ano 1942. Ricerche su personaggi o periodi particolari: A. Laddere, L'Europe et le Saint-Siège à l'époque carolingienne. Le pape Jean VIII, Parigi 1893; I. Giorgi, Il trattato di pace e l'albanca del r163-66 fra R. e Genova, in Arch. Soc. rom. st. patria, 25 (1902), pp. 347-466; P. Foddo, Ricerche per la storia di R. e del papato nel sec. X, ibid., 33 (1910), pp. 177-247; 34 (1911), pp. 75-113, 393-423; id., Per la storia del Senato rom. nel sec. XII, ibid., p. 351 sge.; id., Pierleoni e Francipane nella storia

(let. Sanssini)
Roma - Finestra del Sancta Sanctorum (sec. xiv) con pitture del sec. xvir - Roma.
medievale di R., in Roma, 13 (1937), pp. 1-12; G. Rossi, I Crescenzi, Roma 1912; id., Alberico I di Spoleto, Contributo alla storia di R. dall'668 al 932, ivi 1918; G. B. Borino, L'oleo, e la deposiz. di Gregorio VI, in Arch. Soc. rom. st. patria, 70 (1916), pp. 19-232, 205-410; G. Falco, Documenti guerreschi di R. medievale, in Bull'et. Ist. stor. ital., 40 (1921); O. Gerstenberg, Die politische Entsichlune des rüm. Adels im 10. und 11. Jahrh., Berlino 1932; T. Venni, Giovanni X, in Arch. Soc. rom. st. patria, 29 (1936), pp. 1-136; F. Bartoloni, Un trattato del sec. XIII tra R. ed Alatri, in Atti V Congresso studi romani, Roma 1938; R. Morghen, Questioni pregezione, in Arch. Soc. rom. st. patria, 63 (1942), pp. 1-62, (cf. le osservazioni di G. B. Picotti); P. F. Palumbo, La scisma del MCXXX, i precedenti, la vicenda romana e le ripercussioni europee della lotta tra Aba-
cleto II ed Innocenzo II, Roma 1942.
Paolo Brezzi
V. I secC. xili-xv. - La storia della città di R. nel corso del Due e Trecento (e se si vuole sino al 1420) è in sostanza quella della lotta di quel Comune per l'autonomia, del sempre rinnovato tentativo dei Romani, più precisamente del ceto popolare, di costituirsi in uno Stato-città, come tutti gli altri grandi Comuni italiani.
Vi ostarono però particolari difficoltà, che resero la storia medievale di R. ben diversa da quella di ogni altro Comune cittadino. Anzitutto i presupposti economici, sfavorevoli alla formazione di una solida e ricca borghesia o meglio "popolo", nel senso tecnico del tempo; le condizioni ambientali non permettono di avviare un fiorente artigianato né tanto meno un commercio di esportazione degno di nota; infelice anche la postura geografica della città, troppo lontana dalle grandi vie dei traffici europei. Il maggiore cespite per i Romani resta sempre l'industria del forestiero, indissolubilmente connessa con la permanenza della Curia nella città : l'afflusso di ecclesiastici che vengono ad limina e insieme dei pellegrini che visitano basiliche e santuari. Percib è di vitale interesse per R. che il Papa e la Curia vi risiedano. Ma non sarebbe giusto valutare tutto soltanto sul piano della semplice convenienza economica: i Romani sono anche orgogliosi di avere il Papa come vescovo e sovrano, e gli sono affezionati, pur se spesso non lo dimostrano, e non sono
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(fol. Alinari)
davvero insensibili all'alto privilegio ideale di vivere nella città santa della cristianità.
Comunque, è probabile che prevalentemente attraverso l'attività alberghiera si sia formata una certa disponibilità di capitali, che sembra esser stata abbastanza forte, specie tra la metà del Duecento e i primi decenni del secolo successivo. Mercanti e banchieri romani furono in grado di fare cospicui prestiti a personalità italiane e straniere (famoso quello a Carlo d'Angiò, prima della battaglia di Benevento); non solo, ma li vediamo anche presenti alle grandi fiere internazionali di Francia, anzi, almeno una volta, sono anche accreditati presso la Curia papale, campo solitamente riservato ai banchieri fiorentini.
La vita romana è inceppata da un altro ostacolo ignoto ad altri Comuni, almeno in questa misura : la nobiltà locale, i baroni, ugualmente forti in città e nella campagna e pertanto assai difficili da debellare, tanto più che possono sempre contare su solidi appoggi presso la Curia. Le loro accanite lotte di predominio paralizzano la vita cittadina; nei dintorni di R. essi bloccano l'espansione del Comune, non solo, ma con le loro prepotenze e addirittura grassazioni rendono malsicure o intransitabili le strade, impedendo cosi la venuta dei pellegrini e l'approvvigionamento della città. Per un secolo almeno (dalla metà del Duecento) si cercherà sempre di nuovo di deprimerli, con apposite leggi antimagnatizie, spesso severe, ma senza esito; solo con la formazione della milizia popolare dei «banderesi» la situazione migliorerà, aiutata dal rafforzamento del potere papale. Ma nel Quattrocento la nobiltà procura di nuovo tristissimi giorni alla città.
Il più grave ostacolo a una normale vita di Comune è però rappresentato dalla presenza del Papa. Nessun altro Comune deve, come R., convivere con il proprio alto signore; le città che dipendono dall'Impero stanno, da questo punto di vista, infinitamente meglio. Per R. non è praticamente possibile, se non per brevi periodi, l'autonomia. Ma si tratta di un problema parecchio complesso. Da un lato, il papato per sua stessa natura è inafferrabile ed invincibile sul terreno dei rapporti di potenza (né R. sarebbe mai stata in grado d'infliggergli una Legnano); d'altra parte R. non può fare a meno del Papa, della presenza della Curia, per i motivi già detti. Cosi, la storia dei rapporti fra cittadinanza e Pontefice è curiosamente oscillante fra inviti e ripulse, fra sgarbi e prove di devozione. Nel complesso, però, predomina il lealismo.
Ma R., si diceva in quel tempo, ha due sovrani, due sposi : il Papa e l'Imperatore. I rapporti con il potere imperiale furono molto più semplici. R. non fu mai
tipica «città imperiale», né fece gran conto delle lusinghe che ogni tanto le vennero dall'Imperatore. Nemmeno al tempo di Federico II, quando si sarebbe anche potuto pensare, in dannata ipotesi, al distacco della città dallo Stato ecclesiastico e ad una sua effettiva funzione di capitale dell'Impero. Si vide proprio allora che, tra Papa ed Imperatore, i Romani, visto che indipendenti non potevano essere, preferivano stare con il Papa. Va tenuto conto, a questo proposito, di un singolare mito del tutto romanomunicipale: la «idea imperiale», cioè la convinzione che tuttora, come negli antichi (e mitizzati) tempi, spettasse al popolo romano di conferire l'imperium, del quale era il depositario: pretesa che per la mentalità del tempo era assai meno strana di quel che non paia oggi. Un Cola di Rienzo poté realmente costruirvi sopra in gran parte la sua avventura, e non fu, per questo, trattato da pazzo dai suoi concittadini. Tale pretesa «imperiale», eminentemente retorica e culturale, tale "complesso capitolino" mantenne sempre il suo fascino: ma non commosse né mosse mai veramente all'azione i Romani. E probabile che non la si coltivasse che in una piccola cerchia di idealisti ed utopisti di estrema tendenza antichiesastica; in altre parole, di a nazionalisti « romani.
Nel periodo di tempo accennato il popolo romano sviluppa dunque la sua costituzione comunale. Ma con sensibili differenze rispetto a quello che può esser detto il "tipo medio" del Comune italiano. Tali diversità erano incominciate, del resto, fin dal primo momento, nel 1144, quando non si formò un tipico Comune aristocratico, a regime consolare, ma il Senato ebbe, piuttosto, impronta popolare. A ogn modo è chiaro che R. mancò totalmente del ceto intermedio, della minore nobiltà, dei secondi solites o valvassori, quelli che altrove sono l'anima, appunto, del primo Comune. Correlativamente, il Comune di popolo non si forma in contrapposizione al commune moins, ma come una nuova creazione. Tutta la vita del Comune romano, insomma, si presenta in modo suo proprio.
Non è una vita facile in nessun momento; la città non riesce mai a fiorire veramente e, in una ipotetica graduatoria d'importanza dei Comuni italiani, R. occuperebbe un posto molto modesto. Anche come vita culturale : sebbene non possa dirsi città rozza né insulta, tuttavia è indubbio che fu singolarmente povera di ingegni; unica, notevolissima eccezione, l'anonimo autore della vita di Cola di Rienzo: ma è poi un romano? Ancora una constatazione, che vale per tutto il periodo: a differenza dalla quasi totalità degli altri Comuni, R. non sembra abbia conosciuto veramente la lotta di parte, il dissidio fazioso tra gatti e ghibellini. Naturalmente anche le fonti romane parlano delle due fazioni, ed è chiaro che, qui come altrove, i due famosi nomi non sono che etichette per schieramenti di interessi locali; ma appare certo che il fenomeno restò circoscritto al mondo baronale e non cointeressò, se non sporadicamente e per breve tempo, il "popolo", la vera e propria cittadinanza. E una prova del suo buon senso.
All'inizio del Duecento la vita di R. è ancora mortificata dalla poderosa personalità di Innocenzo III e assorbita nella rinnovata struttura politica-statale della Chiesa. Però riprende, sotto il debole papa Onorio III e soprattutto approfittando della lotta aperta fra Federico II e Gregorio IX. Dal 1232 al 1235 ha luogo una vera grande ribellione, il più considerevole sforzo per l'autonomia che R. avesse fatto dopo la «renovatio Senatus». Soprattutto si incomincia sistematicamente la "conquista del contado ", più esattamente del "distremo", cioè della giurisdizione sul territorio circostante, allo scopo di migliorare le condizioni di vita e di sicurezza della città. Per un vasto raggio intorno a R. appositi delegati pretendono il giuramento di fedeltà e il paga-
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mento di tributo dai vari centri (e spesso nemmen tanto piccoli, come Viterbo, Anagni, ecc.); in R. stessa si sottopongono gli ecclesiastici alla giurisdizione civile ed alle imposte cupioline, si pretende la libera elezione dei senatori, capi del regime cittadino, poi l'emissione di una propria moneta; ve n'e abbastanza per provocare la protesta del Papa, contro il quale si prende l'incredibile decisione che sia da considerare « in perpetuo esilio a da R. se non abbia pagato una specie di contributo ai cittadini. Disposizioni di indubbia gravità, certamente dettate dai a nazionalisti a estremi, e non è da escludere che vi si palesi anche una certa tendenza ereticale.
L'autonomismo romano ebbe allora una spinta che durò a lungo, e ne fu incoraggiata la formazione di una nuova coscienza di popolo». Molto favorevole a questi sviluppi furono i 22 mesi di sedevacanza susseguiti, nel 1242 , alla morte di Gregorio IX. Allora Matten Rosso Orsini, senatore, commise atti di incredibile arbitrio, addirittura terrorizzando i cardinali del Conclave. Proprio in quel torno, nell'occasione della firma di un trattato antimperiale fra R. e Narni (è la prima volta che il Comune agisce sul piano intereomunale), compaiono per la prima volta nomi di banchieri romani. E da ritenere che allora venissero delineandosi le associazioni professionali. Ic corporazioni delle arti e dei mestieri, e che, pertanto, il Comune assumesse un indirizzo sempre più democratico e antinobiliare (non antipapale necessariamente). Nel 1232 il "popolo" è così forte da conquistare il regime cittadino; per analogia con quel che, soltanto due anni prima, era avvenuto in Firenze, possiamo parlare anche per R. di un avvento del "primo popolo", del governo delle arti, del regime popolare, che sarà, fino al termine del 'Trecento, a la sola grande linea, viva e feconda, della storia cittadina» (Falco). Gran merito ha per esso la vigorosa personalità del senatore Brancaleone degli Andalo. Il popolo, che lo aveva chiamato da Bologna, gli aveva conferiti veri poteri dittatoriali, di cui il senatore fece assai saggio e cauto uso, soprattutto per instaurare sempre meglio il nuovo regime. Cosi, introdusse il capitanato del popolo e ripartì la cittadinanza secondo le sue categorie produttive (cohadonatio artium); la conquista del distretto venne perseguita vigorosamente. l'ordine pubblico assicurato e introdotta una vera legislazione antimagnatizia. Con lui l'autonomia cittadina raggiunse il più alto grado di efficenza e durò molto a lungo; il papa Innocenzo IV (e così anche poi Alessandro IV) dovette rassegnarsi a venire a patti con i Romani.
Per quanto nel 1258 la nobiltà riprendesse il sopravvento (ma a lungo si avrà l'alternanza fra essa e il popolo in Campidoglio), è certo che R. acquistò una nuova importanza, un nuovo peso politico, durante l'interregno. La prova il fatto che tra il 1261 e il 1263 si ebbe una vera gara di sovrani e principi intorno al senatorato romano: Alfonso di Castiglia, Manfredi, Riccardo di Cornovaglia, Carlo d'Angio. Eccezionali candidature, attraverso le quali la grande politica europea entrò in R. Nel 1263 diveniva senatore l'Angioino, che per venti anni resterà in relazione con R. Per tredici anni (complessivamente, fra il 1263 e il 1284 , ma con interruzioni) ne sarà addirittura il senatore e il duro ed equo amministratore, e la città non conobbe forse mai un periodo di maggior pace. Un grande papa, il romano Niccolò III Orsini, nel 1278 tentò di estrometterlo dal Campidoglio, mediante la costituzione Fundamenta, che vietava l'elezione di senatori forestieri o di regole dignità, ma poco dopo, con il compiacente appoggio del francese Martino IV, Carlo riprendeva le redini di R.; solo nel 1284 , come remota conseguenza del Vespro, il popolo lo cacciava.
Niccolò III aveva poco prima rinnovata la figura giuridica del Papa-senatore, venendo eletto senatore egli

(Pr. Guidetti)
Roma - Ponte Sisto. Fatto costruire da Sisto IV su disegno di Baccio Pontelli (1471-84) - Roma.
stesso (1278). Potremmo dire che inizi allora per R. il periodo della signoria, altro non essendo il Papa che un "signore", vale a dire il vero padrone del Comune, ma sotto la funzione giuridica del conferimento delle principali magistrature cittadine, fattogli in tutta forma dal popolo. Ciò avveniva con la curiosa limitazione che il senatorato gli fosse conferito quale a privata persona e non come a Pontefice, e che ad ogni nuova elezione si rinnovasse il conferimento. Successivamente tutti i Papi saranno de iure senatori di R., nonché titolari di tutte le altre magistrature cittadine, e delegheranno regolarmente la carica ad una coppia di senatori-vicari, per solito tolti dalla nobiltà; vi sarà però una ripresa di senatorato regio con Roberto d'Angiò.
Se con Niccolò III era venuta in primo piano la famiglia Orsini (o meglio se n'era consolidata la potenza), con Niccolò IV (1288-92) acquisteranno rapidamente importanza i Colonni. Da allora in poi le due famiglie avranno quasi ininterrottamente i loro senatori in Campidoglio ed i loro cardinali in Curia, e la loro contesa per la supremazia cittadina durerà per secoli.
La storia di R. per qualche tempo non registra più fatti degni di rilievo. Anche perché è nettamente sopraffatta dall'attività del papato, specie sotto il regale e magnanimo Bonifacio VIII, con il quale una nuova famiglia viene, dalla Campagna, a inserirsi fra quelle romane: i Cactani. A questo Papa R. deve molte opportune provvidenze, tra le quali l'istituzione dello Studio, un certo fiorire d'arte e di cultura e poi un dono particolarmente prezioso: il Giubileo del 1300. Prezioso non tanto per il tornaconto economico, che non mancò, quanto piuttosto per lo straordinario accrescimento d'importanza e di risonanza che R. ne ebbe per il mondo. Era la sanzione, quale solo il Papa poteva darle, della sua posizione di città ecumenica.
Di li a poco, peraltro, l'inizio del periodo avignonese arrecava un gravissimo colpo a R., che per 70 anni perdeva, con la Curia, anche i vantaggi economici inerenti. Si vide allora molto bene che, senza di essa, la città non poteva vivere, e che era illusorio ogni autonomismo. Non che ne mancassero i tentativi, dettati però dalla disperazione. Furono al principio abbinati a una ripresa della "idea imperiale", ma intesa e richiamata come mezzo di pressione o di ricatto. Se il Papa non tornerà, si manda a dire nel 1303 a Clemente V, i Romani creeranno un imperatore; allo stesso modo, nel 1327, quando il Bavaro è alle porte, i cittadini fanno sapere a Giovanni XXII che, se non verrà, accoglieranno lo scomunicato pretendente, perché non vogliono esser eternamente "orfani di Papa e d'Imperatore».
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Roma - Arco di Costantino e resti del Settizonio. Affresco di Sandro Botticelli nella Cappuila Sistina (ca. 1483) raffigurante la Punizione di Cure, Dathon e Abiron.
Vi furono due occasioni particolarmente favorevoli allo sviluppo dell'autonomismo, ma che tuttavia non lasciarono tracce: le due incoronazioni imperiali, di Arrigo VII, del 1312, e di Lodovico il Bavaro, del 1328. Di eccezionale importanza la seconda, ché la corona imperiale, essendo il candidato in piena rotta con la Chiesa, venne conferita dal popolo romano, certamente sul fondamento di quei suoi diritti imperiali, che per la prima e l'ultima volta entrarono in funzione. Ma forse si trattò dell'iniziativa di poche persone, tra cui certamente era Sciarra Colonna. Certo, al Bavaro la cosa fece molto comodo. Poi, sembra che la pretensione imperiale romana cadesse del tutto in dimenticanza.
Dopo questo fatto, veramente clamoroso, R. non offre più episodi notevoli. Le conseguenze della lontananza del papato si fanno sentire sempre di più. Specie nei gravissimi sconcerti interni dal 1335-38, causati dalla solita rivalità Orsini-Colonna, ma ora cosi violenti da trascinare tutta la cittadinanza. Ancora in clima di violenze avviene nel 1341 una cerimonia di alto valore ideale: l'incoronazione del Petrarca a poeta e cittadino di R., in Campidoglio. Atto la cui importanza non va sottovalutata e che fa anche intesa dai Romani; certo, esso uni indissolubilmente il poeta a R. e ne fece il suo più appassionato difensore, nella polemica contro Avignone.
Già nel 1342 compare presso la Curia papale Cola di Rienzo (v.). Si può giudicare la sua fantastica impresa il più risoluto e disperato tentativo fatto dal popolo per instaurare l'autonomia comunale. Notevole comunque perché Cola lo congiunse con un sia pur vago programma di rinascita nazionale italiana, reinserendo cosi R. nel mondo politico italiano. Fallito il sogno pazzesco e generoso, svoltosi il secondo Giubileo (1350), R. per gradi rinuncia all'autonomia, tuttavia tentata ancora qualche volta. Sempre più difficile del resto una vera affermazione cittadina, da quando una mano ferrea come quella del card. Albornoz regge e consolida lo Stato della Chiesa, preludio all'inevitabile ritorno del Papa. Fatto nuovo, la nobiltà decade. Nel 1358 perde il senatorato, e il popolo, d'accordo con il Papa ormai, si organizza nella "Felice Società dei balestrieri e pavesati" (detta più comunemente dei banderesi), forte milizia cittadina e pre-
sidio di R., sia contro i baroni sia contro le compagnie di ventura, nuovo flagello. Nel 1363 R. redige i suoi statuti, caratterizzati soprattutto dai provvedimenti contro i magnati; il Papa non vi è molto considerato, ma non si può dire che gli si sia ostili. Ormai è chiaro che per R. non è possibile che la sottomissione. Con il primo, effimero ritorno di papa Urbano V ( 16 ott. 1367 - 17 apr. 1370), e il secondo, definitivo, di Gregorio XI ( 17 genn. 1377), si chiude la lunga assenza della Curia papale. E incomincia l'ultima fase del regime comunale.
Tragiche le condizioni della città durante il grande scisma d'Occidente, che è poi una specie di lotta intorno a R. Se la città lo avesse voluto, quello sarebbe stato un altro momento favorevole per affermazioni autonomistiche, e difatti il regime dei banderesi vi si tentò; ma l'energico ed abile Bonifacio IX, cosi come fortificava il Campidoglio (che ancora ne reca gli stemmi), nel 1393 imponeva alla città patti molto chiari, per cui egli ne diveniva "vero signore" (e cessava allora per un po' il regime dei banderesi); energico del resto anche verso i baroni, che avevano tentato di approfittare della situazione, soprattutto il fiero Onorato Caetani, ma anche i Colonna. Purtroppo gli succede il debole Innocenzo VII e si ha il periodo più caotico dello scisma. Allora la città cade addirittura sotto occupazione militare (Ladislao di Durazzo, 1408-10 e 1413-14; Braccio da Montone, 1417) e le sue condizioni divengono paurose: i lupi scendono a divorare le salme nel cimitero del Vaticano.
Nel 1417 l'elezione di Martino V Colonna, riconduceva un Papa romano in R. (1420) e anche un certo ordine. Si può dire che allora si chiudesse per R. il periodo medievale e insieme anche la storia del suo Comune, del tutto obliterato dalla presenza del Papa, ormai vero principe temporale. Allora "la democrazia cedeva il potere al Pontefice, dopo aver assolto il suo compito di lavorare con vigore alla soluzione del secolare conflitto fra le due potestà supreme, di affermare altamente la coscienza d'impero e il valore universale di R., di potenziare le energie cittadine, di logorare nel territorio il particolarismo comunale e feudale a vantaggio di se stessa e di uno Stato della Chiesa, livellato, unificato, accentrato" (Falco).
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Ciò che segue, ancora nel sec. xv, è, dal punto di vista della storia municipale di R., solo un progressivo essurirsi degli spunti di "nazionalismo" locale, sempre meno chiaro, meno conscio di sé, meno "medievale", perché vi si soprappongono i fantasmi classici. Più concreta realtà politica parla dalla continuazione delle lotte baronali, ma anch'esse sono immiserite, perché i baroni non sono più i dominatori di R., ma solo rissosi cortigiani. Il popolo è ormai del tutto fuori della cosa pubblica, se ne disinteressa e conosce solo qualche isolato scoppio di furore. Il 29 maggio del 1434 i Romani insorgono, si creano una magistratura rivoluzionaria, 1 "Sette governatori della libertà ", e trascendono a violenze contro i cardinali : il Papa, che è Eugenio IV, fugge da R. L'interessante è che la città dichiara che si sarebbe regolata secondo la volontà del Concilio di Basilea. E però un episodio senza conseguenze. La città viene occupata per breve tempo da Niccolò Fortebraccio, in nome di Filippo Maria Visconti; poi l'ostinata resistenza di Castel S. Angelo, che sta con il Papa, e la ripresa delle fazioni tra Orsini e Colonna inducono i Romani, dopo ca. cinque mesi, a sottomettersi di nuovo. Non molto chiaro è un fatto di poco posteriore: un valoroso e duro prelato, il vescovo poi card. Giovanni Vitelleschi, che nel 1434 aveva ripresa R. per conto del Papa, e poi aveva agito con energia nei dintorni della città, sembra che nel 1440 volesse insignorirsene; anche questa volta la fedeltà del castellano di Castel S. Angelo, Antonio del Rio, che arrestò e fece morire il cardinale, salvava la città al Papa. Eugenio IV vi ritornava nel 1443 e la trovava nuovamente in miscrizione condizioni: famosa è la descrizione che ne lascio Vespasiano da Bisticci. Da allora R. ricomincia a vivere: Niccolò V, il papa colto e che poneva la sua passione "in libri e murare", fa molto per ripulirla ed abbellirla. Nel 1450 si ha il nuovo Giubileo, nel 1452 l'incoronazione di Federico III, ultima e scialba coreografia. Subito dopo cade il tentativo di Stefano Porcari (v.), invero senza alcuna relazione con l'autentico ambiente romano; allo stesso modo va giudicata la strana "congiura" dell'Accademia romana, attribuita a Pomponio Leto ed al Platina, al tempo di Paolo II (1468), ma è anche vero che il processo non diede una prova concreta della sua esistenza.
Ormai il Rinascimento è in pieno sviluppo. Il Vaticano diviene una corte sempre più magnifica e mondana; R. città passa sempre più nell'ombra; soprattutto non pensa più ad impossibili avventure autonomistiche; dal punto di vista amministrativo è paga di quanto le concede, nel r469, Paolo II in occasione della revisione degli statuti : a capo della città un senatore e tre conservatori, oltre a un governatore per conto del Pontefice; tutte le cariche ed i benefici riservati ai cittadini, tutti i proventi dei possessi capitolini e delle località sottomesse (ve n'erano ancora in discreto numero), destinati alle sole esigenze romane. La città è anche soddisfatta per il rapido rinnovamento edilizio, cui si dedica un Papa dopo l'altro; specialmente attivi Sisto IV ed il card. Pietro Riario, il primo dei grandi cardinali la cui magnificenza eclissa la potenza baronale. Questa ha ancora i suoi tragici fasti, specie nei torbidi susseguiti alla morte di Sisto IV (1484), quando la città è in vero regime di terrore, e sotto Innocenzo VIII, allorché vi si hanno le ripercussioni della congiura e guerra dei baroni napoletani. Si può dire che in questi episodi di cronaca si conchiuda anche la storia dell'aristocrazia romana, si spesso padrona, nel medioevo, della citrà, ma ora definitivamente depressa dalla potenza della Chiesa, specie con Alessandro VI e poi con Giulio II.
Bial.: la bibl. relativa a questo periodo è disposta in modo sistematico in E. Dupré-Theseider, R. dal Comune di popolo alla signoria pontiflcia (1252-1377), Bologna 1932, pp. 721-49; G. Mollot, Les pages d'Avignon (1303-76), $9^{\text {a }}$ ed., Parigi[1940].
pp. 542-72; P. Paschini, R. nel Rinascimento, Bologna 1940, pp. $477-88$.
Eugenio Dupré-Theseider
VI. Dal sec. xvi alla Rivoluzione Francese. 1. Il primo ' 500 . - Durante il sec. xv la Curia ha preso è vero il sopravvento sul regime cittadino, ma R. grazie al suo conquistato splendore assurge ad un'importanza anche politica che la porta man mano, attraverso l'opera dei Pontefici, ad esercitare un primato direttivo sulle vicende dell'Italia.
Il costante progresso artistico, letterario, demografico, si aggiunge a dare maggior lustro allo sviluppo di questa nuova fase della vita romana, nonostante il prevalere, sin dal principio del sec. xvi, della dominazione straniera in Italia e la scissione religiosa dell'Europa. La minacciosa discesa di Carlo VIII di Francia nel 1498 verso Napoli ebbe un clamoroso episodio anche a R., che vide Alessandro VI, ritiratosi in Castel S. Angelo, costretto ad accogliere quel Re e trattare con lui. Carlo VIII ripassò per R., quasi fuggiasco causa la Lega che il Papa gli aveva opposta alle spalle. Poi Giulio II e Leone X ridonarono a R. quell'andamento che sotto Alessandro aveva subito un arresto.
La società romana del ' 400 trova il suo sviluppo nel ' 500 ; delle classi che la compongono, l'alta nobiltà baronale, rappresentata sempre dai Colonna, dagli Orsini, dai Conti e dai Savelli, estromessa dal predominio nelle vicende dell'Urbe si consuma in storili gelosie che si sfogano in volgari delitti dovuti alla prepotenza individuale. Per sostenere il loro credito i suoi membri sono costretti ad esercitare il mestiere dei condottieri : i Colonna per l'Impero, gli Orsini per Venezia; altrettanto continuano a fare anche i membri delle altre principali famiglie.
Nella Curia, i Romani delle diverse classi gareggiano con i forestieri, accorsi da ogni parte, nel raggiungere i più alti uffici, quali cardinali, nunzi, governatori ufficiali, prelati nei diversi gradi. L'elemento forestiero, del resto sempre più in prevalenza nella Curia, non dissimula il suo proposito di procurarsi dimora stabile a R., dove la molteplicità degli affari ed il groviglio degli interessi politici offre l'occasione di formarsi salde pesizioni economiche e d'innalzarsi nelle carriere. Nell'età precedente i parenti dei Pontefici avevano allargate le loro ambizioni sino ad ambire persino di crearsi dei principati; ora mireranno a crearsi delle fortune ed a primeggiare creando delle nuove dinastie cittadine in concorrenza con quelle esistenti.
Se interessi politico-nazionali, più che religiosi si trovano in conflitto al momento dell'elezione dei singoli

Roma - Il corridoio di Borgo con le tracce dell'assalto dei lanzichenzcchi (1527).
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Pontefici, creando reti di influenze e prolungando per questa ragione i conclavi, non minori sono le pressioni ogni qual volta si tratti di creazioni cardinalizie; le diverse potenze italiane ed estere pretendono ormai di essere largamente rappresentate nel S. Collegio. I cardinali infatti sono in grado di esercitare praticamente un molteplice influsso nel movimento dei pubblici affari; essi costituiscono molte volte intorno a sé vere corti. dove persino vescovi stanno ai loro servizi, a capo di un servidocome costituito da ecclesiastici e laici fra i quali stanno persino degli avventurieri; perciò interessi famigliari si complicano con intrighi politici. La loro posizione preminente e le loro ricchezze li muovono a costruirsi palazzi sontuosi, secondando quella tradizione di fasto famigliare cui avevano ubbidito Pietro Barbo (Palazzo Venezia), Pietro e Raffaele Riario (Palazzi dei SS. Apostoli e della Cancelleria), Stefano Nardini (al Governo vecchio), e che fu continuata da Domenico della Rovere (Penitenzieri), da Adriano Castellesi, dai Cesi (in Borgo), ed in particolare da Alessandro Farnese. La nobiltà nuova non vorrà essere da meno, cosi via via faranno altrettanto gli Aldobrandini, i Borghese, i Barberini, gli Altieri, i Panfili, sino ai Braschi. Alcuni fra essi, alle antiche vigne miburbane sostituiranno lussuose ville nelle immediate adiacenze della città, oppure nei vicini Castelli romani. Emuli ai cardinali sono in tutto questo anche prelati di grado inferiore, secondo il loro potere economico, e famiglie romane che, lasciata la primitiva rozzezza, mirano a mettersi sull'esempio dei più potenti come i Millini, i Santa Croce, i Della Valle, i de Capis. Provvedono alla finanza pontificia i banchieri, come i Medici, e gli Spannocchi ed Agostino Chigi; allo sfarzo artisti, imprenditori di lavoro, artigiani, cui si aggiungono cantori, giocolieri, letterati. Un particolare elemento sono nella Curia gli oratori od ambasciatori stabili delle maggiori potenze d'Italia e d'Europa cui si aggiungono quelli inviati per circostanze varie o straordinarie, i sollecitatori nelle cause o negli affari, e persone anche di umile condizione per guadagnare un pane, Italiani di diverse regioni non esclusi Tedeschi e Fiamminghi. Questi stranieri fanno capo alle chiese nazionali cui stanno uniti ospedali per i pellegrini, ed i più poveri amano iscriversi insieme con i Romani nelle confraternite per loro devozione o per averne suffragi o sepoltura.
Non può far meraviglia che in una tale società in cui molti, troppi, erano i celibatari e coloro che erano per tempo, talvolta lungo, lontani dalle loro famiglie, i costumi lasciassero troppo a desiderare, tanto da sembrare che tendessero ad impaganire. Feste sfarzose, conviti, caccie, lusso di vesti, di mobili, di argenterie, di oggetti d'arte, di cavalli, creavano una ostentazione di mondanità senza esempio; ed era occasione di scandalo e di invettive che diventavano sempre più rabbiose. Se si deve ammettere che non erano immeritate, sarebbe però ingiusto supporre che a R. andasse spenta ogni traccia di vera vita spirituale. Questa si affermava sempre in quelle manifestazioni molteplici di pietà e di carità che i tempi suggerivano in relazione ai nuovi bisogni ed in rimedio dei crescenti abusi, e che saranno fondamentali per quella reazione contro lo spirito mondano che si chiamerà Riforma cattolica. Infatti, oltre che nuove chiese, sorgono con ritmo ininterrotto nuovi provvedimenti ospitalieri, orfanotrofi, ricoveri per donne perdute o pericolanti, confeziererite e case religiose con specifici scopi di apostolato. Anche l'Università romana si riorganizza durante il sec. xvI con più ampio respiro di studi ed in sedi più adatte allo scopo. Il Collegio Romano di s. Ignazio, sorto nel 1552, sotto Gregorio XIII attua l'esperienza didattica della Ratio studiorum gesuitica estendendola a più razionale insegnamento per il progresso del sapere. Al Seminario romano (1564) si affiancano sotto quel Pontefice i Collegi germanico-ungarico, inglese, greco, maronita ed armeno; più tardi s. Giuseppe Calasanzio istituisce le scuole gratuite per il popolo.
Non erano però svaniti i pericoli per l'incolumità di R. Alessandro VI aveva atteso a rendere più forte e sicuro Castel S. Angelo con nuove munizioni fra cui un torrione sul davanti al termine del ponte. Paolo III per
fronteggiare un possibile pericolo turco e rendere forte la città contro qualunque irruzione nemica, giacché le mura aureliane erano del tutto inadeguate contro i più moderni mezzi d'assedio, affido ad Antonio di Sangallo il compito di provvedere con l'erezione di nuovi baluardi : sorsero cosi quelli sull'Aventino quasi a strapiombo sul Tevere, quelli alla Porta Arricatina, quelli fra Vaticano e Gianicclo dietro S. Spirito, inoltre il bastione di Belvedere; ma un nuovo completo sistema di difesa non era possibile dara l'ampiezza della città. Mancava pero sempre una ben organizzata milizia urbana; e se ne videro purtroppo le conseguenze.
2. Disavventure romane. - Il card. Pompeo Colonna che agiva d'accordo con i rappresentanti di Carlo V, con le sue genti entrava per la Porta di S. Giovanni in Laterano il 20 sett. 1526 ed attraversata tutta la città diede l'assalto al Palazzo Vaticano, lo pose a ruba insieme con il Borgo, recando graviesimi danni, mentre il Papa, indifeso, riparava in Castello ed il 22 si vedeva costretto a scendere a patti con gli assalitori.
Peggio fu l'anno seguente quando le bande imperiali che militavano in Lombardia, non pagate, mossero verso il Mezzogiorno sotto la condotta del Borbone, terrorizzando tutto il centro d'Italia, finché giunsero sotto R., che tontò un'affrettata difesa. Il Borbone mosse all'assalto il 6 maggio dalla parte di S. Spirito e vi lasciò la vita; ma le milizie, superate le resistenze, penetrarono in Borgo, si allargarono rapidamente nella piazza, movendo verso Castello dove Clemente VII s'era precipitosamente rifugiato con parte della sua corte nella speranza di poter resistere. Di là esse mossero verso Ponte Sisto, infransero la coraggiosa resistenza di pochi romani e penetrarono nella città, la quale subì quell'orribile sacco, la cui efferatezza rimase memorabile nella storia. Nulla fu risparmiato, né luoghi sacri, né monasteri, né palazzi di cittadini. Per mesi la città rimase in balia della licenza sfrenata della soldatesca. Il Papa, non aiutato dai suoi alleati, il 6 giugno dovette accettare gravosiscimi patti, rimanere chiuso in Castello sotto la guardia nemica, costretto a dare ostaggi, per subire alla fine un onerosissimo trattato che, concluso il 31 ott., fu sottoscritto solo il 15 nov. L'8 dic. egli lasciava il Castello e si rifugiava in Orvieto; ma gli invasori lasciavano R. soltanto nel febbr. 1528 dopo averla ridotta a completa rovina come le terre circostanti : 30.000 cittadini vi erano morti, i quattro quinti delle abitazioni erano \& disertate s, sicché \& pareva piuttosto un deserto che R. s. Clemente VII che era passato a Viterbo il $1^{\circ}$ giugno 1528 , vi rientrò il 6 ott. e prese solleciti provvedimenti per riparare i malanni, sicché R. riprese tosto a respirare, ritornando al suo antico tenore di vita. Però sebbene nella società romana e nella Curia che ne era gran parte, non si facesse ancora palese un avviamento a quella riforma che stava nel cuore di tutti. il sacco era rimasto come un severo ammonimento, grazie al quale un sempre più insistente appello alla riforma si andava ripetendo e che doveva applicarsi \& in capite et in membria s.
Grave pericolo di guerra per R. si profilò in occasione delle discordie di Paolo IV con Carlo V e Filippo di Spagna causa le mene politiche dei Carafa. Apertesi le ostilità il $1^{\circ}$ ott. 1536 , si sentì subito la necessità di provvedere alla difesa con affrettate fortificazioni in diversi punti della città sotto la direzione di Camillo Orsini; mentre il Papa nel febbr. 1537 apriva un processo di fellonia contro i sovrani d'Asburgo. Poiché il duca d'Alba, occupate Tivoli e poi Ostia ( 18 nov. 1556), portò la guerra sotto R., un grave pericolo per la città parve imminente specie dopo la sconfitta subita dalle truppe pontificie ( 27 luglio 1557) e la perdite di Segni. Ma la sconfitta subita dai Francesi a S. Quintino ed il ritiro delle truppe del duca di Guisa, inviate in aiuto di Paolo IV, indussero alla Pace di Cave dell'8 sett., ottenuta, grazie all'intervento di Venezia, a buone condizioni.
Un grosso tumulto scoppió invece a R. alla morte di Paolo IV ( 18 ag. 1550), quando i Romani, memori dei recenti pericoli e dei danni provocati loro dalla guerra e spinti anche da coloro che avevano sentito le conseguenze delle recenti riforme e dei rigori dell'Inquisizione
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A sinistra: PIANTA ICNOCRAFICA DI ROMA. Disegnata su pergamena (sec. xiv) - Biblioteca Vaticana, cod. Vat. lat. 1960, fol. $270^{\text {v }}$. A destra: PIANTA DI ROMA disegnata e dipinta su pergamena da Jacopo Angelo Fiorentino (1472) - Biblioteca Vaticana, cod. Urb. lat. 277, fol. $131^{\text {r }}$.
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(fot. Anderson)
(fot. Anderson)

(fot. Alineri)
In alto a sinistra: LA MADONNA IN TRONO TRA I SS. PIETRO E PAOLO. In basso gli Uditori di Rota, di Antoniazzo Romano (147a) - Pinacoteca Vaticana. In alto a destra: S. LUCA. Affresco di scuola di Piero della Francesca (sec. xv) - Roma, basilica di S. Maria Maggiore. In basso: MADONNA TRA DUE ANGELI. Musaico romano del sec. xili. Lunetta della porta laterale di S. Maria in Aracœli - Roma.
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In alto a sinistra: ESTERNO DELLA CHIESA DI S. ELIGIO DEGLI OREFICI. Architettura di Raffaello e Baldassarre Peruzzi (ca. 1515) - Roma. In alto a destra: FACCIATA DELLA CHIESA DI S. PIETRO IN MONTORIO. Su disegno di Baccio Pontelli (fine del sec. xv) - Roma. In basso: INTERNO DELLA CHIESA DI S. MARIA SOPRA MINERVA. Su progetto attribuito a fra' Sisto e Ristoro (1280-1310) - Roma.
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VEDUTE DI ROMA AL TEMPO DI SISTO V. In alto a sinistra: PIAZZA DEL POPOLO. In alto a destra: PIAZZA COLONNA. In basso a sinistra: PALAZZO DEL LATERANO E FACCIATA LATERALE DELLA BASILICA. In basso a destra: S. MARIA MAGGIORE. Affreschi del Salone Sistine della Biblioteca Vaticana ( $1285-90$ ).
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tanto promossa dal Papa, assalirono le carceri dell'Inquisizione stessa liberandone i prigionieri, incendiandone le scritture; anche la statua del Papa in Campidoglio fu abbattuta.
Meno che vent'anni dopo ebbero il loro riflesso a R. le prepotenze di quel brigantaggio organizzato in largo stile che tonne allora agitato lo Stato pontificio, in quanto esso trovò favore ed impunità anche in città. Solo la ben nota reazione energica di Sisto V valse a stroncarlo senza però estirparlo del tutto.
Urbano VIII, nel secolo seguente, per prevenire possibili pericoli in occasione della guerra di Castro, rinnovò le difese specie intorno a Castel S. Angelo; esse rimasero definitive sino all'invasione francese.
3. Dal Voto alla Rivoluzione. - Con il finire del sec. xVI in seguito all'asservimento dell'Italia al dominio ed alla supremazia politica delle potenze straniere, cioè di Francia e di Spagna poi anche dell'Impero, R. perde importanza come centro politico; i destini dell'Europa si maturano a Madrid, a Parigi, a Vienna; e la stessa autorità spirituale, combattuta aspramente dal protestantesimo, sarà insidiata dalle nuove correnti politicoreligiose che sorgono in seno alle nazioni cattoliche, sino a sfociare nell'enciclopedismo anti-religioso. Però però che ognuna di queste si stringa addosso a R. con maggiore petulanza per farvi prevalere un influsso che elimini quello delle concorrenti e tranne quei vantaggi nazionali che il centro del cattolicismo poteva ancora offrire. Tutto serve per garantire questa prevalenza: il fasto ed i privilegi dei propri rappresentanti, il credito di cardinali e prelati affezionati, di canonisti, di teologi, di dotti; le lusinghe e le minacce presso i parenti e gli amici dei pontefici, il favore per gli interessi di particolari categorie di persone.
Per di più mancavano a R. le particolari garanzie offerte da una tradizione dinastica, e la durata dei singoli pontificati non essendo lunga, portava frequenti mutazioni negli orientamenti politici e nella compagine del personale della Curia; perciò durante i conclavi aveva campo di esercitarsi l'abilità, molte volte senza scrupoli, dei diplomatici, per favorire ed ostacolare secondo i casi le candidature. Non si aveva riguardo alle lungaggini di vacanze che avevano molteplici riflessi sulla vita pubblica della città.
Gravi incidenti, che il governatore di R. non era sempre in grado di prevenire o di reprimere, erano provocati dalle esenzioni che gli inviati delle potenze (soprattutto delle più importanti) non cessavano di reclamare, con sempre maggiore larghezza, per le loro residenze. Essi pretendevano che in queste tutto fosse loro permesso. Cosi quando Urbano VIII il 22 nov. 1636 proibì i giuochi d'azzardo in qualsiasi luogo, l'inviato francese maresciallo di Coeurvies pretese di non doverne tener conto. Oltre che per i loro palazzi gli inviati pretendevano l'immunità anche per le cose e strade contormini; i prigionieri non dovevano essere fatti passare davanti alle loro abitazioni; entro di esse vantavano persino compiere giustizia contro colpevoli o presunti tali. Nel 1662 il francese duca di Créqui, noto attaccabrighe, esacerbò l'animo dei cittadini con la sua alterigia; egli voleva estendere la cosiddetta libertà di quartiere oltre il palazzo da lui abitato - fino dove giungeva il suo sguardo». Una rissa fra i suoi ed i Corsi della milizia papale, provocò il risentimento di questi che corsero contro il Palazzo Farnese, ne sorse una zuffa e ci furono dei morti. A nulla valsero le scuse da parte del Papa; Luigi XIV minacciò una guerra; i Chigi e lo stesso Alessandro VII dovettero umiliarsi accettando i patti imposti dal Re; i Còrsi furono banditi e non dovevano più essere arruolati nelle guardie papali; a perpetua esecrazione dell'accaduto fu cretta una piramide con un'iscrizione infamante che solo più tardi fu rimossa.
Tutto questo non faceva che accrescere gli abusi. I malfattori cercavano nelle abitazioni e nelle contrade del quartiere privilegiato un rifugio e la canaglia romana e forestiera un nascondiglio; Palazzo Farnese era aperto loro anche di notte e ne derivavano lotte sanguinose. Per ottenere dall'inviato la protezione i rifugiati pagavano
talora sonnme considerevoli : mentre i fornitori alzavano sulle proprie case le armi della relativa nazione e partecipavano così della libertà del quartiere dietro compenso per l'inviato. Sempre dietro compenso si rilasciavano certificati per i quali coloro che li ottenevano, come facenti parte del seguito, venivano sottratti alla giurisdizione ordinaria. Poiché godevano di immunità doganale, gli inviati si mettevano d'accordo con case commerciali per averne le mercanzie senza pagar dogana, dividendo poi con loro i profitti della rivendita. Innocenzo XI volle metter fine a tali insopportabili abusi che minacciavano anche continuamente la tranquillità pubblica. Nel 1677 il Re di Spagna si dichiarò pronto a rinunciare a tali pretesi diritti, qualora anche gli altri facessero altrettanto. Intanto fu comandato che si togliessero le insegne; estendendo tale ordine anche ai cardinali che avevano incominciato ad imitare i diplomatici. Venezia cedette nel 1679 ; la Spagna nel 1682. Alla morte dell'ambasciatore duca d'Estées ( 1687 ) il Papa dichiarò che non ne avrebbe accettato il successore se prima non si fosse rinunciato al quartiere. Luigi XIV invece nominò senz'altro il marchese di Lavardin. Questi il 16 nov. 1687 entrò in R. con grande seguito contro il volere del Papa che non volle riceverlo e lo trattò come scomunicato. E poiché nel Natale si presentò alle sacre funzioni nella chiesa di S. Luigi dei Francesi, lanciò l'interdetto su quella chiesa. Il Lavardin continuò nel suo contegno autoritario sostenuto anche dal favore di Cristina di Svezia, ospite a R. Ne seguirono minacce d'intervento armato da parte di Luigi XIV e tentativi di mediazione, finché il Lavardin dovette essere richiamato ( 14 apr. 1689); la vertenza fu appianata sotto Alessandro VIII con la rinuncia al quartiere.
Non mancarono altri episodi a dimostrare quanto pesasse nella vita interna della città l'ingerenza di rappresentanti, anche ecclesiastici, di potenze estere a danno dell'effettiva sovranità del Papa. Uno dei più clamorosi si ebbe sotto Clemente XII, quando da parte spagnola, sprezzando ogni divieto, si osò procedere ad arruolamenti di truppe creando quasi una coscrizione forzosa. Gli arruolatori, aiutati dai peggiori elementi locali, si appostavano e, con inganni d'ogni sorte, forzavano i giovani romani al servizio militare; altri venivano persino assaliti di notte e portati ad imbarcare a Ripa Grande. Ciò sollevò una grande eccitazione a R., tenuta viva anche dalla parte avversa agli Spagnoli, per cui il 23 marzo 1738 Trastevere si sollevò; liberò i giovani sequestrati e minacciò la sede dell'ambasciata di Spagna dove erano tenuti alquanti di questi coscritti forzati. Si interpose il Papa e, nonostante le proteste del card. Acquaviva, furono amnistati i tumultuanti e liberati gli arruolati con la proibizione di nuovi arruolamenti. Ma queste misure provocarono una controversia diplomatica che non potè subito essere risolta.
Del resto la vita pubblica in R. si svolse in relativa tranquillità, nonostante private clamorose vendette e contrasti di precedenze. Non la turbarono nel suo intimo le questioni teologiche talvolta molto accese nella classe sacerdotale, o quella sulla soppressione dei Gesuiti che accalorò i rappresentanti delle corti borboniche. Ne interruppero via via l'uniformità le solenni celebrazioni religiose, come quelle per i Giubilei ogni 25 anni, le santificazioni, le elezioni papali, le tornate accademiche allestate da musiche. Visitatori illustri di ogni paese si avvicendarono con artisti che cercavano inesausta ispirazione a R., mentre studiosi ricercatori si davano convegno per le loro investigazioni sul passato. Si avvicinavano però i tempi nuovi che nessuno avrebbe immaginato tanto funesti.
Bib.: Pastor, V-XVI, passim, con bibl.; A. Proia-P. Romano [P. Fuenari]. Roma nel Cinquecento (storia dei singoli rioni del '200 in poi; sono stati trattati i seguenti rioni, disposti secondo l'ordine dell'uscita dei volumi : Parione, S. Angelo, Arenula, Verchio Trastevere, Pigna, S. Eustachio, il Quartiere del rinascimento, Campomarzio, Ripa, Pontel, 13 roll., Roma 1933-41; P. Paschini, R. nel Rinascimento, Bologna 1940; P. Pecchini, R. nel Cinquecento, ivi 1948.
VII. Repubblica momana (1798-99). - A R. ai se-
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guiva con ansia il corso degli avvenimenti di Parigi dal 1789 , sia dal lato religioso che da quello politico. Ben presto il card. di Bernis (v.) rappresentante del Re, dovette lasciare il suo ufficio: mentre gli inviati del nuovo governo non celavano il loro proposito di provocare incidenti per legittimare un intervento. Il primo importante episodio fu quello che provocò l'uccisione di Ugo Bassville (v.). Sopravvenuta l'invasione napoleonica nella Valle padana e la caduta della Repubblica veneta con l'invasione delle legazioni (v.) crebbero le improntitudini tenute accese da Giuseppe Bonaparte che voleva creare un pretesto di intervento, finché il 28 dic. 1797, in un conflitto fra filogiaicobini romani e soldati pontifici, nei pressi dell'ambasciata francese alla Lungara in Trastevere, rimaneva ucciso il generale Duphot. Con ciò il pretesto fu trovato. Respinto ogni tentativo di mediazione, il generale Berthier si spingeva a R., senza incontrare resistenza, ed il 10 febbr. occupava Castel S. Angelo. Cinque giorni dopo, alcuni "patrioti", sotto la protezione dei soldati francesi proclamavano nel Foro Boario la Repubblica romana e la decadenza del potere temporale. Pio VI forzato a lasciare R. (20 febbr.), veniva tradotto in Toscano, ed il S. Collegio disperso.
La Repubblica ricevette una costituzione ricalcata, con qualche adattamento e sotto denominazioni classiche, su quella francese del 1795. A capo del potere esecutivo erano cinque consoli; due assemblee, tribunato e senato, detenevano il potere legislativo; lo Stato era diviso in otto dipartimenti : Cimino, Circeo, Clitunno, Metauro, Musone, Tevere, Trasimeno e Tronto. Praticamente però il governo e le assemblee stavano sotto il rigido controllo dei Francesi.
L'esoso sfruttamento delle risorse dello Stato, ad opera degli agenti del Direttorio, l'inflazione monetaria e le dilapidazioni peggiorarono la situazione economica, già grave negli ultimi anni del pontificato di Pio VI, e compromisero la vitalità dei nuovi ordinamenti, ai quali furono favorevoli alcuni elementi della borghesia, specialmente industriosa, pochi aristocratici e qualche ecclesiastico, mentre irriducibilmente contraria rimase la maggioranza della popolazione. La sorda resistenza, nella quale si manifestò questa opposizione popolare, esplose spesso in aperta insurrezione; la rivolta trasteverina del 25 febbr. 1798 poté essere facilmente domata, ma l'insurrezione, nonostante le sanguinose repressioni, si estese nei dipartimenti confinanti con la Toscana e con il Regno di Napoli (Trasimeno, Circeo, Tronto) e divenne generale dopo la prima invasione napoletana (dic. 1798), che non riusci ad oltrepassare R. e fu in pochi giorni ricacciata, ma ebbe come risultato la trasformazione dello Stato in una nuova Vandea.
La difficoltà delle comunicazioni, l'abbandono delle coltivazioni, la chiusura del traffico marittimo per la guerra di corsa, provocarono una carestia che fu gravissima a R., rimasta in breve pressoché isolata. L'invadenza dei Francesi, il dissesto finanziario, i contrasti fra gli organi dello Stato e fra gli stessi fautori della Repubblica (si giacobini radicali, irreligiosi e dottrinari, si opponevano i moderati), l'impossibilità di risolvere il grave problema de