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a arte) ove frequentemente appare la treccia di vimini accanto a rappresentazioni del sole, della luna, delle palme, della croce, ecc. Ne abbiamo esempi a S. Sabina, a S. Maria in Trastevere, a S. Clemente, a S. Maria in Cosmedin, a S. Maria del Priorato, ecc. Ma nel sec. ix, negli elementi decorativi delle architetture del tempo di Pasquale I è già cluara l'aspirazione verso forme plastiche più vicine alla scultura antica, cosi nel portale della cappella di S. Zenone a S. Prassede.
3. La pittura fra il sec. IV e l'XI. - A R. meglio che in qualsiasi altro luogo del mondo è possibile seguire, riflessa nelle opere pittoriche, la evoluzione del gusto figurativo durante tutto il medioevo. Ma anche nel campo pittorico fino dal sec. iv si distinguono due nette correnti. Una ancora accademica legata ai modi tradizionali del classicismo, l'altra espressionistica ed antiaccademica, e, almeno in parte, da collegare ai modi della pittura compendiaria diffusi non solo dalla pittura catacombale. I museici della vòlta anulare di S. Costanza, quelli dell'abside di S. Pudenziana, che sono dei primissimi anni del secolo, gli altri pure del sec. v della navata di S. Maria Maggiore e della parete di controfacciata della chiesa di S. Sabina; come quelli del sec. vi dell'abside della chiesa dei SS. Cosma e Damiano possono collegarsi alle varie gradazioni dell'antico classicismo che va modificandosi anche a contatto con modi orientali, che nel sec. v già si riconoscono nel musaico dell'arco trionfale della basilica di S. Paolo. Ma nel sec. v forme in rapporto con la pittura impressionistica sono evidenti nel musaico dell'arco trionfale di S. Maria Maggiore. Tuttavia sul finire del sec. vi nei musaici dell'arco trionfale dell'antico S. Lorenzo fuori le mura, e nel vir in quelli dell'abside di S. Agnese e quindi negli altri dell'oratorio di S. Venanzio presso il Battistero Lateranense prevalgono modi bizantini, che pure nel vir e poi nell'viI e ix sec. in forme e secenti che diremmo dialettali, s'affermano ancora nelle pitture ad affresco che sono in S. Maria Antiqua, in S. Saba, in S. Clemente, in S. Crisogono, in S. Maria in Pia Lata, ecc. Ma è nel sec. ix che un gruppo bellissimo di musaici, a S. Prassede, S. Maria in Domnica, S. Marco, S. Cecilia, testimonia un sostanziale mu-

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tamento del gusto per cui vengono esaltati, anche in opere di carattere monumentale, quei valori di un cromatismo seccso, violento addirittura, che già nel sec. v apparivano nel musaico di S. Maria Maggiore, e che segna una risoluzione in senso anticlassico ed antitradizionale delle vicende della pittura romana del medioevo. Tuttavia, come per la contemporanea architetura e scultura, quel momento particolarmente felice dell'arte romana non ebbe un seguito nei tempi immediatamente successivi, quando nel sec. x negli affreschi dell'abside di S. Stefano del Palatino, nell'altro del Cristo circondato da angeli in SS. Giovanni e Paolo, in altri ancora frammentari in S. Crisogono, ecc. appaiono forme stanche di vaga impronta bizantina. Ma nel sec. xi un capolavoro : la Madonna dipinta su tavola e venerata in S. Maria in Aracoeli annuncia tempi nuovi anche per la pittura romana.
4. L'età romanica. - Fu durante l'età romanica che a R., con indipendenza ed originalità rispetto a quanto avveniva nelle altre città italiane, risorsero le arti figurative, mentre con precedenza e più chiaramente che altrove fra le sue mura si definivano alcuni principi che dovevano rimanere alla base dello stesso Rinascimento italiano. Quello soprattutto di: antica, sinonimo di bella.

In architettura ciò è manifesto in una complessa importante serie di costruzioni da assegnare appunto dal sec. xI al xIII: quali le chiese di S. Maria in Cappella, S. Maria in Trastevere, S. Crisogono, S. Lorenzo fuori, le mura o come i portici di S. Cecilia, S. Giorgio in Velabro, S. Lorenzo in Lucina, SS. Giovanni e Paolo, ecc. In queste costruzioni le forme sembrano collegarsi direttamente a quelle delle fabbriche del tempo di Pasquale I, ma sono ancora più vicine a quelle di alcune grandi architetture del sec. v i cui rapporti sono stati sicuramente tenuti a modello dei nuovi costruttori. Malgrado ciò qualche tipo nuovo, o parzialmente tale, appare anche nelle architetture romane dell'età romanica. Così quei campanili (v.) quadrati, a dadi sovrapposti, che numerosissimi furono allora elevati a fiancheggiare le nuove e le antiche chiese, mentre è cosa veramente nuova la loggetta alla lombardesca che coronò nel sec. xili l'esterno dell'abside della chiesa dei SS. Giovanni e Paolo.

Tuttavia l'aspetto più caratteristico ed originale è dato in queste architetture dalla mirabile veste decorativa che ad essa hanno saputo apprestare i marmorari detti comunemente, dal nome di una loro famiglia, Cosmati (v.), e cosmatesca la loro maniera di decorare con marmi policromi e musaici. Architetti essi stessi, questi marmorari hanno elevato quelli che per molti aspetti possiamo considerare i capolavori della architettura romana di quel tempo: i due chiostri delle basiliche del Laterano e di S. Paolo, opere appunto dei componenti di una fra le più illustri famiglie di marmorari romani degli inizi del sec. xili detta dei Vassalletto (v.). Negli elementi architettonici e decorativi dei due chiostri non sarà difficile riconoscere qualche portato del gusto gotico la cui maggiore se non unica testimonianza rimane a R., nel campo architettonico, la chiesa di S. Maria sopra Minerva elevata, si vuole, da quei frati Sisto e Ristoro che a Firenze costruirono S. Maria Novella.

La scultura dell'età romanica presenta caratteri analoghi a quelli della architettura, anche perché essa in massima parte fu praticata da quei marmorari cui sopra s'accennava, che gradualmente, tenendo d'occhio modelli antichi ma anche orientali e nordici, riconquistarono il senso di una rigorosa plasticità che permise loro, sul finire del 1200, di intendere anche alcuni essenziali valori della scultura del grande Arnolfo di Cambio (v.). Questi fu a R. nell'ultimo venticinquennio del secolo lasciandovi opere insigni quali i monumenti a Carlo d'Angiò in Campidoglio, i cibori di S. Paolo e S. Cecilia, la tomba del card. Annibaldi, frammentaria, nel chiostro di S. Giovanni in Laterano, le immagini del Presepe di S. Maria Maggiore.

Nella pittura le conquiste non furono, fra il sec. xi ed il xili, certo minori, ove si consideri non solo la bellezza degli affreschi, appunto della fine del sec. xI, della basilica di S. Clemente, da collegarsi al filone della pittura narrativa e popolare che qui assurge ad altissima
dignità di stile, quanto le grandi decorazioni musive nelle absidi di S. Clemente, di S. Maria Nuova, di S. Maria in Trastevere, di S. Paolo fuori le mura, di S. Maria Maggiore e di S. Giovanni in Laterano, queste due ultime opere di Jacopo Torriti. Ed è anche a R. che allora s'afferma e domina la grande personalità di uno dei massimi geni pittorici del medioevo italiano: Pietro Cavallini (v.), mentre a R. lavora lo stesso Giotto.

Poi durante il sec. xiv, ai tempi dell'esilio avignonese e delle lotte intestine, le arti decaddero del tutto e nella città abbandonata trovarono lavoro pochi artisti forestieri giuntivi dalla Toscana o dalla Campania. Ma nel terzo decennio del sec. xv, al tempo di Martino V Colonna, R. torna ad essere un centro vivissime di operosità artistica. E mentre si ricostruiscono e restaurano basiliche, chiese e palazzi, a R. giungono da ogni parte d'Italia. chiamati da quel Pontefice, artisti illustri, e v'operano Masolino, Masaccio, Gentile da Fabriano ed il Pisanello pittori, e quindi Donatello scultore, mentre al tempo di Niccolò V è chiamato a R. per lavorare nella cappella dedicata ai SS. Stefano e Lorenzo in Vaticano anche il Beato Angelico e, chiamati da Paolo II giungono più tardi anche architetti famosi quali Bernardo Rossellino e Giuliano da Majano che lavorano successivamente e rispettivamente al restauro della basilica di S. Marco e nel palazzo che le sorge al lato. Ma ecco che Sisto IV della Rovere, eletto papa nel 1471, vuole preparare la città a celebrare degnamente il Giubileo del 1475. Le opere architettoniche allora promosse da quel Pontefice per mano di un vigoroso architetto. Baccio Pontelli (v.) sono numerosissime, ma su tutte tre eccellono : un nuovo ponte sul Tevere, che da Sisto prese e conserva il nome. un grandioso ospedale rinnovato, quello di S. Spirito in Sassia, la costruzione della Cappella Sistina. Quando nel 1484 Sisto IV moriva, da un anno circa erano stati ultimati gli affreschi della più antica decorazione di quel famosissimo ambiente. Avevano in essi lavorato, sotto la guida di Sandro Botticelli, alcuni fra i maggiori pittori del tempo, quali Luca Signorelli, il Perugino, il Pinturicchio, Domenico Ghirlandaio, Cosimo Rosselli, fra' Diamante, Bartolomeo della Gatta, mentre per volontà dello stesso Pontefice operavano ugualmente a R. Melozzo da Forli e Piero della Francesca.

Allora i marmi delle cantorie e delle transenne della Sistina erano scolpiti nella bottega di un attivissimo maestro lombardo, Andrea Bregno, presso la quale lavoravano quasi tutti gli altri maestri di scalpello attivi nella città, compresi lo stesso Mino da Fiesole e Giovanni Dalmata. Ma non Antonio del Pollaiolo che lasciava il segno della sua potenza nei monumenti funebri di Sisto IV e di Innocenzo VIII, il Papa che aveva chiamato a lavorare in Vaticano anche Andrea Mantegna. Il Bregno, personalità dominante nel campo della pratica edilizia romana è anche quegli cui si deve in massima parte una delle più caratteristiche espressioni architettoniche quattrocentesche della città : la parte più antica del Palazzo della Cancelleria (v.), più tardi completato o risolto, come dice il Vasari, da Donato Bramante.
5. L'età moderna. - Si giunge così agli inizi del ' 500 . e la città ove durante il sec. xv erano affluiti artisti da ogni dove senza riuscire ad imprimere un carattere unitario alla sua produzione, ché solo il melozzesco Antoniazzo degli Aquili detto Antoniazzo Romano fu tale anche di nascita, soprattutto per la forza del genio di alcuni sommi artisti che in R. presero stanza ed operarono, si trasformò nella vera capitale artistica, non solo d'Italia ma dell'Europa intera. Donato Bramante, Baldassarre Peruzzi, Antonio da Sangallo il giovane, Michelangelo Buonarroti, Raffaello, Leonardo operano contemporaneamente in R. durante i pontificati di Giulio II, di Leone X, di Clemente VII. Sono loro che imprimono un tono solenne, augusto e nuovo all'arte della Rinascenza. Non più la R. antica dei Cesari ma quella nuova dei Papi assume incontrastato prestigio, un vero dominio addirittura sull'arte di tutta Europa. Sono gli scolari, gli imitatori, i seguaci di quei grandissimi a diffondere ovunque le belle forme da essi immaginate sulle rive del Te. vere; dell'arte antica quelle forme hanno la grandiosità,

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la potenza e la bellezza, ma dei nuovi tempi riflettono lo spirito infiammato e la fantasia. Ed anche quando l'arte di quei grandi da parte degli imitatori sembra risolversi in un malinconico manierismo (v.) nelle architetture d'un Ammannati, di un Giacomo della Porta di un Guido Guidetti, di un Domenico Fontana, di un Carlo Maderno, il nuovo e insieme antico spirito della città trova solenne espressione, mentre nel suo limpido cielo, per opera loro, s'inarcano le più belle cupole che abbiano coronato chiese su questa terra. Allora mentre i Carracci col Domenichino creavano nella galleria del Palazzo Farnese il capolavoro dell'eclettismo derivante dall'accademia bolognese, il lombardo Michelangelo da Caravaggio che, ragazzo, a R. aveva fatto le sue prime esperienze presso la bottega del più gonfio e pomposo manierista nostrano, il Cavaliere d'Arpino, da R. indicava nuove strade alla pittura sulle quali dovevano incamminarsi lo stesso Rembrandt ed il Velasquez.

Una forza nuova, quella della luce che rivela ed esalta le masse plastiche ed insieme il colore, caratterizza fin dai suoi inizi l'arte dell'età barocca. Ed a R.] il gusto barocco trova il suo centro più vivo d'azione e di diffusione. Ciò anche nel suo duplice caratteristico aspetto di deliberata frattura con la tradizione, e di continui richiami e appigli ad essa, generati dalla nostalgia per le belle forme del classicismo.

In architettura ciò si manifesta seguendo la linea che da Francesco Borromini, quegli che con maggior chiarezza infranse la tradizione, Martino Longhi il giovane, Carlo Rainaldi, traverso Carlo Fontana, giunge a Francesco de Sanctis, Giuseppe Sardi, Gabriele Valvassori, Filippo Raguzzini, Domenico Gregorini che ancora nella seconda metà del ' 700 svolge temi borrominiani, o l'altra che proseguendo in certo senso la tradizione di Antonio da Sangallo e dei manieristi, ha il suo più autorevole rappresentante in Gian Lorenzo Bernini. Di questa seconda corrente, col Bernini, è esponente autorevolissimo il grande Pietro da Cortona e quindi Nicola Salvi, l'architetto del prospetto della fontana di Trevi, e ad essa si collega l'arte di Luigi Vanvitelli di Carlo Murena, di Ferdinando Fuga, di Alessandro Galilei, architetti questi ultimi che operando a R. con il loro neocinquecentismo preludono aspetti del neoclassicismo nostrano.

Nella plastica il manierismo dell'ultimo ventennio del ' 500 non aveva testimoniato che l'incomprensione o l'impossibilità di ridurre alla misura dei tempi nuovi il disperato furore dell'arte di Michelangelo. Né Stefano Maderno, né Nicolo Cordier, né Pietro Bernini, scultori tutti di qualche merito, erano riusciti ad imprimere un vero carattere alla plastica romana del tempo, cosa che invece erano riusciti a fare architetti e pittori, né, diremmo, a smuovere dal profondo le acque della morta gora manieristica.

Tentarono invece ciò, tra la fine del ' 500 e il principio del '600, due scultori pur essi come gli altri venuti di fuori: Camillio Mariani vicentino e Francesco Mochi di Montevarchi. I due attuavano allora nuove ricerche prendendo lo spunto da un pittoricismo che si rifaceva al Vittoria e che nel Mochi s'era innestato ai modi della tradizione fiorentina. Agli inizi del '600 i due s'erano trovati a R. in posizione di preminenza così che all'arte del Mochi si lasciano collegare tanto Francesco Duquesnoy quanto Francesco Algardi. Scultore quest'ultimo sicuramente dotato ma di una austera compostezza e quasi cautela che sa d'accademia. Accanto a lui, invece, Gian Lorenzo Bernini subito ci appare temperamento di ben diversa levatura, ed uomo di mentalità decisamente antiaccademica, malgrado la propria cultura lo rispingesse di continuo appunto verso l'accademia e la tradizione. Ma Gian Lorenzo Bernini è un genio e nell'esercizio della plastica, ancor più che in quello della architettura, spesso egli operò abbandonandosi alla felice immaginazione, alla libera fantasia, all'estro, all'invenzione. Cosi che quanti vennero dopo di lui quasi mai riuscirono, anche quando vollero, a dimenticarlo. Lo tentò Domenico Guidi che ebbe la pretesa di tener viva la tradizione dell'Algardi, lo tentò Ercole Ferrata che ebbe intorno numerosi seguaci e riscosse gran credito fino durante
il '700, lo tentarono perfino Antonio Raggi e Andrea Bolgi e Francesco Baratta e Cosimo Fancelli e Pietro Le Gros e l'ancora più tardo Camillo Rusconi (16381728) che nelle sue statue di S. Giovanni in Laterano, scolpite nel secondo decennio del ' 700 , ci appare, malgrado i continui richiami all'Algardi, uno s svagato berniniano e nei suoi complicatissimi panneggi.

Furono pochissimi invero anche nel ' 700 quelli che riuscirono a eludere la imitazione berniniana o non la ridussero a retorica maniera: quell'Antonio Montanti fiorentino andato a R. ad aiutare Alessandro Galilei nelle sue imprese architettoniche, Filippo della Valle e per molti aspetti Pietro Bracci. Ma non per questo essi riuscirono a creare qualcosa di veramente nuovo e grande prima dell'avvento del neoclassicismo e del Canova.

Al nome dei Carracci, del Caravaggio, quali esponenti di correnti pittoriche a R. sul finire del ' 500 , si deve aggiungere quello di Federico Zuccari. Questi con il Cavalier d'Arpino, accanto ai novatori - quali appunto apparivano i Carracci ed il Caravaggio - poteva anche essere considerato il depositario della tradizione che risaliva a Raffaello. Ma una tale maniera tradizionale presto confluì nei modi tenuti dai bolognesi. Cosi mentre è chiara la derivazione caravaggesca nel gruppo dei tenebrosi quali il Valentin, il Manfredi, il Borgianni, il Saraceni, il Serodine, i due Gentileschi e quindi in Gherardo delle Notti e nello stesso Boburen come in altri fiamminghi che risolvono in contraffazioni veristiche l'illuminismo del maestro, ci appare abbastanza chiara la linea di derivazione che dai Carracci attraverso l'Albani e il Domenichino, con appunti di Guido Beni, giunge al Sacchi e quindi al Maratta, che sul finire del ' 600 e nei primi anni del '700 ci apparirà ancora il depositario maggiore della tradizione che vantava ascendenze fino a Raffaello.

Ma accanto a quelle due correnti principali ecco profilarsene, fino dal terzo decennio del '600, una terza, quella che allora ebbe il suo esponente maggiore in Pietro Berettini da Cortona. Egli riprende il problema decorativo quale era stato impostato dai Carracci nella vòlta della Galleria di Palazzo Farnese e dagli altri grandi pittori della fine del ' 500 . Lo riprende con la maggiore esperienza che a lui deriva dal progredire che in cinquant'anni aveva fatto la pittura. Cosi nel suo stile si trovano elementi disegnativi toscani, compositivi emiliani, compresi quali di un Lanfranco e di un Guercino, nonché esperienze che dai Carracci risalivano al Correggio, quindi elementi cromatici veneziani e quel tanto di venıstà raffaellesca che a R. aveva sempre fortuna. Insomma la pittura fu come un tirar le somme delle esperienze più recenti da parte di un uomo di genio. La vòlta della sala maggiore di Palazzo Barberini è il suo capolavoro e l'opera ove Pietro da Cortona, grande architetto, qui in veste di decoratore, ci appare, fra quanti allora operavano in R., il più vicino, anche per forza d'ingegno e fantasia, al Bernini. Quasi un suo equivalente nei campi appunto della grande decorazione pittorica. Lo studio dei cortoneschi è folto; il migliore allora fu Pietro Testa, ma la grandiosità di concezione del maestro non fu ritrovata che dal genovese Gian Battista Gulli detto il Baciccia, che con estro ed autorità somma creò il proprio capolavoro nella vòita della nave maggiore della chiesa del Gesù nel grande affresco rappresentante il Trionfo del suo nome. Più tardi frattò Andrea Pozzo con fantasia di scenografo svolse ancora nelle vòlte della chiesa di S. Ignazio qualche tema dell'arte del Berettini.

Intanto, mentre artisti forestieri, quali Paolo Brill, il Poussin, Claudio Lorenese e Gaspare Vanvitelli svolgevano, seguiti da pittori nostrani quali Salvator Rosa e il Locatelli, la pittura di paesaggio, a R. continuavano a giungere pittori da altre regioni d'Italia. Cosi vercini le soglie del '700 vi lavoro con Corrado Giaquinto e Sebastiano Conca che venivano da Napoli, Gian Paolo Pannini piacentino, pittore di rovine e cerimonie, e v'acquistava predominio anche nel mondo della cultura archeologica l'incisore veneziano Gian Battista Piranesi.

Siamo ormai alla metà del secolo e mentre da un lato l'irrequieto Marco Benefial s'attarda talvolta in un

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insistito verismo antiaccademico quale si rivela nel quadro dell'Aracoeli con la Morte di s. Margherita, il Cades, il Corvi, il Cavallucci e lo stesso Pompeo Batoni lucchese, accanto al polacco Raffaello Mengo, si rifanno ancora una volta a Raffaello e talvolta preannunciano forme neoclassiche. D'altro canto il neoclassicismo - questa $\times$ moda forestiera - - in R., donde il Winckelmann ne aveva autorevolissimamente diffuso le teorie, aveva trovato il suo centro più accreditato, e nella storia della pittura moderna ha grande significato che la grande tela col Giuramento degli Orsizi di Giacomo Luigi David sia stata dipinta a R. nel 1784 . E un quadro, quello, che segna veramente l'inizio di una nuova stagione per l'arte.
6. L'urbanistica durante il Rinascimento e l'età barocca. - Il lavoro di restauro e sistemazione degli antichi edifici e quello di costruzione di nuovi iniziato da Martino V, che caratterizza l'attività dei pontefici, dei cardinali e delle maggiori personalità romane durante il sec. xv, non fu svolto secondo un iniziale piano organico. Ciascuno si interessava della propria chiesa, del proprio palazzo o di un particolare gruppo di fabbriche. Solo Niccolò V e Sisto IV della Rovere ebbero idee più vaste, e mentre il primo concepi un nuovo ordinamento delle costruzioni intorno a S. Pietro e ad esse dava inizio, il secondo, in occasione del Giubileo del 1475 , ebbe una visione unitaria dei problemi edilizi e di viabilità cittadina. Quindi secondo un piano organico di cui si possono facilmente individuare le linee essenziali, restaurò o costrui dalle fondazioni nuove chiese ed altri edifici compreso il ponte sul Tevere che da lui ebbe nome, allargò strade e sistemò complessi edilizi, quale quello intorno all'attuale Campo dei Fiori, presto dominato dalla mole marmorea del palazzo del card. Riario, poi detto della Cancelleria.

Tuttavia durante i primi anni del ' 500 , malgrado ciò e malgrado le imponenti splendide fabbriche elevate allora in R., non si operò in generale dal punto di vista urbanistico, con idee più unitarie. Ma da allora, mentre Giulio Il riprendeva l'idea di Niccolò V di rinnovare tutto il Vaticano, con il tracciato della Via Giulia e con quelli della Via Ripetta e della Via del Babuino (progettati dal Chiarini), divergenti rispetto all'asse del Corso, vennero definendosi alcuni temi fondamentali per gli ulteriori sviluppi della città. Anzi è da pensare, a proposito del Corso, dell'antica Via Ripetta e dell'altra del Babuino, che partendo con la loro organica disposizione a tridente dalla Piazza del Popolo si affondano dirite nel cuore della città, che siano state proprio loro a fornire lo spunto iniziale a quello che senz'altro possiamo definire un vero e proprio piano regolatore cittadino ideato da Domenico Fontana per Sisto V. Esso era basato su di un tracciato stellare di grandi arterie dirite che congiungevano S. Maria Maggiore alla Trinità dei Monti, a S. Giovanni in Laterano a S. Croce e a S. Lorenzo, al Foro Traiano e a S. Susanna. Gli obelischi delle Piazza di S. Pietro, di S. Giovanni, di S. Maria Maggiore e del Popolo, allora elevati da quel Pontefice ad opera sempre di Domenico Fontana, segnavano e segnano tuttora come delle mete o dei fulcri per lo sviluppo cittadino.

L'importanza della concezione urbanistica di Sisto V consiste anche nell'avere esortato i Romani, ancora tutti accalcati nella grande ansa del Tevere, a rioccupare le parti alte della città. A tal fine egli vi condusse acqua salubre a mezzo dell'acquedotto Felice, la cui mostra si vede ancora oggi a Piazza S. Bernardo. Del nuovo impulso dato allo sviluppo cittadino da Sisto V è anche un indice sicuro l'accresciuto numero degli abitanti di R. Infatti la popolazione romana, che durante l'alto medioevo era discesa a pochissime migliaia di abitanti, e che nel periodo più splendido della Rinascenza, ai tempi di Leone X, era salita a 125 -130 mila, ma che negli anni successivi al sacco di R. (1527) era di nuovo disceso a 40.000 anime, durante il pontificato di Sisto V risalì a 100.000 persone.

Durante il ' 600 , sul tessuto urbanistico di Sisto V si continuò ad operare, sviluppando temi, sebbene grandiosi, limitati a particolari ambientali. Basti pensare alla sistemazione della piazza presso il Palazzo dei Barberini,
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(Pr. Enc. Calt.)
Roma - Elefante che sostiene l'obelisco. Scultura su disegno di G. L. Bernini (1667) - Roma, Piazza della Minerva.
allora alla periferia della città e confinante con orti e vigne, a quella di Piazza Navona, a quella di Piazza S. Pietro, ed ai progetti non eseguiti di sistemazione dei Borghi, mentre di fronte ai nuovi palazzi ed alle antiche e nuove chiese s'aprivano piazze e s'allargavano strade. L'opera fu continuata durante il '700. Allora, con la costruzione della scalinata di Piazza di Spagna in prospettiva con la Via dei Condotti, e di Tor di Nona con la sistemazione della Piazza di S. Ignazio per mano del Raguzzini, e con quella dell'antico Porto di Ripetta, ricostruito per Clemente XI da Alessandro Specchi, la città veniva fornita di ambienti architettonici di carattere unitario secondo una nuova concezione scenografica.
III. L'arte dalla seconda mera del ' 700 al nostro giorni. - Sul finire del '700, agli occhi di molti, R. appariva ancora il centro artistico più importante del mondo ed a R. si recavano a studiare architetti, scultori, pittori di ogni paese. Tuttavia malgrado questo, l'architettura, la scultura, la pittura di gusto neoclassico che si produceva sulle rive del Tevere non appare oggi migliore o diversa da quella che veniva prodotta altrove. Chi allora si recava a studiare a R. vi si recava per trarre ispirazioni dai monumenti del periodo classico che vi si ammiravano, dalle opere d'arte dei musei e dalle raccolte pubbliche e private o soltanto per entusiasmarsi, immaginando che le aure che si respiravano sulle rive del Tevere fossero ancora quelle che avevano gonfiato il petto degli antichi eroi. Tuttavia è ancora a R. che con il Canova l'arte che fiorisce sulle rive del Tevere riesce a mantenere un tono di universalità e di dominio. Poi, dopo il Canova, come nel campo della pittura con i nazareni, i puristi ed i fruscanti del tempo di Pio IX, e in quello della architettura con il Poletti, il Vespignani e Pietro Comparese, ecc., anche la scultura che si produce a R. può in certo modo differenziarsi, fino all'ultimo trentennio del secolo, da quella delle altre città d'Italia, per certa intonazione freddamente accademica che non muta neanche quando concede quel tanto che non era possibile negare alle novità portate dalla forte ventata romantica.

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Quando poi R., divenuta la capitale del Regno d'Italia, si trovò ad essere, anche per ragioni d'ordine pratico, il centro più attivo di produzione artistica di tutta la penisola, quella certa intonazione e la stessa impotenza delle splendide opere del passato, agirono quali un freno alle più ardite manifestazioni del gusto ormai internazionalizzatosi. Ciò, se da un lato evitò quelli che altrove, allora, apparivano eccessi più o meno deprecabili, dall'altro ritardò il libero cammino delle più schiette forme espressive. E dopo il gruppo dei puristi e degli accademici s'elebe, chiaramente individuabile nei domini della architetura, quello degli eclettici. Il Palazzo di Giustizia opera del Calderini ed il monumento di Vittorio Emanuele opera del Sacconi - tutti e due incominciati prima del 1890 e tutti e due portati a compimento nel 1911 di quell'eclettismo, non privo forse di bravura ma gonfio d'oratoria e di retorica, sono l'espressione più caratteristica. Esso ebbe allora i suoi riflessi anche nei campi dell'arte sacra (v. moderna, arte), la quale oggi, appunto a R., in alcune delle più recenti realizzazioni, ha dimostrato e dimostra di non rifuggire dalle più moderne e ardite manifestazioni del gusto ove esse siano intimamente sorrette da uno spontaneo sincero bisogno di espressione.

Vivande urbanistiche ed edilizie della R. moderna.
Anche a R. gli ultimi decenni del '700 sono caratterizzati da una più diffusa coscienza dei problemi urbanistici e se non sono molte le nuove realizzazioni, sono invece molto interessanti le questioni che allora si ponevano sul tappeto, riflesse, p. es., nei temi discussi dall'Accademia di S. Luca. La sistemazione dei Borghi, quella di Piazza del Popolo, quella della creazione di un grande giardino pubblico, ecc.

A molti di quei problemi volle dare una soluzione l'amministrazione francese fra il 1809 e il 1814 , mentre alcune opere allora appena iniziate o solamente ideate avevano la loro realizzazione negli anni successivi durante i pontificati di Pio VII, Leone XII, Gregorio XVI e Pio IX. Fra le maggiori ricordiamo quella di Piazza del Popolo e della pubblica passeggiata detta del Pincio, opera massima del Valadier, la creazione del cimitero suburbano del Verano, la ricostruzione della Basilica Ostiense, la creazione di nuovi quartieri, quale il Mastai, la sistemazione della zona trasteverina prossima al nuovo grande stabilimento per la lavorazione del tabacco, nonché la inclusione nel piano di sviluppo della città del tratto compreso fra S. Maria degli Angeli e le pendici del Quirinale, cioè dei terreni sui quali s'aprì l'attuale Via Nazionale e le altre vie ad essa normali, lungo le quali sorsero tanti nuovi edifici che contribuirono a mantenere alla edilizia romana quel tono solenne, austero, definitivo, ma insieme familiare, che era proprio della vecchia R.

Durante i primi 24 anni del pontificato di Pio IX dal 1846 al 1870, la popolazione romana s'era quasi raddoppiata raggiungendo e superando i 200.000 ab. Dopo il 1870 tale moto d'accrescimento continuò e con ritmo accelerato, tanto che oggi possiamo dire che la popolazione romana sia decuplicata rispetto a quella di allora. Con tale veloce incremento è in diretto rapporto, ne è anzi la giustificazione, il veloce sviluppo della città e il modo con il quale tale sviluppo è avvenuto.

Infatti quando R. il 20 sett. del 1870 fu occupata dalle truppe del generale Cadorna apparve a chi ad essa giungeva da altre città della penisola quali Firenze, Torino e Milano, seppure splendida di antiche architetture, molto arretrata dal punto di vista della moderna edilizia. E fu quel generale medesimo a nominare il 30 dello stesso mese di sett. una commissione presieduta dall'architetto Pietro Camporese, perché studiasse «l'ingrandimento e l'abbellimento di R. e specialmente il progetto di costruzione di nuovi quartieri in quella parte che maggiormente si prestasse alle nuove edificazioni. La commissione che lavorò celerissimamente, dopo quaranta giorni presentò le sue conclusioni in una relazione alla quale erano anche allegati progetti e propositi. Tale conclusione servì all'ingegnere Alessandro Viviani per tracciare un vero piano regolatore della città, pubblicato nel 1873, che, pur non essendo mai divenuto legge, esercitò un grande influsso sui successivi piani regolatori
e quindi sull'ulteriore sviluppo di R. Il quale sviluppo è avvenuto in questi ulumi cinquant'anni, come suoi dirsi, a macchia d'olio. Ovvero è avvenuto come in quasi tutte le città che hanno una forte individualità, un antico cuore pulsante che non può non esercitare una forte attrazione. Fu così che l'antico centro cittadino della R. di $100-130-200.000 \mathrm{ab}$. è rimasto approssimativamente lo stesso della R. di $1.500 .000,2.000 .000 \mathrm{~s} / \mathrm{ab}$., con quei danni e quegli inconvenienti che è facile immaginare.

Impedire il verificarsi di un tale fenomeno dovuto a leggi in certo senso biologiche, evidentemente non è agevole, anzi, pare, sia quasi impossibile. Ad ogni modo se riandiamo ora con la mente alla vecchia R. di Pio IX ancora tutta raccolta nell'ansa del Tevere, una città piena di contrasti, ricca d'opere d'arte, di belle architetture, ma ineguale, arruffata dal punto di vista dell'urbanistica, e la paragoniamo con l'attuale, dovremo convenire che le difficoltà che si dovettero affrontare per trasformare la vecchia R. in una città che rispondesse anche alle moderne esigenze senza distruggere completamente quel. l'antico mirabile insieme, erano enormi, e che non tutte le soluzioni adottate sono da condannare. Per quanto la distruzione dei grandi parchi delle ville principesche che coronavano di verde la vecchia R. abbia rappresentato un danno ed un errore senza pari, anche se le loro aree furono utilizzate per il sorgere di nuovi quartieri, quali quello dell'Esquilino, quello Boncompagni Ludovisi, il Salario; tuttavia pregi notevoli spesso ne ebbero allora le opere che servirono ad innestare senza troppo stridenti soluzioni di continuità le manifestazioni delle nuove es. gense al carattere e al tessuto della vecchia città. Cosi per il maestoso rettilineo di Via Nazionale, per il placido tracciato del Corso Vittorio Emanuele, per l'ariosa Via Arenola, per gli allargamenti di Via del Tritone, di Via due Macelli, del Corso e infine per le più moderne Vie dei Fori imperiali e del Mare che pure hanno comportato la distruzione di notevoli complessi d'architettura. Ciò è avvenuto anche per la demolizione della "spina" dei Borghi e l'apertura della Via della Conciliazione con cui si attuava un'antica idea che aveva tenuto perplessi per secoli e secoli, papi, architetti ed urbanisti.

Bibl.: oltre la bubl. relativa ai singoli personaggi ed artisti ricordati in questa Enciclopedia cl. tra le conde: A. Nibby, R. descritto nell'anno 1838, 4 voll., Roma 1838-41; A. D. Tani, Le chiese di R., Torino 1922; B. Blasi, Vic. piazza, ville di R., (vi 1923; L. V. Bertarelli, R. e diutorai (Guida d'Italia del Touring Club ital.), Milano 1931 e add. successivo; P. Romano [P. Fornari], Strade e piazze di R., 4 voll., Roma 1939-45; id., R. nelle sue strade e nelle sue piazze (a fascicoli, l'autore segue l'ordine alfabetico), ivi 1947 sgg . Tra le opere di carattere generale: P. Ducati, L'arte in R. dalle origini al sec. VIII, Bologna 1938; F. Herrmann, L'arte in R. dal sec. VIII al sec. XIV, ivi 1942; A. De Rinaldis, L'arte in R. dal Seicento al Novecento, ivi 1948; A. Callari, I palazzi di R., Milano s. a.: Le chiese di R. illustrate, serie di monografie di autori vari diretta da C. Galassi Paluzzi, in 36 volumetti di cui due doppi, Roma 1903 sgg. (descrizione di 34 chiesci. Studi particolari). D. Voss, Die Malerei der Spätrenaissance in Rom und Florenz, 2 voll., Berlino 1920; id., Die Malerei des Barock in Rom, ivi 1925; P. Pecchini, La scalinata di Piazza di Spagna, Roma 1941; G. Matthou, Piazza del Popolo, ivi s. a.; P. Romano [P. Fornari]-P. Pertini, Piazza Navona, nella storia e nell'arte, Roma [1944], Sull'edilizia di R. al tempo di Pio IX, cf. P. della Torre, L'opera rifor. matrice ed amministrativa di Pio IX fra il 1830 e il 1870 , ivi 1942.
Emilio Lavagnino

## IV. FolkLORE.

Delle tradizioni popolari di R. manca tuttora una documentazione accurata, redatta con criteri scientifici e con intento propriamente folkloristico: le raccolte di Sabatini e Zanazzo, per quanto ampie e apprezzabili, non possono stare sullo stesso piano delle opere di un Pitré, Finamore, De Nino e altri. Numerose sono però le fonti letterarie e iconografiche (basterà qui ricordare i nomi di Goethe, Müller, Stendhal, Thomas, De Brosses, Bresciani, Belli e Pinelli) che, per la loro affermata e sostanziale fedeltà al vero, anche se non mancano di una naturale magia d'arte, permettono a noi di ricostruire criticamente la vita popolare della prima metà dell'Ottocento: epoca che segna, per le manifestazioni popolari di R., il momento del loro massimo rigoglio e nello stesso tempo

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linizio del loro affievolimento. Completano il quadro del folklore romano alcune cerimonie, documentate storicamente (Gregorovius, Burchhardt, ecc.) e letterariamente (specie nelle commedie), della R. medievale e rinascimentale.

Dell'antico carnevale romano, noto per la singolare pompa dei suoi festeggiamenti, si rilevano soltanto gli elementi e i particolari che più interessano folcloristicamente. Notevole la personificazione del carnevale nell'orso, che veniva condotto con una catena al collo sul luogo della scena e fatto ballare a suon di musica, come ci rappresenta una stampa del Pinelli ambientata presso la fontana di Trevi. Oltre ai numerosi arlecchini, pagliacci e pulcinella, le maschere più caratteristiche erano i matti, ricoperti solo di camicia, che si rifacevano a personaggi delle scandalose feste dei pazzi (contro cui energica fu nel medioevo l'opposizione della Chiesa); e tra le macchiette più tipiche, il Re dell'Acerra, cavalcante un asino e scortato da un gruppo di pulcinella; Don Pirrone, che procedeva in sedia gestatoria, tenendo in mano un paio di molle da fuoco con cui lanciava satirici madrigali alle donne, e l'indimenticabile generale Mannaggia La Rocca, che il pomeriggio di giovedi grasso sopra un macilento ronzino, con un grosso spadone di legno e con il suo imponente corten di strarazoni in alta uniforme, avanzava intrepido sul Corso, preso a bersaglio dalla folla con arance e carote. Antica nella tradizione del carnevale romano era la corsa dei barberi da piazza del Popolo a piazza Venecia. Il carnevale si chiudeva con la festa dei moccoletti, che consisteva nello spegnersi le candele vicendevolmente, mentre lungo il Corso appariva sopra un carro tronfale il Carnevale morente: «Er Carnevale è morto e sseppellito: | Li moccoli hanno chiusa la funzione" (Belli, n. 2221).

Durante la quaresima, tradizionale era a R. l'uso, ricordato nei seguenti versi popolari, di andare in S. Pietro e regalare il maritoazo alle innamorate: "Oggi ch'è 'e primo Vennardi dde Marzo, | Sé va s. Ssan Pietro a ppija èr maritòzzo | Che cce lo pagherà 'e nostro regazzo". Solenni le celebrazioni del Sabato Santo: rappresentazioni sacre avevano luogo nel medioevo al Colosseo ad opera della Compagnia del Gonfalone (nei secc. xv-xvi fu più volte rappresentata in tale occasione la Passione di G. Dati); oggi le cerimonie del Sabato Santo si svolgono con peculiare solennità nelle basiliche di S. Giovanni e di S. Pietro, dove la rituale benedizione del fonte battesimale si fa coincidere con un battesimo, di un adulto in S. Giovanni e di un bambino in S. Pietro. Quando si slegavano le campane era usanza d'una volta (chiamata divozzione de li bbotti) di ammassare lungo i muri pentole e vasi usati di terracotta, che poi si facevano volare in aria con castagnole. In tal giorno scendevano a R., per le pulizie dei muri, gli spazzacamini, con arnesi speciali detti "scacciaragni": riti tutti di rinnovamento. Una cerimonia comico-carnevalesca, detta cornomània (v.), che dal sec. Ix si mantenne sino all'epoca di Gregorio VII, si celebrava in Laterano ed era seguita dalla benedizione delle cose: data ed elementi rivelano il carattere propiziatorio della festa.

Dai tempi di Salvator Rosa, pare, fino al 1893 , il 21 apr. d'ogni anno gli artisti facevano rivivere il carnevale, riunendosi presso le grotte di Cervara, sulla via Prenestina, rinnovando conviti, beffe, cortei e mascherate: una tavola del Pinelli rappresenta questo singolare carnevaletto romano degli artisti. Il Calendimaggio era ed è ancora festeggiato con l'albero della cuccagna, diffusissimo del resto in tutta Italia come ultimo avanzo della gare del "re del maggio", e fino a un secolo fa con "er ballo de li guitti", cioè degli spiantati : ogni giovane si sceglieva una sposa, e le varie coppie si presentavano in piazza S. Marco, davanti alla statua di Madama Lucreria, per quell'occasione adorna di cipolle, agli, nastri multicolori e carote; si celebrava lo sposalizio, come se si fosse davanti al sindaco e al curato, e dopo si dava inizio al ballo che provocava risate... financo a Madama Lucreria!

Nella notte dell'Ascensione la tradizione popolare vuole che discendano Gesù a cambiare in latte l'umore acquoso delle spighe di grano, e la Madonna a benedire
l'uovo fresco di giornata collocato dai devoti fuori dalle finestre in un piccolo cestino, che diventa poi efficace amuleto contro i fulmini e le malattie. Il 13 giugno, in onore di s. Antonio di Padova, si celebrava il trionfo delle fragole con una processione di fragolari che partiva da Campo dei Fiori : apriva il corteo un fragolaro portando sul campo un grosso canestro, simbolo del trionfo, guarnito tutt'intorno di canestrini di carta argentata pieni di fragole, e sopra una piccola statua di S. Antonio; seguivano, a passo di danza e al suono di tamburelli, gli altri fragolari, vestiti a festa, cantando riornelli in onore del Santo e delle fragole. La sera di s. Giovanni ha luogo la sfilata dei carri, ed è tuttora viva l'usanza di andare a mangiare le lumache nelle osterie: la più frequentata un tempo era l'osteria delle Streghe. Il cui nome si riporta alla credenza che in questa notte, nel tratto tra S. Giovanni e S. Croce in Gerusalemme, possono vedersi le streghe se si mette il mento dentro la forcella formata da rami di albero di alloro (Belli, n. 1905).

Uno dei cortei più caratteristici della R. medievale era la processione notturna del 15 ag., cui prendevano parte rappresentanti di ogni specie di lavoranti : l'immagine acheropita di Cristo veniva portata a spalla da 12 uomini dalla cappella di S. Lorenzo in Laterano a S. M. Maggiore, passando sotto archi di foglie e di fiori. A piazza Navona, il giorno di Ferragosto e tutti i sabati e le domeniche del mese, secondo una tradizione durata con qualche intervallo dal 1652 al 1865 , si faceva il lago : animavano lo spettacolo il gettito delle monete, il passaggio delle carrozze fra schizzi e grida di allegria, la cadura dei cavalli, le musiche della banda dei pompieri e le voci dei cocomerari "curete pompieri, che vva a fluoco".

Pittoresche le ottobreate al Testaccio (le stampe del Pinelli che ce le rappresentano sono tra le più belle per la storia del costume popolare), allietate da gare, canti e danze: con gran frenesia al suono delle nacchere e dei tamburelli si ballava il saltarello, famosissima danza popolare di corteggiamento. Una delle tradizioni romane del ciclo natalizio è quella di assistere nella notte fra il $23-24$ dic. al cosiddetto "cettio", cioè al mercato all'in grosso del pesce che un tempo si faceva nella pescheria di S. Teodoro e oggi ai Mercati generali. Viva è pure la tradizione del presepio : celebre è quello di Aracoeli, il cui Bambino è una pregiata scultura in legno d'olivo tutta ricoperta di gemme. Particolarmente romana è la tradizione di gettare a capodanno dalla finestra le pentole e altri utensili usati di coccio come atto di espulsione del vecchio e di rinnovamento. Tradizionale e popolare la figurazione della Befana, come appare nelle tele del Pinelli e nei sonetti del Belli; ancora oggi la sera della vigilia ha luogo in piazza Navona l'affollatissima fiera dei giocattoli, che un tempo si teneva in piazza S. Eustachio. Il giorno di s. Antonio Abate ( 17 genn.) è dedicato alla benedizione degli animali : adorni di nastri e fiori, cavalli, asini, cani, gatti, galline sono portati davanti alla chiesa di S. Eusebio dove ricevono la benedizione del parroco: un tempo la cerimonia, descritta dal Goethe e dal Müller, si svolgeva davanti alla chiesa propria di S. Antonio presso piazza S. M. Maggiore. Si apre quindi il carnevale, tipica festa d'inizio d'anno.

Non meno ricco si presenta il patrimonio musicalepoetico del popolo di R., includendovi, naturalmente, accanto alle canzoni create in loco, quelle importate e adattate al gusto e al dialetto locale, che rivelano il lavoro di creazione-elaborazione proprio del popolo. Già intorno al 1787 il Goethe raccoglieva dalla viva voce del volgo di R. nel suo Piaggio in Italia alcuni canti che dovevano essere più di moda in quegli anni che non veramente tradizionali, ricordava la canzone di Marbrucche ( $=$ Mulborough), e infine osservava che il canto più usuale per il popolino di R. era costituito dallo stornello. Lo stornello (chiamato dal volgo "aritornello", che non è però da scambiare con il ritornello, come ha creduto il Blessig) è infatti la forma di canto lirico-monostreffico più usata a R. e in tutto il Lazio. La poesia popolare amorosa si atteggia anche nella forma dello strambotto, chiamato sonetto (con il metro ora dell'ottava siciliana

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Roma - Facciata laterale del Collegio di Propaganda Fide. Architetura di F. Borromini (1633) - Roma.
ora del rispetto toscano), che ha peraltro una tradizione più antica. Fiorente è il genere comico e burlesco: caratteristiche le tarantelle, lunghe composizioni a coppie di ottonari, con formola fissa d'inizio ("Tarantella de li dèi | Vó ctantare, amici miei»), che in origine dovevano essere accompagnate dalla danza. La poesia religiosa offre preghiere, orazioni e anche poemetti epici di leggende agiografiche. Un importante settore della poesia popolare romana è costituito infine dalle canzoni epico-liriche: La donna lombarda, La bella fustina, Cecilia, Il pellegrino di R., Il marinaro che va per acqua, e altre ancora hanno incontrato in R. favorevole cittadinanza. Molte leggende di santi e canzoni avventurose, da quella di Lionbruno alle storie di Genoveffa, Pia dei Tolomei, Francesca da Rimini, da quella d'Orlando a Roncisvalle alla "dolorosa istoria del prode Cecco e della sua Rosina", venivano cantate per le strade di R. o nelle osterie dai cantastorie (si conservano ancora i nomi di Mancinelli, declamatore di poesie satiriche contro il Duca Valentino; Mastro Andrea dipintore, amico dell'Aretino; e del secolo scorso chi non ricorda i nomi di Spadoni, Pepazzo, Tarantoni, Calzaroni e quello, più di tutti noto, del sor Capanna?) : una stampa del Pinelli rappresenta uno di questi cantastorie mentre accompagna i versi al suono della chitarra e con una lunga bocchetta illustra le scene sopra un cartellone, com'era solito vedersi, un secolo fa, la domenica mattina in piazza Barberini. Dell'estro di questi poeti di popolo rimane ancora qualche traccia nelle scritte a insegna delle osterie, quali, p. es.: "Se volete un bon goccetto I er più bono che ce sia, I che ve mette drento ar petto 'na gran vela d'allegria, I solo all'Arco de' Ginnasi I resterete persuasi ", e altrove "Solo qui da Mozzarella vino bono e robba bella! ". E nell'interno la bevuta del vino era animata dal gioco della passatella, nel quale si conserva forse l'antico uso del Re del convito e, secondo il Pola, il tipo delle Associazioni giovanili e bacchiche. Altro tipico personaggio del mondo delle osterie, accanto al cantore popolare, è "er carettiere a vino", che oggi ha perduto, anche nel costume, l'antico fastigio, cosi ben sintetizzato in versi romaneschi dallo Zanazzo (n. 919, p. 243 ).

Ma la vecchia R., con le sue feste, i suoi costumi, i suoi poeti e i suoi canti, va scomparendo sempre più: soltanto alcuni rioni, quali Trastevere e Monti, conservano un po' dell'antico colore (tra le più vive è sempre, ad es., la "festa de' noantri" a Trastevere, con danze e gare sportive), e in qualche angolo di R. (come a Villa Borghese) bimbi e grandi ancora si affollano attorno ai teatrini di burattini, sulle cui scene si è rifugiata gran parte del repertorio dei cantastorie : celebre tra i burattinaid'una volta il Glictanaccio con il suo personaggio Rugantino.

La tendenza del popolo romano alla satira mordace ebbe la sua più genuina espressione, dal tardo medioevo in poi, nelle "pasquinate", delle quali le più celebri dal ' 500 all'epoca napoleonica sono state raccolte da P. Fornari.

Bibl.: S. Marroni, Costumi popolari di R., Roma 1840; C. Blessig, Röm. Ritornelle, Lipsia 1860; R. H. Busk, The Folklore of Rome, Londra 1874; F. Sabatini, Sogero di canti pop. rom., Roma 1878; id., Il volgo di R., Roma 1890-1901; G. Zanazzo, Novelle, Scuole e leggende romanesche, Torino 1907; id., Usi, costumi e pregiudizi del popolo di R., ivi 1908; id., Canti pop. rom., ivi 1910; A. Bovignani, Le rappresentazioni suere per l'attavaria dei morti a R. e nei suoi dintorni, Roma 1912; P. Romano (P. Fornari), Pasquino e la satira in R., 3 voll., ivi 1936 sgg.: id., Il Natale a R., ivi 1943; F. Clementi, Il curaroulo rom., 4 voll., Città di Castello 1938-39; P. Romano - E. Ponti, Modi di dire pop. rom., Roma 1944; P. Romano - P. Pertini, I cantastorie in R., ivi 1946; P. Tonchi, La poesia pop. di R. e del Lazze, in Poesia e vita di popolo, Venezia 1946, pp. 118-35; A. G. Brangalis, Le maschere rom., Roma 1947; C. G. Pola Folletti di V., Le associazioni giovanili a R. e nel Lazzo, in Lares, 16 (1936), pp. 40-67; A. Lancellotti, Feste tradizionali, 2 voll., Milano 1950-51; G. Belli, I sonetti, a cura di G. Vigele, 3 voll., ivi 1952; cf. anche la rivista Roma (1923-43). Giovanni Bronzini

## V. Topografia.

Sommario: I. Origini cristione. - II. S. Giovanni in Laterano e il Patriarchium. - III. Le basiliche patriarcali. - IV. I cognomi delle chiese medievali. - V. Basiliche e chiese secondo Papoca della loro fondazione. - VI. Le chiese marione: 1. Santa Maria Maggiore. - 2. Le Chiese marione minori. - VII. Le basiliche cimiteriali. - VIII. Le abbazie. - IX. Le regioni ecclesiastiche e i rioni. - X. Gli antichi cataloghi delle Chiese.
I. Origini cristiane. - I primi luoghi di riunione delle comunità cristiane furono in case private, come viene attestato negli Atti degli Apostoli (12, 12: 19, $9 ; 20,6-9$ ) e nelle lettere di s. Paolo (Rom. 16, 23; 1 Cor. 16, 19; Col. 4, 15; Phil. 1, 2) il quale dichiara che in R. i suoi collaboratori in Cristo, Aquila e Prisca hanno posto la loro casa a disposizione dei fedeli (Rom. 16, 3, 5). Ma non si può accettare la leggenda medievale che indica la casa di Prisca dove oggi sorge sull'Aventino la chiesa di S. Prisca, perché gli scavi hanno mostrato che essa è costruita al di sopra di un mitreo della fine del sec. II d. C. e non c'è traccia di casa anteriore (A. Ferrua, Il mitreo sotto la chiesa di S. Prisca, in Bull. della Comnix. archeol. municip. di R., 68 [1940], pp. 59-98).

L'origine della comunità cristiana di R. viene fatta risalire a quegli Israeliti, i quali venuti da R. a Gerusalemme per le feste della Pentecoste furono testimoni della discesa dello Spirito Santo e ascoltarono il discorso di Pietro. Pietro poi aveva convertito anche soldati romani, cioè a Cesarea il centurione Cornelio della coorte italica e il suo seguito. Il primo nucleo della comunità cristiana di R. sarebbe dunque del tempo di Tiberio, e poi sviluppato sotto i suoi successori Caligola e Claudio. Eusebio di Cesarea pone al secondo anno di Claudio (genn. 42 43 d. C.) la ven