi secondarie oltre la principale. Le cappelle laterali furono aggiunte nei secc. xili-xiv; il coro nel sec. xvi; l'altare in legno scolpito è ora nel Museo diocesano di Vich; davanti all'altar maggiore il pavimento è in musaico. Vi sono le statue della Madonna del Rosario di Llimona e quella di S. Raimondo di Peñafort del Valemitjana. All'esterno la torre campanaria è alta m. 40 . Il mirabile portale, tutto scolpito, del sec. xir è stato chiamato a l'arco di trionfo del cristianesimo. Dal basso in alto vi sono rappresentati la lotta del bene e del male, i premi e i castighi, scene bibliche come il passaggio del Mar Rosso, la pioggia della manna, la roccia d'Oreb, il giudizio di Salomone; poi gli eletti, il trionfo di Gesù Cristo, tra gli Apostoli, gli angeli e i seniori dell'Apocalisse; nei due piedritti gli apostoli Pietro e Paolo. Il chiostro, una delle meraviglie dell'arte romanica in Catalogna, è a due piani di gallerie (secc. xir e xiv) con 252 colonne, le inferiori in giaspide violetto, le superiori in granito con capitelli in cui sono scolpite scene religiose, mitologiche e popolari. Il Museo S. Pedro contiene una biblioteca ricca di incunaboli, un prezioso antifonario e collezioni di ceramiche, ferro battuto, ecc.
Bibl.: J. M. Pellicer y Pagés, S. M. de R., Gerona 1878; J. Puig y Cadablach, L'arquitectura rousdaica a Catalogna. Barcelona 1909-18, II, II, cap. 7; III, III, capp. 7-11; VII, capp. 8-9, 12-13; R. Buer, Die Haudechr. des Klosters S. M. de R., 2 voll. Vicena 1907; A. Vidior, La mappemonde de Théodulphe et la mappemonde de R., IX-XI siecle, in Bull. géograph. et histo-, 1911, pp. 283-313; J. Puig y Cadablach, A propos du portail de R., in Bull. monumentel, 84 (1925), pp. 304-20; G. Sommer, Le portail de S. M. de R., ibid., 83 (1923-24), pp. 352-99; J. Gudiol, Iconogr. de la Portaluela de R., Barcellona 1909; V. Lamperez y Romea, Hist. de la arquitectura crist. española en la edad media, Bilbao 1930, pp. 318-25; J. Puig y Cadablach, La géogr. et les origines du premier art roman, Parigi 1935, pp. 303306, 383, figg. 470-73, 488; A. Albareda, Els manuscripts de la
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Bibliot. Vatican. Beg. lat. 123 e Vat. lat. 1530. El Scriptorium de S. M. de R., in Cutoletla monastica. 1 (1923), pp. 23-96; J. Lauro, Las glosarias de R., in Anal. sacro Turcacon., 5 (1927), pp. 331-89; 2 (1928), pp. 271-341; E. Junyent, Le nucleus fondraere d'Oliba, abbi de Notre-Dame de R. et de St-Michel de Cuxa cvéque de Vich, in Ann. du mudi, 63 (1931), pp. 249-63. Enrico Josi
## RIPOSO FESTIVO: v. PRECETTO FESTIVO.
RIPRODUZIONE. - La r., o facoltà di generare nuovi organismi simili a se stessi, è la più tipica e fondamentale caratteristica degli esseri viventi. Esso permette la perpetuazione della specie, malgrado la mortalità dei singoli individui.
I. R. animale. - Negli animali si conoscono svariatissimi modi di r., che però possono venire ricondotti a due categorie principali, profondamente differenti fra loro : la r. asessuale (od agamica) e quella sessuale. La prima, meno largamente diffusa, ma frequente soprattutto nei protozoi e in qualche gruppo di invertebrati, consiste essenzialmente nella separazione di una o più parti del corpo da un individuo preesistente, con successivo completamento di esse, che si trasformano in altrettanti individui figli. La seconda, enormemente più diffusa, consiste invece nella formazione del nuovo organismo da una cellula iniziale (zigote), derivata dalla fusione di due cellule speciali (gameti), l'una maschile (spermio) e l'altra femminile (uovo).
Un'essenziale differenza fra i due tipi di attività riproduttiva sta nel fatto che gli animali nati per r. asessuale restano dotati di un patrimonio creditario del tutto identico a quello del progenitore, mentre all'opposto gli organismi originatisi per r. sessuale risultano provvisti di un patrimonio creditario che è una miscela di caratteri derivati dal padre e dalla madre. Ciò ha un'importanza fondamentale per i fenomeni di variabilità individuale e per le leggi della trasmissione dei caratteri.
I. R. ${ }_{1}$ asessuale. - I fenomeni di r. asessuale si svolgono in modi molto diversi nei vari gruppi di animali. Nei protozoi, l'unica cellula costituente tutto l'organismo frequentemente si riproduce per scissione semplice, dividendosi in due cellule identiche fra loro, che si distaccano e si accrescono fino alla dimensioni originarie. Altre volte si ha invece una scissione multipla, nella quale il nucleo cellulare si divide più volte di seguito dando origine a molti nuclei figli, di cui ognuno si circonda di una piccola quantità di citoplasma, generando così altrettanti individui indipendenti; generalmente il processo è preceduto dalla genesi di un comune involucro protettore (cisit), che si rompe al termine dell'attività riproduttiva. Una terza modalità è la gemmazione, o formazione di una o più piccole protuberanze cellulari, contenenti ciascuna un nucleo derivato per divisione del nucleo preesistente; ogni gemma così formatasi si distacca dal suo progenitore, per poi accrescersi conducendo vita indipendente. Fatti analoghi di scissione semplice o multipla e di gemmazione, si riscontrano anche in molti metazoi, e soprattutto in celenterati, platelminti, anellidi, tunicati. Ben noto è il caso dell'idra d'acqua dolce (Hydra sp.), la quale, oltre a riprodursi sessualmente, è capace di proliferare ai lati del corpo, per gemmazione, uno o più figli destinati a distaccarsi. In altri celenterati, per un simile processo di r. asessuale, da un individuo nato per r. sessuale prendono origine colonie intere di polipi, talora presentanti fra loro differenze morfologiche legate ad una complessa divisione di lavoro ai fini dell'interesse della vita coloniale collettiva (sifonofori). Fra i platelminti, alcuni ceppi di planarie hanno perduto quasi del tutto la facoltà di riprodursi sessualmente e si moltiplicano quasi esclu-
sivamente per scissione (Benazzi). Fra gli anellidi, sono noti casi di policheti e oligocheti formanti intere catene (stoloni) di organismi destinati a distaccarsi; talvolta, nei policheti, soltanto questi individui originati da scissione (schizozonoidi) sono capaci di maturare le uova e gli spermi indispensabili per la r. sessuale (schizogamia, Malaquin).
In vari gruppi animali esiste una regolare alternanza fra generazioni riproducentisi per via agamica e per via sessuale. Al fenomeno, denominato metagenesi, già si è accennato parlando di quei celenterati in cui colonie di organismi moltiplicantisi sessualmente prendono origine da un individuo iniziale derivato da un uovo fecondato. In questi casi generalmente gli animali della generazione produttrice di uova e spermi hanno aspetto di medusa e derivano per gemmazione da quelli della generazione asessuale, che hanno forma di polipi. La metagenesi fu scoperta da Chamisso (1818) in taluni tunicati (salpe), i quali possono esistere allo stato di esemplari isolati (salpe solitarie) oppure in forma di catene costituite da diversi individui uniti fra loro (salpe aggregate). Le salpe solitarie prendono origine sessualmente, per fecondazione fra uova e spermi prodotti dalle salpe aggregate; le catene di queste ultime a loro volta si formano in via agamica, da uno stolone prodigero generato dalla salpa solitaria, che non è in grado di maturare gameti maschili e femminili.
Una forma particolare di r. asessuale è la poliembrionia, o formazione di due o più embrioni gemelli da un solo uovo fecondato, che si divide, durante fasi precessi dell'antogenesi, in due o più parti distinte, a sviluppo indipendente. Il fenomeno, occasionale nella specie umana, è abituale in certi insetti ed in taluni mammiferi (armadillo).
2. R. sessuale. - Il primo atto indispensabile della r. sessuale è la preparazione dei gameti. Nei protozoi, l'unica cellula costituente tutto l'organismo in date fasi del ciclo vitale può acquistare il valore di un gamete. Nei metazoi, formati da più cellule, i gameti derivano invece da un ceppo particolare di elementi (cellule germinali) che nelle gonadi (ovaie, testicoli) subiscono un complicato processo di maturazione, trasformandosi in uova o spermi. Il fenomeno più importante della preparazione dei gameti consiste nella riduzione a metà del numero dei cromosomi caratteristico per ciascuna specie di organismi. Si usa esprimersi, dicendo che i gameti sono dotati di un numero aploide di cromosomi, in contrapposto alle altre cellule che ne posseggono invece un numero diploide. L'incontro e la fusione di due gameti di sesso opposto per formare lo zigote dicesi fecondazione. Questa può essere esterna, in numerosi animali acquatici (ricci di mare, anellidi, pesci, anfibi anuri, ecc...) i quali versano i loro gameti nell'ambiente che li circonda, oppure interna quando all'opposto i gameti maschili sono introdotti entro le vie genitali femminili, ove si svolge l'incontro con l'uovo. Lo spermio, piccolo e mobile perché provvisto generalmente di una coda a forma di flagello, raggiunge l'uovo e vi penetra; la superficie dell'uovo allora si modifica per la comparsa di una membrana di fecondazione, ostacolante l'ingresso di altri spermi. I due nuclei aploidi dell'uovo e dello spermio (detti pronuclei femminile e maschile) poi si fondano assieme formando un nucleo diploide (nucleo dello zigote); ed un processo di mitosi di quest'ultimo segna l'inizio dello sviluppo del-

(per cortesia di E. Vannini)
Riproduzione animale - R. asessuale per scissione (schizogamia) nel polichere Autolytus cornutus; l'individuo nato per scissione ha rigenerato la testa prima ancora di distaccarsi dal suo progenitore.
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(per cortesia di E. Vannini)
Riproduzione animale - Luovo umano rivestito dalle cellule follicolari.
nidasi), che hanno l'ufficio di agevolarne la penetrazione nell'uovo per un processo di dissoluzione delle membrane gelatinose che l'avvolgono.
Considerando il processo di fecondazione da un punto di vista fisiologico, si può ammettere che l'uovo maturo non ancora fecondato sia una cellula in stato di torpore che l'ingresso dello spermio ridesta a nuova vita, come è mostrato, frequentemente, dalla ripresa delle attività respiratorie e degli scambi di sostanze saline con l'ambiente.
Una forma di r. sessuale, detta partenogenesi o generazione verginale, è quella in cui l'uovo è capace di generare un organismo anche in assenza dell'azione attivatrice dello spermio. Il fenomeno, scoperto in certi insetti (afidi) da C. Bonnet nel 2011 sec., oggi è noto, come mezzo normale di riproduzione, anche in molti altri invertebrati. Cosi nell'ape e nella generalità degli imenotteri nascono femmine e maschi a seconda che l'uovo venga o non venga fecondato, mentre in molti altri casi (fillossera, cladoceri, rotiferi) si ha un'alternanza più o meno regolare, fra una o più generazioni partenogenetiche ed una generazione nata dall'uovo fecondato (eterogonia).
Con vari mezzi sperimentali, fisici o chimici, possono essere indotte alla partenogenesi anche uova che in natura sono capaci di svilupparsi solo se fecondate. Cosi nell'uovo del riccio di mare l'effetto attivatore dello spermio può venire sostituito da azioni chimiche svariate (Loeb), e nelle uova di rana lo stesso effetto si ottiene mediante una puntura dell'uovo vergine con un ago sottile intriso di sangue (Bataillon). Recentemente è stato ottenuto perfino nel coniglio lo sviluppo partenogenetico sperimentale delle uova (Pincus, Olivo).
3. Animali ovipari e vivipari. - Si denominano ovipari quegli animali che depongono nell'ambiente esterno le proprie uova assai precocemente, quando è appena iniziato lo sviluppo dell'embrione o prima ancora che tale sviluppo sia iniziato. Queste uova per lo più sono avvolte da un involucro gelatinoso se si sviluppano nell'acqua e sono invece protette da gusci resistenti quando vengono depositate in un ambiente più o meno secco. Fra gli animali ovipari, se ne distinguono taluni che non hanno nessuna cura delle uova deposte e dei neonati che ne sgusciano, ed altri invece che prodigano alle uova ed ai neonati una serie di attenzioni, denominate genericamente cure parentali. Queste consistono nella costruzione di un nido, di foggia svariatissima nei vari gruppi di animali, atto a fornire un sicuro ricovero alle uova ed alla prole; oppure anche nel trattenere vicino a sé la propria discendenza; altre volte addirittura offrendo ad essa un asilo sul proprio corpo. Cosi le femmine dell'anfibio anuro Pipa americana depositano sul proprio dorso le uova, attorno a ciascuna delle quali la pelle forma una piccola celletta, e in questa si compie lo sviluppo dell'embrione. Nel cavalluccio marino (Hyppocampus) è invece il maschio che alberga le uova deposte dalla femmina, incubandole entro un'apposita tasca cutanea addominale. Sono animali ovipari, oltre a molti invertebrati, la maggioranza dei pesci e degli anfibi, molti rettili, tutti gli uccelli e fra i mammiferi i soli monotremi (echidna, ornitorinco).
In contrapposto agli ovipari, si dicono vivipari quegli
animali, le cui uova non vengono deposte precocemente all'esterno, ma restano alloggiate per vario tempo in una apposita cavità dell'apparato genitale materno, ove si svolge del tutto o in massima parte lo sviluppo dell'embrione.
In molti casi l'embrione, per tutto il tempo durante il quale è albergato entro la madre, non trae da questa il proprio nutrimento, ma lo ricava esclusivamente da sostanze di riserva che erano fino dall'inizio immagazzinate nell'uovo sotto forma di globuli di tuorlo. Si parla allora, più precisamente, di forme ovovivipare, di cui si trovano esempi, oltre che tra gli invertebrati, in teleostei (gambusia), selacei, anfibi (Salamandra atra) e rettili (vipera). Fra i mammiferi, i marsupiali si possono forse considerare ovovivipari, perché gli embrioni non contraggono strette relazioni con l'organismo materno e sono partoriti in uno stadio assai avestrato. Talora invece gli embrioni contraggono, assai presto, stretti rapporti con le pareti della cavità materna (utero) entro la quale sono contenuti e si nutrono per lungo tempo a spese della madre mediante un organo speciale (placenta) che a questa si connette. Si parla allora di vera e propria sviviparietà, che si riscontra in qualche invertebrato, in alcuni selacei, in pochi rettili, e nella grande maggioranza dei mammiferi (cosiddetti placentati).
Anche le forme ovovivipare e vivipare spesso esercitano, dopo il parto, cure parentali verso la loro discendenza. Ci si limiterà a ricordare la funzione dell'allattamento, caratteristica di tutti i mammiferi e soprattutto prolungata nelle forme a prole inetta.
Biol.: J. Meisenheimer, Geschlecht u. Geschlechter, Jena 1922; E. Korschelt, Regeneration und Transplantation, I. Regeneration, Berlino 1927; E. Korschelt - K. Heider, Vergleichenden Entwicklungsgeschichte der Tiere, Jena 1936; P. Pasquini, R., sviluppo embrionale, rigeneraz., Roma 1939; J. Hammerling - M. Hartmann, R. e sessualità nelle piante e negli animali (trad. di C. Berignazi), Milano 1943; G. Montalenti, Probl. di biologia della r., ivi 1943; G. W. Corner, Gli ormoni nella r. umana (trad. di E. Sardino), Torino 1950.
Enrico Vannini
II. R. vegetale. - La r. nel mondo vegetale ha tale importanza da essere presa a base della classificazione sistematica per un numero elevato di gruppi vegetali (classi, sottoclassi, ordini, sottordini). Sulla base della r. sessuale una) Limno fondo il suo "sistema sessuale" che ancor oggi tiene il campo.
Nei vegetali la r. può essere sessuata ed asessuata. La sessuata o gamica è più complessa rispetto alla asessuata o agamica intesa come moltiplicazione vegetativa. la quale può interessare varie parti dello stesso individuc. e può sostituire la r. sessuata quando questa viene a mancare per un motivo qualsiasi. Carattere fondamentale della r. sessuale è la formazione e la successiva riunione di due gameti che concorrono attraverso un atto sessuale (anfimissi) alla formazione dello zigote che rappresenta la prima cellula di un nuovo essere, derivante da due genitori o da due cellule che si sono unite a questo scopo. Nei vegetali la r. asessuata è già più o meno uniforme e provvede alla r. di parti già esistenti le quali, per semplice distacco dall'individuo producente, originano un nuovo individuo che non è per nulla variante costituzionalmente da quello che l'ha prodotto. Al contrario la r. sessuale tende a generare individui che variano nel corredo cromosomico nella gamma di possibilità di variazione del genoma.
Per avere un quadro completo della sessualità delle specie botaniche è bene passare in rassegna le variazioni tra i gruppi inferiori e superiori della scala botanica. I gruppi più bassi (bacteri o schizomiceti) maneano di
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sessualità o non la si conosce. Esiste soltanto la cosiddetta "sporulazione ", cioè la formazione di spore endogene in una cellula che per rottura della membrana vengono liberate. Nel misomiceti esistono gameti uguali (isogamiti, isogamia). Nelle alghe la sessualità è molto evidente, in particolare perché ad una generazione sessuata si alterna una generazione asessuata; queste due fasi si concludono con la formazione dello zigote, cioè la riunione di due cellule aploidi (gameti) in una sola diploide (zigote), e con la riduzione cromatica (meiosi) che ristabilisce nelle cellule sessuali il corredo cromosomico aploide. In alcuni gruppi i due processi sono distanti nel senso che un soma (aploide e diploide) si intercala tra loro, ma alle volte, appena formato lo zigote, la prima divisione che subisce può essere quella riduzionale, per cui l'unico rappresentante del diplofito è lo zigote stesso. Tali gruppi si chiamano aplobionti. Se invece, come nel caso delle piante superiori e degli animali, la riduzione cromatica precede immediatamente la formazione dei gameti e quindi quella dello zigote, si ha un diplobionte, in quanto il diplofito ha l'ascoluta prevalenza sull'aplofito che è rappresentato soltanto dalla meiosi. Nel caso intermedio, quando nel ciclo biologico di un essere l'aplofito ha una lunga serie di divisioni, alla fine della quale si formano i gameti, e così pure una lunga serie di divisioni subisce lo zigote dando origine ad un soma, si dice d'essere alla presenza di un aplodiplobionte. In genere le alghe verdi sono aplobionti prevalendo in queste la fase gametofitica portatrice di gameti senza che però sia assente (Ulotrie) la r. asessuata per zoospore (cellule libere che riproducono vegetativamente i filamenti dell'aiga) ed essendo ridotta la fase sporofitica al solo zigote, il quale subisce la meiosi (riduzione cromatica) appena formato. Alcune alghe brune sono aplodiplobionti (Laminaria), prevalendo in queste la fase sporofitica ed essendo ridotta a poche divisioni la fase gametofitica; altre (Fucus) sono diplobionti perché la fase sporofitica prevale su quella gametofitica ridotta alle due divisioni riduzionali. Le alghe rosse sono pure aplodiplobionti perché la fase gametofitica va oltre alle due divisioni riduzionali e lo sporofito è rappresentato dai filamenti sporogeni. La r. di spore agamiche (zoospore) è molto frequente nelle alghe e rappresenta al lato della r. sessuale una forma di moltiplicazione puramente vegetativa. L'alternanza di generazione nei funghi è imperniata sulla produzione di spore che originano ife fungine aploidi. Lo zigote in alcuni casi (ascomiceti inferiori) è l'unico rappresentante della generazione sporofitica. Negli ascomiceti superiori la gamia del citoplasma (plasmogamia) precede la fusione dei due nuclei (cariogamia). Il filamento ascogeno a dicarion è stimato parte dello sporofito.
I basidiomiceti mostrano le due fasi in equilibrio, perciò sono considerati aplodiplobionti. La r. dei licheni, forme biologiche derivanti da un parasitismo mutuante tra le alghe verdi e funghi, è per lo più vegetativa e la sessualità è affidata. come pure la classificazione (ascolicheni e basidiolicheni), al fungo che mostra gli stessi organi riproduttori dei funghi.
Le briofite affidano agli organi, come pure a parti vegetative, la facoltà di r. e moltiplicazione. Nel ciclo biologico di queste la fase gametofitica prevale. Una spora produce il protonema sul quale sorge una piantina che porta all'apice vegetativo gli archegoni (organi femminili portanti l'oofera) e gli anteridi (organi maschili portanti anterozoidi). L'anterovoide mobile feconda l'oofera immobile, la quale sul posto forma lo zigote che produce lo sporofito. Il soma è dunque rappresentato dal gametofito.
Nelle pteridofite lo sporofito prevale sul gametofito ridotto a protallo. L'ooafera fecondata sviluppa sul posto (zigote) e produce lo sporofito che rappresenta il soma. Nelle felci superiori i protalli, indifferenziati nelle felci inferiori, portano soltanto archegoni (protalli femminili) o soltanto anteridi (protalli maschili) che producono rispettivamente macrospore e microspore. Tali felci vengono dette eterosporee.
Le fanerogame presentano ancora un'alternanza di ge-
nerazione, ma la fase gametofitica è portata dallo sporofito ed è rifugiata nell'ovulo, il quale nelle gimnosperme è portato dal carpello aperto e nelle angiosperme dal carpello chiuso o ovario. Nelle gimnosperme la spora che deriva per meiosi da una cellula della nucella produce un protallo (endosperma) sul quale un rudimentale archegonio porta l'ooelera che viene fecondata dal nucleo spermatico portato dal polline (gametofito maschile mobile). Lo zigote produce l'embrione, che si sviluppa sul posto e a spese dell'endosperma e trasforma l'ovulo in seme.
Nella nucella dell'ovulo delle angiosperme da una tetrade di megaspore tre degenerano e soltanto una megaspora germina dando il gametofito che porta l'oofera. Nello stesso tempo il polline prodotto negli stami porta il nucleo spermatico che feconda l'ooafera. Il fiore è la sede della gamia ma il fiore può avere i due sessi uniti (fiore ermafrodito o monoico monoclino), oppure due fiori distinti portano uno il gineceo e l'altro l'androceo (pianta monoica declina) o due individui distinti portano fiori maschili e fiori femminili separati (specie dioica).
Dioicismo e monoicismo sono forme che non disturbano affatto la sessualità che viene favorita da fattori estranei quali il vento, gli animali, l'acqua, ecc. (impollinazione anemofila, entomofila, idrofila, ecc.). La natura cerca di evitare la autofecondazione, cioè la fecondazione del polline con l'ovulo dello stesso fiore.
Oltre alla r. sessuale esiste anche la moltiplicazione vegetativa, per cui una parte del soma staccandosi da un individuo genera un altro individuo del tutto simile al producentc. Così un ramo d'olivo può ridare una pianta del tutto simile a quella che l'ha prodotto.
Nelle specie botaniche oltre alle forme di r. sessuale e a quella vegetativa esistono altre forme: la partenogenesi, che consiste nello sviluppo dell'ooafera in assenza del gamete maschile; l'aposporia (soppressione della formazione delle spore), nel caso che una cellula della nucella (diploide) si sviluppa e invadenda lo spazio destinato al gametofito, che abortisce, dà un sacco embrionale diploide che degenera; l'apogamia, cioè lo sviluppo di una cellula del gametofito differente dall'ooafera e quindi aploide, ecc.
La r. sessuale permette lo scambio di geni e quindi la variabilità nei limiti della specie tra gli individui appartenenti a questa, permette inoltre la formazione degli ibridi interspecifici e talvolta anche intergenerici, questi per lo più infecondi. Al contrario la moltiplicazione vegetativa permette soltanto lo sviluppo vegetativo del soma.
Giuseppe Martinoli
## RIPROVAZIONE DELLE TESTIMONIAN-
ZE (reprobatio attestationum). - E un istituto giuridico che il CIC, derivandolo dal ius vetus, disciplina nei cann. $1783 \mathrm{n} .2,1784$ e 1785 e che si ritrova anche nel più recente ( 6 genn. 1950) moto, proprio Sollicitudinem nostram per i giudizi orientali (cann. 306-308).
In sostanza, una volta rese pubbliche le testimonianze, le parti hanno diritto di riprovarle, cioè di impugnarle, adducendo argomenti e documenti ed anche invocando altre testimonianze per dimostrare che uno o più testi hanno affermato il falso. Il giudice, a meno che non ritenga la r. palesemente futile o ispirata a fini dilatori, ammette la richiesta e procede alla trattazione della questione nella consueta forma degli incidenti (can. 1837 sgg.) e, cioè, o in modo formale e solenne da definirsi con sentenza interlocutoria (previa in genere la concordanza dei dubbi), o con semplice decreto (can. 1840). Risultato dell'incidente sarà quindi un provvedimento di giudice che dichiara che il teste non ha detto il falso, oppure che ha detto il falso e che di esso non si può tenere conto. Dopo di che il giudizio di merito riprende e la causa prosegue il suo corso.
Va notato che la r. è un istituto meramente civilistico; non implica cioè un procedimento penale di spergiuro contro il teste, né può chiudersi con una sentenza penale di condanna contro il teste medesimo che, del
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resto, non diventa parte nell'incidente. Non è chi non veda come siffatto espediente, se poteva essere compatibile con le forme lunghe, ingombranti e dispendiose di una procedura arcaica, si ravvisi affatto incompatiłale con le esigenze di speditezza e di celerità, e specialmente di concentrazione processuale, di una moderna procedura. Questo spezzettare il giudizio in incidenti, in cui il merito delle prove è esaminato prima della definitiva decisione, questa anticipazione, sia pure soltanto parziale (e forse, proprio perché parziale, ancora più disdicevole), della valutazione del materiale probatorio, è quanto di meno corrispondente si possa immaginare ai principi, oggi recepiti, dalla dottrina processuale. Fortunatamente nella prassi dei tribunali ecclesiastici la r. delle r. (come del resto l'analogo istituto della r. della persona del testo) costituisce un istituto al quale quasi mai si ricorre. E del resto la istruzione $1^{\circ}$ luglio 1932 della S. Congreg. dei Sacramenti per i processi matrimoniali, mentre espressamente menziona la reprobatio personae testium (art. 131) sottace l'istituto della reprobatio attestationum. Nella prassi, dunque, dopo pubblicate le testimonianze, se una parte o il difensore del vincolo o il promotore di giustizia ritengono di potere e dovere confutare qualche testimonianza non conforme, secondo il loro avviso, a verità, chiedono un supplemento di istruttoria. Il giudice normalmente lo concede (a meno che non lo ravvisi irrilevante o già escluso da elementi certi e inoppugnabili) e raccoglie le prove richieste. Quindi, in sede di discussione di merito, le parti, disputando su tutto il complesso materiale di prova, illustreranno le ragioni, onde un teste sia da ritenere veritiero o falso, e il giudice, nella motivazione della sua sentenza, dirà su quali prove egli fondi la sua decisione, senza che occorra una formale dichiarazione di r. delle attestazioni. In sostanza, la prassi ha corretto il precetto eccessivamente formalistico della legge scritta. E singolare, però, che di questa prassi, pur tanto corretta, non siasi tenuto conto nella recente formulazione della legge orientale.
BibL., F. Della Rocca, Istitue, di dir. process. canon., Torino 1946, p. 230 sg.; M. Lega-V. Bartoccetti, Comment. in indicia ecclesiasl., II. Roma 1950, p. 724 sgg. Corrado Bernardini
RISARCIMENTO e RIPARAZIONE. - Il r. può essere definito come la prestazione, al danneggiato, di un equivalente pecuniario, ovverossia di una somma di denaro corrispondente alla misura del danno. In quanto il danno trovi la propria misura in una determinata cifra di denaro, esso viene risarcito attraverso la prestazione di denaro, a chi l'ha subito, per quella medesima cifra. Il danneggiato viene, così, reso indenne: il danno, in quanto verificatosi, non cessa di essere un fatto compiuto, ma è represso con l'attribuzione, al danneggiato, del suo equivalente pecuniario.
Il concetto di r. si ricollega, più o meno, a quello della surrogazione: per mezzo del r. è neutralizzato il danno, prestandosi al danneggiato una somma di denaro atta a compensarlo mediante la surrogazione dell'interesse colpito. Il danno non è cancellato dal mondo dei fatti: e nemmeno viene creata, così come avviene nella reintegrazione in forma specifica, una situazione identica a quella che esisterebbe in mancanza dell'arrecamento del danno: viene creata, invece, una situazione semplicemente pari, ovverosia corrispondente, avente il medesimo valore di quella che è stata eliminata.
Il concetto, nonché l'istituto, del r. è stato 'considerato come coevo alle origini della storia, dato che l'equiparazione, su cui esso si basa, è jaccessibile alla facoltà psichica più elementare e primordiale. Ma in vesità negli stadi meno evoluti del diritto ebbe cospicua applicazione l'istituto della pena privata. La reazione contro l'offesa agli interessi privati subisce, nelle epoche primitive, la seguente evoluzione: dalla rappresaglia individuale compiuta sulla persona del reo, prima completamente abbandonata a se stessa, e poi disciplinata nel regime del taglione, si passò al sistema della composizione pecuniaria, il cui ammontare fu solitamente deter-
minato con il criterio del multiplo. Il carattere penale non andò perduto attraverso tale evoluzione : invero, lo stesso criterio del multiplo rivela il carattere accentuatamente afflativo, che è proprio della reazione penale. Ad ogni modo, nel diritto moderno il r. appare, incontestabilmente, come la forma tipica di reazione contro il danno privato; e ciò malgrado le sue deficienze, cosi riassumibili: 1) può avvenire che esso imponga al responsabile un sacrificio non superiore, o addirittura inferiore, a quello che deriva dal non arrecamento del danno; 2) gravi sono le difficoltà che ostano all'accertamento dell'ammontare del danno risarcibile; 3) il r. si appaiesa inefficiente nei riguardi dei soggetti sforniti di denaro o di altri mezzi convertibili in denaro. Anche la povertà ha i suoi privilegi; e uno di questi consiste nella invulnerabilità nei confronti del r.
Nella teoria del r. occupa un posto importante il r. del danno non patrimoniale, o morale. Costituisce, quest'ultimo, uno degli argomenti più discussi nell'intero campo del diritto civile.
A suo modo, il r. svolge la propria funzione reintegratrice anche rispetto al danno non patrimoniale. Se Tizio viene menomato nella integrità fisica, o percosso, o ingiuriato, ottiene dal responsabile una somma di denaro con la quale non può, certamente, rimediare all'atto perduto o alla reputazione menomata, né rileguistare quella serenità di spirito che gli derivava dall'intatta salute o reputazione; ma, mediante essa, può ottenere altri vantaggi, altri godimenti, atti adeguatamente compensarlo, si che, nel complesso, l'alterata bilancia della sua felicità personale ricuperi nuovamente il proprio equilibrio.
Alcuni scrittori hanno giudicato tali caratteristiche del r. del danno non patrimoniale come sufficienti ad alterare cosi profondamente la normale figura del r., da reclamare l'esistenza di una specifica ed ulteriore figura giuridica, quella della riparazione pecuniaria. Tale concezione trovava appoggio nell'art. 38 del Codice penale ital. del 1889 , il quale stabiliva: "Oltre alle restituzioni e al r. dei danni, il giudice, per ogni delitto che offenda l'onore della persona o della famiglia, ancorché non abbia cagionato danno, può assegnare alla parte offesa, che ne faccia domanda, una somma determinata a titolo di riparazione ". L'inciso "ancorché non abbia cagionato danno" veniva interpretato nel seguente senso: ancorché non abbia cagionato danno patrimoniale risarcibile. Proprio per il danno non patrimoniale, sottratto al r., la legge prevedeva con la riparazione: ne derivava, quindi, una figura giuridica distinta dal r. L'art. 7, 1* cpr., del Codice di procedura penale del 1913, allargando la cerchia dei reati a cui era applicabile la riparazione, continuò a distinguere questa dal r. Senonché, già sotto l'impero delle citate disposizioni, fu rilevato come, per la spinta della pratica, il r. tendesse a divenire tutt'uno con la riparazione; e fu posta in luce l'elasticità della nozione del r. Il Codice penale del 1930, poi, conformò quest'ordine d'idee, conglobando nel r. l'antica riparazione; difatti, secondo il suo art. 185 cpv., "ogni reato, che abbia cagionato un danno patrimoniale o non patrimoniale, obbliga al r. il colpevole e le persone che, a norma delle leggi civili, debbono rispondere per il fatto di lui». Trattandosi di questione essenzialmente terminologica, sembra opportuno piegarsi all'esplicito linguaggio legislativo; questo, del resto, non esclude affatto che, rispetto al danno non patrimoniale, il r. presenti le speciali caratteristiche che sono state esposte. Il Codice civile vigente, al pari del Codice penale, esrende anch'esso il termine r. al danno non patrimoniale (art. 2059).
Per le questioni morali v. Restituzione.
BibL.: A. Minozzi, Studio sul danno non patrimoniale, $2^{\circ}$ ed., Milano 1909; F. Carnalutti, Il danno e il reato, Padova 1926; F. Antolisei, L'offesa e il danno nel reato, Bergamo 1930; A. De Cupis, Il danno, Milano 1948, p. 329 sgg. Adriano De Cupis
RISCHIO (NEI FINANZIAMENTI INDUSTRIALI). Merita una particolare menzione in quanto domina il fenomeno basilare dell'economia, cioè la formazione del risparmio (v.) e la sua trasformazione in capitali
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produttivi. Con la sua crescente frequenza e gravità determina, infatti, il prevalere del consumo di godimento sul consumo di risparmio : e in quest'ultimo la preferenza per gli impieghi speculativi e per quelli a breve e brevissima scadenza, rispetto agli impieghi industriali che sono sempre a lunga scadenza, ma dai quali essenzialmente dipendono la sicurezza dell'occupazione e il diffondersi del benessere.
Il r. nei finanziamenti industriali riveste tre aspetti fondamentali: r. di investimento, cioè di perdita parziale o totale del capitale per disscere delle aziende e mutamenti radicali nei sistemi produttivi o nei gusti dei consumatori; r. di immobilizzazione, che impedisce il riacquisto senza perdita, quando occorra, della disponibilità dei capitali investiti; r. di svalutazione, il più temuto e il più certo, che corrode i capitali, sicché una volta disinvestiti non comperano più quanto comperavano al momento dell'investimento.
Puó dirsi che ogni progresso della tecnica economicofinanziaria persigua direttamente o indirettamente lo scopo di eliminare o ridurre l'uno o l'altro di tali r. puntando specialmente sulla ripartizione assicurativa del r. (casse di risparmio, crediti fondiari ed edilizi, società mobiliari, holidays, trustees e simili), e sulla perfezione e agilità del mercato dei titoli (borse valori, borse merci, commerciabilità dei titoli). Contro il r. di svalutazione la tecnica non conosce un rimedio specifico: perché la svalutazione monetaria (v.) è un fenomeno complesso che va contrastato nelle sue cause lontane: lavoro improduttivo, interesse (v.) dei prestiti e disordine monetario.
I tentativi, numerosi e incessanti, diretti a eliminare o ridurre il r. nei finanziamenti industriali, debbono pertanto appoggiarsi non soltanto a perfezionamenti della tecnica economico-finanziaria, ma anche ad un vasto impegno morale che investa la riforma del costume, in vista di una maggiore razionalità nelle attività economiche, e di una più evidente e pratica solidarietà economica tra le nazioni del mondo. L'ordine e la tranquillità che ne seguirebbero, uniti alla serietà del lavoro, costituirebbero il clima favorevole per una massima formazione di risparmio, in massima parte trasformabile in nuovi strumenti di lavoro e in nuova ricchezza per gli uomini.
BibL.: una vera bibl. mance sull'argomento. Mario Baronci
RISERVA e CASI RISERVATI. - R., dal verbo latino reservare, evoca l'idea di separazione per disporre in seguito, all'occorrenza, l'idea di restrizione o eccezione. Nel diritto canonico è l'avocazione al superiore, e specialmente al romano pontefice o alla S. Sede, di un potere, di un diritto od esercizio del di