da M. Emilio Lepido.
Dopo la presa e distruzione di Corinto ( 146 a. C.) cominciò un vero e proprio abbellimento della città. L'architettura andava prendendo quell'indirizzo che, secondo Strabone, rese fin da allora R. superiore alle città elleniche. Nuovi quartieri sorsero fuori della cinta muraria rendendola di nessun valore. L'incremento edilizio si svolse in specie nel Campo Marzio verso il Tevere, ove maggiore svolgevesi l'attività commerciale, fuori la porta Capena e nel Trastevere. Nell'a. 144 a. C. il Senato decise di risarcire gli acquedotti dell'Appia e dell'Azio Vetus e di costruirne uno nuovo. L'esecuzione fu affidata al pretore urbano Q. Marcio (aqua Marcia), con le nuove acque derivate dalle sorgenti del Monte Autore, presso Agosta. Nell'a. 125 a. C. fu condotta a R. l'aqua Tepula, dalle sorgive presso Casal Morena, ad ovest della Via Latina. Lo scorcio del sec. it a. C. vide il restauro del tempio dei Castori nel Foro, a cura di L. Cecilio Metello (rir a. C.), la costruzione del pons Fabricius, d'accesso all'isola Tiberina, iniziato dal curator viarum L. Fabrizio, la ricostruzione del tempio di Quirino sul Quirinale a cura di Papirio Cursore ( 113 a. C.), l'erezione della porticus Minucia, presso il Foro Olitorio, per la vendita del frumento (ira a. C.); nell'a. ioi a. C. furono intrapresi, per decreto del Senato, da Q. Lutazio Catulo lavori di ampliamento e di restauro del Tabalarium, sulla pendice del Capitolo rivolta al Foro, edificio destinato agli archivi della città.
4. Sec. I a. C. - Le funeste competizioni tra Mario e Silla portarono le legioni armate entro i sacri recinti di R.; la città fu data al saccheggio ed all'incendio, arse il Capitolio con i suoi templi venerandi ( 82 a. C.); Silla stesso iniziò il restauro del tempio di Giove Capitolino facendo trasportare da Atene alcune colonhe del tempio di Giove Olimpico. I lavori di ricostruzione furono continuati sotto Q. Lutazio Catulo, cui fu dato lo straordinario titolo di curator restituendi Capitolii. Durante il primo triumvirato fu costruito un nuovo ponte sul Tevere a cura del prefetto urbano L. Cestio (pons Cestius), Nell'a. 36 a. C., per munificenza del grande Pompeo, R. ebbe nel Campo Marzio il primo teatro in materiale, solido (lapideum marmoreum); la curva della sua cavea è tuttora indicata dalla forma semicircolare del Palazzo già Righetti, fondato sulle murature del teatro in Via di Grotta Pinta. I gradini della cavea formavano due ampie scalee salenti al tempio di Venere Genitrice. Dietro la scena del teatro si estendevano vasti portici racchiudenti giardini e viali (tra le Vie di Torre Argentina e del Monte della Farina). Sui portici si aprivano ampie sale absidate in una delle quali, la Curia Pompeii, fu ucciso Giulio Cesare (44 a. C.).
Fu Giulio Cesare a concepire per il primo un grande sviluppo della vecchia città; nell'a. 45 a. C. promulgò il decreto de urbe augenda, con il proposito di costruire nel Campo Marzio, ma la morte gli impedi il nobile disegno. Tuttavia le grandi dimore, le ville suburbane cominciavano ad ornarsi con sculture e pitture decorative ad opera di liberti, artisti grecanici ed orientali. Fu creato un nuovo centro di vita cittadina, il Foro di Cesare, che venne ad aggiungersi al Foro propriamente detto, occupando parte del Comizio, con al centro il tempio di Venere Genitrice, votato da Cesare nella battaglia di Farsalo e dedicato dopo il suo trionfo nell'a. 46 a. C. Al grande statista si debbono anche l'inizio della costru-
zione della Basilica Iulia nel Foro e della ricostruzione della Curia, compiute da Augusto, nonché il restauro del Circo Massimo e la creazione degli horti Caesaris, da lui lasciati per restamento al popolo Romano. Allora nella parte ovest del Campo Marzio, più vicina al Tevere, ancora disabitata, si erigevano sepoleri; vi fu sepolto Silla e nel 44 a. C. vi furono erette le sepolture dei consoli Iraio e Pansa, deceduti in seguito alla battaglia di Mutina; la tomba di Iraio tornò in parte in luce nel 1937, durante i lavori di consolidamento del Palazzo della Cancelleria. Nell'a. 29 a. C., dopo celebrato il trionfo di Azio, Ottaviano dedicò nel Foro il tempio Divi Caesaris nel sito ove era stata da questi eretta la nuova tribuna per gli oratori, ornata dai rostri delle navi nemiche prese nella battaglia di Azio (rostra Divi Iulii), diversamente orientata in confronto alla tribuna preesistente nel Comizio adorna dei rostri delle navi prese agli Anziati nel 338 a. C.
La grandiosa idea di G. Cesare di fare di R. la degna metropoli dell'Impero, fu raccolta da Ottaviano suo erede. Questi stabilendo la dimora sul Palatino, allora abitato da patrizi e da uomini illustri, inaziò la trasformazione di quel colle in palazzo imperiale. Il gruppo degli edifici augustei comprendeva anche il tempio di Apollo Palatino votato da Ottaviano prima della battaglia di Azio e le Biblioteche palatine greca e latina. La trasformazione di R. cominciò ad avere la sua attuazione con l'edilizia di M. Vipsanio Agrippa, il fedele amico ed intelligente collaboratore del giovane principe ( 33 a. C.). In quell'anno furono iniziati gli ingenti lavori di bonifica del Campo Marzio che si prorogacero fino all'a. 27 a. C. in cui Agrippa poté gettare le fondazioni del Pantheon, consacrato alla gens Iulia ed alle sue divinità Marte e Venere, e delle sue Terme, primo esempio in R. di un sontuoso centro di vita sportiva, intellettuale ed igienica; ad alimentarle condusse a R. nell'a. 19 a. C. la nuova aqua Virgo, le cui sorgive erano all'ottavo miglio della Via Collatina (Salone). Le cure di Agrippa nella sua edilità furono particolarmente rivolte al restauro degli acquedotti ed alla revisione ed ampliamento delle cloache; a lui si deve anche la costruzione di un nuovo ponte sul Tevere, a monte dell'odierno ponte Sisto (pons Agrippae). La bonifica fu estesa alla malsana regione dell'Esquilino la cui vasto necropoli fu ricoperta da un forte spessore di torca e di materiali; vi sorse ben presto un elegante quartiere. Mecenate fu tra i primi a tracciarvi i suoi famosi horti e ad abitarvi. Imponente fu lo sviluppo monumentale ed edilizio del Campo Marzio, che fu in breve invaso dalle nuove costruzioni ad eccezione di un'area che fu lasciata sgombra a perpetuare la memoria dell'antico campo militare; a tale scopo fu delimitata da cippi terminali dei quali uno fu recuperato in Via del Seminario.
Sulla destra della Via Flaminia (Via delle Muratte, Via S. Claudie) un vasto campo reso di pubblico uso fu abbellito da portici che presero il nome da Agrippa (porticus Vipsania) e da una sorella Vipsania Pola (porticus Polon); in questo, dopo il censimento dell'a. 8 a. C. (descriptio orbis), fu esposta la grande carta cosmografica totius orbis. A sinistra della Via Flaminia, Agrippa eresse il tempio di Nettuno (Paxidonion), al centro di un portico detto degli Argonauti; del tempio restano visibili le 11 colonne corinzie in Piazza di Pietra. Poco lungi, più a nord Augusto fece costruire, a cura del matematico Novio, un orologio solare (Piazza S. Lorenzo in Lucina), che ebbe per gnomone l'obelisco egizio, portato dal santuario di Gerapoli, che ora si erge ricostruito in Piazza Montecitorio.
III. Età augustea. - Nello scorcio del sec. i a. C. le opere di trasformazione e di abbellimento della città si succedettero a ritmo accelerato.
Il portico di Metello fu restaurato ed abbellito, ad opera degli architetti lacedemoni Batraco e Sauro, e dedicato alla sorella di Ottaviano. Ottavia (porticus Octaviae). Contemporaneamente ( 31 a. C.) fu restaurato il Circo Massimo, danneggiano da un incendio; sulla sua spina fu innalzato l'obelisco egizio portato da Eliopoli, che ora sorge in Piazza del Popolo. Seguì l'importante costruzione del mausoleo, sulla sinistra della Via Flaminia,
## Page 651
iniziata nell'anno stesso in cui Ottaviano ricevette il titolo di Augusto ( 27 a. C.), e destinato a sepolcro per sé e per i membri della gens Iulia; con la sua forma di tumulo circolare continuava la grande tradizione etrusca. Presso il mausoleo, a celebrare il felice ritorno di Augusto dalla Spagna e dalle Gallic e la pace nel mondo, fu innalzata l'ara Pacis Augustae, insigne monumento dell'arte romana augustea caratterizzato da un composto verismo (23 a. C.) dedicata nell'a. 9 a. C. Nell'a. 13 a. C. fu iniziata la costruzione del teatro di Marcello, dedicato nell'a. 11 a. C., e fu inaugurato l'altro teatro eretto da L. Cornelio Balbo, l'amico di Augusto (Palazzo Cenci).
Divisione di $R$. in $t+$ regioni. Nell'a. 8 a. C., in seguito al generale censimento, Augusto procedè all'ordinamento di R. dividendola in 14 regioni.
La suddivisione numerale cominciava a sud della città e si svolgeva a circolo da sud verso est per poi volgersi a nordovest e ad ovest.
La I regione (porta Cupena) estendevasia sud del tratto di mura, dalla porta Naevia alla porta Querquetulana lungo il percorso urbano delle Vie Appia e Latina; la II (Coetimontium) comprendeva il Celio; la III (Isis et Serapis) parte dell'Oppio, delle Carine e della Suburra; la IV (Templum Pacis) il Velia e le restanti parti della Suburra e delle Carine; la V (Esquiliae) l'Esquilino propriamente detto ed il territorio urbano al di là dell'aggore serviano; la VI (Alta Semita), il Quirinale ed il Viminale; la VII (Via Lata), prendeva il nome da un tratto della Via Flaminia più large e si estendeva alla destra di questa fino al Quirinale; IVIII (Forum Romanum) comprendeva i Fori, il Capitolio e parte del Velabro; la IX (Campus Martius) la parte dell'antico Campo Marzio estendentesi alla sinistra della Via Flaminia al Tevere. La X regione (Palatium) comprendeva il Palatino; la XI (Circus Maximus), la più piccola delle regioni augustee, era formata dalle adiacenze del Circo Massimo e da parte del Velabro. La XII (Piscina publica) comprendeva lo pseudo-Aventino e la zona compresa tra la Via Appia e l'odierna Via di Porta S. Paolo; la XIII (Aventinus) l'Aventino e la XIV (Transtiberim) la pianura a destra del Tevere fino ai colli Gianicolense e Vaticano. Le denominazioni delle suddette regioni non sono tutte dell'età augustea; alcune, come quelle della III e della IV regione (Isis et Serapis e Templum Pacis), prendono il nome da edifici costruiti posteriormente; si ignora quale fosse il loro primo nome. Ciascuna regione era amministrata da un curatore estratto a sorte annualmente tra i pretori, gli edili e i tribuni della plebe e si suddivideva in compita ed in vici. Ai singoli vici presiedevano a vicomagistri, cui era affidato l'incarico di compiere in maggio ed in ott. sacrifici sulle are compitali in onore del Genio di Augusto e dei Lari.
Il rinnovamento di R. portò anche ad una trasformazione edilizia. Accanto alle domes di tipo ellenistico pompeiano si andò generalizzando un nuovo tipo di case d'affitto (insulae) molto alte, con balconi esterni e finestre chiuse da lastre di mica e di selenite e da imposte; forma di abitazione che precorre le moderne. In mancanza di dati precisi è difficile calcolare la popolazione di R. capitale dell'Impero; si può supporre che nel periodo del
massimo splendore salisse ad oltre 1.000 .000 di ab. Il grande riordinamento di R. si perfezionò con la restituzione di ben 82 templi compiuta da Augusto, con il restauro degli acquedotti e con una riveduta delimitazione delle zone di rispetto delle rive del Tevere e delle acque. Augusto provvide anche ad un ulteriore ampliamento del Foro, reso necessario dalle nuove esigenze; mediante espropriazioni e demolizioni di vecchie cauupole fu ricavato il Foro di Augusto, circoscritto da un muraglione atto a nascondere le umili case sul pendio del

(Ist. Geb. let. naz.)
Roma - Fori e piani di posa delle capanne cosiddette romulce sul Palatino (ca. viII sec. a. C.).
(ist. Geb. let. naz.)
dei Pretoriani. Il suo successore Caligola (37-41) ingrandì ancora il Palazzo imperiale su imponenti costruzioni arcuate, sotto le quali passa il clivus Victoriae. Dedicò inoltre il tempio di Augusto sotto il Palatino ed iniziò la costruzione di un circo (Gaiunum), al di là del Tevere, presso la Via Cornelia, terminato da Nerone, a decorare la cui spina destinò il grande obelisco che oggi incentra la Piazza di S. Pietro in Vaticano. Aveva anche progettato l'idevazione di un ponte fra il Palatino ed il Capitolio. Durante il regno di Claudio ( $4 \mathrm{I}-54$ ), in seguito al censimento dell'a. 46 , fu allargato il pamento della città, per riflesso dell'ampliamento dei confini dell'Impero; rimanendo tuttavia lontano dai limiti estremi dell'abitato. Claudio curò il restauro delle arcuazioni dell' Aqua Floga e terminò il restauro del teatro di Pompeo, iniziato da Tiberio in seguito ai danni di un incendio. Un tempio dedicato alla sua memoria (templum Divi Claudii) fu eretto da Agrippina sulla sporgenza del Celio che sovrasta l'Anfiteatro Flavio, distrutto da Nerone e riedificato con magnificenza da Vespasiano.
Il regno di Nerone (54-68) segna un altrocaposaldo per la storia edilizia di R. Il volubile Imperatore, che fu anche un raffinato esteta, concepì dapprima la costruzione di una vasta dimora imperiale, che dalle pendici nord del Palatino, comprendendo il Velia, si estendesse fino alle pendici dell'Oppio; fu perciò detta domus transitoria congiungente il Palatino all'Esquilino. Il famoso incendio, descritto da Tacito (Ann., XV, 83), che divampò dalla notte del 10 al 19 luglio del 65 , devastò tre regioni di R. e danneggiò le altre, lasciandone soltanto quattro incolumi; non risparmiò la nuova costruzione neroniana, non del tutto compiuta. Alla ripresa dei lavori la grandiosa idea venne ridotta e limitata da un complesso edilizio non più unito al Palatino, ma estendentesi dal Velia all'Esquilino. Ne diressero i lavori gli architetti Severo e Celere e la decorazione fu affidata al pittore Fabullo. Questa nuova dimora imperiale per la profusione del lusso fu detta domus aurea, ma ebbe vita effimera. La grande statua bronzea di Nerone con la testa radiata,
## Page 652
opera di Zenodoro, che dominava il vestibolo della domus aurea, fu rimossa e più tardi rimessa in piedi da Adriano presso il tempio di Venere e Roma. I gravi danni prodotti dall'incendio furono in breve riparati; l'esecuzione del nuovo piano regolatore apportò simmetria e regolarità nelle ricostruzioni ed una rinnovata eleganza artistica; si ebbe cura, a ridurre il più possibile l'estensione degli incendi, di isolare le case eliminando le pareti in comune. Fra il tumulto di una popolazione eterogenea, superante il milione, fra la desolazione, prodotta dal terribile incendio e la febbrile attività della ricostruzione edilizia, si aggirava Pietro, il Principe degli Apostoli. Il tragico assedio del Capitolio da parte dei Vitelliani (69) arrecò gravi danni agli edifici del sacro colle, in specie al tempio di Giove Capitolino. Questo fu subito restaurato e di nuovo inaugurato da Vespasiano, cui si deve il compimento del piano neroniano di riordinamento generale della città e l'allargamento del pomerio. In base al nuovo censimento (73-74) ed alla mensura urbis, fu delineata la nuova iconografia della città esposta su di una parte esterna del templum S. Urbis (SS. Cosma e Damiano), archivio della città fatto erigere da Vespasiano nel Forum Pacis da lui creato a ricordo della Pace giudaica (75-78). Sul Palatino fu iniziata la costruzione del grandioso Palazzo dei Favi e nel sito del lago artificiale della domus aurea neroniana si dette mano alla costruzione dell'anfiteatro Flavio (Colosseo) inaugurato da Tito, nell'a. 8o, cui fu eretto nel sommo della sacra via un arco di trionfo, genere di monumenti di pura creazione dell'arte romana. Il regno del mite Imperatore (79-81) fu funestato da un altro grave incendio (80) che infierì nel Capitolio, presso il Circo Massimo ed in gran parte nella IX regione. Ove si estendevano i giardini della domus aurea sorserole grandiose terme di Tito, trionfo di archi, di vòlte e di superba decorazione pittorica. A Domiziano si debbono, oltre alle riparazioni dei danni dell'incendio dell'a. So, un ulteriore ampliamento del Palazzo imperiale sul Palatino e la costruzione dello Stadio (Piazza Navona) e dell'Odeo (Monte Giordano), nella IX regione. Nerva (96-98) ampliò ancora i Fori con la creazione del Forum transitorium dominato dal tempio di Minerva.
2. Sec. II dell'Impero. - Si giunge cosi all'attività edilizia di Traiano (98-117) il grande Imperatore il cui regno segna l'apogeo della potenza romana e l'unificazione dell'Impero. Il Foro Transitorio di Nerva dà adito al nuovo imponente Forum Traianum, che completa l'estendersi dei Fori, dominato dalla colonna coclide (112-14), insigne esempio di scultura storica nella quale con arte efficacemente narrativa si tramandano gli episodi della conquista della Dacia. Traiano costrui le sue Terme presso quelle di Tito (S. Martino ai Monti) e fece condurre dal lago di Bracciano a R. l'ogno Traiano per fornire il Trastevere. Il suo successore Adriano (117-38), raffinato cultore dell'arte, fece ricostruire il Pantheon, dando a quell'insigne monumento la forma rotonda. Il suo architetto Apollodoro di Damasco erige sul Velia il tempio di Venere e R. a due absidi opposte. Si erige il templum Divi Traiani a sfondo del Foro di Traiano, si ricostruisce il Poseidonion (piazza di Pietra), che prende la denominazione di Hodrieneum, e si innalza la poderosa mole del Mausoleo di Adriano (130) cui dà accesso il pons Aelius (ponte S. Angelo). Con Antonino Pio (138-6r) alla stasi politica fa riscontro la stasi dell'attività costruttiva; unico monumento degno di nota è il templum Faustinae nel Foro (141) che fu poi (161) dedicato anche alla memoria del pio Imperatore da M. Aurelio. In onore di queste Imperatore (161-80) fu eretta la colonna antonina a narrare le sue imprese contro i Quadi ed i Marcomanni, nella quale è evidente il tentativo di imitare i modelli traianci. Malgrado l'accentuarsi del decadimento artistico, l'abilità tecnica del ritratto romano spicca ancora nella statua equestre di M. Aurelio, che fu eretta e rimase. fino al suo trasporto nel Campidoglio, sul Celio, presso la casa natale dell'Imperatore, vicino alla domus dei Laterani. M. Aurelio e suo figlio e collega nell'Impero Commodo (180-92) curarono la revisione ed estensione della cinta daziaria di R. in base all'estensione sempre maggiore dell'abitato. Altro incendio subì R. sotto Commodo (191), con danni agli edifici del Foro e del Palatino.
3. Sec. III dell'Impero. - Il regno di Settimio Severo (192-211), che segnó l'inizio del decadimento e l'assunzione da parte dell'Imperatore del pieno potere legislativo ed amministrativo, fu benefico per R. La città fu risarcita dei danni dell'incendio commodiano e abbellita con la ricostruzione ed il restauro di numerosi edifici sacri e profani. Fu emanata una legge per il restauro e l'ornamento della incoloc e degli acquedotti e si ebbe una nuova redazione della forma Urbis, in sostituzione di quella eseguita sotto Vespasiano, che venne affissa al lato posteriore del templum S. Urbis. Da notare la costruzione di una nuova residenza imperiale nel lato orientale del Palatino, che ebbe per prospetto sulla Via Appia la costruzione a più ripiani detta Settizonio, il restauro del Pantheon (202), la ricostruzione dell'artium Festae e della casa delle Vestali nel Foro e l'erezione dell'arco degli Argentarii (presso S. Giorgio in Velabro [204]). In onore di Settimio Severo e di suo figlio Caracalla, associato all'Impero, fu eretto nel Foro dal Senato e dal Popolo Romano un arco a tre fornici commemorante le vittorie sui Parti (203). R. riceverne l'appellativo di urbi sacro dominorum nostrorum. La costruzione delle magnifiche Terme Antoniane nella regione XII fu iniziata sotto Settimio Severo (206), ma essa si deve specialmente a Caracalla che diede loro il nome; Elagabolo ed Alessandro Severo ne curarono il completamento (235). Nell'a. 212 Caracalla dotò di nuova acqua l'acquedotto della Marcia; a mezzo di uno speto separato, giungeva ad alimentare i vari servizi delle nuova Terme. Ad Alessandro Severo (222-35) si deve l'ampliamento delle Terme Neroniane nella IX regione che presero il titolo di Thermae Alexandrinae e la conduzione a R. dell'ogna Alexandrina per alimentarle. Il prode imperatore Aureliano (270-75) fa erigere sul Quirinale un tempio al Sole alla cui protezione attribuiva le sue vittorie in Oriente. Ma gli Alemanni, avanguardia delle invasioni barbariche, si erano spinti sino a Fano. R. era minacciata ed indifesa; gran parte del suo abitato si estendeva fuori delle venerande, ma ormai inutili, mura della Repubblica. Aureliano decise di circondare la città con una forte cinta difensiva che rispondesse alle esigenze strategiche. L'urgenza impose la celerità della costruzione e l'incorporazione di edifici già esistenti (p. es., gli horti Aciliani del Pincio, il muraglione del Castro Pretorio, arcuazioni di acquedotti, l'anfiteatro Castrense, sepolcri, ecc.), il tutto per un'estensione di ca. 12 miglia. Un separato tratto di mura correva lungo il Tevere dalla Via Flaminia al ponte gianicolense; una parte del Trastevere venne inclusa in un triangolo di mura con il vertice sul Gianicolo (Porta S. Pancrasio). Le porte principali della nuova cinta di mura denominavansi dalle vie consolari che ne uscivano, L'imponente impresa, iniziata da Aureliano nel 271, fu compiuta da Probo (276-82). Durante il breve regno di Carino, un incendio danneggiò gran parte del centro di R. (284).
4. Sec. IV dell'Impero. - Con Diocleziano (284-305) l'Imperatore non è più soltanto il generale delle milizie, ma è il nuovo sovrano del mondo romano e il dominus diademato dei sudditi. R. risente del potente soffio di vita dato all'Impero dalla riforma dioclezianca e, benché con carattere decadente, ritrova nell'arte ed in specie nell'architettura grandiosità ed audacia. Massimiano fa costruire in onore del suo collega nell'Impero, a lui intitolandole, le grandiose Terme di Diocleziano (302), dedicate da Costanzo Cloro nell'a. 305. Ingenti restauri subirono in quegli anni il teatro di Pompeo e l'Isso. Massenzio (306-12), mentre R. non era più il centro dell'Impero, ne intese ancora la grandezza e volle dotarla di un altro monumento dando inizio alla costruzione di una nuova Basilica nel Foro, che poi si disse di Costantino, avendola questo Imperatore condotta a termine. Di Massenzio sono anche il grande Circo sulla Via Appia ed il piccolo karoon o tempietto dedicato alla memoria del suo giovanissimo figlio Romolo (vestibolo della chiesa dei SS. Cosma e Damiano). A Costantino vincitore di Massenzio fu eretto nell'a. 312 l'arco trionfale presso il Colosseo, le cui figurazioni, in parte prese da un simile monumento di arte classica traianea ed in parte di arte decadente contemporanea, sembrano riassumere e con-
## Page 653
chiudere il glorioso ciclo dell'arte romana e dare inizio all'arte cristiana. Costantino fece erigere le sue terne sul Quirinale e l'arco di Giano QuadriFonte all'ingresso del Foro Boario. L'imperatore Costanzo visitò R. con il principe persiano Orsmida (356) e concesse alla città l'obelisco che Costantino aveva destinato a Costantinopoli e che era rimasto ad Alessandria; fu innalzato, presso quello messeri da Augusto, sulla spina del Circo Massimo (obelisco lateranense). Fra gli ultimi sprazzi di vita del paganesimo va segnalata l'erezione presso il Foro del portico degli Dei Consenti.
con celle dedicate alle 12 maggiori divinità dell'Olimpopagano a cura del Prefetto della città Vettio Agorio Pretestato. Notevole in questo periodo la ricostruzione del ponte Aurelio, già edificato da Caracalla, essendo imperatori Valentiniano. Valente e Graziano (370). Tra gliaa. 370 e 383 furono estesi portici attraverso la regione costberina (porticus maximus) terminanti presso il ponte Elio (ponte S. Angelo) ove venne eretto un arco trionfale in onore degli imperatori Graziano. Valentiniano e Teodosio.
5. Sec. V' dell'Impero. - Nell'a. 403. per la minaccia incombente di invasioni barbariche, gli imperatori Arcadio ed Onorio fecero restaurare e rafforzare le mura di Aureliano. R. non fu più la residenza imperiale, che venne fissata in Ravenna, città munitissima. Effimero tripudio fu per R. la celebrazione del trionfo di Onorio sui Goti (405); essa vide per l'ultima volta ludi cruenti nel Colosseo con il sacrificio del monaco Telemaco. Foschi giorni quelli dell'entrata dell'esercito di Alarico, del saccheggio e dell'incendio gotico (410). Onorio (423) e sua moglie Maria ebbero il loro mausoleo presso la Basilica del Vaticano che accolse anche la salma di Valentiniano III. Ulteriori danni orrecò alla città il saccheggio dei Vandali di Genserico (453). Si giunge alla caduta dell'Impero di Occidente con la deposizione di Romolo Augustolo da parte di Odoacre (476). Ultimo raggio della cadente gloria di R. fu il soggiorno nell'Urbe, durato sei mesi, del Re degli Ostrogoti, Teodorico (500), ariano, che, conscio della grandezza della città eterna, ordinò la riparazione dei monumenti faciscenti ed istitui funzionari per la protezione delle opere d'arte risparmiate dalle rapine e dalle devastazioni delle orde barbariche. Una nuova forza succede alla precedente, la Chiesa giovane e vigorosa fra le rovine del classicismo ne raccolse gli utili germi che fiorendo e fruttificando dovevano produrre la nuova civiltà cristiana.
Bibl.: G. A. Guattani, R. descr. ed illustr., 2 voll., $2^{2}$ ed., Roma 1805 ; F. Nardini, R. antica, $4^{2}$ ed., con note di A. Nibby, ivi 1818-20; L. Rossini, Le antichitd rom., 161 vedute, ivi 1829 ; E. Platner - C. Bunsen - E. Gerhard - W. Röstell - C. L. Urtichs, Berdereibung der Stadt Rom. 6 voll., Stoccarda 1830-42; A. Nibby, R. nell'a. 1838 , parte $1^{2}$; R. antica, parte $2^{2}$; R. moderna, Roma 1838-41; W. A. Becker, Handbuch der römischen Alterthümer, Lipsia 1843; L. Preller, Die Regiouca der Stadt Rom. Jena 1846; L. Canina, Gli edifici di R. antica, 6 voll. (I-III-V resto, II-IV-VI tavs.), Roma 1848-56; C. L. Urtichs, Codex Urbis Romae topographicae, Würzburg 1871; H. Jordan, Codex Urbis Romae regionum XIV, Berlino 1874; H. Jordan - Chr. Hülsen, Topogr. der Stadt Rom im Altertum, vol. I, parti $1^{2} \mathrm{e} 2^{2}$, ivi 1878 82; vol. II, parte $3^{2}$, a cura di Chr. Hülsen, ivi 1907; I. H. Parker, The primitive fortifications of R. and other buildings of the time of the Kings, $2^{2}$ ed., Oxford 1878; R. Lanciani, I commentari di Frontino intorno gli acquedotti, in Mem. della Rom. Accad. dei Lincei, 4 (1880), p. 213 sgg.; A. Gilbert, Gesch.

(1st. Kuit)
Roma - Veduta aerea del Foro romano e del Palatino.
Topographic, Vienna 1930; I. A. Richmond, The City Wall of Imperial R., Oxford 1930; B. Wigkström, Till fragau an templen på piazza Argentina, in Eranas, 38 (1930), p. 128 sgg.; G. Lugli, I monum. antichi di R. e suburbio, vol. I, La zona archeal., 2 ed., Roma 1931; vol. II, Le grandi opere pubbliche, 1934; vol. III, A traverso le regioni, 1938; vol IV, suppl. 1940; G. B. Giovenale, Le porte del recinto di Aureliano e Probo, in Bull. Comun. di R., 1931, p. 9 sgg.; G. Sanfiand, Le mura di R. e pubblicana (Arta Inuit. Rom. Reeni Sucrias, 1), Lund 1932; E. B. van Deman, The buildings of the Roman acqueducts, Washington 1934; Th. Ashby, The acqueducts of ancient R., Oxford 1935; Arvan Nordh, Prolegom. till den Romershe Regionshatalogen, Göteborg 1936; G. Marchetti-Longhi, Sintesi stor. e topograf. dello sviluppo del Comvo Marzio nell'antica R., in Atti del V' Congr. Intern. di Arch. in Berlino, 1939, p. 493 sgg.; A. Piganiol, Hist. de R., Parigi 1939; P. Ducati, Come nacque R., Cremona 1932; R. Valentini - G. Zuccheri, Codice topograf. della città di R., 3 voll., Roma 1940, 1942, 1946; M. Santangelo, Il Quirinale nell'antichità classica (Memorie della Pont. Accad. Rom. di Arch., 5), Città del Vaticano 1941, p. 77 sgg.; M.-G. Dumézil, Jupiter, Mars, Quirinae (Vaticanes de R.), Parigi 1941; M. J. Perret, Les origines de la légende troyenne de R., ivi 1942; A. M. Colini, Stor. e topogr. del Celio nell'antichitd (Mem. della Pont. Accad. di Archeol., 7), Città del Vaticano 1944; A. Degrassi, L'edificio dei fasti Capitolini, in Rendic. della Pont. Accad. Rom. di Arch., 9 (1942-46), p. 37 sgg.; G. Lugli, R. antica. Il centro monumentale, Roma 1946; R. Bloch, Les origines de R., Parigi 1946; I. Lugli, Foutes ad topographiam veteris Urbis Romae pertinentes. Roma 1952 (vol. I: l'opera consterà di 11 voll.).
Gioacchino Mancini
## III. Storia politica e costituzionalE.
Sommario: I. L'epoca monarchica. - II. Dalla monarchia alla repubblica. - III. L'espansione nel Lazio e in Italia. - IV. La lotta per il dominio del Mediterraneo. - V. La costituzione repubblicana e la sua crisi. - VI. Da; Graechi a Cesare. - VII. Ottaviano e la gansci del principato. - VIII. Da Augusto ai Severi. IX. L'impero assoluto.
1. L'epoca monarchica. - R. fu governata certamente, nei primi secoli della sua storia, a regime monarchico. Attorno ad un capo vitalizio (rex) - della cui esistenza testimoniano, oltre alla tradizione costante, ritrovamenti archeologici (la stele del foro) e la persistenza, in periodo repubblicano, di uffici (rex sacrorum) e di istituti (interregnum) che ad esso
## Page 654
si riallacciano - sono l'assemblea dei patres, capi dei gruppi politici (gentes) preesistenti alla formazione dello Stato, e quella del popolo (comitium). Questa ultima assemblea, composta di 30 curiae, suddivisioni delle tre tribus dei Ramnos, Tities e Lucores, ebbe competenza limitata e ristretta, sostanzialmente, al campo del diritto privato.
Ad una prima fase, detta della monarchia latina, un'altra ne succede, quella degli ultimi tre re, la quale, anche dai nomi dei sovrani, si dimostra etrusca; e che coincide appunto con il momento della massima espansione degli Etruschi verso il sud. Questo regime di conquistatori avrebbe avuto termine in seguito ad un moto rivoluzionario nel 509 a. C. Tuttavia la dominazione etrusca non fu senza vantaggio per R.; dagli invasori i Romani appresero l'interpretazione dei segni offerti dalla divinità (aruspicina), l'arte delle costruzioni (l'arco) e, soprattutto, l'organizzazione militare, che costituì la base dell'exercitus centostatus, la cui istituzione l'annalistica romana faceva appunto risalire a Servio Tullio. Il periodo della monarchia etrusca fu quindi per la città del Tevere un'età di splendore e ne fece "la grande R. dei Tarquini" (Pasquali).
Il rex primitivo, circondato da alcuni collegi sacerdotali (v. AUGURI; FREIALI; PONTEFICE MASSIMO), aveva accanto a sé degli ausiliari : i duosiri perduellionis ed i quaestores parricidit, che lo coadiuvavano nell'esercizio della giurisdizione penale, e il magister populi, che comandava l'esercito.
II. Dalla monarchia alla repubblica. - Fu con ogni probabilità attraverso questo aiutante del rex che si attuò il trapasso dalla monarchia alla repubblica. Che questo sia avvenuto gradualmente e non in seguito ad una rivoluzione, per metà popolare e per metà di palazzo, è oggi ammesso concordemente. Meno d'accordo si è sul modo in cui si sarebbe passati da un capo unico e vitalizio ad una magistratura collegiale. Vi è chi ritiene (De Sanctis) che al rex si siano sostituiti tre magistrati (praetores, da prae-ire, funzione di chi guida l'esercito in battaglia), capi delle tre tribus: nel 367 a. C. due di questi sarebbero divenuti i supremi magistrati, capi della civitas, mentre al terzo sarebbe rimasto l'esercizio della giurisdizione civile. Altri (Arangio-Ruiz) pensa che vi sia stata sin dall'inizio, e conforme a quanto si riscontra presso altre popolazioni italiche (p. es., gli Oeci), una coppia a potere disuguale, che si sarebbe successivamente trasformata in coppia collegiale. Altri ancora (de Francisci) ritiene che il rex sia stato esautorato dei suoi poteri militari dal magister populi, che comandava per sua delega l'esercito; pensa inoltre che il magister populi sia stato per qualche tempo magistrato unico, coadiuvato normalmente da un magister equitum, e che abbia poi formato coppia collegiale con quest'ultimo, quando, nella prima metà del sec. v a. C., ebbe luogo, per le aumentate necessità militari, la duplicazione dei quadri dell'esercito, con la costituzione di due legioni.
Accanto ai due praetores, che, a partire da un certo momento, assumono il nome di consules (colleghi), si trovano, quali ausiliari, i quaestores. Alla suprema magistratura ordinaria viene sostituito, in caso di gravi necessità (reigerundae causa e seditionis sedandae causa), un magistrato straordinario (dictator), al quale sono sottoposti tutti gli altri magistrati; in questa figura rivive l'antico magister populi, con il suo potere illimitato, contro il quale non si possono opporre né l'intercessio (v.), né la pronocatio.
La nuova comunità, nella quale alle primitive gentes si erano aggiunti altri gruppi (di immigrati, di clienti che avevano rotto il vincolo di dipendenza dai loro gentiles, forse di ex-schiavi) che formavano insieme la plebs, fu tormentata, a partire dai decenni immediatamente successivi alla costituzione della repubblica, dalla lotta tra i due ordini della popolazione: i plebei reclamavano, infatti, il diritto di contrarre matrimonio (conubium) con i patrizi, l'accesso alle magistrature (ius honorum), l'attenuazione della pressione fiscale e debitoria e, forse, una distribuzione di terre o la limitazione della proprietà fondiaria.
Un primo risultato di questa lotta tra patriziato e plebe, caratterizzata da secessioni o minacce di secessioni
(Aventino, M. Sacro) della plebe sotto la guida dei suoi capi (tribuni), fu la costituzione, per gli aa. 45 I e450, di due collegi di decemviri legibus scribundis che redassero la Legge delle Dodici Tavole (v.). Solo nel 445 a. C., però, con la rogatio Canulein, fu concesso ai plebei il conubium: via aperta per le altre rivendicazioni. Negli anni successivi al decennizato legislativo, i Fasti registrano volta a volta coppie consolari e collegi di tribuni militum consulari potestate, in numero variabile. A questa ultima magistratura, costituita dagli ufficiali superiori delle legioni, e alla quale si faceva, con ogni probabilità, ricorso per le aumentate necessità militari causate dalle lotte per l'espansione, vennero ammessi anche i plebei. E finalmente, nel 367 a. C., con una delle leggi Liciniae-Sextiae, fu stabilito che uno dei posti di console spettasse alla plebe (in pratica ciò avvenne regolarmente solo dopo il 320), mentre veniva istituita una nuova magistratura (praeter urbanus), cui era affidato l'esercizio della giurisdizione civile.
III. L'espansione nel Lazio e in Italia. - Il nuovo Stato si trovò a dover affrontare, subito dopo la sua costituzione, una serie di lotte con le popolazioni confinanti; l'annalistica romana insiste su queste guerre contro gli adului et anniversarii hostes. Furono dapprima gli Etruschi che, tentando un ritorno offensivo, dovettero ottenere successi sui Romani, come è dato arguire dal racconto tradizionale circa Porsenna, lors di Chiusi, che avrebbe a lungo assediato R. Cominzio poi l'opera di espansione nel Lazio. Intorno al 493 a. C., R. si unì ai Latini con un'alleanza (Juedus Cassianum) alla quale aderirono presto gli Ernici, abitanti della valle del Ttero a sud-est di R.; tale alleanza era principalmente rivolta contro la minaccia degli Equi, stanziati tra Rieti e la conca del Fucino, e dei Volsci, avanzatisi, dall'alta valle del Liri, sui monti Lepini fino a minacciare il Lazio meridionale tra Terracina (Auxur) e Anzio. Verso la fine del sec. v questi avversari erano stati dove costretti ad arretrare, dove contenuti. Anche al nord, dopo una dura lotta (nella quale si ebbe l'episodio, non del tutto leggendario, dei Fabi al Crèmera), fu presa e distrutta ( 396 a. C.) la potente città etrusca di Veio.
Appena superata questa grave prova, nel 390 R. subì l'invasione celtica che si concluse con la sua conquista e la sua quasi totale distruzione. Le conseguenze ne furono gravi, specialmente dal punto di vista politico, in quanto misero nel nulla l'attività di conquista spiegata fino alla presa di Veio; solo nel 338 R. riuscì a riunire a sé in alleanza Latini ed Ernici, per volgersi ad affrontare i Volsci e, successivamente, Tarquinia, Cere e Fateria. Consolidatasi, R. concluse due trattati : il primo con i Sanniti (354) e il secondo con Cartagine (348); ma la sua posizione di crescente potenza e predominio fece sollevare contro di lei i Latini (340), aiutati dai Campani. I Romani, vincitori, vennero poco più tardi in urto con i Sanniti, che si vedevano tagliata da R. la via della pianura e del mare. Nel 326 a. C. Napoli si arrese ai Romani; ma quando essi, nel 321 , cercarono di penetrare dalla Campania nel Sannio, il loro esercito fu costretto ad arrendersi nelle gole di Caudii. La guerra riprese nel 316, con un grande successo iniziale dei Sanniti, cui seguì, due anni dopo, una sconfitta romana e Terracina. Dopo una fase di successi romani nella valle del Liri e in Puglia, nel 310 R. si trovò minacciata contemporaneamente dai Sanniti, da città etrusche, dagli Equi e dagli Ernici; dopo una pace conclusa nel 304, la lotta riprese nel 298, contro la coalizione italica suscitata dai Sanniti. I Romani furono vincitori a Sentino, in Umbria, e, in seguito a ciò e al blocco del Sannio, nel 290 si arrivò alla pace definitiva.
Successivamente R. si volse a domare le popolazioni stanziate a nord; vittorie sulle popolazioni galliche ed etrusche permisero la fondazione di colonie sulla costa adriatica. Senonché, quasi contemporaneamente, la lotta riprese al sud. Alcune città greche dell'Italia meridionale avevano seguito con simpatia l'affermarsi della potenza romana: nel 282 a. C., Turii, minacciata dai Lucani, richiese l'aiuto di R. La città liberata accolse una guarnigione romana, con grave preoccupazione di Taranto;
## Page 655
un incidente portò alla guerra con quest'ultima, che aveva assunto una posizione direttiva sulle città della Ca labria e che poteva contare sull'assistenza militare di Pirro, re d'Epiro, desideroso di fondare un regno ellenistico nell'Italia meridionale. I Romani furono battuti ad Eraclea nel 280, ad Ascoli in Puglia nel 279; ma, dopo una infruttuosa campagna in Sicilia e una battaglia con esito dubbio presso Benevento, Pirro abbandonò l'Italia. L'effetto della guerra fu l'estensione del dominio romano nella Magna Grecia: 'Taranto si arrese, e nel 270 Reggio ebbe una guarnigione romana. Quasi contemporaneamente, al nord, veniva fondata (268) la colonia latina di Rimini.
IV. La lottaper il dominio del Mediterraneo. - R. si trovava ormai di fronte alla potenza di Cartagine; questa aveva da tempo stabilito un monopolio commerciale nel Mediterraneo occidentale, e aveva veduto riaffermato il suo predominio sulla Si cilia in seguito aglì insuccessi di Pirro. L'urto tra le due potenze fu provocato dalla richiesta dei Mamertini, mer-

cenari che avevano occupato Messina, di essere ammessi nella Lega italica. Nel 264 un esercito romano passò in Sicilia e costrinse i Cartaginesi ad abbandonare Messina; questo portò ad un'alleanza tra Gerone di Siracusa e Cartagine, che, a sua volta, mandò in Sicilia altre forze militari. Dopo la formale dichiarazione di guerra, iniziatasi l'avanzata romana su Siracusa, Gerone abbandonò i Cartaginesi, che perdevano nel 262 Agrigento, la loro principale piazzaforte nell'Isola. I Cartaginesi furono battuti sul mare una prima volta presso Milazzo nel 260 e una seconda nel 237; a seguito di ciò, venne deciso dai Romani di portare la lotta in Africa, dove ai successi iniziali segui una grave sconfitta. Dopo una grande vittoria navale romana alle Egadi, nel 241 a. C., il Trattato di pace stabiliva tra l'altro che Cartagine sgomberasse la Sicilia. Così questa, nel 227, diveniva la prima provincia romana, quasi contemporaneamente all'eredione in provincia della Sardegna e della Corsica.
R. consolidò subito dopo la sua posizione nel nord d'Italia e nell'Adriatico. Nel 225 a. C. grandi tribù celtiche si infiltrarono nell'Etruria, ma furono battute a Talamone; nel 223 un esercito romano passò il Po; furono fondate le colonie latine di Piacenza e Cremona e fu costruita la via militare Flaminia da R. a Rimini. Contemporaneamente, tra il 229 e il 219, R. spazzò l'Adriatico dai pirati illirici.
Cartagine frattanto cercava di compensare la perdita di potenza e di prestigio subita in Sicilia, mediante conquiste nella Spagna. Di fronte a questa espansione R. ritenne opportuno fissare, d'accordo con Cartagine, un limite alle rispettive sfere d'influenza: nel 226 tale limite fu stabilito all'Ebro. Ma a sud di questo fiume vi era Sagunto, città alleata di R. dal 230 ca . Le vicende interne di questa città richiesero nel 220 l'intervento dei Romani; l'anno successivo Annibale Barca assediò Sagunto. Da ciò ebbe origine la seconda guerra punica. Annibale iniziò la marcia verso l'Italia incontrando solo lievi resistenze prima del passaggio delle Alpi. Gli eserciti romani furono battuti successivamente ad occidente del Tirino, sulla Trebbia (218), al Trasimeno (217); Annibale, passato nell'Italia meridionale, pose in Puglia gli accampamenti invernali. I consoli per l'a. 216 lo affrontarono,
con un grande esercito, sull'Ofanto presso Canne, ma ancora una volta i Cartaginesi prevalsero.
Contemporaneamente la Macedonia e Siracusa si unirono ai Cartaginesi; Filippo V di Macedonia desiderava conquistare i possedimenti romani in Illiria. R. riuscì dapprima a trattenerlo in Macedonia, poi (210) gli schierò contro la Lega etolica.
La guerra in Spagna ebbe un impulso nuovo ad opera di Publio Cornelio Scipione figlio, che, nel 206, obbligò i Cartaginesi ad abbandonare la Penisola iberica.
Anche in Italia la sorte delle armi mutava: Capua nel 211 e Taranto nel 209 caddero nelle mani dei Romani. Nel 207 l'esercito cartaginese guidato da Asdrubale in aiuto del fratello Annibale fu battuto al Metauro e nel 205 Annibale abbandonò l'Italia per tornare in Africa, dove Scipione portò la guerra (204). Stabilitesi solidamente ad Utica, il generale romano, che si era procurato l'alleanza di Massinissa, condusse una campagna fortunata, conclusasi con la vittoria su Annibale a Zama (202). Per
il Trattato di pace Cartagine abbandonava tutti i possedimenti fuori dell'Africa; cedeva la Numidia a Massinissa; consegnava la flotta e gli elefanti; si impegnava a pagare un'ingente indennità ed a non far guerra senza il consenso di R. Quest'ultima, a prezzo di durissima lotta, aveva trionfato dell'unica potenza capace di contrastarle il passo nel Mediterraneo; ed aveva riportato un enorme successo politico, avendo potuto contare, contrariamente alle previsioni di Annibale, sulla sostanziale fedeltà dei suoi alleati italici.
Rimaneva ora l'opera di consolidamento dei risultati. Battuti i Celti, l'Italia settentrionale veniva compiutamente organizzata, con la fondazione di nuove colonie e con la costruzione della via Emilia, da Rimini a Piacenza, mentre veniva conquistata la Liguria e assicurato il confine orientale con la fondazione della colonia latina di Aquileia (181) e, successivamente, con la conquista dell'Istria.
La lunga lotta in Spagna si concluse solo molto tardi, con la presa di Numanzia ( 133 a. C.). Contemporaneamente, la terza guerra punica fiaccava definitivamente la potenza cartaginese. Cartagine ( 146 ) veniva distrutta e il suo territorio (gran parte dell'odierna Tunisia) costituì la provincia d'Africa.
Il dominio su tutto il bacino del Mediterraneo fu conseguito da R. attraverso una paziente politica, la cui prima fase, iniziatasi nel 201 a. C. con l'aiuto dato a Pergamo e a Rodi, proseguita con la lotta contro Filippo (202), si concluse con la vittoria romana a Cinocefale (197) e la proclamazione dell'indipendenza degli Stati greci (Corinto, 196). A questa fase segui quella della guerra contro Antioco di Siria, battuto dapprima nel 191 alle Termopili e una seconda volta l'anno seguente a Magnesia presso il Sipilo e costretto alla Pace di Apamea (188). La terza guerra macedonica, contro Perseo figlio di Filippo, si concluse, dopo alterne vicende, anch'essa con la vittoria romana a Pidna (168).
Da questo momento R., che si era limitata a far sentire la propria influenza in Oriente, cambiò politica: la Macedonia divenne provincia e anche la Grecia venne sottoposta al dominio romano, dopo la distruzione di Corinto, avvenuta lo stesso anno (146) di quella di Cartagine.
## Page 656
V. La costituzione repubblicana e la sua crisi. La costituzione della città che aveva esteso le proprie conquiste a tutto il bacino del Mediterraneo era fondata, nel momento di apogeo della Repubblica, su tre organi: la magistratura, il senato, i comizi. Le magistrature erano cresciute di numero: accanto ai consules si trovavano, infatti, non solo il praetor urbanus istituito nel 367 , ma i censores (istituiti probabilmente da una lex Aemilia nel 434 per redigere il censo e assurti poi all'altissimo incarico di controllori della pubblica moralità), i quaestores, gli oediles curules e un altro praetor, istituito nel 242 per amministrare la giustizia tra Romani e stranieri e tra stranieri, e detto perciò peregrinus. Accanto a queste magistrature patrizie - in quanto di tutto lo Stato - (la cui caratteristica è di essere collegiali, gratuite e temporanee), altre ve ne sono, dette plebee: il tribunato e l'edilità della plebe. Compito dei tribuni e di difendere gli interessi della plebe; e, a tale scopo, essi sono muniti dell'intercessio (v.), con cui possono impedire gli atti di qualsiasi magistrato, della prensio, facoltà di arrestare chi si opponga alla loro volontà, mentre godono della inviolabilità personale (sacrosanctitas).
I principali magistrati della Repubblica, quelli chiamati ad esercitare attività militari e di governo, sono, a somiglianza dell'antico rex, muniti di imperium, capacità generale di comando, cui è connesso l'auspicium, facoltà di interpretare la volontà degli dèi.
Il Senato è, in epoca repubblicana avanzata, composto di patrizi (patres) e di plebei (conscripti), attraverso una scelta effettuata dapprima dai consoli, più tardi dai censori. E questa assemblea, alla quale si accede dopo aver gerito le magistrature, che costituisce la vera centrale di comando della Repubblica, anche per la continuità della politica, che essa può meglio assicurare nei confronti dei magistrati annuali. Ad essa spetta la direzione della politica estera e di quella finanziaria; ad essa l'assunzione del potere (interregnum) quando vengano a mancare i magistrati supremi; essa esercita, infine, un potere di ratifica (auctoritas) nei confronti delle deliberazioni delle assemblee popolari.
Anche queste ultime sono cresciute di numero: accanto ai vetusti comitia curiata, sorgono, verso la metà del sec. v. i comitia centuriata, assemblea di origine militare a base timocratica, composta, nella sua fase compiuta, di 193 centurie, distinte in cinque classi a seconda del censo e ordinate in modo da assicurare la prevalenza nelle votazioni alle classi più abbienti.
Ugualmente assai antichi sono i comitia tributa, in cui il popolo è inquadrato per tribù. Ambedue questi comizi assunsero, con il tempo, una triplice competenza : elettorale (per la nomina dei magistrati, maiores nei centuriata, minores nei tributa), legislativa, giudiziaria.
In contrapposto a queste assemblee, che radunano tutto il popolo, una ve ne ha, esclusiva della plebe (ancitia plebis tributa), che si raduna sotto la presidenza dei tribuni e le cui deliberazioni (plebiscita) ebbero valore per la sola plebe, fino a quando una lex Hortensia ( 286 a. C.) non le parificò alle leggi comiziali (v. Plebiscito).
Questa struttura costituzionale, in cui il popolo è chiamato ad esercitare i diritti politici (peraltro limitati: R. non è mai stata una democrazia in senso moderno), direttamente, e non per mezzo di rappresentanti, era però adatta ad una comunità ristretta, al più, ai limiti della Penisola italica. La conquista del grande impero mondiale poneva non solo la necessità di organizzare i territori nuovi secondo schemi differenti da quelli impiegati in Italia (federazione, municipi, colonie), ma creava, altresì, l'esigenza di un forte potere centrale, capace di controllare non solo i territori, ma anche i magistrati ad essi preposti.
La forma di organizzazione impiegata nei territori fuori dell'Italia peninsulare fu la provincia. Al territorio incorporato e divenuto proprietà del popolo romano veniva preposto un magistrato (che portò dapprima il titolo di praetor, poi di processusl o di propraetor, a seconda della carica precedentemente gerita in città), assistito da dieci legati del Senato e da un quaestor.
Il dominio romano aveva subito un'enorme espan-
sione; ma proprio in questa espansione, e nella modificazione profonda che essa produsse nell'economia e nella vita romana in genere, e da vedere la causa prima di quella serie complessa di fenomeni che vanno sotto il nome di crisi della Repubblica. Il largo afflusso di capitali, di merci, di schiavi, aveva profondamente mutato la fisionomia economica dell'Italia. L'abbandono dei campi, dapprima conseguenza delle operazioni militari svoltesi nella Penisola, era continuato poi perché determinate colture erano divenute antieconomiche e certi prodotti (p. es., il grano) giungevano ai porti italiani a prezzo molto più conveniente di quello interno. Si venne allora formando una serie di grandi proprietà terriere, concentrate nelle mani della classe senatoria, la quale doveva impiegare in questo modo le ricchezze accumulate durante le guerre, essendole proibito l'esercizio del commercio. A questo si dedicava invece, praticamente in regime di monopolio, la classe dei cavalieri (ordo equester), che si era venuta progressivamente affermando e che si poneva, anche come forza politica, in contrasto con la nobilitas senatoria. Al di sotto di queste classi privilegiate