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de Cisneros che lo promosse, con elementi italiani, su fondo gotico, e tecniche e reminiscenze moresche), lo stile piateresco (da plateros = orafi) si distingue per l'abbondanza degli ornati e delle minute squisitezze, si da soffocare la purezza della linea architettonica. Se ne fece assertore un altro presule: don Alonso de Fonseca, arcivescovo di Santiago e di Toledo (m. nel 1534), a cui si deve l'erezione della casa della Salina e del Collegio arcivescovile, a Salamanca, e della facciata e del cortile dell'Università di Alcalá. Emersero fra gli architetti di codesta tendenza Alonso de Covarrubias, Pedro Gumiel e Diego de Siloe; fra gli scultori, oltre al più vigoroso, dinamico e drammatico, cioè Alonso Berruguete, Vasco de Zarza, Damiano Forment e il francese baroccheggiante Juan de Juni. Una vigorosa ripresa di classicismo italianizzante si ebbe sotto il regno di Filippo II (15631584) le cui preferenze estetiche, determinate da uno spirito ardente di riforma cattolica si cristallizzano nelle severe armonie dell'Escorial, costruito da Juan de Herrera. In esso rifulsono l'altare bronzeo e i mausolei di Leone e Pompeo Leoni e i tesori pittorici colà radunati da quel sovrano e dovuti alla grande triade veneta; Tiziano, Veronese, Tintoretto e all'insigne ritrattista Alonso Sanchez Coello (1532-88), discepolo di Antonio Moro. Alla morte di Filippo II (1598) erano attive le scuole pittoriche di Madrid, Toledo, Siviglia e Valenza, mentre la scultura prosperava principalmente a Valladolid e a Granata.

Notevoli la tendenza realistica, affine al caravaggismo, che Francesco Ribalta iniziava a Valenza e le attività sivigliane del forte naturalista Francisco de Herrera il Vecchio, del dotto Francisco Pacheco e del venezianeggiante Juan de Roeısa. Ma uno splendore ben più vivo e durevole s'effondeva dalla pittura di Toledo, dove

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il geniale Domenico Theotocopuli, detto il Greco, impersonava l'anima mistica della S. anticipando, nel colorito e nei particolari compositivi, le manifestazioni dell'espressionismo moderno. A Valladolid, illanguidita la tradizione classica dei Leoni, prendeva consistenza, ad opera del gallego Gregorio Fernandez, il realismo della illustre scuola plastica castigliana. Codesto maestro, m. nel 1636, è noto soprattutto per le sue scene della Passione (paese), eseguite in gruppi di figure lignee che avevano un ufficio processionale. Una tendenza più classica e dolce manifestava in Andalusia l'altro scultore eminente Juan Montanes (m. nel 1649 ).

In pieno periodo barocco, il Regno di Filippo IV (1621-65) segnava la massima fioritura dell'arte iberica, per lo meno nell'ambito della pittura da cavalletto.

Manifestazioni cospicue di quel gusto architetto nico, cui diedero l'opera loro Sebastian Herrera Barunevo, Pedro de la Torre e Francisco Herrera il Giovane, rimangono il Pantheon dello Escorial, costruito in gran parte dall'italiano G. B. Crescenzio, la cappella di S. Isidoro a Madrid, il Sagrario della cattedrale e la Carità di Siviglia, la navata della certosa di Granata ecc. Nella scultura emerse Alonso Cano, a cui seguirono, con análogo stile, Pedro de Mena (m. nel 1688) e José de Mora (m. nel 1724). La scuola pittorica di Madrid fu dominata da un vero genio: Diego Velazquez, che tuttavia non ha lasciato la sua impronta più valida nelle opere di carattere sacro. Ne seguirono l'attività continuandone l'accentazione realistica G. B. Martínez del Mazo (m. nel 1867), che divenne poi genero del maestro, Antonio Puga e Juan de Pareja; a Valenza fiorirono Francesco Ribalta, Gerolamo Giacinto Espinosa e il vigoroso Giuseppe Ribera, prima di trasferirsi a Napoli, dove assunse il nomignolo di Spagnoletto; a Granata si distinse Alonso Cano, già citato fra gli scultori, e nella scuola di Siviglia operò con infaticabile vena e profondo spirito religioso, tipicamente iberico, Francisco Zurbaran.

I caratteri nazionali si attenuarono nella seconda metà del sec. xvir, sotto il regno di Carlo II; meritea menzione, comunque, le esuberanti e decorative forme architettoniche di José Churriguera, le sculture emotive di Pedro Roldan, le opere pittoriche di Juan Carreño de Miranda, ottimo ritrattista, detto il van Dirk spagnolo, Francisco de Herrera il Giovane, già menzionato quale architetto, e Claudio Coello, a Madrid, mentre alla scuola sivigliana appartengono l'intenso Juan de Valdes Leal e Bartolomeo Esteban Murillo, realista nei soggetti di genere e creatore nel campo sacro di seducenti tipologie che ebbero una immensa popolarità in tutto il mondo cattolico fino alle soglie del secolo attuale.

All'inizio del Settecento, salito al trono Filippo V di Borbone, schiere di artisti francesi, in particolare architetti e pittori, si installarono alla Corte di Madrid e ne segui una generale stasi delle genuine virtù figurative, le quali ebbero una ripresa sotto Fernando VI e meglio ancora sotto Carlo III (1759-88), con l'erezione del nuovo Palazzo reale, su disegni del messinese Filippo Juvara, e la venuta a Madrid del veneziano G. B. Tiepolo e del boemo Antonio Raffaele Mengs. Le tendenze neoclassiche di quest'ultimo infliurono sul pittore sragonesse Francesco Bayeu, maestro e, quindi, cognato del grande colorista Francesco Goya, che seppe, fra l'altro, interpretare quasi tutte le inclinazioni etniche dell'anima spagnola, ma non lo spirito religioso, sebbene alle sue scarse opere sacre non difettino originali virtù espressive. Il neoclassicismo edilizio ebbe un rappresentante notevole in Ventura Rodriguez, autore della cappella del Pilar a Saragozza e della chiesa di S. Vittoria a Cordova, e alla medesima tendenza s'ispirarono gli scultori Luis Salvador Carmona e Ferreiro.

Ancora nei primi decenni del sec. xix l'arte spagnola partecipava al più vivo fermento innovatore europeo, con le creazioni pittoriche e acquattortistiche di Goya, ma, in seguito, specie sotto l'aspetto religioso, essa rimase chiusa nell'eclettismo accademico, sfruttando motivi recenti, cinquecenteschi e barocchi, sebbene taluni pittori del tardo Ottocento, come la dinastia dei Madraen, Mariano Fortuny (m. nel 1874) e i più recenti Ignazio Zu-
loaga e Gioacchino Sorolla y Bastida acquistassero fama internazionale. A costoro si riallaccia in parte José Gutierrez Solana (n. nel 1885 e m. nel 1945) a cui non si possono negare virtù narrative singolari e vigorose suggestioni di misticismo iberico.

Bim.: J. D. Passavant, Gesch. der christl. Kunst in Spanien, Lipsia 1833; V. Lompreres y Romac, Historia de la arquitect. crist. españ. en la Etad Media, Madrid 1908 (Bilbao 1930); E. Tormo, Desarrollo de la pintura espali, en el siglo XVI, Madrid 1902; J. R. Melida, La escultura hispano-crist, en los primeros siglos de la era, Madrid 1908; K. Juni, Miscell. aus drei Jahrh. span. Kunstlebens, Berlino 1008; V. von Loqu, Die span. Plastik, ivi 1910; id., Die Malerei in Spanien, ivi 1923; A. Whittlesey, The Renaissance architect. of Central and Northern Spain, Nuova York 1920; A. L. Moyer, Gesch. der span. Malerei, Lipsia 1922; id., Mittelalterl. Plastik in Spanien, Monaco 1923; id., El estilo gótico en España, Madrid 1927; E. Campa, Arquitect. crist. primitivo visigodo y asturiano, ivi 1923; H. Kehrer, Span. Kunst von Greco bis Goya, Monaco 1926; O. Schubert, Barock in Spanien, Madrid 1926; A. de Berners, Hist. de la pintura espali, en el siglo XIX, ivi 1926; P. Lafond, La sculpture cspagu., Parigi 1928; P. Paris, La peinture cspagu. depuis les orig. jusqu'au début du XIXr siècle, ivi 1928; Ch. R. Post, A hist. of Spanish Painting, Cambridge Mass. 1930; M. de Loeoya, Hist. del arte hisp., Barcellona 1931; E. Lambert, L'art gotique en Espagne au XIXr et XXIVe siècles, Parigi 1931; M. Gomez Moreno, La escultura del Renasc. en España, Berlino 1931; id., El arte romance espalad, Madrid 1934; id., Breve hist. de la escultura espali., ivi 1935; E. Lehiente, La pintura realista espali., Barcellona 1934; B. Beva, Hist. of Spanish Architect., Londra 1938; Ars Hispanica, Hist. univer. del arte hisp., Madrid 1946; J. Dominguez Bordona, La miniatura espali., Monaco-Barcellona s. a.; J. Lessoume, La peinture espagnole de Velazquez a Picasso, Ginevra 1952. Alberto Neppi
IX. Ordinamento scolastico. - L'insegnamento primario è stato ordinato dalla legge del 1945. Esso comprende la scuola materna (dai 2 ai 4 anni di età); la scuola dei pargoli (dai 4 ai 6); la scuola elementare obbligatoria (dai 6 ai 12 ) a cui segue eventualmente il corso d'avviamento professionale (dai 12 ai 15 ). L'insegnamento secondario è imperniato sul baccellierato, diviso in inferiore di quattro anni, e superiore che aggiunge altri due anni. Vi si giunge mediante due rispettivi esami. Vi sono anche scuole del magistero, chiamate normales, e scuole per specialità tecniche (Institutos laborales). Ai corsi universitari si premette un anno di preparazione o ingresso da compiersi nei centri di secondo insegnamento. Tali sono le norme della nuova legge del 1953. L'ordinamento universitario segue le ordinanze emanate nel 1943.

Durante più di un secolo il monopolio statale più assoluto ha regnato nell'insegnamento spagnolo. La Chiesa poteva bensi insegnare, ma tutti i suoi alunni dovevano sottostare agli esami, testi e programmi dello Stato. Soltanto il regime di Franco ha introdotto la parificazione dei centri della Chiesa che ancora urta contro la mentalità di alcuni intellettuali, specialmente fra i professori statali. La parificazione è un fatto nella scuola primaria e nel baccellierato. Il tribunale per gli esami è composto per il baccellierato inferiore da un preside, insegnante statale, da due professori dell'alunno e da due ispettori. Per il baccellierato superiore il preside del tribunale è un professore di università. I convitti della Chiesa per baccellierato devono accettare un $10 \%$ di alunni stipendiati dallo Stato, la cui ammissione però deve essere approvata dal rettore del collegio.

In tutti i gradi dell'insegnamento statale, compresa le università, v'è scuola obbligatoria di religione dalla quale vengono dispensati i non cattolici. Attorno alle principali università vi sono i Colegios Mayores, ossia convitti universitari in cui non mancano il cappellano e la disciplina morale e religiosa. I parroci hanno diritto di visitare le scuole primarie site nelle proprie parrocchie e di spiegarvi il catechismo.

L'ordinanza 9 dell'ordinamento universitario riconosce il diritto della Chiesa di fondare proprie università; ma finora non è stata accordata la parificazione che all'1 Instituto Católico de Artes e Industrias e di Madrid, diretto dai Gesuiti. Altri istituti universitari non parificati vengono tenuti dalla Chiesa a Madrid (Collegio Mayor de S. Pablo, Instituto de Leon XIII per scienze sociali); Bilbao (diritto e commercio); Barcellona (chimica, bio-

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logia); Escorial (diritto). La Chiesa ha inoltre le sue Università Pontificie di Comillas (v.) e Salamanca. Dal 1951 un comitato nazionale di vescovi tutela i diritti della Chiesa nell'insegnamento.

Le statistiche del 1951-52 davano alla Chiesa 2890 scuole primarie con 307.65 I alunni di cui 261.834 gratuiti contro 70.12 I scuole dello Stato con ca. 2.300 .000 alunni. Invece ca. il $70 \%$ degli alunni di barcellierato frequenta i collegi della Chiesa in numero di ca. 120.000 . Vedi tavv. LXVI-LXXI.

BibL.: I. Erondonea, En defensa de la ley de Franco sobre segunda enseñanza, in Razón y Fe, 127 (1943), pp. 102-106, 197205, 312-30; J. Ibañez Martin, Diez años de servicios a la cultura española, Madrid 1930-49; Anuario de la enseñanza primaria, curso 1931-52, ivi 1952. Ignazio Ortiz de Urbina

SPAGNOLETTO, Jusepe de Ribera, detto lo. Pittore, n. a Jativa (Spagna) il 12 genn. 1588, m. a Posillipo (Napoli) il 2 sett. 1652.

Adolescente, a Valenza fu attratto dalle opere di Francesco Ribalta, principale esponente della pittura valenzana del tempo, il quale contemperava l'innato realismo con l'insegnamento dei Carracci da lui osservati durante un viaggio in Italia. Anche il R. si recò presto in Italia; prima a Roma, dove per la vita scapigliata ricevette il nome di Spagnoletto, e poi, nel 1616, dopo aver viaggiato nell'Italia settentrionale (a Parma, a Padova e altrove) ed aver ammirato il Correggio, Tiziano, il Veronese (di cui risulta che copiasse un dipinto a Padova) e gli altri veneti, si stabilí a Napoli e vi sposò la figlia di un pittore locale e godette la protezione del viceré duca d'Osuna, e dei suoi successori. Nel 1626 fu cletto membro della romana Accademia di S. Luca. La tendenza naturalistica, a cui l'aveva indirizzato il Ribalta, si rafforza in Italia a contatto con la pittura del Caravaggio che egli peraltro interpreta personalmente, con una inusitata ricchezza di pasta cromatica, attinta forse alla pittura del Bassano, nell'ostentata contraffazione dei più minuti e sensuali particolari (cf. le figure dei pastori nell'Adorazione dei pastori [1650] del Louvre). A ciò egli aggiunge una illuminazione veemente e drammatica, in corrispondenza dei temi trattati, nei quali l'enfasi appassionata ed il cupo ascetismo (tipica la S. Maria Egiziana della Galleria Borghese di Roma) di rado si alternano al pietismo barocco di provenienza bolognese. Alla scuola emiliana peraltro egli si accosta per le tonalità bionde e trasparenti di carattere correggesco di certi suoi dipinti, quali la S. Agnese di Dresda ( 1641 ), per le ritmiche eleganze di talune figure ispirate alla bellezza accademica del Reni, come l'Adone morto della Gall. naz. d'arte antica in Roma, l'Apallo e Marzio di Bruxelles, il S. Sebastiano dell'Ermitage, nonché per l'imbambolata dolcezza di certe Madonne.

Tali lineamenti stilistici dello S. appaiono compiutamente definiti sin dalle prime opere (i dipinti Osuna per la collegiale di Osuna in Andalusia, 1616; e quelli con le Storie della vita di s. Ignazio nel Gesù Nuovo di Napoli, nei quali predomina un correggismo temperato da modi veneti) e non subiscono mutamenti sostanziali nel corso della sua feconda attività. Creatore di personaggi vigorosamente realistici, che egli rappresenta interi o a mezza figura, isolati nel campo del quadro (Archimede, 1630, Madrid, Prado; S. Pietro, Diogene, Dresda; S. Maria Egiziano, 1641, Montpellier, Museo, affine a quella citata della Gall. Borghese di Roma; il Pie' storto, 1642, Parigi, Louvre), egli raggiunge il suo capolavoro nei potenti dodici Profeti della certosa di S. Martino a Napoli (16381643). E sebbene di rado si induca a composizioni complesse, tuttavia dà anche in questo campo opere notevoli quali il Martirio di s. Andrea del Museo di Budapest (1628) ed il famoso Martirio di s. Bartolomeo (1630) del Prado. Da ricordarsi sono pure: Il Sileno ebbro (1626, Napoli, Pinacoteca), il S. Gerolamo con l'Angelo (ivi), la Pietà (1637) e la Comunione degli Apostoli (1651), nella certosa di S. Martino : opere che contribuirono ad affermare l'influsso dello S. sulla pittura napoletana del 1600 ed in particolare sullo Stanzione, su Andrea Vaccaro, su Francesco Francanzano, su G. B. Ruoppolo. - Vedi tar. LXXII.

BibL.: A. L. Mayer, Ribera Jusepe, in Thieme-Becker, XXVIII (1934), pp. 232-36, con bibl.; M. Legendre - E. Harris, La pein-
ture espagnole, Parigi 1937, p. 36 e passim; [S. Ortolani], La mostra della pitt. napol. dei secc. XVII-XIX, Napoli 1938, p. 32 sgg.; J. Goudiol, Spanish painting, Toledo Museum of Arts, Londra 1941, p. 83 sgg.; D. Fita Darby, The gentle Ribera, painter of the Madonna and the Holy Family, ibid., 29 (1946), p. 153 sgg.; H. Bédarida, Ribera et l'art italien de la Contre-Béforme, in $A$ trucors l'art italien du XV e au XXe siècle, Parigi 1949, pp. 133-32; P. Guinard-J. Baticle, Hist. de la peinture espagn. du XIIe au XIXe siècle, ivi 1950, pp. 77 sgg., 165-66. Amalia Mezzetti

SPAGNUOLO (SPAGNOLO), Battista (Baptista Mantuanus), beato. - N. a Mantova il 17 apr. 1448, m. ivi nel 1516 .

Dopo aver frequentato gli studi a Padova e altrove, entrò nell'Ordine carmelitano, di cui fu eletto generale nel 1513. Buon umanista e letterato; nel suo tempo fu stimato un nuovo Virgilio e riscosse l'ammirazione, fra gli altri, di Erasmo e di Pico della Mirandola, con il quale era in cordiale amicizia. Furono celebri le sue Eglogae, in stile virgiliano, e soprattutto le Parthenicae, esametri dedicati alla Vergine e ad alcune sante. Nelle sue composizioni ricorre di frequente l'intento parenetico, con esplicite deplorazioni per la corruzione dell'ambiente curiale romano. Il suo culto fu confermato da Leone XIII il 17 dic. 1885. Festa il 20 marzo.

BibL.: G. Tiraboschi, Storia della letter. ital., VI. Modena 1790, pp. 938-60; F. Gabotto, Un poeta beatificato, in Ateneo veneto, $16^{\circ}$ serie, I (1892), p. 3 sgg.; W. Zabughin, Un beato poeta, Roma 1918. Altra bibl. in V. Turri-G. Renda, Diz. storico critico della letter. ital., Torino 1941, p. 1014. Antonio Cistellini

SPAHN, Peter. - Uomo politico tedesco, n. il 22 maggio 1846 a Winkel nel Rheingau, m. il 31 ag. 1925 a Bad Wildungen.

Entrò nella magistratura nel 1874 quale giudice a Marienburg, e per vari gradi raggiunse l'ufficio di presidente della Suprema Corte regionale di Francoforte sul Meno nel 1910. Nel 1882 iniziò la sua attività parlamentare nelle file del Centro, e ne divenne una delle figure più rappresentative. Membro della Camera dei deputati prussiani dal 1882 al 1900, del Reichstag dal 1884 al 1917, della Camera Alta nel 1917-18, non rinunziò alla vita politica dopo l'abdicazione di Guglielmo II e fece parte, durante la Repubblica di Weimar, dell'Assemblea nazionale che elaborò la nuova Costituzione, e poi dei diversi parlamenti che si succedettero fino alla sua morte. Oltre ad avere incarichi politici di particolare rilievo (dal 1912 al 1917 fu presidente del gruppo parlamentare del Centro), partecipò attivamente all'azione legislativa; dal 1891 fece parte della commissione preparatoria del nuovo codice civile, di cui fu anche presidente; dall'ag. 1917 al nov. 1918 fu ministro della Giustizia e nel 1919 insieme ad altri delegati venne incaricato dal Centro a trattare con i socialdemocratici per la conclusione di un modus vivendi sull'attribuzione delle più alte cariche statali.

Tra i suoi scritti si ricordano: Das Eherecht im Entsourf des bürgerlichen Gesetzbuches (1890); Die Verwaltung des Vermögens der Kirche (1891); Verwandtschaft und Vormundschaft nach dem bürgerlichen Gesetzbuch (1900).

BibL.: Deutsches Zeitgenossenden., Lipsia 1903, col. 1388; K. Hoeber, s. v. in LThK, IX, coll. 698-99; C. Severing, Mein Lebensweg. I, Colonia 1950, passim. Silvio Furlani

SPALATO (SPLIT), Diocesi di. - Città e diocesi della Croazia (Jugoslavia). La diocesi ha una superficie di 3668 kmq . con una popolazione di 306.340 ab. dei quali 285.400 cattolici; è divisa in 7 decanati comprendenti 146 parrocchie e 6 cappellanie indipendenti servite da 153 sacerdoti diocesani e 94 regolari; ha un seminario, 14 comunità religiose maschili e 31 femminili (Ann. Pont. 1952, p. 383).
S. sorse, come l'erede dell'antica Salona (v.), non lontano da questa, ed i primordi di S. vanno cercati nella vita municipale svoltasi entro il perimetro del Palazzo di Diocleziano, il quale dopo la morte dell'Imperatore divenne bene pubblico e abitato da una popolazione venuta in gran parte dalla vicina Salona. Entre le sue mura visse l'Imperatore detronizzato Giulio Nepote. I fuggiaschi di S. si salvarono in parte, passando nel vicino

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(per carissia di mens. A. P. Frataz) Spalato, diocesi di - Il porto.

Palazzo, che non aveva subito la sorte della metropoli dalmata, altri invece cercarono un rifugio provvisorio su alcune isole dalmate adiacenti. Passato il pericolo imminente, rientrarono anche questi sulla terra ferma, e fecero parte della popolazione della nuova città, che cominciò a chiamarsi S., con il nome, cioè, che era in uso già da secoli (basandosi sulle preziose informazioni offerteci dalla famosa Tabula Peutingeriana) come toponimo su questa piccola penisola, ove doveva esistere un piccolo villaggio ancora dai tempi della colonizzazione greca della Dalmazia. Questo nucleo della città posteriore, che racchiude ancora oggi da 3000 a 4000 ab. dell'odierna città, rimase entro le mura turrite del Palazzo sino al sec. xit; da allora cominciò a svilupparsi verso ponente, dove si creò in seguito un altro importante centro di vita medievale della città.
S. fa parte in quest'epoca del tema bizantino di Dalmazia. La città bizantina, avendo pure una popolazione romana, o illirica romanizzata, era circondata dalla popolazione croata, che in Dalmazia, nel corso di due secoli successivi, aveva organizzato un forte Stato indipendente. Ben presto quindi fra la popolazione della città bizantina e quella slava dei territori adiacenti cominció un benefico processo di assimilazione che ebbe per conseguenza il cambiamento graduale, ma costante, dello strato etnico della città. Incorporate le città bizantine della Dalmazia al territorio croato, anche S. venne a far parte dello Stato croato nei secc. $\mathbf{x}$ e xi (con una interruzione nella prima metà del sec. xi quando ne prese possesso il doge Pietro II Orsedio). In questo periodo S. godeva di una autonomia simile a quella delle città della Dalmazia romana, ed era presieduta da un priore.

Con l'estinzione della dinastia dei Trpimirovici e la morte dell'ultimo re croato Zvonimir, dopo aspre lotte con invasori ungheresi che terminarono con trattative (i cosiddetti Pacta conventa del 1102), il trono croato passò ai re d'Ungheria in unione personale. S. riconobbe allora il potere dei re d'Ungheria e Croazia, continuando a godere un'autonomia completa nell'organizzazione municipale che prese la forma delle ormai classiche comunità medievali dalmate. E questa l'epoca di massima floridezza della città riguardo alla vita economica (sono da notarsi le piccole monete d'argento coniate a S., dette comunemente "spalatini "), l'arte, l'attività edilizia ecc. Nel 1420 S. insieme con altra parte del territorio dalmato passò sotto Venezia, e vi rimase sino alla caduta della Repubblica nel 1797, governata da un nobile veneto. Molte famiglie veneziane si stabilirono allora a S. e nei suoi dintorni, ed a loro è dovuto l'abbellimento della città estessai ormai fuori del Palazzo. Un'intera serie di palazzi in stile gotico fiorito, ancor oggi in gran parte conservati, adornò le vie e le piazze dell'antica e della parte nuova della città. In base al Trattato di Campoformio (1797) S. fu occupata dall'Austria, nel 1806 Napoleone l'incorporò prima al Regno Italico (1806-1809) e dopo alle

Province Illiriche (1809-13). Una seconda occupazione austriaca finí ca. un intero secolo dopo (1813-1918); allora la città entrò a far parte del nuovo Stato degli Slavi del sud (Jugoslavia).

La Chiesa di S. è l'erede di Salona, che prima della distruzione di quella città era metropolitana per tutta la Dalmazia. Organizzata da Giovanni da Ravenna, che fu il primo arcivescovo di S., nel corso del sec. vir, essa ereditò e mantenne il primato fra le altre diocesi della Dalmazia sino al 1828, quando, con la bolla di Leone XII Locum Beati Petri, divenne semplice diocesi suffraganea di Zara.

La Chiesa di S. dovette avere considerevole parte nella conversione della popolazione slava della Dalmazia, grazie ai rapporti con i primi principi. Dopo i due Concili tenuti a S. (nel 925 e nel 928), che avevano all'ordine del giorno la questione di primato sul territorio croato, in competizione col vescovo creato di Nona, l'arcivescovo di S. si assicurò la giurisdizione metropolitana e cominciò a chiamarsi Primus Dalmatico et Croatico. Il territorio dipendente dall'arcidiocesi di S. a poco a poco diminuí con la creazione di alcune nuove dincesi (Antivari e Ragusa, nel sec. xif) o con la formazione di altre arcidiocesi (Zara), sotto la giurisdizione delle quali passarono alcuni suffraganei dell'arcivescovo di S. (Veglia, Ossero e Arbe). Infine, la creazione di una nuova diocesi a Lesina (nel 1147) diminuì ancor più la stessa diocesi di S., con la perdita delle due isole dalmate, Lesina e Brazza. Una nuova diminuzione ebbe luogo durante le incursioni dei Turchi sul territorio dalmato; quando esse cessarono, S. riacquistò i territori perduti.

Mediante la bolla citata del 1828 , fu abolita la diocesi di Traù, il territorio della quale venne in massima parte annesso alla diocesi di S. La diocesi di Macarsca invece, in base alla stessa bolla, fu associata alla diocesi di S., si che da quel tempo il vescovo di S. è nello stesso tempo anche vescovo di Macarsca (episcopus Spalutensis et Macarensis, alim Salonicum).

Il mausoleo di Diocleziano (v. salona) convertito in chiesa cristiana già nel sec. vir, subito dopo l'organizzazione della Chiesa di S., è oggi la Cattedrale dedicata alla B. Vergine Assunta. Il patrono della diocesi e della città di S. è s. Doimo, vescovo e martire, la cui festa cade il 7 marzo. Le più importanti chiese e conventi della città di S.: sono la chiesa e il convento di S. Francesco alla marina (la cui fondazione è nella tradizione attribuita allo stesso Santo), la chiesa della Madonna delle Grazie a Paludi, con il convento dei Francescani, la chiesa della Madonna della Salute, con il convento dei Francescani (parrocchiale), la chiesa della Madonna del Carmine, con il convento dei Cappuccini (parrocchiale), la chiesa di S. Domenico, con il convento dei Domenicani, la chiesa di S. Croce (parrocchiale); altre chiese di alto interesse storico ed artistico. Infine, il Seminario vescovile e il Seminario teologico completano la serie delle istituzioni ecclesiastiche della città.

Fra i più importanti e noti arcivescovi di S. si ricordano: Giovanni da Ravenna, organizzatore della Chiesa di S., Lorenzo il Dalmata, amico e persona di fiducia del re croato Zvonimir (sec. xi), Lorenzo Zane, nipote di papa Eugenio IV e patriarca titolare di Antiochia, Marcantonio de Dominis, fisico, poi eretico (sec. xvir), Stefano Cupilli, che Innocenzo XII definì «un altro s. Francesco di Sales», P. Bizza, noto collaboratore del Riceputi (Illyricum sacrum).

I più notevoli artisti di S. sono : lo scultore A. Buvina, autore dei battenti del Duomo, T. Arcidiacono, cronista medievale, autore della Historia Salonicana (sec. xiv), Marco Marulić (Marulo), umanista filosofo e poeta. A S. hanno lavorato molti artisti dalmati e stranieri, i quali hanno lasciato vicissime tracce della loro attività.
S. possiede numerosi monumenti e opere d'arte di varie epoche e stili, oltre il Palazzo di Diocleziano, primo

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fra tutti l'imponente campanile romanico. S. ha moltissime istituzioni scientifiche e culturali, come l'Istituto di oceanografia, l'Alta Scuola per gli insegnanti di scuole medie, vari musei (archeologico, delle antichità croate, etnografico, civico, della Marina, di storia naturale), e gallerie (d'arte, di Meštrović, del Tesoro del Duomo). Importantissimo è il Museo archeologico, fondato nel 1821 , contenente i monumenti e il materiale proveniente dagli scavi di Salona. A S. nel 1894 fu tenuto il I Congresso internazionale di archeologia cristiana.-Vedi tav. LXXIII.

BibL.: fonti: Statuta et leves civitatis Spalati, Zagabria 1878; Mica Medio, Historia, in Programma del Gino, super. di Zara, Zara 1878, pp. 3-61; T. Arcidiacono, Hist. Salmitana, Zagabria 1893. Studi: D. Farlati, Illyricum sacrum, III, Venezia 1765; F. Carrara, Arch. capitolare di S., Spalato 1844; L. Jelić, Guida di S. e Salona, Zara 1894; C. M. Ivokovic, Dalmatiens Architehtur und Plastik, 8 voll., Vienna 1910-27; Ch. Segvic, Chronologie des évêques de Salone, suivie de la chronologie des évêques de S., in Anal. Bolland., 33 (1914), pp. 263-73; V. Novak, Le plus ancien manuscrit dalmate, l'Evangeliarism Spalatesas. Etude paléographique sur une école d'écriture semi-sociale du VIIIe siècle, in Bull. di arch. e storia dalmata, 46 (1923), pp. 1-88; G. Marcucchia, Lineamenti della star, di S., in Riv. dalmatica, 9 (1927), p. 13 sgg . Una serie di articoli di $V$. Bulić in Bullett. di arch. e star. dalmata, 21 (1898), p. 113 sgg.; 29 (1906), p. 3 sgg.; 30 (1907), p. 160 sgg.; 31 (1908), pp. 86 sgg., 111 sgg. 188 sgg.; G. Niemann, Der Palast Diocletiana in S., Vienna 1910; H. Leclercq, Diocletien (palais de), in DACL, IV, 1, coll. 1903-34; A. Duden, La Dalmazza nell'arte italiana, 2 voll., Milano 19211952, passim; V. Bulić, Kaiser Diocletians Palast in Split, Zagabria 1929; A. Selen, Tumanas Arcidiacona e la star, mediev. di S., $2^{\circ}$ ed., Zara 1933; Lj. Karaman, Umjetnost u Dalmaciji (XV-XVI s.), Zagabria 1933; E. Dyggeve, History of Salmitan Christianity, Oslo 1931.

Vinko Brajevic
SPALDING, Martin John. - Apologista e arcivescovo, n. a Bardstown (Kentucky, Stati Unit.) il 23 maggio 1810, m. a Baltimora il 7 febbr. 1872.

Entrato nel St. Mary's College di Lebanon (Kentucky) nel 1821, s'imsegnò matematica a 14 anni, prese i gradi nel 1826 e studiò filosofia e teologia nel Seminario di Bardstown. Nel 1830 entrò, a Roma, nel Collegio di
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(Art. Stahlet)
Spalato, diocesi di - L'interno della Cattedrale (ex Mausoleo di Diocleziano), con l'altare di S. Doimo.
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(da L. S., Opere, Milano 1755) Spallanzani, lazzaro - Ritratto. Incisione di C. Rampoldi.
propaganda Fide, ove si laureò in teologia con la difesa pubblica di 256 tesi. Ordinato sacerdote nel 1834 , ritornò a Bardstown come parroco della Cattedrale ed editore del Catholic Advocate, fondato nel 1835 . Fu vicario generale a Louisville (1844), coadiutore cum iure successionis (1848) e vescovo (1850) di Louisville. Ivi consacrò la Cattedrale (1852) e istituì scuole per ragazzi; a Lovainio aprì il Collegio Americano (1857); combatte con conferenze e scritti contro il Know-Nothing Movement e il sistema di scuola laica allora in voga. Successe a mons. Kenrick nella sede arcivescovile di Baltimora (1864), presiedette il secondo Concilio plenario (1866), che approvò il suo progetto di fondare un'università cattolica. Partecipò alle celebrazioni del centenario del martirio di s. Pietro a Roma (1867). Invitò il futuro card. Herbert Vaughan ad evangelizzare i negri (1871) e aiutò il p. Hecker a fondare a Nuova York la Catholic Publication Society. Fu membro, al Concilio Vaticano, della Commissione per la fede e della Commissione per i postulati. Deciso sostenitore dell'infallibilità pontificia, redasse una memoria dove preferiva una definizione implicita del dogma piuttosto che una esplicita. Subito dopo la definizione del dogma, indirizzò una pastorale alla sua archidiocesi per spiegarne il contenuto.

Notevoli i suoi lavori apologetici : Evidences of Catholicity (serie di conferenze tenute dal 1844 al 1848); History of the Reformation (1840).

Bibl.: J. L. Spalding, The Life of the most rev. M. 7. Spalding, Nuova York e Baltimora 1873; id., The apologetic of M. 7. S., Washington 1931.

Massimo Cogliati
SPALLANZANI, LAZZARO. - N. il 12 sett. 1729 a Scandiano (Reggio Emilia), m. il 12 febbr. 1799 a Pavia. Dopo gli studi di grammatica a Scandiano compì gli studi di filosofia a Reggio, presso i Gesuiti, nel 1747 si trasferì a Bologna per studiarvi giurisprudenza, secondo la volontà del padre.

Cominciò intanto a frequentare il salotto della celebre Laura Bassi, e innamoratosi degli studi scientifici riuscì ad ottenere il permesso del padre per seguire il suo genio. Non trascurò però le lingue italiana, latina e greca, tanto che nel 1753 (aveva intanto vestito l'abito dei Sacerdoti di Maria; prese anche gli Ordini maggiori, ma non si sa quando) si recò ad insegnare logica, metafisica e greco nel Collegio di Reggio (l'antico Seminario); nella stessa città, due anni dopo, ebbe la cattedra di fisica e matematica all'Università (fondata nel 1753). Nel 1763 passò a Modena ove insegnò greco e matematica nel Collegio S. Carlo, fisica e filosofia all'Università; nel 1769 fu chiamato alla cattedra di zoologia della Università di Pavia che tenne fino alla morte, rifiutando gli inviti di altre città, tra cui Padova e Parigi.

Le sue più importanti ricerche sono di biologia animale, fra cui il famoso Saggio di osservazioni microscopiche concernenti il sistema dei Signori di Needham e Buffon (Modena 1763), con il quale entra in campo decisamente contro la teoria della generazione spontanea, al quale saggio aggiunse poi esperienze e fatti nuovi nelle Lettere (1767) e nella Prolusione (1770); nel 1776, nel I vol. degli Opuscoli di vita animale e vegetale, riprende e coordina tutta la questione, ribattendo molti argomenti oppostigli. Nel secondo di questi opuscoli espone una lunga

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serie di ricerche sugli spermatozoi dell'uomo e dei vertebrati, e nel II vol. delle Dissertazioni studia la fecondazione in molti animali e lo sviluppo dell'uovo ed espone belle esperienze sulla fecondazione artificiale (che ottenne anche nel cane). Curioso notare che nonostante queste esperienze, con cui provava la necessità dello sperma fecondatore per lo sviluppo delle uova, egli sia stato un preformista ovista, abbia cioè ritenuto che il futuro essere è già preformato nell'uovo degli animali. E cercò di studiare la questione anche nelle piante, ma senza notevoli risultati. Altro campo di studio fu per lui quello delle rigenerazioni; fin dal 1768, a Modena, lo S. aveva dato alle stampe un Prodromo di un'opera da imprimersi sulle riproduzioni degli animali, ma solo nel 1783 uscirono i Risultati di esperienze sopra la riproduzione della testa nelle lumache terrestri, che non rappresenta ancora la definitiva conclusione delle ricerche, non mai pubblicata. Ciò nonostante la sua affermazione che le lumache sono capaci di rigenerare la testa - destò un grande scalpore e tutta una fioritura di critiche e di controcritiche, tanto che nel 1768 l'Accademia di Francia nominò una apposita commissione, che confermò pienamente " questo nuovo miracolo della storia naturale ". Fu allora che S. usci nel famoso detto : "sperimentare comunque è mestiere di tutti; sperimentare a dovere fu e sarà sempre mestiere di pochi ". Esegui anche ricerche sulla circolazione; scoprì la circolazione capillare sia negli animali a sangue freddo che in quelli a sangue caldo; dimostrò la contrattilità del bulbo arterioso nella rana; la inesistenza di bolle d'aria nel sangue circolante, e vide anche i globuli bianchi che però non interpretò esattamente. Altro suo monumento scientifico furono le ricerche sulla digestione e sulla respirazione, queste pubblicate postume da Jean Senebier, bibliotecario ginevrino (Memorie sulla respirazione, Milano 1803), confermando sperimentalmente e luminosamente l'ipotesi di Lagrange e stabilendo la dottrina della respirazione interna dei tessuti.

Fra le opere minori vanno citate le relazioni dei suoi viaggi scientifici: 1781, 1782 e 1783 sulle coste del Tirreno e dell'Adriatico, con osservazioni sui "piantanimali" o zoofiti (pennatule, madrepore, gorgonie, coralli, di cui sostiene l'animaltà) e sulla geologia e la paleontologia; 1785 a Costantinopoli, con osservazioni nei più vari rami delle scienze, dalla mineralogia alla meteorologia, dalla zoologia alla storia dei costumi dei popoli visitati; nelle Due Seclle, con descrizioni delle ascensioni sull'Etna e sul Vesuvio e dei fenomeni vulcanici (1788-89); nell'Appennino modenese, ove descrisse le salse di Reggio di Querzola, i fuochi di Barigazzo e il petrolio di Monte Zirbio (1792). Da notare ancora le lettere sopra il sospetto di un nuovo senso nei pipistrelli (Torino 1794) in cui studia la facoltà di orientamento di questi animali anche al buio e privi di vari sensi (vista, olfatto); le ricerche sull'elettricità delle torpedini, di cui descrisse il muscolo falcato e le sue connessioni nervose; sulla riproduzione delle anguille, annose, problema non completamente risolto e sulla reviviscenza degli animaletti dei muschi dei tetti (Rotiferi e Tardigradi) dopo il disseccamento.

Giustamente lo S. fu definito il a Galileo della biologia $r$, ed i suoi scritti rivelano anche un raro senso grammaticale ed una notevole piacevolezza di stile, per cui restano magnifici esempi di ricerca scientifica.

Bib.: G. B. Venturi, Storia di Scandiano, Modena 1822; A. Zona, Nel primo centenario della morte di L. S., Reggio Em. 1900; P. Capparoni, in Profili bio-bibliografici di medici e naturalisti, Roma 1928; Municipio di Reggio E., Onoranze a L. S. nel 20 centen. della nascita, Reggio 1929; F. Lanzoni, L. di Borbono e L. S. in un celebre dibattito, in Aurea Parma, 20 (1936).

Celso Guareschi
SPARAGANA, Ludovico. - Ufficiale pontificio, n. a Monte S. Giovanni (Frosinone) il 30 marzo 1813, m. in Roma il 21 ag. 1885.

Volontario nella fanteria pontificia il 25 apr. 1831, prese parte ai fatti d'arme di quell'anno e del seguente, distinguendosi poi, con il grado di tenente, nel corso della campagna del 1848. Nel 1859, allorché gli Austriaci lasciarono in preda alla rivoluzione le Legazioni, il maggiore
S. si condusse da soldato fedele raggiungendo fra grandi difficoltà, con l'intero suo battaglione, Pesaro e contribuendo a ristabilire l'ordine in alcuni centri delle Marche.

Tra il maggio ed il sett. 1860 fece parte della colonna de Pimodan (v.), che sbaragliò a Grotte di Castro i garbaldini dello Zambianchi (v.), e combatte valerosamente con le truppe indigene a Castelfidardo. Posto in seguito al comando del reggimento fanteria di linea, concorse attivamente alla salvaguardia ed al riscopioato del viterbese nell'autunno del 1867. Tenente colonnello comandante del battaglione Cacciatori, diresse il 20 sett. 1870 , con slancio e perizia, la difesa delle mura di Roma fra Porta Portese e Porta S. Pancrasio, ritirandosi, quindi, a vita privata.

Bibl.: A. M. Bonetti, Venticinque anni di Roma capitale d'Italia e suoi precedenti (1873-95), Roma 1896, v. indici; A. Vigevano, La fine dell'esercito pontif., ivi 1920; id., La campagna delle Marche e dell'Umbria, ivi 1922; P. Dalla Torre, L'anno di Montana, Torino 1938; id., Materiali per una stor. dell'esercito pontif., in Rass. stor. del Risorg., 18 (1941), p. 47 dell'estr.

Paolo Dalla Torre
SPARTANI. - Nei libri dei Maccabei si legge con sorpresa che Giudei e S. si consideravano "fratelli ". In II Mach. 5, 9 si accenna appena ad una relazione amichevole, mentre in I Mach. 12, 1-23; 14, 20-23 si parla di una vera alleanza conchiusa da Ionathan (v.) e rinnovata dal fratello Simone (v.). In occasione della conclusione dell'alleanza l'autore riporta non solo la lettera di Ionathan (12, 6-18), ma anche un curioso documento più antico, la lettera del re Areo al sommo sacerdote Onia (12, 19-23). In questo documento si afferma che gli S. hanno appreso da una "scrittura" di essere "fratelli" con i Giudei in quanto discendenti di Abramo; perciò Areo propone una specie di comunanza di beni. Ionathan nella sua lettera si riferisce espressamente a tale documento, comunica notizie sommarie, richiede il rinnovo di tale fratellanza, il cui sentimento non sarebbe venuto mai meno fra i Giudei, presenta gli ambasciatori diretti a Roma per rinnovare l'alleanza.

La singolarità di questi testi ha sollevato un grande problema di critica storica. Alcuni, per eludere in parte la difficoltà, hanno parlato di S. dell'Asia Minore (Hitzig) o di Círene (Büchler); altri (Kautzsch, WilamowitzMoellendorf, Willrich) rigettano come falsificati tutti questi documenti od almeno parte di essi. A. Momigliano rigetta quanto riguarda l'alleanza promossa da Ionathan, mentre Bickermann si limita a ripudiare la lettera di Areo, su cui convergono i maggiori dubbi.

Quanti riconoscono l'autenticità dei documenti segnalano il re Areo I (309-265 a. C.) come corrispondente del sommo sacerdote Onia I. Si è tentato di spiegare la "parentela" con varie ipotesi ingegnose. Ma poté trattarsi di una semplice leggenda sorta nelle colonie giudaiche, a Sparta od in qualche città ellenistica. La menzione nella Bibbia non le conferisce nessuna autorità particolare; poggia solo sulla fede di Areo. La proposta comunanza dei beni va intesa forse come un'espressione enfatica per accentuare lo spirito di amicizia. La lettera di Areo fu suggerita probabilmente, oltre che da una certa affinità fra i due popoli, da motivi pratici che ora sfuggono. La lettera di Ionathan si spiega bene con la sua politica di cercare alleanze ed appoggi diplomatici. L'esistenza del documento di Areo, e l'importanza che ancora godeva la città libera di Sparta, spiegano il suo gesto.

Bibl.: G. Wernsdorf, Commentatio hittoricovcritica de fide historia Machabavorum, Breslavia 1741, pp. 140-71; H. J. E. Palmer, De epistolarum, quos Spartani atque Iudaei invicem ubi notitue dicuntur, veritate, Darmstadt 1828; E. Beurlier, Lacddémoniene, in DB. IV, coll. 7-10; A. Momigliano, Prime linee di storia della tradizione neocabaica, Roma 1930, pp. 141-70; F.-M. Abol, Les livres des Maccabées, Parigi 1949, pp. 231-33. Angelo Penna

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SPARZIANO, Elio. - Uno dei sei scrittori della Storia Augusta.

A lui si debbono le vite: di Adriano, condotta sull'autobiografia di quell'imperatore o su altre fonti (cf. capp. 1, 3, 5, 7, 16 e Vita Acl. Veri, 3); di Elio Vero diretta a Diocleziano, nel prologo della quale dichiara esser suo proposito scrivere la vita anche di coloro che furono soltanto Cesari o principi, senza giungere al trono imperiale; di Didio Giuliano; di Sertimio Severo; di Pescennio Nigro; di Caracalla; di Geta, quest'ultima dedicata a Costantino.

Biel.: v. storia augusta.
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(da B. S., La politica della destra, Bari 1881
SPAVENTA, BERTRANDO - Rittatto.
Spaventa, Bertrando - Rittatto.

Nicola Turchi
SPAUR, Carlo von. - Diplomatico bavarese, n. il 4 genn. 1794, m. il 26 ott. 1854 a Firenze. Conte di Winckel c Laudeck, iniziò la carriera diplomatica quale segretario di legazione a Berlino ed a Francoforte. Quindi passò a Roma, prima come incaricato d'affari e poi come ministro.

Nel sett. 1833 si unì in matrimonio con Teresa Giraud (n. in Roma si primi del sec. xix, m. presso Innsbruck il 27 marzo 1873), nipote del commediografo Giovanni Giraud e vedova dell'archeologo inglese Edoardo Didwell, una delle donne più brillanti della Roma di allora. Il conte fu assai ben visto da Gregorio XVI, poi da Pio IX. Dopo l'assassinio di Pellegrino Rossi ( 15 nov. 1848) una ulteriore permanenza a Roma del Pontefice si presentava oltremodo rischiosa, sicché prese forma nella mente dello S. il disegno di convincere il Papa a lasciare Roma, dove era praticamente prigioniero nel suo Palazzo e dove la sua libertà d'azione era stata del tutto annullata dagli avvenimenti susseguitisí negli ultimi mesi. Messosi portanto in contatto con il proprio ambasciatore, Martino de la Rosa, e con l'ambasciatore di Francia, duca d'Harcourt, che ne approvarono il progetto di far allontanare il Papa da Roma, riusci a convincere lo stesso Pontefice alla segreta partenza. La sera del 24 nov., mentre l'Harcourt, che aveva chiesto udienza al Pontefice, distoglieva l'attenzione delle guardie, con il fingere di essere trattenuto, nell'interno dell'appartamento, in una accesa discussione con Pio IX, il Papa, vestito da semplice sacerdote, usciva da una porta secondaria del Quirinale e saliva su una carrozza che lo portò nei pressi del Colosseo, dove lo attendeva il conte S. Salito sulla vettura di lui, uscirono insieme da Porta S. Giovanni, e raggiunsero Ariccia. Ivi li aspettava la contessa S. insieme con il figlio, con Liebl, aio del ragazzo, e due servitori. Il Pontefice e lo S. cambiarono di nuovo carrozza ed il mattino dopo giunsero felicemente a Mola di Gaeta, dove li attendeva il card. Antonelli, precedentemente giunto insieme con il segretario della legazione spagnola. Subito lo S. fu incaricato da Pio IX di portare a Ferdinando II in Napoli una sua lettera, in cui gli chiedeva ospitalità nel Regno. Per ringraziarlo della sua assistenza Pio IX gli conferì la Gran croce dell'Ordine Piano e nominò suo figlio cavaliere dell'Ordine di Cristo. Nel 1851, durante una sua visita a Torino, lo S., noto come persona assai gradita a Pio IX, fu pregato da Vittorio Emanuele II a farsi interprete presso il Papa delle buone intenzioni di giungere ad un modus vivendi per la soluzione delle controversie pendenti con lo S. Sede. Qualche anno dopo, mentre stava per recarsi a Merano, S. venne a morte.

Biel.: T. Spaur, Relax. del viaggio di Pio IX a Gaeta, Firenze 1851; A. Reumont, Therese Grdfin S., in Biograph. Denkblätter, Lipsia 1878, pp. 263-86; L. Simeoni, La fuga di Pio IX a Gaeta nella relax. del ministro di Saniera conte S., in Rian. stor. del Risorg., 19 (1932), pp. 223-63 (Atti del XIX Congr. sociale di Modena); G. De Chambrun, Un proiet de séjour en France du pape Pie IX, in Revue d'hist. diplomatique, ott-dic. 1936; G. Mollat, La fuite de Pie IX a Gakte, in Rev. d'hist. ecclés., 35 (1939), pp. 266-82; P. Pori, Pio IX e Vittorio Emanuele II dal loro carteggio privato, I, Roma 1944, pp. 77, 85; id., Relazione inedita di Sebastiano Liebl sulla fuga di Pio IX a Gaeta, in Miro. Pio Paschini, II, Roma 1949, pp. 421-32.

Silvio Furlani
SPAUR, Francesco. - Preposito generale dei Somaschi, di nobile famiglia tridentina, già prete secolare; entrato nell'Ordine somasco vi rifulse per virtù e zelo, governando parecchi orfanotrofi.

Fondò in Roma la casa di S. Biagio in Montecitorio (1573) alla quale era annessa la cura degli orfanotrofi di S. Maria in Aquiro e dei SS. Quattro Coronati. Fu secondo preposito generale dell'Ordine (1571-74) e con il favore di s. Carlo Borromeo aperto parecchie case e orfanotrofi, e codificò le Regole che la Congregazione doveva tenere nell'accettare e dirigere gli orfanotrofi secondo le tradizioni provenienti dal fondatore s. Girolamo Miani. Dopo aver più volte rifiutato la nomina a vescovo suffraganeo del principato di Trento, morì in concetto di santità nel 1583.

Biel.: E. Bernardi, P. G. F. Sporo, in Eco del Seminario di Trento, 9 (1936), pp. 19-23, 35-39, 52-54, 67-70, 83-86, 99-101, 116-19.

Marco Teziorio
SPAVENTA, Bertrando. - Filosofo, n. a Bomba (Chieti) il 26 giugno 1817, m. a Napoli il 20 febbr. 1883.

Allievo del Seminario di Chieti, poi insegnante nel Seminario di Montecassino (1838-40), ricevette gli Ordini sacri (1840) e si stabilì a Napoli dove da O. Colecchi venne indirizzato allo studio della filosofia moderna, soprattutto di Kant e di Hegel. Nel 1846 aprì una scuola di filosofia che il successore di Galluppi (v.) all'Università fece chiudere, per le idee professate da S. Questi allora (1848) si fece precettore del figlio del generale Pignatelli e insieme con lui, nel 1849, passò a Firenze. Nel 1850 lasciò l'abito sacerdotale, causa la maturata crisi filosofico-religiosa, e si trasferì a Torino, dove trovò ambiente favorevole ai suoi sentimenti politici, e invece contrasti per la dissonanza tra il suo crescente laicismo e l'ambiente religioso e filosofico. In questi anni pubblicò gli Studi sopra la filos. di Hegel (in Riv. ital., 1850, pp. 1-78) e i Principi della filos. pratica di G. Bruno (in Atti dell' Accedi. di filos. italica, Genova 1854, ristamp. in Saggi di critica filos., politic., e relig., Napoli 1867, pp. 139-75). Visse della sua opera di pubblicista scrivendo su giornali e riviste e prese posizione contro il pensiero cattolico circa la libertà d'insegnamento (gli scritti pubblicati nel 1851 sul Progresso vennero raccolti da G. Gentile nel volume La libertà d'insegnamento, Firenze 1920). Polemizzò pure contro La civiltà cattolica, con articoli sul Cimento, e nel quotidiano Il Piemonte (raccolti dal Gentile con il titolo La politica dei Gesuiti nel sec. XVI e XIX, Roma 1911). Dopo un breve insegnamento a Modena e Bologna ottenne la cattedra di filosofia a Napoli. Qui sviluppò il suo pensiero esponendo Hegel (scritti riuniti dal Gentile nel volume Scritti filosofici, Napoli 1900), e sistemando il proprio punto di vista speculativo, con il volume (incompiuto) Principi di filosofia (ivi 1861, integrato e ristampato dal Gentile con il titolo Logica e metafisica, Bari 1911), e con gli studi sull'etica di Hegel (ristampati da Gentile con il titolo Principi di etica, Napoli 1904). Scrisse inoltre su Bruno e Campanella (Rinascimento, Riforma e Controriforma, Venezia 1928), su Gioberti (La filosofia del Gioberti, $2^{a}$ ed., Napoli 1883) e soprattutto gli studi raccolti dal Gentile nei voll. Da Socrate a Hegel (Bari 1905) e La filos. ital. nelle sue relazioni con la filos. europea (ivi 1908; nuova ed. scolastica a cura di G. Gentile, Firenze 1937; di G. Tarozzi, Torino 1937; di E. Vigorita, Napoli 1938). Membro del

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Consiglio Superiore dal 1861 e deputato al Parlamento nella X, XI e XII legislatura, lo S. nell'ultimo periodo della sua vita fondò il Giornale napoletano di filos. e lettore "lottando contro l'indirizzo positivistico" negatore della metafisica (cf. Esperienza e metafisica, edito da D. Jaja, Torino 1888).
S. mirò a ripensare criticamente Hegel (v.) e insieme rinnovare la dialettica mediante una valorizzazione del pensiero umano, inteso non come il punto di arrivo, ma come il punto di partenza presente fin dalla prima categoria della logica. Di qui il suo singolare approfondimento della logica hegeliana, anche in rapporto a una concezione dell'esperienza, capace di superare i punti di vista parziali dell'hegelismo e del positivismo (v.). Egli riconosce la necessità della metafisica (con cui va integrato il pensiero kantiano); ma metafisica non significa trascendenza, bensì, piuttosto, affermazione del trascendentale. La posizione dello S. fu spesso polemica e chiarificatrice, più che originale; tuttavia va notato il suo notevole influsso sull'attualismo (v.) gentiliano. Egli intese di reinserire la filosofia italiana nella filosofia europea: mantenendo la sua originalità e nazionalità e chiarendo la sua efficacia nel pensiero europeo già fin dal Rinascimento, in cui Bruno preluderebbe a Spinoza, Campanella a Cartesio, mentre Vico sostituirebbe alla metafisica dell'essere la metafisica della mente. La filosofia italiana ebbe nuovo rilievo nel sec. xix, subendo tuttavia l'infl