no una carestia che fu gravissima a R., rimasta in breve pressoché isolata. L'invadenza dei Francesi, il dissesto finanziario, i contrasti fra gli organi dello Stato e fra gli stessi fautori della Repubblica (si giacobini radicali, irreligiosi e dottrinari, si opponevano i moderati), l'impossibilità di risolvere il grave problema dei rapporti fra lo Stato e la Chiesa furono altri elementi a far si che gli sforzi di creare una vita amministrativa e politica autonoma non avessero risultato. La nuova classe dirigente, sostituitasi alla Curia pontificia, dimostrò generosità ed entusiasmo, ma anche insufficenza al suo compito, e, in molti casi, corruzione. Ad un primo consolato provvisorio (Riganti, Passuti, Angelucci, Costantini, Bassi, Bonelli) ne successe, con l'entrata in vigore della Costituzione, un secondo (Angelucci, Panazzi, Reppi, De Matthaeis, Ennio Quirino Visconti) che fu rovesciato dal Francesi (12-17 sett. 1798). L'ultimo consolato (Zaccaleoni, Brizi, Rey, Pierelli, Callisti) vide sempre più ristretta la propria autorità, contrastata anche dalle assemblee legislative. I Francesi,
dinanzi alla grave situazione militare creatasi con la seconda coalizione, sciolsero Parlamento e consolato, misero la Repubblica in stato d'assedio e governarono attraverso un Comitato provvisorio alle loro dirette dipendenze (luglio 1799).
Mentre la Repubblica si disfaceva all'interno, gli Austriaci premevano dal nord, e nel sud avanzava l'esercito napoletano. Il 30 sett. 1799 i Francesi capitolarono ed i Napoletoni entrarono in R.; Ancona, assediata da terra e dal mare, resistette fino al 13 nov.
Bibl. G. A. Sala, Diario desli anni 1798-99, voll. I-III degli Scritti di G. A. Sala pubblicati da G. Cugnoni, Roma 1882 1888; A. Dufourcq, Le régime sacobin en Italie. Etude sur la Republique romaine 1798-99. Parigi 1900; A. M. Ghisilberti, Verso la giacobina Repubb. rom., in Rass. stor. del risorg., 20 (1933), p. 725 ngg.; C. Gasharri, R. nel 1798-99. Un diario ined. dell'Archiv. della Vallicella, in Urbe, 12 (1949), pp. 3-6; B. Croce, Gennero Valentino. Epirudio della Repubbl. rom. nel 1797, in Quaderni della Critica, n. 17-18 (nov. 1920), pp. 129-68; V. E. Giuntella, La giacobina Repubb. rom., in Arch. della Soc. rom. di stor. patrio, 75 (1950), pp. 1-213; id., I Conacchi a S. Pietro e i Turchi al Laterano, in Urbe, 13 (1950), pp. 19-23; id., Le classi sociali della R. giacobina, in Rass. stor. del risorg., 38 (1951), pp. 428-33; id., La politica ital., del Dirittoito nel 1799 e la missione a R. dell'ambasciatore Bertolio, ibid., 39 (1952), pp. 10-22. Vittorio E. Giuntella
VIII. Dalla fine del sec. xvili al 1849. - Negli anni seguenti R. segul senza particolari scosse gli eventi che portarono alla ricostituzione dello Nuto Pontificio (v.), alla venuta di Pio VII (1800), alla nuova abolizione dello Stato nel 1809 per opera di Napolione, alla deportazione di Pio VII ed alla proclamazione di R. città imperiale. Per parte sua il Bonaparte nutri grande amore per R. e si fece un vanto di restaurarla. Vi nomind preletto il de Tournon, che l'amministro con avvedutezza; e dal 1810 si apri per la città una nuova era edilizia. S'ebbero, infatti, notevoli abbellimenti, come, p. es., la felice trasformazione iniziata del Monte Pincio (cf. I. Ranieri, Lavori a R. nell'epoca napoleonica. Il Palazzo di Venezia e il Pincio, in Civ. Cutt., 1906, iv, pp. 129-49). Ma l'Imperatore non riusci a conquistarsi le simpatie del popolo; soltanto una parte della nobiltà romana si strinse intorno al nuovo regime e non sdegnò di brigare per avere cariche ed incarichi della corte imperiale (cf. L. Madelin, La Rome de Napoléon. La domination française a Rome de 1809 à 1814, Parigi 1906, pp. 255-63, 382-87). Rientrato trionfalmente a R. il 24 maggio 1814, Pio VII ebbe ancora una volta a temere per la sua sicurezza personale, quando, nell'occasione del Cento giorni. Gioacchino Murat annunciò il suo arrivo nella città. Il Papa se ne partì il 22 marzo 1815 ; ma già vi ritornava il 7 giugno seguente, dopo la sconfitta delle truppe napoletane a Tolentino ( $3-4$ maggio 1815) e poteva finalmente pensare a favorire l'incremento della città ed i restauri dei monumenti antichi. Gregorio XVI promosse gli scavi al Foro; e per sua iniziativa vennero aperti tre musei: l'Egizio, l'Etrusco e il Lateranense.
Ma restituire a R. uno splendore incomparabile sotto l'aspetto artistico e religioso non poteva costituire il compito essenziale. Infatti alcuni non larghi, ma attivi strati della popolazione, erano travagliati da uno spirito nuovo; miravano a rifurire nella struttura dello Stato Pontificio, meglio intonate alle tendenze liberali che si affermavano in Europa, e si orientavano verso il regime rappresentativo. Gregorio XVI si limitò ad ampie riforme e provvidenze di carattere prettamente amministrativo. Il suo successore Pio IX capi che negare ritocchi anche di carattere costituzionale diventava pericoloso e avrebbe potuto compromettere l'esistenza del potere temporale. La pubblicazione del solito decreto di amnistia esteso anche agli esiliati politici suscitò sorprendente entusiasmo fra i Romani e nell'Italia intera ( 16 luglio 1846 ; cf. A. Muscati, In margine alla amnistia concessa da Pio IX, in Aevum, 24 [1950], pp. 103-32). Seguì (il $1^{\circ}$ e 3 ott. 1847) la creazione di un Consiglio municipale con facoltà di eleggere nove magistrati, che avrebbero formato un Senato e curato gli interessi civici di R. (Atti del Sommo Pontefice Pio IX, parte $2^{a}$, vol. I, Roma 1857, pp. 1-47, 151-90). La promulgazione dello Statuto fondamentale
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per il governo temporale degli Stati della Chiesa ( 14 marzo 1848), concesso purtroppo in parte per imposizioni della piazza, ebbe per la città conseguenze importanti, perché ormai doveva risiedervi un parlamento, i cui membri sarebbero stati eletti sulla base di circa un deputato per ogni 30.000 ab. e a suffragio ristretto (ibid., pp. 222-38). Il tentativo di un regime costituzionale molto mitigato e tardivamente attuato non contentó né i retrivi, né gli estremisti. Fra questi ultimi molti degli esiliati politici, rientrati a R., presero a mantenervi, coscientemente o no, uno stato di agitazione pericolosa. Discutevano al Corso o sull'ingresso dei caffè, raccontando enfaticamente le sofferenze sopportate lontano dalla putria e indicando gli abusi, veri o falsi, che allignavano negli Stati Pontifici. La mano ferma del ministro Pellegrino Rossi, sostenuto dai moderati e dai neogueifi non fece che esasperare ed eccitare il furore dei fautori di doordini, nemici del Papa e della Chiesa e spingerli ad attentare alla sua vita. Ucciso il Rossi, la rivoluzione scoppio e Pio IX, assediato nel Palazzo del Quirinale, fu costretto a cercare sicurezza e libertà a Mola di Gacta (Formia; 25 nov. 1848).
BibL.: vedi sotto a col. 1173.
Guglielmo Mollat
IX. Dalla Repubblica romana (1849) a R. capiTale d'Italia. - In seguito alla sollevazione popolare aboccata nell'assassinio di Pellegrino Rossi (is nov.) e nell'imposizione del ministero democratico Muzza-relli-Galletti ( 16 nov.), Pio IX nella notte del 24 nov. lasciava R. per Gacta. Il 27 nov. nominava una Commissione di governo, presieduta dal card. Castracane ed il 7 dic. prorogava la sessione parlamentare; ma la Camera dei deputati, giudicando incostituzionali tali provvedimenti, affidava ad una Giunta provvisoria la direzione dello Stato (i i dic.).
Falliti i tentativi di prendere contatto con il Pontefice si scese a soluzioni radicali: la Giunta sciolse il Parlamento ( 26 dic.) ed indisse elezioni a suffragio diretto ed universale. Pio IX, che aveva protestato contro la nomina della Giunta di Stato ( 17 dic.), comminò la scomunica maggiore contro chi avesse attentato all'integrità dello Stato della Chiesa e contro coloro che partecipassero alle elezioni ( 17 genn. 1849). L'Assemblea costituente, eletta il 21-22 genn., risultò in tal modo in maggioranza accesaheente democratica; radunatasi a R. il 5 febbr., all'alba del 9 dichiarava decaduto il potere temporale (con la promessa di guarentigic per l'indipendenza della potestà spirituale del Pontefice) e proclamava la repubblica.
Il nuovo Stato, retto da un Comitato esecutivo (Ar. mellini, Montecchi, Saliceti), incamerò i beni ecclesiastici (in parte alienati per ridurre il debito pubblico ed in parte assegnati in enfiteusi ai contadini); riformò l'ordinamento scolastico, fino allora sottoposto alla giurisdizione dei vescovi; abolì ogni privilegio di foro ed il tribunale del S. Uffizio; soppresse l'annona e la tassa del macinato e tolse la censura preventiva sulla stampa.
La mancata attuazione di più radicali riforme provocò malumori nel popolo minuto, mentre la crisi finanziaria e monetaria, rimasta grave anche dopo l'emissione di un prestito forzoso, causava, con l'inflazione, l'aumento dei prezzi e il ristagno delle attività produttive e di scambio. Ne conseguì (anche per la situazione politica e militare presto determinatasi) la carestia dei generi di prima necessità e l'incremento della disoccupazione, che si aggravò con il licenziamento degli impiegati fedeli al Pontefice.
Il governo, stretto tra pressanti esigenze di difesa contro avversari potenti interni ed esterni e le agitazioni demagogiche di correnti estreme, dovette intervenire energicamente per ricondurre l'ordine in Ancona ed in altre località, dove si erano verificate sanguinose violenze contro il clero ed i ceti più elevati, contrari, per lo più, al nuovo regime. Venuto meno, d'altra parte, anche per l'atteggiamento contrario dell'Assemblea costituente e della maggior parte degli stessi repubblicani, il proposito
di una riforma religiosa, caldeggiata inizialmente dai mazziniani più accesi, si cercò di attuare verso le masse cattoliche una politica conciliativa.
Considerata dalle correnti politiche romane prevalentemente come soluzione di un problema locale, la Repubblica assunse con l'andata di Mazzini a R. (s marzo) e con l'accorrervi di volontari da ogni parte d'Italia, significato e funzione di primo nucleo dell'unità nazionale. L'influsso mazziniano divenne preponderante quando, dopo la sconfitta piemontese a Novara, un Triumvirato (Mazzini, Saffi, Armellini), dotato di più larghi poteri, sostituì il Comitato esecutivo ( 29 marzo).
Contro la proclamazione della Repubblica il card. Antonelli aveva protestato il 18 febbr. con una nota al corpo diplomatico, che aveva seguito Pio IX a Gaeta, nella quale era richiesto l'intervento armato dell'Austria, della Francia, della Spagna e delle Due Sicilie per salvaguardare la libertà di megistero ed i diritti del Pontefice. Prevaleva, così, sulla tesi piemontese (favorevole all'intervento delle sole potenze italiane) quella spagnola, che, rifacendosi al Trattato di Vienna del 1815, sosteneva il preminente interesse internazionale alla conservazione dello Stato pontificio. L'appello era accolto favorevolmente da Luigi Napoleone, desideroso dell'appoggio dei cattolici e deciso a contrastare l'influenza sutriaca in Italia. Un corpo di spedizione, comandato dal gen. Oudinot, sbarcò il 26 apr. a Civitavecchia, ma, sorpreso sotto le mura di R. dell'inattesa resistenza delle truppe volontarie e regolari, dovette ritirarsi ( 30 apr.). Il 9 maggio a Palestina e il 19 a Velletri qualcosa di simile toccava ai Napoleteni. Mentre i Francesi stipulavano un armistizio con la Repubblica e tentavano, con la missione di Ferdinando di Lesseps, una soluzione pacifica, l'Austria, liberata dal peso della guerra in Lombardia, invadeva le Romagne e le Marche e gli Spagnoli con poche forze si infiltravano dal sud nella Sabina.
La nuova situazione politica determinatasi in Francia alla metà di maggio per la vittoria elettorale dei conservatori fece prevalere l'intransigenza del principe presidente e dei militari, per i quali la spedizione di R. era divenuta anche una questione di prestigio nazionale. Il 3 giugno, non ancora scaduta la tregua, il gen. Oudinot attaccò di sorpresa Villa Pamphili, fulcro della difesa del Gianicolo, e riusci ad impadronirsi anche di Villa Corsini, respingendo i disperati contrastacchi dei difensori. La lotta proseguì accanto per tutto giugno davanti alla Porta di S. Pancrazio, ma, nonostante l'eroismo dei difensori, i Francesi riuscirono il 21 giugno a conquistare un tratto delle mura ed a portare cosi l'offesa dei loro cannoni direttamente sulla città. Il 30, l'Assemblea, contro il parere di Mazzini, decideva di cessare la resistenza, ormai insostenibile. Un nuovo Triumvirato (Saliceti, Calandrelli, Mariani) sostituì quello mazziniano dimissionario. Il 3 luglio i Francesi, che avevano respinto le condizioni di resa offerte dalla municipalità romana, occupavano la città, mentre l'Assemblea, che aveva proclamato come suo ultimo atto la Costituzione, veniva dispersa.
BibL.: G. Gabussi, Mem. per servire alla stor. della rivolu2. degli Stati romani, 3 voll., Genova 1821-22; L. C. Farini, Lo Stato rom. dall'anno 1815 al 1830, 4 voll., Firenze 1850-53; C. Rusconi, La Repubbl. rom. del 1849, Capolago 1890; G. Spada, Stor. della rivolu2. di R. e della restaurazione del pocerno pont., Firenze 1868-70; e le altre opere indicate nella bibl. cit. in F. Fonzi e V. E. Giuntella, La mostra stor. della Repubbl. rom., 1849, Roma 1949. Studi più recenti : D. Demarco, Una rivolu2. sociale. La Repubbl. rom. del 1849, Napoli 1944; I. Bonomi, Mazzini triomviro della Repubbl. rom., Milano 1948; A. De Liedekerke De Beaufort, Rapporti delle cose di R. (1848-49), a cura di A. M. Ghisalberti, Roma 1949; L. Salvatorelli, La Repubbl. e la Santa Alleanza, in G. Mazzini e la Repubbl. rom., ivi 1949: ivi anche gli scritti di A. Galletti, L. Mondini, R. Cessi, A. M. Ghisalberti; E. Morelli, I verbali del Comitato esecutivo della Repubbl. rom., in Avib. della Soc. romana di st. patria, 72 (1949), pp. 39-96, ivi anche gli scritti di R. Gatta, F. Fonti, V. E. Giuntella, A. M. Ghisalberti; P. Dalla Torre, Pio IX e la restaurar. rom. del 1849-50, in Arcum, 22 (1949), pp. 267-98; R. nel 1849, in Capitulium, sett.-dic. 1949, pp. 1-200; A. M. Ghisalberti, Mazzini e la Repubbl. dei Romani, in Il Risorgimento, 4 (1952), febbr., pp. 6-27; R. Aubert, Le pontificat de Pie IX (1848-78), Parigi 1952.
Vittorio E. Giuntella
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Gli estremisti, però, non si diedero per vinti e colpirono proditoriamente a pugnalate alcuni moderati e parecchi soldati : mentre l'autorità militare venne meno ai segreti ordini ricevuti da Parigi volti ad instaurare * un governo saggiamente liberale * ed a mettere la S. Sede di fronte al fatto compiuto. Il governo dello Stato e della città fu cosi rimesso al legittimo sovrano ( 15 giugno) e confidato provvisoriamente ad una Commissione di cardinali, la quale rimosse tutto quanto al Papa era stato estorto od imposto dai novatori più violenti. Trasto si diffuse tra questi di nuovo l'agitazione e l'impietudine (cf. i dispaesi di Oudinot in Mémoires posthumes d'Odilon Barrot, III, Parigi 1876, p. 410). Anche dopo il ritorno trionfale di Pio IX a R. (12 apr. 1850), continuarono a verificarsi attentati politici e, quel che è peggio, nel 1853 , alcuni fra i più sovversivi congiurarono persino contro la vita del Sommo Pontefice, che pure con sempre nuove e ben intese provvidenze amministrative e sociali, e con la introduzione dei telegrafi e delle ferrovic si sforzava di adeguare lo Stato pontificio e la città stessa alle esigenze dei tempi, anche a mezzo di ottimi lavori urbanistici e di abbellimento. Si ebbe quindi a R., sotto la non sempre gradita protezione delle baionette francesi, una calma relativa; ma dopo la cessione all'Italia del Veneto ( 10 ag. -3 sett. 1866) un discorso di Vittorio Emanuele II parve denso di minacce: "L'Italia è fatta; ma non compiuta", aveva detto il Re, e Pio IX comprese che si mirava senz'altro a R. (cf. R. De Cesare, R. e lo Stato del Papa, II, Roma 1906, p. 300).
In luogo di intervenire direttamente, il governo italiano lasciò che truppe garibaldine attaccassero per oltre un mese il Lazio e R. mentre i fratelli Cairoli tentavano di condurre, scendendo il Tevere, un convoglio di armi per i rivoluzionari, che dovevano scatenare l'insurrezione nella città. Ma la rivoluzione progettata fu prontamente repressa e Garibaldi subl ad opera delle truppe pontifice e francesi uno scacco sanguinoso ( $3-4$ nov. 1867) a Mentana (v.). La caduta dell'Impero francese facilitò l'invasione italiana. Il 20 sett. 1870 , alcuni pezzi di artiglieria aprirono una breccia nelle mura di R. tra la Porta Salaria e la Porta Pia; dopo una accanita resistenza di oltre cinque ore lungo tutta la cinta aureliana, i pontifici, per ordine del Papa, cessarono il fuoco; alle 15 una capitolazione stipulò a Villa Albani, con gli onori delle armi alla guarnigione, l'occupazione della città \& eccetto la parte limitata al sud dai bastioni di S. Spirito, che comprendeva il Vaticano e il Castel S. Angelo e costituiva la città Leonina * (cf. Architox diplomatiques, II, Parigi 1874, p. 84). Ma il card. Antonelli "pregò * il generale Cadorna ( 25 sett. 1870) di occupare anche il territorio escluso dalla capitolazione, a causa degli eccessi perpetrati da "malfattori" piovuti al seguito delle truppe regolari (ibid., p. 107). Il 2 ott. ebbe cosi luogo l'annessione di R. al Regno d'Italia (ibid., pp. 110, 121, 123-31).
Bias.: le opere concernenti questo periodo sono in numero considerevole, se ne ha una parziale citazione in G. Mollat, Question romaine de Pie VI à Pie XI, 2 e ed. Parigi 1932; P. Balan, Storia univers. della Chiesa, II, Torino 1879, v. indice; A. M. Bonetti, La "liberazione di R. "del gen. R. Cadorna, Osservazione e critiche, Siena 1889; A. Vigevano, La fine dell'esercito pontif., Roma 1921; F. Hayward, Le dernier sidcle de la Rome pontificale (1814-10), Parigi 1927-28; P. Romano [P. Fornari], La satira nella R. Napoleonica, Roma 1936; P. Dalla Torre, L'anno ai Mentana, Torino 1938, passim; id., L'opera riformatrice ed amministrativa di Pio IX dal 1830 al 1870, Roma 1942, passim; id., Lettere ined. di mons. V. Vannutelli al gen. E. Kanzler (1870-71), in Riv. di st. della Chiesa in Italia, 1 (1947), pp. 431-43; id., L'opera riformatrice ed amministrativa di Gregorio XVI, in Gregorio XVI, Miscell. commemor., II, Roma 1948, pp. 29-121; id., Pellegrino Rossi, il neogueffismo e l'Italia, in Arch. Soc. rom. di st. patria, 71 (1948), pp. 163-68; S. Negro, Sacando R., Milano 1943. Qualche lavoro più importante: U. Marinelli, Pio IX e Ciceruacchio, Roma 1937; id., Stato degli inavistti dalla S. Consulta per la rivolta, del 1849, ivi 1937; M. Petrocchi, La restaurazione, il card. Consulvi e la riforma del 1816, Firenze 1941; id., La restaurazione romana (1813-13), ivi 1943; D. Demareo, Pio IX e la rivolta, romana del 1846, Modena 1947; P. Silva, Il 1848, Roma 1948; L. Marchetti, Il 1848, Fonti bibliogr. e documentarie, Milano 1949; A. M. Ghisalberti, Rapporti delle cose di R., Roma 1949; E. de Levis Mirepoix, Un collaborateur de Metternich. Mémoires et papiers de Lebseltern, Parigi 1949;
S. Mastellone, Pellegrino Rossi ambasviatore francese a R., in Riv. stor. it., 61 (1949), pp. 76-100; Ch. H. Pouthas, Un obser vateur de Tocqueville a Rome pendant les premiers mois de l'occupation frangate (juillet-août 1845), in Russ. stor. del Risorg., 36 (1950), fasc. I e II.
Guglielmo Mollat
IX. R. capitale d'Italia. - La storia di R. capitale d'Italia ha inizio con il plebiscito del 2 ott. 1870, che vide nelle urne soltanto $46 *$ no " perchè i fautori del dominio temporale si astenneco dalla votazione. I risultati ufficiali legalizarono comunque la conquista militare del 20 sett. e nel 1871 il governo italiano si trasferí da Firenze a R. Cominciavano intanto i lavori urbanistici - di cui è detto altrove - intesi a trasformare la piccola "seconda R. "in una vasta metropoli : febbre edilizia, che ristagnò sul finire del secolo in una gravissima crisi. Ma quello che caratterizzo i primi decenni di R. capitale d'Italia fu l'asprezza delle passioni politiche tra "liberali" e "clericali", culminate nel tentativo di gettare a fiume la salma di Pio IX durante il trasporto da S. Pietro al Verano (1882) e nell'inaugurazione, a sfida contro il popato, del monumento a Giordano Bruno in Campo de' Fiori (1887). All'apparente trionfo del settarismo - il massone Nathan fu sindaco della città per lunghi anni - rispose peraltro un rinvigorirsi della forze cattoliche, lo quali, oltre a prender parte per tempo e con molto merito all'amministrazione cittadina, si contarono, trovandosi più numerose del previsto, in occasione del Giubileo del 1900. Si chiudeva cosí, insieme alla Porta Santa, l'ultimo trentennio dell'Ottocento che aveva veduto morire, a pochi giorni di distanza l'uno dall'altro, Vittorio Emanuele II e Pio IX, e succeder loro, rispettivamente, Leone XIII e Umberto I. Più popolare, forse, il nuovo re: onde R., pur percossa, come tutta l'Italia, dalla aventura di Adua (1896), salutò con entusiasmo le nozze del principe di Napoli con Elena di Montenegro.
Il nuovo secolo portò un'ulteriore distensione degli animi e il popolo romano amò di pari affetto il sovrano succeduto al padre dopo la tragedia di Monza ( 29 luglio 1900) e il b. Pio X, papa nel 1903. Senza cessare di essere cristiana, R. si veniva facendo sempre più italiana: siccibi il monumento a Vittorio Emanuele II (1911), venne sempre più accomunandosi nel cuore dei Romani alla cupola vaticana. Di sincero patriottismo R. vibro cosi per l'impresa libica (1911-12), come per la guerra del 1913-18, idealmente iniziatasi sul Campidoglio nelle giornate del cosiddetto "maggio radioso". Fra il commosso consenso dei Romani, Benedetto XV - divenuto pontefice nel 1914 - svolgeva dal Vaticano la sua mirabile azione pacificatrice e caritativa e le due regine trasformavano i loro palazzi in ospedali militari. Nuovi fremiti di entusiasmo cittadino per il ritorno del sovrano dopo l'armistizio; per Vittorio Emanuele Orlando, rientrato da Versaglia, dopo il manifesto wilsoniano; per la tumulazione del Soldato (gnoto (4 nov. 1921).
Il dopoguerra, segnato da lotte fratricide, si chiuse con la "marcia" fascista dell'ott. 1922. Gli avvenimenti non sorpresero i Romani, che sul principio di quello stesso anno avevano acclamato Pio XI benedicente alla folla dalla loggia esterna di S. Pietro, per la prima volta dopo il 1870 . Occorre altresi riconoscere, per obbiettività storica, che il cauto consenso al fascismo si consolidò nel 1929, alla firma dei Patti Lateranensi. La conclusione del funesto dissidio tra Chiesa e Stato, specialmente sentito dai Romani che ne erano i più diretti testimoni, pervase R. di sincera soddisfazione. Nargue allora la Città del Vaticano, che, nel 1929, nessuno avrebbe creduto destinata dalla Provvidenza ad assicurare alcuni anni più tardi l'incolumità stessa di R.
Stavano infatti per cominciare gli anni tristi. Le adunate "oceaniche" di Piazza Venezia non riuscivano più a celare il crescente disagio di R. nei confronti di una dittatura che sopprimeva le libertà, che conduceva una politica imperialista, che offendeva la coscienza cristiana con le violenze contro l'Azione cattolica, con un'eleanza aliena dallo spirito pubblico, con l'inconsulta politica razziale. E finalmente fu la guerra disastrosa, furono i tragici bombardamenti del luglio e dell'ag. 1943, che videro Pio XII piegarsi gemendo sui morti del Tiburtino e del Pre-
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nestino, fu lo spettro della fame. Neppure la clamorosa caduta del fascismo ( 25 luglio 1943) ricondusse la tranquillità : ché anzi, dopo 1 "quarantacinque giorni» di Badoglio, sopravvennero l'inopinato semiotizio, l'abbandono di R. da parte della corte e del governo, i combattimenti di Porta S. Paolo (ro sett.), preludio ai nove mesi dell'occupazione nazista. Nell'ora grave - la più grave forse della sua storia millenaria - R. si raccolse attorno al Papa, attendendo da lui la salvezza. Nè la filiale attesa venne delusa, ché Pio XII riusci ad infrenare la fenicia hitleriana, ad approvvigionare la città, ad evitarle la deportazione degli uomini validi, pur dopo la duplice strage di Via Rasella e delle Fosse Ardeatine (marzo 1944), e finalmente ad impedire che divenisse campo di battaglia dopo il cedimento del fronte tedesco di Cassino e di Anzio. Come per miracolo, R. si trovò libera e salva il 4 giugno 1944 ed i Romani accorsero a S. Pietro a salutare nel Pontefice il "defensor civitatis", cui unicamente era dovuto l'avverarsi del prodigio. Tra un rinnovato infuriare delle passioni politiche si instaurò il nuovo ordine di cose. Seguì il "referendum» del 2 giugno 1946 ed i Romani nelle successive elezioni politiche ed amministrative raccolsero costantemente i loro suffragi sui partiti sinceramente democratici, tutori della civiltà cristiana. Questi brevissimi cenni di ottant'anni di storia romana non possono meglio chiudersi che con il ricordo del Giubileo del 1930, che va annoverato tra i più fausti della serie, non meno per l'imponente afflusso di pellegrini che per il grande evento da cui fu suggellato: la definizione del dogma dell'Assunzione di Maria. Felice auspicio dell'affacciarsi di R. sulle soglie della seconda metà del secolo, il ritrovamento della tomba di s. Pietro: il fondamento incrollabile su cui poggia la grandezza dell'Urbe, centro della cristianità, sede del Vicario di Cristo.
BibL.: in attesa del vol. R. dalla Rivoluzione francese a Vittorio Veneto, in corso di claborazione per la Storia di Roma dell'Ist. di Studi romani, manca tutt'oggi uno studio complessivo sugli avvenimenti qui russunti. Per il primo periodo: cf. U. Penci, I primi anni di R. capitola (1870-78), Firenze 1907; P. Vian, Storia degli ultimi trent'anni del sec. XIX, 6 voll., Milano 1008-13 che giungono peraltro solo fino al 1894 . Per gli avvenimenti più recenti, dopo P. Monelli, R. 1943, $5^{\circ}$ ed., Roma 1942, vi è tutta una serie di pubblicazioni, in mezzo specialmente al mutamento istituzionale del 1046, che qui non si citano per il loro contenuto politico e polemico più che storico, ma che saranno utilissime per lo storiografo di domani. Per tutto il periodo intermedio, dal 1894 al 1943, ad evitare lunghi elenchi di monografie redate, si rimanda, come alla fonte più autorevole di impressione cattolica, alle cronache degli avvenimenti politici, contenute nelle annate relative della Civ. Catt.
Renzo U. Montini
11. LETTERATURA LATINA CRISTIANA.
Sosimario: I. La latinità letteraria : origine, caratteri fondamentali fino al sec. vi. - II. La letteratura latina classica, la letteratura greca cristiana e gli scrittori latini cristiani. - III. Letteratura latina cristiana antica. - IV. Medievale. - V. Moderno.
I. La latinita letteraria: origine, caratteri
fondamentali fino al vi sec. - Poiché del latino cristiano (v.) si è già parlato, conviene ora vedere come e quesito questo latino diventa letterario. "Primis fidei temporibus "il cristianesimo era del tutto o per dir meglio quasi scevro d'ogni preoccupazione letteraria. Dai pochi indizi che si possono raccogliere e dalle ipotesi che si possono avanzare non pare che ci sia stato il proposito di creare un latino nuovo in opposizione a quello comune; ma solo lo studio premuroso di rendere il latino efficace, chiara, fedele espressione del "nuovo", con tutti i mezzi legittimi e normali, alcuni dei quali erano in uso pure presso i pagani per creare quella latinità che, con un'espressione poco felice fu detta "argentea".
Nell'uno e nell'altro lavorio par di scorgere quelle spirito di conservazione, tutto romano, che è presente in tutte le crisi di questa lingua. Alla fine del sec. II e al principio del sec. III cominciano le vere e proprie preoccupazioni letterarie in seno al cristianesimo occidentale, e ne risente anche la lingua che, come lingua dell'uso, aveva avuto il suo completo svolgimento. Gli
scrittori, figli della scuola, si trovarono nel bivio, tra il seguire gli exemplaria pagani, e soprattutto quelli additati come tali dalla scuola, e l'aprirsi nuove vie: la prima decisione appariva non scevra di gravi pericoli, la seconda irta di difficoltà e dubbi. Qui non è il caso di accennare al problema della priorità di Minucio o di Tertulliano nella storia della letteratura latina cristiana. Da scortare assolutamente è solo il trasportare Minucio più oltre del principio del sec. III se non si vuol dare la prova della propria incapacità critica. Comunque, questi segui il primo partito, Tertulliano l'altro: per quanto riguarda la lingua e lo stile, quello vuole scolasticamente fare il classico, come Plinio il giovane; nella lingua di Tertulliano è mescolato molto latino parlato, molto latino biblico, con i suoi grecismi e i suoi ebraismi, molto latino scolastico, parecchia latinità argentea. E chiaro che né l'ideale del primo, né quello del secondo, entrambi concepiti nell'alba crepuscolare della letteratura latina del cristianesimo, erano attuabili. Ma intervenne la scuola, e, per quel che riguarda la lingua, il latino di Tertulliano dopo ca. mezzo secolo si trasformò nel latino di Cipriano, dove i vari elementi sono fusi tra loro. Ma intervenne la scuola, la quale, dopo meno di un secolo e mezzo dandvé era apparso l'Octavius, riprese con Lattanzio (principio sec. IV) l'ideale di Minucio con l'evidente consapevole sforzo, per la parte formale, di creare un latino di sapore ciceroniano, capace di esprimere, non solo "copiose et ornate", ma anche con precisione l'ideologia cristiana.
Lattanzio si accorse però che il suo tentativo non raggiungeva lo scopo e non lo raggiungeva perché era un'impresa insuperabile anche per chi fosse stato dotato di qualità di scrittore superiori alle sue; cambiò rotta e diede il latino del De mortibus persecutorum, del quale scritto qualcuno gli negò la paternità, specialmente per motivi linguistici (J. G. P. Borleffs, An scripserit Lactautius libellum qui est de mortibus persecutorum, in Mnemosym, 58 [1930], pp. 223-92).
Talvolta la scuola volle strafare, come dové accadere in quella aquitana, dalla quale, ricco di cultura, che poi accrebbe in Oriente, uscì Hario di Poitiers. Questi, mezzo secolo dopo Lattanzio, credette che si potesse trattare di argomenti teologici (v., p. es.. il De Trinitate) in una lingua e in uno stile regolato dai precetti di Quintiliano, male intesi allora da più di un maestro, e fu quello scrittore che Girolamo scolpisce in una sua epistola ( 58 , 10 ). Ma Girolamo era uno scolaro di Donato; e le scuole, come quella di Donato, diedero il latino di Ambrogio, di Prudenzio, dello stesso Girolamo.
La scuola (quella di grammatica e di retorica in generale) risollevò il tono delle lettere latine nel sec. IV tra i pagani e tra i cristiani : tra questi in particolare la letteratura aveva germi più rigogliosi di vita. Per quanto riguardava la lingua, gli scrittori cristiani miravano a creare quella forma che si adeguasse al contenuto e gli desse la luce e lo splendore che gli scrittori pagani avevano saputo e sapevano dare ai loro scritti, ciò che era una cosa ben diversa dal travasare nella lingua di Cicerone, di Sallustio, di Virgilio, e così via, il pensiero cristiano: e tale fu lo sforzo di Ambrogio, Prudenzio, Girolamo, coronato dal successo.
Alla formazione del latino di siffatti scrittori avevano contribuito inconsapevolmente i maestri pagani, consapevolmente quelli cristiani; poi, per un complesso di cause, la scuola cominciò a decadere; l'opera di Donato si esaurì verso la fine del sec. IV, ma forse nei provvedimenti scolastici del brevissimo regno di Giuliano l'Apostato era entrato anche il pensiero dominante nella mente di questo Imperatore, che era anche uno studioso, di difendere le lettere classiche : in realtà tali provvedimenti turbavano la scuola in Oriente come in Occidente, per essi la scuola cristiana fu privata di maestri come Mario Vittorino. Era il tempo in cui il pensiero cristiano si innalzava verso le più alte vette dove le portò l'altissima mente di Agostino, che, intorno al 400 , delle scuole di grammatica africane, nelle quali era stato istruito, pensava quello che si legge nei capp. 16 e 17 del 1. I delle Confessioni, e della lingua in cui dev'esse essere
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Roma - Il Campidoglio nella sistemazione di Michelangelo (r 250 e completamento del sec. svit).
espresso il pensiero cristiano concepì l'ideale che delineò nel ventennio seguente e in Doctrina christiana (IV, 1, 1; IV, 10) e nelle Enarrationes in Psalmas (Ps., 36,6: PL 36, 386; Ps., 138,20: PL 37, 1796); un ideale che non sonzva, come in Tertulliano, rivolta contro R. pagana, ma apriva al latino le vie del futuro. E un giudizio superficiale quello di affermare che la latinità di Agostino si oppone a quella di Girolamo: Agostino conosce il latino classico, conosce il latino degli scrittori cristiani e dell'uno e dell'altro ritiene quanto gli sembra acconcio ad esprimere con chiarezza, precisione ed efficacia quae intellecta sunt... ut intelligenter, ut libenter, ut obedienter audiantur (cf. Doct. Christ., IV, 15). Allorché gli pare che un tal latino non basti, attinge dalla parlata viva, o, meglio, s'ispira alle S. Scritture, plasma il suo latino con meditata libertà. E la lingua che ne nasce è veramente cattolica, ossia non ha limiti né di spazio né di tempo.
Allo stato attuale degli studi sulla lingua degli scrittori latini cristiani dei secc. v e vi - studi che non si può dire quando potranno completarsi, dato che per essi è indispensabile avere edizioni sicure dei singoli scrittori - è da ritenere che la dottrina agostiniana intorno alla lingua si diffuse presto e piuttosto largamente, se pure in misura varia secondo i vari paesi; largamente, p. es., nella Gallia, assai scarsamente nella Spagna; in nessuna delle terre dove giunse, essa fu compresa nella sua essenza. I mediocri maestri del tempo, al massimo, del pensiero di Agostino al riguardo non riuscivano ad attuare che lo sforzo di avincolarsi dalla forma classica cosi nel lessico come nella grammatica, cosi nella prosodia come nella metrica; più di uno di essi rimase smarrito, qualche altro non seppe svincolarsi dalla "mera linguae Latiaris proprietas n. Cosi nella Gallia, di fronte a Salviano di Marsiglia (m. ca. nel 480), nel quale i riflessi agostiniani sono evidenti, si hanno gli smarrimenti linguistici di Apollinare Sidonio (ca. 430 - ca. 482) e i conati di Avito (secc. v-vi) per imitare, specie nella poesia, la forma classica. In Africa il latino di Vittore di Vita, di Draconzio, di Fulgenzio, a chi ben lo esamina, attesta le condizioni di quelle scuole (allorché Fulgenzio [n. nel 468 a Telepte nella Bizacena], abbandonò per la prima volta l'Africa aveva passato i 30 anni), nelle quali le dottrine letterarie di Agostino erano penetrate tumultuariamente. Assai interessante sarebbe uno studio comparativo del latino degli scrittori d'Italia dei secc. v e vi (Sedulio, Leone il Grande, Cassiodoro, Boezio, Aratore, Venanzio Fortunato) e degli
latino mettendo insieme liberamente quello dei classici dei vari secoli. Più modestamente Venanzio Fortunato si preoccupò di scrivere un latino che, giungendo gradito agli orecchi dei barbari germanici, facesse penetrare nei loro cuori le dolcezze delle muse, e non indietreggiò di fronte ai barbarismi. Ma sul limitare del sec. vi Gregorio I ( $540-604$ ) proclamò solennemente con Agostino: "indignum vehementer existimo ut verba caelestis oraculi restringam sub regulis Donati" (Ep., V, 53). Questo voleva dire che, divenendo l'Impero di R. un impero ideale con il cristianesimo, si richiedevano mezzi adeguati ad accogliere il palpito del cuore e il pensiero della mente di coloro che questo impero ideale formavano. Donato non bastava più.
II. La letteratura latina classica. La letteratura greca cristiana e gli scrittori latini cristiani. - Il problema letterario si presentava agli scrittori cristiani molto più complesso di quello linguistico: la soluzione di esso implicava infatti necessariamente un assiduo e profondo studio dei classici, del quale essi dovevano temere i danni e i pericoli, specie per l'educazione dei giovani (Tertulliano, De anima, 39; Minucio, Octavius, 23, 1 sgg.: Basilio, Il 565 7065 v6nv). Di fronte ad esso l'atteggiamento dei cristiani nel mondo greco fu diverso da quello dei Latini, ma nel mondo greco la letteratura cristiana nacque quando il genio greco, oramai stanco di nove secoli di lavoro fatto per creare quella pagana, non aveva la forza di tentare nuovi ardimenti, sicché la nuova letteratura fu immessa per la parte formale nel solco della tradizione con qualche raro e superficiale ritocco, e per il contenuto fu costretta dalle esigenze dei tempi ad essere prevalentemente teologica e filosofica.
Li dunque il problema dei rapporti che tale letteratura dovesse avere con quella classica non fu nei suoi termini precisi nemmeno affrontato e si cercarono solo giustificazioni per lo studio dei classici, giustificazioni spesso perfino puerili (cf. Socrate, Hist. eccl., III, 16: PG 67, 417-24). Nel mondo latino invece la letteratura della "nuova parola" sorse quando esso con forse ancora integre era proteso verso il "nuovo", con un profondo travaglio spirituale: perciò prevalsero in essa intendimenti di arte, e si dice pure "retorici", se si dà a questo aggettivo il valore che allora aveva. Infatti nella letteratura latina cristiana è ben presto evidente il pensiero di rinnovare letterariamente l's antico n, perfino più di una volta, con spirito rivoluzionario (cf. Tertulliano, Arnobio,
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Commodiano). In Giustino è palese l'assoluta indifferenza letteraria, in Minucio c'é il tentativo di rinnovare l'arte ciceroniana; in Taziano è manifesta la trasandatezza, in Tertulliano il continuo affaticarsi per aprire nuove vie alle lettere. Ne segul che gli scrittori latini cristiani affrontarono e risolsero, nell'unica maniera che si poteva risolverlo, il problema dei rapporti con gli scrittori pagani di tutti i secoli. E fu proclamato che lo studio dei classici serviva per trasformare, non alla luce dell'etica salvo rare eccezioni - ma alla luce dell'arte, l'« antico * nel * nuovo *. Ecco spiegato come sul declinare del sec. Iv Basile, che pure era stato un famoso maestro di retorica a Cesarea, nel suo Discurso ai giovani nomini i grandi poeti greci senza aggiungere al nome loro nemmeno un aggettivo che esprima un giudizio estetico, laddove Girolamo, alcuni anni dopo, nella sua lettera Ad Alagnum oratorem urbis Romae, trovava modo di far ció citando Cipriano. Aristide, Minucio Felice; e, sul principio del secolo seguente. Agostino poneva mano al suo De doctrina christiana (completato poi nel 426), ossia al più meditato trattato di retorica della
letteratura cristiana: di questi due, il primo era il più autorevole rappresentante dell'indirizzo che nella letteratura cristiana voleva si rinnovasse quella classica, ma con una certa moderazione, l'altro additù e attuò il rinnovamento con la maggiore - ma ben meditata - libertà. E di fatto i Greci continuarono nella letteratura cristiana quasi tutti i generi di quella pagana - qualcuno di più di quelli coltivati dai Latini (p. es., il dramma: cf. Gregorio Nazianzeno, X $\rho \iota \sigma \tau \dot{\eta}$ : $\pi \dot{\alpha} \pi \varepsilon \omega \nu$ ) - e diedero una letteratura certo per molti riguardi interessante, ma che dal punto di vista artistico non mandò se non raggi di luce occidua. Laddove la letteratura latina cristiana, rinnovando quella pagana che a poco a poco si eclissava, mandò raggi di luce aurecale: si pensi all'eloquenza e alla poesia ambrosiana; ai commenti e all'epistolografia di Girolamo; alla poesia di Prudenzio, alla maggior parte degli scritti di Agostino. E se cotto in gara con i Greci li viene: ciò è attestato tra l'altro dalle Omelie e dall'Hexameron di Ambrogio. E creò il soliloquio di Agostino. Allorché Giuliano, applicando i provvedimenti di cui si è parlato, lasciò andare via Vittorino dalla cattedra di Roma e si mostrò disposto a mantenere Froeresio su quella dell'Ateneo di Atene, dimostrò di aver compreso che il pericolo per le lettere classiche, a lui care, era più grave in Occidente che in Oriente; ma non aveva compreso, e non poteva comprendere, che era la letteratura cristiana dell' Occidente che aveva fino allora assicurato e assicurava per l'avvenire quanto del pensiero, dell'arte letteraria, della lingua di R. era destinato a vivere nei secoli.
Bim... opere conerali: E. Norden, Dic antike Kunstprosa, $2^{\circ}$ ed., Lipsia 1909; G. Devoto, Storia della lingua di R., $2^{\circ}$ ed., Firenze 1944; A. G. Amatucci, La letteratura di R. imperiale, Bologna 1947. Studi: J. Schrïman, Charakteristik des altchristl. Latein, in Latinitas Christianorum primaeva, I, Nimega 1932; E. Löfstedt, Syntactica, II, Lund 1933; G. B. Pighi, Latinitá crist. negli scritti del IV sec., in Studi ded. alla mem. di P. Ubaldi, Milano 1937; H.-H. Janssen, Kultur und Sprache. Zur Gesch. der alten Kirche im Spiegel der Sprachentwiblung von Tertullian bis Cyprian, in Lat. Christian. primaeva, VIII, Nimega 1938; H. I. Marrou, St Augustin et la fin de la culture antique, Parigi 1938; J. de Ghellinck, Latin chrétien en langue latine des chrétiens, in Les études classiques, 8 (1939), pp. 433-56; A. Ferrus, Latino crist. antico, estratto dalla Civ. Cult., 1, 1944; A. G. Amatucci, Domitilla-Rima, madre di Costantino, in Oual. dell'Ist. di Studi rom., 1942; G. Bardy, La question des langues dans l'Eglise ancienne, I, Parigi 1948; Ch. Mohrmann, Les éléments vulgaires du latin des chretiens, in Vigiliae christianac, 2 (1948), pp. 163-84; H. I. Marrou, Hist. de l'éducation dans l'antiquité, Parigi 1948; A. G. Amatucci, Qualche osservac. sul $\Pi \rho \varepsilon ́ \varepsilon \tau \alpha \tilde{\varsigma} \tau \dot{\varepsilon} \tau \omega \varsigma$ di Basilio, in Riv. di Sbd. class., 27 (1949), pp. 191-97; Ch. Mohrmann, Les origines de la latinité chrét. à R., in Vigiliae christianae, 3 (1949), pp. 67-106 e 163-83; id., Les emprunts grecs dans la latinité chrét., ibid., 4 (1950), pp. 193-
211; id.. Quelques observations sur l'originalité de la littérature latine chrét., in Riv. di stor. della Chiesa, 4 (1950), pp. 133-63: id., Le latiu langue de la chrétienté occidentale, in Arcum, 24 (1950), pp. 133-61; id., Etude de la latinité occidentale, ibid., 24 (1950), pp. 133-61; id., Etude de la latinité chrét. Conférence donnée à l'Institut de linguistique de l'Université de Paris, Parigi 1931. Aurclio Giuseppe Amatucci
III. Letteratura latina cristiana antica. - Non è facile cogliere, nello sviluppo della letteratura cristiana, note che ne caratterizzino chiaramente i vari periodi, poiché fin da principio si afferma una molteplicità d'interessi e una varietà di forme in cui a mala pena si possono scorgere degli elementi peculiari. Tenendo conto del clima storico in cui operano gli scrittori, di tendenze letterarie in qualche misura prevalenti e dell'influsso esercitato dalle personalità di maggior rilievo, si possono distinguere tre periodi.
I periodo: dalla fine del sec. II al 326 ca. - La letteratura latina cristiana nasce, si può dire, adulta, sia perché esprime la vita d'un gruppo ormai diffuso e saldamente costituito, sia perché è rappresentata fin dagli inizi da forti personalità, formate a una scuola capace, nonostante le lacune e i difetti, di educare a un'espressione composta ed efficace. Le prime opere letterarie sorgono nella Chiesa d'Africa, che continuerà a tenere il campo, quasi da sola, per oltre un secolo. Tertulliano (se, come pensano molti studiosi, è anteriore a Minucio Felice) è il condottiero della schiera di valorosi. Minucio Felice (v.), un avvocato africano che scrive a R., tratta nell'Octavius i medesimi argomenti che Tertulliano apologeta, a cui attinge a larga mano, ma con l'intento di mostrare, secondo una tendenza già nobilmente affermatasi nell'apologetica, la consonanza fra il cristianesimo e la filosofia. Molto di Minucio Felice e specialmente di Tertulliano passò negli scritti di s. Cipriano (v.). Prima retore pagano, poi prete e vescovo di Cartagine per un decennio, mise la penna a servizio della missione pastorale in una decina di brevi trattati (quasi tutte prediche) e in 63 lettere, lasciando da parte ogni interesse culturale, tanto che non cita mai gli autori pagani che pur conosceva a fondo. Contemporaneamente, a R., Novaziano (v.), autore del noto scisma, elaborava in un classico latino la dottrina trinitaria e trattava questioni morali e disciplinari. La tradizione polemica contro il politeismo e l'idolatria, che ebbe qualche vigoroso accento anche nell'opera di Cipriano, fu ripresa con focoso ardore da un altro africano, Arnobio (v.), già retore a Sicca Veneria, nei sette libri Adversus nationes, composti verso il 304. Lattanzio, pure africano, chiude il primo periodo della letteratura cristiana latina non solo perché
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la sua attività si svolse a cavaliere delle due età, prima sotto Diocleziano, che lo chiamò a Nicomedia ad insegnare l'eloquenza latina, e poi sotto Costantino, che lo volle precertere del figlio Crispo a Treviri (ca. 317), ma anche perché in questo scrittore l'interesse polemico si combina, preludendo a uno degli aspetti caratteristici del periodo aureo, con l'intento di esposizione sistematica. Con Lattanzio, nell'Hoedoporicon, perduto, e nel De orophoenice, di cui non sembra si possa negargli la paternità, fa la sua prima comparsa la poesia latina cristiana di sicura datazione. All'età di Costantino appartengono le Landes Domini (v.), un garbato poemetto composto nella Gallia. Con qualche probabilità si collocano nella seconda metà del sec. III, o sul principio del seguente, altre composizioni poetiche, quali lo pseudo-tertullianco Carmen odversus Marcionem, le Instructiones e il Carmen apologeticum di Commodiano (v.), scritti didattici e polemici di carattere popolare nella lingua e nel metro, che interpreta secondo un libero criterio accentuativo il ritmo dell'esametro classico.
Dei prossitori, è degno di menzione ancora, per la sua opera esegetica, Vittorino di Pettau, martirizzato nel 304. Converrà anche ricordare la letteratura agiografica, che fa in questo periodo la sua prima apparizione (per parlare solo di scritti letterariamente elaborati) con la Passione delle ss. Perpetua e Felicita (202-203), forse dovuta a Tertulliano, e la Flèn e passione di s. Cipriano, scritta poco dopo il martirio dal suo diacono Ponzio.
II periodo: dal 326 al 430 . - Furono composti verso il 330 gli Evangeliorum libri IV dellispano Giovenco, modesta parafrasi dei Vangeli, specialmente di quello di Matteo, in esametri di diligente fattura. Ma questa e altre figure sono eclissate da un gruppo di scrittori nei quali il cristianesimo d'Occidente si esprime con un vigore di pensiero e una perfezione di stile da formare il secolo d'oro della letteratura latina cristiana: Ilario (v.), Ambrogio (v.), Gerolamo (v.), Agostino (v.), Prudenzio (v.), Paolino di Nola (v.).
Dopo i grandi vanno nominati anche i minori : s. Damaso papa (v.), noto per gli epitaffi metrici dei martiri, C. Mario Vittorino (v.), Firmico Materno (v.), Lucifero di Cagliari (v.), Fortunaziano (v.) e Cromazio (v.) d'Aquileia, Eusebio di Vercelli (v.), Filastrio e Gaudenzio di Brescia (v.), Zenone di Verona (v.), Ottato di Milevi (v.), Paciano di Barcellona (v.), Gregorio di Elvira (v.), Petronio di Bologna (v.), l'Ambrosiaster (v.), Niceta di Remesiana (v.), Sulpicio Severo (v.), biografo di s. Martino e storico, Paolino di Milano, biografo di s. Ambrogio, Orosio (v.), storico e controversista, Mario Mercatore (v.), l'eretico Pelagio (v.).
III periodo: dal 430 al 636. - Il vigoroso impulso creativo s'è attenuato. Nella poesia, nell'oratoria, nella controversia teologica, nella trattazione dogmatica e morale, s'è formata, per opera dei maggiori, una tradizione, sia in quella letteratura di carattere pragmatico in cui si documenta l'azione degli uomini di governo e dei teologi, sia nelle forme più propriamente d'arte, in primo luogo nella poesia. Mettendo insieme, per analogia nelle espressioni letterarie, anche qualche scrittore che operò sulla fine del periodo precedente, si rilevano le parafrasi metriche del Vecchio e del Nuovo Testamento, dovute a Cipriano Gallo, Cl. Mario Vittore, Sedulio, Ilario; sulla fine del sec. v e nel seguente questo genere sarà ancora coltivato da Avito di Vienne e da Aratore. Un accento di sincera poesia è in alcuni carmi dell'africano Draconzio (in. nel 496); l'artificio retorico domina nelle composizioni in prosa e in versi di Ennodio (v.), vescovo di Pavia dal 513 al 521 . Facile vena, ma scarsa originalità di pensiero e sentimento superficiale mostra Venanzio Fortunato ( $530-607$ ca.). Lirica, agiografia e didattica dànno materia ai versi di Orienzio, Paolino di Pella, Paolino di Périgueux, Apollinare Sidonio. L'oratoria pastorale rappresentata con dignità da s. Massimo di Torino (v.), s. Pietro Crisologo (v.), s. Leone Magno (v.), di cui è caratteristico l'ampio periodare ritmato dalle clausole con romana solennità, che appare anche nelle lettere dottrinali; da s. Cesario d'Arles ( $470-542$; v.), autore anche di opere teologiche e ascetiche. Nelle omelie su Ezechiele
e sui Vangeli s. Gregorio Magno (v.), papa dal 590 al 604 , riprende molti motivi agostiniani di pensiero e di forma, rielaborandoli con acuto senso pratico e con semplicità di eloquio non disgiunta da composto decoro.
La controversia e la speculazione teologica ebbero per oggetto in questo periodo particolarmente il dogma trinitario e l'incarnazione, in polemica contro l'arianesimo dei barbari, con gli africani Fulgenzio di Ruspe (v.), Vigilio di Tapso (v.), Facondo di Ermiana (v.). Le tesi estreme della dottrina agostiniana della Grazia, risolutamente difese da s. Prospero d'Aquitania (v.), vivente il maestro e dopo la morte di lui, trovarono vivace opposizione in Giovanni Cassiano (v.), noto soprattutto come fortunato scrittore d'ascetica e fautore, dal suo cennbio di Marsiglia, della