volume-11

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dicatore missionario popolare, b. Diego da Cadice, cappuccino; erano in completa decadenza le scienze ecclesiastiche, eccetto nel campo della storia ecclesiastica, in cui compirono un lavoro immenso il p. Burriel (m. nel 1762) e il p. Florez (m. nel 1775) che pubblicò la España Sagrada, continuata più tardi da altri. Una gran parte del clero, alto e basso, parteggiava per le nuove idee gianseniste e regaliste.

Ciò nonostante il cattolicesimo continuava a vivere nel popolo, che nella guerra d'indipendenza contro Napoleone ( $1808-13$ ) difese con la patria le sue idee religiose; però nel frattempo trionfavano nelle corti di Cadice, grazie alla Costituzione del 1812 , le idee della Rivoluzione Francese, furono soppressi più della metà dei 2128 monasteri, con 77.000 religiosi e fu proclamata la libertà di stampa e l'abolizione dell'Inquisizione. Queste misure, completamente impopolari, furono abrogate da Fernando VII nel 1814, che instaurò un esagerato assolutismo; una rivoluzione militare gli fece giurare la Costituzione di Cadice nel 1820 con tutte le sue conseguenze: fu espulsa la Compagnia di Gesù, restaurata da Pio VII ed ammessa in S. poco prima, e si ruppero le relazioni con la S. Sede. Nel 1823 si restaurò il regime assolutista con l'intervento della Francia (i 100.000 figli di s. Luigi). Contribul a riscaldare gli animi la guerra dinastica fra carlisti e liberali : questi rinnovarono nel 1835 le misure contro i monasteri, aggravarono quelle concernenti le libertà ecclesiastiche e dettarono le leggi di disammortizzazione, in virtù delle quali si confiscava una gran parte dei beni della Chiesa; sono altre prove della sanguinaria persecuzione che soffriva la Chiesa: i conventi bruciati, i religiosi assassinati a Madrid nel 1834 e nell'anno seguente a Saragozza, Murcia, Barcellona ecc. e l'esilio di vari vescovi. Nel 1831 si ottenne di poter firmare un Concordato per il quale si dichiarava la religione cattolica unica in S., si faceva una nuova divisione e circoscrizione delle diocesi, la Chiesa rinunziava ai beni disammortiz-

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(let. Mar)
Spagna - Facciata e porta principale della Parrocchia di S. Michele (1672) - Jerez de la Frontera (Cadice).
zati, mentre lo Stato si obbligava a dotare il culto, il clero, ecc.; conservando per il re un illimitato diritto di patronato. Negli aa. 1854-56 (biennio liberale) si fa più crudele la persecuzione: le rivolte del 1868 e degli anni seguenti rendono praticamente inutile il Concordato; nel regno di Alfonso XII (1874-85) si proclama la libertà di coscienza ed i protestanti svolgono attiva propaganda. Negli anni successivi, fino all'avvento della Repubblica del 1931, con l'alternarsi al Governo dei partiti liberali e conservatori e con le conseguenti ripercussioni nella vita della Chiesa, la situazione si fa più difficile per la divisione tra le forze cattoliche e lo stesso clero nell'Ordine politico-religioso (tradizionalisti ed integristi), divisione che non riescono a curare neppure i più grandi pensatori come Jaime Balmes (m. nel 1848) e Donoso Cortés (m. nel 1853) né le buone intenzioni di alcuni governanti. Non mancano abili apologisti come Menéndez Pelayo (m. nel 1912) e Vázquez de Mella (m. nel 1928), né grandi apostoli popolari, fra i quali s. Antonio Maria Claret (m. nel 1880) ed il gesuita Padre Tarín (m. nel 1910) prototipo di missionario popolare; si fondano istituti come la Università ecclesiastica di Comillas (1890) ed il Collegio Spagnolo di Roma (1892), che contribuiscono al risorgere dei Seminari. Nei primi decenni del sec. xx si alternano le grandi manifestazioni popolari di fede cattolica e gli atti di persecuzione dei governi liberali e massonici. La dittatura militare di Primo de Rivera (1923-30) portò con sé anni di prosperità politica ed economica e di pace religiosa; nel 1931 si stabilì la Repubblica, il cui carattere settario si manifestò dopo poche settimane con i conventi bruciati (maggio 1931) a Madrid, Malaga ed altre città; poco dopo si votò una Costituzione laica persecutrice, si sciolse la Compagnia di Gesù, si espulse il cardinale di Toledo, si dichiararono beni nazionali tutti i beni ecclesiastici. Nel 1933 vi fu una breve reazione cattolica comandata dal deputato José Maria Gil Robles, ma nel febbr. 1936 ritornarono al potere le forze rivoluzionarie che misero come norma di vita il disordine e l'assassinio.
5. La restaurazione religiosa. - La reazione definitiva, anticipata dell'assassinio di Calvo Sotelo, capo dei monarchici, fu il "Movimento Nazionale ", comandato dal generalissimo Francisco Franco : la guerra che durò dal 1936 al 1939 ebbe il carattere non solo di insurrezione militare e di guerra intestina, ma di reazione religiosa in difesa della religione cattolica e della civiltà cristiana, come la sentì la maggior parte degli spagnoli e come l'Episcopato dichiarò solennemente nella lettera collettiva del 1937. Morirono, "martiri nel senso vero di questa parola ", come disse Pio XI, assassinati dai rossi, in vescovi, ca. 4200 sacerdoti del clero secolare e 2500 religiosi con 45 religiose e moltissimi altri secolari condotti a morte per il solo fatto di essere cattolici. Il nuovo Stato soppresse le leggi di persecuzione del regime anteriore e le sostituì con una legislazione nettamente cattolica; preparando un nuovo Concordato con la S. Sede si sono firmati vari accordi particolari relativi alla presentazione dei vescovi, sovvenzioni del governo ai Seminari e alle Università Pontificie, restaurazione del Tribunale della Rota Spagnola, clero castrense ed esenzione militare del clero.

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Gustavo Fernández Alonso
V. Condizione giuridica della Chiesa. - Prima dell'avvento della Repubblica, la condizione giuridica della Chiesa ed i rapporti tra la S. Sede ed il governo spagnolo erano regolati dal Concordato del 1851, e da una serie di decreti emanati per chiarire diversi articoli. Il regime repubblicano non volle riconoscere il Concordato, anzi emanò leggi ostili alla Chiesa. In seguito a ciò, il Concordato fu dalla S. Sede considerato decaduto.

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Salito al potere il generale Franco, la S. Sede mantenne il suo punto di vista, e, in attesa di stipulare un nuovo Concordato, si addivenne alla firma di alcuni convenii, che regolano alcune delle più importanti materie che interessano le due parti.

Il primo di essi fu stipulato nel giugno 1941 e riguarda la provvista delle sedi vescovili. Al governo è concesso l'esercizio del privilegio di presentazione, che differisce in modo sostanziale dall'antico diritto di patronato. La nunsiatura apostolica, previa intesa con il ministro degli Esteri, presenta alla S. Congregazione romana competente una lista di almeno sei candidati. Di essi la Congregazione forma una terna, da cui il capo di Stato sceglie la persona, che ritiene più idonea per la nomina. Tale nomina, come è naturale, è fatta unicamente dalla suprema autorità ecclesiastica, come ad essa sola spetta giudicare delle attitudini dei candidati a reggere una diocesi. I neo-eletti prestano giuramento al capo dello Stato, con una formola analoga a quella fissata nel
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Spagna - \& Panteón de los Condes de Buenavista (fine del sec. xvir). Concordato italiano.

Il convenio, inoltre, contiene l'impegno del governo a non emanare leggi su materie miste o su materie che siano di interesse per la Chiesa, senza previa intelligenza con la S. Sede; stabilisce che siano iniziate subito le pratiche per stabilire le norme da osservarsi nella provvista dei benefici non concistoriali; richiama in vigore i primi quattro articoli del Concordato del 1851.

In forza dei medesimi, la religione cattolica a cum omnibus iuribus ac praerogativis quibus potiri debet iuxta legem Dei et canonicas sanctiones, è la religione dello Stato (art. 1); l'istruzione nelle università, collegi, scuole pubbliche e private sarà conforme alla dottrina cattolica, e gli Ordinari diocesani hanno diritto di vigilare al riguardo anche sulle scuole pubbliche (art. 2); i ministri del culto avranno la debita assistenza da parte dello Stato nell'adempimento del loro ministero (art. 3); vescovi e clero godranno piena libertà in tutto cio che riguarda il diritto e l'esercizio dell'autorità ecclesiastica (art. 4).

Il convenio relativo alla provvista dei benefici non concistoriali fu firmato il 15 giugno 1946. La provvista di tali benefici appartiene all'autorità ecclesiastica (art. 1). Alcuni privilegi, tuttavia, sono concessi allo Stato, in quanto è prevista nella nomina dei parroci la notificazione al governo dei candidati per sapere se ci siano difficoltà di ordine politico generale (art. 2), e nella nomina di alcune dignità dei Capitoli metropolitani, cattedrali e collegiali, del cappellano maggiore delle cappelle reali di Toledo, Granada e Siviglia e dei cappellani e beneficiati minori delle medesime, la comunicazione di teme al capo dello Stato, da parte dell'Ordinario, per la scelta e la presentazione alla S. Sede del nominando (art. 3); per altri benefici poi è stabilita l'alternativa per la provvista, e sempre con il metodo della terna da prepararsi dall'autorità ecclesiastica (artt. $3 \$ 3 ; 5 \$ 3$ ).
$L^{\prime} 8$ dic. 1946 veniva firmato un terzo convenio, con il quale sono determinati i contributi economici dello Stato ai seminari ed alle università ecclesiastiche. Notevole in tale accordo l'art. 7, il quale riconosce le università ecclesiastiche erette dalla S. Sede.

Un quarto convenio, infine, firmato il 5 ag. 1950 , regola la giurisdizione castrense e l'assistenza religiosa alle forze armate. La nomina del vicario castrense, che avrà dignità di arcivescovo (art. 2), sarà fatta secondo le norme in uso per la nomina dei vescovi (art. 2); la sua giurisdizione, come quella dei cappellani, che saranno nominati dal vicario (art. 5), è personale (art. 7), assimilata a quella parrocchiale (art. 8) ed è cumulativa con quella dell'Ordinario (art. 9). L'accordo riconosce poi l'esenzione dal servizio militare ai chierici e religiosi, professi o novizi, conforme alle norme del Diritto canonico. Speciali norme regolano il servizio militare dei medesimi in tempo
di guerra (artt. 13 e 14). Oltre ai quattro accordi citati, c'è un complesso di leggi ed ordinanze ministeriali che riguardano altri aspetti della condizione giuridica della Chiesa in S.

Il governo, in ogni circostanza, ha proclamato che, conformemente alle credenze della nazione, riconosce la Chiesa cattolica come società perfetta, con la pienezza dei suoi diritti, con la sua gerarchia, con le sue istituzioni, delle quali rispetta le prerogative ed i privilegi.

I vescovi godono piena libertà di pubblicare quanto ritengono opportuno per il governo spirituale dei propri fedeli. Vescovi e parroci sono membri di diritto di speciali giunte che riguardano importanti campi d'attività, quali la beneficenza e l'insegnamento. Le Congregazioni religiose, soppresse dal governo repubblicano, furono reintegrate, con legge del 2 febbr. 1939, con i diritti ed i privilegi ad esse spettanti. Con un decreto del 3 maggio 1938 veniva inoltre ristabilita in S . la Compagnia di Gesù.

Con ordinanza del Ministero degli interni, in data 9 marzo 1940, fu posto nuovamente in vigore il calendario cattolico e prescritta l'osservanza dei giorni festivi fissati dal CIC, più alcuni altri, particolarmente cari al popolo spagnolo. Con legge del dic. 1938, in deroga alla legge della Repubblica sulla secolarizzazione dei cimiteri, fu devoluta alla Chiesa e alle parrocchie la proprietà dei medesimi. La legge del 9 nov. 1939 ha ristabilito il bilancio del culto e del clero, relativo agli aiuti finanziari che lo Stato si impegna a dare al clero per il sostentamento e per le necessità del culto. Somme furono stanziate per la ricostruzione delle chiese devastate dalla guerra civile e per i seminari.

Particolari facilitazioni economiche, quali la franchigia postale, telegrafica e telefonica e viaggi gratuiti sulle ferrovie, sono accordate ai vescovi. Una ordinanza ministeriale del 17 genn. 1940 si occupa dei sacerdoti divenuti insibili. Esenzioni fiscali sono accordate ai beni ecclesiastici. Sono stati ristabiliti nelle carceri i cappellani, soppressi sotto la Repubblica, ampliando il campo della loro opera assistenziale a favore dei reclusi.

Diversi decreti e leggi sono stati emanati per ristabilire la dignità cristiana del Matrimonio, regolandolo in armonia con i sacri canoni. Il 12 marzo 1938 una ordinanza del Ministero di giustizia riconosceva la validità dei matrimoni canonici, celebrati durante l'esistenza della legge repubblicana, anche se non fosse preceduto o seguito il rito civile, autorizzandone la trascrizione nel registro di stato civile; dichiarava nulli i matrimoni civili, contratti da persone ordinate in sacris o legate da voti religiosi solenni; rimetteva in vigore, fino all'emanazione di nuove norme, le disposizioni stabilite in materia matrimoniale nell'art. 42 del Codice civile, secondo il quale esistono nella S. due forme di matrimonio : il canonico,

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Spagna - Coro della Cattedrale, opera di Pedro Duque Cornejo (1723) - Cordova.
da celebrarsi da tutti coloro che professano la religione cattolica, e il civile. Per contrarre quest'ultimo, una ordinanza del Ministero di giustizia richiede la prova documentata della acattolicità dei due o di uno dei contraenti, o nel caso che tale prova non si possa avere, la dichiarazione di non aver ricevuto il Battesimo, dalla cui esattezza 2 no la validità e gli effetti del matrimonio civile.
11 divorzio, instaurato dalla Repubblica con legge del 2 marzo 1932, è stato abolito con la legge del 23 1939. Con essa sono tornate in vigore le disposizioni del Codice civile, che non ammette il divorzio nemmeno per i matrimoni contratti in forma civile. A complemento di detta legge furono promulgate diverse disposizioni transitorie, intese a salvaguardare la dignità del matrimonio canonico e l'indissolubilità del vincolo. Notevole, tra le altre, quella che riconosce piena efficacia giuridica nel fòro civile alle sentenze di nullità emesse dai tribunali ecclesiastici, ed alle risoluzioni pontificie di rato e non consumato, avvenute durante l'esistenza della legge del divorzio o dopo di essa.

La S. mantiene relazioni diplomatiche con la S. Sede, con il rispettivo accreditamento di un nunzio apostolico e di un ambasciatore.

Ippolito Rotoli
VI. Letteratura. - Venuta meno, con l'invasione araba (711), l'unità faticosamente raggiunta nel periodo visigotico, mentre i musulmani dominavano nel sud della penisola materialmente e culturalmente, gli Ispanici sottomessi formarono una civiltà intermedia (civiltà mozarabica) fondendo elementi della tradizione latino-ispanica con quelli dei nuovi dominatori. Altri, sfuggiti alla dominazione, continuarono invece la civiltà del periodo visigotico e, organizzatisi anche militarmente, iniziarono la "reconquista". Anche la lingua va lentamente evolvendosi : al mozarabico (mi. sto di latino volgare e arabo) delle zone conquistate si contrappongono nelle regioni libere, o meno direttamente influenzate dagli Arabi, il leonese, l'aragonese, il castigliano; ma ben presto, per il predominio assunto dalla Castiglia nella lotta della riconquista e per la sua maggiore e più importante produzione letteraria il castigliano predomina sulle altre differenziazioni linguistiche della penisola.

La produzione in castigliano si apre con uno dei capolavori della letteratura spagnola, il Cantar de más Cid, di autore anonimo, scritto verso la metà del sec. xir e pervenutoci per mezzo di un manoscritto che Menéndez Pidal ritiene del 1307. La metrica del poema è irregolare, ma predominano i versi formati da due emistichi di sette
o più sillabe e con assonanza. Sono narrate, in tre canti, le imprese di Rodrigo Diaz de Vivar, detto il Cid Campeador, che, vissuto all'epoca di Alfonso VI di León e Castiglia, fu da questi esiliato e si lanciò alla conquista di territori in possesso degli Arabi, fino a impadronirsi di Valenza. Gli avvenimenti storici sono seguiti minuziosamente e si inseriscono solo pochi episodi leggendari relativi al matrimonio delle due figlie del Cid con gli infanti di Carrión. La storia del Cid, con il tempo, si rese sempre più leggendaria nelle relazioni delle cronache (Crónica Nejerense, Chronicon mundi, De rebus Hispaniae, Primera crónica general, ecc.) tanto da formare una leggenda eroica, quasi un mito del Cid, la cui esistenza storica era posta in dubbio. L'indagine scientifica e filologica cominciò solo nel sec. xvir con Fray Prudencio de Sandoval e può dirsi conclusa con i recenti studi di Menéndez Pidal. La figura del Cid è stata considerata come una delle migliori espressioni dell'anima spagnola e nel poema si sono spesso sottolineate le caratteristiche ispaniche. La storicità e la cura attenta del particolare, il concetto dell'onore, la fedeltà al re mitigata da un certo spirito di indipendenza, la celebrazione della vita guerresca, l'amore alla famiglia, il sentimento di umanità, lo spirito religioso, la malinconia predominante nell'eroe sono parse tutte qualità che, distaccando l'epica spagnola da quella francese, mettevano in luce il carattere nazionale.

Indubbiamente l'epica dovi rigogliosamente in S., ma, oltre il poema del Cid, restano solo frammenti di altri due poemi (quello dei sette infanti di Lara e quello sul re Rodrigo) e relazioni in prosa tramandate dalle cronache (Chronica Gothorum, Silente, Nejerense, Crónica de Veinte Reyes, I e III Crónica general).

Gli eroi cantati dai poemi epici furono oggetto anche di canti popolari, brevi poemi che per la loro trasmissione orale andarono accorciandosi sempre più e riducendosi alle parti essenziali, mentre anche il tono epico veniva gradualmente trasformandosi in lirico-romanzesco. A tali poemetti brevissimi fu dato il nome di romances e la loro produzione si continua durante tutto lo svolgimento della letteratura spagnola. Si sogliono raggruppare in due grandi categorie, a loro volta distinte secondo l'argomento trattato in romances antichi o popolari e moderni o artistici, comprendendo in quest'ultima categoria quelli prodotti dal sec. xvi in poi e da autori (Lope de Vega, Góngora, ecc.) che avevano intento propriamente artistico. I romances furono raccolti in varie antologie, costituendo il famoso Romancero español.

Quasi contemporaneamente si iniziava la produzione di una letteratura religiosa, che, derivando dai Vangeli apocrifi e dalle leggende, era rafforzata dai numerosi esempi francesi e anglo-normanni da cui riprendera anche la struttura metrica dell'enneasillabo (Libro dels Tres Reis d'Orient, Vida de s. Maria Egipciaca).

Così anche è parallela a quella europea - e specialmente francese - la produzione dei debates di cui però si hanno scarsi esempi (Disputación del alma y el cuerpo, Densestos del agua y el vónu) molto legati ai loro modelli. Un maggiore interesse per i suoi motivi realistici e satirici presenta solo la Disputa de Helena y Maria scritta in dialetto leonese. A questo periodo appartiene anche il più antico documento del teatro spagnolo : il Misterio o Auto de los Reyes Magos, semplicissima azione scenica della visita dei Magi, in cui si accennano tenui motivi realistici e una certa vivacità; con esso ci si trova già di fronte a un grado di evoluzione teatrale abbastanza avanzato, che lascia supporre una precedente produzione, senza che se ne siano trovate finora in S. tracce significative; sembra però sicura l'esistenza di un teatro popolare e laico, parallelo a quello religioso e che la legge e la Chiesa cercavano invano di soffocare. Il mondo popolare appare in ciò in opposizione a quello colto, ma è inevitabile

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ammettere una influenza del secondo sul primo. Il problema è particolarmente importante per cio che riguarda la produzione, rigogliosa nei secc. xili e xiv, del "mester de clerecia" e del "mester de juglaria".

La definizione di mester de clerecla va intesa come "impiego, occupazione propria dei chierici", collegando la parola "impiego" al concetto medievale di poesia per cui l'art de trobar era considerata tecnica del verso e dell'immagine poetica e non ispirazione o superamento della realtà. I poeti di questo gruppo "de clerecia" si considerarono colti, raffinati, e se a volte si rivolsero al popolo, lo fecero con una sorta di degnazione, sapendo di dirigersi a un pubblico di cultura inferiore. Le loro opere hanno tutte un fondo di cultura e arrivano spesso a una pedante ostentazione di erudizione. La prima produzione del "mester de clerecia" è il Libro de Alisandre recentemente datato al 1201-1202; seguono altre di interesse storico-dottrinario (Libro de Apolonio; Poema de Yesuf; Vida de s. Ildefonso), distinguendosi tra tutti per il loro valore artistico i Miracles di Gonzalo de Berceo (v.) e il Poema de Fernán González. Caratteristica comune a tutte queste opere è l'uso della cuaderna vita (alessandrini uniti in tetrastrofi monorrimi). Il Poema de Fernán González, scritto tra il 1230-66, ha, come quello del Cid, una grande fedeltà storica (si ricordino i particolari della descrizione della battaglia di Hacinas), ma idealizza la figura dell'eroico fondatore del condado di Castiglia ed erede spirituale del retaggio visigotico. Del "mester de juglaria" - come di ogni produzione tipicamente giullaresca dovuta all'improvvisazione o tramandata oralmente - non si conservano monumenti; se ne vedono alcune tracce in qualche parte del libro dell'Arcipreste de Hita.

Tutto il mondo culturale del sec. xili si raccoglie intorno alla grande figura di Alfonso X il Saggio ([v.] 12211284), che dalle angosciose situazioni politiche create dalla sua debolezza si rifugio nello studio e nella poesia.

Il sec. xiv, sconvolto dalle lotte fratricide e dinastiche in cui stava naufragando l'ideale della riconquista, si esprime violentemente nella esuberanza dell'Arcipreste de Hita (v. RUIZ, JUAN), nello scetticismo dell'infante Juan Manuel e nel duro sarcasmo di López de Ayala. Juan Ruiz, Arcipreste de Hita, è considerato come l'ultimo rappresentante del "mester de clerecia" per quanto si avvicini anche al "mester de juglaria". Juan Manuel converte in pessimismo l'ironia di lui, ma ha ancora fiducia nell'intelligenza umana. Attraverso le sue opere (Libro del caballero e del Escudero, Libro de los Estados, Conde Lucanor, ecc.) egli insegna l'arte di imporsi attraverso la sicura conoscenza del mondo; medita sul problema religioso ed afferma la supremazia del cristianesimo su qualsiasi altra credenza, ma il suo spirito, lungi dalla carità evangelica, appare indurito dall'orgoglio della sua casta e dalle vicende che lo hanno spinto a combattere spictatamente. Pero López de Ayala (v.) che aveva, anche egli, partecipato alle lotte del suo tempo, portò dalle sue esperienze un disgusto infinito, una completa sfiducia nel mondo e nell'umanità. Fluivano intanto e andavano acclimatandosi temi di cavalleria che arrivavano dalle altre nazioni. Era stato già tradotto il Roman de Troie, e tutte le leggende del Ciclo bretone appaiono generalmente conosciute; si scrive allora la Historia del caballero Cifar, con largo influsso di didatticismo cristiano; si traduce l'Amadir; ma si tratta ancora di esempi sporadici e non di una profonda assimilazione.

La lirica vive stentatamente rifugiandosi in un appartamento ideale e inseguendo ancora ideali trovadorici che nell'ambiente portoghese e in don Denis trovavano la realizzazione del loro sogno di cortesia. Tra i poeti che scrissero in castigliano (composizioni raccolte nel 1445 da Juan Alfonso de Baena nel canzoniere che da lui prende nome) Villasandino e Imperial segnano la tendenza verso la poesia allegorica e l'imitazione dantesca. La Danza de la muerte di anonimo riporta all'allegoria la visione macabra e sconsolata della vita. Enrique de Villena, precorrendo gli umanisti, vagheggia il mondo mitologico (Los doce trabajos de Hércules, traduzione dell'Enéide) ma si abbandona alla magia e alle scienze occulte e i suoi libri sono condannati.
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(da Are Hispanias, II, Madrid 1917, fig. 199)
Spagna - Particolare di una lastra marmorea strigilata detta "de las orantes" (secc. iv-v), ritrovata nella necropoli paleocristiana di Tarragona.

La vita si rende ancor più violenta e drammatica e gli autori più importanti di quell'età sembrano rifuggirla aspirando all'umanesimo. Juan de Mena (v.), scrivendo il suo Laberinto, si immerge nel ricordo dell'ambiente umanistico frequentato durante la permanenza in Italia. Iñigo López de Mendoza, marchese di Santillana, con gli stessi intenti di Mena ottiene risultati pregevoli ma non uguali. Dante e Petrarca furono i suoi modelli rispettivamente nella Comedieta de Ponza e nei Sonetos fechos a lo itálico modo e in opere di minore importanza (Infierno de los Enamorados, Triumplete de amor, ecc.) ma interessante è il suo tentativo di adattare metri italiani al castigliano. Fresche e vivaci sono invece le sue poesie popolareggianti intitolate Serranas. Oltre Dante e Petrarca anche Boccaccio esercitò notevole influenza in S. La sua Fiammetta fu modello del Siervo libre de amor di Juan Rodriguez de la Cámara; il Decamerone e il Corbaccio influirono direttamente su Diego de S. Pedro, autore de La Cárcel de amor, e sul più famoso Alfonso Martínez de Toledo, arciprete di Talavera, autore del Corbacho o reprobación del amor mundano. E questa un'opera allegra, spigliata, che vuole insegnare a fuggire il peccato ma che si disperde compiaciuta e ironica nella esemplificazione di ciò che si deve evitare. La cronaca, pur non annoverando figure pari a López de Ayala, torna ad avere anche in questo secolo momenti efficaci per mezzo di un nipote dello stesso Ayala, Fernán Pérez de Guzmán (Mar de Historias) che, dopo aver descritto le grandi figure della antichità, vuole additare per mezzo dei personaggi più recenti esempi venerabili di virtù. Altre cronache (come quella famosa detta "di Juan II", dovuta a vari autori) approfondiscono l'atteggiamento storico, fornendo ricchissimo materiale per la ricostruzione della vita e dei costumi dell'epoca. Durante il regno di Enrico IV, Alfonso de Palencia satireggia i suoi contemporanei (La batalla campal de los perros y de los lobos); Gomez Manrique cerca invece di costruire un mondo poetico idealizzato e scrive la seconda opera del teatro spagnolo, ricordando la Passione in audaci simbolizzazioni. Suo nipote, Jorge Manrique, chiude l'angoscia del suo pe-

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(da Ars Hispanias, 11, Madrid 1917, 8a, 127)
Spagna - Simboli degli Evangelisti a lato della Croce. Rilievo su lamine d'oro nel fondo della casetta relinquirio regalato da Fucla II nel 9 ro alla cattedrale di Oviedo, conservata nel Tesoro della mirdesima.
riodo nelle desolate Coplas a la muerte del muestre don Rodrigo, in cui con rara perfezione formale esprime la sconfortante vanità di ogni cosa umana e mostra lo stoico atteggiamento dell'uomo forte dinanzi all'inevitabile.

Con l'avvento al trono di Isabella la Cattolica, dopo che fu superata da lei l'accanita avversione del partito contrario nella battaglia di Toro (1476), anche per la letteratura si apre un nuovo periodo. Fioriscono gli studi umanistici, che hanno il loro massimo rappresentante in Antonio de Nebrija, ma si rivolgono subito all'argomento religioso. La maggiore produzione dell'umanesimo spagnolo è la Biblia Poliginta promossa dal card. Cisneros, fondatore dell'Università di Alcalá de Henares. La stessa aspirazione all'umanesimo comincia ad affiorare e precisarsi anche nella produzione poetica (Iñigo de Mendoza e Ambrosio Montesinos) per diventare vivace e schietta in Juan del Encina. A lui si deve un'interessante traduzione delle Bucoliche, fatta con propositi umanistici e preconcetti medievali, e, più ancora, un'elaborazione dell'auto che dalle forme antiche rivestite di elementi bucolici (Autos della Natività e della Passione) per influenze rinascimentali arriva alla più densa e libera manifestazione dell'Egloga de Cristino y Febea e alla commedia italianeggiante Plácida y Victoriano. Ormai i nuovi tempi sembrano incalzare da ogni parte cosi che, nonostante il ritorno di Lucas Fernández alla forma del debate e dell'auto religioso, sorge il capolavoro del Rinascimento spagnolo, la Celestina. L'opera, attribuita tutta o in parte a Fernando de Rojas, è giunta attraverso l'edizione del 1499 in sedici atti e, nell'edizione sivigliana del 1502 , in ventun atti. Oltre a quello della paternità, è quindi dibattutissimo il problema della rappresentabilità dell'opera, e del fine a cui era destinata dall'autore. Se però la libertà di divisione e la mancanza di unità possono
ricordare la quasi sicura ignoranza da parte dello scrittore della poetica aristotelica o possono far pensare a una voluta libertà di divisione, è fuor di dubbio la drammaticità intensa di tutta l'opera che si accentra verso la soluzione tragica. Il dramma di Calisto e Melibea è immerso in una idealizzazione neoplatonica venuta e accentuata dalla vivida realtà di alcuni tocchi. Gli elementi tipicamente spagnoli che appaiono nella tragicommedia non intaccano l'essenza dell'opera che è, insieme alla lirica di Garcilaso, l'unico momento in cui la S. segue pienamente la via del Rinascimento italiano.

Con l'avvento di Carlo V al trono, la parentesi di serenità apertasi nella letteratura dei re cattolici si continua ancora per poco con Boscán e Garcilaso, per poi chiudersi completamente. L'epoca dell'Imperatore appare come il preludio del periodo aureo della letteratura spagnola; correnti di pensiero, di passioni e nuove tendenze letterarie vi si agitano in modo complesso e violento. Juan Boscán e Garcilaso de la Vega rappresentano il trionfo della lirica petrarcheggiante e rinascimentale. Al primo - uomo di limitate possibilità artistiche - si deve l'adattamento di metri italiani (canzone, sonetto, ottava, ecc.) alla lingua spagnola in modo perfetto e definitivo; a Garcilaso va la gloria di aver animato queste forme con il soffio dell'arte. Egli fu il prototipo del Rinascimento spagnolo e sembrò racchiudere in sè tutte le doti vagheggiate da Baldassar Castiglione per il suo perfetto cortigiano. La sua poesia si effonde in completa armonia di suoni e di sentimenti (si ricordino la Egloga I e III e i sonetti), senza urti violenti, ne passoni angosciose, o pensieri di morte, in una musicale stilizzazione in cui ogni contorno è sfumato. L'imitazione dei modelli italiani si nobilita nella rielaborazione personale e nella perfetta eleganza di lingua e di metri. Questa ideale oasi di Rinascimento contrasta con la vitalità dinamica e battagliera delle altre manifestazioni letterarie. Erasmo suscita violenti polemiche (celebri quelle con Luis de Carvajal e Diego López de Zúñiga) e appassionati seguaci (Alonso de Valdés, Alonso de Virues, Juan Vergara, ecc.); s. Ignazio di Loyola fonda la sua Compagnia e scrive gli Esercizi spirituali e la Autobiografia; gli storiografi commentano entusiasti le imprese di Carlo V (Pero Mexía, Luis de Ávila y Zúñiga, ecc.) e commemorano le conquiste delle terre americane (Francisco López de Gómara, Bernal Díaz del Castillo, Bartolomé de las Casas, Gonzalo Fernández de Oviedo). Antonio de Guevara cerca di comporre ogni dissidio in un saggio e blando stoicismo infiorato di espressioni retoriche (si ricordi il famosissimo Reloj de los Princípes ed aspira a un'ascetica modesta ma umana e cordiale (Monte Calvario e Oratorio de Religiosos). L'anonimo autore del Lazarillo de Tormes con una vena di erasmismo, ma senza aspresse polemiche, si augura anch'egli un mondo migliore in cui l'uomo sia rivalutato e in cui i valori terreni e divini raggiungano un armonico equilibrio. La breve operetta inizia il genere che dal tipo del protagonista fu detto picaresco. Per la prima volta l'anonimo autore pone l'accento su un mondo plebeo che soffre e si dibatte, ma egli non cerca rimedi ai mali che segnala e si chiude nella comprensione affettuosa e aristocratica che si esaurisce nel sorriso e nell'arguzia. Nel teatro Torres Naharro ripresenta ancora atteggiamenti erasmiani (Comedio Jacinto), ma dimostra di aver appreso la lezione che poteva dargli il teatro italiano di cui ebbe esperienze nel suo lungo soggiorno romano. Così il portoghese Gil Vicente introduce nel suo mondo medievale gli elementi derivati dall'ambiente rinascimentale.

Amplissima è la produzione dei libri di cavalleria che si sogliono raggruppare in due cicli : quello degli Amadigi e quello dei Palmerini. Riprendono e rinnovano la tradizione bretone e l'esempio più tipico lo presenta Garci Rodriguez de Montalbo pubblicando nel 1598 l'Amadis. Le leggende antiche offrono lo spunto e parte del materiale dell'intreccio novelleseo, ma lo spirito e gli ideali sono completamente diversi. Nell'Amadis come nel Palmerin l'atteggiamento epico domina, ma non si muta in sentimento. Amadis era il risultato di una serie di adattamenti a luoghi e circostanze diverse, e al tempo

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stesso era l'espressione del suo secolo fantasioso più che realistico, agitato e inquieto. Le varie tendenze manifestatesi durante il regno di Carlo V trovano la loro soluzione e la loro migliore espressione nella "Edad de Oro" in cui si suole comprendere il periodo che va dalla abdicazione dell'Imperatore (1556) alla fine del Seicento.

Il poema pastorale è l'ultima e stanca espressione del Rinascimento italianeggiante, una moda forzata che si esaurisce rapidamente. E da notare che il capolavoro del genere - la Diana di Jorge de Montemayor - è di un portoghese che scrive in castigliano. Una maggiore vivacità di rappresentazione è nella Diana Enamorada di Gil Polo, animata dall'entusiasmo dell'autore che gode nel ritrarre alcuni paesaggi.

Anche nella lirica Fernando de Herrera riprende i modelli petrarchisti, ma non riesce a ricostruire l'atmosfera armoniosa creata da Garcilaso. Non può conciliare il mondo rinascimentale con la sua tendenza religiosa e finisce con l'immergersi in un contrasto violento che genera un dolore angoscioso e oscuro. La Torre, Figueroa, Aldana, Medrano ripetono, anche se con le personali varianti, lo stesso atteggiamento. Contemporaneamente, Luis de León (1527?-91) supera la posizione drammatica per giungere alla divina solitudine dell'uomo giusto, a quella che il Vossler chiama a nostalgia della vita eterna (cf. Noche serena). Luis de Góngora y Argote (15611627) pur sentendo a volte - specie nelle Soledades la malinconia, vi reagisce non rifugiandosi come Luis de Leon nella religione, ma costruendo un mondo ideale che si dissolve nella esasperata percezione di ogni elemento fornito dalla natura circostante. La nuova forma poetica di Góngora - detta culteranesimo o cultismo generò nei contemporanei un'accanita opposizione e pochi seguaci (principali Juan de Tassis conde Villamediana, Pedro Soto de Rojas, Sor Juana Inés de la Cruz). I critici posteriori additarono in lui il prototipo del seicentismo e del più gonfio e retorico barocco, ma attualmente l'opera gongorina è stata rivalutata sia nella critica (Dámaso Alonso) sia nel gusto poetico generale. Il problema religioso agitato nell'epoca dell'Imperatore si risolve nella Edad de Oro con una poderosa affermazione cattolica che trova la sua più aperta manifestazione letteraria nella vastissima produzione ascetico-mistica. Questa suole raggrupparsi secondo le principali scuole (agostiniana, domenicana, francescana, ignaziana, carmelitana). I maggiori rappresentanti sono Juan de Avila, Bernardino de Laredo, Francisco de Osuna, Luis de Granada, Juan de los Angeles e, eccelsi fra tutti, s. Teresa de Avila (v.) e s. Giovanni della Croce (v.).

Nella prosa con intenti più propriamente letterari domina, sintesi del genio spagnolo, la figura di Miguel de Cervantes ([v.] 1547-1616).

Infranto il mondo della cavalleria, riportata l'attenzione sui valori umani, l'onda dello sconforto - subli-
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(da Ars Hispanias, IV, Madrid 1858, fig. 507)
Spagna - Decorazione in stucco del chiostro di S. Fernando nel monastero di Las Huelgas (1230-60) - Burgos.
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Spagna - Retablo di S. Lucia (sec. XV) - Lérida, chiesa di S. Lorenzo.
mata da Cervantes - non riesce a mantenersi nella stessa altezza e si abbatte verso il pessimismo. Il picaro, negazione dell'eroismo e dell'ideale, diventa il protagonista di questo triste dramma. Il Lazarillo si incupisce e si chiude nella desolazione, diventa Guzmán de Alfarache. Con questo titolo Mateo Alemán pubblicò la sua opera, modello di lingua castigliana e prototipo della produzione picaresca. Il racconto delle innumerevoli e drammatiche vicende di Guzmán è alternato a disquisizioni moraleggianti attribuite allo stesso protagonista, che perciò è presentato colto. Il pessimismo più sconfortato si attenua appena nella rassegnazione stoica e cristiana, ma l'opera non riesce a liberarsi dell'incubo pesante del dolore a cui pare condannata l'umanità. Il picaro diventa quasi il pretesto intorno a cui ruota tutto il mondo spirituale e culturale degli ultimi anni del sec. XVI e della prima metà del sec. XVII. Nella fedeltà con cui è ritratto questo mondo consiste il realismo della novela picaresca, più che nella descrizione di ambienti e figure. Vi si ritrovano quindi l'ossequio alle teorie aristoteliche e rinascimentali, l'influenza senechiana, la tendenza satirica, il problema religioso, mentre nel fondo si agitano angosciosamente i sintomi preannunciatori della decadenza. Il genere fu imitato da autori di gran lunga inferiori all'Alemán (Espinel, Salas Barbadillo, Castillo Solórzano, Esteban González), decadendo rapidamente verso le forme di una storia, spesso prolissa, di avventure da bassifondi o trasformandosi in un pesante centone di insegnamenti morali appena uniti dalle avventure di un giovane servo (cf. El donado hablador Alonso di Jerónimo de Alcalá Yáñez), strana versione a lo divino di un genere ormai esaurito. E però da ricordare anche nel periodo meno felice della picaresca una delle produzioni migliori : El Buscón di Francisco de Quevedo y Villegas (v.) in cui la satira prende il sopravvento e nasconde l'amarezza.

Nello stile di Quevedo si suol vedere un modello della corrente concettista che, opponendosi al cultismo di Góngora, voleva continuare la tradizione classica non portando violente innovazioni, ma interessandosi solo

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Spagna - Cristo morto, opera di José Planes (sec. xx).
di curare il contenuto. Tale indirizzo è, in parte, precisato da Baltasar Gracián (v.) che nella Arte y agudeza de ingenio forma il "codice dell'intellettualismo poetico". Troppo preso dal pensiero, egli disprezza il vuoto di immagini prive di meditazione e arriva a suggerire un elenco dei vari tipi di agudezas che si possono applicare nello scrivere. Se a tale genere si devono le esagerazioni degli equivoguitas, gli si deve anche il merito di una delle creazioni più originali del Seicento spagnolo, il Criticón. Nelle sue precedenti opere Gracián aveva costruito rigidamente, quasi freddamente logico il suo mondo spirituale e il suo eroe. Individualista, forte del suo sapere e della sciocchezza altrui, l'uomo di Gracián non ha alcuna debolezza sentimentale, alcuna illusione; lotta contro il destino e contro il mondo, sicuro di raggiungere la vittoria con la sua volontà e la sua arte. Perciò ha anche una politica infida che ammette la simulazione e l'inganno. Questa dura visione del mondo sembra placarsi nel Criticón, dove l'héroe trova infine la sua consolazione nella certezza dell'immortalità. Gracián fu coinvolto dalla critica negatrice dell'arte seicentesca, fin quando Schopenauer non intraprese la rivalutazione della sua opera.

Di fronte alle figure eccezionali che si son venute segnalando, la storiografia della Edad de Oro non presenta produzioni eccessivamente interessanti, pur notandosi le opere dei gesuiti Ribadeneyra e Mariana (Historia eclesiástica del Scisma del Reino de Inglaterra e Historia de España), e, più tardi, quelle di Saavedra Fajardo (Corona Gótica, Castellana y Austriaca, ecc.). Molto meno si distingue l'epica con la Araucana, di Ercilla (in cui pure si possono notare pregi di colorito e vivacità descrittiva) e i poemi di Balbuena e di Hojeda, il quale ultimo si volge a un genere di epica sacra, trattando in La Cristiada la Passione di Cristo. Invece la Edad de Oro si manifesta con eccezionale esuberanza nel campo teatrale. Dai timidi ed incerti tentativi di Encina e Torres Naharro si passa al grande teatro secentesco con tappe brevissime e rapidissime che possono segnalarsi in Juan de la Cueva, che continua a sviluppare la tendenza classicheggiante, e in Lope de Rueda che riafferma una tradizione di schietto e popolareggiante realismo. Con Cervantes si è già non solo di fronte ad opere di notevole pregio ( $E l$ trato de Argel, El cerco de Numancia, Ocho Comedias e soprattutto Ocho entremeses), ma anche nel vivo della polemica sul teatro. Il popolo spagnolo partecipò compatto alla vita teatrale; le rappresentazioni si facevano nelle piazze e poi nei corrales, senza alcuna comodità e senza apparato scenico, ma vi assistevano con lo stesso entusiasmo volgo, nobiltà e reali. Nell'epoca di Filippo IV tale passione trionfa per l'aperta protezione del Re, cosi che personaggi della Corte non disdegnano di partecipare alla rappresentazione in veste di attori. Nel teatro si discurono problemi estetici e teologici; si riporta la storia del passato e soprattutto quella del presente, poiché anche le opere che per il loro argomento si riferiscono ad avvenimenti antichi hanno lo spirito e gli interessi del Seicento. Nel teatro si odono anche le forme metriche più
varie dalle facili roplas dei romances a complete composizioni liriche od epiche dai metri complicati e solenni. In una parola, il teatro del Seicento è tutta la vita della S., che sente drammaticamente le sue vicende politiche, i suoi ideali, la sua religione, e che ha il bisogno di vedersi, un po' per ammirarsi e molto per sentirsi vivere nella sua intensa realtà. Forse il Rinascimento non aveva prodotto un grande teatro in S. perche volava mantenersi legato a ristretti concetti di imitazione classica, ciononostante servi di preparazione. I classicisti, dando al concetto aristotelico di mimesi la più ampia interpretazione, preparano la base essenziale per la produzione secentesca. Ed infatti, quando la polemica si accende di fronte alle innovazioni di Lope de Vega e, più ancora, dei suoi seguaci, non si condannò il principio di verdad humana sancito da Lope, ma le esagerazioni che da tale principio allontanavano. Lope de Vega ([v.] 1562-1635) riassunse i principi della sua riforma teatrale in El arte nuevo de hacer comedias (1601). Egli comprese che il teatro spagnolo precedente si era dibattuto tra la tendenza erudita verso le forme classiche e la esigenza di rimanere vicino alla vita del popolo, e decisamente optò per questa. Ammise quindi come unica regola la naturalezza e la spontaneità, derivando da ciò la necessità dello studio dei caratteri, dell'ambiente e l'interesse per argomenti e problemi di attualità. La sua enorme produzione drammatica (ca. 1500 opere) può dividersi in due grandi gruppi: opere ad argomento religioso (motos e divanas vacras) e opere profane o di capa y espada, intendendo questo termine nel senso più largo. Le prime non eccellono in modo particolare poiché la religiosità di Lope, fervida e indiscussa, non genera conflitti profondi e si risolve spesso in atteggiamenti lirici soffusi di tenerezza. Rappresentano però un'interessante evoluzione del genere, quasi la tappa preparatoria e indispensabile per giungere a Calderón. I drammi e le commedie profane sono esuberanti di vitalità, e costituiscono, nel loro insieme, il quadro più completo della vita spagnola nella Edad de Oro. Se alcuni elementi e problemi di attualità richiamano molto direttamente all'epoca dell'autore, non va tuttavia dimenticata l'universalità e la umanità di alcuni personaggi che ancor oggi si presentano in tutta la loro primaverile freschezza. Sulla scia di Lope è Gabriel Téllez, più conosciuto con lo pseudonimo di Tirso de Molina ([v.] 1584 f-1648), che limita ma approfondisce il suo campo di interessi. Le sue commedie diventano acuti e vivaci studi di caratteri - specie femminili - mentre si attenuano i problemi sociali agitati da Lope de Vega.

A lui sono attribuite due tra le opere maggiori di tutto il teatro spagnolo: El Burlador de Sevilla (o Don Juan Tenorio) e il Condemado por desconfiado. Già il Farinelli notò come i due drammi riflettano gli aspetti dello stesso problema del libero arbitrio: a don Juan, condannato per eccesso di fiducia nella pietà divina, fa riscontro Pablo che si perde per sfiducia. Nelle due opere il concetto teologico costituisce la tesi, ma a questa si intrecciano motivi profondamente umani che fanno dei

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protagonisti due prototipi dell'umana natura. Il contrasto che è in entrambi tra le esigenze della vita e della ragione e quelle dell'oltretomba si risolve in Enrico che sa infine svalutare il mondo e credere nell'eternità.

Tirso entra nell'intimo dell'anima umana, sfruttando tutti gli elementi che aveva accumulato nella sua giovinezza disprezzata di figlio naturale, nei suoi viaggi in terra di S. e d'America, nella vita cortigiana e negli anni di preparazione teologica e di meditazione religiosa. I suoi drammi sono al culmine di quella lenta e graduale preparazione che permetterà al popolo spagnolo di ascoltare la voce di Calderón. Pedro Calderón de la Barca ([v.] 1600-81) non si ferma alla trattazione di problemi sociali né alla descrizione di ambienti, ma indaga le cause che hanno prodotto quei problemi e quegli ambienti e ne trova la soluzione nel campo religioso. Ma la religione è presentata non nell'asprezza del dibattito polemico, bensi con un senso di nobile cavalleria che può far immaginare Calderón come paladino del cristianesimo. Abbondano gli elementi decorativi, la ricerca di dinamismo, la tendenza alla personificazione e stilizzazione, la musicalità nel verso. Nella numerosa schiera di seguaci più o meno diretti di Lope de Vega sono da ricordare in modo particolare grandi commediografi e drammaturghi come Guillén de Castro, Montalbán, Mira de Amoscua, Vélos de Guevara e soprattutto Juan Ruiz de Alarcón che, mentre semplifica alquanto lo sviluppo della azione, accentua lo studio dei caratteri (La verdad sospechosa, Las paredes oyen, ecc.) e l'attenta osservazione del particolare, giovandosi anche di uno stile raffinato ed accurato. Tra i seguaci di Calderón son