volume-11

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tro, Montalbán, Mira de Amoscua, Vélos de Guevara e soprattutto Juan Ruiz de Alarcón che, mentre semplifica alquanto lo sviluppo della azione, accentua lo studio dei caratteri (La verdad sospechosa, Las paredes oyen, ecc.) e l'attenta osservazione del particolare, giovandosi anche di uno stile raffinato ed accurato. Tra i seguaci di Calderón sono da annoverarsi Francisco de Rojas Zorrilla che riporta i problemi dell'onore coniugale (Cada cual lo que le toca) e dei doveri verso la monarchia (No hay ser padre siendo rey) con una visione più ampia ed umana di quella data dai suoi contemporanei; Agustín Moreto y Cavaña, raffinatissimo, elegante, acuto psicologo, che approfondisce e cesella i suoi temi sottolineandoli con ricorsi musicali ed effetti scenici (p. es., Lo que puede la apensión, La confusión de un jardín); Brancas Candamo, che porta la realtà in un campo di pura fantasia. Continua e rafforza la tradizione degli entremeses Quifones de Benavente, vivacissimo e burlesco, fertile di trovate umoristiche e di acuti tratti realistici. La fine degli Austrias (Carlo II muore nel 1700), l'avvento dei Borboni con Filippo V spezzano quel senso di supremazia intellettuale, in cui si era chiusa la S. della Edad de Oro e portano l'influenza diretta della cultura francese. Il problema dell'illuminismo e dell'enciclopedismo sembra rivoluzionare la S.; la borghesia vuole affermarsi; la scienza diventa il centro di ogni interesse e scuote la fede religiosa. Cerca di inserire il movimento nella cultura tradizionale, liberata di molti e diffusi errori, il benedettino Benito Jerónimo Feijóo ([v.] 1676-1764). Già celebre maestro, pubblica il Teatro critico come sintesi di un'intera vita di raccoglimento e di studio metodico. Scienziato più che letterato, si servì della letteratura per esporre le sue dottrine; lo stile delle sue opere chiaro, tagliente, procede dignitosamente sobrio e classicamente composto, solo indulgendo a qualche breve inciso che apre un nuovo orizzonte nell'efficacia di una rievocazione o nel balenio di un'intuizione. Esclusivamente critica e teorica è invece l'opera di Ignacio de Lusán (La puttica a reglas de la poesía) in cui la visione amplissima che della cultura aveva il Feijóo si riduce a una fredda e rigida sottomissione della poesia all'etica, anche se a volte lo scrittore riesce a manifestare il suo gusto raffinato e la sua sensibilità in uno stile sobrio, elegante e in alcune acute osservazioni. Alla sua estetica - ispirata in gran parte a quella di Boileau - si rifà il maggior autore teatrale del Settecento spagnolo, Leandro Fernández de Moratín, contorta figura di timido scontento ed astioso, attivo partigiano dei Francesi nel periodo napoleonico. Fu autore della fresca commedia El si de las niñas, che resta come modello di equilibrio e buon
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(fot. Thomas)
spagna - Il Salvatore benedicente tra angeli. Frammento di baldacchino dipinto nel sec. xit - Vich, Museo episcopale.
gusto e di una vivace sensibilità realistica. Iriarte e Samaniego sono i satirici che, imbevuti di cultura francese, imitano La Fontaine con finezza e sensibilità, apportando anche qualche innovazione. Juan Pablo Forner dà invece alla sua satira un tono molto più violento e aspro, riuscendo, a volte, pesante e monotono. Si rivolge soprattutto alla critica letteraria e nelle sue Exequias de la lengua castellana spera nella risurrezione della letteratura spagnola che aveva appassionatamente difesa nella Oración apologética. A questa corrente critica si ricollegano Juan Francisco de Mandeu, Gregorio Mayans y Siscar, Juan Andrés, Arteaga, distaccandosi tra tutti Gaspar Melchor de Jovellanos, poeta e drammaturgo mediocre, ma vivace critico d'arte (Elogio de los bellos artes) che unisce ad idee liberali l'amore per un saldo cattolicesimo.

Riappare in questo secolo anche la novela picaresca, in una elaborazione presentata da Torres Villaroel nella sua Vida in cui, quasi picaro egli stesso, descrive molte avventure e numerosi personaggi con spirito ameno. Vi aggiunge l'apporto di un'erudizione arruffata e capricciosa e di uno spirito satirico, acuto e mordente. Questo si manifesta anche nei Sueños morales, in cui con evidenti ricordi di Quevedo sono ritratti i costumi madrileni. Tendenze analoghe dimostra il gesuita José Francisco de Isla con il suo ridanciano e satirico Fray Gerundio. E questo un picaro che si offre sorridendo alla critica, riunendo in sé tutti i mali della sua epoca e soprattutto i difetti del peggiore barocco caduto nel ridicolo delle stantie predicazioni sacre. Con una tecnica di violenti contrasti, che ricerca i migliori effetti nei susseguirsi di scene in cui il realismo viene esagerato fino al grentesco e al fantastico, il de Isla cerca di fondere la migliore tradizione castigliana con il nuovo orientamento critico del suo tempo.

L'influenza del neoclassicismo può dirsi conclusa con Manuel José Quintana, enfatico, solenne, freddo cantore della libertà e del progresso, ma critico abbastanza acuto e migliore evocatore delle biografie di spagnoli celebri. Con Meléndez Valdés, Nicasio Alvarez de Cienfuegos, Alberto Lista si ha il preromanticismo spagnolo, che forma il gusto per una poesia più intima e raccolta di quella neoclassica e che favorisce la tendenza verso la malinconia, il tenebroso, l'introspezione. Lentamente ci si avvia al Romanticismo, ma questo si acclimata male in S. e, pur contando una produzione abbondante, risponde più a un'amorevole ma spesso enfatica rivalutazione della tradizione, che a una necessità di rinnovamento di pensiero e quindi di espressione artistica. Mentre la lirica offre una decorosa se non entusiasmante manifestazione nella poesia di Espronceda, e la narrativa, invece, si disperde ed avvilisce in pesanti romanzi ispirati a Walter Scott o ad Alessandro Dumas, il teatro presenta la migliore produzione del Romanticismo spagnolo in drammi di fama indiscussa come La fuerza del sino del Duque de Rivas, il Don Juan Tenorio di Zorrilla, El Trovador di García Gutiérrez. Molto più modesto nei suoi intenti, ma dotato di sano equilibrio e di una notevole vis comica è Bretón de los Herreros. Con il neoroman-

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(Int. Andervan)
Spagna - Adorazione del S.mo Sacramento, dipinto di C. Cuello (1624-35) - Madrid, Escuriale.
ticismo anche il teatro cade nella retorica dei drammi di Echegaray, né offre migliori frutti il teatro realistico di Tamayo y Baus. Non si sollevano di molto da tale decadenza i lirici postromantici (Béaquer, Campoamor, Núñez de Arce) per cui si comincia ora a mitigare un ingiustificato entusiasmo critico.

Giunto ormai ai suoi ultimi anni, l'Ottocento presenta il romanziere Pedro de Alarcón, con il brioso Sombrero de tres picos; l'interessante, anche se disuguale Juan Valera (a cui si deve il celebre romanzo Pepita Jiménez) e soprattutto José María de Pereda che nei suoi romanzj principali (Peñas arriba e Sotileza) e nelle sue novelle riportò l'ambiente della regione santanderina velandolo della malinconia penetrante di chi saluta un mondo che va scomparendo. La figura di Pérez Galdós (v.) non ancora messa sufficientemente in rilievo dalla critica, riassume le vicende storiche e spirituali del secolo dall'epica lotta contro Napoleone allo sconforto dall'ultimo decennio. Pittore di Madrid, nelle sue numerosissime opere, fa una rassegna dei tipi più vari e caratteristici, ma soprattutto di quelli più umili e dolenti. Il realismo della sua arte sobria e vigorosa ne incide i volti, formando una galleria di indimenticabili ritratti, e mentre afferma che l'intima essenza dell'uomo è il dolore, sostiene anche la fiducia nella bontà umana che quel dolore rende tollerabile. A cavallo dei due secoli, ma decisamente protesa verso il Novecento è la generazione dei modernisti, che, scavra delle preoccupazioni religiose del contemporaneo e omonimo movimento europeo e nordamericano, tende a rinnovare la poesia con la ricerca e la valutazione di nuovi elementi formali. Rubén Darío, nicaraguese, è l'iniziatore del movimento e a lui si devono interessanti innovazioni metriche, ma la personalità di Ramón del Valle Incilan si impone a tutti i suoi compagni di fede estetica (Manuel Machado, Ramón Jiménez, Villaespesa, Ardavin, Pemán) per la perfezione formale delle sue opere - specie quelle della prima maniera tra cui le famosissime Sonatas - e per il mondo concitato e abnorme delle sue opere drammatiche e degli Experpentos. Particolare interesse offrono gli uomini della cosiddetta Generación del ' 68 . Con tale denominazione Azorín chiamò gli autori che, fioriti intorno all'anno della disfatta spagnola a Cuba,
di fronte al generale abbattimento, tornarono decisamente, attraverso una critica acuta e spesso severa, alla rivalutazione della loro terra e dei caratteri nazionali. Tale nome di Generación ormai convalidato dall'uso, è però convenzionale e a posteriori, poiché i vari scrittori, diversi per intenti artistici e per interessi spirituali, agirono in modo del tutto indipendente e personale. Si suole vedere in Angel Ganivet il precursore della Generación poiché egli, nel suo Idearium Español medita sul problema nazionale e si augura la rinascita. Miguel de Unamuno è il grande filosofo del suo gruppo. Nei saggi più celebri (En torno al casticismo. La vida de Don Quijote y Sancho, La agonía del cristianesimo, ecc.) affronta il problema della religione (che risolve in modo esistenzialistico) e della sua nazione, affermando il valore della infra-historia. Antonio Machado, cantore della Castiglia (Soledades, Campos de Castilla, ecc.), crea un mondo fluido nelle sue sensazioni esteriori, ma volto a una intimità sognante che accoglie le vasi più tenui e dissolve il dramma nel pianto. Pio Baroja riporta nei suoi romanzi coscienze tormentate dall'esistenzialismo, ma più spesso personaggi dolorosi, vivi della sua terra, ricordando in parte Pérez Galdós, José Martínez Ruiz (Azorín), brillante saggista e descrittore del paesaggio spagnolo, si disperde poi in una artificiosa ricerca di novità formale e nel desiderio - per lui poco opportuno - di fare filosofia. Sempre nei primi anni del Novecento il teatro è rinnovato da Jacinto Benavente (La Malquerida, Señora ama, Las intereses creadas, ecc.); la critica letteraria da M. Menéndez y Pelayo e da R. Menendez Pidal; la saggistica a sfondo filosofico da J. Ortega y Gasset (Glosario).

L'ultimo ventennio appare esuberante di nuove forze. Garcia Lorca ha già ottenuto fama mondiale per le sue opere teatrali (Bodas de sangre. Yermia, La casa de Bernarda Alba, ecc.) e poetiche (Canciones, Romancero gitano, ecc.), ma accanto a lui attendono e meritano più ampio riconoscimento di quello che è stato loro dato finora in Europa Rafael Alberti, Pedro Salinas, Jorge Guillén, Vicente Aleixandre. Il romanzo e la novellistica si rinnova con Juan Antonio Zunzunegui (La Ulcera, Las ratas del barco, ecc.), mentre nuove personalità di giovanissimi si affacciano anche nella lirica, come Valverde e Ridruejo, ricche di interessi e di promesse.

Bib.: il repertorio bibl. più completo e aggiornato è quello, non ancora interam, pubbl., di J. Simon, Bibl. de la literat. hégon., Madrid 1920 e sgg. La stor. letter, più ampia e più ricca di documentaz., ma farraginoso, di difficile consultaz, e attualmente non rispondente per la parte moderna, è quella di J. Cejador y Frauca, Hist. de la lengua y literat. castellana, 16 voll., Madrid 1913-22. Negli ultimi anni sono state pubblicate storie letterarie: J. M. Blocus, Hist. literaria española, Zaragoza 1946-47, 2 voll.; J. Hurtado-A. González Palencia, Hist. de la lengua española, $6^{a}$ ed., Madrid 1949; A. Valbuena Prat, Hist. de la literatura española, $3^{a}$ ed., Barcellona 1931.

Guido Mancini
VII. Archeologia. - 1. Periodo paleocristiano - Nonostante che l'inizio e lo sviluppo della cristianizzazione della S. fin dai primissimi secoli sia assai confermata, i documenti monumentali sicuri non cominciano prima del sec. Iv. Con la predicazione apostolica (la venuta di s. Paolo è un fatto storico) si formano e si sviluppano le comunità cristiane, le quali erano già molte e ben organizzate nel sec. III, con la gerarchia, le loro chiese e cimiteri; si ricordino, p. es., i martiri di Tarragona (259), s. Fructuoso vescovo, e i diaconi Augurio ed Eulogio, nei cui Atti autentici si parla pure di un lettore e di una numerosa comunità; è per altro ben noto il rimprovero di s. Cipriano (Ep., 67) contro il vescovo Marziale, che attesta l'esistenza di cimiteri cristiani nella metà del sec. III; sembra pure che il celebre can. 36 del Concilio Illiberitano, dove furono rappresentate varie diocesi, confermi l'esistenza anteriore di edifici sacri decorati con pitture. Non si è conservato però alcun ricordo monumentale di questi tempi. Alcune iscrizioni del sec. III, con formule indifferenti, pubblicate come probabilmente cristiane, restano dubbie e non recano note caratteristiche.
2. Monumenti architettonici. - Dopo la Pace di Costantino tutti i centri cristiani dovettero avere le loro chiese, sia adattate in anteriori fabbriche, sia costruite sul

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tipo basilicale, ma purtroppo i vestigi di esse venuti in luce sono scarsi. I monumenti cristiani primitivi della S. ebbero a soffrire molto dalle invasioni barbariche, la prima nel 262 e la seconda nel 414 attestata da Paolo Orosio dopo la penetrazione visigota del 409 (Hist. adversus paganos, VII, 22-28). Le 49 Composizioni di Prudenzio (24 relative al Vecchio Testamento e 25 al Nuovo) furono scritte per essere poste come testo esplicativo delle relative scene del ciclo biblico decorante una delle basiliche della S., probabilmente in Saragozza (J. P. Kirsch, Le Dittochneum de Prudence et les monuments de l'antiquité chrétienne, in Atti del II Congresso interno2. di arch. crist., Roma 1904, p. 127 sgg.). Prudenzio nel Peristephanon indica alcune chiese assai sontuose costruite sui sepolcri dei martiri; della basilica di S. Engrazia di Merida (inno iti) dice che aveva il pavimento musivo come un prato pieno di fiori, marmi preziosi nell'atrio e soffitto dorato; di questo santuario, identificato con la chiesa della martire fuori le mura della città, non restano altro, forse, che due capitelli corinzi in marmo sorreggenti l'arco trianfale della chiesa attuale. Parimenti, nell'inno iv, allude al cassettonato aureo della Basilica eretta sulla tomba di s. Fruttuoso a Tarragona; i resti di questa, venuti in luce nello scavo del cimitero cristiano, hanno riveduto che era a tre navate separate da colonne, probabilmente con bema e con abside semicircolare, pavimentata con musaico di grandi tessere di marmo e con sepolcri, alcuni coperti da musaico; misura $50 \times 19 \mathrm{~m}$.; aveva intorno monumenti sepolcrali, uno dei quali, accanto all'abside, comunica con la navata laterale sinistra.

Vestigia di chiese basilicali, di sviluppo posteriore e con evidenti relazioni con i monumenti africani, sono stati trovati nelle Isole Baleari, presso la località di Manacor (Maiorca); sono a tre navate separate da pilastri, con abside rettangolare; due di esse, di S. Maria e di S. Peretó, avevano musaici pavimentali; simile è quella di Son Bou (Minorca), recentissimamente scoperta, ma ha l'abside internamente semicircolare. Altre chiese meno solenni sono ad una sola navata; tale quella detta "cella memoriae " di Ampurias (Gerona), datata del sec. iv-v, che è un'aula di $14 \times 5.50 \mathrm{~m}$. con abside semicircolare e con nartiere che ha ingresso laterale; sotto il pavimento aveva sepolture. Sono posteriori quelle di Elche (Alicante) e Jativa (Valencia), di pianta quadrata, la prima con abside inscritta nella costruzione, la seconda senza abside; rappresentano l'influsso orientale, venuto forse attraverso il dominio bizantino e che si svilupperà negli edifici visigoti. La cosiddetta "casa-basilica", con doppia sala absidata di Merida è probabilmente adattazione di un edificio anteriore.

Merita attenzione particolare l'insieme architettonico di Contcelles (Tarragona), senza dubbio il più importante della S. e di destinazione funeraria; i ruderi occupano un'area di ca. $90 \times 20 \mathrm{~m}$. e il nucleo centrale è formato da due costruzioni unite, esteriormente quadrate ed interiormente circolare la prima e più conservata, quadrilobata la seconda; la prima è coperta da cupola decorata da musaici, dei quali si conservano resti interessantissimi.

Quanto ai cimiteri dovettero essere aree sopraterra; tradizioni antiche parlano di cimiteri sotterranei a Gerona e Saragozza, ma non sono state confermate da alcuna scoperta. I cimiteri all'aperto avevano tombe e monumenti di varie forme, che vanno dai tipi più semplici e poveri agli edifici più o meno monumentali. Se ne ha un esempio caratteristico nel cimitero di S. Fruttuoso a Tarragona (v.), scoperto nel 1923 bene esplorato e studiato.
3. Scultura. - Oltre una piccola statua del Buon Pastodel sec. vi, conservata nel Museo di Siviglia, la S. possiede una serie relativamente ricca di sarcofagi decorati con rilievi storiati, la cui importanza consiste specialmente nel fatto che essi segnalano officine di artisti locali. Gli schemi di decorazione non sono differenti da quelli del mondo romano: campi di strigili verticali od ondulati
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(1st. G. Garrabella)
Spagna - Cofano con cimeli del Cid (sec. xili), conservato nella cattedrale di Burgos.
soli o misti a rilievi istoriati, o rilievi in tutta l'ampiezza delle fronti, con le scene in fregio o separate da colonnine od alberi; non c'è alcun esempio a due ordini sovrapposti. Si possono raggruppare in vari centri o regioni. Il gruppo più importante e numeroso è quello di Tarragona, con ben quindici pezzi, completi o frammenti notevoli. Oltre quello della facciata della Cattedrale, del tempo teodosiano, e un frammento simile, gli altri, trovati negli scavi del cimitero cristiano, appartengono all'officina locale e sono del sec. v; tagliati quasi tutti in calcare del paese, come altri anteriori e pagani più o meno decorati, presentano uno schema simile: nel centro, la cartella per l'iscrizione posata su un basamento, campi di strigili ai lati e figure all'estremità; gli strigili sono ampi e poco profondi, posti in due direzioni opposte, formando nodo centrale caratteristico; è schema paragonabile con i sarcofagi trovati a Cartugine; i quadri istoriati recano figure di oranti, il sacrificio d'Isacco e personaggi, forse Apostoli, con rotolo nelle mani e sotto cortinaggio. Lo stile dei rilievi - figure allungate ma corrette, e pieghe nelle vesti strette e profuse - presenta nella sua uniformità elementi di mani diverse e di una interessante evoluzione.

Il gruppo della regione nord-centrale della Catalogna è integrato da sei sarcofagi di Gerona, uno di Ampurias e due di Barcellona; per lo stile sono piuttosto affini a quelli della Francia meridionale. I sei di Gerona si conservano nella chiesa di S. Felice, fuori le antiche mura della città; essa fu costruita probabilmente sopra un antico cimitero dal quale verrebbero i sarcofagi; tra i temi, comuni ai rilievi dei sarcofagi cristiani, sono da notare la storia di Susanna descritta in cinque episodi, che occupano tutta la fronte; G. Cristo sopra un leone, allusione, forse, alle parole del salmo 90, 13: "conculcabia leonem et draconem ". Quello di Ampurias (nel Museo provinciale di Gerona) ha la figura del Buon Pastore tra le rappresentazioni delle stagioni, geni alati e scene di vendemmia e raccolta delle olive; per il tempo - sec. iv come gli anteriori - si può considerare cristiano, benché la figura del Buon Pastore non sia sicura. I due di Barcellona, uno con due campi di strigili tra i rilievi, e l'altro a fregio, hanno le solite scene.

Il gruppo di Valencia, con tre esemplari nella città, uno di Hellin (Albacete) ed un frammento di Denia, non è così uniforme; di quelli di Valencia, semplici e con strigili, uno ha, nel centro, il solito simbolo della Risurrezione di Cristo, ma con qualche singolarità; è una croce gemmata con due colombe sulle braccia e due agnelli sotto, in luogo dei soldati. Il sarcofago di Hellin (Accademia della Storia, Madrid) ha le scene separate da pilastri: nei tre spazi centrali è G. Cristo acclamato da quattro Apostoli; il frammento di Denia ha una decorazione simile.

Il gruppo di Saragozza è costituito dai due sarcofagi della cripta di S. Engrazia, nella detta città, ed uno di Castiliacar. Di quelli di Saragozza, il più importante ha le

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scene anche nelle facciate laterali, e negli angoli carlatidi che sorreggono la cornice; nel centro si vede una figura femminile tra due Apostoli, elevata verso il cielo da una mano divina; questa scena si è voluta interpretare da alcuni come rappresentazione dell'Assunzione della Vergine, ma potrebbe essere l'anima della defunta. Nomi iscritti sulle varie figure, con lettere antiche, forse contemporanee, intendono identificare i personaggi, ma spesso arbitrariamente. Il sarcofago di Castiliscar (Saragozza), adoperato come altare, come anche gli altri due, è un esemplare stilisticamente isolato ed assai originale, proveniente da officina spagnola; nella scena della moltiplicazione dei pani, i sette cesti si sono convertiti in anfore, quasi fosse avvenuta una confusione con il miracolo di Cana.

I sarcofagi che si raggruppano intorno a Toledo sono tre completi e due frammenti, provenienti da quattro distinte località e senza affinità stilistiche; i due frammenti (di Erustes e Toledo, Puerta del Sol) appartennero a fronti con campi di strigili e scene tra colonnine, gli altri sono a fregio; due di Layos (Toledo), con le scene solite provenienti, probabilmente, da officine spagnole, ed uno di Puebla Nueva (Toledo), più singolare, con i dodici Apostoli e G. Cristo nel centro, assiso in alta cattedra, separati da colonne, tutti con forte inclinazione verso destra; avevano i nomi scritti nella cornice superiore con lettere contemporanee. Nella regione nord-occidentale è un sarcofago di Astorba, simile al primo di Layos, ed un altro di Villanueva de Lerenzana (Lugo) - con strigili a forma di 3 - del sec. v. Della regione di Merida, così abbondante in iscrizioni ed altre memorie cristiane, non si conserva altro che un frammento di coperchio con le scene di Noè e di un banchetto, ed un sarcofago liscio con una corona dipinta nel coperchio. Resti sono anche scarsi nella regione della Betica; un sarcofago a Martos (Jaén) con le scene separate da colonne, e quello di Berja (Almeria) in cui si vedono i due Principi degli Apostoli davanti ad un personaggio seduto con un diadema sulla testa; due frammenti di Palacios (Siviglia) e di Cordova hanno scene, tra le colonne, il primo, e campi di strigili e rilievi, il secondo. Altri tre sarcofagi, del sec. iv inoltrato, trovati a Covarubias (Burgos), Carteya (Cadige) e Prado (Siviglia) potrebbero essere cristiani ma non hanno che temi profani.
4. Musatici. - Non si conservano pitture con temi cristiani, ma i musaici sono relativamente abbondanti; tra i pavimentali, i più antichi si sono trovati in edifici non sacri, come quello della villa di Fortunatus a Fraga (Huesca) e di Estrada (Huesca), il primo con il monogramma di Cristo e l'altro, assai rozzo, con pani, pesci, svastiche, dischi, fiori, ecc. Nelle chiese accennate di S. Peretó e S. Maria (Mallorca) e di Elche (Alicante), si trovarono musaici non anteriori al sec. v con decorazione geometrica e con scene del Vecchio Testamento, in quella di Elche, con iscrizioni indicanti il posto dei minierci e dei fedeli. Nella cupola di Centcelles (v. tarragona) con musaici conservati solo in parte, i temi sono funerari : scena di caccia, le stagioni, Daniele fra i leoni, la nave di Giona, i tre fanciulli nella fornace e forse Noé; le scene vengono separate da colonne come in una fronte di sarcofago: sono del sec. iv. Più interessante ancora è la serie di musaici tombali, ristretti alla metà orientale della penisola e paragonabili a quelli dell'Africa cristiana, con i quali formano un insieme geografico chiuso. Se ne conservano tre frammenti a Tarragona, tra i quali è bellissimo quello di Optimus, con la figura del defunto e iscrizione metrica; un gruppo assai notevole di Montecillas (Huesca), i più simili agli africani; uno ad Alafaro (Logrono), uno a Denia (Valencia) e parecchi a Menacur (Maiorca), tutti questi con solo l'iscrizione e temi decorativi.
5. Periodo visigotico. - Mentre le diverse province spagnole, quasi tutte profondamente romanizzate, restarono in relazione con la Metropoli ed in contatti con le province vicine, le tradizioni artistiche indigene, specie dell'Africa, ebbero un influsso poco importante sui monumenti. Ma con le invasioni dei barbari, e soprattutto dal sec. v con il dominio visigotico, restarono centri isolati,
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(1st. S. Gornhella)
Spagna - Stendardo preso ai musulmani durante la battaglia di - Las Navas de Tolosa - (1212), conservato nel monastero di Las Huelgas - Burgos.
prima, e dopo la maggioranza delle regioni furono staccate quasi totalmente dalle ereditá classiche; l'influsso germanico, però, è notevole soltanto nelle arti minori (fibule aquiliformi) e quasi nulla nell'architettura e scultura : si intensificarono gli influssi della tradizione indigena (arco a ferro di cavallo, disegni geometrici profondamente tagliati, corde, ecc.) e quelli orientali arrivati attraverso l'Africa bizantina. Così si formarono centri di cultura sulle coste del Mediterraneo, principalmente nella Betica, ed anche nella Lusitania, da dove l'arte monumentale visigotica irradió verso Toledo e, dopo, in tutta la penisola.
6. Architettura. - Già si è notato questo influsso orien-tale-africano nelle chiese basilicali delle Baleari : altre simili sono state segnalate a Tarrassa (Egara) ed a Cabeza de Griego (Cuenca), questa con la pianta quasi quadrata, ma a tre navi, come quella di Algezares (Murcia), con abside semicircolare, portico e piscina battesimale. Quelle di S. Pietro di Alcantara (Malaga), Alcacerejos (Cordoba) e Casa Herrera (Merida) hanno due absidi opposte e portico laterale; la seconda con grande battistero che ha, nell'ingresso della cappella absidale, l'arco a ferro di cavallo. Due più orientali, S. Cugat de Vallés (Barcellona) e Fraga (Huesca), hanno una sola abside a ferro di cavallo.

Del sec. VII inoltrato si conservano varie chiese, tutte costruite con blocchi di pietra ben tagliati, con abside quadrata, archi a ferro di cavallo ed abbondantemente decorate sia all'interno che all'esterno. Esistono due tipi di pianta: basilicale e cruciforme; sono di tipo basilicale quelle di S. Juan de Baños (Palencia) che conserva l'iscrizione della fondazione, dell'a. 66r, S. Pietro de Balsemao (al nord del Portogallo) e S. Maria de Quinta-

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![img-48.jpeg](img-48.jpeg)
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(ft. Mav)
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(ft. Mav)
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(ft. Mav)
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In alto a sinistra: ADORAZIONE DEI MAGI, dipinto di ignoto spagnolo del sec. xv - Nuova York, Coll. Kress. In alto a destra: S. BERNARDINO CHE ASSISTE UN FERITO. Particolare del polittico di S. Bernardino, dipinto di G. Figuerra e R. Thomas (1455-56) - Cagliari, Museo nazionale. In basso: CRISTO IN TRONO E STORIE DELLA VITA DI S. LORENZO. Antependio in legno dipinto del sec. xi - Vich, Museo episcopale.

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![img-54.jpeg](img-54.jpeg)

In alto a sinistra: SALITA AL CALVARIO. Particolare dell'affresco di Giovanni Olivieri (1330) - Pamplona, refettorio della Cattedrale. In alto a destra: S. CATERINA. Particolare del retablo dei ss. Caterina, Lorenzo e Prudenzio, eseguito da Juan de Levi (1392-1404) - Tarazona, Cattedrale, Cappella dei cardinali. In basso a sinistra: APPARIZIONE DI S. LEOCADIA A S. ILGEFONSO. Dipinto di F. Gallego (sec. xv). Retablo di S. Ildefonso - Zamora, Cattedrale. In basso a destra: ULTIMA COMUNIONE DI S. GIUSEPPE CALASANZIO. Particolare del dipinto di Goya (1820) - Madrid, chiesa di S. Antonio.

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(Jul. Miser)

A sinistra: S. MAKIA EGIZIACA - Roma, Galleria Borghese. A destra: S. AGNESSE - Dresda, Finacateca.

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nilla de las Viñas (Burgos), questa con nave traversa e ricca decorazione, anche con rilievi figurati, ma molto rozzi, datata del sec. viII.

Parallelamente si sviluppa il tipo cruciforme, come la cappella funeraria di S. Fruttuoso di Braga (Portogallo), della metà del sec. vir, il cui prospetto esteriore ricorda assai quello del mausoleo di Galla Placidia a Ravenna; nelle chiese di S. Pietro de la Mata (Toledo) dedicata al tempo di Wamba (67a-81) e S. Comba de Bande (Orense) la pianta cruciforme iscritta in una pianta quadrata, con celle, forse monacali, negli spazi fra la croce e il quadrato; questa forma si ritrova ancora più sviluppata nella chiesa di S. Pietro della Nave (Zamora), del sec. viII, nella quale i bracci della croce sporgono fuori del rettangolo. La decorazione interna di queste chiese è ricchissima, specie nell'ultima, con due capitelli in forma di piramide tronca rovesciata, ornati con le scene del sacrificio d'Isacco. Daniele fra i leoni e busti di Apostoli, con iscrizione.

7. Scultura. - Nella scultura visigotica i temi sono prevalentemente decorativi : disegni geometrici, cordati, intrecci, tralci ondulati, fiori, frutti, animali, uccelli, pesci, vasi ansati con colombe, nicchie con croci o monogrammi, con le are molto allargate, e fiancheggiati da palme od anche da angeli; si trovano, come si è già accennato, nei muri delle chiese, cornici, transenne, stipiti, pilastri, mattoni ed altri elementi architettonici. I centri principali di sviluppo sono a Merida, Toledo, Cordova, da dove passarono i tipi un po' da per tutto, ma meno nella parte orientale. Anche sui sarcofagi si trovano rilievi istoriati e qualche volta in capitelli e lastre. Tra i sarcofagi sono da ricordare quello di Briviesca (Burgos) ed altri due della stessa regione (Cameno e Poza de Sul), procedenti dalla stessa officina, con decorazione nelle quattro facciate; e quelli di Ecija ed Alcaudete, nella regione meridionale, tutti in stile orientale; quasi tutte le scene sono del Vecchio Testamento, non sempre identificabili per la singolarità; è notissimo quello di Ecija (Siviglia), nel quale figurano il sacrificio d'Isacco, Daniele tra i leoni, e, nel centro, il Buon Pastore, con iscrizioni greche.
8. Arti minori. - Oltre le fibule squiliformi ed i fermagli in metallo, qualche volta preziosi ed incrostati di vetri a colori, importati dai Visigoti e dai quali derivano simili gioielli spagnoli, hanno un interesse singolare le corone e croci votive, trovate nei celebri Tesori di Guarrazar (Toledo) e Torredonjimeno (Jean), di metalli preziosi e con gemme, sontuose e ricchissime, tutte con iscrizioni che hanno i nomi di donatori accompagnati quasi sempre dalla parola viтa. Interessanti sono i vasi o piccoli anfore ed i piatti liturgici, spesso ansati, in argento con iscrizioni simili; sono uguali a quelli orientali, specialmente dell'Egitto, da dove sarebbero stati importati, ma altri sono evidentemente fabbricati in S.
9. Epigrafia. - Le iscrizioni anteriori alla metà del sec. Iv sono scarsissime; potrebbero essere cristiane alcune del sec. III con testo indifferente, specie quelle con le formole "memoria illius" o "posuit memoriam", che dalla metà del sec. Iv si trovano insieme con simboli ed espressioni cristiane, come "receptus", "recessit", con o senza "in pace". Dalla metà del sec. v e durante tutto il tempo visigotico, i formulari prendono caratteristiche particolari nelle varie regioni. Nella provincia citeriore, dove le iscrizioni sono scarsissime, tranne la città di Tarragona che è il centro più ricco ed antico della S., si conserva più costante la romanità: non vi si trova la datazione per l'èra ispanica e solo il consolato, nelle 6 o 7 datate (la più antica del 393 e le altre del sec.v); i formulari sono vari, più frequenti " hic requiescit" o "quiescit", ma anche con esempi di "hic iacet", "recessit", "perivit", "redivit in pace" (Cartaginesse), " depositus", "visit in pace", "quiescet", "requiescit", "quiescat"; come formole notevoli sono da notarsi 4 esempi di Tarragona con allusione alla Risurrezione: "sperano resurrectionem a Deo", e lodi singolari; nei mosaici tombali di Coscojuela si trova la frase "sepulchrum adornavit». Per la S. occidentale è caratteristica comune e frequente la datazione secondo l'èra spagnola e l'uso dell'appellativo "famulus Dei", portata dai Visigoti dalla Francia, e, dal sec. vi, "famulus Christi".

Nella Lusitania, con centri importanti a Merida, Mertola e Beja, la formola propria è "requievit in pace", ma non senza esempi di "recessit, receptus in pace", nelle più antiche, e "obdormivit" o "decessit in pace"; dopo la metà del sec. v, lo schema più generale è : "N. Famulus Dei (Christi) - visit annos (annis) tot - requievit in pace (Domini, Domini nostri Jesu Christi) die (dalla metà del vi, sub die)... Era... ".

Come decorazione è frequente una corona che circonda il testo con monogramma o croce nella parte superiore. Come formole notevoli sono da ricordarsi quelle relative alla penitenza: "N. penitens; accepta poenitentia, requievit... ".

La Betica, regione assai presto ed intensamente romanizzata, è la più ricca, benché nessun centro singolare abbia tante iscrizioni come Tarragona o Merida. Lo schema caratteristico è, come nella Lusitania, ma con la formola "recessit in pace", invece di "requievit in pace"; ha pure esempi di "receptus in pace, quiescit - requiescit in pace, hic requiescit", ecc.; "defunctus est, mortuus, obiit, migravit ", ecc.; la varietà sub die per la data della morte è solo frequente nel Convento Cordubense, dove si trova più presso l'appellativo "famulus Christi". Si trovano anche allusioni alla penitenza: " in coena Domini accepit penitentiam... cum penitentia recessit", alla Risurrezione: "credo quod Redemptor meus vivit...", ed al Battesimo. Vengono spesso decorate da monogrammi o croci dentro corone o cerchi e fiancheggiati da colombe.

Le iscrizioni metriche non sono molto numerose, ma importanti per la storia, perché quasi tutte sono di personaggi della gerarchia ecclesiastica. Le scarse iscrizioni in greco appartengono quasi tutte alle province della Betica e della Lusitania. Più interessanti sono le iscrizioni monumentali, specie su edifizi sacri, differenti dalle altre del mondo romano; in queste si fa memoria della costruzione, restauro o, in caso, della dedicazione dell'edificio, ma non vi si nota la data relativa; nelle spagnole, invece, si trovano le indicazioni liturgiche relative alla consacrazione, il nome del dedicante, e tutte hanno il giorno, che sempre cade in domenica. Sono anche di grande interesse per la storia del culto dei santi le liste di reliquie, deposte nell'altare o conservate nella chiesa; si devono considerare posteriori all'a. 600 , perché le iscrizioni dedicatorie datate non si hanno prima di questa data; i due gruppi sono meno abbondanti nella S. orientale. Anche le iscrizioni monumentali civili hanno carattere religioso, sia per monogrammi, sia per espressioni sacre. Altri gruppi vengono formati dai calendari liturgici, iscrizioni su oggetti votivi - quasi sempre con la formola "ille offeret" - e su diversi gioielli, con il nome in vocativo e le parole "vivas" o "vita"; simili iscrizioni sono anche sui mattoni e tegole, oppure con il ricordo "salvo illo".

Il sistema di datazione per l'èra spagnola, la quale comincia, come è noto, 38 anni prima dell'èra cristiana, e che è la esclusiva delle iscrizioni delle regioni occidentali, è la stessa che si trova dal sec. III in alcune iscrizioni pagane nelle regioni Asturica e Cantabra, indicata con la formola "aera cos."; in questa regione sarebbe nato questo sistema di datazione e da qui si propagò nelle regioni vicine : a Merida, dal sec. Iv, alle province di Lusitania, Betica e Gallaecia, dalla fine del sec. v, ed alla parte occidentale della Cartigense, dalla metà del sec. vi.

Una singolarità paleografica che si trova nelle iscrizioni occidentali ed anche nei manoscritti fino al sec. xII, è il numerale XL, con le lettere in nesso speciale.

Bibi.: R. Chabas, El sepulcro de Severina. Mosaico descubierto en Ilenia (España), in Atti del II Congr. intern. di archeol. crist., Roma 1900, pp. 149-50; J. R. Mehta, La escultura hispana cristiana de los primeros siglos de la Era, Madrid 1908; J. Rubio, Trabalio d'uno basilico crist. primitivo a les immodiocions del Port de Manacor, in Annari de l'Istitut d'Estudis Catalans, 3 (1909-10), pp. 361-77; id.. Basilica crist. primitiva en el Paragu de San Pereit a Manacor, ibid., 6 (1913-20), pp. 737-46; J. R. Melida, Excavaciones de Merida, in Junta Superior de excavaciones y antigüés memoria, 4 (1917); id., Arqueingia española, in Labor. $4^{a}$ serie, 1929, pp. 189-90; M. Gómez Moreno, Iglesias mozarabes, Madrid 1919; id., Arquitectura española, ivI 1923; M. Macizo, Epigrafia romana de la ciudad de Astorga, in Boletin de la Comisión arqueol. provincial de monumentos de Orense,

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![img-56.jpeg](img-56.jpeg)

Spagna - Croce di Las Navas de Tolosa s, conservate nel Monastero di Las Huelgas - Burgos.

1922-26, p. 80 sgg.; Gudiol, Les primeres manifestacions de l'art cristia, in Analecta sacra Tarraconensia, I (1923), pp. 309-13; Carriazo, El sarcofago crist. de Berja, in Arch. esp. de arte y arquelogia, 1923, pp. 197-211; J. Wilpert, Cattura e comparsa dei Principi degli Apostoli davanti a Nerone, ibid., 1926, pp. 1-9; id., Sarcofagi, v. indice; J. E. Uianza, Un sarcofago romanocrist. en Castiliscar, in Boletin de la Comision monumental de Navarra, 1927, pp. 286-87; A. Del Castillo, Los descubrimentos de S. Eulalia de Bóveda, in Boletin R. Academia Gallega, 1927, pp. 163-68 e 1928, pp. 322-26; J. Vives, Un sarcofago romarcristia a Castiliscar, in Analecta sacra Tarraconensia, a (1928), pp. 269-70; Roca Lletina, Les darreres troballes epigróiques lisi-
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Pietro Batlle Huguet
VIII. Arte sacra. - Nel periodo paleocristiano, sulle dominanti strutture classiche, ereditate da Roma imperiale, si avvertono innesti orientali e precisamente musulmani, come gli archi a ferro di cavallo che compaiono fin dal sec. II in talune stele funerarie. Ma una tipica impronta medievale fu conferita all'edilizia religiosa dal sec. v all'viII, per opera dei Visigoti che arricchirono le forme romane di ornamenti esuberanti e policromi. Lo attesta in particolar modo la chiesa basilicale di S. Giovanni di Baños (Palencia), consacrata verso il 660 , dove le decorazioni plastiche, con pietre a taglio obliquo, accoppiano agli influssi bizantini motivi visigoti. Benché ricordate da s. Isidoro di Siviglia, le decorazioni pittoriche di tale periodo sono dovunque scomparse.

Documentano invece il gusto visigotico nell'arte applicata le preziose oreficerie del Museo di Cluny, a Parigi, fra cui le croci e corone votive con pietre dure e paste vitree, incastonate in alveoli metallici e provenienti da Guarrazar (Toledo). Dopo la travolgente invasione dei

Mori, effettuatasi nel sec. viII, si ebbe al nord della penisola iberica, e precisamente nelle Asturie, un centro di fertile attività cristiana, contrassegnata da due tipi diversi di costruzioni chessatiche, che presentano la comune particolarità della camera sopra la cappella maggiore, adibita a rifugio e in cui si entra soltanto da una finestra alta. Al primo tipo appartengono chiese dove si conserva la tradizione classica, ma con elementi affini al gusto carolingio, e vi si notano speroni, contrafforti e la navata di tran-
setto (ad es.: S. Giovanni di Pravia [780] e Santullano di Oviedo). Del secondo tipo, fiorito sotto Ramiro I (842-50), fanno parte costruzioni di modello orientale che preannunziano lo stile romanico, con il loro accentuato sviluppo in altezza, le vólte semicilindriche e le pareti interne alleggerite da archi ciechi su colonne agili. Basterà citare S. Maria di Naranco, presso Oviedo, di pianta rettangolare, S. Michele di Lillo e S. Cristina e Lena. In entrambi i tipi di chiese figurano rilievi caratteristici, che as-
sumono una certa finezza, derivata probabilmente da oreficerie e sculture in avorio, nei monumenti di origine ramirense. Benché limitato a pochi decenni, è da ricordare, dopo lo sviluppo dell'arte islamica nel calif. fato di Cordova, quello dell'arte detta mozarabica, dai mozarabi o cristiani sottomessi, che raggiunse il suo splendore massimo nella zona di Léon ma si diffuse pure in Galizia, nelle Asturie, in Castiglia, in Aragona e in Catalogna. Sono elementi confovani, negli edifici di cotesto stile, gli archi a ferro di cavallo e le vólte ad archi incrociati, mentre rammentano Bisanzio i capitelli corinzi e le transenne di pietra nelle finestre. Appartengono tutte al sec. x: S. Maria di Melque (To-
ledo), S. Michele di Celanova (Orense) e l'ornatissimo S. Michele di Escalada (Léon) che è l'esemplare più co-
spicuo. Le manifestazioni plastiche, in assenza di figure umane, ebbero il loro maggiore impiego nell'intaglio dell'avorio e mirabili appaiono le stilizzazioni di animali nella serie dei codici, quali la Bibbia Hispalensis (metà del sec. x). Agli inizi del sec. xi risalgono le prime costruzioni romaniche, cioè le chiese di Caserres, Tabernales e Cardona. E qualche anno dopo, con l'introduzione della riforma cluniacense nei monasteri, dovuta al re di Na varra Sancho il Maggiore (1023), il nuovo stile europeo si diffuse rapidamente anche in S. Singolari esempi di esso sono, nella seconda metà del sec. XI, il portico detto Pantheon reale in S. Isidoro a Léon, che accusa influenze lombarde, bizantine e normanne e vanta stupende figurazioni nei capocelli, e la cattedrale di Iaca, a tre navate e transetto, con un bellissimo sistema di vólte e ornamentazioni plastiche di gusto più classico che bizantino.

Tra i maggiori monumenti dell'età romanica, con solo nella penisola, è la cattedrale castigliana di Santiago di Compostella (1103), adorna di preziose sculture nella Puerta de las Platerias e nel Portico de la Gloria. Influssi musulmani si avvertono negli avori della cassa di S. Millan (Museo archeologico di Madrid) e nella grande arca della Camera Santa di Oviedo, in argento dorato. Fra i documenti pittorici di questo periodo si ricordano, in Castiglia, le scene bibliche e venatorie a S. Baduel di Casillas de Berlanga e, in Catalogna, quelle della chiesa mozarabica di Pedret. Più tardi, nelle pitture della cattedrale di Urgel e di S. Clemente di Tahull appaiono manifesti rapporti stilistici con la scultura della Francia meridionale.

Già nel sopra citato Portico de la Gloria a Santiago di Compostella, che fu eseguito fra il 1168 e il 1188 , compaiono i primi archi ogivali del gotico e nel medesimo periodo si hanno analoghi innesti di codesto stile sulle membrature romaniche, per iniziativa soprattutto dell'ordine sistercense, a Poblet e a Santas Creus in Catalogna; caratteristiche, inoltre, le cattedrali gotiche, dall'aspetto militaresco, di Avila e di Tuy (Galizia). Ma

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fu per opera dei Francescani e dei Domenicani, sotto il regno di Ferdinando III il Santo, cugino di s. Luigi IX re di Francia, che si afferrnò l'architettura ogivale, nella prima metà del sec. xili, con la cattedrale di Burgos, arieggiante le forme francesi, e con quella imponente di Toledo dai lievi accenti moreschi; è da ritenersi un esemplare sporadico, poi, la Cattedrale posteriore, e di un gusto per nulla iberico, di Léon con la sua tendenza a rendere quasi eteree le masse, a somiglianza di quella di Beauvais in Francia. Come in altre parti di Europa, l'edilizia gotica in S. ebbe corso anche durante i secc. xv e xvi, smarrendo via via lo stancio inventivo ma non la perfezione tecnica, come dimostrano le cattedrali di Salamanca e di Segovia. La scultura duecentesca, specie sulle facciate chiesastiche, assurse ad alto livello qualitativo, si da rivaleggiare con quella francese, decadde nel Trecento e riacquistò prestigio nel secolo successivo anche per l'apporto di valenti maestri francesi, tedeschi, fiamminghi ed italiani, che non tardarono ad acclimatarsi nel paese ospitale. A Valenza, sui primi del Quattrocento, operava Giuliano

Fiorentino, seguace dei Ghiberti; Juan de la Huerta collaborava con il celebre Claus Sluter a Digione, e a Pamplona si trova il borgognone Janin de Lome. Tipico prodotto della scultura spagnola, in questo periodo, furono, inoltre, gli altari (a Tarragona, a Burgos, nella certosa di Miraflores e, più tardi, a Siviglia e a Toledo) e gli stalli corali, fra cui memorabili quelli, in stile gotico fiorito, di S. Tommaso ad Avila e di Cèlanova (Galizia) e gli altri, figurati, di León, Ciudad Rodrigo, Plasencia e Toledo. La pittura segue ancora gli arcaismi romanici nel sec. xili e il primo maestro castigliano a noi noto è Antonio Sanchez di Segovia che decorava nel 1262 la cappella di S. Martino nella cattedrale vecchia di Salamanca. Ma verso la prima metà del Trecento recavano un nuovo soffio figurativo i pittori senesi, a cui succedevano il fiorentino Gherardo di Jacopo Starnina (la sua maniera è visibile nella cattedrale di Toledo) e l'anonimo, italianissimo autore del polittico della certosa di Porta Coeli (ora nel Museo di Valenza). E verso la metà del ' 100 Dello di Nicola, detto Nicola Fiorentino, dipingeva l'altare nella cattedrale di Salamanca. Qualche anno prima, anche i modi fiamminghi avevano conquistato spiritualmente la S. ad opera del grande Jan van Eyck, e, quindi, di Lluis Dalman, spagnolo pensionato in Fiandra, fin che Jaime Baço Jacomart, pittore del re Alfonso V, realizzava la fusione dello stile italiano con la tecnica fiamminga, aprendo nuove vie all'arte della sua terra.

Con l'avvento del re Ferdinando d'Aragona e di Isabella di Castiglia (1472), favorita dalla raggiunta unità nazionale, aveva origine una tendenza di trapasso, detta stile Isabella, che risente del gotico fiorito, ma non manca di motivi moreschi. I suoi monumenti architettonici sono la chiesa di S. Giovanni de los Reyes, a Toledo, il castello del Real de Manzanares (Madrid) e il Collegio di S. Gregorio a Valladolid. Fra i pittori, pur nel dominante gusto fiammingo, s'impongono, alla Corte di Burgos, l'italianizzante Rodrigo di Osana, Bartolomeo Bermejo di Cordova, dall'aspro realismo iberico; Alejo Fernandez, più evoluto e delicato, e Pedro Berruguete, castigliano, che dopo aver operato ad Urbino, accanto a Giusto di Gand, dipinse in Toledo e in Avila con robusto colore. Verso la fine del Quattrocento anche la Catalogna possedeva uno squisito colorista: Janne Huguet.

Sebbene in ritardo, lo stile della Rinascenza italiana trovò fruttifera accoglienza in Castiglia per merito del card. d. Pedro Gonzales de Mendoza, che fondava nel 1491 il Collegio di S. Croce a Valladolid. Durante il Cinquecento avanzato seppe assorbire brillantemente i ritmi classici, desunti dall'Italia, Pedro Machuca, che eresse il Palazzo di Carlo V nell'Albambra di Granata.

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Spagna - Ordinazione di oltre 800 sacerdoti nello stadio di Barcellona, in occasione del Congresso Eucaristico Internazionale del 1952.

Nel campo plastico si ricordano la tomba del predetto card. Mendoza, nella cattedrale di Toledo, e le altre scolpite più tardi dai fiorentini Domenico di Alessandro Fancelli (ad Avila, a Granata, ad Alcalá) e Pietro Torregiani, a Siviglia. Di scarsa importanza furono allora i pittori venuti dall'Italia; risultò proficua, invece, l'educazione italiana per il sopra citato Pedro Machuca, che assimilò atteggiamenti da Michelangelo e dal Correggio, per i due leonardeschi Fernán Yánez de la Almedina e Fernán Llanos, per l'allievo di Michelangelo Alonso Berruguete, che fu soprattutto scultore. Da menzionare, inoltre, a Siviglia, il correggesco Luis de Vargas; a Valenza, il raffacilesco Juan de Juanes, nonché il solitario arcainizzante Luis de Morales, detto il Dicina, per i suoi soggetti religiosi, trattati con pia tenerezza.

Durante il sec. xvi non mancò neppure una fioritura d'arte con evidenti caratteri nazionali. Preceduto dal cosiddetto stile Niménez (a ricordo del card. Jiménez de Cisneros che lo promosse, con elementi italiani, su fondo gotico, e tecniche e reminiscenze moresche), lo stile piateresco (da plateros = orafi) si distingue per l'abbondanza degli ornati e delle minute squisitezze, si da soffocare la purezza della linea architettonica. Se ne fece assertore un a