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ani di Bisanzio, finché perì di malattia nel 652 in Sicilia, dove aveva condotto l'esercito a rintuzzare la prima incursione araba nell'isola. Per la prima volta nella storia dell'Italia bizantina un conflitto religioso aveva avuto ripercussioni nella situazione politica. Il fatto per il momento non ebbe conseguenze; ma nel giugno 653 l'esarca Teodoro Calliopa poté trarre in arresto nella Basilica Lateranense Martino I come ribelle, proclamarlo, in nome del Sovrano, usurpatore della cattedra papale, farlo tradurre prigioniero a Bisanzio; e Costante II poté far processare e condannare il Papa per quanto era accaduto, come reato puramente politico, cioè di alto tradimento. Nel luglio 663 papa Vitaliano ( $657-72$ ), il clero e la popolazione di R. accolsero con gli onori di legittimo sovrano l'Imperatore, recatosi a visitare la città. Nel 668 Vitaliano diede l'appoggio morale e materiale della Chiesa a Costantino IV, figlio di Costante II, dopo che questi era stato assassinato a Siracusa, e l'ufficiale colpevole si era fatto proclamare imperatore.

La pace religiosa fu ristabilita con il VI Concilio ecumenico del 680-81, che condannò a Costantinopoli il monotelismo ed i suoi promotori e fautori; ma ogni qual volta parve che Bisanzio attentasse a questa pace, nei domini imperiali della penisola italiana le reazioni furono immediate, soprattutto in R., assumendo tale carattere che solo l'azione moderatrice dei Papi poté impedire che passassero senz'altro sul terreno politico. Cosi per due volte alti dignitari furono inviati a R. da imperatori con ordini ostili alla Chiesa; e le truppe in rivolta, accorse in sua difesa anche da altre parti dei domini imperiali nella penisola e dalla stessa Ravenna, volevano metterli a morte, ed essi dovettero la vita all'intervento personale dei papi; intorno al 695 , al tempo dell'imperatore Giustiniano II, il protagonista Zaccaria fu salvato da Sergio I; ed intorno al 70 r l'esarca Teofilatto, da Giovanni VI. Nel frattempo le riforme negli istituti bizantini avevano portato l'ordinamento in ducato anche nel territorio romano, con sede del comando sul Palatino; e l'exercitus Romanus si era organizzato in un corpus capace di funzioni anche amministrative e politiche, in quanto appunto il ceto militare andava ormai assorbendo e sostituendo l'antica aristocrazia civile in una nuova aristocrazia militare. La prima menzione di un duca si ha per R., solo intorno al 712-13. Ma certo il Ducato romano ebbe origine all'incirca contemporanea con quella del Ducato di Napoli, e il primo duca di Napoli fu nominato da Costante II nel 66r. L'exercitus Romanus già verso la

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metà del sec. vil figurava come ceto a sé, accanto al clero ed al laicato civile, nei documenti ufficiali concernenti le elezioni papali. La sua nuova posizione nella vita pubblica risulta già evidente verso la fine del sec. vii per il fatto che durante il pontificato di Benedetto II (684-85) l'imperatore Costantino IV inviò a R. ciocche di capelli dei figli Giustiniano ed Eraclio, con un messaggio indirizzato al Papa, al clero ed all'exercitus Romanus.

L'atto, negli usi del tempo, conferiva simbolicamente ai due principi imperiali la qualità di figli adottivi di R., rappresentata dal suo vescovo, dal suo clero e dalle sue forze armate. Il peso di questo ceto militare si fece sentire nei contrasti per l'elezione del successore di papa Giovanni V (m. il a ag. 686). L'exercitus Romanus oppose la candidatura del presbitero Teodoro a quella dell'arcidiacono Pietro sostenuta dal clero, e non esitò a sbarrare gli accessi della Basilica Lateranense con armati; aderì all'elezione di un terzo candidato, il presbitero Conore, probabilmente anche perché si trattava del figlio di un ufficiale dell'esercito imperiale. Alla morte di Conone (ai sett. 687) il ceto militare partecipò di nuovo alle fazioni in contrasto, questa volta dividendosi esso stesso tra i fautori di Teodoro, nel frattempo divenuto archipresbitero, ed i fautori dell'arcidiacono Pasquale; ed i suoi capi concorsero efficacemente a far prevalere la terza candidatura del presbitero Sergio, consacrato il 15 dic. 687, dopo che l'esarca d'Italia Giovanni Platyn, venuto di persona a R., ebbe riconosciuta la regolarità della sua elezione. Tuttavia più che la virtus armorum ancora una volta fu salutare per R. la virtus S. Petri quando la minaccia longobarda tornò, dopo un secolo, ad incombere sulla città. Papa Giovanni VI (701-705) ottenne che il duca di Benevento, Gisulfo I, dopo aver corso devastando la Campania sino al quinto miglio da R. sulla Via Latina, interrompesse le ostilità e si ritirasse. Il Ducato romano perdette però allora, al di là del Liri, Arpino ed Arce, e sul Liri, Sora, che Gisulfo I annesse ai suoi domini. E non tardò a riaprirsi anche il problema dei rapporti religiosi con Bisanzio, e del loro ripercuotersi sulla situazione politica.

Nel 712, se papa Costantino I (708-15) reagì sul terreno religioso al tentativo di Filippico Bardane di riaffermare il monotelismo, il laicato reagì anche sul terreno politico. Per la prima volta da quando era sotto il dominio bizantino, il populus Romanus si eresse a giudice della legittimità di un imperatore, rifiutandosi di ricevere l'icona di Filippico Bardane, di riconoscere validi o di lasciare redigere atti con il suo nome, di accettare monete con la sua effigie, di lasciar recitare per lui durante la Messa la preghiera liturgica per il sovrano regnante. Queste decisioni furono oggetto di un decreto, che si deve presupporre emanato dall'unica assemblea la cui persistenza è attestata dalle fonti almeno ancora al tempo di Gregorio Magno, nel 603: il Senato. Ma le decisioni avevano avuto l'appoggio anche dell'exercitus Romanus. Il suo comandante, Cristoforo, il primo duca di R. del quale si conosca il nome, fu il campione della grande maggioranza del laicato, quando questa, nel 713, fece stabilire in virtù di un altro decreto, logica conseguenza del precedente, di non riconoscere come duca di R. Pietro che era stato promosso, al posto di Cristoforo, da Filippico Bardane.

I sostenitori del nuovo duca furono affrontati con le armi, quando tentarono di forzare dalla Via Sacra l'accesso alla sede del comando sul Palatino, e scamparono allo sterminio solo per il tempestivo arrivo sul posto di combattimento dei sacerdoti, con il Vangelo e con la Croce, inviati dal Papa per metter pace. Fatto significativo : la promozione compiuta ad nomen heretici non era stata riconosciuta zelo fidei; defensores heretici Petri furono chiamati coloro che la volevano imporre, e pars Christiana fu detto il partito di Cristoforo. Ed i Romani acconsentirono a ricevere, come duca, Pietro soltanto dopo che, rovesciato Filippico Bardane (giugno 713), il suo successore Anastasio II ebbe trasmesso al Papa a R. per mezzo dell'esarca Scolasticio una solenne professione di fede conforme al VI Concilio ecumenico. Costantino I, non diversamente da Sergio I e da Gio-
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(fol. Spartaca Appetiti)
Roma - Una delle ceramiche che adornano il campanile della basilica dei SS. Giovanni e Paolo (sec. xit) - Roma.
vanni VI, aveva svolto un'efficace azione moderatrice per contenere il conflitto nei limiti del problema religioso. Probabilmente all'atteggiamento di prudenza politica tenuto dai Papi tra lo scorcio del sec. vir e l'inizio del sec. viII contribuì il fatto, che uno solo di essi, su nove, Benedetto II (684-85), era romano, mentre tutti gli altri appartenevano a famiglie originarie o dall'Oriente greco, o dalla Sicilia che fortemente risentiva della influenza bizantina.

Ma quanto era avvenuto lasciava presagire quali sviluppi potevano prendere gli eventi politici a R. quando i papi avessero mutato linea di condotta. Carattere economico, e non religioso, ebbe all'inizio il conflitto che Gregorio II (715-31), di famiglia romana, forse tra le poche superstiti dell'antica aristocrania senatoria romana, impegnò con Leone III Isaurico (717-41), nei primi anni del suo pontificato, rifiutandosi di sottostare alle ordinanze fiscali dell'Imperatore a carico anche dei beni ecclesiastici. Soldali con il Papa furono i proprietari terrieri del laicato, che costituivano le forze armate regolari del Ducato romano, e fallirono perciò tutti gli sforzi dell'Isaurico e dell'esarca d'Italia Paolo per stroncare la ribellione, impadronendosi della persona di Gregorio II, consideratone il capo, passibile quindi della pena capitale. Lo spatario imperiale Marino, inviato dall'Imperatore ad assumere, con questo preciso compito, il comando del Ducato romano, si trovò impotente; causa occasionale, perché egli abbandonasse R., fu un'improvvisa gravissima malattia ma a furia di popolo furono tolti di mezzo il duca Basilio ed il chartularius Giordano che, con la connivenza di Giovanni, suddiarono della Chiesa, gli erano subentrati nell'impresa per ordine dell'esarca Paolo. Il primo, costretto a farsi monaco, finì la vita in reclusione; gli altri due furono uccisi. Contemporaneamente il Papa, in pieno accordo con i circoli dirigenti del laicato cittadino, avviava un'audace azione nettamente politica, intesa a procurarsi il concorso militare dei Longobardi.

Il Ducato romano, che alcuni anni prima - intorno al 717 - si era visto togliere Narni dal duca di Spoleto Farouido II, ebbe nel figlio di lui Trasmondo II un prezioso alleato, i cui guerrieri concorsero alla difesa vittoriosa dei confini del Ducato romano contro le truppe dell'esarca; ed alla difesa contribuirono anche altri duchi longobardi, certo con l'intesa dello stesso re Liutprando. Fatto significativo: la defensio pontifexo, motivo senza dubbio spirituale, aveva indotto Longobardi e Romani ad unire le loro forze contro l'Esarca. Sui Romani il fattore spirituale agì poi in tutta la sua potenza quando al terreno religioso l'lsaurico estese il conflitto, con le ordinanze iconoclaste del 726, e Gregorio II si preparò, per dirla con il suo biografo, a combattere l'Imperatore quasi come nemico; ed ammoni tutti i cristiani a guar-

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(let. Alinari)
Roma - Torre medievale dei Capocci (sec. xili) - Roma, piazza S. Martino ai Monti.
darsi da tanta empietà. Il nuovo carattere del conflitto rafforzò dapprima l'alleanza tra Longobardi e Romani, i quali, scrive il biografo di Gregorio II, si strinsero come fratelli con la catena della fede, desiderosi di affrontare morte gloriosa per l'incolumità del Pontefice. Ma le basi politiche dell'alleanza erano assai meno salde di quelle religiose.Liutprando temeva che essa favorisse rapporti troppo stretti e pericolosi per la sua potenza fra i duchi di Benevento e di Spoleto e R., e nel 728 fece occupare Sutri nel Ducato romano, e solo dopo penosi negoziati, durati oltre quattro mesi, Gregorio II ne ottenne lo sgombero, non però delle dipendenze rurali. L'anno dopo Liutprando si accordava con l'esarca Eutichio mandato dall'Isaurico a sostituire in Italia Paolo, ucciso nel 727 dai ribelli anticonoclasti a Ravenna, e si riunì con lui sotto R., dopo aver costretto i duchi di Spoleto e di Benevento a prestargli giuramento e a dargli ostaggi. Agì allora da mediatore di pace, accolse con grande reverenza Gregorio II, recatosi al suo campo per trattare; fece devoto omaggio alla tomba di S. Pietro delle sue armi e delle sue insegne regali; ottenne che R. accogliesse l'Esarca e che questi rinunciasse ad eseguire gli ordini di spietata repressione voluta dall'Imperatore.

Ma l'alleanza di R. con Liutprando nella lotta contro l'iconoclastia era cessata. Tuttavia la rinuncia dell'Esarca accrebbe il prestigio del Papa, il quale, dal canto suo, poteva ora vedere in Eutichio il rappresentante della legittima autorità dell'Impero, da Gregorio II mai negata, e non lo strumento di empie dottrine religiose di un imperatore. Ciò spiega come Gregorio II, subito dopo, appoggiò, facendola accompagnare da alti funzionari della Chiesa, la spedizione condotta nella Tuscia romana dall'Esarca, contro quel Tiberio Petasio, che si era fatto prestare giuramento di fedeltà come imperatore dagli abitanti di Luni (poco a valle della confluenza del Vesca nel Mignone), di Blera e di Monterano (presso la riva occidentale del lago di Bracciano). E ciò spiega inoltre perché obbedirono alle esortazioni del Papa le truppe romane, nel seguire l'Esarca all'impresa, che si conchiuse con l'uccisione a Monterano del ribelle. Con il vicario di s. Pietro si sentivano ormai indissolubilmente unite le
popolazioni del Ducato romano. Tutti i ceti del laicato cittadino, dall'aristocrazia alla plebe, assistettero al Concilio presieduto in S. Pietro, nel nov. 731, dal successore di Gregorio II, Gregorio III (731-41). Concilio che lanciò la scomunica contro gli avversari delle sacre immagini. Per la sua tenacia nella lotta contro l'iconoclastia, il Ducato romano fu spogliato dall'Isaurico dei territori di Terracina e di Gaeta, trasferiti al Ducato di Napoli, rimasto fedele all'Imperatore.

E quando, negli ultimi anni di Gregorio III, l'Isaurico s'indusse a propositi più concilianti, e ne fece esecutore il patrizio Stefano, nominato allora duca di R., questi, l'exercitus Romanus ed il Papa collaborarono contro i piani ambiziosi di Liutprando, puntando con decisione sul tradizionale antagonismo dei duchi di Spoleto e di Benevento con i re di Pavia, per attrarli a formare con R. un blocco politico-militare capace di tener quelli a freno. Nel 738 Gregorio III come arbitro dichiarò spettare all'Impero ed al corpus dell'exercitus Romanus, Gallese, che il duca di Spoleto Trasmondo II rivendicava come suo dominio; ed i parti di non aggressione e di mutua assistenza stipulati dalla Chiesa e dal popolo romano con lo stesso duca e con il duca di Benevento Godescalco e dalla Chiesa garantiti, furono i primi segni di un programma politico, nel quale il duca di R. ed il ceto militare del Ducato romano erano solidali con il Papa ed a lui si affidavano perché ne fosse il più autorevole interprete. Il patrizio Stefano e l'exercitus Romanus si rifiutarono insieme con Gregorio III di sottostare all'ingiunzione di Liutprando, che gli fosse consegnato Trasmondo II quando questi, nel 739 , si rifugio a R., per scampare al Re, che aveva invaso i suoi domini; e persistettero nel rifiuto anche quando Liutprando ebbe posto il campo sotto R. In quel terribile momento i Romani furono d'accordo con Gregorio III anche nell'altra audacissima mossa politica d'inviare a Carlo Martello una missione papale, latrice di documenti segreti che prevedevano, nel caso dell'intervento dell'onnipotente maggiordomo dei Merovingi contro Liutprando, la stipulazione con lui di un patto formale, che impegnava il popolo romano a staccarsi dall'Imperatore, ed a porsi, in forza di un senatoconsulto, proclamante la decadenza del dominio bizantino, sotto la protezione del principe franco. Per la prima volta da che R. era suddita di Bisanzio, un suo vescovo con il consenso del suo popolo osava farsi promotore ed interprete di un disegno politico inteso a strapparla dal nesso dell'Impero, e ad inserirla nella sfera diretta degli interessi politici del Regno dei Franchi; il Ducato romano intendeva ormai svolgere una politica propria indipendente dagli interessi dell'Imperatore, e questo indirizzo era inspirato e diretto dal Papa, ed orientato a cercare nei Franchi il sostegno più efficace nelle crisi più pericolose.

Nell'ag. 739 Liutprando si ritrasse da R., lasciando però presidiate, al di qua dei confini del Ducato romano, Blera, Orte, Bomarzo ed Amelia. Sempre d'intesa, Gregorio III, il patrizio Stefano ed i Romani rinnovarono il patto con Trasmondo II, e dietro promessa di essere poi da lui aiutati nel riprendere le quattro località perdute nella Tuscia romana misero a sua disposizione l'exercitus Romanus per la riconquista dei suoi domini, che alla fine del 740 fu rapidamente conchiusa. Animatore dell'azione politico-militare diretta a prevenire la controffensiva di Liutprando fu il successore di Gregorio III, Zaccaria ( $741-72$ ), che rovesciando le alleanze offrì al Re il concorso dell'esercito romano contro Trasmondo II, venuto meno ai suoi impegni verso R., e il disinteressamento alle sorti del duca di Benevento Godescalco, sebbene questi, durante la crisi spoletina, si fosse mostrato favorevole a R. A Terni, nel 742, Zaccaria, incontratosi con Liutprando, ottenuta per il Ducato romano la restituzione di Blera, Orte, Bomarzo ed Amelia, stipulò una pace ventennale, e sei anni dopo ne ottenne da Rachi, a Perugia, la conferma.

Una svolta decisiva alla storia del Ducato romano impresse la complessa opera politica del successore di Zaccaria, Stefano II (752-57), contro Astolfo, che, dopo aver conquistato, tra il 730 ed il 751 , Ravenna e cat-

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turato qui l'ultimo esarca d'Italia, Eutichio, mirava anche a R. Per due anni, il Papa indusse il Re longobardo a differire l'attuazione del proposito di attaccare a fondo R., senza lasciarsi intimidire dalla crescente pressione di Astolfo sul Ducato romano, culminata nell'estate del 753 con la presa di Ceccano. Contemporaneamente Stefano II sollecitava dall'imperatore d'Oriente Costantino V l'invio di truppe e trattava con Pipino, dal 751 re dei Franchi, perché s'interessasse della situazione in cui si dibatteva R. Il Papa ottenne dall'Imperatore, non rinforzi, ma l'incarico di recarsi a Pavia, per negoziare in suo nome con il Re longobardo; e da Pipino l'invito ufficiale di recarsi in Francia, per esaminare con lui il da farsi. Ma quando, il 14 ott. 753. il Papa partì, il problema della salvezza di R. non era più soltanto politicomilitare, ma di nuovo anche religioso. Costantino V era infatti tornato alle dottrine iconoclaste e la Chiesa di R. temeva naturalmente che una restaurazione del dominio imperiale diretto sull'esarcato raven-
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(bd. Brunner)
Roma - Esterno dell'abside della chiesa dei SS. Giovanni e Paolo (1154-49) - Roma.
nate potesse offrire all'Imperatore la possibilità di tentare, come già suo padre, di servirsi di quei Senatori per combattere R.

Ma le popolazioni di Ravenna e dei territori adiacenti, a differenza di quelle dei ducati imperiali nell'Italia meridionale e della Sicilia, erano state a fianco di Gregorio II e di Gregorio III, acquistandosi buon titolo ad essere considerate dai Papi, insieme con le popolazioni dei Ducati di R. e di Perugia, gregge più particolarmente da Cristo affidato alle cure di s. Pietro e che perciò i Papi, quali vicari di s. Pietro, avevano particolar dovere di difendere. Già questo fattore spirituale aveva mosso Zaccaria quando nel 743 a Pavia aveva strappato a Limprando la restituzione all'Impero di gran parte delle ultime conquiste da lui compiute nei territori di Ravenna e di Cesena. Ma ora Stefano II riteneva suo dovere strappare le pecorelle del Signore nell'Esarcato ravennate non soltanto al lupo longobardo, ma anche all'eretico lupo bizantino. Durante il suo soggiorno in Francia, nel 754, venne a conoscenza dell'accentuarsi in Oriente della minaccia iconoclasta in relazione alle deliberazioni prese dal Concilio di Costantinopoli (io febbr. - 8 ag. 754). Stefano II andò quindi sempre più decisamente informando la sua azione al pensiero inteso a trasferire sul terreno politico la concezione scritturale delle pecorelle del Signore, nel senso che dominus delle popolazioni del Ducato romano e dell'Esarcato dovesse considerarsi, finché permanevano le particolari condizioni religiose del momento in Oriente, non l'Imperatore, ma s. Pietro, e perciò il Papa suo vicario; e che alla Chiesa di R., anziché all'Imperatore, dovesse Astolfo restituire i territori da lui conquistati. Prendeva cioè consistenza l'idea di un nuovo sistema politico-religioso, guidato da R. e dalla sua Chiesa. L'idea traspare sintetizzata nell'espressione "Sancta Dei Ecclesia rei publicae Romanorum", che appunto in questi anni comincia ad apparire negli scritti della Cancelleria papale e presso i circoli lateranensi. Questo sistema politico-religioso doveva attuarsi con l'acquisto di una posizione autonoma rispetto a Bisanzio, pur rimanendo nel nesso statale dell'Impero, per opera del Papa, con l'aiuto e con un'azione tutoria di Pipino, che superasse vittoriosamente il pericolo longobardo e creasse una garanzia dal pericolo iconoclasta bizantino. Il Ducato romano sarebbe stato il nucleo essenziale del sistema, al quale avrebbe dato una base preziosa con i suoi ordinamenti amministrativi, ecclesiastici e laici, e con il suo esercito, però con una subordinazione di fatto degli istituti civili e militari, e dello stesso duca di R. alla persona del Papa. I circoli dirigenti del Isicato romano, gli stessi alti ufficiali e funzionari che, per il grado e per gli uffici rivestiti, avrebbero dovuto operare nell'interesse esclusivo dell'Imperatore, aderirono indubbiamente a queste idee politico-religiose.

Una rappresentanza dell'aristocrazia militare romana fu a fianco del Papa quando, nell'ott.-nov. 753, trattò a Pavia con Astolfo. Non le accompagnò anche in Francia; ma tutto l'agire di Stefano II durante il soggiorno nel Regno transalpino presuppone una serie di precedenti intese anche segrete con il Isicato romano, e la certezza in lui di esserne l'interprete autorizzato. Particolarmente significativo, a questo riguardo, appare il conferimento della dignità eminente di patricius Romanorum, della quale Pipino ed i figli Carlo e Carlomanno furono insigniti da Stefano II, nella stessa circostanza, e durante lo stesso rito religioso della loro unzione a re dei Franchi, in S. Dionigi, nel 754, forse il 28 luglio. Solo il Senato di R. poteva ritenersi competente a disporre, in concorrenza con l'Imperatore, della dignità patrizia; per sua delega dovette dunque compiere il suo atto Stefano II. Ma il Papa operava anche come vicario di Pietro, perciò il conferimento assunse il carattere di un'attribuzione proveniente dallo stesso Principe degli Apostoli, per volere di Dio, conferente poteri analoghi a quelli che una secolare prassi considerava congiunti con tale dignità nell'ambito dell'Impero. L'asclamazione con cui il clero e il popolo di R. accolsero trionfalmente Stefano II, reduce, nell'estate del 755 , "è venuto il nostro pastore e la nostra salvezza dopo Dio ", salutava ormai nel vicario di s. Pietro il pastore anche temporale. Quando Astolfo assediò R. dal genn. al marzo 756 e Stefano II fu l'animatore della resistenza, due alti ufficiali dell'esercito romano fecero parte della missione papale, che raggiunse per mare la Francia, e portò il disperato appello, posto in bocca allo stesso Principe degli Apostoli, perché Pipino, i figli, i Franchi, salvassero dai Longobardi la Chiesa di R. ed "il popolo della Chiesa di R." a lui da Dio affidato. Stefano II, dopo il ritorno dalla Francia, ed i suoi successori, esercitarono apertamente il governo temporale su R., sul suo Ducato, sul Ducato di Perugia e sulle parti dell'Esarcato di Ravenna "restituite" a s. Pietro nel 756 da Astolfo e nel 757 da Desiderio.

Il trasferimento di queste ultime al governo temporale dei Papi fu in certo modo sancito dalla "promissio" di Quirery-sur-Oise del 754, dalla "donatio" dell'estate 756 , rilasciate entrambe da Pipino a Stefano II; e dagli accordi stipulati con Stefano II da Desiderio tra il genn. ed il marzo 757. Per R. e per i Ducati romano e perugino, il nuovo stato di cose fu invece conseguenza di un'accettazione da parte di tutti i ceti del Isicato e delle autorità civili e militari locali di una situazione di fatto già esistente. Al funzionamento dei pubblici servizi provvedeva o sovrintendeva da tempo l'amministrazione papale, perché gli uffici dell'amministrazione laica, ai quali ne incombeva la cura, erano paralizzati e andavano scomparendo per la crescente penuria di mezzi, cui li costringeva l'abbandono nel quale Bisanzio lasciava i suoi

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(fot. Sestili)
Roma - Sepolero di Alfano che curò i restauri della chiesa di S. Maria in Cosmedin (1119-24) - Roma, portico della chiesa di S. Maria in Cosmedin.
domini italiani. Il praefectus Urbi, che ancora al tempo di Gregorio Magno era il più alto magistrato dell'amministrazione cittadina, se nel sec. viI esisteva ancora, conservando le funzioni di giudice superiore per le cause criminali in R. e nell'ambito di cento miglia intorno, appariva sostituito di fatto dal Papa come autorità dirigente dei pubblici servizi. Si erano invece accresciuti il numero e l'azione positiva degli uffici della amministrazione ecclesiastica. Sei i direttori generali - il primicerius ed il secundicerius dei notai per l'Archivio, la Cancelleria e la Biblioteca dei Papi; il primicerio dei defensores, incaricati di molteplici incombenze anche economico-sociali e giuridiche; l'arcario ed il sacellario, per i servizi di cassa concernenti, rispettivamente, le entrate e le uscite; il nomenclator, con attribuzioni finanziarie e di cerimoniale; il vestararius per il Tesoro della Chiesa - ed alle loro dipendenze funzionari e impiegati inquadrati in una rigorosa gerarchia.

In contrasto con l'inaridirsi delle risorse a disposizione delle autorità laiche, cospicui mezzi la Chiesa traeva dalle sue proprietà fondiarie, le più estese, produttive e meglio gestite dell'intero Ducato, e diverse in località di grande importanza strategica e militare, con centri abitati sistemati a capisaldi fortificati lungo i confini, come, a tacere di altri, Ceccano. Stavano inoltre passando sotto il controllo della Chiesa, estendendo la loro attività ai rifornimenti annonari per quanto non potevano procurarsi derrate alimentari, le diaconie (v.). L'essere divenuti i Papi, da Gregorio II in poi, il centro propulsore della vita politico-militare di R.; il diffondersi della convinzione che soltanto sotto la loro guida R. poteva salvarsi dai Longobardi e dal fiscalismo e dalla iconoclastia dei Bizantini, spingano ampiamente perché tutti, non eccettuato lo stesso duca di R., accettassero il passaggio del governo temporale al vicario di s. Pietro. Questa accettazione, a quanto si può supporre, si esprimeva
formalmente un giuramento di fedeltà a s. Pietro. Certo ciò avvenne con Stefano II nelle parti dell'esarcato di Ravenna a lui ceduto da Astolfo e da Desiderio. Non constase e sino a qual punto l'aristocrazia militare romana avesse sollecitato ed ottenuto da Stefano II di essere in un qualunque modo compartecipe del governo, come può far supporre il fatto che il duca di R. del tempo, Eustachio, fu da lui inviato insieme con il presbitero Filippo, ad amministrare temporalmente in nome della potestà papale Ravenna e i territori dell'Esarcato + costituiti + a s. Pietro.

Certo è che durante il pontificato di Paolo I (757-67), fratello di Stefano II, ma di lui assai meno dotato di qualità politiche, gli alti funzionari dell'amministrazione papale, i cosiddetti primates o proceres Ecclesiae o de clere, tra i quali primeggiavano i sei direttori generali, detti indices de clere, capeggiati da un uomo di grande energia, il primicerio dei notai Cristoforo, si adoperarono a fare del governo di R. un loro monopolio. Li appoggiavano le famiglie ed il parentado, che avevano con loro identità di interessi e formavano un'aristocrazia che in questo senso si poteva chiamare ecclesiastica. Li osteggiava - anche questo è certo - una parte almeno degli ufficiali dell'esercito, con i quali s'identificava ormai l'aristocrazia laica, i cosiddetti optimates o proceres exercitus o de militia, tra i quali primeggiavano gli indices de militia. Sembra infatti che il ceto militare si fosse diviso tra fautori di rapporti amichevoli con i proceres Ecclesiae, che comprendevano il duca di R. del tempo, Gregorio; e fautori di un'azione decisamente rivolta a ritogliere ai proceres Ecclesiae il predominio politico. La riscossa fu tentata da quattro fratelli, Totone, Passivo, Pasquale e Costantino, di una famiglia originaria da Nepi, che alla morte di Paolo I (28 giugno 767), imposero con la violenza l'elevazione alla Cattedes di S. l'utro di Costantino, spargendo il terrore con masse di contadini armati fatti affluire dalle terre di cui erano proprietari nella Tuscia. Il duca Gregorio fu ucciso, ed il suo posto preso da Totone, Cristoforo fuggi in territorio longobardo insieme con il figlio Sergio, che era sacellario della Chiesa.

Brevi furono le fortune della consorteria di Totone. Dopo appena un anno, alla fine del luglio 768 , Sergio rientrava in R., alla testa di armati raccolti, con il consenso di Desiderio, nel Ducato di Spoleto, dopo una breve zuffa sul Gianicolo nella quale Totone cadde ucciso a tradimento dal chartularius Grazioso. Sergio fu subito raggiunto da Cristoforo, che riprese con ferrea mano il potere. L'energico primicerio, dopo aver ricondotto gli animi ad unanimità di consensi perché a Paolo I fosse dato come legittimo successore Stefano III (768-72), fu implacabile accusatore di Costantino nel Concilio, che il nuovo Papa presiedette in Laterano nell'apr. 769, e che, oltre a condannare l'usurpatore, disciplinò la procedura delle elezioni papali in modo da sottrarle alle violenze di fazioni armate, e da prevenire altre pericolose ingerenze del laicato, restringendo il vero e proprio diritto elettorale attivo al clero, e riservando il diritto ad essere eletto ai soli presbiteri cardinali e ai diaconi, che avessero in precedenza regolarmente percorso di grado in grado tutta la carriera ecclesiastica. Cristoforo, consolidata la sua posizione personale, procurando da Stefano III al figlio la nomina a secondicerio ed a nomenclator, e dando una figlia in moglie all'ufficiale che aveva ucciso Totone, Grazioso, promosso a duca di R., concentrò tutte le sue energie ad orientare i rapporti con Desiderio verso il combattivo indirizzo seguito vent'anni prima contro Astolfo da Stefano II. Su questo terreno si urtò contro nuovi avversari, capeggiati questa volta non da uno dei proceres de militia, ma da uno degli stessi dignitari della corte papale, il cubiculario Paolo Afiarta, del quale Desiderio aveva saputo abilmente lusingare la cupidigia e le ambizioni personali, e che perciò patrocinava invece una politica di amicizia con il Re di Pavia.

Il conflitto si complicò, precipitando al suo epilogo, non appena a Cristoforo ed a Sergio diede appoggio il re dei Franchi, Carlomanno. Ciò spinse Desiderio ad accorrere personalmente in aiuto dei suoi fautori. Nella Quaresima del 77 I il Re longobardo pose il campo sotto R., e costrinse Stefano III, preoccupato della eccessiva

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A sinistra: FACCIATA DELLA CHIESA DELL'ARACELI (1250). Gradinata del 1348. In alto a destra: INTERNO DELLA BASILICA DI S. CLEMENTE ( 1128 con restauri posteriori). In basso a destra: CHIOSTRO DI S. GIOVANNI IN LATERANO, eseguito dai Vassallero (1245-55).

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(fol. Alivari)
(fol. Alivari)
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(fol. Alivari)
In alto a sinistra: MIRACOLO DEL PERIODICO APPARIRE DEL SEPOLCRO DI S. CLEMENTE DAL FONDO DEL MARE. Affresco della fine del sec. xi nel nartece della chiesa inferiore - Roma, basilica di S. Clemente. In alto a destra: APOSTOLI, particolare del Giudizio Universale di P. Cavallini (inizio del sec. xiv) Roma, monastero di S. Cecilia. In basso: EPISODIO DELLA VITA DI S. SILVESTRO E DI COSTANTINO IMPERATORE. Affreschi del sec. xir - Roma, chiesa dei SS. Quattro Coronati, cappella di S. Silvestro.

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influenza acquistata dai suoi due ministri, ad abbandonare Cristoforo e Sergio in balia dei loro nemici, che li mutilarono atroccinente degli occhi e della lingua. Il primicerno ne mori tre giorni dopo; il figlio sopravvisse in dura prigionia, per perire alla sua volta sotto i colpi di vicari di Paolo Afiarta, sul principio del 772, pochi giorni prima che Stefano III morisse. La rivolta guidata contro i proceres Ecclesiae da Totone, e la lotta intestina di palazzo fra dignitari papali, con l'intervento di Franchi e di Longobardi, nella quale il cubuculario Paolo Afiarta aveva sopraffatto il primicerio dei notal Cristoforo.
ed il secondicario e nomenclator Sergio, erano il segno del valore, che ormai si attribuiva alla Cattedra di S. Pietro come strumento di dominio temporale; ed il preludio delle drammatiche contese, con le quali durante il medioevo si sarebbero disputato il papato, per asservirlo ai loro fini politici, fazioni romane e di altre parti d'Italia, e potenze straniere.

I confini del Ducato romano alla morte di Stefano II (757). - Il Ducato romano era sorto dall'unione in una stessa circoscrizione militare dei resti delle antiche province civili della 'Tuscia ed Umbria, della Valeria e della Campania a nord del Garigliano. Confinava a nord con la Tuscia longobarda e con il Ducato imperiale di Perugia; ad est con i Ducati longobardi di Spoleto e di Benevento; a sud con il Ducato di Benevento e con il Ducato imperiale di Napoli; ad ovest con il Mar Tirreno. L'andamento dei confini alla morte di Stefano II, per quanto è dato desumere dalle fonti, si può delineare all'incirca nel modo seguente. Il confine con la Tuscia longobarda cominciava sul mare, alla foce del torrente Mignone, poco a nord di Civitavecchia; si dirigeva alle rive meridionali del lago di Vico, lasciando Blera in territorio romano; contornava a sud e ad est il lago di Vico, che si trovava in territorio longobardo; ad oriente di esso seguiva la cresta dei Monti Cimini, dalla quale scendeva in direzione nord al torrente Vezza, cosi che Soriano del Cimino e Bomarzo si trovavano in territorio romano e Bagnata in territorio longobardo. Dalla confluenza del Vezza nel Tevere il confine era fra i due Ducati imperiali di R. e di Perugia, al primo dei quali apparteneva Amelia. Da Amelia il confine scendeva al fiume Nora, dividendo il Ducato romano da quello longobardo di Spoleto, al quale apparteneva Ternı, mentre Nami ed Orte si trovavano in territorio romano. A sud di Otricoli il confine coincideva con il Tevere sino alla zona a monte di Mentana, dove se ne staccava, per attraversare la zona dei Monti Cornicolani e raggiungere l'Aniene a monte di Tivoli; correva poi lungo il versante meridionale dei Monti Simbruini e attraverso la zona dei Monti Ernici scendeva alla valle del Liri, dove cominciava il confine con il Ducato longobardo di Benevento. Il confine coincideva poi con il corso del Liri sino alla confluenza del Sacco, donde si dirigeva alla depressione fra i Monti Ausoni ed i Monti Aurunci. Dopo Fondi e prima di Terracina cominciava il confine con il Ducato imperiale di Napoli, al quale lasciava il territorio di Terracina, e raggiungeva il mare nella zona contigua a Monte Circeo.

Lista dei duchi di R. nel sec. VIII cino alla morte di Stefano III (772). - Cristoforo (intorno al 712-13); Pietro (intorno al 713); Basilio, Marino, Esilarato. Pietro (tutti e quattro al tempo di Gregorio II, 715-31); Teodoro (intorno al 731-387); Stefano (dal 738 ca. al 741 ca.); Eustachio (intorno al 757); Gregorio (intorno al 767); Totone (767-68); Grazioso (intorno al 768-72). Le date indicano gli anni, ai quali con una certa probabilità si possono ri-
(fel. Monti di Roma)
Roma - Stemma di R., sorretto da un Balestriere e un Pavesato (prima meta del sec. xiv). Particolare del cigno di Agrippina Maggiore, moglie di Germanico, già nel mausoleo di Augusto, riadoperato nel medioevo quale misura (rucchella) di grano sulla piazza del Campidoglio - Musci di Roma.
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(fol. Monti di Roma)
Roma - Stemma di R., sorretto da un Balestriere e un Pavesato (prima meta del sec. xiv). Particolare del cigno di Agrippina Maggiore, moglie di Germanico, già nel mausoleo di Augusto, riadoperato nel medioevo quale misura (rucchella) di grano sulla
piazza del Campidoglio - Musci di Roma.

Le prime manifestazioni concrete del potere temporale dei papi dell'E. sarcato di Ravenna ( $73^{6-57}$ ), in Atti d. Ist. ven. di sc., lett. ed arti. 1947-48, t. cvi, patto $2^{2}$, Cl. di Sc. mor. e lett., pp. 280-300; id., Il problema delle origini del potere tempor. nei papi nei suoi presupposti iniziali: il concetto di - restitutio - nelle prime cessioni territoriali (736-37), alla chiesa di R., in Miscell. Pio Paschini, I, Roma 1948, pp. 103-71; id., Appunti per la stor. del Senato di R. durante il dominio bizantino, in Annali della Scuola Normale Super. di Pisa, Lett. it. e filos., $2^{2}$ serie, 20 (1021), pp. 28-57; id., I papi e le relux. polit. di R. con i Ducati longobardi di Spoleto e di Benevento. I. Gregorio Magno, in Réc. di Stor. della Chiesa in Italia, 6 (1952), pp. 1-46. Cf. inoltre: Fattamento di san fittmo. Ottorino Bertolini
IV. I secc. viI-xit. - La caduta del Regno longobardo, la venuta a R. di Carlomagno, la rinnovazione degli impegni reciproci tra il Sovrano franco ed il Papa, la fortunata politica economica di Adriano, le sue benemerenze culturali ed artistiche avviarono al grande episodio dell'incoronazione imperiale, che fu preceduto però, alla morte di Adriano, da un attacco contro il nuovo papa Leone III, più debole ed incerto, dalla sua fuga in Francia, dal ritorno sotto la protezione franca e la discolpa pubblica in S. Pietro. Per la storia interna di R. la cerimonia del Natale 799 non ebbe conseguenze perché Carlo non risiedette in città; però il prestigio dell'Urbe crebbe nel ricordo delle antiche glorie e nella comune convinzione che soltanto in R. e da una consacrazione religiosa si potesse ottenere una legittimazione del potere politico.

Tutto il sec. Ix è dominato dal contrasto tra le forze ecclesiastiche (familia sancti Petri) e quelle aristocratiche laiche (exercitus Romanus) che con alterna vicenda cercavano di impadronirsi del governo cittadino, a volta a volta chiedendo o respingendo l'aiuto imperiale franco; ne seguivano insurrezioni, scismi, decisioni conciliari o costituzioni imperiali di breve durata e di scarsa efficacia. Frattanto un pericolo più urgente minacciava R., cioè le incursioni arabe; le stesse basiliche di S. Pietro e S. Paolo vennero saccheggiate, provocando enorme impressione in tutto il mondo cattolico, e spingendo il papa Leone IV alla costruzione di una cinta protettiva elevata con il contributo dei vari monasteri e delle domusculiae e con il lavoro dei cittadini divisi in scholae; nell'849 ad Ostia la flotta nemica venne dispersa dalle navi di varie città meridionali riunite in una lega benedetta dal Papa.

Malgrado questo glorioso episodio, la vita romana tendeva ad impoverirsi, chiudendosi nel limitato ambito locale e restando influenzata dagli intrighi familiari; tipico il caso del minus imperiale Arsenio e dei suoi figli Eleuterio ed Anastasio, il celebre bibliotecario autore di varie vite comprese nel Liber pontificalis, che fallirono nell'ambizioso disegno d'impadronirsi della direzione ecclesiastica e civile della città, ma aprirono la via ad altri

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(per cortena dei Presidente del T.C.J.)
Roma - Personificazione di R. nell'indice di una guida storicodescrittiva di R., per uso dei pellegrini (fine sec. XIV) - Novara, Duomo, Archivio di S. Maria.
più fortunati tentativi del genere. La morte violenta di papa Giovanni VIII (882); le efferate violenze del «SInodo del cadavere » allorquando il morto pontefice Formoso fu giudicato, deposto e gettato in Tevere per istigazione dei duchi di Spoleto rimasti danneggiati dalla sua politica favorevole ad Arnolfo di Carintia (897); le doppie elezioni, gli assedi e tanti altri fatti torbidi ed oscuri sono altrettante manifestazioni di un processo di faticoso assestamento, che doveva portare con il nuovo secolo ad un potenziamento delle forze nobiliari, alla formazione di una vera e propria dinastia signorile capace di reggere con polso energico la politica ecclesiastica ed urbana, imponendo a pontefici i membri della propria famiglia e servendosi dei potentati vicini (Spoleto, Toscana, repubbliche marinare dell'Italia meridionale) o lontani (imperatori, re d'Italia, grandi monasteri) ai suoi scopi d'ingrandimento dei possessi territoriali nella Sabina ed in altre località della campagna romana.

La prima figura di rilievo è Teofilatto, che era ad un tempo sestavarina pontificio e capo della milizia cittadina, imparentato con Alberico di Spoleto ed aveva, dalla sua, dapprima papa Sergio III e poi Giovanni X. Anche la moglie di Teofilatto, Teodora, doveva esser donna energica ed abile, ma non tanto corrotta, come alcuni cronisti l'hanno descritta; anzi contro di lei, le sue figlie ed altre donne romane del tempo vennero lanciate accuse obbrobriose supinamente ricopiate da storici di tutte le tendenze cosi che la pornocrazia romana del sec. x divenne uno dei più abusati luoghi comuni, ma contro tale pregiudizio occorre reagire mostrandone tutta l'assurdità e cercando, al contrario, d'intendere gli atteggiamenti politici, le idealità e le realizzazioni di quei personaggi spesso tragici ed enigmatici.

Sotto Giovanni X ebbe luogo una nuova, fortunata battaglia contro gli Arabi alle foci del Garigliano (ag. 91 5), ma il disegno del Papa di liberarsi dalla tutela degli aristocratici locali appoggiandosi ai re d'Italia falli ed in città governò Marozia, la figlia di Teofilatto e Teodora, con i titoli di senatrix e di patricia; ma quando ella volle sposare Ugo di Provenza contro le leggi canoniche e per
fini politici, i Romani insorsero sotto la guida dello stesso figlio di lei, Alberico (932); e per oltre vent'anni l'Urbe visse raccolta sotto il princeps et omnim Romanorum senator, che con saggezza ed abilità seppe resistere agli assalti esterni, accordarsi con Bisanzio, riformare i monasteri, migliorare le condizioni economiche e, in una parola, concentrare a buon fine tutte le energie cittadine. Invece suo figlio, chiamato con il nome augurale di Ottaviano ed elevato al pontificato con il nome di Giovanni XII, si rivelo immorale e sventato; dopo aver chiamato Ottone di Sassonia a R. incovonandolo imperatore ( 962 ) ai uni ai nemici di lui e finì con l'esser sopraffatto, mentre in città la reazione antitedesca continuava con la scelta di Benedetto V contro il papa imperiale Leone VIII, ma fu cosa di breve durata e nella seconda metà del sec. x l'influenza imperiale germanica si contrappose vittoriosamente al dominio di famiglie locali, fra le quali celebre quella dei Crescenzi.

Il punto cruciale del duello fu rappresentato dall'insurrezione tentata contro Ottone III nel 998 da un Crescenzio tragicamente finito in Castel S. Angelo dove si era chiuso; l'Imperatore cercò di atticare a sé i Romani ma con poco successo, e presto mori, né i papi da lui scelti Bruno di Carinzia (Gregorio V) e Gerberto d'Aurillac (Silvestro II) poterono far molto di fronte al ritorno dei Crescenzi. Dal rooz al roiz la città stette tranquilla sotto il patriziato di Giovanni di Crescenzio; poi si fece luce un'altra grande famiglia romana, quella dei Tuscolani, che ripete la manovra di occupare le cariche religiose e civili mettendo sul soglio papale successivamente ben tre dei suoi, e trattando con i vari imperatori d'Occidente ed Oriente. Ma verso il ro44, sia per le erogelatezze di Benedetto IX, sia per l'ostilità dei Crescenzi e dei marchesi di Toscana, sia per la pressione del ciero riformato su Enrico III di Franconia, il sistema politico dei Tuscolani cadde; con il Sinodo di Sutri ebbe inizio un dircito intervento imperiale negli affari ecclesiastici, coonestato, per quel che concerne la posizione del sovrano di fronte ai cittadini, dal conferimento del patriziato e relativo diritto del principatus in electione papae.

Le conseguenze del grande movimento riformatore gregoriano e delle lunga lotta delle investiture sulla vita cittadina romana furono d'incalcolabile portata perché nel duello tra papi ed imperatori si avvantaggiarono gli abitanti dell'Urbe, e non già le vecchie famiglie bensi nuovi nuclei, come i Pierleoni che basavano la loro potenza sul denaro ed i Frangipani d'origine popolare; contemporaneamente si delineavano nuovi organismi politici e l'espansione comunale si indirizzava verso linee che saranno poi costanti nei secoli successivi. A sua volta la Chiesa, staccandosi energicamente dai lacci falcali, si estraniava un po' dalla città; la Curia si popolava di persone venute da lontano e lo sguardo dei pontefici poteva allargarsi ad un orizzonte assai più vasto di quello, cosi limitato, del periodo precedente. La resistenza dei vecchi elementi fu lunga e feroce, come mostrano vari episodi cruenti occorsi sotto i pontificati di Alessandro II e di Gregorio VII (come l'assalto di Cencio nel Natale del 1075), vanno aggiunti i vari assedi di Enrico IV, che, alfine, riusci ad entrare in città, farsi incoronare dal suo antipapa Guiberto ed occupare il Campidoglio. Ma l'arrivo dei Normanni provocò altri orrori, e tali tristi alternative si ripeterono più volte sotto i successori di Gregorio VII con frequenti fughe dei papi, nomine di antipapi, saccheggi di case dei nobili, visite di imperatori ora ben accolti ora scacciati. Solo Callisto II, dopo aver conchiuso il Concordato di Worms (1122), poté riprendere in mano il governo della città appoggiandosi decisamente ai Pierleoni; invece i Frangipani prevalsero sotto il successore Onorio II, talché l'urto tra le due casate apparve inevitabile, e quel duello costitul uno dei ricorsi costanti nella storia romana del sec. xit. Ne fu episodio culminante lo scisma aperto nel 1130 con la doppia elezione di Innocenzo II ed Anacleto II; quest'ultimo, un Pierleoni, dovette piegarsi di fronte all'altro che aveva con sé s. Bernardo e l'Imperatore, ma da questa aspra lotta, solo apparentemente religiosa, sgorgò, a somiglianza di altre città italiane, il Comune del popolo.

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Regna molta incertezza sull'esatto seguito degli avvenimenti che portarono alla costituzione del nuovo istituto, ma è certo che, malcontenti per l'esito della guerra contro Tivoli, i Romani insorsero contro la Chiesa, restaurarono il Senato, riformarono l'ordine equestre composto del ceto medio e della piccola nobiltà cittadina, e poco dopo elessero un patrizio investito di ogni diritto; gli atti della Cancelleria vennero segnati con una nuova era a simbolo di consapevole fierezza ed in memoria di antiche, indimenticate glorie. Ma i pontefici, dopo un breve smarrimento, ebbero presto ragione delle nuove forze e dopo quarant'anni riuscirono a firmare un accordo (Clemente III, nel 1188) col quale si rimetteva il Senato sotto l'investitura ecclesiastica, si rinunziava alle regalie ed ai beni usurpati in luogo del pagamento annuo di una somma; la prefettura diveniva poco più che un titolo onorifico ma in magistrati cittadini restava la giurisdizione civile, la determinazione dei pesi, misure, dazi, pedaggi, ecc. Prima di tale pace c'era stato di mezzo il violento contrasto tra Federico Barbarossa ed Alessandro III, che era stato utile al Comune romano per trarre vantaggio dalle due parti; però nel 1167 una terribile sconfitta dell'esercito cittadino a Monteporsio era stata neutralizzata soltanto dalla pestilenza che aveva colpito gli imperiali. Più felice si dimostrava la politica estera del Comune con un ampliamento del territorio soggetto al suo controllo (da Radicofani a Caprano) e con intese commerciali con altre città, come Genova, a favore delle piccole industrie locali; manco sempre, tuttavia, a R. una robusta classe media ed un'effettiva autonomia economica, che permettessero di dare salda consistenza alle aspirazioni di libertà periodicamente ricorrenti.

Il caso di Benedetto Carushomo, senatore unico nel 1191, è significativo; dopo aver cercato di sottrarre alcune provincie alla giurisdizione della Chiesa, venne cacciato, e poco dopo il grande Innocenzo III riusci a far fare un altro passo avanti all'intromissione curiale negli affari comunali; anche l'ingresso dei nobili nel Senato, aumentato via via sempre più durante il sec. xim, svuotò quell'istituzione di gran parte del suo significato. Invece nuova esca si dissidi tra città e Chiesa venne dalla ripresa della lotta tra papi ed imperatore al tempo di Federico II, che fu largo di promesse e lusinghe con i Romani, senza però ottener molto in concreto. Dapprima con Giovanni Poli, poi più efficacemente con Luca Savelli (1234), tutta la città insorse contro Gregorio IX, rivendicando diritti sulla T'uscia, imponendo oneri al clero, pretendendo libera elezione del Senato, ecc.; ma fu ancora una volta un fuoco di paglia perché R. non poteva vivere senza fare i conti con quel complesso d'interessi che erano legati con la Curia. Invece, scomparso l'energico Pontefice, si impose l'esponente di una nuova famiglia, il senatore Matteo Rosso Orsini, che per due anni durante la sedevacanza fece a suo arbitrio, ma riusci a tener lontano Federico sottraendo la città ad un dominio che sarebbe stato ben più duro della blanda supremazia papale.

Bria, opere di carattere generale: F. Gregorovius, Storia della città di R. nel medioevo, trad. it. con note ed aggiunte, $3^{2}$ ed., Roma 1912; L. Homo, R. medicuale, Parigi 1934; L. Duchesne, Les premiers temps de l'Etat pontifical, $3^{e}$ ed., Parigi 1911 (cf. con riserva la trad. it., Torino 1947); P. Brezzi, R. e l'Impero mediev., Bologna 1947 (con ampia bibl.). Studi sull'amministrazione cittadina: E. Rodocanachi, Les corporations ouvrières à R. depuis la chute de l'Empire romain, Parigi 1894; A. Solmi, Il Senato rom. nell'alto m. e. (737-1143), Roma 1944; F. Bartoloni, Per la storia del Senato rom. nei secc. XII-XIII, in Bull. Ist. stor. ital. per il m. e., 60 (1946); L. Halphen, Etudes sur l'administration de R. au moyen dẹe, Parigi 1947. Sull'idea di R.; F. Schneider, Rom und Romgedanke in Mittelalter, Monaco 1926; P. E. Schramm, Kaiser, Rom und Renovatio, 2 voll., Lipsia 1929; E. Dupré-Thesséder, L'idea imperiale di R. nella tradiz. del m. e., Milano 1942. Ricerche su personaggi o periodi particolari: A. Laddere, L'Europe et le Saint-Siège à l'époque carolingienne. Le pape Jean VIII, Parigi 1893; I. Giorgi, Il trattato di pace e l'a