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lio, la classe dei cavalieri (ordo equester), che si era venuta progressivamente affermando e che si poneva, anche come forza politica, in contrasto con la nobilitas senatoria. Al di sotto di queste classi privilegiate non esisteva ormai quasi più il popolo, che prima esercitava i suoi diritti politici nei comitia e che era pronto ad accorreve a difendere la Repubblica sui campi di battaglia. Scompasso il cittadino-soldato, all'antico esercito se ne era sostituito uno di mestiere, composto di soldati che si arruolavano per lunghi periodi, desiderosi di partecipare alle larghe distribuzioni di bottine e legati, dalla lunga consuetudine del servizio, più al loro comandante diretto che all'autorità, astratta e lontana, dei magistrati e del Senato. In R., nei comitia, non rimaneva che una turba di nullatenenti, pronta a seguire i capi delle varie fazioni in lotta, i quali a seconda della loro capacità momentanea ne sapessero solleticare gli istinti e soddisfare gli interessi con distribuzioni di viveri e di denaro.

Intorno a R., poi, cominciava ad addensarsi il malcontento degli alleati italici, duramente provati dalla guerra e troppo scarsamente ricompensati; e che invano avevano chiesto la concessione del diritto di cittadinanza romana.
VI. Dai Gracchi a Cesare. - La prima manifestazione evidente della crisi della Repubblica si ebbe nel 133 a. C., con il tribunato di Tiberio Gracco. Più delle singole proposte da lui fatte, interessa qui rilevare che, per la prima volta, si assiste ad un tentativo di affermazione del principio della sovranità popolare, intesa non solo nel senso che la volontà del popolo debba prevalere su quella degli organi della civitas, ma altresì nel senso che il popolo conferisca ai magistrati un mandato vincolante e che possa quindi revocarli quando essi si discostino dalle istruzioni ricevute. A questi principi di ordine rivoluzionario il Senato ne opponeva altri, ugualmente contrastanti con la costituzione repubblicana; con il tentar di ricorrere al sevatusconsultum ultimum, con il ratificare l'uccisione di Tiberio Gracco dichiarato hostis reipublicae, e soprattutto con il concedere ai magistrati poteri eccezionali, esso anticipava le magistrature straordinarie attraverso le quali doveva attuarsi il passaggio dalla repubblica al principato.

L'opera di Tiberio fu continuata dal fratello Caio Gracco, tribuno per gli aa. 123 e 122; ma anche questo tribunato, conclusosi con la morte di Caio, non fece che aggravare quella che era stata la situazione seguita alla morte di Tiberio.

Subito dopo R. si trovò a dover fronteggiare, in Africa, la minaccia di Giugurta, erede, con altri due principi, del trono di Numidia. Giugurta riuscì ad escludere i coeredi, uno dei quali, Aderbele, aveva ottenuto la protezione dei Romani; questi, nel 111 a. C., iniziarono la guerra, che si protrasse, con vicende alterne, fino al 106, anno in cui Caio Mario, battuto Giugurta, riuscl a farselo consegnare dal Re di Mauritania presso il quale il Sovrano numida aveva cercato rifugio.

Mario si volse poi a fronteggiare la minaccia dei Cimber e dei Teutoni, che avevano, nel 105, battuto i Romani ad Arausium (Orange). Stabilitosi nel 104 nella Gallia meridionale, provvide a riformare l'esercito e ad apprendergli una nuova tattica; nel 102 i Teutoni furono

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battuti presso Aquae Sextiae (Aix-en-Provence) e l'anno successivo i Cimbri presso Vercelli.

Mario aveva rivestito ininterrottamente il consolato dal 104 al 100 a. C., ed era ormai il capo riconosciuto del partito popolare. Due esponenti di questo, L. Apulzio Saturnino e G. Servilio Glaucia, tentarono, negli aa. 100 e 99, di stabilire il predominio del partito democratico; ma i disordini da loro provocati diedero al Senato l'occasione di una energica repressione; con la fine del larc tentativo decadde la posizione politica di Mario e quella della classe dei cavalieri, che si erano alleati ai popolari.

Ma la necessità di riforme era presente anche agli esponenti più illuminati della nobilitas: uno di questi, M. Livio Druso, tribuno per l'a. 91, preparò una serie di leggi, che incontrarono però grande opposizione. Druso, che si era anche presentato come difensore degli interessi degli alleati italici, fu ucciso misteriosamente. La sua morte fu il segnale della ribellione in Italia: gli alleati costituirono contro R. un vero e proprio Stato, con magistrature e senato, avente la capitale a Corfinio e chiamato Itulia e con vari eserciti si prepararono a marciare su R. Dopo un anno di lotta, nel 90 , una
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Roma - Rilievo con alcuni edifici di età imperiele. Frammento del monumento degli Ateri (fine I sec.) - Roma, Museo Lateranense.
(10. Alineri)
Roma - Rilievo con alcuni edifici di stà imperiele. Frammento del monumento degli Ateri (fine I sec.) - Roma, Museo Lateranense.

Lev Iulia concesse la cittadinanza romana agli alleati italici rimasti fedelio che avessero deposto le armi; nell'89, una Lex Plautia Papiria la estese a tutti i residenti in Italia che entro 60 giorni ne facessero domanda al pretore.

Poco dopo scoppiò il conflitto tra Mario e Silla, divenuto console e designato per il comando della guerra contro Mitridate re del Ponto. Di fronte al tentativo del partito mariano di togliergli questo comando in seguito ad un plebiscito, Silla marciò su R. e la occupò. Ma, costretto a ripartire per condurre la guerra, lasciò la città in balia dei suoi avversari : nell'a. 86 Mario e L. Cornelio Cinna furono nominati consoli senza elezione popolare.

Silla, frattanto, conduceva fortunate operazioni militari in Oriente: conquistata Atene nell'86, riportò due vittorie, a Gheronea e presso Calcide; e, in seguito a trattative con Mitridate, concluse con questo rapidamente la pace. Riorganizzata l'Asia, nella primavera dell'83 Silla sbarch a Brindisi e, battuti successivamente gli eserciti consolari e quelle degli Italici, che intendevano profittare della situazione per affermare la loro indipendenza da R., rientrò nella capitale. La repressione contro il partito democratico fu spietata: le proscrizioni sgombrarono la scena politica degli avversari di Silla, il patrimonio dei proscritti fu venduto all'incanto ed i loro schiavi, manomessi dal vincitore, divennero, con il nome di Cornelii, i suoi più forti sostenitori. Silla fu nominato dictator legibus scribundis et reipublicae constituendae, facendosi conferire titolo e poteri già completamente al di fuori della costituzione repubblicana. Il regime da lui instaurato, definito regnum dagli antichi e monarchia mancata dai moderni (Carcopino), intendeva cancellare ogni rilevanza politica del partito popolare e della classe dei cavalieri. Il Senato fu portato a 600 membri, il numero dei questori a 20 , quello dei pretori a 8 . Furono stabiliti la carriera dei magistrati e il modo di designare i governatori provinciali. Il fatto di aver ricoperto la carica di tribuno della plebe escludeva da ulteriori progressi nella carriera politica. Venne aumentato il numero dei tribunali penali permanenti (quarctiones perpetuue), i cui componenti dovevano essere scelti nell'ordine senatorio.

Compiuta quest'opera, Silla nel 79 depose la dittatura e si ritirò a Pozzuoli, dove morì l'anno seguente. La costruzione che egli aveva faticosamente eretta doveva subire i primi colpi, avvisaglie della definitiva decadenza, proprio ad opera di un personaggio che era stato uno
dei suoi luogotenenti, quel Gneo Pompeo che, giovanissimo, aveva levato a sue spese e condotto a Silla due legioni ed aveva da questo ottenuto, senza essere magistrato, il trionfo e l'epiteto di magnus. Le capacità militari di Pompeo furono subito utilizzate nel 77, quand'egli, come privato, venne incaricato di condurre la guerra a fianco del console Q. Lutazio Catulo contro la ribellione scoppiata in Etruria, nelle località dove Silla aveva fatto larghe assegnazioni di terre ai suoi veterani. Subito dopo egli fu inviato in Spagna con imperium proconsulare a fronteggiare Q. Sertorio, esponente del partito democratico, che, divenuto governatore della Spagna settentrionale nell'83, e successivamente postosi a capo dei partigiani di Mario e dei ribelli lusitani, era, nel 77, padrone della Spagna citeriore. Dopo una lunga campagna, Sertorio e il suo luogotenente Perperna vennero battuti (72 a. C.).

Pompeo rientrò
in Italia in un momento delicato; nel 74 era ricominciata la guerra contro Mitridate e, poco dopo, era scoppiata, in Italia, una grande rivolta di schiavi, guidata da Spartaco. Questa sollevazione, di oltre 40.000 uomini, fu domata con grande fatica; l'ultimo esercito di schiavi fu battuto proprio da Pompeo.

Per ottenere il consolato, senza aver gerito le magistrature inferiori, egli si accordò con il partito popolare e con i cavalieri: e fu, con Crasso, eletto console per l'a. 70. I nuovi consoli attuarono alcune riforme contrarie alla politica sillana, mentre il prestigio del Senato subiva un grave colpo per il processo contro Caio Verre, esgovernatore della Sicilia.

Un altro colpo alle norme costituzionali doveva esser dato da Pompeo qualche anno dopo. Nel 67, infatti, per sgombrare il Mediterraneo dai pirati, una Lex Gabinia stabili che a lui, privatus non imperio, fosse dato il comando della guerra, con il diritto di nominarsi dei luogotenenti (legati), di levare truppe, di comandare la flotta e di disporre dell'erario. Si creò così una figura di comandante con poteri praticamente illimitati. E il successo riportato da Pompeo nella lotta contro i pirati fece sì che con una Lex Manilia gli venisse affidato il comando della guerra contro Mitridate e Tigrane : ai poteri già concessigli dalla Lex Gabinia egli aggiungeva così il governo delle provinciae di Cilicia. Bitinia e Asia. Tra il 66 e il 62 a. C., egli non solo vinse Mitridate e fece di Tigrane un vassallo di R., ma riorganizati compiutamente tutto l'Oriente : riordinò le province, fondò varie città e creò una serie di principati vassalli. La Siria venne eretta in provincia, la Palestina divenne uno stato trittitario di R. : le città greche di tutti questi territori ebbero riconosciuta la loro autonomia ed entrarono in rapporti diretti con R.

L'opera compiuta da Pompeo doveva assicurare a lungo i confini orientali; e dimostra, malgrado l'oblio sceso su questo figura dopo la sconfitta nel conflitto con Cesare, le sue elevate capacità di comandante militare e di organizzatore.

Un altro personaggio, infatti, veniva emergendo nel mondo politico romano: C. Giulio Cesare. Di origine patrizia, egli esercitò la sua azione conforme al pensiero del partito popolare; a ciò lo spinsero in parte una visione più larga della situazione che era venuta determinandosi in R., e in parte l'obbiettivo più immediato di controbilanciare la crescente autorità di Pompeo.

Accordatosi con Crasso, Cesare favorì probabilmente nel 66 le mone rivoluzionarie di L. Sergio Catilina. La congiura andò a vuoto una prima volta nel 65 , ma fu riorganizzata nel 63 , anno del consolato di M. Tullio Cicerone. Questi costrinse Catilina a smascherarsi e a

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(1st. Eist)
Roma - Torre delle Milizie, Mercati Traianci e Foro di Traiano.
fuggire presso i congiurati in Etruria e fece giustiziare, con procedura costituzionalmente censurabile, i ribelli rimasti in R. Catilina fu successivamente battuto e ucciso in battaglia presso Pistoia.

Questa era la situazione quando, verso la fine del 62. Pompeo sbarcò a Brindisi : celebrò l'anno successivo il trionfo, ma non riusci ad ottenere la distribuzione di terre ai suoi veterani e neppure la ratifica dell'organizzazione data all'Oriente. Veniva con ciò a trovarsi in conflitto con il Senato, come aveva chiaramente previsto Cesare. Questi, che era stato propretore in Spagna, dove aveva dato prova di buone capacità ed aveva rinaanguato il suo patrimonio, venne eletto console per l'a. 59, insieme a M. Calpurnio Bibulo.

Egli si accordò con Pompeo e Crasso per esercitare a profitto suo e dei suoi alleati l'autorità sullo Stato negli anni avvenire. Propose una serie di leggi e fece approvare dai comizi, contro l'opposizione senatoria, l'ordinamento dato da Pompeo all'Oriente, mentre faceva concedere facilitazioni finanziarie agli appaltatori che fiancheggiavano Crasso.

In conseguenza degli accordi, a Cesare proconsole fu affidato per cinque anni il governo della Gallia Cisalpina e dell'Illirico, cui si aggiunse successivamente quello della Gallia Narbonese. Cio permise all'ambizioso condottiero di formare una solida base alla sua influenza politica, legando a sé gli eserciti sottoposti al suo comando : egli estese il dominio di R. dai Pirenei e dall'Oceano fino alle Ardenne e ai Vosgi, respinse gli Elvezi e batté sul Reno Ariovisto, allontanando cosi la minaccia germanica dal territorio gallico.

In un convegno con Pompeo e Crasso a Lucca (36) fu stabilito che questi assumessero il consolato per l'a. 55 : per il successivo quinquennio a Pompeo era assegnato il governo della Spagna, a Crasso quello della Siria, mentre a Cesare sarebbe stato confermato il comando in Gallia. Durante questo tempo, Cesare sistenò definitivamente la Gallia dopo la vittoria su Vercingetorige. Ma in seguito alla morte di Crasso (a. 53), Pompeo ritenne giunto il mo-
mento di assumere una funzione più saliente nello Stato : consul sine collega per l'a. 52, si tenne pronto a sostenere militarmente la politica senatoria. Di fronte a questo atteggiamento Cesare cercò di trattare con il Senato la propria nomina a console per l'anno successivo (49), al cessare del suo governo provinciale. Cio andava contro una norma costituzionale, ma Cesare lo richiedeva soprattutto per evitare un giudizio sulla sua attività di governatore. Il Senato non solo rifiutò la nomina, ma richiamo Cesare. Questi passò in Italia e varcò il Rubicone (genn. del 49), che segnava il confine del territorio sottoposto al suo governo. Pompeo abbandonò con i magistrati e con il Senato R. e l'Italia per apprestare in Oriente l'esercito per la battaglia decisiva. Cesare, occupata R., si recò in Spagna dove batté i legati di Pompeo; e dopo essere rientrato per brevi giorni nella capitale, si recò in Macedonia ad affrontare il rivale, che batté a Farsalo (a. 48). Passato in Egitto, dove Pompeo credendo di avere ricovero dal Re aveva invece trovato la morte, Cesare si trovò coinvolto nella lotta dinastica della famiglia tolemaica. Rientrato a R. nell'autunno del 47, fu nominato dittatore, ma, prima ancora di potersi dedicare all'attività di governo, fu costretto ad affrontare gli ultimi resti del partito pompeiano, che, in Africa, si erano riorganizzati, assicurandosi l'alleanza di Giuba, re di Numidia. Battuti gli avversari a Tapso e ridotta la Numidia a provincia (a. 46), Cesare era ormai il padrone dello Stato. Dictator perpetum, investito del titolo ereditario di imperator, titolare della proefectura morum e investito della inviolabilità tribunizia, si comportò come un monarca nei suoi atti di governo. Non era questa, in quel momento, la via per assicurarsi il dominio su R. e sul suo Impero: e per questo suo errore politico Cesare cadde nel 44 , vittima di una congiura.

VII. Ottaviano e la genesi del principato. Ottaviano, nipote diciannovenne di Cesare, sembrò aderire in un primo momento al partito degli uccisori dello zio, pensoso anzitutto di consolidare la propria posizione : si fece confermare dai comizi l'adozione da parte di Cesare, consegui il consolato nell'ag. 43 e riusci a farsi conferire un imperium, prevalente su quello consolare, il diritto di far leve e l'incarico di difendere lo Stato contro i rivali Antonio e Lepido.

Questi videro l'opportunità di venire a patti : e verso la fine dell'ott. 43, si incontrarono a Bologna con Ottaviano. Frutto di questo incontro fu un accordo che ebbe poco dopo la sua consacrazione ufficiale in una lex Titia, preposto il 27 nov. 43, che nominava Ottaviano, Antonio e Lepido tresviri reipublicae constituendue con potere illimitato.

Battuto definitivamente il partito senatorio nell'ultima battaglia di Filippi (nov. 42), Ottaviano e Antonio convennero che la Gallia Cisalpina venisse riunita all'Italia ed amministrata da R.; la Gallia Transalpina veniva affidata ad Antonio con le province orientali; ad Ottaviano erano attribuite le Spagne ed era concessa libertà di iniziativa in Italia e nel Mediterraneo; le province africane erano affidate a Lepido. In una successiva distribuzione a Lepido fu conservata l'Africa, ad Ottaviano fu dato l'Occidente, mentre l'Oriente fu affidato ad Antonio che avrebbe dovuto condurre la lotta contro i Parti, mentre Ottaviano combatteva contro Sesto Pompeo.

I poteri dei triumviri avrebbero dovuto scadere, secondo la lex Titia, il 31 dic. 38. Malgrado ciò essi continuarono ad esercitare il potere eccezionale e solo nel sett. o ott. 37, Ottaviano e Antonio si incontrarono a Taranto per decidere la proroga del triumvirato e fissare la nuova scadenza al 31 dic. 32. Nel 36 Ottaviano costrinse Lepido a deporre la sua carica, mentre otteneva, per plebiscito, il diritto di sedere sui subsellia tribunicia con l'inviolabilità annessa.

L'opinione pubblica, nel frattempo, seguiva con preoccupazione il comportamento di Antonio in Egitto; e l'indignazione popolare raggiunse il culmine quando venne pubblicato, ad opera di Ottaviano, il testamento che Antonio aveva affidato alle Vestali e dal quale appariva la sua intenzione di trasferire la capitale da R. ad

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(fot. Fasari)
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(fot. Alinari)
In alto: SUOVETAURILIA. Rilievo dell'età di Tiberio, già in Palazzo S. Marco - Parigi, Museo del Louvre. Al centro: ARA DEI VICOMAGISTRI, ritrovata sotto il Palazzo della Cancelleria. Particolare con i Vicomagistri e i Camilli che recano le statuette dei Lari e del Genio dell'Imperatore dell'età dei Flavi Musei Vaticani. In basso: TRAIANO CHE SACRIFICA A GIOVE - Benevento, arco di Traiano.

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In alto a sinistra: ESTERNO DELLA CHIESA DEI SS. NEREO E ACHILLEO. Del sec. Ix, restaurata nel 1997. In alto a destra: PIAZZA DEL CONVENTO DEI SS. GIOVANNI E PAOLO. La chiesa è del sec. V, restaurata nel sec. xII. La facciata è stata rivestita dai restauri del 1946. In basso a sinistra: NARTICO DELL'ARTICA BASILICA DI S. CLEMENTE - Roma. In basso a destra: ATRIO DELLA BASILICA DI S. LORENZO FUONI LE MUNA (dopo i restauri del 1949) con affreschi del sec. xIII e lapide a Pro XII in ricordo della sua presenza fra i volpini dal bombardamento aereo del 19 luglio 1943.

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Alessandria. Antonio venne, per quanto illegalmente, deposto dal triumvirato, mentre fu dichiarata la guerra contro Cleopatra.

Ottaviano, cui fu affidato il comando di questa guerra, provvide abilmente a rinforzare la propria posizione con un giuramento di fedeltà prestatogli dall'Italia e da alcune province (coninratio Italiae et provinciarum : Mon. Ancyr., 25); batté Antonio il 2 sett. 31 ad Aolo, occupò Alessandria il $1^{\circ} \mathrm{ag}$. 30 e depose la dinastia dei Tolomei, sostituendosi ad essa. Rientrato a R., vi celebrò, nei giorni 13-15 ag. del 29, il trionfo che segnava la fine delle guerre civili.

Egli si accinse ad un'opera che non fu solo una ricostruzione, ma, attraverso tappe successive, la fondazione di un nuovo regime. Nei 28 Ottaviano rivestí il consolato. Ma la sua posizione personale era assai più rilevante di quella dei collega nella suprema magistratura repubblicana. Egli portava infatti, quale praenomen, il titolo di imperator, che gli spettava come erede di Cesare e che gli era stato confermato dal Senato nel 29 a. C.

Ottenne inoltre il titolo di princeps Senator, mentre, attraverso varie concessioni, era venuto in possesso di quasi tutti i poteri e le prerogative dei tribuni della plebe, anche se, come appare più probabile, la tribunicia potestas gli venne concessa in pieno solo nel 23 .

Egli era, infine, ancora rivestito del potere straordinario costituente che aveva avuto la sua prima fonte nella lex Titia, come appare, oltre che dai suoi atti, dai termini con cui nelle fonti è indicata la rinuncia da lui fatta nella seduta del Senato del 13 genn. 27 a. C.

Egli stesso afferma (Mon. Ancyr. lat., VI, 13-16) che per consensum universorum positus rerum omnium, trasferí lo Stato (e quindi i poteri dello Stato) dalla sua potestas «in Senatus Populique Romani arbitrium». Egli abbandonò quindi (come confermano anche altre fonti) il potere costituente e il comando generale sulle truppe, conservando invece tutti gli altri poteri, titoli e prerogative.

In cambio di tale rinunzia gli venne conferito il titolo di Augustus (colui che è sacro per designazione divina), mentre gli veniva tributata tutta una serie d'onori. Per l'esatta intelligenza della sua posizione interessa tener presente quanto egli stesso dice riguardo al periodo di tempo che segue alla rinuncia del 27. Egli (Mon. Ancyr. lat., VI, 31 sgg.) afferma di essere stato superiore a tutti per auctoritas, senza persiltro aver avuto maggiore potestas di coloro che gli furono, tra il 27 e il 23 , colleghi nel consolato. Ora, il termine auctoritas è largamente impiegato nel diritto romano, pubblico e privato; il significato specifico che esso viene ad assumere nel caso di Augusto "designa... la posizione giuridicamente preminente dell'uomo nella cui persona è connaturato il potere pubblico, in modo completamente diverso da quello con cui esso viene attribuito ai magistrati repubblicani : e si collega con il nuovo concetto della maiestas degli imperatori, in cui si accentua l'elemento religioso" (de Francisci).

Questa auctoritas si concreta d'altra parte in concessione di poteri. Infatti Augusto è investito di un imperium proconsulare decennale, con il governo delle province non ancora pacificate e il relativo comando delle truppe; e ottiene la cura et tutela rei publicae universa, e cioè, in sostanza, la facoltà di compiere tutti quegli atti e di prendere quei provvedimenti da lui ritenuti utili per il bene dello Stato.

Già di fronte a queste concessioni è difficile parlare, come fanno alcuni storici, di una restaurazione repubblicana attuata da Augusto. Ma la sua costruzione costituzionale si completa nel 23, quando egli rinuncia al consolato (per non assumere più in seguito alcun titolo repubblicano) : in quell'anno, infatti, gli vennero conferiti la tribunicia potestas (nella sua pienezza) a vita e un imperium proconsulare (infinitum, cioè non sottoposto al limite del pomerium, e maius, in quanto superiore a quello di qualsiasi magistrato). Ma l'uno e l'altro potere
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(fti. Anderson)

Roma - L'Ars Pacis Augustae, nella ricomposizione definitiva - Roma.
gli venne conferito disgiuntamente dai rispettivi uffici repubblicani.

Con la fondazione del principato si assiste alla creazione di una burocrazia, di una serie di funzionari, che lentamente assorbono le attribuzioni proprie delle antiche magistrature. Ad alcune di queste, conservate, si attribuiscono funzioni nuove nel quadro del nuovo assetto costituzionale, ma viene a mancare qualsiasi forza direttiva nel governo dello Stato; i comitia furono chiamati da Augusto a legiferare e votarono numerose ed importanti leggi (de ambitu. de vi publica et privata, iudiziorum publicorum et privatorum, de maritandis ordinibus, ecc.); ma la loro funzione era destinata ad inaridirsi con l'aumentare dell'autocità del princeps. L'organo che invece accrebbe le sue funzioni fu il Senato (e ciò può spiegare l'opinione di Mommsen, che ha definito il regime augusteo come una diarchia formata dal princeps e dal Senato); esso acquista larga competenza nella giurisdizione penale e diviene capace di emanare norme giuridiche : i senatusconsulta divengono, infatti, fonti di diritto. Anche in questo caso, tuttavia, tale accresciuta competenza è più apparente che reale, in quanto assai spesso il senatusconsultum non è che il testo di una proposta (oratio) del principe fatta propria dall'assemblea.

In virtù dei suoi poteri il princeps influisce poi sulla giustizia, civile e penale, sia giudicando in grado di appello, sia affidando a propri funzionari il diritto di giudicare senza l'osservanza delle regole del processo ordinario (cognitio extra ordinem). Egli fa sentire, infine, la sua autoritá anche sulla giurisprudenza, conferendo ad alcuni giureconsulti il ius respondendi ex auctoritate principis. Di più, egli può manifestare, anche direttamente, la propria volontà nel campo normativo, con le costituzioni imperiali, le quali, con il tempo, faranno inaridire ogni altra fonte di diritto.

Si può quindi agevolmente concludere che, alla fine di questa complessa rivoluzione legalitaria, ci si ritrova di fronte ad un organo nuovo, sovrapposto alla costituzione repubblicana, formalmente conservata ma destinata ad atrofizzarsi.
VIII. Da Augusto ai Severi. - Successore di Augusto fu Tiberio (v.), che era stato adottato dal predecessore e che aveva, già lui vivente, ottenuto una parte dei suoi poteri (imperium proconsulare maius) per facilitare il trapasso di autorità. Nel principato mancava, infatti, un sistema prestabilito per assicurare la successione : e questa mancanza, trascinatasi nei secoli e alla quale si cerco volta a volta di ovviare con espedienti di vario genere, fu una delle cause della crisi che si concluse con il passaggio dal principato all'impero assoluto.

Rimandando per questo e per gli altri imperatori ai rispettivi separati esponenti, basterà qui richiamare le

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linee essenziali della politica di R. Sotto Tiberio fu occupato il territorio germanico fronteggiante Magonza; sotto Claudio (v.) fu estesa ulteriormente l'espansione in Germania, mentre venivano occupate la Maurctania, la Tracia, il sud della Britannia, e la Rezia e il Norico venivano ridotte a provinciae. Sotto Nerone (v.) il Regno del Ponto fu trasformato in provincia e l'Armenia divenne nuovamente uno stato tributario di R. La rivolta della Giudea fu soffocata nel sangue e si concluse con la distruzione di Gerusalemme sotto Vespasiano (v.), al quale si deve anche la definitiva conquista della Britannia.

Un'affermazione decisa del potere del princeps si ha, dopo il breve governo di Tito (v.), con Domiziano (v.). Messosi in politica interna sulla via del cesariamo, in politica estera questo Imperatore passò all'offensiva lungo tutta la linea del Reno e del Danubio, fino a raggiungere il Meno. Domiziano finì il suo regno tragicamente: ed ebbe come successore Nerva (v.), mite ed avveduto politico, che resse con criteri liberali l'Impero. Sotto di lui furono per l'ultima volta presentate leggi ai comitia.

Con Traiano (v.) l'Impero raggiunse la sua massima espansione territoriale. Sotto questo imperatore, primo provinciale a salire sul trono, l'equilibrio politico ed economico dell'Impero si sposta definitivamente da R. sulle province. E che ciò sia vero, si vede subito con il successore Adriano (v.), quando, sotto la pressione simultanea ai confini orientali ed occidentali, si abbandonano le più recenti conquiste e si ritorna alla politica sostanzialmente difensiva di Augusto, con la creazione di un limes fortificato.

Tuttavia questo Imperatore si pone come una figura di grande rilievo nella storia del principato. Avvertendo appunto l'importanza che l'Impero ha in contrapposizione a R., egli ne percorse tutto il territorio, trattenendosi solo brevemente nella capitale. A lui, in apparenza tenace tradizionalista, si deve una serie di innovazioni, che consolidarono definitivamente la struttura del principato, organizzarono l'esercito e la burocrazia imperiale, disciplinarono le fonti del diritto. Con Augusto era cominciata, infatti, la creazione di nuovi organi ed uffici, accanto a quelli repubblicani. Il princeps aveva costituito una sua cancelleria, distinta in varie sezioni, a seconda degli affari trattati (a memoria, a libellis, ab epistolis, a cognitionibus); aveva preposto propri funzionari alle province da lui direttamente dipendenti e alla direzione di servizi particolarmente delicati. Sorgono così varie categorie di funzionari: oltre ai legati (v. legato), i praefecti (con incarichi militari, come il praefectus praetoris, amministrativi e giurisdizionali come il praefectus urbi, e, con competenza più limitata, quelli vigilum ed annonae; ad uno speciale praefectus era poi affidato il governo dell'Egitto), i curatores, i procuratores (v. Procuratore). Adriano riorganizzò tutta la carriera di questi funzionari, tratti generalmente dall'ordine equestre, e ne fissò il trattamento economico. Nel campo giuridico, Adriano disciplinò il ius respondendi e, nell'intento di affermare sempre maggiormente l'influenza del princeps, diede al giurista Salvio Giuliano l'incarico della definitiva sistemazione dell'Editto (v.) pretorio, arrestando così anche la residua attività creatrice del pretore.

Anche Adriano non era però riuscito a creare un sistema capace di assicurare automaticamente la successione. Egli aveva nominato Caesar e insignito della tribunicia potestas Antonino Pio (v.), che nel 138 sali al trono e durante il lungo regno del quale si ebbe una nuova espansione dell'Impero. Un fenomeno interessante dal punto di vista costituzionale si ebbe con i successori, Marco Aurelio (v.) e Lucio Vero, che regnarono insieme negli aa. $16 \mathrm{i}-6 \mathrm{~g}$. A partire dalla morte di Antonino Pio, R. si trovò a dover affrontare una duplice minaccia, ad occidente e ad oriente. La pressione delle popolazioni germaniche non doveva praticamente più arrestarsi : e anche tutta l'attività del successore Commodo (v.) dovette limitarsi a perfezionare e rafforzare il sistema del limes adrianeo. Con questo Imperatore si chiude quella che può chiamarsi la "dinastia" degli Antonini. Essa è caratterizzata da un governo rivolto solo a conservare la situazione ereditata dai precedenti imperatori, governo ispirato alla mitezza, per quanto pro-
prio in quest'epoca si sia registrato un inasprimento nella politica verso i cristiani.

Alla morte di Comando segui una grave crisi, conchiusasi con l'assunzione al trono di Settimio Severo (v.). Questi concluse quel processo di parificazione delle regioni orientali con le altre parti dell'Impero che si era iniziato già al tempo di Adriano e che preludeva alla concessione della cittadinanza a tutti coloro che erano in orbe romano. compiuta dal successore Caracalla (v.) nel 212.

L'età del Severi, conclusasi con Elagabalo e Alessandro Severo (v.), è quella che vede affermarsi la prevalenza dell'esercito su ogni altra forza dello Stato, anche per la designazione degli imperatori. Ma assiste anche all'ultima grande fioritura della giurisprudenza, con Papiniano (v.), Paolo (v.) ed Ulpiano (v.).
IX. L'impero assoluto. - Dopo il 233, data della morte di Alessandro Severo, ha inizio un periodo di grave crisi. E anche in quest'epoca che si verificano alcune tra le più gravi persecuzioni contro i cristiani. Per salvare lo Stato da una rovina che sembrava imminente occorreva una forte personalità : questa fu rappresentata da Diocleziano (v.). L'opera energica da lui spiegata sembrò riportare ordine nell'Impero; ma una gran parte delle sue riforme non poteva, per le condizioni obiettive del momento, durare. Anche la tetrarchia non fu in grado di assicurare la successione e l'Impero ebbe nuovamente un solo sovrano con il successore Costantino. Rimandendo per le vicende sinoche all'esponente relativo e ad oriente, impero di, basterà qui ricordare che a Diocleziano e a Costantino si deve la nuova organizzazione dell'Impero, sia territoriale (in prefetture, diocesi e province), sia burocratica. Lo Stato, infatti, è retto ormai da un ordinamento a piramide, al cui vertice si trova l'imperatore, con accanto quattro grandi funzionari centrali, il magister officiorum (v.). Il quaestor sacri palatii (v.) e. per le funzioni finanziarie, il comes sacrarum largitionum ed il comes rerum privatorum.

Nella nuova struttura costituzionale, l'imperatore non è ormai più il princeps, ma è il dominus assoluto; e poiché il suo potere è di origine divina e alla divinità si ricollega, è anche deus. Su questa concezione del potere imperiale hanno, con ogni probabilità, influito gli ordinamenti orientali (specialmente persiani). Ma e interessante notare come tale concezione, volta soprattutto a respingere la sempre più pericolosa influenza ed a controbilanciare il peso delle truppe barbariche e dei loro capi, sia stata propria di Diocleziano come degli imperatori cristiani o cristianizzati, pur avendo, beninteso, diversa base, dato il mutamento nel culto dell'Impero.

L'affermazione del potere assoluto dell'imperatore apre l'ultimo periodo della storia costituzionale di R. Tale periodo, che vide la definitiva decadenza politica dell'Italia e di R., e la capitale stessa trasferita in Oriente. È considerato comunemente come un periodo di crisi. Chi consideri tuttavia come quest'epoca abbia veduto l'attuazione della unità romano-cristiana e la costituzione di uno Stato che è il primo esempio di una organizzazione burocratico-politica di tipo moderno, dovrà parlare non di una crisi ma di una trasformazione colossale, attraverso la quale doveva perpetuarsi non tanto un ordinamento politico concreto, quanto e più l'idea dell'Impero, che doveva poi continuare in quella del «sacro» Romano Impero.

Bim..: per la storia politica: E. Gibbon, The history of the decline and fall of the Roman Empire, 6 voll., Londra 1776 sgg. (trad. it. di G. Belvederi, 2 voll. in 10 tomi, Torino 1926); Th. Mommsen, Römische Gcadi., 4 voll. in a tomi, Berlino 1874-75 (il vol. V [Die Provinzen von Caesar bis Diocletian], 6a ed., ivi 1883, trad. it. 3 voll. in 3 tomi, Torino 1923 sgg.); G. De Sanctis, Storia dei Romani, 3 voll., Roma 1907-23; E. Pan, Storia critica di R., 3 voll., ivi 1926-28; J. Vogt, Die römische Republik, Friburgo in Br. 1932 (trad. it. Bari 1932); G. Ferrero, Nouvelle hist. romaine, Parigi 1936; P. Ducati, L'Italia antica, Milano 1937; R. Paribeni, L'Italia imperiale, ivi 1938; G. Giannelli, R. nell'età della guerra puniche, Bologna 1938; G. Corradi, Le grandi conquiste mediterrane, ivi 1942; F. Altheim, Römische Geschichte, Beriino 1948; A. Piganiol, Hist. de R., Parigi 1949; R. Paribeni, L'età di Cesare e di Augusto, Bologna 1950; A. Calderini, I Severi. La crisi dell'impero nel terzo secolo, ivi 1951; L. Pareti, St. di R. e del mondo romano, a voll., Torino 1952.

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Per la storia giuridica: Th. Mommsen, Römisches Staatsrecht, 5 voll. in 4 tomi, 3* ed., Lipsia 1887 sgg.; P. Bonfante, Sior. del dir. rom., 2 voll., Roma 1934; P. de Francisci, Sior. del dir. rom., I, Milano 1939; II, 1, ivi 1938; III, 1, ivi 1936; id., Arcana imperii, vol. III, 1 e 2, iv; 1948; V. Arangio-Ruiz, Storia del dir. rom., Napoli 1950; G. Scherillo-A. Dell'Oro, Man. di stor. del dir. rom., Milano 1950; F. De Martino, Sior. della costituzione rom., I, Napoli 1951. Si ricordano poi alcuni studi recentramini su punti particolari: G. I. Luzzatto, Le organizzaz. preciveche e lo Stato, in Pubblicaz. della Facoltà di Giuridpandenza dell'Univ. di Modena, Bologna 1948; C. W. Westrup, Quelques recherches sur le problème des orizines de Rome, in Revue intern. des droits de l'antiquité, 3 (1949), p. 351 sgg.; P. de Francisci, La formazione della comunità politica romana primitiva, estr. da Ann. Triestini, 21 (1951), sez. I*; U. Coli, Regnum, Roma 1951.

Rodolfo Danieli

## IV. Religione dei Romani.

Sommario: I. Fonti e studi. - II. I precedenti storici. III. Fondazione di R. e prima fase della religione romana. IV. Dalla fondazione del culto caputolino all'inizio della cultura ellenistica. - V. Dai primi influssi ellenistici all'età augustea. VI. L'Impero. - VII. Il culto privato.

1. Fonti e studi. - Lo studio storico della religione romana si trova davanti a una difficoltà fondamentale e permanente: la cultura letteraria romana si forma solo al contatto e sul modello della cultura ellenistica, a cominciare dal sec. III a. C. in poi; salvo relativamente pochi documenti archeologici, tutti i dati sulla religione romana provengono dunque da un'epoca in cui le classi colte romane che li tramandano, pensano in categorie ellenistiche estranee alle forme mentali che hanno creato la civiltà romana più antica. Nel campo religioso, quasi tutte le divinità vengono considerate identiche a divinità greche analoghe; i miti, i tipi iconografici e le concezioni teologiche di queste vengono senz'altro applicati a quelle. Solo i fatti, d'ordine per lo più cultuale, registrati dagli storici e dagli antiquari, possono servire di base sicura per quel lavoro di ricostruzione che è essenzialmente il compito dello studioso della religione romana.

Le fonti letterarie devono dunque passare attraverso un severo vaglio critico. Inoltre, il grande naufragio della civiltà classica ha travolto la maggior parte della letteratura che poteva esser utile ai presenti fini: si sono salvati più facilmente i grandi poeti classici e i testi di scuola, tarde compilazioni, che non gli scritti antiquari relativamente fidati che, come le opere di Varrone o di Verrio Flacco, si basavano ancora, almeno in parte, sugli scritti sacerdotali e sull'osservazione diretta dei fatti. Le iscrizioni, le monete, i monumenti artistici, provengono ugualmente dall'età e dagli ambienti ellenizzati, facendo appena rispelare qua e là qualche elemento genuino della religione romana.

Dopo pochi predecessori, M. Terenzio Varrone (sec. I a. C.) ha svolto un'attività colossale nel campo delle antichità religiose romane : le sue opere, ca. 500 libri, rimaste in minima parte, sono state sfruttate per tutta la durata della civiltà romana. Gli eruditi posteriori, Gellio, Macrobio, gli scoliasti e i Padri della Chiesa (s. Agostino ha lasciato un riassunto delle perdute Antiquitates rerum humanarum et divinarum varroniane) attingono in buona parte da lui e da qualche altro erudito più antico (come il menzionato Verrio Flacco, la cui scienza sopravvive, ridotta, nel glossario di Festo, a sua volta ridotto da Paolo Diacono). Anche i poeti, come Ovidio nei Fasti (commento poetico al calendario festivo romano), si basano su questa tradizione grammatico-antiquaria, che, del resto, ha salvato anche alcuni frammenti di formole rituali antiche (p. es., del carmen soliare), di regolamenti cultuali, di notazioni annalistiche, ecc. Sono preziose anche le informazioni di autori greci (Plutarco, Dionisio d'Alicarnasso), che rilevano volentieri gli elementi specificamente romani della religione.

Le fonti epigrafiche, iscrizioni sparse per tutto l'Impero romano, sono pubblicate nel CIL di Th. Mommsen, integrato dai vari periodici epigrafici (Ephemeris epigraphica; Année épigraphique, ecc.). A parte le innu-
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(Pr. Eid)
Roma - Porta S. Sebastiano. Ricostruita nel sec. V dall'imperatore Onorio e restaurata nel sec. vi da Narsete - Roma.
merevoli dediche che rivelano la diffusione dei singoli culti, epiteti e funzioni delle divinità ecc., si sono conservati epigraficamente anche alcuni documenti cultuali diretti (le tavole degli Arvali, il rituale dei ludi secolari, i calendari, ecc.).

Le monete si trovano raccolte e sistemate in opere di Cohen, Babelon, Mattingly ed altri, e gettano luce su aspetti della politica religiosa dell'epoca cui risalgono.

E difficile accennare in poche parole ai contributi dell'archeologia e particolarmente degli scavi, ma ognuno capisce che a cominciare dalla disposizione architettonica di un tempio fino ad un mattone timbrato che ne permette la dotazione cronologica, da un bassorilievo simbolico di un sarcofago fino alla minuta suppellettile della tomba o ai resti del sacrificio funebre, tutto può avere importanza per lo studio della religione.

Gli studi sulla religione romana s'iniziano dunque sin dall'antichità romana stessa, ma subito nel segno dell'identificazione sostanziale con la religione greca. Per trovare le prime distinzioni coscienti tra le due grandi religioni del paganesimo, che per tutto il medioevo e anche per l'umanesimo rimane un concetto indifferenziato, bisogna arrivare addirittura al principio del secolo scorso; ma proprio allora, soprattutto sotto l'influsso del romanticismo tedesco, si delinea una netra preferenza dei classiciati per la civiltà e religione greche, più antiche, artisticamente e filosoficamente più formate della religione romana che, all'esame dei dati, appare come una povera imitazione. Fu necessaria la posizione energicamente critica del Niebuhr per dar l'avvio a un indirizzo scientifico in tutto il campo degli studi romani. Dopo i primi tentativi di sintesi del Hartung, del Klausen o i lavori di dettaglio dell'Ambrosch o del Preuner, la religione romana ottiene finalmente il suo posto a fianco di quella greca, p. es., nell'attività diligente, sebbene compromessa da un naturismo semplicista, di L. Preller. Ma una nuova fase, più rigorosamente scientifica, viene aperta

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solo sotto l'influsso e gli stimoli di Th. Mommsen, che determinano la, nascita della cosiddetta scuola filologicostorica. Alfred von Domaszewski e Georg Wissowa, il quale ultimo sarà poi l'autore del manuale tuttora fondamentale sulla religione romana nonché rieditore dell'importante volume sulle antichità religiose romane di J. Marquardt, sono allievi diretti del Mommsen. La Scuola filologico-storica getta le basi scientifiche per lo studio della religione romana appurando minuziosamente la consistenza dei dati e traendone tutte le deduzioni filologicamente possibili : essa viene pregiudicata, invece, dalla sua limitazione strettamente filologica e dalla mancanza di prospettive storico-religiose. Un certo correttivo le proviene dallo sviluppo degli studi folkloristici (iniziati, in Germania, dai Grimm e sfruttati per il campo classico dal Mannhardt), dal nascente interesse etnologico (in Inghilterra: W. Warde Fowler) e storico-religioso universale (in Francia: scuola di S. Reinach). Cosi la religione romana entra a far parte del materiale di studio delle religioni comparate (ed esce dal limitato orizzonte della comparazione greco-romana, rappresentata dal Preuner o, più tardi, dal Roscher), ciò che però porta a un'accentuazione degli schemi generali e astratti dell'evolusionismo (Deubner) e ad un allontanamento dalla specifica spiritualità classica. Intanto, con il progresso degli studi storici, l'orizzonte della civiltà classica si amplia: la religione romana non può più esser trattata isolatamente e nemmeno nei quadri di una comparazione generica. La concreta unità storica in cui va inquadrata è l'antica civiltà mediterranea - dall'Asia Minore, attraverso la Grecia, fino alla Spagna - ed entro questa bisogna fare i conti con l'eredità culturale dei popoli di lingua indoeuropea di cui gli Italici fanno parte. Attualmente tutto lo studio della religione romana si trova rimesso in gioco, in parte per merito delle critiche della scuola di F. Altheim alla sintesi filologico-storica, in parte per i nuovi sviluppi della comparazione "indoeuropea" (G. Dumézil) ed etnologica (H. J. Rose).

Il primo lavoro scientifico sulla religione romana è il volume di J. A. Hartung, Die Religion der Römer (Erlangen 1836). I due volumi di R. H. Klausen, Aeneos und die Penaien (Amburgo 1839-40) rappresentano un incontro tra le nuove esigenze scientifiche e la ancora non morta sensibilità romantica, anche se con una notevole mancanza di senso critico. Di J. Ambrosch meritano tuttora di esser letti Studien und Andeutungen im Gebiete des altrömischen Bodens und Cultus (Breslavia 1839) e Uber die Religionsbücher der Römer (Bonn 1845). A questo punto interviene nello studio della religione romana un più severo criterio scientifico, accompagnato purtroppo da un crescente inandimento spirituale. L. Peiller, Römische Mythologie ( $3^{a}$ ed. a cura di H. Jordan, Berlino 1881-83) è un esempio più del secondo che non del primo fattore. La scuola di Th. Mommsen (che nei suoi lavori sulla storia, sul diritto, sulle iscrizioni e sulla cronologia romani ebbe anche personalmente a trattare argomenti religiosi) rivela i suoi caratteri nell'opera di J. Marquardt, che costituisce il III vol. della mommseniana Römische Staatsverwaltung (il vol. III in $2^{a}$ ed. curato da G. Wissowa, Lipsia 1885). Le opere in cui W. Mannhardt ha svolto le sue tesi folkloristiche sono Antike Wald - und Feldkulte (Berlino 1877) e le (postume) Mythologische Forschungen (Strasburgo 1884). Per la letteratura generale più recente v. bibl.
II. I precedenti storici. - La religione romana, come ogni altro prodotto culturale, è determinata sostanzialmente da tre fattori basilari : l'eredità culturale della gente che l'ha creata, gli influssi dell'ambiente in cui è sorta e lo specifico momento storico creativo, grazie al quale si è costituito come unità inconfondibile ed organica. Di una religione romana si può parlare solo dal momento in cui R. esiste e ciò non per cavillo logico, ma perché R., costituitasi in unità politica, si distinguerà immediatamente dal suo ambiente per orientamento spirituale non prima del sec. viri a. C. per opera di varie popo-
lazioni italiche (latine e sabine). L'eredità culturale di queste popolazioni ha le radici in un'alta civiltà arcaica: le parole latine riguardanti l'organizzazione sociale (p. es. rex), sacerdotale (p. es. flamen), alcune divinità (p. es. Juppiter) ricorrono in altre forme presso diversi popoli di lingua indoeuropea, dall'India ai Celti occidentali, dimostrando l'esistenza di una comune civiltà originaria. Ciò non vuol dire che anche il livello culturale di quelle popolazioni, che hanno trascorso lunghi secoli in migrazioni e in una probabilmente dura lotta per l'esistenza, si sia mantenuta sempre a una altezza paragonabile, p. es., a quella dell'India vedica : ma le forme strutturali della civiltà, in parte, si sono salvate. Il nuovo ambiente era saturo delle irradiazioni di altre alte civiltà, le civiltà mediterranee : nell'Italia centrale si trovano, dal principio del i millennio a. C., gli Etruschi, provenienti verosimilmente dall'Asia Minore. Le vie del commercio dell'Oriente mediterraneo avvolgevano nella loro rete anche l'Occidente : i colonizzatori greci, apparsi in Italia nel sec. viII a. C., percorrevano strade già calcate dal commercio orientale, p. es., cretese. Al momento della fondazione di R., la cultura più ricca dell'Oriente doveva far l'effetto di una rivelazione sulle popolazioni italiche necessariamente rudi, benché tutt'altro che barbare e "primitive". In questa costellazione culturale estremamente complessa si matura il momento in cui i diversi gruppi di popolazione abitanti nel territorio della futura R. avvertiranno l'esigenza di costituirsi in unità politica e sacrale, fondando una città-Stato sul tipo e sul livello delle città del loro ambiente.
III. Fondazione di R. e prima fase della religione romana. - Per avvicinare la prima fase religiosa romana si hanno pochi punti di partenza, ma fortunatamente alcuni anche fondamentali : in primo luogo il calendario che, conservato inalterato, e cioè con aggiunte ben distinte nei calendari delle età più recenti, dimostrabilmente risale a un'epoca anteriore alla fondazione del culto capirolino ( 509 a. C.). Esso è come la carta dell'unione religiosa delle comunità viventi a R., unite ormai anche politicamente, in quanto comprende culti sia del Palatino sia del Quirinale; nei nomi divini e nei nomi dei mesi si nota un rilevante influsso etrusco. E un calendario luni-solare di dodici mesi (più un periodo intercalare) con 45 feste fisse in giorni dispari (con due eccezioni). I giorni della luna nuova (halendae) e piena (idur), nonché il nono giorno precedente le idus (nonae) hanno un nome particolare : inoltre ogni giorno porta una sigla che ne definisce il carattere sacrale. Le idus risultano sacre a Giove, le halendae a Giunone. Dai nomi delle feste appaiono altri nomi divini: Vesta, Vulcano, Saturno, Conso, Opi, Pale, Portuno, Angerona, Larentia ecc.

Altre feste hanno un nome derivante dall'azione rituale (p. es., Armilustrium) o dall'oggetto centrale della festa (p. es., Vinalia), ma dati più recenti informano sempre delle divinità interessate : così risulta, p. es., la grande importanza di Marte.

Ci si trova dunque di fronte a una vita sacrale regolata sull'ordinamento cosmico (e anche sul valore attribuito ai numeri) e a un sistema politeistico sviluppato. Tale sistema presuppone già una perfetta e matura fusione degli elementi e influssi di varia provenienza; attraverso l'influsso etrusco agisce anche quello greco (infatti, il plurale neutro dei nomi di festa corrisponde esattamente all'uso dei calendari greci). Le grandi sfere d'interesse religioso sono, come pressappoco in tutti i grandi politeismi arcaici : la vita agraria, la guerra, la morte, i

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![img-11.jpeg](img-11.jpeg)
(let. Musci Patioavi)
Roma - Il pono del Senato e del popolo romano. Particolare di un rilievo di epoca dominianca - Roma, Museo dei Conservatori.
ricorsi cosmici e, con un accento specificamente romano, l'esistenza dello Stato.

Siccome nella letteratura romana che nasce, come si è detto, molto più tardi, molte divinità del calendario passano in secondo piano c, anzi, quasi scompaiono (p. es., Portuno, Volturno, Furrina), e d'altra parte sono proprio queste divinità che risultano, dai dati antiquari, avere un proprio flemere, si può dedurre che anche l'originaria organizzazione sacerdotale risale almeno in parte all'epoca del calendario : anche perché in essa domina il numero 12 ( 12 flamini, 12 salii), quello dei mesi.

L'organizzazione sacerdotale può esser brevemente riassunta cosi. Vi sono quattro collegio sacerdotali : quello dei pontefici, che comprende il rex sacrorum, i flamini, le vestali e i pontefici propriamente detti; quello degli àuguri, quello (certamente posteriore al calendario) dei duoviri (più tardi aumentati fino a diventar quindecemviri), addetti alla consultazione d