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tiniana della Grazia, risolutamente difese da s. Prospero d'Aquitania (v.), vivente il maestro e dopo la morte di lui, trovarono vivace opposizione in Giovanni Cassiano (v.), noto soprattutto come fortunato scrittore d'ascetica e fautore, dal suo cennbio di Marsiglia, della vita monastica, e nel monastero di Lérins (v.), fondato da Eucherio di Lione e illustrato, fra gli altri, da s. Vincenzo (v.), da Arnobio il Giovane (v.), da Fausto poi vescovo di Rica (v.), da Salviano di Marsiglia (v.), nel quale gli interessi teologici e ascetici si allargarono ad un'appassionata meditazione della storia del tempo suo nel De gubernatione Dei. La storia, e specialmente la biografia, ebbero uno sviluppo considerevole: si citano Possidio di Calama, che fra il 432 e il 437 scrisse la vita di s. Agostino, il diacono Ferrando, biografo di Fulgenzio. Eugippio, autore della vita di s. Severino apostolo del Norico, Gennadio di Marsiglia continuatore del De viris illustribus di s. Gerolamo, Cipriano vescovo di Trolone, che, con altri discepoli, compose la vita di s. Cesario d'Arles, Gregorio di Tours (v.), lo storico dei Franchi che larga orma lascio anche nella letteratura agiografica.

Un posto a parte meritano Severino Boezio, Cassiodoro (v.) e Isidoro di Siviglia (v.), Boezio (ca. 480524 ; v.), che rappresentò e sostenne presso Teodoro a la causa della romanità con una dignità che gli costò la vita, raccolse l'eredità della filosofia e della cultura antica che trasmise al medioevo in traduzioni, commenti e trattati, speculò sulla 'Trinità e sull'Incarnazione, e compose in carcere il De consolatione philosophine, ove i problemi di pensiero vengono rivissuti, come in Platone e Agostino, in pienezza di umanità, e presentati, nell'avvicendarsi di prose e di versi, con una nobilta degna della migliore tradizione classica. Cassiodoro (490-c. 583), ritiratosi nella piena maturità degli anni dall'attività pubblica, si diede ad una vita di moderato ascetismo nel monastero di Vivarium, in Calabria, che divenne, per suo impulso, un focolare d'intensa attività culturale. Un notevole interesse alla cultura antica dimostrò pure Martino vescovo di Braga (v.; ca. 515-79) nei trattatelli morali desunti in gran parte dai filosofi e in altre opere più originali. Ma egli fu largamente superato da un altro ispano, Isidoro vescovo di Siviglia (v.; 570 ca. - 636). Con questi uomini, che si sforzano di educare il nuovo mondo barbarico nella luce della classicità e del cristianesimo, s'affermano ormai chiaramente gli interessi, i metodi, lo spirito della cultura medievale, nella quale i semi gettati durante i primi secoli della letteratura cristiana avranno a loro tempo sviluppo rigoglioso.

Bim...: storie generali della letter. crist. antica : A. Harnack, Gesch. der altchr. Litt. bis Eusebius, Lipsia 1803-97, in due parti : 1) Überlieferung und Bestand; 2) Chronologie; G. Krüger, Gesch. der altchr. Lit. in den ersten 2. Jahrh., ivi 1805 (appendice 1897); O. Bardenhewer, Gesch. der altbirch. Lit., 2 voll., il I e il II in $2^{\circ}$ ed., Monaco 1913-32; H. Jordan, Gesch. der altchr. Lit., Lipsia 1911 (per generi letterari). Per la sola letter. crist. latina: P. de Labriolle, Hist. de la litt. latine chrét., 2 voll., Parigi 1920 ( $3^{\circ}$ ed. riv. e aument. da G. Bardy, ivi 1947); P. Monceaux, Hist. de la litt. latine chrét., ivi 1924; U. Moricea, Stor. della lett. lat. crist., 3 voll., il II e il III in due parti, Torino 1925-34; A. G. Amatucci, Stor. della lett. lat. crist., Bari 1929; L. Salvatorelli, Stor. della lett. lat. crist. delle origini alla metà del VI secolo, Milano 1936; G. Bardy, Litt. lat. chrét., Parigi 1943. Troiano di ambienti o argomenti particolari: M. Manitius, Gesch. der christl. latein. Poesie bis zur Mitte des 8. Jahrh., Stoccarda 1891; P. Monceaux, Hist. littér. de l'Afrique chrét. depuis les origines jusqu'al l'invasion arabe, 7 voll., Parigi 1901-23 (s'è fermata, con l'ultimo volume, a s. Agostino e il donatismo); S. Colombo, La poesia crist. antica, parte $1^{\circ}$ d'unica uscita): La poesia lat., Roma 1910; U. Sesini, Poesia e musica nella latinitá crist. dal III al X sec., a cura di G. Vecchi, Torino 1949. Alcune sto-

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In alto a sinistra: S. PAOLO. Scultura di Paolo Romano (1530) - Roma, ponte S. Angelo. In alto a destra: S. MARTINO. Particolare del ciborio di Amolfo di Cambio (1283) - Roma, basilica di S. Cecilia. In basso a sinistra: MONUMENTO AL CARD. DE CASTRO (1506) - Roma, chiesa di S. Maria del Popolo. In basso a destra: TABERNACOLO MARMOREO. Opera di Donatello (primi del sec. xv) - Basilica di S. Pietro, sacrestia dei Canonici.

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(fol. Andresau)
(fol. Aliaari)
In alto: FACCIATA DELLA CHIESA DEL GESU. Costruzione di G. della Porta (1576-78), su disegno del Vignola - Roma. In basso a sinistra: INTERNO DELLA CAPPELLA CHIGI IN S. MARIA DEL POPOLO (sec. xvi) con sculture di G. L. Bernini (ca. 1650) - Roma. In basso a destra: CAPPELLA CORSINI. Su disegno di A. Galilei (1737) - Roma, basilica di S. Giovanni in Laterano.

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ric della letter. lat. in genere hanno un'mportanza capitale anche per la letter. lat. cristiana: M. Schana-C. Hosius, Gesch. der röm. Lit., in Handb. der Altertumssissusch., la letter. erat., curata da G. Krüger, è nelle parti $3^{2}, 63^{2}$ ed., Monaco 1922 e $4^{2}, 1^{2}$ ed., ivi 1914. Di modesta mole, ma notevole per la parte che fa agli scrittori cristiani, A. G. Amatucci, La lett. di Roma imperiale, Bologna 1947.
IV. medievale. - 1. Dolla caduta dell'Impero alla rinascita carolingia. - La caduta dell'Impero romano con Romolo Augustolo, i successivi Imperi ostrogoto e longobardico, le varie guerre con le conseguenti rovine che devastarono l'Italia, minacciavano di far tramontare la cultura cristiana con quanto essa era riuscita a salvare dell'antico patrimonio del mondo romano che aveva ampiamente assorbito in sé. In mezzo a tutte queste rovine fu di indiscutibile utilità che l'esempio di Cassiodoro non rimanesse solitario, ma trovasse terreno propizio nei Benedettini e specialmente in s. Gregorio Magno, poeta, monaco e papa, che riusci a far rivivere la Chiesa in Italia e nella Gallia e a guadagnarsi i Visigoti di Spagna e gli Anglosassoni. Mezzo potente di unione fra tante nazioni fu allora l'unità della lingua della Chiesa, adoperata specialmente nella liturgia e nel culto e per conseguenza fatta adoperare anche negli scritti religiosi, nell'oratoria, nel diritto e nelle scienze. Già tra i primi compagni di s. Benedetto si trova il poeta Marco di Montecassino, che compose in distici la vita del fondatore; e s. Gregorio Magno, se non condivide per gli antichi scrittori l'entusiasmo di Boezio, non si dimostra però affatto mediocre nell'arte dello stile e compone bellissimi inni, che furono introdotti nella liturgia.

Nell'Africa del nord, i Vandali distrussero ogni cosa; né la conquista bizantina riusci a mettervi riparo. Tuttavia fiorirono in quel tempo il grammatico Flavio Cresconio Corippo, autore di Johannidas seu de bellis lybicis libri VIII, ricca di belle narrazioni; Verecondo, vescovo di Bizacene, autore di un poemetto De poenitentia, dalla metrica esatta, ma privo di vera poesia; Fulgenzio Ferrando di Cartagine con vari scritti canonistici. Con questo scompare dall'Africa la letteratura latina. Nella Spagna visigotica, invece, le lettere salirono a bella fioritura; persino parecchi re vi si esercitarono con poemetti, distici, iscrizioni: Sisebut, Chintila, Reccesvinth, Wamba. E gran merito nell'istruzione classica dei Visigoti ebbero i grandi vescovi del tempo: Severo di Cartagena, Tizio e Branlio di Saragozza, Ildefonso e Giuliano di Toledo, Fruttuoso di Braga, Eugenio II di Toledo, con il poemetto Heraemeron, che padroneggib da maestro varie sorta di versi; e soprattutto Isidoro di Siviglia (v.). Nella Gallia, in mezzo ai numerosi sconvolgimenti politici la Chiesa seppe tenere ferma l'unità e la cultura latina, in cui si distinsero Gregorio di Tours ([v.]: Historia Francorum); Venanzio Fortunato con i suoi ca. 250 poemi cristiani di contenuto, ma rivestiti degli abiti e delle forme dell'antica mitologia; i suoi inni sulla Croce furono introdotti nella liturgia.

Fecondo ricetto trovò la letteratura latina nell'Irlanda per opera di s. Patrizio (v.); ne cantò le imprese il discepolo Secondino in 23 strofe trocaiche. Dell'Irlanda è il monaco Columba, che fonda il monastero di Jona, centro di cultura e di irradiamento per tutta la Caledonia; l'abate Adamanno ne lasciò una vita in versi, dove si incontrano tratti di squisita poesia: cui aggiunse De situ Terrae Sanctae, ricavato dalle notizie di Arculfo, vescovo della Gallia, colà naufragato. Inglesi, invece, sono : Gilda il saggio ([v.]: De excidio Britanniae); Aldelmo (v.), della stirpe regale del Wessex, fondatore del monastero di Malmesbury, altro centro di irradiazione culturale, e autore di prose e poemetti, tra cui Symposius, raccolta di 100 enigmi per "primi ingenioli rudimenta excitare», e De laudibus virginum, rassegna di uomini e donne, commendevoli per la loro verginità. Ugualmente centro di cul-
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(da Nivellensis Francisco Ebris, II, Roma III), ius. It Roma - Veduta di R. del tetto del Palazzo della Cancelleria, disegno di Stefano Du Pérae (1367). Proprietà Th. Ashby.
tura fu l'abbazia di Wearmouth, in Northumbria, dove fiorirono il fondatore, Benedetto Biscop (v.), che l'arricchì di numerosi codici portati in 5 viaggi da Roma; Ceoffrid (v.), anch'egli ricercatore di codici, a cui si deve la celebre "Bibbia Amiatina"; Beda il Venerabile con le sue numerose opere, che abbracciano quasi tutti i campi dello scibile di allora. Nella prima metà del sec. viI l'Irlanda mandò missionari in Germania, che con la fede diffusero anche la cultura latina nei numerosi conventi (vi eretti; Colombano, autore di lettere e di poeement, con il suo alunno s. Gallo, e soprattutto s. Bonifacio, autore di lettere, poemetti e di una squisita raccolta di enigmi, in cui di enigmatico c'è poco, ma descrivono con fine penetrazione le dieci virtù e i dieci vizi principali. Con lui corrispondevano con lettere in versi le monache Eadburga e Lioba.
2. Etò carolingia. - La si può chiamare a ragione un rinascimento letterario, perché le lettere presero magnifica fioritura non solo alla Corte di Carlomagno, ma anche nelle principali abbazie di Fulda, Reichenau, S. Gallo e molte altre. Carlomagno dimostrò una cura straordinaria per la cultura. Ad Aquisgrana, sua residenza, accorsero dall'Italia Paolino di Aquileia, il grammatico Pietro da Pisa, lo storico Paolo Diacono; dalla Spagna Teodolfo; dall'Irlanda e Scozia Dungal, ricercatore di codici, Giuseppe Scotto, celebre per le sue figure acrostiche; di tra i Franchi Angiberto ed Eginardo (v.), biografo dell'imperatore; anima di tutta questa cerchia fu Alcuino (v.) di York. Ma Aquisgrana non riusci ad essere, come si sognava, un centro ideale da paragonarsi a R., e già prima della morte di Carlo parecchi paladini si sparsero da varie parti e le lettere, dopo la promettente primavera, tornarono a raccogliersi nella cerchia dei monasteri, perché i laici non se ne curavano molto. A Fulda si distinse, tra altri, Rabano Mauro (v.), il "praeceptor Germaniae", per lo zelo rivolto alle scuole e all'istruzione. A Reichenau si segnalarono Walafrido Strabone che con De visionibus Wettini preluse alla Divina Commedia e con l'Hortulus diede un poema didascalico con tratti assai graziosi e colti sul vivo; Ermoldo Nigello, con il poema sulle imprese di Ludovico il Pio; Sedulio Scotto, Fiore, Ratramno di Corbia, Gottescalco. A S. Gallo, dove si iniziarono i primi tentativi di una letteratura tedesca, con versioni interlineari e vocabolario, si distinsero: Notkere il Baldo, di grandi doti musicali, che diede origine alle Sequenze, diffusesi rapidamente e da molti imitate; Tutilo, che fece la stessa cosa per gli Introiti con i Tropi; Ratperto e i cinque Eccardo, il primo dei quali ebbe l'ordine di trasportare in versi latini alcune saghe germaniche e diede cosi il poema eroico Waltherius manu fortis; purgato poi dai troppi barbarismi rimastivi (a Hsec, quicumque legis stridenti ignosce cicadae e dall'ultimo Eccardo, il V. Il poema narra la fuga di Waltherius dalla corte di Attila e le sue più avariate avventure. Di poco posteriore è un altro poema di avventure, di autore ignoto.

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il Ruodlieb, storia del giovane cavaliere Ruod, che, costretto a lasciare la patria, passa due anni in esilio in mezzo ad avventure di armi e di amori.

Un'apopea animale si presenta con l'Echosis cuiusdam captici, in 1172 esametri, di autore ignoto, ma permeato di Virgilio; si tratta di un monaco, il quale descrive sotto il vello di vari animali la sua apostasia, le sue peripezie e finalmente il ritorno all'ovile. Dello stesso genere, ma più breve ( 344 distici), è Isengrinus (l'autore, amantissimo di Ovidio, è ignoto e degli inizi del sec. xit) con le due avventure: la molattia di un leone e il pellegrinaggio di un camoscio; a questo poema si può collegare il più ampio rimaneggiamento di Maestro Nivardo (a metà del sec. xit) Reinhardus Wulpes. Particolare menzione merita la monaca Roswita (v.) di Gardesheim, che, oltre a vari lavori poetici di argomento agiografico, si occupò di trasformare il teatro di Terenzio, sostituendone la materia scabrosa con altri amori più sani, trattati talora con ingenua disonvoltura.
3. Verso il Rinascimento (secc. IX-XIII). - In quest'epoca si andavano svolgendo tra i popoli nuovi di Europa le nuove proprie letterature, e i laici presero a coltivarle con cura e anche con talento, mentre il latino continuò ad essere la lingua della Chiesa, del diritto, delle relazioni diplomatiche e anche delle Università e diede soprattutto una assai ricca produzione storica, ma di ineguale valore letterario. Non essendo possibile in tanta abbondanza un elenco particolareggiato (le opere stesse pubblicate in MGH, RIS, Acta SS., PL e in altre raccolte simili sono assai lontane dal dimostrarsi esaurienti) converrà accennare ai vari generi letterari per sommi capi, tanto più che le migliori storie letterarie delle diverse nazioni, accanto alle opere scritte nella propria lingua, sogliono anche trattare di quelle scritte in latino.

Pertanto nel campo della produzione storica tengono un posto importante, in questo tempo, le Vitae sanctorum, massime di quelli che hanno riferimenti con chiese, monasteri, santuari, mete di pellegrinaggi (Liutgens, Aeltfred, Rimberto, Wandelberto di Prümm, ecc.), a cui si aggiunsero presto gli annali e le cronache dei monasteri principali (Fulda, Herschfeld, Montecassino, ecc.), le storie delle diocesi (Verdun, Auxerre, di Agnello per Ravenna, ecc.) e le vicende dei popoli minori, dei loro sovrani, delle varie imprese di conquista (Echemperto per i Langobardi a Benevento, Liutprando per la storia dei suoi tempi, Videkindo per i Sassoni, Ermanno Contratto, Maestro Adamo, Anastasio il Bibliotecario, Giorgio Sincello, Oderico Vitale, Flodoardo, Ottone di Frisinga, Guglielmo di Tiro, ecc.). Facile campo trovarono qui le storie miste a leggende, l'ingenua credulità di pii agiografi, la smania di edificazione, per cui nelle varie raccolte di leggende auree (Giacomo di Varazaz, Tommaso di Chantimpré, Cesario di Heisterbach, ecc.) non è sempre molto facile sciogliere dagli ampi paludamenti delle esagerazioni e contaminazioni il nocciolo di verità che rivestono. Né vanno tralasciati i tentativi di dare anche veste epica all'ampia materia cosi offerta dalle leggende sia nel campo agiografico (ad es., i vari De triumphis Christi nei santi e martiri di Palestina, Antiochia e Arabia di Flodoardo di Reims, già citato; la Vita et passio s. Christophoris di Walter di Spira; Passio s. Mauritii, ecc., di Sigeberto di Gembloux, ecc.) che nel campo storico (la Vittoria dei Pisani sui Saraceni [1088], le gesta dei Perugini, la conquista di Gerusalemme, il Solymarius sulle imprese della prima Crociata, il Ligurinus su Federico I Barbarossa, l'Aissandreide di Walter di Châtillon, l'Historia Mahumetis del monaco Ildeberto, il Carolinus di Egidio di Parigi su Carlomagno, l'Aurora di Pietro di Riga sul Vecchio e Nuovo Testamento).

Intanto si nota una specie di connubio fra la cultura filosofica e quella umanistica (Polycraticus ed Entheticus di Giovanni di Salisbury, ecc.); indi gli studi umanistici vengono considerati come primo grado agli studi filosofici (il Labyrinthus di Gerardo di Betun); si fa anzi evidente un forte influsso di Plauto e di Terenzio (ad es., la storia di Paulino e Pella di un certo giudice Riccardo, "Venusinae gentis alumnus "). Le zone d'ombra del medioevo vengono messe in vista da tutta una produzione
satirica che tocca il suo culmine in quella comunemente chiamata poesia goliardica dei clerici vagantes, dove ora si domandano i soccorsi per poter studiare, ora si sciorinano con ampia e talora troppo libertà di parole le più spossose matterie, i piaceri del vino e dell'amore ("Mihi est propositum in taberna mori "), e ora si pungono spietatamente le debolezze del clero e i vizi di tutte le professioni. Alla mancanza di una vera arte e di una vera poesia drammatica suppliscono le rappresentazioni sacre unite alla liturgia, specialmente della Pasqua e del Natale e di altri Minori riferentisi ad esse, che però passarono a riprovevoli contaminazioni con la lecia degli asini o dei matti. Rifiori, invece, assai bene la lirica religiosa e l'innologia (inni, sequence, tropi), non solo con metri classici, ma anche e soprattutto con metri ritmici (s. Pier Damiano, Ermanno Contratto, Pietro il Venerabile, Ildeberto di Tours, Abelardo, s. Bernardo, Adamo di S. Vittore, s. Tommaso d'Aquino) e ampia via ad un ulteriore sviluppo e studio della letteratura offrì specialmente l'opera enciclopedica di Vincenzo di Beauvais: Speculum triplex, naturale, ductriciale, historiale, con il ricco tesoro di citazioni e tratti derivati da una straordinaria quantità di autori del mondo pagano e cristiano.
V. Mobero's. - In questo periodo della massima fioritura dell'umanesimo, importante ad un vigile studio degli autori antichi, accanto ad una produzione letteraria pagana o paganeggiante, talora di una leggerezza e un'audacia deprecabili, non mancano opere di letteratura cristiana assai degne di menzione non solo per la perfetta forma stilistica, ma anche per l'elevatezza del pensiero e dei sentimenti. Per l'Italia vanno ricordati: Enea Silvio Piccolomini (Pio II), uno dei massimi fautori del Rinascimento, con De viris illustribus, De puerorum educatione e l'autobiografia Commentarii rerum memorinbilum; Pier Paolo Vergerio con De ingenuis moribus de liberalibus studiis adulescientiae; Maffeo Vegio con De educarione liberorum; Giacomo Sadoleto con i suoi poemetti e i suoi scritti filosofici e pedagogici; Girolamo Vida con Hymni de rebus divinis e la Chistisides; Jacopo Sannazaro con il De partu Virginis; Gian Giorgio Trissino, Gerolamo Fracastoro, Fuori d'Italia si possono citare: Giov. Gerson, Willibald Pirkheimer, Trithemius, s. Tommaso Moro, s. Giovanni Fischer, Giov. Dantiscus, Germano di Bric, E. Stephanus, G. Lipsio, Ugo Grozio, il vescovo luterano d'Irlanda Brinjolo Sveinsson con la sua bella raccolta di poesia murane.

Nei secc. XVII e xvili è rimasto celebre il cosiddetto teatro dei Gesuiti, cioè la numerosa serie di drammi che gli insegnanti componevano e gli alunni eseguivano nei vari loro collegi. Il campo, per cosi dire, di azione era piuttosto limitato, sia per lo scopo prettamente pedagogico, sia per la non ancora pienamente sviluppata parlata artistica degli esecutori. Ciò nonostante ha esercitato un influsso assai notevole e il numero delle composizioni è assai elevato. Generalmente il tema era derivato dalla storia greca e romana, dalla Bibbia, dai fatti salienti della vita dei santi, da episodi di storia medievale e contemporanea, o da argomenti astratti e allegorici intorno a virtù e vizi. Di tra la schiera assai fatta di coloro che vi si esercitarono, alcuni vi si distinsero: Giacomo Biedermann, Niccolò Avancini, Niccolò Poussin, Giov. Spinelli. Questo teatro scolastico, adottato in quasi tutte le scuole dei religiosi, trova un riscontro nella parallela letteratura protestante, già stimolata dallo stesso Lutero e che conta come antesignano l'olandese Guglielmo van de Voldergroft.

Nello stesso periodo la lirica, favorita da numerose occasioni di nascite, commemorazioni, matrimoni, vestizioni religiose, ebbe qualche cultore degno di nota: M. Sarbiewski, Giacomo Balde, Simone Rettenbacher; l'epica diede la Sarcotis di J. Masen, prototipo sotto alcuni aspetti del Paradiso perduto del Milton, l'Urania vestra del Balde, sopraccennato; il Zeus puer di Tommaso Ceva e la Vita di Maria del missionario ven. Giuseppe de Anchieta; la didascalica e satirica con Giovanni Lorenzo Lucchovini, Giulio Cesare Cordara.

Il movimento neoclassico moderno. - Nella seconda metà del sec. xix si nota una valida ripresa della lettera-

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tura latina, specialmente nel campo della poesia, la quale, disancorata dagli schemi umanistici e liberamente vagante negli aperti mari dell'epoca moderna, pare finalmente chiudere la parentesi dei secc. xvir e xviri, in cui se molte furono le esercitazioni latine, poche in paragone furono le roci veramente degne. A questo neo Umanesimo cooperarono la fondazione olandese di Amsterdam, istituita da Giac. Enrico Hocuffi e varie altre che la seguirono (in Italia : il Concorso Ruspantini [Roma], il Concorso Triumviri [Geraee Marina]). Per rimanere entro il campo assegnato della letteratura latina cristiana, vanno citati : lo svizzero Pietro Esseiva, con i Poemetti biblici e le Elegie romane; Dicgo Vitrioli (Xiphias); Leone XIII con Odi, Epigrammi ed Elegie, aderenti alle vicende dei tempi; Giov. Pascoli (v.) con i suoi Poemetti cristiani; Herman Weller (Lucius, Fabius et Cornelia); A. Zappata (Mater Jebn. Mater Judae); Alfredo Bartoli (Suplwania); A. Casoli (Telemachus Lyricorum liber Iet II); G. A. Rocco (Africa, Thriumphale melos); F. S. Alessio (Vitus); G. Merabito (Martyres); Dicgo Verghatti (Gloriosus Ordo B.M.V. de Mercede); A. Monti (De orie volandi, Ad Polum versus); R. Carrozzari (Caecilia); O. Cagnacci (Odae); A. Trazzi (Formicae magistrae, Pio Papae XI); V. Genovesi (Carmina, Carmina fidei); A. Bacci (Inscriptiones, Orationes, Epistolae). Da accogliere con simpatia il nuovo (1923) periodico latino trimestrale Latinitas, pubblicato sotto gli auspici della S. Sede, che tratterà, fra l'altro, anche degli scrittori latini cristiani antichi e recenti.

Bibs.: un lavoro comprensivo sulla lett. lat. cristiana non c'è ancora; per un ampio sguardo di insieme: A. Baumgartner, Die Weltliteratur, IV. Friburgo in Br. 1900; per il mediocruz Manitius; A. Ebert, Gesch. der christl. latein. Liter. bis zum Zeitalter Karls des Grossen, $2^{2}$ ed., Lipsia 1880; J. De Ghellinck, Littir. latine an moyen âge, 2 voll., Parigi 1920; F. Ermini, Mediocro latino, Modena 1938; J. De Ghellinck, L'ester de la littér. latine au XIIe siécle, 2 voll., Bruxelles 1946; G. Vecchi, Poesia latina medice., Parma 1952; per l'età contemporanea: T. Sorbelli, Novissima poëtae latini, I. Modena 1922, prefaz.: autori vari, in Atti del III Congr. naz. di studi romani, III, Bologna 1935. pp. 106-304; A. Momigliano, Problemi e orientamenti di lingua e letteo. ital., IV. Latterature comparate, Milano 1948, pp. 387 376; E. Springhetti, Selecta latinitatis scripta auctorum recentium. saec. XV-XX, Roma 1951. Cf. anche le Storie letterarie più ampie, delle singole letterature nazionali. Celestino Testore

## III. ARTE.

Sommario: I. L'età antica. - II. L'arte del sec. iv alla seconda metà del sec. xviri. - III. L'arte dalla seconda metà del '700 ai nostri giorni.

1. L'età antica. - Le testimonianze che hanno lasciate di sé gli uomini che vivevano in epoca preistorica sui colli ove poi sorse R. e quindi i più antichi abitatori della città sono strettamente connesse a quelle delle altre popolazioni che allora vivevano nel centro della penisola. Ma intorno al sec. vir sembrano prevalere elementi della cultura etrusca anche nel campo delle arti figurative e il nome dello scultore Vulca di Veio è legato alle più antiche immagini venerate nel tempio del Campidoglio ed alla splendida lupa bronzea, opera del sec. vi a. C., conservata nei Musei Capitolini, emblema essa stessa della città.

Così sono in relazione con la cultura degli Etruschi le più antiche opere architettoniche di R., quali il Carcere Mamertino, il Tullianum, o la cloaca Massima che convogliava le acque del Foro verso il Tevere e che testimonia a quale alto grado di civiltà e perizia tecnica si fosse allora pervenuti nella regione. D'altro canto il cippo con una iscrizione in latino arcaico scoporre sotto la cosiddetta tomba di Romolo nel Foro, certo è anteriore all'anno 500 a. C. Frattanto nell'Italia meridionale e nella stessa Etruria a partire dal Iv sec. a. C., giungevano con maggiore intensità influssi ellenici che presto si rifletterono anche sulle manifestazioni architettoniche plastiche e pittoriche dei Romani, come testimoniano non solo i tre templi del Foro Oliitorio, che sono sotto la chiesa di S. Nicola in carcere o l'altro detto della Fortuna Virile, ma la monetazione romana, urne bronzec, cippi e sarcofagi marmorei dal iv sec. a. C. in poi e le
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(ptt. Emit)
Roma - Fontana delle tartarughe s. Opera di Taddeo Landini (1585), su disegno di G. della Porta.
più antiche memorie di una attività pittorica in R., quale il frammento dell'affresco rinvenuto sull'Esquilino, oggi nel Palazzo dei Conservatori sul Campidoglio, da assegnare pur esso al sec. in a. C.

Successivamente negli ultimi due secoli della repubblica l'arte si sviluppa con maggiore intensità. Gli elementi che vi concorrono sono in prevalenza l'etrusco e l'ellenico ma fusi con sempre maggiore indipendenza ed originalità. Si potrebbe anzi dire che la cultura architettonica e la grande perizia tecnica degli ingegneri etruschi, costruttori mirabili di archi e vòite, allora fornissero la ossatura degli edifici, mentre i portati della cultura ellenica fossero tenuti d'occhio soprattutto per la loro decorazione e il loro rivestimento di marmi policromi.

Ma già da quei tempi le costruzioni di carattere ufficiale o celebrativo tendevano al grandioso, all'imponente, e non solo i primitivi templi di legno e terracotta cedevano gradualmente il posto a costruzioni di pietra, ma si adornavano di ampie scalee d'accesso, come quello dedicato alla Magna Mater sul Palatino, che è del 191 a. C., o avevano grandi porticati come i templi innalzati in Campo Marzio in onore di Giove e Giunone dall'architetto Hermodoros di Salamina per ordine di Metello, vincitore della guerra macedonica, l'anno 146 a. C. Contemporaneamente i Romani intraprendevano la costruzione delle loro prime basiliche, di grandi mercati, di porti, di acquedotti, di vie. E la costruzione di quest'ultimo implicava quella dei ponti che ebbero arcate sempre più alte, robuste ed ardite, impostate, come negli acquedotti, su forti pilastri. Opere che già ebbero allora quell'eccesso di potenza struttura più tardi caratteristica delle maggiori costruzioni del periodo imperiale. Già s'affermia quindi in età repubblicana in opere di carattere utilitario - ed a lungo potrebbe dirsi dei valori architettonici delle opere di fortificazione - quella particolare isto-

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nazione di imponenza solenne e grandiosa che nella città rinnovata in epoca imperiale sarà caratteristica di R. Frattanto nelle ville sempre più ricche e nelle case si evolvevano forme strettamente connesse a quelle clleniche ed articolate secondo gli ordini architettonici (v.) ormai tradizionali, cioè il dorico, lo ionico, il corinzio, il tuscantico e quindi i vari tipi di composito.

Ma giunti al i sec. a. C. mentre si ricostruiva con nuovo gusto il tempio di Giove sul Campidoglio, incendiatosi nell'E3 a. C. durante le lotte sillane, nel 55 Pompeo costruiva il primo grande teatro in pietra della città, mentre Cesare, innalzati i Saepta, cioè un gran portico a colonne che seguendo la Via Flaminia si spingeva dal Campo Marzio verso il Campidoglio, intraprendeva le costruzione del Foro, che da lui ebbe il nome, e della Basilica Giulia. Aveva in tal modo inizio quel radicale trasformarsi del centro cittadino che successivamente, nello spazio di quattro secoli, doveva affollarsi di uno dei più importanti complessi di architetture, che sia stato visto in Occidente.

1. L'architettura. - Dapprima si assiste ad un potenziamento, per cosi dire, delle forme etrusche ed ellenistiche caratterizzato da una maggiore imponenza degli edifici nei quali quelle forme appaiono. Segue una seconda fase, che ha inizio sul finire del sec. I dell'èra cristiana. In essa gli elementi della antica tradizione classicista di derivazione ellenica s'accoppiano ad altri da essa indipendenti, o, seppure da essa stessa e da quella etrusca o da altre culture ancora derivati, evolutisi con indipendenza e nevità d'orientamento. E infine una terza fase che occupa quasi tutto il in sec. e gli inizi del iv dell'èra cristiana. Nella quale ultima le forme architettoniche dei Romani maturatesi nelle precedenti esperienze si evolvono con assoluta indipendenza ed acquistano originalità assoluta anche nelle mete da perseguire. Principale fra tutte quella di elevare strutture nelle quali le masse plastiche, chiaramente definite e contrapposte in una sapiente alternanza di luci e di ombre, rendano quasi concreto il senso dello spazio architettonico.

Le opere principali della prima fase esistenti in R. sono oltre le già citate costruzioni del tempo di Silla, di Pompeo e di Cesare, quelle elevate al tempo degli imperatori del I sec. dell'èra cristiana da Augusto a Traiano; la tomba di Augusto e quella di Cecilia Metella, la casa detta di Livia sul Palatino, il Palazzo imperiale di Tiberio e quello di Domiziano pure sul Palatino, l'arco di Tito, il teatro di Marcello, l'anfiteatro Flavio (il Colosseo), il Foro di Augusto e quello di Nerva. In tutti questi edifici, sebbene con inflessioni nuove e nuova forza di accettazione chiaroscurale, hanno ancora valore, nei rapporti fra le singole membrature, le leggi della precedente sintassi architettonica di tradizione ellenistica. E tale valore appare nelle singole parti del maggior complesso di edifici che dà inizio alla fase successiva, cioè nel compimento dei Fori imperiali, attuato da Traiano su progetto di Apollodoro di Damasco fra il 111 e il 114 e concepito con un mirabile senso di unità ed una grandiosità di intenti fino allora sconosciuta in Occidente. Conquistate ormai e perfettamente possedute nuove tecniche costruttive, quali l'uso del mattone in luogo del tufo e della pietra e quello della malta cementizia, nonché una straordinaria abilità nel girare volte a botte e a croce, e cupole, tali conquiste fanno la loro maggiore prova nella ricostruzione avvenuta fra il 115 e il 125 , del Pantheon, già elevato da M. V. Agrippa ed incendiatosi nel 110. Qui tuttavia la grande rotonda, coperta da una cupola eminferica che ha metti 43,50 di diametro, che è l'elemento in certo senso più originale dell'edificio, è accostato ma non fuso a quello di tradizione classicista costituito dal pronao. Una sorta di eclettismo di cui avremo un riflesso anche come accostamento di espressioni architettoniche di gusto diversissimo nei vari edifici della villa dell'imperatore Adriano che è sotto Tivoli, nel mausoleo di quell'Imperatore e infine nelle architetture del tempo di Marco Aurelio e Settimio Severo quali l'arco nel Foro ed il palazzo di quest'ultimo Imperatore che è sul Palatino. Nei quali edifici è evidente una sempre maggiore fantasiosità nelle piante e
nelle strutture ed un accentuarsi del gusto per il pittoresco e lo scenografico nel giuoco alterno delle colonne aggettate dei frontoni, delle nicchie, delle pareti variamente mosse e ondulate.| Esso si risolve, negli imponentissimi edifici della terza fase della architettura dei Romani che ha inizio con la costruzione, avvenuta fra il 212 e il 216, delle terme dell'imperatore Caracalla, in espressioni di altissimo e nuovo valore estetico. Cosi nel mausoleo dei Gordiani (238-44) che ricorda il Pantheon, cosi nella sala termale o ninfea detta tempo di Minerva Medica, cosi nelle terme di Diocleziano (284-305), cosi nella basilica iniziata da Massenzio e compiuta l'anno 312 da Costantino, cosi infine nell'arco di trionfo eretto nel 313 in onore di quest'Imperatore dal Senato e dal popolo romano. In questi edifici, e negli altri della stessa età riflettenti lo stesso gusto, le strutture limpide e schiette esprimono con assoluta chiarezza idee architettoniche che sono logiche ed armoniche insieme. Ciò è perseguito a mezzo del pieno possesso di una tecnica mirabile per cui i vari elementi delle costruzioni, pareti, pilastri, archi, volte, cupole s'atteggiano con assoluta apparente libertà, dominati come sono dalla mente di grandissimi architetti.

La gigantesca basilica di Massenzio compiuta da Costantino è, in tale senso, il capolavoro della architettura dei Romani. La perfetta rispondenza tra vuoti e pieni, l'alternanza delle masse plastiche che generano un senso di solenne armonia, il giusto equilibrio tra lo sforzo e la resistenza, i vigorosi rapporti di ombre e luci contribuiscono, oltre che a rendere concreto il senso dello spazio, ad esprimere a pieno il dominio della umana intelligenza sulla materia, per cui ne scaturisce dalla contemplazione un senso di fiducia nelle stesse capacità umane che dà un godimento piano e completo.

Tuttavia nella stessa R., accanto a queste importantissime testimonianze di una attività architettonica di carattere ufficiale, continuava a vivere - e se ne hanno molteplici testimonianze che vanno dalla casa cosiddetta di Livia sul Palatino al portico degli dèi Consenti ai piedi del Tabularium sotto il Campidoglio, un altro fi lone architettonico. Esso aveva una intonazione più semplice e quasi modesta, che si manifesta in edifici di minor mole, nelle case soprattutto ove attorno a peristili a colonne e a cortili si dispongono le stanze, coperte da soffitti protetti da tetti a spiovente e terrazze. Edifici codesti ove non vengono posti i gravi problemi delle coperture a volte e cupole impostate su pilastri, propri delle maggiori architetture sopra ricordate, ma tutto si risolve in forme semplici e serene senza oratoria; e il peso delle coperture, che hanno l'essatura in legnamo, grava in senso perpendicolare e diretto sulle pareti o sulle colonne e i pilastri architravati. E a questo secondo fi lone dell'architettura romana che nel sec. iv a R. vennero in massima parte attiute le forme usate per elevare le prime chiese (v. basilica; chiesa; italia, VI. L'arte in 1).
2. La scultura. - Già si è accennato alla attività di Vulca scultore etrusco di Veio, attivo agli inizi del sec. v. a. C., autore di sculture per il tempio capitolino di Giove e forse della lupa bronzea del Museo dei Conservatori. Certo si è che, come nel campo della architettura, in quello della plastica la più antica attività romana si confonde con quella etrusca. Cosi è evidente nella cista Ficoroni del Museo di Valle Giulia che è un'urna di bronzo ove sono raffigurate con meravigliosa finezza scene della storia degli Argonauti e v'è una iscrizione latina che la dice eseguita a R. da un Novios Plautios. Cosi hanno rapporti con il caratteristico accentuato verismo di tradizione etrusca i numerosi ritratti dell'età repubblicana. Tuttavia, quando si è al i sec. a. C., le forme più colte e raffinate collegate ai modi dell'ellenismo, seguendo in ciò un moto parallelo a quello notato nei campi dell'architettura, spesso si volgono a rappresentazioni ove le immagini vengono trasferite dal piano della realtà individuale a quello della genericità, fino ad assurgere alla dignità di tipi. Cosi nei frequenti ritratti di Cicerone, di Pompeo, di Cesare ed infine di Augusto, tra i quali bellissimo quello rinvenuto a Prima Porta, e successivamente nei ritratti degli altri imperatori e dei principali

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personaggi delle loro famiglie. Nella quale serie, tuttavia, spesso incidono anche i modi più accentuatamente realistici della antica tradizione locale che per proprio conto si afferma in una grande quantitá di ritratti di cittadini e privati.

Accanto alla serie dei ritratti, l'arte romana, che ha lasciato anche numerose copie di sculture elleniche di varie età, eccelle in un gruppo di splendidi rilievi di contenuto storico e commemorativo che va da quelli dell'Ara Pocis di Augusto (anno q.a. C.), a quelli dell'arco di Tito, agli altri della colonna Traiana, ove si afferma una maggiore indipendenza dalla cultura ellenica, agli altri ancora che decoravano l'arco elevato in onore di Adriano lungo la Via Flaminia, ove è un ritorno a modi colti di quella tradizione, ai successivi del tempo di Marco Aurelio e di Settimio Severo, caratterizzati - come la contemporanea architettura - da una chiara ricerca di effetti pittorici. Poi nel sec. iti nei campi della plastica si assiste ad un duplice movimento. Da un lato, come nel famoso ritratto di Curacalla, è una accentuata ricerca veristica a prevalere, e ne deriva un accentuato tormento delle superfici alla ricerca di segni incisivi e definiti, dall'altro, successivamente, come nei ritratti di Galliene, si assiste ad un graduale ammorbidimento e disfacimento quasi pittorico delle superfici, ottenuto con passaggi lievi di superfici sfumate.

Nella seconda metà del secolo i due modi coesistono e talvolta appaiono nella stessa opera, fin quando, al tempo di Costantino, vengono nuovamente distinti, sebbene in due aspetti nuovi. Da un lato, nei rilievi dell'arco famoso, gli intenti pittorici servono a dare vigore e carattere a immagini collegate a modi popolareschi e provinciali che, come spesso avviene nei momenti che seguono il trapasso da una civiltà ad un'altra, sono nuova fonte di ispirazione - dall'altro le immagini superficiali racchiuse entro schemi quasi architettonici appaiono statiche, ierariche, astratte, fuori da ogni umana contingenza. Il naturalismo ellenistico, il delicato pittoricismo, i morbidi, sapienti passaggi dei piani che segnano il digradare delle superfici, in una parola gli antichi ideali della bellezza classica gradualmente decadono, in quanto la nuova spiritualità determinatasi con il trionfo del cristianesimo ora ha bisogno di forme nuove d'espressione. Né conta che talvolta durante il sec. Iv e poi ancora nel v, le antiche forme ancora si affermino in opere di alta bellezza; e basta citare il sarcofago di Giunio Basso delle Grotte Vaticane. Quanto successivamente apparirà quale forza valida per il cammino dell'arte deriverà più da quei marmi ove si affermano idealità antiaccademiche ed anticasseche che non dagli altri ove tali idealità, sebbene con sempre minor vigore, vengono contrastate. Essi più che la forza rappresentano il peso della tradizione.
3. La pittura. - E relativamente scarso il numero delle pitture degli antichi Romani giunte fino a noi. Il frammento con scene di combattimento rinvenuto sull'Esquilino ed oggi nel Museo Capitolino è la testimonianza più antica (sec. III a. C.) di una attività pittorica a R. Essa era evidentemente collegata all'arte etrusca. Che tuttavia a R. i pittori abbiano svolto una intensissima attività ed abbiano attinto volte altissime nella espressione, può dedursi dalle antiche testimonianze e da quanto ancora dell'opera loro rimane. I templi, i palazzi, le case, le tombe dei Romani erano tutte decorate con pitture nelle quali erano riflessi modi similissimi a quelli delle pitture di Pompei e di Ercolano, che per essere giunte in maggior numero fino a noi dànno forse un quadro più organico della evoluzione e dei vari modi stilistici della pittura in Italia nel I sec. dell'èra cristiana. Tuttavia le decorazioni della Villa della Farnesina, quelle della casa di Livia sul Palatino e della Villa detta di Livia a Prima Porta nonché le altre provenienti da una casa dell'Esquilino, oggi nel Museo Vaticano, oltre le decorazioni dei palazzi imperiali e particolarmente della Domus Aurea neroniana,
![img-4.jpeg](img-4.jpeg)
(da Memorie delle Pont. accadenio romana di archeologia, II, Roma 279, tav. 2) Roma - Due molini galleggianti sul Tevere presso Ponte Rorto. Disegno di Lieven Cruyl, del marzo 1665 - Vienna, Galleria Albertina.
documentano l'alto grado di cultura pittorica raggiunto a R. nel I sec. dell'impero.

I modi stilistici di quelle pitture possono essere considerati, per i loro rapporti con l'ellenismo, analoghi a quelli notati nei campi della plastica e dell'architettura contemporanea. E ancora in senso analogo si evolve la pittura durante il it e il in sec. dell'impero allora che eccelsi monumenti pittorici si individuano nelle catacombe indicando un atteggiarsi del gusto che si evolve secondo modi analoghi a quelli notati nel campo della plastica. Fin quando nel sec. iv notiamo un coesistere dei modi più strettamente legati alla tradizione antica ed ufficiale e degli altri antiaccademici ed anticlassici ai quali, come già si è detto per la plastica, in massima parte saranno collegati i modi stilistici dell'arte a R. durante il medioevo.
4. L'urbanistica antica e medievale. - La città continuava ad essere, malgrado lo splendore di alcuni monumenti, in massima parte costruita in legname, se l'incendio sviluppatosi al tempo dell'imperatore Nerone il 18 giugno dell'anno 64 dell'èra cristiana divampò irrefrenabile per nove giorni consecutivi distruggendo completamente tre regioni e parzialmente altre sette. Nella ricostruzione che segui - narra Tacito - le fabbriche vennero allineate con nuova regolarità, isolate le une dalle altre e limitate, o almeno disciplinate, nell'altezza. Una città ormai troppo grande e troppo ricca per non attirare le cupidigie dei barbari che si facevano sempre più minacciosi oltre e dentro gli stessi confini dell'impero. Fu così che Aureliano l'anno 27 I dette inizio alla costruzione della nuova splendida cinta di mura della città ancora in massima parte esistente. Una cinta che ha un perimetro di 19 km ., ove si contavano 383 torri di difesa, 14 porte maggiori, 5 minori e che per un secolo e mezzo ca. preservò effettivamente R. dall'oltraggio degli invasori. Agli inizi del Iv sec. dell'èra cristiana R. era veramente la più splendida e ricca città del mondo. Aveva 27 pubbliche biblioteche, 11 terme, 856 bagni, 1352 fontane pubbliche, 8 campi di giuoco, 5 naumachie, 11 grandi Fori, 15 ninfei, 10 basiliche maggiori, 19 acquedotti, 36 archi trionfali, 8 ponti sul Tevere, 3 grandi teatri. Poi Costantino trasferì la capitale dell'impero sulle rive del Bosforo a Costantinopoli e per legge ineluttabile delle sorti umane R. cominciò a decadere.

La nuova società, educata alle idealità del cristianesimo, perseguiva allora mete ben diverse che l'antica, mentre le milizie imperiali e le mura d'Aureliano non erano più baluardo sufficiente a contenere la furia barbarica. E nell'ag. 410 i Goti di Alarico, superati quei baluardi, per due giorni saccheggiarono la città. Quarantacinque anni più tardi, nel 455 , furono i Vandali, gli Arabi e i beduini a mettere a ferro e fuoco R. per quattor-

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dici giorni. La città ormai andava in rovina, né valsero le provvidenze dell'intelligente re barbaro Teodorico ad arrestarne il declino. Egli restaurò il teatro di Pompeo, il Colosseo, alcuni acquedotti, le cloache. Ma era ben poco di fronte all'abbandono in cui ogni cosa decadava. Abbandono che divenne quasi completo quando Vitige, cinta d'assedio la città per oltre un anno, dal febbr. del 537 al marzo del 538 , tagliò gli acquedotti, donde affluiva la sua linfa vitale. Ormai anche il suburbio era tutto in sfarelo, le ville, gli orti, le vigne. La campagna fu invasa dai malfattori, e dagli acquitrini sempre più tremendo avanzò il flagello della malaria. Né valsero le provvidenze dei pontefici quali Adriano I (772-95), Leone III (795816) o Pasquale I (817-24) che restaurarono antichi edifici o ne costruirono di nuovi. R. conservava solo nelle memorie e nelle immaginazioni degli uomini il suo antico splendore. Poi nell'xi, xir e xiri sec. col rifiorire generale delle coscienze e delle energie che caratterizza il sorgere e lo svilupparsi dell'età romanica, anche l'edilizia cittadina ebbe nuovo impulso, e R. l'anno 1300 celebrandosi il Giubileo, poté apparire splendida anche di nuovi edifici ai due milioni di pellegrini che s'accorsero da ogni parte d'Europa. Ma fu una breve rinascita, ché le lotte intestine durante l'esilio avignonese di nuovo la stremarono, né valsero le parole infuocate di Cola di Rienzo o le provvidenze del card. Albornoz ad arrestare il suo nuovo decadere. Il Trecento, che in tante e tante altre città di Italia ha segnato un periodo di vero splendore ed impresso nelle loro vie, nelle piazze, nei palazzi pubblici, in intieri quartieri, un carattere di bellezza, di forza e d'eleganza che i secoli successivi non hanno cancellato, segnò un periodo di stasi per l'attività edilizia romana che avrà una nuova ripresa soltanto sul finire del primo quarto del sec. xv. Allora Martino V Colonna, rientrando il 30 sett. del 1420 nella sua città natale,
la in stato di completo abbandono, pose ogni suo maggiore impegno nel restauro e nella ricostruzione degli antichi edifici. E volle inciso sulla medaglia commemorativa del suo pontificato il motto: «Dirutas ac labentes Urbis restauravit ecclesias .
II. L'arte dal sec. iv alla seconda metà del sec. xviri. - 1. L'architettura dal sec. IV all'XI. - Nessuna delle basiliche elevate da Costantino e dai personaggi della famiglia imperiale o dalla sua corte è giunta intatta fino a noi. Anzi fra le architetture basilicali del sec. Iv solo la chiesa di S. Pudenziana conserva nelle sue strutture molta parte del primitivo edificio. Per le altre, quali quelle di S. Pietro, di S. Paolo, di S. Croce, di S. Lorenzo e così via, quanto rimane della primitiva costruzione può essere solo utile ad una loro ideale ricostruzione grafica. Esse ad ogni modo si collegevano a quel filone della tradizione architettonica romana, cui sopra s'accennava, di forme essenzialmente semplici e chiare. Mura e allineamenti paralleli di colonne sostenevano coperture (tetti a capriate) che gruvavano in senso perpendicolare sugli elementi portanti. Sul lato minore della fabbrica, opposto a quello dell'ingresso, si incurvava una abside decorata, come le pareti, di pittura o museici. Il mausoleo di Costantina, detto chiesa di S. Costanza, come le parti più antiche del Battistero Lateranense lasciano invece intendere gli stretti legami che uniscono queste costruzioni a sistema centrale a tipi analoghi di edifici romani coperti con vòlte a cupola. Nei secoli successivi, fino al x-xi, questi due tipi di costruzione si trasformano secondo un processo di semplificazione e spesso di impoverimento degli aspetti primitivi. Al sec. v infatti appartengono la disposizione generale della basilica di S. Maria Maggiore, quella di S. Sabina sull'Aventino, quella di S. Pietro in Vincoli, tutte riflettenti lo schema basilicale costantiniano, nonché la chiesa circolare di S. Stefano Rotondo che può essere considerata, nel suo schema, una semplificazione di un precedente tipo di costruzioni a sistema centrale.

Nelle costruzioni romane del vi e vii sec. alcune delle quali tuttavia per vari aspetti simili a quelle del v (S. Pancrazio), appaiono elementi derivanti dall'Oriente bizantino. Così nella parte dovuta a papa Pelagio II della basilica di S. Lorenzo fuori le mura, così in quella di
S. Agnese ricostruita da papa Simmaco (498-514) e decorata da Onorio I (625-38). Ad Onorio va anche ascritta la costruzione della primitiva chiesa dei SS. Quattro Coronati. Un edificio veramente grandioso e bellissimo. Ma al sec. vir appartiene anche la costruzione della chiesa di S. Giorgio in Velabro, che riflette un sentimento architettonico ben diverso: un senso di trascuratezza e di ostentata indifferenza per le vecchie formole, un'aria disattenta e svogliata. Cosi nelle parti più antiche (sec. viII) di S. Maria in Cosmedin e di S. Giovanni a Porta Latina. Poi, agli inizi del sec. IX, c'è come una ripresa architettonica che si riflette nelle chiare armonie spaziali create dagli architetti di papa Pasquale I (817-34) in S. Prassede, S. Maria in Domnica, S. Cecilia, nella più tarda basilica di S. Marco e nelle parti che possono assegnarsi al sec. IX nella chiesa di S. Maria in Aracoeli. Quanto rimane del sec. x non lascia intendere che quel movimento di rinascita abbia avuto seguito nei tempi immediatamente successivi.
2. La scultura dal sec. IV all'XI. - I due aspetti assunti dalla plastica agli inizi del sec. iv e chiaramente esemplificabili nei rilievi per l'arco di Costantino e in quelli del sarcofago di Giunio Basso, gli uni tendenti ad un pittorissimo espressionistico di gusto nettamente anticlassico, gli altri ancora riflettenti appunto le idealità che per secoli erano state proprie dell'arte classica, sono riflessi in numerosissimi marmi del iv, v e vi sec. Così in alcune statue, quali, p.es., quelle costantinin e di S. Giovanni e del Campidoglio, come nei rilievi della porta di S. Sabina (422-32) o nei monogrammi di Giovanni II ( 532 - 55 ) della chiesa di S. Clemente. Allora in alcune decorazioni di elementi architettonici il gusto plastico fa anche pensare a decisi influssi orientali (capitelli a S. Agnese, S. Clemente, SS. Quattro). Poi fra il vir, l'viti e il ix sec. anche a R. si diffonde il gusto per la decorazione plastica a basso rilievo di tipo genericamente detto barbarico (v. barbarica arte) ove frequentemente appare la treccia di vimini accanto a rappresentazioni del sole, della luna, delle palme, della croce, ecc. Ne abbiamo esempi a S. Sabina, a S. Maria in Trastevere, a S. Clemente, a S. Maria in Cosmedin, a S. Maria del Priorato, ec