volume-10

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al nuovo Re, ritornò nella sua diocesi nel maggio 1832 e morì non ancora quarantacinquenne mentre provvedeva agli ammalati di colera.

Bibl.: anon., Notice chronologique sur le card. de R., Besançon 1832; A. Robert - E. Bourloton - G. Cougey, Léon, in Dictionnaire des parlementaires frangais, IV, Parigi 1891, pp. 99-100; C. Baille, Le card. de R.-Chabot, archevêque de Besançon, Parigi 1904; P. Pirri, Vita del servo di Dio Carlo Odescalchi, Isola del Liri 1935, passim.

ROHDE, Erwin. - Filologo classico, n. ad Amburgo il 5 ott. 1845, m. a Heidelberg l'11 genn. 1898. Insegnò a Kiel (1872), Jena (1876), Tubinga (1878), Lipsia e Heidelberg (1886).

Scrisse: Der griechische Roman und seine Vorläufer (Lipsia 1876); Psyche. Seelenkult und Unsterblichkeitsglaube der Griechen (2 voll., Friburgo in Br. 1891-94; trad. it. Bari 1916); quest'opera non è punto invecchiata nonostante i suoi quasi 70 anni di vita; essa percorre tutte le credenze ultramondane dei Greci dall'epoca preomerica alla tarda epoca ellenistica, attraverso la misteriosofia eleusina e orfica, il culto di Dioniso e la sua unione con quello di Apollo a Delfi, fino alla filosofia neoplatonica, sempre prospettando nella discussione dei vari problemi la visione più giusta. Soltanto la reciproca relazione tra Apollo e Dioniso a Delfi, nell'affermare la quale il R. ha forse troppo calzato sulla figura di Dioniso da cui sarebbe derivata la mantica per ispirazione, è stata soggetta a revisione. Gli scritti minori del R. sono stati raccolti da O. Crusius (Kleine Schriften, 2 voll., Tubinga 1902).

Bibl.: O. Crusius, Ein biographischer Versuch, premesso alla edizione delle Kleine Schriften, cit.; O. Gruppe, Geschichte der Röns. Mythol. und Religionsgeschichte, Lipsia 1921, pp. 231 233; E. Hrill, Erinnerungen an I. R., in Cimbria Festschrift, Dortmund 1926, pp. 37-41.

Nicola Turchi
ROHLING, August. - Esegeta cattolico, che si compromise per due polemiche prolungate, l'una "antisemitica", l'altra "millenaristica ", n. il 15 febbr. 1839 in Neuenkirchen (Vestfalia), m. a Salisburgo il 21 genn. 1931. Sacerdote nel 1863, si laureò (Das Abschiedslied des Moses) in Jena nel 1867; fu professore in Münster nel 1871, in Milwaukee nel 1874. Ordinario di Vecchio Testamento nel 1876 a Praga, nel 1899 fu esonerato dall'insegnamento e visse da semplice sacerdote a Gorizia, Freiberg e Salisburgo (Austria).

Un giudizio equilibrato su R. è difficile. È però certo che non deve essere considerato soltanto come "sizzatore antisemita" (come fa S. L. Lieben, in Jiid. Lex., IV [1928], col. 1468 sgg.); né c'è bisogno di tacere o diminuire i suoi meriti professionali d'esegeta (come fa J. Deutsch, in Jro. Enc., X [1907], p. 442). I suoi Commenti biblici secondo i principi cattolici, pubbl. a Münster (Salmi, 1871; Isaia, 1872; Daniele, 1876; Procerbi, 1879) sono opere riguardevoli, all'altezza della filologia semitica d'allora; essi anche la versione di qualche libro biblico, pubblicato nel 1873-74 sotto lo pseudonimo "Ibar». Anzi questi commenti permettono di rammaricaral che le polemiche abbiano distinto R. dal promuovere come avrebbe potuto la scienza biblica durante i 92 anni della sua vita.

Sulla polemica antisemitica, v. Enc. Cutt., I, col. 1500. La polemica millenaristica è da R. espressamente posta in connessione con l'altra. Egli ammise con Schell (v.) una conversione dei dannati, o piuttosto credeva che Cristo ritornerà a regnare visibilmente da Gerusalemme sull'umanità pienamente redenta. Questa umanità, R. la pensa senza fine (o termine temporale) pellegrinante; in essa si manifesterebbe tutta la gloria terrestre dei vaticini del Vecchio Testamento che promettono un nuovo paradiso. R. dà ai vaticini un adempimento più spirituale e stigmatizza quali "farisei" i teologi che ammettono l'eternità delle pene dell'Inferno, chiudendo il cielo alla maggioranza dell'umanità; essi snervano la promessa e sono responsabili dell'apostasia odierno delle masse. Condanna la "scolastica errata»; il torto dei rabbini fu di essere "scolastici guidaici». In nessuna delle controversie R. sembra essere stato un "ignorante" (come affermano F. Deütszch, H. L. Strack e certi autori giudaici), ma piuttosto soggiacque al suo carattere violento e testardo, che lo accecava.

Deplorevole è il suo Talmudjude, forse la peggiore opera antisemitica mai scritta da un cattolizo, in assoluto contrasto con i principi di giustizia e carità. Ancor

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oggi offre una miniera ai ncfasti movimenti antisemitici. D'altra parte, è anche da deplorare che si faccia dell'opera un uso anticattolico; ad es.. B. Jacob, in Enc. Jud., II (1928), coll. 1017-18, ne postdata la pubblicazione al 1874 e la inquadra in uno scoppio d'antisemitismo \& cattolico-cristiano s, solennemente inaugurato da un discorso di Pio IX nel 1872. Ma l'opera fu data alla luce nel 1871 , e non possono considerarsi allo stesso livello l'opera della passione personale di R. ed i sentimenti del Pontefice di fronte ai difensori della sua spoliazione.

Nonostante gli attacchi contro certe tesi della teologia cattolica e la ribellione ai decreti romani non infallibili, R. sempre ritenne l'infallibilità pontificia ed ebbe grande devozione alla Madonna: sostenne l'opportunità della definizione dell'Assunzione già nel 1907. Dopo il 1907 sembra avere smesso ogni attività letteraria.

Opere millenaristiche : Der Zukunftsstaat (1894. messo all'Indice nel 1897); Ein unerbtes Indexdebret (1898, replica vibrante al decreto); Auf nach Sion! (1901, parecchie versioni); Die Alleinherrschaft des Glaubens (1903); Schell und Stutfer (1903); Die ewige Menschheit (1906); Die Zukunft der Menschheit als Gattung nach der Lehre der Kirchenväter (1907).

Bibl.: K. Menne, Keiters Katholischer Literaturbalender, Essen 1911, coll. 393-94; W. Studerl, s. v. in LThK, VIII (1936), col. 942 .

Pietro Nober
ROHRBACHER, René-Francois. - Storico ecclesiastico, n. il 27 sett. 1789 a Langatte presso Sarrebourg, m. il 17 genn. 1856 a Parigi.

Entrato nel grande Seminario di Nancy nel 1810 , fu ordinato sacerdote due anni dopo. Strinse rapporti con F. La Mennais, lo segui a La Chesnaie e nel 1828 ai stabili a Malestroit, dove gli fu affidata l'istruzione filosofica e teologica dei novizi della Congregazione, che i fratelli La Mennais intendevano fondare. Nel 1826 pubblicò due scritti contro il gallicanesimo e nel 1827 un Tableau des principales conversions qui ont eu lieu parmi les protestants depuis le commencement du XIX' siècle, in polemica contro l'affermazione lamennesiana sulla decadenza della Chiesa contemporanea. Staccatosi da La Mennais, dopo l'encicl. Mirari vos, rientrò nel 1835 in Lorena, divenne professore di S. Scrittura nel grande Seminario di Nancy. La sua Histoire universelle de l'Eglise catholique, cui attendeva fino dal 1826, usci a Parigi in 28 voll., tra il 1842 ed il 1849 ( $2^{a}$ ed., ivi 1849-53). Ricca di notizie, sebbene criticamente non elaborate, tende a rilevare l'importanza della Chiesa e del papato nella storia del mondo. Con questa Histoire, a carattere prevalentemente apologetico, il R. ha contribuito in modo efficace a far scomparire quanto rimaneva oltr'Alpe di gianserismo e gallicanesimo. L'opera fu anche tradotta in tedesco (v. knöPfler) e in inglese. Oltre la traduzione italiana, G. Teglio diede anche una versione de Le Prie dei santi per ogni giorno dell'anno, i cui volumi originali furono pubblicati dal R. nel 1853-54. La Storia universale fu continuata da P. Balan (v.) e da C. Bonacina.

Bibl.: L. Finot, L'abbé R., le premier grand bistorien de l'Histoire universelle de l'Eglise catholique, Ste-Marie-aux-Mines 1893; L. Marchal, s. v. in DThC, XIII, II, coll. 2767-74, con bibl.

Silvio Furlani
ROJAS, Simón de, beato. - Frate dell'Ordine trinitario, n. a Valladolid il 28 ott. 1552, m. a Madrid il 28 sett. 1624.

Entrato nell'Ordine a 17 anni, insegnò per parecchio tempo filosofia e teologia in vari collegi; indi fu superiore e provinciale ( $162 \mathrm{I}-24$ ) della provincia di Castiglia. Di grande austerità, nutrì una singolare devozione per la Vergine e per propagarla istituil la celebre Congregazione degli Schiavi del dolcissimo Nome di Maria, più nota sotto il titolo di Congregazione dell'Ave Maria, i cui primi membri furono il re Filippo III con i suoi figli e, dietro il loro esempio, tutta la nobiltà spagnola. Fu cappellano della corte di Filippo III e confessore della Regina. Uomo di grande carità, esplicò una sottile opera di moralizzazione nella corte.

Scrisse il prezioso Trattato dell'orazione e sue grandezze (pubblicato a Buenos Aires solo nel 1939). Fu beatificato da Clemente XIII il 12 maggio 1766. Festa il 28 sett.
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(101. Ene. Catt.) Bol.ewince, Werner - Panna relativa a Noc della Clemmera que dicitur fasciculos temporum. Venesia, Erardo Rordolt di Augusta, 1480, 20 nov. - Esemplare della Biblioteca Vaticana, f. $3^{2}$.

Biel.: G. de la Fuente, Biografin del b. S. R., Valladolid 1912; G. M. Vergara, Historia de la R. Congregación de Eufaens del Delcismo Nombre de Maria, Madrid 1911, passim; P. de la Nativité, L'histoire merveilleste du b. S. R., Montreal 1949.

Nicola dell'Assunta

## ROKJTSANA: v. CALISTINI.

ROLANDO Bandinelli: v. aleSSANDRO III.
ROLANDO di Cremona. - Domenicano, n. a Cremona alla fine del sec. XII, m. a Bologna nel 1259. Magister artium all'Università di Bologna, vi si fece domenicano nel 1219; nel 1226 fondò un convento a Cremona; nel 1228 ottenne a Parigi il dottorato in teologia, la prima cattedra domenicana.

Ritornato in Italia (1233), con l'attività teologica congiunse quella di predicatore e di inquisitore, esponendo a serio pericolo la vita; negli ultimi anni, certamente insegnò a Bologna. Scrisse una Summa theologica (Parigi, Biblioteca naz., cod. lat. 735); i trattati De Incarnatione e De virtutibus che mancano nel cod. parigino e si conservano nella Biblioteca civica di Bergamo (cod. 9, 13); e un commento al libro di Giobbe (Parigi, Biblioteca naz., cod. lat. 405). R. in queste opere mostra un'informazione vasta e sicura non solo della S. Scrittura, ma anche della filosofia. Incline più allo studio positivo che alla speculazione, mostrò mentalità enciclopedica e pratica affine a quella di s. Alberto Magno, trattando di medicina, geografia, matematica, astronomia, magia, stregoneria.

Bibl.: Quétif-Echard, I, pp. 125-27; F. Ehrle, S. Domenica, le origini del primo Studio gener. del suo Ord. a Parigi e la Summa theol. del primo maestro R. da C., in Miss. domenic., Roma 1923, pp. 85-134; id., L'agustinismo e l'antisemitismo nella scalast. del sec. XIII, in Xenia Themist., III, ivi 1925, pp. 536 544; E. Preto, La pocte. di R. da C. nel pensiero medien., in Riv. di fil. neo-scalast., 23 (1931), pp. 484-90; E. Flitoust, R. von C. O.P. und die Anfänge der Scholastik im Prediger Orden, Vechta 1936; E. Preto, Un testo ined.: la Summa theol. di R. da C., in Riv. di fil. neo-scol., 40 (1948), pp. 45-72; T. Käppeli,

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(1st. Euc. Catt.)
Rol.phince, Werner - Pagina relativa agli anni 1409-30 della Chronica, citata alla illustrazione precedente, f. 63 .

Kurze Mitteilungen über mittellaterl. Dominikanerschrift, in Arch. Fratr. Praed., 10 (1949), pp. 282-88: O. Lortin, R. de Crémone et Hughes de St-Cher, in Rech. de théol. anc. et médéc., 12 (1948), pp. 136-43: A. Dondaine, Un comment. scriptur. de R. de C. - Le livre de Job -, in Arch. Fratr. Praed., 11 (1941), pp. 109-37: A. D'Amato, L'origine dello Studio domenic. e l'Uuic. di Bologna, in Superna, 2 (1949), pp. 226-39. Alfonso D'Amato

ROLDÁN, Giovanni Taddeo di Sant'Eliseo. Carmelitano scalzo, missionario e vescovo, n. a Calahorra (Spagna) il 17 ag. 1574. Professò nel Carmelo riformato a Valladolid nel 1597, e nel 1600 passò a Roma. Nel 1604, con altri confratelli fu da Clemente VIII inviato come legato al nuovo re di Persia, Sáh Abbas I.

Giunto ad Iṣfahân nel 1607, ivi lavorò per 20 anni continui, come missionario, priore, superiore di tutte le missioni carmelitane della Persia e dell'India. Perfetto conoscitore delle lingue persiana, armena ed araba, fu stimato dai dotti e grandi di Persia e dagli Sáh 'Abbàs I e 'Abbàs II, e poté operare molte conversioni tra i Caldei e gli Armeni. Nel 1610, inviato ambasciatore dal re di Persia al re di Polonia e al Papa, ad Astrakan (Russia) fu incaricato, e tornò ad Iṣfahân senza concludere l'ambasciata. Nel 1629 venne a Roma per trattare l'unione degli Armeni di Persia con la Chiesa romana e nel 1632 la Congreg. di Propaganda lo nominava primo vescovo della nuova sede di Iṣfahân. Fu il primo carmelitano scalzo assunto all'episcopato. Nel ritornare in Persia, attraverso la Spagna, m. a Lérida, il 5 sett. 1633. Oltre a parecchie relazioni sulle missioni a lui affidate, compose un Kalendarium scientificum Persicum latino-persiano (ms. Arch. gen. O.C.D., Roma), una versione persiana dei Salmi (ms. 3776, Bodleian, Oxford) ed altre operette o versioni in persiano.

BibL.: Filippo della Trinità, Decor Carmeli, III, Lione 1665, pp. 100-105; Florencio del Niño Jesús, Biblioteca Carm. Teres. de Misiones, III, Pamplona 1930, passim; Ambrogio di S. Te-
ress, Hierarchia Carmelitana, I, Roma 1932, pp. 9-13; id., Bibbibliogr. Miss. O. C. D., ivi 1941, nn. 36, 98, 115, 134-38, 163; id., Nomenclatie mission. O. C. D., ivi 1944, pp. 220-21: anon., A chronicle of Carmelites in Persia, II, Londra 1930, pp. 920-34. Valentino di Maria

ROLEWINCK, Werner. - Teologo, storico e riformatore ascetico, n. presso Münster nel 1423, m. a Colonia il 26 ag. 1502. Direnne nel 1447 certosino a Colonia. Sono noti di lui oltre 50 scritti; vari si trovano stampati in incunaboli.

Il suo scritto più largamente diffuso fu il Fasciculus temporum ( 1470 ), breve cronistoria mondiale, che ebbe ca. 30 edizioni (più di 100.000 esemplari) fino al 1525 . oltre traduzioni in tedesco, francese, fiammingo, ecc. Il vol. De laude veteris Saxoniae nunc Westphaliae dictae (1474) era ancora ripubblicato a Colonia nel 1863. Scrisse commenti biblici (inediti), oltre trattati sulla questione sociale del suo tempo: De regimine rusticorum (1472); De origine redditioris, Tractatus de contractibus (sui prestiti ad interesse). Molto popolari furono un trattato de voto sulla Messa (Libellus de venerabili Sacramento et valore Missorum) e il Paradisus conscientiae. Pubblicò parecchie opere ascetiche-mistiche per la riforma del clero regolare e secolare: De forma visitationum monasticarum; Formula vivendi canonicoxum sice vicariorum saecularium; Quaestiones $12 \mathrm{pro}$ praederioris et studentibus, in cui cita 35 note autorità (fra cui il Petrarca) e raccomanda lo studio di 96 autori patristici e medievali. Nel Paradisus conscientiae R. presenta i gradi della carità secondo i nove cori degli angeli.

Biol.: Allgemeine deutsche Biographie, XXIX, p. 72 sg.: H. Wolfforum da l'elenco completo degli scritti di R. in Zeitschr. f. vaterl. Gesch. n. Altertum, 1890, pp. 83-136, e 1892, pp. 127 161: W. Neuss, s. v. in LTbK, VIII, coll. 947-48; R. Werner, Etude sur le - Fasciculus temporum - edition de Henri Witezburg moine au pricure de Rougemont (1401), Château-d'Oex 1037. Ignazio Backes

ROLLE, Richard (Riccardo di HampOle, santo; Riccardo Eremita). - Eremita e mistico, n. probabilmente intorno al 1290 in provincia di York, m. a Hampole il 29 sett. 1349. Le poche notizie biografiche su R. provengono quasi interamente dall'Office of st. Richard Hermite, compilato alla fine del sec. xiv per favorirne la canonizzazione. Studiò per qualche tempo a Oxford, indi in costume da pellegrino si ritirò a vita solitaria, ospitato in una cella dalla ricca famiglia dei Dalton; ivi compose parte delle sue prime opere. Al termine della vita era in Hampole, ove morì, probabilmente di peste.

E tra i maggiori mistici inglesi del Trecento. Scriveva con uguale prontezza e con ugual fervore il latino e l'inglese, la prosa e il verso. I gradi dell'esperienza mistica, la massima esperienza individuale, son per lui rappresentati, in ordine ascendente, dal calor, dal canor, dal dulcor. Tra le maggiori delle sue opere farine è il Melum contemplativum, ancora in parte manoscritto : altre sono l'Incendium amoris e l'Emendatio vitae. Delle inglesi, scritte nell'ultimo periodo della sua vita e indirizzate in parte, in forma di epistole, alla reclusa di Hampole, Margery Kirkeby, la più perfetta è The form of living o, nel titolo latino, Forma vivendi (in prosa mista a versi); belli anche Ego darnio et coe meum invigilat (in versi inglesi). Il Conius amoris, The Psalter (molto rimaneggiato in seguito, anche ad opera di lollardi) e alcune altre liriche mistiche. R. è inoltre autore di deliziosi apologhi in inglese, esposti in forma di "bestiaia". La sua influenza sulla letteratura e sulla vita spirituale inglese sino allo scisma fu larghissima. La sua opera possiede pregi letterari notevolissimi.

Biol.: The Cambridge history of English literature, II, Cambridge 1908, pp. 43-48: E. A. Hope, Writings ascribed to R. R., permit of Hampole and materials for his biography, Nuova York 1927, id., English writings of R. R., Oxford 1931; W. F. Schirmer, Geschichte der eng. Lit., Halle 1937, pp. 113-16, 603; A. C. Baugh, A literary history of England, Nuova York 1940, pp. 227-29, con giudizi alquanto sfavorevoli sullo scrittore e discutibili; alcune traduzioni e un breve cenno in A. Levieri, I mistici, Firenze 1925, pp. 267-73.

Augusto Guidi

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ROMA. - Metropoli del mondo Romano, capitale dello Stato pontificio poi, dal 3 febbr. 187 I, dello Stato Italiano (legge n. 33, art. I), è il centro del cattolicesimo quale sede episcopale del Romano Pontellico:

Sommario: A) Roma antica e imperiale: 1. Nome e situazione geografica (coll. rog2-96). - II. Archeologia (coll. rog61110). - III. Storia politica e costituzionale (coll. 1110-23). IV. Religione dei Romani (coll. 1123-33). - V. Letteratura Romana antica (coll. 1133-57).
B) Roma gretiana fino ai nostri giorni: 1. Storia civile ed ecclesiastica (coll. 1137-77). - II. Letteratura latina erissima (coll. 1177-80). - III. Arte (coll. 1189-1204). - IV. Politiere (coll. 1204-1207). - V. Topografia (coll. 1208-45). - VI. Istituti di cultura (coll. 1243-61). - VII. Istituti di assistenza caritativa (coll. 1261-63). - VIII. Vicariato (coll. 1263-67). - IX. Santuario del Divino Amore (coll. 1267-68).
A) ROMA ANTICA E IMPERIALE.
I. Nome e situazione geográfica.
I. Nome. - Deriva certamente dal vocabolo etrusco rumen $=$ fiume (W. Corssen, I. Guidi, G. De Sanctis, Fr. Altheim) dato all'aggruppamento palatino a causa della sua vicinanza al Tevere, quasi individuata come "città del fiume".

Nella zona sud-ovest del Palatino, la più vicina, attraverso il paludoso Velsbro, al Tevere, sono riunite le memorie più vetuste della città collegate con quel vocabolo: la Porta Romana o Romanula (Varrone, De lingua lat., V, 164; Festo, s. v.), situata nella R. quadrata, allo sbocco di quello che si chiamò poi «Clivus Victoriae», e che si ritrova anche nel nome di Porta Flumentana nel corrispondente luogo della posteriore cinta detta Serviana; il fico ruminale che stava presso il Lupercale e fu per prestigio magico dall'augure Atto Navio trasferito nel comizio; la Diva Rumina che nel Monte Palatino aveva un suo santuario. Sono da scartare le etimologie dal greco 'poujen = forza; dal latino ruma $=$ $=$ mammella, per le due vette più alte del Palatino, il Germalo e il Palatium; dalla gens etrusca dei Ruma (W. Schulze, G. Herbig). Nella tradizione romana R. ebbe anche un nome tenuto segreto per timore che potesse essere conosciuto ed evocato magicamente dal nemico e danno della città. Il segreto riguardava o il nome della città (Plinio, Hist. nat., III, 65; Servio, Aen., I, 277; Macrobio, Sat., III, 8; Giov. Lido, De mens., IV, 73), o la divinità protettrice della medesima (Plinio, Hist. nat., XXVIII, 28; Plutarco, Quaest. Rom., 65; Servio, Aen., II, 351; Macrobio, Sat., III, 8).

Valerio Sorano, che rese pubblico il nome vero di R. (Plinio, Hist. nat., III, 65) o, secondo Plutarco (Quaest. Rom., 61), quello della divinità protettrice, ne fu punito di morte. Secondo Giovanni Lido (De mensibus, IV, 73), il nome segreto di R. era Flora, divinità della natura feconda (Flora mater), servita da un proprio flamine (flames Floralis), venerata in un proprio tempio sul Quirinale; nel mito considerata come una cortigiana che lasciò il popolo romano erede delle sue ricchezze. Secondo A. Brelich, Flora e altre divinità consimili (Acca Larenzia, Pale, Opa Consivia, Diva Angerona) hanno avuto, pur nelle diversità delle figure, il ruolo di divinità protettrici segrete di R. in virtù del loro significato originale di fecondità, da cui la città doveva attingere, come da fonte inesausta, le ragioni della sua esistenza.

BibL.: W. Corssen, in Zeitschr. für vgl. Sprachforschung, 10 (1861), pp. 17-20; I. Guidi, La fondazione di R., in Bull. della Comm. archeol. comm. di R., 9 (1881), pp. 63-72; G. De Sanctis, St. dei Romani, I, Torino 1907, p. 190; F. Altheim, Römische Religionsgeschichte (Sammlung Göschen), I, Berlino 1933, p. 66; A. Brelich, Die geheime Schutzgottheit von Rom. Zurigo 1949.

Nicola Turchi
II. Situazione geográfica. - Situata a $41^{\circ} 54^{\prime}$ di lat. N. e a $12^{\circ} 29^{\prime}$ di long. E. (Greenwich), calcolate le coordinate all'Osservatorio del Collegio Romano, la città, centro della civiltà mediterranea, occupa una posizione di privilegio nella penisola e nel Mare Mediterraneo.

Disposta in una pianura alluvionale nella quale serpeggiano i meandri del Tevere e le propaggini vulcaniche dei Monti Sabatini e Albani che insieme ai Prenestini e alla costa del Tirreno la recingono nelle sue
![img-38.jpeg](img-38.jpeg)
(Int. Albani)
Roma. - La des R. Status marmorea di arte imperiale - Roma, Palazzo Sanatorio Campidoglio.
linee esterne, R. registra in vari punti altezze che variano dai 15 agli 80 metri s. m. Dalla primitiva città sul Palatino all'attuale complesso urbano, enorme fu l'incremento che ebbe nel volgere dei secoli. Se all'epoca della Repubblica appartengono le grandi vie di comunicazione, più rapido fu lo sviluppo della città durante l'Impero; il ' 500 fu il secolo che vide iniziare le grandi costruzioni della R. papale, mentre solo alla fine del xix e egli inizi del sec. xx ebbe principio la grande trasformazione che ha quasi totalmente modificato l'aspetto di R. Dal 210.000 ab. del 1870 , la popolazione salì a 400.000 nel 1900 e ad oltre un milione e mezzo nel 1950 ( 1.599 .894 nel 1951). Questo enorme incremento, che supera quello di tutte le città italiane, è dovuto, oltre che alla forte natalità, alla notevole immigrazione da ogni regione d'Italia. Ecclesiasticamente la popolazione di R. è divisa in 136 parrocchie, raggruppate in 16 prefetture. Il clima, molto gradevole, presenta una media di $7^{\circ}$ nel mese più freddo (genn.) e di $23^{\circ}$ in quello più caldo (luglio). Nel suo territorio ha sede lo Stato della Città del Vaticano; inoltre, tutti i dicasteri dell'amministrazione statale, gli atenei governativi ed ecclesiastici, le maggiori banche, enti, istituti, ecc. Tra le poche industrie, fondamentali quelle edilizie e tipografiche. Negli ultimi decenni il movimento del suo porto (porto fluviale di S. Paolo e portocavale di Fiumicino) ha registrato un notevole progresso.

Gastone Imbrighi

## II. Archeologia.

Sommario: I. Origini ed età regia. - II. Età repubblicana. III. Età augustea. - IV. Età imperiale.
I. Origini ed età regia. - La sua fondazione fu fissata da Varrone al 21 apr. dell'anno 733 a. C.; a questa data tradizionale deve attribuirsi un valore relativo e di approssimazione, certamente alquanto più tardo della realtà.

Nel Lazio, già golfo marino, colmato nel corso dell'età terziaria dalle eruzioni vulcaniche dei Monti Albani e dei Cimini e dalle alluvioni del Tevere, l'uomo apparve nell'età quaternaria quando, già uscito dal primitivo stadio di civiltà il paleolitico, aveva progredito nel neolitico. Prisci abitatori del Lazio furono i Liguri mediterranei, adottanti il rito dell'umazione ( $2^{\circ}$ millennio a. C.). Nel

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VEDUTA PROST

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PETTICA DELLA CITTÀ DI ROMA, disegnata e incisa da Giuseppe Vasi e dedicata al re Carlo III di Spagna nel

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TICA DELLA CITTÀ DI ROMA, disegnata e incisa da Giusev

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Oppe Vasi e dedicata al re Carlo III di Spagna nel 1765.

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trapasso dall'età del bronzo a quella del ferro, resasi la vita nel Lazio meno paurosa per la sosta dell'attivita vulcanica dei Monti Albani, tra i secc. x e ix a. C., vi si ebbe un'incursione di genti di prevenienza nordica, affine ai terramaricoli della valle padana, di razza ariana, parlanti un idioma indo-europeo ed osservanti il rito funebre della cremazione, che, attratte dal suolo fertile e rimuneratore vi si stabilirono dando origine al popolclatino. Questo, prodotto dalla mescolanza degli autoctoni mediterranei, con la nuova popolazione ariana, con prevalenza di questa più cvoluta, assunse nel Lazio carattere stabile. Alla fine del sec. viI ed al principio del sec. viI a. C., ebbe inizio una fase più progredita della civiltà laziale del ferro con influenza ed apporti d'oltremare, nel periodo detto orientalizzante. Si era intanto costituito una lega dei vari centri abitati dai Laziali, la lega Albana, con a capo Alba Longa. I villaggi confederati, che sorgevano in luoghi elevati per difesa delle greggi e degli armenti dai predoni, erano, secondo Plinio (Nat. hist., III, 69.70), in numero di 31. Frattanto nasceva R. Presso l'ampia area formata dal Tevere, poco a valle della confluenza dall'Anienc, a breve distanza dal mare, sorsero villaggi sulle colline tufacec, tagliate dall'erosione delle acque, elevantesi sul circostante piano paludoso, isolate e ben difendibili, quasi inaccessibili e ricoperte di folte boscaglie di querce (monz Querquetulanus), di faggi (Fagutal), di vimini (Viminalis). Il sito, eminentemente strategico e adatto al traffico commerciale, attrasse tanto i Laziali dei colli Albani quanto i Sabini di stirpe mediterranea preariana; questi discendendo dai loro monti trafficavano per via fluviale con gli Umbri ed attraverso la Via Sidaria, da essi tracciata, si spingevano fino alle bocche del Tevere per fornirsi di sale. I ritrovamenti archeologici con la scoperta di sepolcreti e di relitti di abitazioni dimostrano che tra il sec. x e l'viri a. C. sui colli di R. sorgevano villaggi di capanne (pagi od appida); stazioni latine sul Palatino (Germalus, Palatuol, Velia), l'Esquilino (Fagutal, Cispius, Oppius) e parte del Celio (Querquetual o Sucusa), sabine sul Capitolio, il Quirinale ed il Viminale; l'Aventino continuò forse ad essere abitato da Liguri mediterranei. Sul villaggio del Germulus (Palatino), la R. quadrata del mitico fondatore Romolo, è stata riconosciuta suppellettile fittile del sec. viII a. C. Nella necropoli del Foro, estendentesi dai piedi dell'Esquilino verso il Capitolio, le tombe più antiche risalgono al sec. Ix con la presenza di ossari a forma di abitazione (urne a capanna); la sua espansione scende fino al sec. viI. La necropoli dell'Esquilino è più recente, non va al di là del sec. vir; ha oggetti più rudimentali e non rivela alcuna traccia di commercio orientale od ellenico. Dopo una prima unione in un solo centro politico dei pagi del Palatino e dell'Esquilino, i sette villaggi costituirono con il tempo una propria federazione (lega septimontialis) a sfondo religioso e politico ed a tutela dei comuni intereasi. Essa prospera in pieno sec. viri, in cui la leggenda pone i regni del latino Romolo (753717 a. C.) e del sabino Numa Pompilio (717-673 a. C.). Il mito di Romolo si formò in R. derivando il nome Romulus da R. stessa; le leggende di Enea, dei 12 re Albani; di Rhea Silvia e dei Gemelli, furono importate a R. dagli eruditi storici greci del sec. Iv a. C., dopo la conquista della Campania, applicando ai miti romani analoghi miti ellenici, fra i quali quello di Tiro, figlio di Salmonca violata da Nettuno sulle sponde dell'Enipeo, i cui gemelli abbandonati furono dati ad allattare ad una capra. Ai due primi re di R. sono attribuiti l'istituzione del Senato, delle tre tribus e delle 30 curiae in cui sarebbe stata divisa la nuova città, la promulgazione di leggi e l'istituzione di culti e di sacerdozi. Il dissidio latente fra l'unione settimonziale ed Alba Longa termina con la sottomissione e la distruzione di questa ed il trasporto dei suoi abitanti al colle Celio; ciò sarebbe avvenuto durante il regno del terzo re di R., Tullio Ostilio (672-641), che avrebbe dato il nome al luogo di riunione del Senato, la Curia Hostilia, nel Foro. La federazione settimonziale, divenuta per la sua posizione, le sue industrie ed i suoi commerci il più importante stato della Lega Latina, prende il posto di Alba Longa quale capi-
tale ed inizia la conquista unificatrice dei più vicini centri abitati. Al quarto re Anco Marzio, nipote di Numa Pompilio (639-616 a. C.), si attribuisce il regolamento della dichiarazione di guerra con l'istituzione dei Feciales e la fondazione della prima colonia di R., sulla foce del Tevere (Ostia).

Con la fine del sec. vir ed i primordi del vi si entra in un periodo della storia di R. più certo e documentato, periodo di soggezione ed al tempo stesso di rilevante progresso. Gli Etruschi, all'apogeo della loro potenza, già collegati commercialmente con R. attraverso il Tevere ed il ligano pons Dubliciae a valle dell'isola Tiberina, invadono e sottomettono il territorio romano ed il Lazio, spingendosi fin nella Campania. Il loro dominio durò sino alla fine del sec. vi. Grandi fondatori di città, ad essi deve R. la sua trasformazione da una federazione di pagi all'unità dell'urbs (voce etrusca). La tradizione nazionale rifiutò per orgoglio di riconoscere per veri fondatori della città degli stranieri. I nomi dei re latini e sabini non appaiono che nel racconto della tradizione leggendaria, quelli dei re etruschi sono documentati da monumenti storici; i nomi di Tarchu (Tarquinius) e di Mattarna (Servius Tullius), appaiono nelle pitture della tomba François di Vulci del sec. Iv. Lo stesso nome di R. si fa derivare da ruman, voce etrusca indicante un corso d'acqua; cioè la città del fiume. Inoltre i riti della fondazione della città sono presi dalla disciplina etrusca. Tarquinio Prisco (616-579), etrusco oriundo greco, che riuniva in sé la praticità etrusca con la genialità greca, è il grande trasformatore della città. Risana le valli acquirlinose fra i sette colli con la costruzione di cloache convoglianti le acque al Tevere, e delibera la costruzione di mura difensive dell'intero abitato, in pietrame, nelle parti non difese naturalmente. Risanati i terreni paludosi tra il Palatino, il Capitolio ed il Quirinale si rese possibile la costruzione di edifici e di case e la creazione del Foro Romano e del Foro Boario per i comizi ed i mercati. Per voto fatto in guerra contro i Sabini, Tarquinio Prisco inizia la costruzione del tempio di Giove sul sacro colle Capitolino e crea nella valle Murcia, fra il Palatino e l'Aventino, il Circus Maximus, per celebrarvi i Ludi magni del popolo romano. Esautorata l'autorità dei potres del Senato, si introduce un radicale mutamento costituzionale tendente al dominio assoluto del re, secondo la tradizione etrusca nei riguardi del capo dello Stato. I dodici fasci che accompagnavano il re furono forse simbolo delle dodici lucumonie etrusche. R., sotto il dominio etrusco, oltre ad essere un centro di traffici ognce più importante, diviene città industriale; sotto la guida di artefici e di maestranze etrusche inizia attività artigiana nel campo della metallurgia e della coroplastica. Servio Tullio (373-335 a. C.) che succede a Tarquinio Prisco, favorito dalla moglie di questo. Tanaquil, procede alla divisione delle classi di cittadini creando un'organizzazione plutocratica e disciplinando la riscossione dei tributi e le operazioni di leva. A tal fine Servio Tullio avrebbe modificato il sistema di divisione dei cittadini in tribù e gentes introducendo il sistema della ripartizione su base topografica. R. fu divisa in 4 regioni: Palatina (Palatino), Suburana (Celio), Collina (Quirinale e Viminale) ed Esquilina (Esquilino); furono dette tribù urbane per distinguerle dalle rustiche, istituite più tardi nel suburbio. A base di questa divisione stavano, secondo Varrone, i 24 sacelli dell'antichissimo e misterioso culto degli Argei, 6 per regione, centri del culto compitalicio, conservati in età repubblicana ed imperiale trasformati in sacrari dedicati al culto dei Lari, custodi e protettori dei vici. Con il nuovo sistema la popolazione veniva distinta secondo il domicilio, non più in base alla nascita: primo passo all'ascesa della plebe. Continuando l'opera del suo predecessore Servio Tullio completò con fossati, mura ed aggere la difesa della città. A questa cinta primitiva dell'età regia si attribuiscono i resti delle mura serviane esistenti, formati da piccoli blocchi squadrati di cappellascio di tufo; gli avanzi a blocchi più grandi di tufo lisside compatto apparterrebbero invece alla ricostruzione delle mura nel sec. Iv, dopo l'invasione gallica.

La città serviana comprendeva soltanto il suolo abitato e di proprietà quiritaria dei privati, con esclusione

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del suolo di dominio pubblico; percio ne furono esclusi il Capitolio e l'Aventino, di proprietà dello Stato. Il Capitolio fu incluso nella primitiva cinta difensiva, l'Aventino lo fu soltanto nel sec. iv.

L'ultimo dei re di R., Tarquinio il Superbo (532509 ?), malgrado gli forzi degli storici di rappresentarlo quale un modello di tiranno, appare un nobile promotore di grandime opere pubbliche in R., quale la definitiva erezione del tempio di Giove Ottimo Massimo sul Capitolio, la sistemazione del Circo Massimo con gradinate fisse per gli spettatori edil perfezionamento del sistema di risanamento delle bassure della città mediante ampie canalizzazioni convoglianti al Tevere le acque sorgive e quelle scendenti dai colli che invadendo e stagnando nel piano impedivano le comunicazioni e si rendevano malsane. Esse formavano tre bacini idrografici, il primo settentrionale (Petronia ammis) raccoglieva le acque del Pincio e del Quirinale, il mediano (Spinovi) quelle dell'Esquilino e del Viminale, il meridionale (Nodinus) tra il Palatino, il Celio e l'Esquilino che stagnava nel Velabrum maius. La più voluminosa di queste canalizzazioni o cloache era quella del bacino mediano, perciò detta Cloaca maxima, che scorrendo sotto le depressioni della Suburra, sotto l'Argiletum, il Foro, il vicus Tuscus ed il Foro Boario, sboccava nel Tevere. I suoi resti appartengono alla ricostruzione avvenuta tra il sec. v ed il iv a. C., nella quale la primitiva volta etrusca fu sostituita dalla vòlta ellittica in opera quadrata.

L'espulsione di Tarquinio il Superbo ( 509 a. C.?) fu la rivolta di R. contro il tentativo di rendere la monarchia assoluta ed ereditaria; al tempo stesso R. scosse il giogo del dominio etrusco già in decadimento nella Campania e nel Lazio alla fine del sec. vi a. C. Con la disfatta di Aricia ( 505 a. C.) falli il tentativo di Forzenna di rinsaldare quel dominio; con la vittoria dei Romani al lago Regillo ( 497 a. C.) falli l'altro tentativo di Tarquinio il Superbo e delle sue allcate città della Lega latina, di ripetutnare la monarchia e di fiaccare, in sul rinascere, il predominio di R. sul Lazio. R. con l'assoggettamento delle città vicine si accinge a compiere la sua missione di unificatrice delle genti italiche.
II. Erà repubblicana. - 1. Secc. VI-V a. C. - Alla caduta della monarchia ed al sorgere della repubblica, alla fine del sec. vi ed ai primordi del sec. v a. C., R. costituisce già un tutto omogeneo sia dal punto di vista etnico sia da quello edilizio. Suo monumento principale era il tempio di Giove, antica divinità laziale, sulla vetta meridionale del Capitolio, di arte etrusca ellenizzata, in parte ligneo con rivestimento fittile, a triplice cella, dedicato alla triade Giove, Giunone e Minerva. La statua di Giove era, secondo Plinio, opere insigne del coroplasta Vulca di Vejo. Il tempio, appena compiuto da Tarquinio il Superbo, secondo la tradizione fu dedicato dal console suffetto M. Orazio Pulvillo, nell'anno stesso della fondazione della repubblica (a. 509 a. C.).

Sul Capitolio era anche il sacello dedicato a Iuppiter Feretrius; cui il mitico fondatore della città, Romolo, avrebbe dedicato le spoglie opime tolte al duce dei vinti

Ceninensi; sulla vetta settentrionale del colle era l'ara con l'auguraculum. Dalla sacra vetta, per il clivus Capi. tolinus si scendeva al Foro, centro comune di vita e di mercato, attraversato da nord a sud dalla Via Sacra, fino all'opposta altura del V'elia (summa Sacra Via). Sulla sinistra di un altro clivo scendente dall'urx era la grande cisterna o conserva d'acqua detta Tullianum, di forma conica a pianta rotonda con volta etrusca, più tardi adattata a pubblico carcere. A destra si ergeva il primitivo tempio di Saturno, attribuito a Tullio Ovilio, restaurato da
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bo, di nuovo dedicato nell'a. 50 a. C. dal dittatore I., Laerzio; nel mezzo il Vulcanale. Procedendo si aprivano a sinistra la platea del Comizio e la Curia Hostilia, sede del Senato. Nella spianata del Comizio, avanti la Curia, era il sepolcro od herom di Romolo, scoperto nel 1899 da Giacomo Boni, suggellato più tardi con il lupis niger, che faceva in origine parte del grande sepolcreto del Foro. L'adito dell'herom era vigilato dai simulacri di due leoni accovacciati: s'era la notissimastcle iscritta contenente norme rituali. Le sagome curveggianti dei plinti di tipo etrusco ben s'addicono a monumenti della fine del sec. vi o dei primordi del sec. v a. C. Al di là del Comizio, nel punto ove il Foro era attraversato da est ad ovest dalla Cloaca maxima, v'era il sacello di Venus Cloacina. Alle pendici del Palatino stava il rotondo sacrario di Vesta, il cui culto era originario da Alba Longa, con il sacro lucos e la dimora delle Vestali. Dappresso il fons Inturom ed il novello tempio dei Castori, votato durante la battaglia del lago Regillo dal dittatore Aulo Postumio ( 498 a. C.). Il latovud del Foro era occupato da tabernac di mercanti poi dette cereres. Ad est una strada detta Argiletum comunicava con la Subura ed i colli; al suo sbocco nel Foro era il piccolo tempio di Giano, ad ovest il vicus Iogorius ed il vicus Tuscus conducevano al Foro Boario, al Velabro ed al Circo Massimo.

Sul Palatino al centro, nell'intersezione del cardo e del decumanus, era il mundus, fossa circolare nella quale all'atto della fondazione di quel pago si erano gettate zolle e primizie della terra d'origine; sul suo ciglio era l'ara votiva della Roma quadrata. Sull'alto del Germolus, il tugurium Faustuli o casa Romuli ed alle pendici del colle verso il Velabrum s'apriva il Lupercale, l'antro di Faunus Lupercus, sede del vetusto rito dei Lupercalia. V'era forse collocato il celebre simulacro bronzeo della Lupa, detta Capitolina, simbolo totemico, opera insigne della fine del sec. vi a. C. di pieno realismo etrusco. Anche sul Palatino stavano l'ara di Evandro o della Vittoria, ed il tempio di Iuppiter Stator, votato, secondo la tradizione, nella guerra contro i Sabini. Nel piano fra il Palatino e l'Aventino (vallis Murcia) estendevasi il Circo Massimo (m. boo $\times 150$ ); dal suo estremo si dipartivano la comunicazione per Ostia (Via Ostiensis) e quella per i colli Albani ed il Lazio (Via Latina). Presso i carceres del Circo (S. Maria in Cosmedin) fu eretto dal vincitore della battaglia del Lago Regillo ( 497 a. C.) Aulo Postumio un tempio a triplice cella dedicato alla triade infera-terrestre: Cerere, Libero (Bacco) e Libera (Proserpina). Tra l'Aventino ed il Foro Boario erano i templi di Ercole Invitto, della Madre Matuta e della Fortuna Virile eretti nell'età regia.

L'Esquilino, formato dalle ben distinte vette del

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Cispins e dell'Oppius, era abitato soltanto in parte. Vi si estendeva la vasta necropoli della città ingranditasi quando cessò di essere attiva quella del l'oro. Consisteva in ipogei scavati nella roccia ed in ampue fosse comuni (puticoli). A scongiurare i pericoli dei miasmi che vi si diffondevano era stato dedicato sul Cispins un sacello alla dea Meftis. Tra l'Esquilino ed il Viminale correva il vicus Patricius (via Urbana) abitato dalle antiche famiglie patrizie, cui seguiva la Subura discendente al Foro.

Il Quirinale era allora suddiviso in più alture da gole profonde. A nord il collis Quirinalis propriamente detto (presso Via delle Quattro Fontane), sul quale erano il Capitolium vetus, sede, come sul Capitolio, del triplice culto di Giove, Giunone e Minerva, ed il santuario di Quirinus, divinità dei Sabini di Curea. Seguiva a sud il collis Salutaris (Piazza del Quirinale), ove poi fu dedicato il templum Salutis ( 302 a. C.); ancora più a sud il collis Sanguolis, che prendeva il nome dall'antichissimo tempio di Sancus o dius Fidius (presso la chiesa di S. Silvestro). Il colle era percorso da sud-est a nord-ovest su un elevato livello da una via (Alta Semita) che congiungevasi con la Via Nomentana conducente alla Sabina.

Parte della vasta pianura estendentesi a nord dei colli (Campus Tiberium) alla sinistra del Tevere, di proprietà dello Stato, consacrata a Marte (Campus Martius) era destinata agli esercizi ginnici ed alle esercitazioni militari. Nella parte vicina al Capitolio erano i Suepta, vasti recinti destinati ai comizi curiati, tributi e conturiati ed alle votazioni per l'elezione dei magistrati. La zona sulla destra del Tevere, ai piedi del monte Gianicolense, unita alla città a mezzo del pont Sublicha, era acquitrinosa ed insalubre; sul monte era un pagus con un'ara e fortificazioni. Al primo miglio della Via Portuensis, che conduceva alle saline presso la foce del Tevere, forse esisteva già il vetusto tempio della Fors Fortuna. Nel mont Faticanus, a nord del Gianicolo, si estendevano vasti banchi di marna, ottima argilla molto usata nell'industria laterizia e nell'arte figula. Attivo doveva essere fin da quei tempi remoti il commercio fluviale sul Tevere a monte ed a valle di Roma. Il sacro fiume era ancora solo in parte arginato e con sistemi rudimentali.
2. Secc. IV-III a. C. - Dai primi anni del sec. Iv a. C. lo sviluppo monumentale ed edilizio di R. si identifisa con la sua storia. Camillo, a render grazie della presa di Veje, dedica il tempio di Juno Regina sull'Aventino ( 369 a. C.) e per celebrare la pace fra patrizi e plebei crige il tempio della Concordia ai piedi del Capitolio sul Foro ( 366 a. C.); a lui è anche attribuita l'erezione del tempio di Juno Moneta sull'arce capitolina ( 343 a. C.). Frattanto R. aveva subito il disastro dell'invasione dei Galli ( 390 a. C.) seguita dal saccheggio e dall'incendio distruttore. La data dell'incendio gallico chiude il primo periodo della storia edilizia della città. Il disastro fu dovuto all'essere R. indifesa; la dura lezione indusse alla ricostruzione della cinta difensiva dell'età regia resasi inefficace. Le nuove mura, delle quali si conservano cospicui avanzi, vanno anch'esse sotto il nome di mura Serviane. Si staccavano dal Tevere presso il Foro Boario (porta Flumentena), cingevano il colle capitolino ed attraversavano la stretta gola fra esso ed il Quirinale (porta Ratumena o Pontinalis) ove era la comunicazione con il Campo Marzio. Salivano quindi al Quirinale e lo circondavano (portae Sanqualis, Salutaris, Quirinalis) fino all'incrocio con la via Salaria (Palazzo delle Finanze) ove cominciava il terrapieno (agger) delle cui mura di sostegno si ammirano imponenti resti presso la stazione di Termini (porta Viminalis). L'aggere difendeva il Viminale e l'Esquilino e terminava alla porta Esquilina (arco di Galliene). Quivi si riprendeva il sistema murario; la cinta discendeva alla gola tra l'Esquilino ed il Celio (porta Cuellmontana, Via SS. Quattro) e percorreva la valle tra il Celio e l'Aventino (porta Cupena); proteggeva, circondandolo, quest'ultimo colle (portae Naevia e Raudusculana) per raggiungere il Tevere a breve distanza dal suo inizio con la porta Flumentana. Di quest'ultimo tratto restano grandiosi avanzi presso il clivo di S. Balbina e nella Via di Porta S. Paolo (m. 13 di altezza con 25 strati di blocchi squadrati tufacei). R. fu ricostruita in breve
tempo, ma irregolarmente. Si permise ai privati di costruire ove e come potessero; furono senza riguardo occupate aree pubbliche. Le domus dei più agiati si ricostruirono in opera laterizia imperfetta, quelle dei meno abbienti in mattoni crudi e malta. Fino al sec. I a. C. l'ampliamento della città non fu regolato; con l'aumento della popolazione aumentarono in proporzione gli edifici e le case ed il perimetro della città si estese anche al di fuori della cerchia di mura difensive. Durante la seconda guerra sannitica ( $326-304$ a. C.), nel 312 a. C. fu condotto il primo acquedotto (equa Appia) a cura dei censori Appio Claudio e C. Plauzio, dalla Via Collatina (casale della Rustica). Fino allora i Romani avevano tratto l'acqua dal Tevere, dalle scarse sorgive e dai pozzi. I medesimi censori iniziarono la costruzione della via Appia, sul tracciato del sentiero che uscendo dalla porta Capena si dirigeva a Capua. Durante la terza guerra sannitica, R. vide l'erezione del tempio di Bellona, nel Campo Marzio, votato da Appio Claudio in una battaglia contro gli Etruschi ( 296 a. C.), e la riedificazione del vetusto tempio di Giove, votato da M. Attilio Regolo in combattimento contro i Sanniti ( 295 a. C.). Sono di questo periodo il sarcofago di peperino di L. Cornelio Scipione Barbato, vincitore dei Sanniti a Sentinum ( 298 a. C.), e l'elegio funebre del figlio di lui L. Cornelio Scipione, conquistatore della Corsica, con la menzione della dedica da lui fatta del tempio Tempestatum, fuori della porta Capena ( 295 a. C.). I due monumenti facevano parte dell'ipogeo degli Scipioni fra l'Appia e la Latina, nel predio avito dell'illustre gens Cornelia. In gran parte con il ricco bottino della guerra contro Pirro (280-275 a. C.) i censori Manio Curio Dentato e L. Papirto Cursore (272 a. C.) condussero a R. un secondo acquedotto, l'Anio Vetus, derivandone le acque dall'Ariene, sulla via Valeria (S. Cosimato).

Monumento celebrativo della prima guerra punica (263-24I a. C.) furono la colonna rostrata di C. Duilio nel Foro ed il tempio della Spes, nel Foro Oliptorio, votato da M. Attilio Calatino. Nell'a. 242 a. C. il censore C. Aurelio Cotta costrui, sul tracciato di un preesistente sentiero, la via Aurelia fino al fiume Marta e gli edili M. Emilio Lepido e L. Emilio Paolo curarono la costruzione dell'Emporium, magazzino di derrate sul Tevere, alle falde dell'Aventino. Nell'a. 233 a. C., il censore C. Flaminio, già vincitore dei Galli Cisalpini, tracciò la via Flaminia da R. ad Ariminum. Poco dopo ( 221 a. C.) C. Flaminio costrui sul Campo Marzio un secondo grande circo (Circus Flaminius), destinato ai ludi plebei. Ricordo della seconda guerra punica (218-202 a. C.) fu il tempio di Venere Erycina sul Capitolio votato da Q. Fabio Massimo dopo la battaglia del Trasimeno.
3. Secc. III e II a. C. - Alla fine del sec. III a. C., R., ormai dominatrice d'Italia, si apprestava alla conquista del mondo. Durante le guerre macedoniche (214-168 a. C.), con l'aumento delle ricchezze, l'attività edilizia andò intensificandosi in R. con edifici migliori e più comodi. I vecchi templi, in gran parte lignei con decorazioni fittili, cedono il posto ai templi in pietra di tipo misto etrusco-ellenistico, per lo più pseudo-peripteri : esempi tipici ne sono il tempietto ionico della Fortuna Virile, i templi del Foro Olitorio di Giunone (107 a. C.) e quello della Pietà, votato da Manio Acllio Glabrione nella battaglia delle Termopili ( 182 a. C.). Accanto a questo tipo di edificio sacro si conserva quello italico a forma rotonda, come nel gruppo templare del Largo Argentina. Fu appunto nel Campo Marzio, presso il Circo Flaminio, che in questo periodo storico furono eretti numerosi templi; fra gli altri il tempio Larum Permarinorum, votato da L. Emilio Regillo in una battaglia navale contro i prefetti di Antioco ( 190 a. C.), ed il tempio Herculis Muurum, in memoria della vittoria di M. Fulvio Nobiliore sugli Etoli ( 189 a. C.). Sorgeva intanto sul Palatino un nuovo grande tempio per venerarvi la sacra oscura pietra della Magua Mater o Cibele, portata da Pessinunte (191 a. C.). Fu il primo tempio in R. a grandi colonne di peperino ed ampia scalza di accesso. Si deve ai censori M. Fulvio Nobiliore e M. Emilio Lepido ( 179 a. C.) la costruzione di un ponte sul Tevere (pons Aemilius), non lungi dal vetusto ponte Sublicio, nonché quella dei Na-

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valia, stazione per le navi sulla riva sinistra del Tevere, fra il Foro Boario e la porta Trigemina. Gli stessi censori fondarono nel Foro la Basilica Fulvia Aemilia ad imitazione della basilica ellenistica, edificio a tre navate con absidi, luogo coperto di riunione per trattative commerciali, da servire anche da tribunale. Già nel 184 a. C. M. Porcio Catone aveva eretto la Basilica Porcia ad ovest della Curia Hostilia. Q. Cecilio Metello, dopo il suo trionfo macedonico ( 148 a. C.), affidò all'architetto Ermodoro di Salamina la costruzione di un tempio nel Campo Marzio dedicato a Giove, al dire di Vellejo Patercolo il primo tempio marmoreo veduto a R., e fu circondato da portici nei quali rimase incluso il tempio di Giunone (S. Maria in Portico) già dedicato nell'anno 173 a. C. da M. Emilio Lepido.

Dopo la presa e distruzione di Corinto ( 146 a. C.) cominciò un vero e proprio abbellimento della città. L'architettura andava prendendo quell'indirizzo che, secondo Strabone, rese fin da allora R. superiore alle città ellenic