ello dei pontefici, che comprende il rex sacrorum, i flamini, le vestali e i pontefici propriamente detti; quello degli àuguri, quello (certamente posteriore al calendario) dei duoviri (più tardi aumentati fino a diventar quindecemviri), addetti alla consultazione dei libri sibillini, e quello dei triumviri epulonum. Inoltre vi sono sodalità sacerdotali che si distinguono dai collegio forse per un'attività legata ad occasioni o ricorrenze singole. Queste sono: i Fetiales, i Salii, i Luperci, gli Arvali, i Titii. Le sfere di competenza dei singoli sacerdosi sono ben delimitate. Il rex sacrorum ha funzioni specifiche, probabilmente quelle che ancora nel tempo del calendario erano riservate al re (culto di Giano). I pontefici sono i regolatori esperti della vita sacrale dello Stato, i sovrintendenti di ogni culto, senza rapporti specifici con determinate divinità o con determinati tipi di funzione religiosa. I flamini sono invece sacerdoti particolari di singole divinità - i tre flamini maggiori sono quelli di Giove, di Marte e di Quirino -, ciò che non esclude la loro partecipazione nei culti di altre divinità ben determinate : così pure le vestali. Gli àuguri hanno il compito esclusivo di accertarsi del favore divino per le imprese dello Stato e di assicu-
rare le condizioni rituali necessarie per ogni atto che le richieda. I sacerdoti addetti ai libri sibillini dovevano dedurre da questi i provvedimenti sacrali eccezionali da adottare nelle varie situazioni che si presentavano nella vita dello Stato.
In base ai nomi di feste, alle specialità sacerdotali e con l'aiuto di dati più recenti si può ricostruire parzialmente anche la grande varietà dei riti. I sacrifici stessi, che potevano esser cruenti o incruenti, erano molto vari : agli dèi spettavano vittime maschili, alle dee vittime femminili; anche il colore della vittima dipendeva dal carattere della divinità (vittime nere agli Inferi); a Giove, alle idus, spettava una pecora, a Giano un ariete, a Marte un cavallo o i suovetaurilia (sacrificio di un porco, una pecora e un toro), ecc. Oltre ai sacrifici vi sono le lustrazioni, riti purificatori. Alcuni riti sono collegati con processioni, altri con danze (dei Salii), altri con corse di uomini (Luperci) o di cavalli (equas october), ecc. E indubbia l'antichità di altre forme rituali, come il votum, l'auspicium, l'ecocatio, ecc.
I luoghi sacri sono ben definiti : alcune divinità devono avere i loro santuari fuori del pomerio, altre nell'interno della città. In questa prima fase sembra mancassero i templi costruiti in pietra: vi erano invece are collocate in recinti sacri o in grotte.
IV. Dalla fondazione del culto capitolino all'inizio della cultura ellenistica. - I quadri sopra caratterizzati della religione romana sono stati dunque fissati nel periodo tra la fondazione della città e l'inizio del sec. V a. C. Essi rappresentano la base permanente di ciò che si può chiamare religione romana, non nel senso che sia creata ex nihilo dai Romani, ma in quanto i suoi vari elementi abbiano raggiunto a R. una forma organica ed autonoma, nettamente distinta da tutte le altre religioni dell'ambiente e, a maggior ragione, del mondo. Questa base rimarrà fedelmente conservata nel culto pubblico per tutta la durata della romanità. Essa però non è un sistema rigidamente chiuso, ma solo una base, suscettibile di ampliamenti organici dettati dalle esigenze che sorgono nel corso della storia.
L'autonomia della civiltà romana si manifesta, nel campo politico, per la prima volta con l'espulsione di una dinastia regnante etrusca e con la proclamazione della Repubblica. Lo Stato come tale, amministrato da magistrati, anziché incarnato in un monarca, non riconosce più sopra di sé che il volere degli dèi : a Giove, liberato da ogni preponderante elemento naturistico e concepito puramente come optionis maximus, sciolto anche dalla polarità con Giunone, vengono conferiti gli attributi regali (senza tuttavia il titolo odioso di rex); il colossale tempio capitolino, costruito dagli ultimi re, viene dedicato a lui nel 509 a. C., che la tradizione considera come primo anno della Repubblica; al fianco del dio supremo, in posizione subordinata e tra di loro uguale, stanno Giunone Regina e Minerva.
La sua rivoluzione politica mette R. in deciso contrasto con il suo ambiente, costringendola a una tenace lotta destinata a terminare con l'egemonia romana in Italia; d'altra parte dà inizio a uno sviluppo di politica democratica, nel corso del quale le classi non potrixie riescono gradualmente ad affermare le proprie esigenze. Questi due motivi fondamentali, più uno straordinario sviluppo culturale dovuto sia a una maggiore coscienza sia al contatto ravvisinato con i popoli caroscianti e all'allargamento degli orizzonti storici, determinano lo svolgimento della religione romana tra il sec. v e il in a. C. I nuovi culti, che trovano ormai sede in templi ben costruiti, si portano al livello della classica spiritualità greca: appaiono a R. le plastiche figure divine dell'Olimpo ellenico. Apollo, la cui venerazione è già un presupposto dell'uso dei libri sibillini (introdotti a R. forse già in
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epoca monarchica e custoditi nel tempio capitolino), ottiene un tempio nel 431; Mercurio ancora nel 495 . Nel lettisternio del 399 a. C. figurano le a dodici divinità a del culto greco. Intanto, la plebs delinea una propria fisionomia religiosa: il primo passo, in questo senso, è l'introduzione del culto della triade Ceres-Liber-Libera (corrispondente alle divinità greche Demeter, Dion.so, Persefone), sin dal 494 a. C. Anche il culto di Diana aventura, oltre al suo aspetto di politica a estera (esso è un culto federale latino nel segno dell'egemonia romana), ha un carattere plebeo. La lotta della plebs in campo religioso culminerà con la conquista del diritto di entrare nei sacerdozi pubblici, sanzionata dalla lex Oguinia ( 300 a. C.). Estendendo il suo dominio, R. estende naturalmente anche la sua religione: accoglie, trasformandoli secondo il proprio spirito, i culti dei popoli antomessi (Diana, a R., perde il suo sacerdote-schiavo che ha nella valle aricina; Giunone Sospita il culto del serpente che le è connesso a Lanuvio; Fortuna Primigenia l'oracolo che è la sua specialità a Palestrina, ecc.). Prendono inoltre grande sviluppo i culti che consacrano gli ideali fondamentali che devono guidare R. in questo suo periodo di ascesa: come già in epoca arcaica il culto di Fides (la cui grande antichità è dimostrata, oltre che dalla tradizione, dalla partecipazione dei tre flamini maggiori), ora quello di $\operatorname{Spec}(477$ ?), di Salus (302) di Concordia (367), con riferimento alle contese tra patriziato e plebs, di Victoria (294), esprimono il senso sacrale che R. conferisce ai capisaldi della propria condotta.
V. Dai primi influssi ellenistici all'età augurta. - In poche storie nazionali si osserva una rottura cosi brusca nello svolgimento culturale com'è quella che avviene a R. al primo contatto diretto con il mondo ellenico. Ed è comprensibile : i Greci in quel periodo hanno già superato l'apice della loro maturità e rivelano tendenze verso le raffinatezze culturali ed intellettuali: R., sostanzialmente arcaica, ma con esigenze di superiorità, cerca di assimilare quel grado culturale superiore che la colpisce nei propri avversari. Da un momento all'altro (nel sec. III a. C. : dalle prime guerre con la Magna Grecia) sorge la cultura intellettuale, letteraria, artistica romana.
Nel campo religioso lo Stato controlla i culti ammessi. Esculapio è la prima divinità greca accettata dalla Grecia stessa (295 a. C.). Ma ormai la Grecia non è più la sola Grecia: è il mondo ellenistico, saturo di influssi orientali. Da questo mondo arriva a R., nel 205 a. C., il culto della dea frigia Cibele, detta a R. Magna Mater Deum Idaea (con allusione alle origini troiane dei Romani) : caratteristicamente, la religione romana l'accoglie solo a patto di trasformarlo in accordo con le proprie forme rituali e di isolarne gli elementi non compatibili con queste, affidandoli a sacerdoti frigi che non figurano nel culto pubblico.
Nel sec. III, e anche durante le guerre annibaliche, la continuità del culto pubblico è dimostrata da una serie di fondazioni di templi dedicati alle divinità più antiche: Conso, Pale, Tellus, Giano, Giuturna, ecc. Ma nelle masse private, e precisamente sia nella classe intellettuale ormai dedita, in corpo e anima, alla cultura ellenistica, sia nel popolo diventato straordinariamente misto durante la vertiginosa crescita che ha fatto di una piccola città una potenza mondiale, avviene un notevole allontanamento dalla religione arcaica. Lo Stato, all'erta, combatte i culti incompatibili con la sua linea religiosa: la sanguinosa repressione dai Baccanali ( 186 a. C.) costituisce un'energica battuta d'inizio di quella serie di provvedimenti che lo Stato prenderà nei riguardi di ogni orientamento religioso che, nel segno della salvezza individuale, porta a trascurare il supremo interesse pubblico: cosi si arriverà, attraverso le ostilità contro i culti orien-
tali, l'astrologia, gli ebrei, fino alle persecuzioni dei cristiani.
Nel sec. i a. C. le classi dirigenti stesse difficilmente scindono i loro doveri pubblici e la loro formazione culturale ellenistica. Un aspetto del mondo religioso elie-nistico-orientale è la monarchia sacralmente concepita : esattamente ciò che R. ha dovuto debellare per creare la propria linea spirituale. I primi grandi condottieri romani che operano su scala mondiale, quale Scipione Africano, si rivelano già sensibili alle forme della monarchia ellenistica e le loro pretese trovano pieno consenso da parte della massa composita. Ma questa situazione si matura soprattutto nei tempi di Silla, Cesare, Antonio. La vittoria di Ottaviano su quest'ultimo si presenta a tutta prima come un contraccolpo dello spirito romano contro gli orientamenti ellenistici. E infatti Augusto, che pretende di essere solo il primo magistrato dello Stato e respinge (permettendolo solo nelle province) il culto dedicato alla sua persona, fa sforzi notevoli per restaurare anche la religione romana nelle sue forme antiche. La trascuratezza di queste era arrivata a punti estremi : dall'87 all' 1 a. C., R. era senza flamen Diolis; di molte divinità gli eruditi non conoscevano che il nome (Furrina, Angerona, ecc.). Augusto fa restaurare 82 templi. Ma ormai ne la sua sensibilità, né quella del popolo sono quelle del romano antico. Quale pontefice massimo, Augusto introduce anche audaci riforme: impone alla religione pubblica i propri orientamenti personali (al nuovo culto di Mars Ultor trasferisce i privilegi del tempio capitolino; intensifica il culto di Apollo; confonde i propri culti privati, di Vesta e dei Penati, con quelli dello Stato, ecc.). E intorno alla sua figura rivive l'ideologia della monarchia ellenistica che con i suoi successori culminerà nel culto imperiale.
VI. L'Impero. - L'età imperiale porta a termine il processo iniziato durante la fine della Repubblica: processo nel corso del quale la religione romana propriamente detta si tramuta nella religione del mondo ellenistico dominato da R. Non che scompaiano gli elementi fondamentali del culto romano: attraverso i suoi organi amministrativi e militari R. impone al mondo il rispetto dei suoi dèi e particolarmente il culto capitolino; d'altra parte il popolo italico conserva fedelmente i riti del culto domestico. Ma la coscienza religiosa generale subisce definitivamente l'ascendente di due nuovi fattori della religione: il culto imperiale e i culti orientali.
Ad ogni modo, per valutare giustamente l'importanza e misurare la novità di questi fattori, bisogna tener presenti alcuni fatti. Il culto imperiale non ha solo radici nella fine della Repubblica, ma anche radici più profonde nella lontana protestoria mediterranea, in cui una volta era inquadrata anche la nascente R. Esso significa un'identificazione tra Stato e sovrano, e, attraverso questa formula indiretta, assicura la continuità a quella posizione centrale dello Stato che è stata sempre la caratteristica principale della religione romana.
I culti orientali (Iside, Dea Syria, Giove Dolicheno ed Eliopolitano, Attide, Mitra: v. voci singole) conquistano in misura crescente le masse miste dell'Impero. Ma in essi bisogna distinguere diverse sfumature. Le divinità esotiche potevano apparire ai Romani come identiche o simili alle divinità del loro politeismo (Iside e Fortuna; il Ba'al di Doliche e Giove ecc.) ed assimilarsi, sincretisticamente, a queste : in tal caso esse non rappresentano una novità sostanziale nella vita religiosa romana. La loro moda presso gli intellettuali può ingannare nei riguardi del suo effettivo valore religioso che, in questo caso, è pressoché nullo. Praticati in forma autentica dai fedeli esotici stessi, questi culti non hanno significato per la religione romana. La loro forma più importante è quella misterica, lungamente osteggiata dallo Stato : ma quando le classi dirigenti romane si fanno iniziare a tutti i misteri orientali, ciò significa due cose: prima, che i misteri hanno già perso la loro forma originale e
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(fot. Alinari, da culeo)
Roma. - La rraade capitolina con Giove, al centro. Particolare dell'arco di Trigino (114-17 d. C.) - Benevento.
ben definita, per diventare tutti la stessa cosa; seconda, che essi ormai rappresentano un fronte comune, e precisamente in funzione romana e pagana, contro l'unico vero pericolo per il paganesimo romano: il cristianesimo.
VII. Il. culto privato. - Esso non ha, nel senso proprio della parola, una storia. La differenza tra culto pubblico e culto privato è che quest'ultimo, anziché dallo Stato come tale e dai suoi elementi costitutivi, è praticato dagli individui e dai loro raggruppamenti privati (famiglia, gens, associazioni), e praticato direttamente, senza cioè mediazione sacerdotale. Tra le divinità del politeismo romano vi sono diverse che interessano più lo Stato (Giano, Vesta, Quirino, ecc.) che non l'individuo, e viceversa (Silvano); altre hanno una ragion d'essere solo nell'ambiente privato (divinità del culto domestico: Genio individuale, Lari, Penati della famiglia, ecc.: v. voci relative). I culti domestico e campestre, particolarmente, conservano le loro forme arcaiche per tutta la durata del paganesimo romano.
Biol.: W. W. Fowler, The religious cxperience of the roman people, Londra 1911; G. Wissowa, Religion und Kultus der Römer, $2^{2}$ ed., Monaco 1912; H. M. R. Leopold, De Ontwikheling. run het Heidendom in Rome, Rotterdam 1915; L. Deubner, Die Römer, in A. Bertholet - E. Lehman, Lehrbuch der Religionsze schichte, Tubinga 1923; C. Bailey, Phases of the roman religion, Berkeley 1932; F. Althoim, A history of roman religion, Londra 1938; N. Turchi, La religione di Roma antica, Bologna 1939; A. Grenier, La religion romaine (s Mana», Introduction à l'histoire der religions, II, in), Parigi 1948. Angelo Brelich
## V. Letteratura romana antica.
Sommerio: I. Età arcaica. - II. Età repubblicana. - III. Età imperiale.
All'indomani della fondazione di R., verso il sec. viit-viI a. C., le varie stirpi italiche nei loro diversi dialetti non avevano lasciato alcun documento letterario nel vero significato del termine. Le numerose epigrafi falische-osco-umbre, peligne, sabelliche, ecc., sin qui pervenute, contengono per lo più leggi sacre, espressioni dedicatorie, giuridiche e formole di culto
(p. es: tabulae Eugubinae, umbre; tabula Bantina, di Agnone, di Capua, osche, ecc.). Né si può considerare risultato di un travaglio letterario l'iscrizione falisca incisa su di una coppa: - fuied. uino. pipafo. cra. carefo - 'oggi berrò vino domani ne sarò privo: Corpus inscrip. Etruscarum, 8179, 80), anche se tale precetto scaturisca da uno stato d'animo facile e contingente.
I popoli italici, a parte i miti, preghiere, carmi e forme mimiche tramandate oralmente e nella tradizione, hanno lasciato un substrato che si ritrova sempre duraturo al fondo della mentalità romana: chiarezza di pensiero, severa religiosità, concreta espressione degli umani sentimenti. Scorrendo le più antiche iscrizioni latine, si rimane colpiti da questa riservatezza, dalla grave pietas da cui sono pervase le epigrafi sacrali, le leggi, gli elogi consolari e le lapidi funerarie. Specie da queste ultime, voci di spose, di madri, di fanciulli, di schiavi parlano quasi consapevoli del grande mistero che hanno affrontato e serenamente enumerano al viandante i pregi che ebbero in vita: ed hanno frasi che denotano una consapevole accettazione più che un rassegnato abbandono. Egualmente i precetti rituali, le leggi sacre, ecc., obbediscono a questo intimo senso di equilibrio e di praticità, alla significazione della propria individualità che, con il trascorrere degli anni, pur affinandosi spiritualmente, costituisce parte non lieve dell'espressione letteraria latina.
I. Età arcaica. - Tradizionalmente si fa iniziare la letteratura romana con l'Odysia di Livio Andronico (sec. III a. C.); tuttavia non si considererà tale inizio sotto il segno della traduzione del poema omerico, quanto con il ricordo dell'inno che, in onore di Inno Regino, Andronico compose per essere cantato da ventisette fanciulle in espiazione di alcuni prodigi allora verificatisi. Proprio il carmen di questo semigraecus, che Livio (XXVII, 37, 7) critica per la rozza composizione, inaugura degnamente l'età arcaica, tutta pervasa da spirito eroico e di riverente timore per il divino. Il faticoso lavoro di conquista per amalgamare le fiere popolazioni italiche, la grande epopea delle guerre puniche costituiscono materia di nobile canto e degna memoria per il romano, se di esse si rende interprete Cn. Naevius. Nevio, che già aveva onorevolmente militato durante la prima guerra punica, fu il creatore di un dramma nazionale con la fabula praetexta e il suo Bellum Poenicum, che prende le mosse dall'avventurosa venuta di Enea nel Lazio, riallaccia idealmente gli avvenimenti a lui contemporanei ai carmina convivialia, alle naeniae in onore degli antenati, alle antichissime leggende eroiche e religiose. I carmina convivialia per il loro genere di poesia costituiscono i prodromi dell'epopea romana e venivano cantati a turno nei banchetti, dai commensali e da fanciulli bennati, a commemorare le lodi e le gesta dei grandi trapassati.
L'età arcaica possiede in larga misura questa devozione per la storia, altro elemento fondamentale della spiritualità latina. Nevio compose il suo poema in saturni, un antico metro probabilmente d'indole recitativa (cf. G. Pasquali, Preistoria della poesia romana, Firenze 1936) e che Ennio, il pater della poesia latina, sostituì con l'esametro nello stendere la grande trama dei suoi Annales.
Alcuni aspetti dell'opera di Ennio testimoniano il contatto con la cultura greco-ellenistica. Su questo incontro della mentalità latina con quella greca, molto si è scritto e discusso specie nel secolo scorso. Oggi, ognuno potrà più serenamente concludere che, se il mondo greco ha indubbiamente rivelato all'esperienza letteraria latina forme di cultura più vaste, facilitando una tecnica più progredita, spesso i due strati spirituali, pur completandosi a vicenda, si lasciano individuare e sovente quello greco può avere poca o nessuna presa sulla mentalità latina. Plauto contamina arditamente commedio greche e ne latinizza i metri, ma scene e situazioni sono improntate dall'ambiente romano, anche se i suoi personaggi recano nomi greci e l'azione teatrale si svolge in città
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della Grecia. I suoi numeri innumeri risentono in alcune sue commedie (p. es., la Cosina) di quel repertorio di genere burlesco tipicamente italico che nasce e trae alimento dall'ambiente rurale: dai fescennini, dalle stellane, da tutte le anonime farse cache, ecc. (cf. E. Fransikel, Plantinisches im Plautus, Berlino 1922; G. Pasquali, Plauto, in Pagine quarte e supreme, Venezia 1951; G. E. Duckworth, The nature of roman comedy, Oxford 1952). Il buon senso romano riprovstava sempre il sopravvento contro ogni infatuazione per il greco, considerandolo alla stregua di una moda straniera. Lucilio nelle saturae ne sorrideva prendendo di mira il grecizzante pretore Albucio (Baehrens, 59), la critica letteraria d'accordo con i giusti del pubblico insorgeva contro il teatro di Terenzio riscontrando nelle commedie di lui una derivazione troppo palese da quelle di Menandro (cf. G. Coppola, Teatro di Terenzio, Bologna 1942). L'atteggiamento conservatore dei piccoli proprietari terrieri rappresentato dall'opera, prudentemente illuminata, di Catone il censore (cf. rassegna bibl. di studi in Paideia, 7 [1952], pp. 217 217) ostacola l'attività del circolo degli Scipioni, spregiudicato nei modi e fautore delle nuove correnti.
II. Erà zerzaalicana. - L'età repubblicana ha i suoi significantivi esponenti nella prosa di Sallustio e nella poesia di Catullo. Lo storico narra le esperienze e i lati oscuri di una società delle cui vicende è stato protagonista e non si sa se le sue pagine vibrino ancora di corruccio o rimpianto. Catullo esprime l'amore allo stato puro con tutte le sue irrationalita, i rapimenti e le malinconie. Il De rerum natura di Lucrezio, composto patriai tempore iniquo (v. 41), mentre vuol disgombrare le menti dal timore degli dèi dando nel contempo una spiegazione dai fenomeni naturali, risente tutto del religioso orrore di chi ha tentato sollevare i velami del divino. In tanto fervore si levano qua e là voci di richiamo alla tradizione, nei mimi di Decimo Laberio, nelle sentenze di Pubblico Siro, nelle oneste biografie di Cornelio Nepote.
Varrone reatino si rifugia nell'otium della sua prodigiosa attività filologica, mentre le sue saturae menippeae lo dimostrano scuto e caustico osservatore dei difetti della società a lui contemporanea.
A conclusione di questa età, Cicerone esamina quanto delle nuove esperienze politiche e letterarie possa essere inserito nella continuità della tradizione romana o, qualora se ne discosti, respinto come caduco. Nel De natura deorum sono combattuti i dubbi e le esigenze sorte circa il divino per concludere che esiste aliquod numeo (II, 2) che nella sua armoniosa intelligenza ordinatrice regge e governa l'universo. Le pagine relative alla morale indicano che non nella voluptae temporanea e corporea risiede il summum bonum, ma il fine spirituale è un altro: ad altiora nati sumus (De fin., II, 34). Le idee sullo Stato cercano di equilibrare i diritti del popolo e i poteri della classe dirigente; la eetus respublica così ordinata formere oggetto del suo rimpianto e della sua speranza per il futuro (Ch. Wirszubski, Liberato as a political ideal at Rome, Cambridge 1950, pp. 79-97).
Questo ideale forse troppo cautamente conservatore gli falli come tavola di salvezza per sopravvivere nel gorgo dei tempi nuovi. Lo stile dei Commentarii di Cesare, fredde e distaccate notazioni di un grande uomo d'arme e altissimo politico, segnano il trapasso alle frasi scarne e essenziali del Monumentum Ancyranum. Tuttavia la cultura dell'età augustea, pur approvando, consapevole o no, le nuove trasformazioni che nella società romana veniva creando l'opera abile e attenta del princeps, per che soffra di una malcelata ansia. A guardarli bene, questi poeti e prosatori, al di fuori di quello che è riecheggiamento formale della realtà esteriore, esprimono tutti un sentimento di indefinibile rimpianto. E la melanconia sottile che traspare da alcune odi di Grazio, più che un richiamo ai suoi prediletti lirici greci, quando il poeta introduce l'ineluttabilità della morte a confronto della lieta vicenda dei giorni terreni; nell'ode a Leuconoe, p. es. (I, 21). E quella tenuità che Tibullo chiama a sostegno della sua fralezza e del suo inquieto amore: iam passim contentus vivere parvo (I, 1, 25). Properzio arricchisce l'elegia di un tono romantico con il rievocare le antiche
età di R. e il desolato squallore di città in rovina. La prosa di Livio conferisce un tono epico alle gesta di R., esaltandone le poetiche fabulae che sono all'origine della sua storia. La poesia di Ovidio rappresenta in quella augustea come una macchia di colore dai contorni mollemente sfumati; con la voluttuosa interpretazione mitologica delle Metamorfosi, con le compiacenze eleganti e preziosi degli dnores e dell'abv amandi. I Fasti descrivono le feste religiose di R. in quadretti vivaci (in Virgilio, v. la voce relativa).
III. Erà inerziata. - In età imperiale, gli scrittori originari delle varie parti del mondo latino si rendono interpreti delle accresciute esigenze dell'umano e rispecchiano la realta nei suoi diversi aspetti. Le pagine di Seneca (v.) testimoniano questo afflato, ricercando una giustificazione dei problemi della vita non in metafisiche altezze ma esaminando e vagliando le terrene inquietudini. E una esperienza ricca e interessante, anche se molte pagine di questo moralista assomigliano talvolta ai consigli di un letterato attento a non sbilanciarsi troppo. Il De brevitate vitae possiede invece un tono e un colore sincero. Il Satiricon di Petronio - se questo autore più che all'età neroniana appartiene al sec. II o III d. C. (cf. E. V. Marmorale, La questione patroniana, Bari 1948) - non si pone problemi; è una storia tra il picaresco e il raffinato, sconcertante e grossolana. La satira di Giovenale carica forse le tinte, ma è la schietta opinione di uno spirito amareggiato e onesto. Permane troppo sotto l'influsso stoico per assurgere a vera poesia quella di Persio.
Più affabili, più insinuanti, più stilisticamente raffinati gli epigrammi di Marziale; elegante e retorica la poesia di Stazio. Gli avvenimenti narrati da Tacito (v.) non tanto vogliono essere una critica, quanto l'accoglimento nella storia di una realtà non meno dolorosa. La rovente bramosia di dominio dei condottieri romani, che fa da sfondo alla Gloguetina di Sallustio, il fermo a dignitoso combattere delle legioni romane descritte da Livio, viene sostituito nelle Historiae e negli Annales di Tacito dallo spettacolo atroce e miserevole delle guerre civili e da figure di imperatori, sinistri nella loro grandezza. Tacito accetta il principato come inevitabile evoluzione politica, anche se gli uomini ne hanno accolto l'ammaestramento più deteriore e ruere in servitium (Ann., I, 7, 1). In Quintiliano le leggi dell'educazione civile e letteraria, sostenute dalla moralità e dal buon senso, assumono onesta e duratura visione. Al termine dell'età traizora il gusto e la cultura ripiegano su attività erudite (si pensi a Frontone), su notecclle e schermaglie filologiche e grammaticali; si codifica il diritto, nella storia ci si compisce dell'eneddoto e del pettegolezzo piccante. Sistema questo inaugurato da Suetonio e continuato con mano niente affatto felice dagli Scriptores historiae augustae. Sen già apparsi i cristiani, apportatori di una exitiobilis superstitio (Tacito, Ann., XV, 44) che non si riusciva a reprimere, confusi da Suetonio con i Giudei assidue tumultuantes (Claud., 25), che gettano un'ombra di perplessità nell'epistolario felicemente impressionistico ma un po' superficiale di Plinio il Giovane (X, 96). Quasi tutti gli autori del sec. II e III d. C. si esaminano con curiosità erudita, pochi si leggono con vero diletto. Sono appunto quelli che partono dall'osservazione del costume quotidiano, come fa con occhio scettico Apuleio nelle sue Metamorfosi.
Alcune voci di minori sono più fresche e sincere; l'ignoto Celeuma o canto di marinai e il Pervajilium Feneris. C'è un ritorno all'osservazione pratica della coltivazione dei campi con il De re rustica di Palladio; filo questo non mai interrotto nella tradizione letteraria latina e che, dipartendosi, si può dire, dal prisco Carmen Arvale, fino a Virgilio, non è mai disgiunto da una morale e religiosa preoccupazione. Un poemetto in cui senti veramente ridere il fresco paesaggio descritto è la Mosella di Decimo Magno Ausonio; gonfia e concitata è la poesia di Claudiano. Così si è giunti alle soglie del sec. Iv d. C. e da allora in poi è ben difficile sceverare quanto di romano ci sia ancora nelle forme letterarie. Gli ultimi autori che esprime il paganesimo morente sono Aurelio Simmaco, nobilmente ancorato al passato con la sua ora-
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ROMA IMPERIALE E CRISTIANA FINO ALL'IN
con alcuni dei principali monumenti di età imperiale.
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DIZIO DEL SEC. IX: Divisione augustea della città
lele, i cimiteri cristiani antichi, i titoli e le diaconie.
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zione per l'ara della Vittoria, e Rutilio Namaziano che nel De reditu suo trova espressioni d'astio contro i monaci cremati che abitavano la Capraia (I, v. 439 sg .) e commisera un amico che conduceva vita monastica nella Gorgona (ibid., 517 sg.). Nelle brume dell'isola come nelle rovine di Populonia (ibid., 401) lo scrittore vedeva il tramonto di quegli ideali, peraltro da tempo scomparsi, che avevano animato l'antica letteratura.
Bibl.: storia generali: vasta ed esauriente quella di M. Schanz-C. Hosius, a parti in 7 voll. in successive edd.; inoltre : E. Bielsel, Lehrbuch der Gesch. der röm. Liter., Heidelberg 1937. Tra le ital. notevoli quelle di V. Ussani (età repubblicana e augustea), Milano 1929 e di N. Terzaghi (da Tiberio a Giusti manu), ivi 1934, di A. Rostagni (età repubblicana e augustea), e A. G. Amatuzzi (età imperia'e) rispettivamente XXIV e XXV vol. della Storia di Roma a cura dell'Istit. di studi rom., Bologna 1939-47. Autora del Rostagni vol. I: La Repubblica, Torino 1940: H. Il Principato e l'Impero, ivi 1952: di E. Paratore, Firenze 1930: di E. Biemone, 3 voll., sino a Cicerone, ivi 1942 1930: di C. Marchesi, 2 voll., $4^{2}$ ed., Messina 1930. Rassegna bibl. di studi : E. Paratore, Letter. lat., in Dasa, (1948), pp. 5-39; id., Gli studi di latino negli ultimi 30 anad. in Stritti in onore di B. Croce, I. Napoli 1950, pp. 417-48; R. Büchner-J. B. Hofmann, Latein. Literatur und Sprache in der Forschung seit 1937, Berna 1951. Alcuni tra gli studi particolari: E. Butler, Post augustan poetry, from Seneca to Juvenal, Oxford 1909; F. Arnaldi, Dopo Costantino. Saggio sulla vita spirituale del IV e V sec., Pisa 1927; H. Dresher, Der Anfang der römischen Liter., in Das Neue Bild der Antike, II, Lipsia 1942, pp. 64-84; J. Cousin, Etudes sur la poésie latine, Parigi 1943; G. Funaudi, Studi di letter. antica, 2 voll., in 3 tomi, Bologna 1946-48; J. Vogt, Das röm. Geschichtsdisiben und die Anachouung des Tacitus, nel vol. Grosse Geschichtsdenker, Tubinga e Stoccarda 1949, pp. 13-33; L. G. Elispernann, The attitude of the early christian Latin soriters toward Pagan Lit. and Learning, diss. (The Catholic Univ. of America Patristic Studies, vol. 82), Washington 1949; L. Hermann, L'âge d'argent doré, Parigi 1951; R. Marache, La critique littér. de langue latine et le décoloppement du goût archaïsant au IIr siecle de notre ére, Rennes 1952; H. Bardon, La littérat. latine incassue, I, Parigi 1952. Sulla lingua di R.: oltre alla storia di A. Moffet, nuove ed., Parigi 1948, di G. Devoto, Bologna 1940, cf. F. Althoim, Gesch. der lateinischen Sprache, Francoforte sul M. 1951. Sui rapporti con l'arte v. H. Jucker, Vom Verhältnis der Römer zur bildenden Kunst der Griechen, Romberga 1950; G. Becatti, Arte e gusto negli scrittori latini, Firenze 1951.
## B) ROMA CRISTIANA <br> FINO AI NOSTRI GIORNI.
## I. Storia civile ed ecclesiastica.
Sonmario: I. R. nella S. Scrittura. - II. Storia antica. III. Da Gregorio Magno e Stefano III. - IV. I secc. viII-xII. V. I secc. xir-xi. - VI. Dal sec. xvi alla Rivoluzione Francese. - VII. La Repubblica Romana (1798-99). - VIII. Dalla fine del sec. xvili al 1849. - IX. Dalla Repubblica romana (1849) ai nostri giorni.
I. R. nella S. Scrittura. - Dei Romani si parla forse in Dan. II, 30; di R. o dei Romani indirettamente in I. Mach. 1, 11; 7, 1, e direttamente nel racconto dell'alleanza richiesta ( 161 a. C.) da Giuda Maccabeo per difendersi dall'aggressione sira (I Mach. 8, 1-32; II Mach. 4, 11), rinnovata poi (nel 144 a. C.) da Gionata fratello di lui (I Mach. 12, 1-4.16). R. si associò al lutto degli Ebrei per la morte di Gionata e riconfermò l'amicizia con il fratello di lui Simone (I Mach. 14, 16-19.24.40; 15; 15-24). Ma, con i suoi interventi in Palestina, R. ne preparava lentamente la conquista, che avvenne per opera di Pompeo nel 63 a. C.
Ai tempi di Gesù, dopo la morte di Erode e del figlio di lui Archelao, che avevano regnato su tutta la terra d'Israele, parte del paese fu affidata ai tetrarchi e la Giudea fu messa sotto il governo di un procuratore romano (v. palestina, I). R. non è nominata nei Vangeli, ma vi si parla ripetutamente dei suoi imperatori (Le. 2, 1; 3, 1; Mt. 22, 17-21; Me. 12, 14-17; Le. 20, 22-25; 23, 3; Io. 19, 12. 15; ecc.) e dei loro rappresentanti : il legato di Siria (Le. 2, 2), il procuratore di Giudea Pilato (Le. 3, 1; ecc.). Il pericolo di una più dura servitù da parte di R. offrì il pretesto al Sinedrio per la morte di Gesù (Io. 11, 48), come fautore di uno di quei
moti pseudo-messianici che ogni tanto scuotevano la Palestina; mentre il timore di perdere il favore del Cesare induce Pilato alla condanna di Gesù, e solo con l'asse rire la sovranità esclusiva del Cesare i Giudei vincono l'esitazione del procuratore (Io. 19, 12-15).
Gli Act. 18, a ricordano l'Editto di Claudio (v.) che imponeva a tutti i Giudei di abbandonare R. ( 49 d. C.) ed in questa occasione i due giudei, Aquila (v.) e Priscilla, lasciata R., s'incontrarono con Paolo a Corinto. Il viaggio a R. fu un'aspirazione costante di Paolo per molti anni (Rom. 1, 13; 13, 23), resasi più ardente alla fine del terzo viaggio missionario (Rom. 15, 19 sgg.). La notte successiva all'arresto a Gerusalemme Gesù, apparendo a Paolo, l'assicura che egli dovrà rendergli testimonianza a R. come gliel'aveva resa a Gerusalemme (Act. 23, 11). S. Luca mette in risalto il trattamento umano usato dalle autorità romane nei confronti di Paolo prigioniero a Gerusalemme (il tribuno Lisia), a Cesarea (procuratori Felice e Festo), nel viaggio a R. (il centurione Giulio), nel soggiorno di R., durante il quale Paolo abitò in una casa affittata, con libertà di ricevere chiunque si recava a visitarlo e di predicare (Act. 28, 30 sg.). Diverso invece dovette essere il trattamento fatto a s. Paolo durante la sua seconda prigionia, se molta difficoltà deve superare Onesiforo (v.) per rintracciare l'Apostolo (II Tim. 1, 17), che si trova nell'abbandono (cf. II Tim. 4, 9-15) ed attende la morte (II Tim. 4, 6 sgg.; v. paOlo apost., I). Si ritiene generalmente che la Babilonia di I Pt. 5, 13 sia R., secondo una metafora non infrequente nell'uso rabbinico (testi presso H. L. Strack-P. Billerbeck, Commentar zum N. T. aus Midrasch und Talmud, III, Monaco 1926, p. 816); perciò la lettera sarebbe stata scritta da R. Anche nella grande Babilonia v, di cui l'Apocalisse (capp. 17-19) descrive il fasto, la corruzione, la crudele empietà verso i fedeli di Gesù e la rovina, secondo l'esegesi tradizionale deve ritenersi raffigurata R.
Bibl.: F. Vigouroux, Rome, in DB. V, coll. 1177-97; J. Patrick-F. Kelton, Rome, in J. Hastings, Dict. of the Bible, IV, pp. 306-11; anon., in Lexicon Biblirom di M. Hagen, III, coll. 775-80; B. Allo, L'Abocalypse, $3^{2}$ ed., Parigi 1933, capp. 17-19.
Teodorico da Castel San Pietro
II. Storia antica. - La predicazione cristiana dovette giungere assai presto a R.; manca però ogni precisazione sul tempo e su come essa vi sia incominciata. Ebrei convertiti, neofiti orientali e greci, condotti dalle circostanze più diverse e da paesi diversi, dovettero aver concorso a creare in R. gruppi di fedeli che verso il 58 provocarono lodi e sollecitudini da parte di s. Paolo, come risulta dalla lettera che allora inviol oro.
Quando poi Paolo nel 61 si avvicinava a R., quale prigioniero, i fedeli gli andarono incontro a Forum Appli e Ad tres tabernas (Act. 28, 15); ma l'autore sacro non si sofferma a dir nulla sui rapporti con loro durante quel suo primo soggiorno. Ignote sono invece le circostanze che portarono a R. l'apostolo s. Pietro (v.), il quale prese il governo della comunità, perpetuando quel primato su tutte le Chiese che a lui era stato conferito dal divino Fondatore nelle sue ultime apparizioni in Galilea (v. PRIMATO).
R. fu subito centro di irradiazione cristiana e di organizzazione gerarchica, prima di tutto nelle regioni circostricine, poi in tutta l'Italia e paesi circostanti, nell'Africa e nelle valli del Reno e del Danubio; se ne aveva sicura convinzione al principio del sec. v, quando papa Innocenzo I scriveva al vescovo Decenzio di Gubbio, facendo appello alla costante tradizione. Le diverse fasi di questa evangelizzazione sono rimaste ignote, anche se leggende locali hanno tentato di dissiparne l'oscurità. Si comprende però che negli interventi, talvolta abbastanza lunghi, fra le successive persecuzioni, le riprese dovettero essere rapide e sempre più larghe. Però anche sulle ricende interne e sui diretti interventi esterni della Chiesa romana nei primi due secoli della sua esistenza si è poco informati. Papa Clemente (v.), sul finire del sec. 1,
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Roma - Esterno della chiesa di S. Stefano Rotondo, consacrata da papa Simplicio (466-82) - Roma.
pace nella Cluesa romana. Sotto di lui Costantino entrò trionfante a R., assicurò definitivamente il trionfo del cristianesimo (313) ed assegnò alla Chiesa romana la domus Finntine in Lateronis che divenne stabile residenza del Pontefice sino a tutto il sec. xili. Qui infatti fu tenuto nel 313 quel Concilio di vescovi radunato per dirimere le questioni sorte nella Chiesa di Cartagine a proposito del vescovo Ceciliano. Le turbolenze dell'Egitto a proposito di Melcsio e le agitate controversie causate dalla propaganda ariana, risolte nel Concilio di Nicea (325), non ebbero da principio gravi risonanze a R. durante il pontificato di papa Silvestro, quando la Chiesa romana granie al costante favore imperiale si abbelliva di grandiose costruzioni, quali le basiliche sulle tombe degli Apostoli e dei martiri fuori le mura, le chiese titolari all'interno, ed intensificava la propaganda per la conversione dei pagani.
Il partito aruno, forte del favore crescente dell' imperatore Costanzo, giunse a pretendere da papa Giulio (v.) la sconfessione di s. Atanasio ( 342 ); il Papa resistette per due anni, e con leggi di Concilio di Sardica (345) per mettere pace fra le opposte fazioni. Quando poi Costanzo, ritornato unico imperatore dopo le divisioni dei figli di Costantino, volle premere sull'Occidente in favore delle concezioni ariane, nella vana speranza di ridonare per tal via unità spirituale all'Impero, trovo tenace opposizione nel papa Liberio (v.), che fu da lui inviato in esilio e sostituito con l'antipapa Felice II. Questi non poté durare e Liberio ritornò; ma alla sua morte (366) aspre discordie insorsero a R., quando al nuovo papa Damaso fu contrapposto da una parte del clero l'antipapa Ursino, dando occasione a scene violente, e fu resa dura a Damaso la vita con ripetuti ricorsi al tribunale imperiale. Ciò non flaccò l'operosità di Damaso nel radunare concili, erigere chiese titolari, riordinare i cimiteri. Sotto di lui s. Girolamo riuscl ad allargare nell'ambiente femminile aristocratico un ardore per la vita spirituale che non si estinse più. Del resto la vita monastica (v. monachesimo), che s. Atanasio aveva fatto conoscere verso la metà del sec. iv. aveva trovato seguaci anche a R., dove cominciarono a sorgere monasteri, particolarmente nelle vicinanze della Basilica Vaticana e dei più venerati santuari.
Non è però da credere che il paganesimo a R. fosse del tutto debellato. Sebbene l'imperatore Costanzo ne avesse proibito il culto pubblico ed imposta la chiusura dei templi, a R. si dovette procedere a tal riguardo con molta cautela. Dopo la breve parentesi di Giuliano l'Apostata (v.), Graziano rinnovò i decreti di Costanzo, confiscò i beni dei templi e proibì le pubbliche elargizioni, rifiutò il titolo di pontifex maximus che l'Imperatore portava fin dal tempo d'Augusto e nel 382 volle che fossero tolti dall'aula del Senato l'altare e la statua della Vittoria. Una deputazione di senatori pagani condotta da Simmaco non riusci ad ottenere la revoca di quest'ordine e la conservazione degli antichi privilegi. Una polemica letteraria fra Simmaco e s. Ambrogio (più tardi anche Prudenzio) rese celebre quest'episodio. Ma i senatori pagani tentarono di rifarsi in occasione della ribellione del 392 con il rimettere nell'aula la statua della Vittoria, celebrare di nuovo gli antichi culti ed imporre alla città una lustratio solenne, quasi per purificarla dalla contaminazione cristiana. La vittoria di Teodosio nel 394 pose fine a quest'ultimo sforzo del paganesimo per sopravvivere; i templi furono chiusi, il collegio delle Vestali si disperse, qualche anno più tardi anche i giuochi del Circo cessarono; non cessò ancora l'accusa che il cristianesimo fosse la causa della rovina dell'Impero; s. Agostino ebbe a polemizzare contro questo pregiudizio, tenace in una parte dell'aristocrazia e nella tradizione letteraria.
Con la morte di Massenzio R. aveva cessato d'essere di fatto capitale dell'Impero. Non soltanto Costantino aveva fatto sorgere Costantinopoli come metropoli del-
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l'Oriente, ma per l'Occidente erano sorte a competere con R. Treviri (poi Arles) e Milano. Con l'invasione visigotica Ravenna fu la vera capitale di quanto rimaneva dell'Impero d'Occidente. Nel 410 Alarico con i suoi Visigoti s'impadroniva di R. e la metteva a sacco; papa Innocenzo s'era adoperato invano presso l'imperatore Onorio per stornare il malanno. Papa s. Leone (v.) vide la tragica fine della dinastia di Teodosio, e se riuscì nel 452 ad allontanare dall'Italia Attila ed i suoi Unni, vide nel 455 Genserico ed i suoi Vandali, partendo dall'Africa, impadronirsi di R. ed allontanarsi poi carichi di bottino. I decenni seguenti segnarono l'agonia dell'Impero, finché un capo degli ausiliari barbari, Odoacre, proclamatosi re (476), vi pose fine, pur senza distruggerne gli ordinamenti interni. Odoacre soccombé a sua volta (489-91) sotto i colpi di un nuovo barbaro, Teodorico re degli Ostrogoti, che si fece padrone dell'Italia. R. continuava intanto a governarsi con il suo Senato e con il praefectus Urbi, ma non era più l'arbitra delle sorti del mondo, pur conservando sempre le memorie e la maestà del suo passato. In Oriente si sarebbe volentieri fatto a meno anche del suo primato spirituale che non le poteva esser tolto, nella presunzione che l'autorità dell'Impero fosse salvaguardia sufficente dell'unità religiosa. Invece le scissioni provocate dalle grandi questioni cristologiche, nestoriana e monofisita, avevano si superato l'arianesimo, professato ancora dai barbari invasori, ma solo per perpetuare divisioni più profonde. A R. il dogmatismo bizantino non aveva fatto presa, però contro la dominazione barbarica s'era reso vivace un senso di legittimismo verso l'Impero, considerato come la continuazione della romanità; ed esso, pur con fasi diverse, dominò le vicende dell'età seguente. Ne furono un'espressione le turbolenze suscitate a proposito dell'elezione di papa Simmaco (v.) per opera dell'antipapa Lorenzo, pochi anni dopo le diffidenze del re Teodorico che costarono la vita a papa Giovanni I (v.) e ad alcuni membri dell'aristocrazia romana (v. boezio), finché si giunse alle guerre gotiche desolatrici per tutta l'Italia, ma in particolare per R. Assediata dal re goto Vitige per più di un anno, e sottoposta alle più dure prove, la città potè resistere solo per l'abilità ed il valore di Belisario, il generale bizantino ch'era riuscito ad occuparla. Nel frattempo fu allontanato da R. papa Silverio (v.) e privato della sede che fu data a Vigilio (537). Rialzate le sorti dei Goti, R. fu assediata una seconda volta dai Goti, e questa volta fu papa Vigilio a dover lasciare R., perché Giustiniano lo volle a Costantinopoli. La città cadde in mano di Totila per tradimento il 17 dic. 546 e a mala pena il diacono Pelagio, fattoglisi incontro, riusci ad indurre a clemenza il Re; ma la popolazione fu costretta a lasciare la città, mentre in parte ne venivano distrutte le mura. R. rimase in potere dei Goti, finché Narsete la restituì ai Bizantini nel 552, dopo nuovi combattimenti e nuove stragi. Fu questo uno dei momenti più critici della sua storia; essa era anche rimasta priva del Papa morto in Sicilia nel luglio 553; l'anno seguente Giustiniano mandò come pontefice Pelagio (v.) che, accolto con molta diffidenza sul principio, finalmente riusci a rimettere ordine e fiducia nella città tribolata.
L'invasione longobarda del 568 che gettò lo scompiglio nell'Italia bizantina si fermò ai dintorni di R., dove giungevano gli echi sinistri dei malanni causati dai nuovi barbari; dalla Tuscia e dalla Sabina essi miravano a gettarci sulla città, che però non fu da loro raggiunta, grazie soprattutto all'attività di papa Gregorio I. Cominciarono di qui, con il declinare costante dell'autorità imperiale, le vicende di R. nel medioevo.
Bibs.: fonti principali per la storia della chiesa di R. sono il Lib. Pont. e Jaffé-Wattenbach. La letteratura è immensa; cf. anabutto le stor. gener. della Chiesa; L. Duchenne, Hist. ancienne de l'Eglise, 3 voll., Parigi 1910-29; id., L'Eglise au VIe siècle, ivi 1925, e la recente di Fliche-Martin-Frutaz. I-V; si ricordano qui soltanto alcune opere di carattere generale: H. Grisar, Analecta Romana, Roma 1899; I. Rinicri, S. Pietro in R. e i primi Papi, Torino 1909; A. De Waal, Konstantins der G. Kirchenbauten in R., Hamre 1913; G. Villari, Le trecas, barbariche in Italia, Milano 1920; P. Batiffol. L'Eglise naissante et le catholicisme, Parigi 1927; id., La paix constantinienne et le ca-
tholicisme, ivi 1929; id., Le Siège apostolique (359-451), ivi 1924; id., Cathedra Petri, ivi 1938; E. Caspar, Die älteste röm. Bischoffiste, Berlino 1926; H. Lictzmann, Petros und Paulus in Rom, ivi 1927; G. Bardy, L'Eglise rom. sous le pontificat de saint Anicet, in Recherches de science religieuse, 17 (1927), pp. 481-511; J. Chapman, Studies on the early papacy, Oxford 1928; H. Grisar, Roma alla fine del mondo antiro, 2 voll., Roma 1930; E. Caspar, Gesch. des Papsttums, 2 voll., Tubinga 1930-33; A. S. Barnes, The Martyrdom of st. Peter and st. Paul, Oxford 1933; G. Romano-A. Solmi, Le dominas. barbariche in Italia, Milano 1940; O. Bertolini, R. di fronte a Bisanzio e ai Longobardi, Bologna 1941; R. Valentini-G. Zucchetti, Codice topage, aella città di R., II, Roma 1942.
Agostino Amore
III. Da Gregorio Magno a Stefano III (590-772). - L'invasione longobarda aveva profondamente intaccato, fra il 569 ed il 589 , le contermini province della "Tuscia et Umbria" e della "Campania ; R. stessa era stata ripetutamente in pericolo, e tornò ad esserlo al principio del pontificato di Gregorio Magno (590-604). Fu salvata, insieme con il territorio circostante, grazie alle iniziative tanto ardite quanto opportune e tempestive del grande Pontefice anche sul terreno militare e politico-diplomatico nei confronti con Agdiulfo e con il duca di Spoleto Ariulfo. Grazie a lui i papi del sec. vir non dovettero più affrontare le stesse prove; ma l'opera di Gregorio Magno aveva segnato un momento decisivo nei rapporti non soltanto con i Longobardi, ma anche con l'Impero.
Ancora verso la metà del sec. vir l'annuncio ufficiale all'esarca d'Italia della elezione di un nuovo papa dichiarava solennemente che la virtù non delle armi imperiali ma di Dio e di s. Pietro, nella persona del Pontefice, suo vicario, teneva a freno e placava, al suo avvicinarsi, la ferocia dei barbari. Gregorio Magno, inoltre, aveva agito sempre, nelle sue iniziative diplomatiche, come leale suddito e per una sua personale valutazione degli interessi dell'Impero, in Italia; ma senza esitare a porsi

(fts. Sestili)
Roma - Esterno della chiesa di S. Giorgio al Velateo, costruita nell'viI sec. con portico e campanile del sec. xis - Roma.
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Roma - Interno della chiesa di S. Maria in Cosmedin (sec. viII, con trasformazioni del sec. xir; restaurata di recente) - Roma.
vava che l'Esarca sapeva di non poter contare sulla obbedienza incondizionata delle truppe romane, se si fosse trattato di materia religiosa. Due anni più tardi il chartularius Maurizio eccito le truppe ai suoi ordini alla rivolta contro lo stesso esarca Isacio. Pagò con la vita la ribellione ed il suo fu un moto effimero, dovuto soltanto ad ambizioni personali, al quale la Chiesa di R. rimase del tutto estranea; ma ne risulta che anche nel territorio romano, per effetto delle riforme introdotte negli ordinamenti bizantini a partire dal 584 , con la istituzione della carica di esarca d'Italia, alle antiche province civili si venivano sostituendo nuove circoscrizioni territoriali militari, che presto sarebbero state poste al comando di duces, e perciò si sarebbero dette ducati.
La condanna del monotelismo nel Concilio Lateranense, sotto papa Martino I (ott. 649), portò alla fase acuta il conflitto religioso fra la Chiesa di R. e Bisanzio. La solidarietà spirituale con il Papa anche delle forze armate si dimostrò talmente salda, che persero l'esarca d'Italia Olimpio, al quale l'imperatore Costante II aveva affidato il compito di superare, con ogni accorgimento anche violento, l'opposizione al suo tūros mepl mistosos, ne fu indotto a ribellarsi egli stesso all'Impero. Per tre anni Olimpio resse da padrone i domini italiani di Bisanzio, finché perì di malattia nel 652 in Sicilia, dove aveva condotto l'esercito a rintuzzare la prima incursione araba nell'isola. Per la prima volta nella storia dell'Italia bizantina un conflitto religioso aveva avuto ripercussioni nella situazione politica. Il fatto per il momento non