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a e il suo seguito. Il primo nucleo della comunità cristiana di R. sarebbe dunque del tempo di Tiberio, e poi sviluppato sotto i suoi successori Caligola e Claudio. Eusebio di Cesarea pone al secondo anno di Claudio (genn. 42 43 d. C.) la venuta di s. Pietro a R. sia nel canone dei tempi del suo Chronicon che nella sua Storia ecclesiastica (II, 17) anzi aggiunge che il filosofo Filone si sarebbe in R. posto in relazione con s. Pietro; ma quegli fu a R. nel 39-40 d. C. La stessa notizia si legge nella Historiae adversus paganos di P. Orosio, scritta in Africa tra gli aa. 417 418, dietro suggerimento del vescovo Agostino di Ippona (PL 31, 1072-73). Anche s. Girolamo fa venire s. Pietro a R. nel secondo anno di Claudio (De viris ill., 1), ma tale datazione non si può dimostrare. Ca. l'a. 49 però Claudio fu costretto a scacciare da R. "i Giudei che

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erano in continue agitazioni a causa di Cresto" (Svetonio, Claudio, 25). Lo storico romano 'Tacito riferisce che il popolo li chiamava chrestianos ("quos vulgus chrestianos appellabat s; Annales, XV, 44). Ancora alla fine del sec. II Tertulliano rimproverava i pagani di pronunziare "chrestiani" invece di "christiani" (Apologeticum, 3). Che le idee cristiane fossero penetrate già allora nell'ambiente romano è documentato da Talbi, in un frammento di Giulio Africano conservato dal cronista bizantino Giorgio Sincello (Fragmenta historicorum Graecorum, ed. C. Müller, III, Parigi 1850, p. 519). Ma si ha una conferma dell'espulsione di cristiani da R. sotto l'impero di Claudio anche in Act. 18, 2, dove è detto che i due coniugi cristiani Aquila e Priscilla furono costretti ad abbandonare R. "perché Claudio aveva con un suo editto espulso da R. tutti gli Israeliti" e si erano così incontrati a Corinto con l'apostolo Paolo. Ma il decreto non dovette avere un'esecuzione molto rigorosa perché Casolo Dione mostra che l'applicazione si limitò alla proibizione di tenere riunioni; lo stesso storico poi osserva che gli Israeliti "quantunque siano stati oggetto di misure repressive, non hanno mai cessato di prosperare molto, tanto da finire per conquistare il libero esercizio dei loro riti" (XXXVIII, 17). Un'altra prova che l'esilio degli Israeliti fu di breve durata e data dal fatto che verso il 38 Aquila e Prisca erano di nuovo a R. (Rom. 16, 3-5).
S. Paolo, scrivendo ca. il 38 ai Romani, dichiara di aver avuto desiderio di recarsi a trovare la comunità cristiana di R. "ex multis iam praecedentibus annis" (ibid. 15, 23); essa era già ben costituita e fiorente poiché Paolo dichiara ai fratelli romani "fides vestra annuntiatur in universo mundo" (ibid. 1, 9). Egli chiama i fratelli di R. "amati da Dio e santi" e si augura di venirli presto a trovare per consolarsi con essi "per la comune fede e vostra e mia e per ravvivare i ricordi". In detta lettera egli nomina ben 24 persone di questa comunità che aveva già conosciuto, o a Corinto o in Asia, come Aquila e Priscilla, Epeneto, Maria, Andronico e Giunia, Ampliato, Urbano, Stachi, Apelle, Eridione, Trifena, Trifosa, Perside, Rufo e sua madre, Asincrito, Flegonte, Ermete, Patroba, Erma, Filologo, Giulia, Nereo e sua sorella, e due gruppi l'uno presso Aristobolo, nipote di Erode, l'altro presso Narcisso, il famoso liberto di Claudio (ibid. 16, 3-16).

Si sa che quando s. Paolo venne a R. i fratelli di questa comunita gli erano andati incontro sulla Via Appia fino al Foro Appio e a Tres Tabernae (Act. 28, 13) tra Cisterna e Terracina (cf. A. Harnack - Th. Mommsen, in Sitzungsberichte der Berliner Abad. der Wissensch., 1895, pp. 491-503). Non si sa dove egli scelse il suo alloggio; è certo che, tre giorni dopo il suo arrivo, convocò i notabili della colonia giudaica ed ebbe con essi un lungo colloquio. Rimase poi per ben due anni in questa casa d'affitto dove accoglieva volentieri e istruiva quanti si presentavano a lui (Act. 28, 16-30). Scrivendo poi da R. ai cristiani di Filippi in Macedonia, Paolo invia loro i saluti dei fedeli di R., specialmente di quelli appartenenti alla casa imperiale (4, 22). Finalmente dalla seconda lettera a Timoteo si apprendono altri quattro nomi di appartenenti alla comunità cristiana di R., cioè Eubulo, Pudente, Lino, Claudia (4, 19-21). Da tutti questi nomi si ha un'idea della composizione etnica della prima comunità cristiana, dove, se sono in maggior parte nomi non di origine romana, non mancano pure quelli che tradiscono una provenienza piuttosto dalla "Ecclesia ex gentibus" che da quella "ex circumcisione".

Di grande importanza è la testimonianza di Tacito circa i protomartiri romani vittime della persecuzione neroniana. Egli parla di una "multitudo ingens". Nessun altro ricordo topografico è rimasto del loro olocausto se non quello dei giardini neroniani in Vaticano; nes-
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(fel, Alinari)
Roma. - Veduta aerea di Piazza Navona, soria sull'area dello Stadio di Domiziano, Roma.
suna traccia di commemorazione liturgica, e quella dei 979 sull'Aurelia nel Martirologio geronimiano al 29 giugno resta una semplice ipotesi. Oltre ai fondatori della Chiesa romana Pietro e Paolo, vittime della stessa persecuzione, papa Clemente accenna ai molti altri e specialmente donne, che dettero un mirabile esempio della loro fede tra i più spietati supplizi (Ep. I ad Corinthios: PG 1, 217-21). S. Giustino, scrivendo a R. la sua Apologia nel 135, non specifica il luogo delle riunioni liturgiche che egli dice tenersi il giorno del sole (la domenica; cap. 67) e aggiunge che i diaconi, dopo l'adunanza, portano le SS. Specie agli assenti (cap. 61).

Tra il 163-67, più probabilmente nel 165 , lo stesso Giustino insieme con i discepoli Carite, Evelpisto, "servus Caesaris ", Ierace, Peone e Liberiano furono condannati alla decapitazione dal prefetto di R. Giunio Rustico; questi domanda dove si riuniscono i cristiani e Giustino risponde in modo evasivo (Acta 1. Justini et suetorum, II, 5-7; P. Franchi de' Cavalieri, Note agiografiche [Studi e testi, S], Roma 1902, pp. 23-36).

Al principio del sec. III, ca. l'a. 203 una inondazione rovinò a Edessa il "tempio dei cristiani" (Chronicon Edessenum, ed. I. Guidi, in Corpus scriptorum christian. orient. Chronica minora, $3^{a}$ serie, IV, Parigi 1903). Dallo storico Lampridio si apprende che sotto Alessandro Severo (222-33) nacque in R. una vertenza per il possesso d'un terreno tra un gruppo di oeti (popinarii) e la comunità cristiana; l'Imperatore preferì che in quel luogo sorgesse un edificio religioso cristiano (Hist. Augusta, Alexander Severus, 49).

Ippolito ca. l'a. 204 nel suo Commentario in Daniele scrive che come i due vecchi penetrarono nel giardino di Susanna così i Giudei entrarono nella casa dove sono riuniti i fedeli per scovare i cristiani e trascinarli dinanzi ai tribunali (F. Dölger, Unserer Taube Haus. Die Lage des christlichen Kultbaues nach Tertullian, in Antike und Christentum, 2 [1930], pp. 41-56). A Dura Eüropos (v.), in Mesopotamia, alla metà del sec. III una casa privata era trasformata in chiesa cristiana col suo battistero; nello stesso tempo, a Cartagine, s. Cipriano indicava che il giovane che aveva confessato la sua fede in R. era ben degno di salire sul pulpito, cioè dove si leggevano le SS. Scritture, in un luogo cioè che già Tertulliano aveva chiamato "casa della nostra colomba" (Contra Valentinianum, 3), A più forte ragione si deve supporre che alla metà del sec. III la comunità cristiana di R. organizzata sotto il periodo di pace vissuto dal 236 al 230 dal papa Fabiano, avesse i suoi luoghi di culto; a questo Papa infatti il Catalogo liberiano assegna la formazione delle sette regioni ecclesiastiche, affidate ciascuna ad uno dei sette diaconi, tanto che l'imperatore

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Roma - Allagamento estivo di Piazza Navona. Spettacolo istituito nel 1652 , caduto in disuso dopo il 1883 . Dipinto di ignoto del sec. xvili - Roma, Galleria nazionale d'arte antica.

Decio, a detta di Cipriano, avrebbe preferito un competitore nell'Impero, piuttosto che il vescovo a R. (Ep., 55. 9). Ma, come non si conoscono i confini esatti di ciascuna delle quattordici regioni augustee, cosi è assai difficile determinare i confini delle sette circoscrizioni ecclesiastiche stabilite dal detto Papa. Il papa Cornelio (251-53) nella sua lettera al vescovo Fabio di Antiochia indica la composizione del clero romano ai suoi giorni; esso comprendeva 46 presbiteri, 7 diaconi e altrettanti suddiaconi, 42 accoliti, 52 tra esorcisti, lettori e ostiarii, cioè complessivamente il clero che lo coadiuvava nel ministero raggiungeva il numero di 154 persone. Non si sa come fossero distribuiti i presbiteri.

L'imperatore Aureliano nel 272 stabilisce che la casa della chiesa, occupata in Antiochia da Paolo di Samosata, sia resa a coloro che saranno indicati dai vescovi d'Italia e della città di R. Lo stesso Imperatore, scrivendo ai senatori mostratisi non pronti ad aprire i libri sibillini, si meravigliò che avessero esitato tanto, come se fossero riuniti quasi "in christianorum ecclesia" e non in un tempio degli dèi (Hist. Augusta; Flavio Vopisco, Vita Aureliani, 20).

Sotto Diocleziano in Oriente, oltre Lattanzio testimone dell'incendio della chiesa cristiana di Nicomedia, Eusebio narra di aver veduto con i propri occhi le case di preghiera andar distrutte, le SS. Scritture bruciate nelle pubbliche piazze (Martyr. Palestin., 1). Ma nel 311 Galerio connesse che i cristiani potessero di nuovo costruire case per riunirsi, purché non facessero alcunché contro la disciplina: anzi essi dovevano pregare per l'Imperatore (Eusebio, op. cit., VIII, 17, 9-10).

A questo tempo sembra risalire la Basilica Apostolorum sull'Appia per le sue murature di tipo listato, dello stesso tipo di quelle dei vicini circo di Massenzio e mausoleo di suo figlio Romolo.
S. Agostino in una conferenza tenuta nel 411 a Cartagine, parlò di un antico documento in cui si leggeva che il papa Milziade (m. nel genn. 314) aveva inviato diaconi recanti le lettere dell'imperatore Massenzio e del prefetto del pretorio al prefetto di R., "ut ea reciperent quae, tempore persecutionis ablata, memoratus imperator christianis iusserat reddi... Melchiades Stratonem diaconum ad recipienda loca ecclesiastica cum aliis misit" (Breviculus collationis cum Donatistis, XVIII, 34-35: PL 43, 645-46). Nelle norme sancite da Costantino per quanto riguarda la restituzione dei beni ai cristiani viene specificamente dichiarato che si devono restituire subito tutti i luoghi nei quali essi a antea convenire consuerunt»; e tutti devono essere riconsegnati a corpori christianorum ". E si aggiunge che i cristiani non avevano soltanto questi luoghi di riunione, ma anche altri spettanti ad ius cor-
poris corum id est ecclesiarum non hominum singulorum *: anche questi dovranno essere restituiti senza alcuna ambiguità o indugio * eisdem christianis id est corpori et conventiculis corum" (Lattanzio, De mortibus persecutorum, 48: CSEL, 27, pp. 231-32; Eusebio, Hist. recl., X : PG 20, 884).

Allo stesso tempo si deve lamentare la distruzione degli archivi della Chiesa di R. che non si sa dove fossero conservati; il papa Domino costrui per essi un nuovo edificio nella regione IX (Circo Flaminio), presso il teatro di Pompeo e presso gli "stabula factionis prasinae".

In età costantiniana Ottato di Milevi indica in R. "quadraginta et quod excurrit basilicas" (De schismate Donatistarum, II, 4: PL 11, 954). Il latercolo di Polemio Silvio dell'a. 449 si limita a indicare "religiosa aedificia cum innumeris cellolis martyrum consecrato "(MGH. Anctures antiquiss.. IX; Chronica minora, I. p. 545). Ca. il 550 Zaccaria nella sua storia ecclesiastica di R. in sinaco segnala in R. "ecclesiae Apostolorum beatorum, ecclesiae catholicae XXIV " che potrebbero essere i titoli (la versione latina è di J. Guidi, in Bull.
della Commiss. archeol. com. di R., 12 [1884], p. 228).

La frequenza dei titoli in alcune regioni dimostra che più numerosi erano i centri della comunità cristiana in quelle zone. Alla sommità del Quirinale presso l'Albo semita e poco distanti l'uno dall'altro erano situati il stitulus Gai», detto anche "ad duas domos iuxta Diocletianas" (Martyr. Hieronymionum, p. 434) e il titolo di Ciriaco indicato pure "iuxta Diocletianas" (ibid., p. 189). La zona doveva essere molto popolata; presso l'aggere serviano c'era un negozio di frutti e una "proscuca" giudaica (C. Frey, Corpus inscript. Induicarum, I, Città del Vaticano 1936, p. 391). Nella valle tra l'Esquilino e il Viminale era situato il titolo di Pudente (v.), poco lontano nell'Esquilino, presso il Macello di Livia, il titolo di Prassede, sull'Oppio il titolo di Equizio. Questi tre titoli erano anche al margine d'uno dei quarticri più popolati e densi della città: la Subura, dove numerosi furono gli Ebrei che vi costituirono la sinagoga dei "Suburenses" (C. Frey, op. cit., I, pp. lxxxili-lxxxiv). Nella zona settentrionale del Celio stavano i titoli di Clemente, presso la Zecca, di Nicomede (forse SS. Pietro e Marcellino), di Matteo, nella parte inferiore invece il titolo di Emiliana (SS. Quattro Coronati) e sul ciglio del Celio il titolo di Bizzarte. Nel Trastevere il titolo più antico è quello di Callisto, il Papa che fu martirizzato nel 223; poi quelli di Cecilia, di cui non si ha data certa del martirio, e di Crisogono.

Circa lo sviluppo delle comunità cristiane nell'interno della città e dei suoi centri liturgici, un prezioso indizio è fornito dal numero dei cimiteri sulle varie vie consolari, corrispondenti ad altrettanti centri cristiani urbani; si ha sulla Flaminia, al tempo di papa Giulio ( $336-52$ ), la basilica cimiteriale di S. Valentino; il cimitero annesso ha dato un'iscrizione del 318 e più tardi un'altra mostrerà che essa serviva per i fedeli del "titulus" di Lucina; sulla Salaria vetus il cimitero di Bassilla con i sepolcri della Martire omonima, di S. Ermete e dei SS. Proto e Giacinto; documenti posteriori sulla stessa via pongono un gruppo detto "ad S. Ioannem, ad septem palumbos * o "ad clivum cucumeris", non identificato, e il gruppo di Panfilo (v.) che gli scavi hanno permesso far risalire alla $2^{a}$ metà del sec. III. Sulla Salaria nevo sono i quattro cimiteri di Massimo col martire Silano, di Trasone col martire Saturnino, dei Giordani e di Priscilla. Sulla Tiburtina si hanno tre cimiteri del sec. III : di Ippolito che sarà poi collegato coi titoli di Prassede e di Pudente; quello detto di Novaziano con iscrizioni del 266 e del 270 ; il grande cimitero di S. Lorenzo dove furono trovate epigrafi dei titoli di Clemente e di Nicomede; numerosa dunque doveva essere la popolazione cristiana nella zona dall'Esquilino alla Subura.

Nel cimitero "inter duas lauros" sulla Labicana, della

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fine del sec. III, furono deposti fedeli appartenenti ai titoli di Eusebio e di Matteo, cioè della zona tra l'attuale Piazza Vittorio Emanuele e le Vie Giusti e Alfieri; si ha poi sulla Prenestina il cimitero di Castulo; sulla Via Latina i gruppi Gordiano, Epimaco, Tertullino, Aproniano; sull'Appia il gruppo di Pretestato per i fedeli del Celio intorno al Laterano, con epigrafidi un "Quintus Lactesrius qui fuit de domu Lateranis nobili ", delle famiglie Annia, Insetia, Postumia, ecc.; quello "in catacumbas " per i fedeli al servizio imperiale sul Palatino, che ebbero poi il "titulus Bizantis" sul Celio; quello di Callisto alle dirette dipendenze del diacono amministratore della comunità fin dall'inizio del sec. III; numerosi sull'Ardeatina: il cimutero detto di Domitilla per i fedeli della regione della piscina pubblica (Via Nova e Terme Antoniniane) e dove sorse il "titulus " detto de jenciale; il cimitero di Balbina con il mausoleo dei papa Marco; quello dove Damaso fece il sepolcro per la madre, la sorella e per se stesso; quello al sepolcro dei martiri Marco e Marcelliano; i fedeli dell'Aventino (titolo di Prisca e di Sabina) ebbero i cimiteri sull'Ostiense (Commodilla, S. Paolo, Tecla). Il Trastevere ebbe cimiteri sulla Portuense (Ponziano "ad ursum pileatum"), tre nuclei sull'Aurelia (Pancrazio, Processo e Martiniano, Callisto, poi detto Calepodio) e sulla Cornelia al Vaticano.
II. San Giovanni in Laterano e il Patriarchium. Costantiniana è la basilica del Salvatore del Laterano; l'indicazione nella biografia di Silvestro (Lib. Pont., I, p. 124) è stata confermata dalle fondazioni costantiniane rinvenute sotto la navata centrale dell'attuale Basilica durante la rinnovazione del pavimento (cf. E. Josi, Scoperte nella Basilica Costantiniana al Laterano, in Riv. arch. critt., 11 [1934], pp. 333-58; A. M. Colini - I. Gismondi, Storia e topografia del Celio nell'antichita in Atti della Pont. Acced. rom. di archeol., $3^{\text {a }}$ serie, 7 [1944], pp. 364 380). Detta navata aveva trenta colonne numidiche che erano state tutte sostituite già al tempo di Martino V nel 1425, con pilastri in muratura, e solo quattro ne restavano quando Borromini fece l'accurato rilievo della Basilica, che oggi si conserva nella Biblioteca Albertina in Vienna, prima di accingersi alla radicale trasformazione sotto Innocenzo X. Le navate minori erano divise da 42 colonne di marmo verde, di cui alcune vennero impiegate nel sec. xvir per i nicchioni con gli Apostoli, altre furono portate da F. Borromini a S. Agnese al cireo agonale, da lui rifatta sotto Innocenzo X.

Gregorio Magno nel 591 chiamò la Basilica Costantiniana del Laterano "aurea" (Registr., II, t, ed. P. Ewald -
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(per cortesia di mant. A. P. Frutae)
Roma - Convento dei Cappuccini sull'attuale Via Veneto. Incisione di G. Vasi (sec. xvili).
![img-10.jpeg](img-10.jpeg)
(per cortesia del deit. B. Arcini)
Roma - Piazza Montanara a Teatro di Marcello con le soprastrutture del Palazzo Savelli, poi Orsini. Incisione di G. B. Piranesi (sec. xvili) - Roma.
L. M. Hartmann, in MGH, Epistoloe, I, p. 101). Essa infatti era rivestita oltre che nelle parti inferiori delle pareti anche nei sottarchi di lastre di marmo giallo numidico, di cui si sono trovate masse di frammenti e alcuni aderenti ancora all'imposto degli archi. Settimio Severo nel costruire i suoi castes nova equitom singularium, cioè la nuova caserma per la sua guardia del corpo, demoli un gruppo di abitazioni private, ne riempi i piani inferiori per ottenere la platea sulla quale erigere le nuove fondazioni. Gli scavi 1934-38 hanno messo in luce gli avanzi di tali abitazioni con pitture; ma altri resti erano stati scoperti nel 1877 nelle fondazioni per la nuova abside lateranense sotto Leone XIII (E. Stevenson, Scoperte di antichi edifici al Laterano, in Annali dell'Istituto di corrispondenza archeol., 1877, p. 132 sgg.). Una delle stanze della caserma aveva ancora in situ una colonna con un capitello rovesciato in cui vennero incise due dediche, l'una per la salute degli imperatori del $1^{\circ}$ genn. 197 d. C., e l'altra del 203 di ritorno da una spedizione. L'ambiente serviva da schola del Collegio degli Equiti singolari. Della caserma severiana erano già stati rinvenuti avanzi durante i lavori per la costruzione della cappella Corsini sotto il pontificato di Clemente XII (1730-40) e se ne sono rinvenuti avanzi anche a 66 m . a nord del perimetro della Basilica nel cortile del Palazzo Lateranense. Nel medioevo la piazza a nord del patriarchio continuava ad avere la denominazione in campo che passo anche alla chiesa di S. Gregorio. Da scavi eseguiti nel 1655 presso il battistero tornò in luce l'affresco rappresentante la dea Roma passato nella collezione Barberini (detto perciò Roma Barberini) e ora al Museo di Palazzo Venezia (Wilpert, Mosaiken, I, p. 130 sgg. e tav. 125). Gli scavi fatti eseguire sotto il pavimento della navata centrale dell'attuale Basilica dal papa Pio XI dal 1934 al 1938 hanno messo in evidenza le caratteristiche fondazioni costantiniane continue, con plinti di travertino equidistanti per sostenere le colonne e due pulvini in uno dei quali è rimasto ancora l'imposto di due archi che confermano in modo assoluto la descrizione fattane da Onofrio Panvinio, quando ancora restavano in piedi sotto delle trenta colonne di marmo numidico della navata. La descrizione del Panvinio è riprodotta in Ph. Lauer, Le palais du Latran, Parigi 1911, p. 354 sgg. L'abside venne restaurata da Leone Magno dopo il terremoto del 443; essa aveva ricevuto pochi anni prima, tra il 429-30, decorazioni musive offerte dal console Flavio Felice e da sua moglie Padusia, come risulta dall'epigrafe conservata nella sil-

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loge di Lorsch (G. B. De Rossi, Inscriptiones christianae Urbis Romae, II, 1, Roma 1888, pp. 149, 306-307). Il musaico absidale fu rifatto sotto Niccolò IV (1291) da due artisti francescani, fra' Giacomo Torriti e fra' Giacomo di Camerino. Attualmente nell'abside spicca in alto la mano divina dell'Eterno sull'immagine del Salvatore, sotto lo Spirito Santo in forma di colomba investe con i suoi raggi la croce gemmata sul monte da cui sgorgano i quattro fiumi dove si dissetano cervi e agnelli; a destra della Croce la Madonna, s. Pietro, s. Paolo; a sinistra i ss. Giovanni Battista ed Evangelista, s. Andrea, dietro tra la figura della Madonna e del Precursore i due artisti francescani che nel 1291 rifecero il musaico. fra' Giacomo Torriti e fra' Giacomo da Camerino. I cicli musivi del Vecchio e Nuovo Testamento adornavano la navata centrale e vengono citati dai legati di Adriano I nel VII Concilio ecumenico (787) a favore del culto delle immagini. Distrutti i cicli dal terremoto dell'896, vennero rifatti in pittura sotto Sergio III (904-11); sostituiti dagli attuali stucchi barocchi nel rifacimento borrominiano ( $1644-55$ ). Nel 1393 Flaminio Vacca rifece il transetto della Basilica per ordine di Clemente VIII, mettendo in luce una serie di "nicchi assai grandi" appartenenti ai "castra nova Severiana" degli "equites singulares ". Una strada romana con lastricato con asse est-ovest apparve nel restauro dell'altare papale sotto Pio IX nel 1855. Della facciata della Basilica Costantiniana si ha pure la descrizione in Panvinio. L'iscrizione medievale della facciata "Dogmate papali..." venne adoperata come materiale nel battistero dove si rinvennero frammenti nelle esplorazioni ivi compiute dalla Pontificia Commissione di archeologia sacra nel 1924.

Il Battistero primitivo venne adattato in un ambiente termale e se ne sono identifcati gli avanzi sotto l'attuale, opera di Sisto III; è di tipo ottagono con pronao e con otto colonne di porfido sorreggenti la trabeazione in cui venne inciso quel carme di cosi profonda dottrina ed elevatezza di forma che F. X. Dölger ha ritenuto essere stato dettato dal diacono Leone, poi successore di Sisto III (Die Inschrift im Baptisterium S. Giovanni in Fonte an der Lateranischen Basilika aus der Zeit Zystus III. (432-40) und die Symbolik des Taufbrunnens bei Leo dem Grossem, in Antike und Christentum, 2 [1930], pp. 252-57). Le strutture del battistero di Sisto III e quelle anteriori e le successive vicende vennero studiate da G. B. Giovenale, Il Battistero lateranense nelle recenti indagini della Pontificia Commissione di archeologia sacra, Roma 1929. Il papa Ilaro ai due lati orientale e occidentale del Battistero fece costruire due oratori, decorati di marmi preziosi e musaici, con altari d'argento e con porte in bronzo; l'uno era dedicato a s. Giovanni Evangelista presso il cui sepolcro egli si era salvato ad Efeso (nell'iscrizione sull'architrave si legge : Liberatori suo beato Ioanni Evangelistae, Hilarus episcopus Famulus XPI); l'altro oratorio era dedicato a s. Giovanni Battista (nella porta di bronzo tuttora si legge : in honorem beati Ioannis Baptistae Hilarus episcopus Dei famulus offert). Lo stesso Papa eresse a nordovest del Battistero un terzo oratorio splendidamente adorno di marmi preziosi, di colonne e di musaici in onore della S. Croce (Lib. Pont., I, p. 243); esso fu demolito da Sisto V, ma se ne hanno disegni di F. G. Martini, Lafrery, Sansovino, Peruzzi, Sangallo, Ciacconio, e le descrizioni di O. Panvinio e di P. Ugonio. Il papa Giovanni IV (640-42) costrui presso l'oratorio di S. Giovanni Evangelista il portico e l'oratorio in onore di s. Venanzio (Lib. Pont., I, p. 334) dove depose le reliquie fatte prendere dall'ab. Martino in Dalmazia. Restano tuttora i musaici dell'abside e della parete frontale. Nella conca dell'abside nella parte superiore è il Salvatore tra due angeli; nella zona inferiore nel centro è la B. Vergine tra gli apostoli Pietro e Paolo, poi i due ss. Giovanni Battista ed Evangelista; s. Venanzio, s. Domnio e Giovanni IV. Nelle due pareti frontali a fianco dell'abside sono Paoliniano, Telio, Antiochiano, Gaiano, Anastasio, Asterio, Settimo, Mauro. Anche Stefano III era stato fin da giovane in servizio al patriarclio (Lib. Pont., I, p. 471). Adriano I accolse Carlo Magno al Laterano (Lib. Pont., I, p. 498) dove ogni giorno sotto il portico
era dato il vitto a cento poveri (ibid., p. 520). Leone III era stato allievo del patriarchio; egli abbellì e restaurò la Basilica (ibid., pp. 1, 2, 8, 25, 27); eleva nel patriarchio due triclinic e li decorò con musaici (ibid., II, pp. 3, 10, 14. 25); in uno di essi ricevette Carlo Magno il 30 nov. dell'a. Soo. Nella conca dell'abside fu rappresentato il Salvatore, tra gli Apostoli; all'estremità, da un lato il Signore che consegna le chiavi a s. Silvestro e il labaro a Costantino, dall'altra s. Pietro che offre il pallio a Leone III. Il Papa inoltre offrì l'arco di cipresso situata nella cappella di S. Lorenzo, che servì per riporvi i reliquiari più preziosi, con l'iscrizione Leo indignus Dei famulus tertius episcopus fecit. Allievi del patriarchio furono pure i papi Stefano IV e Pasquale I (Lib. Pont., II, pp. 49, 52); quest'ultimo restaurò il monastero dei SS. Sergio e Bacco e offrì il celebre reliquiario in argento dorato con scena della Risurrezione; Gregorio IV eresse presso l'oratorio di S. Lorenzo un habitaculum e restaurò la parte orientale del Palazzo (Lib. Pont., II, p. 76). Leone IV continuò i lavori di restauro nel patriarchio che viene denominato "Romanum pulatium" (Lib. Pont., II, pp. 134, 139). Niccolò I vi aggiunse la Basilica Nicolaitana (ibid., II, p. 172), finita da Adriano II (ibid., II, p. 176) che ricevette al Laterano Lntario II; sotto Stefano VI (896-99) la città soffri per un terribile terremoto che danneggiò enormemente la Basilica che venne restaurata da Sergio III (904-11) e sotto il musaico absidale venne posto un tetrastico che paragonava questa aula Dei al Sinai. L'opera di Sergio III fu continuata da Giovanni X che vi fu ucciso nel 928 e sepolto presso l'ingresso al portico della Basilica Giovanni XII eresse l'oratorio di S. Tommaso, in cui fu rappresentato. Giovanni XV canonizso, nel Palazzo, Ulrico (v.), vescovo di Augusta, il 31 genn. 993 . Benedetto VIII accolse al Laterano Enrico II. Al tempo di Stefano IX s. Pier Damiani, vescovo di Ostia, additava la Basilica Lateranense quale madre e capo di tutte le chiese dell'universo, dove alfuivano fedeli de tutte le parti (Eprit., 2, 1 : PL 144. 253 sg.). Il Laterano fu veramente il centro della vita ecclesiastica nell'età di mezzo col suo patriarchio, dove nelle ampie aule basilicali, negli uffici amministrativi per la Curia, negli archivi, nei portici, negli ospizi, negli oratori, e specialmente nella cappella privata del Pontefice contenente le più insigni reliquie (donde la denominazione Sancta Sanctorum) si è svolta per quasi un millennio l'attività della S. Sede. Alessandro II fece eseguire notevoli restauri nella Basilica. Nel 1079 vi giunse la connessa Matilde l'Imperatore Enrico IV occupò il patriarchio con l'antipapa Clemente III, ma Gregorio VII vi rientrò con l'aiuto di Roberto il Guiscardo (1084). Urbano II vi accolse nel ro98 Anselmo di Canterbury. Callisto II vi eresse la cappella di S. Nicola, monumento del Concordato di Warma; lavori furono compiuti da Innocenzo II che arricchì anche il Tesoro della Basilica (Lib. Pont., II, p. 384); Lucio II donò al Capitolo la chiesa di S. Giovanni ante portam Latinam e l'ospedale presso il Laterano; Anastasio IV trasformò in cappella delle SS. Rotina e Seconda l'antico atrio del Battistero. Adriano IV restaurò il Palazzo. Alessandro III fece eseguire la descrizione del Laterano da Giovanni Diacono. Martino Polono ricorda i lavori compiuti al Palazzo da Clemente III; a lui si devono i musaici che decoravano il portico esterno e l'affresco con l'episodio di Anania e Safira che ancora si conserva. Di Celestino III sono le porte di bronzo tuttora esistenti eseguite nel 1196 da Umberto e Pietro di Piacenza. Innocenzo III rivestì di lumine d'argento l'immagine dell'Acheropita (v.); egli ricevette al Laterano s. Francesco e s. Domenico. Sono menzionati anche restauri compiuti dai papi Innocenzo II (1130-43), Celestino III (1191-98), Gregorio IX (1227-41), Nicolò III (1277-80), Bonifacio VIII (1298-1303), il quale dalla loggia del Patriarchio promulgò il primo giubileo del 1300, di cui resta memoria nell'affresco di Giotto nella navata laterale dell'attuale Basilica. La Basilica aveva molto a soffrire per la partenza dei papi per Avignone e per gli incendi del 1308 e del 1361, tuttavia Clemente V (1305-14) e Benedetto XII (1334-42) vi fecero eseguire restauri. Urbano V la rinnovò e trasportò nel tabernacolo

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(fat. Anderen)
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(fat. Alinari)
In alto: PARTE POSTERIORE DELLA BASILICA DI S. MARIA MAGGIORE. Su disegno di F. Ponzio e G. Rainaldi (ca. 1650) - Roma. In basso: SALONE DI PALAZZO COLONNA. Sulla volta, affreschi di G. Coli e F. Gerardi (1675-78); specchiere e arredamento del sec. xvili - Roma.

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(fol. Alinari)
(fol. Alinari)
In alto a sinistra: PARTICOLARE DELLA STATUA DI CRISTO. Opera di Michelangelo (1514-21) Roma, chiesa di S. Maria sopra Minerva. In alto a destra: PARTICOLARE DELLA CROCIFISSIONE. Opera di Venanzio Crocetti (1952) - Roma, chiesa di S. Lepne Magno, altar maggiore. In basso a sinistra: MONUMENTO ALLA PRINCIPESSA MARIA FLAMINIA CHIGI-ODESCALCHI. Opera di P. Posi e di A. Penna (sec. xvili) - Roma, chiesa di S. Maria del Popolo. In basso a destra: IL BACIO DI GIUDA. Scultura di I. Jacometti (ca. 1880) - Roma, chiesa del Salvatore alla Scala Santa.

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(per cartesio di mant. A. P. Frolas)
Rosta - Refezione nel giardino di Villa Mattei durante la vasita delle Sette Chiese. Anonimo del sec. xivi - Roma, chiesa di S. Maria in Vallicella.
eretto sull'altare papale le reliquie delle teste dei Principi degli Apostoli fino allora venerati nella cappella privata del pontefice nel Patriarchio. Altri restauri furono compiuti da Martino V. da Eugenio IV. da Alessandro VI. Nel 1426 Gentile da Fabriano e il Pisanello decorarono la navata centrale, con affreschi che andarono distrutti nella trasformazione borrominiana. Innocenzo X trasformò su disegno di F. Borromini la Basilica Lateranense in cinque navate divise da pilastri; Leone XIII, demolita l'antica abside, arretrò il coro nella forma attuale. Nell'Arcibasilica Lateranense ebbero sepoltura i papi Leone V, Sergio III, Giovanni X e XI, Agapito II, Giovanni XII e XIII, Silvestro II, Giovanni XVII, Sergio IV, Alessandro II, Pasquale II, Callisto II, Onorio II, Celestino II, Anastasio IV, Alessandro III, Clemente III, Innocenzo V, Martino V, Clemente XII, Innocenzo III vi fu traslato da Leone XIII che pure vi è deposto. Per l'ufficiatura della Basilica provvidero i monasteri eretti intorno ad essa e al patriarchio. Si attribuisce a papa Ilaro (401-68) la fondazione del monastero dedicato a s. Stefano presso il Battistero Lateranense (Lib. Pont., I, p. 245), arricchito da Leone III ca. l'a. 806 e che L. Duchesne ritiene contiguo o identico all'oratorio di S. Venanzio (ibid., II, pp. 22 e 43, n. 80). Il monastero fu rinnovato da Gregorio III (731-41) con l'obbligo dell'ufficiatura nella basilica del Salvatore "Burnia nocturnisque temporibus», come si faceva a S. Pietro in Vaticano (Lib. Pont., I, p. 419). Ca. il 565 alcuni monaci di Montecassino, sfuggendo alla devastazione longobarda, si rifugiarono presso il Laterano, costituendo quel monasterium Lateranense del quale fu a capo per molti anni Valentiniano, già abate di Montecassino (s. Gregorio, Diateg. Proemiam). Questo monastero fu detto poi di S. Pancrazio (P. Fr. Kehr, India Pontif., I, Berlino 1906, pp. 32-33). Il papa Onorio I (625638) fondò il monastero dei SS. Andrea e Bartolomeo (Lib. Pont., I, p. 419) riedificato da Adriano I (772-95) il quale volle che l'ufficiatura corale venisse fatta contemporaneamente dai monaci di questo monastero e dall'altro
di S. Pancrazio (Lib. Pont., I, p. 506). Sotto Leone III (793-816) si ha notizia di un monastero femminile presso l'acquedotto Claudio dedicato ai martiri Sergio e Bacco (ibid., II, p. 24). Pasquale I (817-24) vi sostituì monaci con l'obbligo della salmodia "nocte dieque" nella basilica del Salvatore (ibid., II, p. 58; P. Fr. Kehr, sg. cit., I, p. 34). Alessandro II vi chiamò i Canonici Regolari di S. Frediano di Lucca. La Basilica ebbe anche la sua schola cantorum dotata da s. Gregorio Magno. I pueri "bene psallentes " venivano scelti dalle varie scholae e nutriti nella Schola cantorum, donde divenivano poi cubicularii (R. Casimiri, Cuntantibus segonis, Roma 1924, p. 460 sgg.). Il card. Bernardo (m. nel 1176), già priore della Basilica e poi cardinale di Porto, compose un ordo officiorum Ecclesiae Lateranensis (L. Fischer, Bernardi cardinalis et Lateranensis ecclesiae prioris Ordo ecclesiae Lateranensis, Monaco di Baviera 1916) in cui si illustra il compito della schola insieme con quello dei Canonici Regolari Lateranensi incaricati dell'ufficiatura. Nell'Archivio lateranense si conserva il testo di una convenzione stipulata nel 1232 tra i Canonici Regolari Lateranensi e la schola cantorum per il servizio musicale liturgico. Giovanni Diacono attribuisce la istituzione della schola cantorum a Gregorio Magno (sancti Gregorii Magni sita, II, 6: PL 75). Il Liber diurnas la chiama "orphanatrophium" (formola 97); in una lettera di Paolo I del 761-67 è detta scola cantorum (MGH, Epistolae, III, p. 553); in un atto del 919 si legge scola cantorum qui appellatur orphanatrophium (L. Allodi-G. Levi, Regestum Sublacense, Roma 1885, p. 159, n. 112). Il suo oratorio fu S. Stephanus orphanotrophii, ricordato nel Catalogo di Parigi, mentre in quello di Torino tale chiesa risulta già distrutta (R. Valentini-G. Zucchetti, Codice topografico d. Città di Roma. III, Roma 1946. p. 310 ). I beni della schola cantorum, non più funzionante, dopo gli incendi della Basilica nel 1307 e nel 1361 furono da Urbano V, con bolla del 13 giugno 1370 , concessi al Capitolo della cattedrale di Montefuscone (R. Casimiri, L'antica schola cantorum romana e la sua fine nel 1370, in Nel XVI centenario della dedicazione della Arcibasilica Lateranense del S.mo Salvatore, Roma 1924. pp. 36-59). Bonifacio VIII con bolla del 3 sett. 1299 rimosse i Canonici Regolari e istituì quindici canonici secolari. Eugenio IV con bolla del 6 febbr. 1439 vi chiamò i Canonici Regolari di S. Maria di Frigionaia presso Lucca. Sisto IV con bolla del 16 apr. 1472 vi ripose i Canonici secolari. Presso la Basilica si costituì ben presto la residenza del vescovo di R. Fin dal 314 si ha notizia che il papa Miziaide riunì il primo Concilio contro i Donatisti nella domus Faustae in Laterano. L'oratorio dedicato a s. Lorenzo ebbe più tardi il nome di Sancta Sanctorum; fu la Cappella privata del pontefice, dove solo il Papa poteva celebrare sull'altare che racchiudeva nell'area di cipresso di Leone III le reliquie più insigni dei martiri romani, le teste degli apostoli Pietro e Paolo, di s. Lorenzo, di s. Agnese, di s. Pancrazio, di s. Prassede; inoltre reliquie della S. Croce, dei più celebri santuari della Palestina e l'immagine scheropita (v.). Il Patriarchio Lateranense fu devastato da Maurizio e da Isacio (640). Il papa Zaccaria restaurò il Patriarchio (Lib. Pont., I, pp. 432-38, n. 38); egli dette spesso vitto ai poveri (Lib. Pont., I, p. 435), Stefano II era stato elevato in venerabili cubiculo Lateranensi, dove poi fu eletto (Lib. Pont., I, p. 443). Sotto la minaccia dell'invasione longobarda, Stefano II portò processionalmente sulle proprie spalle l'immagine scheropita dal Laterano a S. Maria Maggiore. Zaccaria (741-52) fece il triclinio presso la basilica di papa Teodoro nel Patriarchio Lateranense da lui restaurato, dove decorò pure l'oratorio di S. Silvestro e il protiro; ivi costrui presso il Tesoro una torre con triclinio superiore abbellito con le rappresentazioni di R. e dell'orbe. Nel Patriarchio il biografo di papa Sergio I (687-701) ricorda l'oratorio di S. Silvestro e la basilica di papa Teodoro, tutte e due nell'area dell'attuale Palazzo Lateranense (Lib. Pont., I, pp. 333, 374-76).

I possessi dei papi al Laterano dopo Avignone. Dopo Avignone, i papi preferirono dimorare in Vaticano, limitandosi in genere a recarsi al Laterano per la solenne

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Roma - Scalinata della Trinità de' Monti. Su disegno di A. Sperchi e F. de Sanctis (1721-25). In basso la fontana di Pietro Bernini (ca. 1620). In alto la
chiesa omonima (1583).
cerimonia del possesso, subito dopo l'incoronazione e talvolta per la festa dell'Ascensione. Si ha notizia del di Martino V e dell'apertura del Giubileo del 1425. Eugenio IV (1431-47) vi esegui alcuni restauri e vi fece un breve soggiorno. Enea Silvio Piccolomini descrisse il possesso di Niccolò V (1447-55) il quale vi aprì il Giubileo il 24 dic. 1449; Callisto III venne per il possesso il 20 apr. 1453; Pio II il 3 sett. 1458; Paolo II il 16 sett. 1664; Sisto IV il 25 ag. 1471; Giulio II vi dimorò durante il V Concilio Lateranense nel 1512; qualche giorno dopo il possesso vi restò Leone X nel 1513. Il sacco di Roma danneggiò anche il Patriarchio. Il papa Sisto V ( 1585 ) subito dopo il possesso iniziò i lavori di demolizione del cadente Patriarchio dalla parte dove si tenevano i Concilii (avviso di R. 5 giugno 1585 in cod. Vat. Urb. 1053, p. 243). Architetto del nuovo edificio fu Domenico Fontana; esso era già compiuto nel 1589; ma non occupio che parte dell'ambito del nuovo Patriarchio rimanendone avulso anche l'oratorio di S. Lorenzo detto Sancta Sanctorum. Ma lo stesso Sisto V soggiornò assai poco al Laterano e i suoi successori preferirono il Vaticano e il Quirinale. Innocenzo IX (1591) dopo il possesso rinnovò nel salone Sistino l'antico rito dei presbiterio, seguito da Clemente VIII nel 1592 e da Paolo V nel 1605, il quale dispose per la dimora nel Palazzo del cardinale arciprete e dei canonici. Urbano VIII trasformò il Palazzo parte in gran quartiere delle milizie, parte in granaio, parte in lazzaretto e in ospedale maschile. Innocenzo X (1644) vi accolse storpi e infermi; Innocenzo XII vi compi nuovi restauri, trasformandolo in ospizio insieme con l'ospizio apostolico (bella $A d$ exercitiam pintatis del 1692). Benedetto XIII (1724-30) aveva divisato adibirlo a sede dei conclavi, ma poi vi istituì un opificio per zitelle, che rimase anche sotto Pio VI nel 1776. Pio VII vi eseguì lavori per collocarvi i pubblici archivi, ma poi venne ridotto a caserma. Dopo il solenne possesso di Pio IX nel 1846, la cerimonia è stata ripresa dal papa Pio XII nel giorno dell'Ascensione nel 1939.

Bibl.: R. Valentini, La Patriarcale Basilica Lateranense, 2 voll., Roma 1836; F. Martinucci, Intorno alle riparazioni eseguite all'altare papale lateranense e suo tabernacolo, ivi 1854; E. Stevenson, Scoperte di antichi edifici al Laterano, in Annali dell'Istituto di corrispondenza archivi., 49 (1877), p. 12 sgg.; G. Rehauls de Fleury, Le Latran au moyen âge, Parigi 1877; H. Grisar, Il distrutto oratorio lateranense della Croce, in Civ. Catt., 16* serie, 3 (1895, III), p. 727; id., Di S. Giovanni in Laterano. Sua ricostruzione secondo l'antico disegno, ibid., 17* serie, 3 (1898, III), p. 721 sgg. e 5 (1899, I), p. 227 sgg.; id., Restavri al soffitto, ibid., 18* serie, 11 (1903, III), p. 285 sgg.; id., Il Sancto Sanctorum e il suo tesoro sacro, Roma 1907; P. Lauer, Les fouilles
du Sanctu Sanctorum du Latran, in Mélanges d'arch. et d'hist., 20 (1900), pp. 251-87; id., Le treme du Sanctu Sanctorum, in Monuments et mómores. Fondation Piot, 15 (1906), p. 7 sgg.; id., Le Palais du Latran, Parig1 1911; R. Casimiri, La schola cantorum : del Patriarcbio Lateranense nell'alto e basso medioevo, in Cuntantibus organis, Roma 1924; id., L'untica schola cantorum. romana e la sua fine nel 1350 , in Note d'archivio per la st. mosiode, 1 (1924), p. 19 sgg.; autori vari. Nel XVI centenario della dedicazione della Archibusilica Lateranense, Roma 1924; E. Jon. Lectures. schola cantorum, clervi, in Eph. liturg., 44 (1930), pp. 285-87; P. Fr. Kohr, Serv. nium und Palation. Zur Geschichte des papulichen Kanzleiteceens im XI. Jahrhundert, in Mitbestimgen des Instituts für interreiche Geschochtsforschung, 6 (1901), pp. 70-112; L. Santifaller, Saggio di un elenco dei funzionari... della cancelleria pontiflca, in Bullctr. dell'Istituto storico ital. e archivio Moratoriano, 26 (1940), p. 120 sgg.; R. Elze, Die päpstliche Kapelle im 12. und 13. Jahrhundert, in Zeitschrift für Rechtsgeschichte, 36 (1950), p. 149 sgg.; id., Das Sacrum Palation Lateranense im 10. u. 11. Jahrhundert, in Studi Gregoriani, IV, Roma 1952, pp. 27-54.
III. Le basiliche patriarcali. - Nel sec. xil le basiliche Lateranense, di S. Pietro, di S. Paolo, di S. Maria Maggiore e di S. Lorenzo costituivano ciascuna un patriarchatus e gli edifici annessi per abitazione venivano detti patriarchia; infatti O. Panvinin scrive: "palatiaque conspicua illis adiuncta patriarchia appellarunt ". Anzi per ricordare queste cinque Basilichesit era formatoilseguente distico: - Paulus. Virgo. Petrus. Laurentius atque lobannes - hi Patriarchatus nomen in Urbe tenent -. Nell'altare maggiore delle Basiliche patriarcali può celebrare solo il papa o chi riceve da lui uno speciale mandatum. I palazzi poi annessi alle singole Patriarcal, oltre quello del Laterano adibito ad abitazione del Pontefice e agli uffici dell'amministrazione e della Curia, servivano rispettivamente per i patriarchi di Costantinopoli, di Alessandria, di Antiochia e di Gerusalemme, in caso di loro presenza in R.

Le quattro Basiliche patriarcali (v. basilica), dove vennero istituite le Porte Sante per luctore le indulgenze durante il Giubileo, sono: S. Giovanni in Laterano, S. Pietro (v. vaticano) S. Paolo (v.) e S. Maria Maggiore. Le sette chiese sono: S. Pietro, S. Paolo, S. Sebastiano, S. Giovanni, S. Croce, S. Lorenzo (v.) e S. Maria Maggiore nell'ordine topografico in cui si compie la pia visita delle medesime (G. Severano, Memorie sacre delle sette chiese di R., Roma 1630).
IV. I cognomi delle chiese medievali. - Nel medioevo molte chiese assunsero cognomi desunti dalla loro ubicazione topografica: de flumine, come S. Lorenzo, S. Lucia, S. Maria (dalla loro prossimità al Tevere); o de iusula come S. Bartolomeo o S. Benedetto; trans Tiberim, come S. Abbaciro, S. Agata, S. Cecilia, SS. Cosma e Damiano; de Aventina, come S. Maria; in Cuelio, come S. Stefano; in Cupitolic, come S. Maria; de Ianiculo, come S. Angelo; de Palatio, come S. Cesareo; ad duas domes, come S. Susanna.

Altre chiese da monumenti o vie antiche, come S. Angelo, S. Giacomo, S. Giorgio de Augusta (l'Augustco); in clivo Scauri, come S. Gregorio, la S.ma Trinità; de Cafiseo, come S. Giacomo, S. Marita, S. Nicola, i SS. Quaranta; de solumno (colonna di Antonino), come S. Andrea e S. Lucia, S. Nicola (dalla colonna di Traiano); in furo (di Augusto), come S. Maria; in gallina alba, come S. Sisto; in o de horrea, come S. Giacomo, S. Pietro; in Laterano, come S. Giovanni, S. Pancrazio; in macello (di Livia), come S. Vito; in Martio, come S. Gregorio al Laterano; in o de Merulano, come S. Bartolomeo, S. Matteo, S. Severino; in mica aurea, come i SS. Cosma e Damiano, S. Giovanni; in Minerva, come S. Maria; in Orphoa, come S. Lucia; o iuxta Orfea, come i SS. Silvestro e Martino ai Monti; de o in Pallacina, come S. Andrea, S. Lorenzo; de Palladio (corrotto in Pallara), come S. Maria; in Panisperna, come S. Lorenzo; in Pincis, come S. Felice; de Porta Appia, come S. Apollinare e S. Cesareo; de Porta Flo-

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(pd. Alinari)
Roma- Casino Borghese (r603-13), ora Museo e Galleria Borghese, Sala di Finca e Anchise con decorazioni del sec. xvil-xvili-Roma.
minen, come S. Leonardo; ante Portam Latinam, come S. Giovanni; de Porta Septimiana, come S. Giovanni e S. Silvestro; in prasino, come S. Lorenzo; in publico, come S. Maria; de septem solis, come S. Leone e S. Lucia; de, in o supra Suburam, come S. Agata, S. Andrea, S. Barbara, S. Bartolomeo, S. Salvatore, S. Scolastica; in caput Suburae, come S. Lucia; inata templum Agrippae come S. Eustachio; de Thermis, S. Ciriaco (terme di Diocleziano), S. Giacomo, S. Salvatore, S. Maria (terme di Nerone), S. Silvestro (terme di Traiano); in tribus fatis al foro, come i SS. Cosma e Damiano, S. Adriano, S. Martina; in Velabro, come S. Giorgio; in Via Lata, come S. Maria; in Via Sacra, come i SS. Cosma e Damiano, i SS. Pietro e Paolo. Altre chiese invece presero il cognome da denominazioni o località medievali, quali de ugulia, per S. Stefano; de ugone, come S. Agnese e S. Nicola; de apothucis obscuris, come S. Lucia; de arca Nse. come S. Maria; de arcu aureo, come S. Andrea e S. Maria; inxtu arcum Basilii, come i SS. Sergio e Bacco; de arcu de Trasi, come S. Salvatore; de ascesa, come S. Biagio e S. Lorenzo; ad asinum frictum, come i SS. Cosma e Damiano; de balneo Miccine, come S. Salvatore e S. Valentino; de biberatica, come S. Andrea, S. Lorenzo, S. Salvatore e S. Silvestro; de Bordonia come S. Salvatore; de caballo o de caballis o de equo, come S. Agata, S. Andrea, S. Salvatore, S. Saturnino, S. Stefano; de calcararis, o de calcarariis come S. Lucia e S. Salvatore; de Camillans, come S. Ciriaco, S. Salvatore; in campitello, come S. Maria; in campo Carlei, come S. Maria; in campo a domo Gregorii, come S. Maria; de campo Senensi, come S. Austerio; Turrielmo, come S. Giovanni; in Cannapara, come S. Maria; de capite molarum, come S. Tommaso; in caput portici, come S. Maria; de captu secuta, come S. Biagio e S. Lucia; in carcere, come S. Nicola; in castello aureo, come S. Lorenzo; de castro S. Angeli, come S. Angelo e S. Tommaso; in crypta agonis, come S. Maria e S. Nicola ad colles iscentes, come S. Agata; de crypta pinta, come S. Maria; in curte domnae Micine, come S. Maria; de curte Praefecti, come S. Maria; a curte Astaldi come S. Salvatore; de curtibus o de curte, come S. Biagio, S. Giovanni, S. Lo-
renzo, S. Nicola, S. Stefano; de curtina, come S. Gregorio e S. Martino; de equo marmoreo come S. Agata, S. Andrea, S. Stefano; de forma o in formis, come S. Daniele, S. Nicola, S. Tommaso; in furo piscium, come S. Angelo; in fossa o fovea, come S. Biagio, S. Cecilia, S. Maria; de fractis, come S. Andrea; de furca, come S. Nicola; inxtu gradatas, come S. Lorenzo; de inferno, come S. Maria; inter duos hortos, come S. Silvestro; de lasu, come S. Giacomo; de macello, come S. Maria e S. Nicola; de Maiurensis, come S. Maria; de marmorata, come S. Anastasio, S. Anna, S. Geminiano, S. Nicola; in massa Iuliana, come S. Andrea e S. Scolastica; de mercato, come S. Biagio, S. Giovanni; de militiis, come S. Abbaciro; de molellis, come S. Salvatore; de monte, come S. Nicola; montis Balneanapolis, come S. Maria; in monte aureo, come S. Giorgio e S. Pietro (in montorio); de monte Faffo, come S. Cecilia; de monte Granato, come i SS. Cosma e Damiano; de monte Johannis Ronzonis, come S. Maria; de monte de Mavimo, come S. Martino; de monte Saccorum, come S. Giustino; de monte Tito, come S. Martino; in monticellis, come S. Maria; de oliveto, come S. Nicola; palatii Caruli, come S. Sergio; in palatiolo, come S. Maria; ad palmato come S. Apollinare; de penna, come S. Biagio; de pila, come S. Stefano e S. Martino; in penulis, come S. Lorenzo, S. Stefano; de piscina, come S. Andrea, S. Benedetto, S. Lorenzo, S. Stefano; de ponte, come S. Simeone, S. Stefano, S. Orso; de pede pontis, come S. Salvatore; de ponte Iudeorum, come S. Gregorio; de quattuor portarum, come S. Lucia; de mesu porticu, come S. Andrea; in porticu maiore, come S. Lorenzo; de posterula, come S. Biagio, S. Cecilia, S. Maria, S. Marina, S. Martino, S. Silvestro; de Pretecarolis, come S. Pantaleone; de puteo Probae, come S. Anastasio; in ripu Graeca, come S. Geminiano; in Satro, come S. Barbara; de schola Graeca, come S. Maria; de scorticlariis, come S. Benedetto, S. Biagio; in silice, come S. Lucia, S. Stefano; ad taurellum, come S. Lorenzo e S. Marco; de Turrione, come S. Salvatore; de Tufollata, come S. Maria; in Transpadina, come S. Maria; de trullo, come S. Stefano; in turri, come S. Agata e S. Cesareo; in turribus. come S. Maria; de turre portondata, come S. Benedetto; in vallicella, come S. Maria; ad velum aureum, come S. Giorgio; de via papae, come S. Sebastiano; de viculo, come S. Andrea; de viovis, come S. Tommaso; in vivariolo, come i SS. Quaranta; de unda, come S. Salvatore e S. Andrea. Molte chiese presero nomi dai fondatori o da famiglie, come S. Leonardo de Alba; S. Lorenzo, S. Nicola, S. Martino de Arcionibus; S. Maria de Astariis; S. Andrea, S. Stefano cata Barbara; S. Salvatore de Baronciels; S. Lorenzo de Bascis; S. Maria domnae Bertae: S. Maria a domo Johannis Bovis per Bobonis; S. Maria in Caterina; S. Nicola de domo curte Cincii Gregorii; S. Tommaso de Cincis; S. Salvatore de divitiis; S. Stefano cata Gulla patricia; S. Lorenzo de Gavellutis; S. Andrea Iohannis ancillae Dei; S. Salvatore de Maximinis; S. Nicola de Mellinis; S. Maria de Monterone; S. Giacomo de Morattis; S. Lorenzo de Mattis; S. Cecilia de Pantaleis; S. Nicola de Portiis; S. Angelo a domo Egidii de Poco; S. Nicola de Praefectis; S. Stefano Rapignanu; S. Salvatore