volume-11

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cacia nel pensiero europeo già fin dal Rinascimento, in cui Bruno preluderebbe a Spinoza, Campanella a Cartesio, mentre Vico sostituirebbe alla metafisica dell'essere la metafisica della mente. La filosofia italiana ebbe nuovo rilievo nel sec. xix, subendo tuttavia l'influsso del pensiero germanico, con Galluppi "kantista suo malgrado", Rosmini, scopritore dell's unità dello spirito ", e Gioberti.

BibL.: G. Gentile, B. S., Firenze 1920 (pp. 201-215 bibl. degli scritti di S.); id., B. S. nel $1^{\circ}$ centen. delle sua morte, in Annali della R. Scuola normale nat. di Pisa, 1934, pp. 165-84; id., B. S. e la riforma dell' hegelismo, in Origini della filos. ital., III, parte $2^{2}$, Messina 1922; E. Guastalla, La fortuna di B. S. nell'idealismo attualist., in Arch. di stor. della filor., 3 (1934), pp. 334-46; F. Alderinio, L'esigenza realist. nell'idealismo di B. S., ibid., 4 (1935), pp. 99-132; I. Pellegrini, Nazionalità e universalità della filos. nel pensiero di B. S., Firenze 1938; E. Vigorita, B. S., Napoli 1938.

Spaventa, Silvio. - Patriota e giureconsulto, n. a Bomba (Chieti) il ro maggio 1822, m. a Roma il 21 giugno 1893, fratello del filosofo idealista Bertrando, di cui sentì molto l'influenza.

Studiò a Chieti, poi a Montecassino e a Napoli, ove si avviò agli studi giuridici. Ostile al governo borbonico, propugnò, mediante il suo giornale il Nazionale e una setta, da lui fondata, il federalismo, quale primo passo per l'unità d'Italia. Per tale sua attività fu condannato alla pena di morte, commutata poi nell'ergastolo. Dopo sette anni al bagno di Ventutene ( 1848 ), fu esiliato. A Londra suscitò negli animi degli esponenti liberali vivo interesse per le vicende italiane. Tornato in Italia, dopo l'unione del Regno delle Due Sicilie all'Italia, ebbe l'incarico di dirigere a Napoli la polizia (1860-61). Eletto deputato al Parlamento, con il suo pensiero contribuì a rafforzare la posizione della destra storica. Ebbe importantissimi incarichi di governo, tra cui quello di segretario generale degli Interni (1864), consigliere di Stato, ministro dei Lavori Pubblici (1876).

Da F. Crippi, esponente della sinistra, fu nominato presidente della $4^{a}$ Sezione del Consiglio di Stato, alla cui creazione aveva contribuito con il suo pensiero sulla giustizia amministrativa. Propugnò infatti l'istituzione di una difesa giurisdizionale per quel vasto numero di diritti e interessi, lesi dagli atti del governo, ritenuti illeggittimi dagli interessati, che erano rimasti privi di qualsiasi tutela del genere con la riforma operata dalla legge del 20 marzo 1865 , invocando l'esempio di altri paesi, che avevano trovato tutela nei tribunali del contenzioso, appositamente istituiti. Fu così creata la IV Sezione del Consiglio di Stato con funzioni giurisdizionali; Sezione che, per opera sua, acquistò molto credito e sulla quale si fonda l'organismo della giustizia amministrativa tuttora in vigore. Fu nominato senatore il 15 dic. 1889.

BibL.: R. de Cesare, S. S. e i suoi tempi, in Nuova Antologia, $3^{2}$ serie, 46 (1893), pp. 29-60; F. P. Gabrieli, s. v. in Enc.

Ital., XII, pp. 709-710; F. Battaglia, s. v. in Dizionario politico ital., IV, p. 331 ; P. Romano, S. S., Barı 1942. Francesco Ercolani

SPAZIO. - Nell'accezione comune è il luogo nel quale si immaginano i corpi e i movimenti. Esso comporta alcune distinzioni fondamentali. S. reale è lo s. nella sua realtà oggettiva; lo s. considerato dalla fisica è il luogo dei corpi con le loro proprietà fisico-chiimiche; lo s. ideale è l'idea astratta di estensione; lo s. immaginario è l'immagine di una estensione sussistente senza corpi; lo s. geometrico è quello studiato dalla geometria, luogo dei corpi geometrici.
I. Filosofia. - 1. Cenni storici. - Un luogo o s. affermarono i Pitagorici (Aristotele, Phys., IV, 6, 213 b 22-27). Parmenide identifica il vuoto, cioè lo s., con il non-essere: «L'essere (il pieno) è, il non-essere (il vuoto) non è" (H. Diels, Die Frugm. d. Vors., Berlino 1934-36, fr., 6, v. 1-2). Senone formula la prima aporia dello s. (luogo, "óros) : se tutto è nello s., anche lo s. è in un altro s. e cosi via (Aristotele, Phys., IV, 1, 209 a 23); Leucippo e Democrito sostengono che il non-essere, cioè il vuoto ( $x \times v o ́ v$ ) esiste e rende possibile la molteplicità e il moto degli atomi (Aristotele, Met., I, 4, 985 b 8-9). Aristotele parla del luogo ( $\mathrm{v} / \mathrm{ros} \mathrm{c}$ ), definito come la parte dello s. occupata dal corpo (Phys., IV, 1). Epicuro, come Democrito, ammette io s. vuoto e infinito, nel quale sono infiniti atomi (Epist. a Erod., 41-42, ed. E. Bignone, Bari 1920; cf. Lucrezio, De rerum natura, I, 951 sgg.). Secondo Proclo, lo s. è costituito di luce finissima (Simplicio, Phys., 142 a, 143 b; ed. H. Diels, Berliom 1882-95). S. Tommaso, che sostiene la teoria aristotelica del luogo, afferma "non fuisse locum aut spatium ante mundum" (Sum. Theol., q. 46, a. 1, ad 4), cioè lo s. dipende dalla realtà corporea. La stessa dottrina in Suárez: "Quatenus hoc spatium apprehenditur per modum entis positivi, distincti a corporibus, mihi videtur esse ens rationis... sumpto fundamento in ipsis corporibus, quatenus sua extensione apta sunt constituere spatia realia" (Disp. Met., d. 51, s. 1, n. 12).

Nella filosofia moderna Descartes identifica lo s. (estensione) con la materia: "Revera enim extensio in longum latum et profundum, quae spatium constituit, eadem plane est cum illa quae constituit corpus" (Princ. philos., II, ro); differiscono solamente "in nostro modo concipiendi" (ibid., II, 12). Questo s. è indefinito, perché non si possono immaginare i suoi limiti (ibid., II, 21). Secondo Spinoza, lo s. (estensione) è un attributo della sostanza divina (Ethica, parte $1^{a}$, prop. 15, schol.). P. Gassendi, riprendendo Epicuro, afferma lo s. "non pendere a corporibus corporeumque adeo accidens non esse" (Phys., sez. 1 ${ }^{2}$, l. I; ed. Lione 1658, t. I, p. 182); ma lo s., infinito, improdotto, indipendente da Dio, immobile, incorporeo, non è sostanza: "vox incorporei nihil aliud sonet, quam negationem corporis, corporearumve dimensionum; non autem positivam ullam naturam" (ibid., p. 183). I. Newton, dall'esperienza meccanica delle forze centrifughe del moto rotatorio, deduce l'esistenza dello s. assoluto, indipendente dai corpi: "Spatium absolutum, natura sua absque relatione ad externum quodvis, semper manet similare et immobile" (Philos. naturalis principia mathematica, Amsterdam 1723, p. 6; cf. p. 9). Newton suggerisce che Dio "non est aeternitas vel infinitas, sed aeternus et infinitus; non est duratio vel spatium, sed durat et adest... resistendo semper et ubique durationem et spatium, aeternitatem et infinitatem constituit" (ibid., p. 483). Clarke, discepolo di Newton, da tali premesse deduce che "lo s. e la durata non sono fuori di Dio sono nelle conseguenze immediate e necessarie della sua esistenza; senza le quali egli non sarebbe eterno e presente dappertutto" (Quatrième replique de M. Clarke, n. 10; ed. Dutens, Ginevra 1768, t. 1a, parte $2^{a}$, p. 176). G. Leibniz oppone che "se lo s. infinito è l'immensità di Dio... bisognerà dunque dire che ciò che è nello s. è nell'immensità di Dio e per conseguenza nella sua essenza" (Cinquième écrit de M. Leibniz, n. 4, ed. cit., p. 151). "Come sarebbe accettabile l'opinione che i corpi passeggiano nelle parti dell'essenza divina? " (ibid., n. 50 ;

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ed. cit., p. 154). Secondo Leibnis lo s. è «quelque chose de purement relatif.... un ordre de coésistences (Troisième écrit de M. Leibniz, n. 4; ed. cit., p. 121). Lo s. è il complesso delle reciproche posizioni dei corpi (cf. Cinquième écrit de M. Leibniz, n. 47; ed. cit., pp. 151-53). Tuttavia, a causa dell'antinomia del continuo (v.), Leibniz afferma che lo s. è un fenomeno; ma phoenomenon bene fundatum, phénonès est. Per G. Locke lo s. è un'idea semplice, dataci dalla percezione della distanza tra due oggetti (s. propriamente detto) o tra parti di uno stesso corpo (estensione propriamente detta). Contro R. Descartes, Locke è favorevole a uno s. in senso newtoniano, indipendente dai corpi (An essay concerning human understanding, 1. II, cap. 13; cf. nn. 16, 17). Per Berkeley invece lo s. non può essere assoluto, ma solo relativo ai corpi (Treatise on the principles of human knowledge, n. 1 io sgg.), quindi, come questi, è un'idea. In Hume l'idea dello s. o della estensione non è altro che "l'idea di punti visibili e tangibili distribuiti con un certo ordine; ne segue che non possiamo avere nessuna idea del vuoto, ossia di uno s. in cui non sia niente di visibile o tangibile" (Treatise on human nature, 1. I, parte 2², sez. 58, n. 1; trad. it. di A. Carlini, Bari 1926, pp. 77-78).
E. Kant si interessò dapprima all'antinomia leibniziana del continuo (cf. Metaphysicae cum geometria iunctac usus in phalosophia naturali, monadologia physica, 1756). Nel Von dem ersten Grunde des Unterschiedes der Gegenden zu Resune (1768), parla di uno s. assoluto "non puramente ideale" (trad. it. di P. Carabellese, Bari 1923, p. 208). Il De mundi sensibilis atque intelligibilis forma et principio (1770) contiene la dottrina definitiva dello s., quale cosi ripetuta nella Kritik der reinen Vernunft (1781). Kant afferma che "lo s. non è un concetto empirico, ricavato da esperienze esterne...; è una rappresentazione necessaria a priori, la quale sta a fondamento di tutte le intuizioni esterne...; non è un concetto discorsivo o, come si dice, universale dei rapporti delle cose in generale, ma una intuizione pura" (Critica della ragione pura, trad. it. di G. Gentile e G. Lombardo-Radice, Bari 1924, pp. 66-67). "Noi possiamo quindi solo dal punto di vista umano parlare di s., esseri estesi, ecc. Ma se usciamo fuori dalla condizione soggettiva... l'idea di s. non significherebbe più nulla" (ibid.).

Per G. Hegel la natura è la prima estrinsecazione dell'idea distendentesi nello s. e nel tempo. Lo s. è la esteriorità del tutto astratta, senza differenza determinata, è l'essere fuori di sé : "La prima o immediata determinazione della natura è l'universalità astratta nella sua esteriorità; la cui indifferenza priva di mediazione è lo s." (Encicl., trad. it. di B. Croce, Bari 1923, p. 204). Secondo G. Gentile "la natura, regno dell'esistente... si è rappresentata appunto come l'insieme degl'individui coesistenti nello s. e successivi nel tempo" (Teoria generale dello spirito come atto puro, Firenze 1938, p. 112). Perciò lo s. è la stessa molteplicità dei positivi reciprocamente escludentisi: "Una pura molteplicità immediatamente data è s." (ibid., p. 116); la quale molteplicità viene inverata nell'unità dialettica dello spirito (ibid., p. 127).
2. Conclusioni. - La nozione di s. assoluto nel senso di Gassendi e di Newton, esistente indipendentemente dai corpi e loro luogo necessario, ha origine dalla nostra immaginazione, ma risulta inconsistente. Illogicamente Newton, dalle forze centrifughe di un corpo in rotazione deduce lo s. assoluto, come termine reale di riferimento del moto rotatorio; il quale può in vece riferirsi a tutto l'universo, come notavano G. Berkeley (De motu, n. 64, ed. Fraser, I, Londra 1871, p. 524) e E. Mach (I principi della meccanica, Milano-Roma 1929, pp. 242-46). Altri pongono lo s. assoluto come condizione della possibilità di posizione e movimento di un corpo isolato; cosi L. Eulero, C. Flammarion, C. G. Neumann, ecc. (cf. D. Nys, La notion d'espace, Lovanio 1930, pp. 28-29). Ma non è dimostrato che la posizione e il movimento siano necessarie condizioni della realtà materiale. Inoltre lo s. assoluto,
come osservarono Leibniz (loc. cit.) e Berkeley (Treatise on the principles of human knowledge, n. 117), implica attributi divini e pertanto coinvolge la negazione della trascendenza di Dio.

Le concezioni soggettivistiche dello s. o sono proposte per superare particolari difficoltà intrinseche alla nozione di s., o sono conseguenza di concetti metafisici più generali. Con lo s. fenomenale Leibniz tenta evitare l'antinomia del continuo (v.). Kant non ha cura di distinguere lo s. reale da quello immaginario (cf. Critica della ragione pura, ed. cit., p. 66 sgg.). Si comprende allora come, attribuendo allo s. reale le proprietà dello s. immaginario, l'autore del criticismo giudichi lo s. reale assurdo e ricorra alla forma a priori. Gratuita è l'affermazione kantiana che la geometria come scienza necessaria sia possibile solo ammettendo la forma a priori dello s. (sp. cit., p. 52,69 ) : il valore di universalità e necessità delle proposizioni geometriche è infatti sufficientemente fondato dal carattere astratto della rappresentazione dello s. Pertanto lo s. reale va inteso come la estensione reale dell'universo, o, in altri termini, lo stesso universo reale, astraendo da ogni proprietà fisico-chimica e considerando solo la sua realtà dimensiva. Lo s. reale non è quindi destinato dall'estensione reale dei corpi, di cui è un particolare aspetto. Intendendo per dimensione la direzione secondo la quale, per uno spostamento, un ente geometrico esce tutto da se stesso e dà luogo a un altro di genere diverso (punto-linea, linea-superficie, superficie-volume; cf. Aristotele, De An., I, 4, 409 a 4; Euclide, Elementi, Termini, nn. 2, 3, 5, 6, ed F. Enriques, Roma 1923, p. i sgg.), lo s. reale ha tre dimensioni; non esiste infatti il quarto spostamento generatore di un ente geometrico diverso dal volume (cf. F. Enriques, s. v. Dimensioni, in Enc. Ital., XII, pp. 849-50).

Lo s. reale non è dilatabile o condensabile, né eterogeneo (cioè diverso nei diversi punti), né curvo : proprietà, queste, fisiche, da cui lo s. reale prescinde; e che non sono concepibili, se non supponendole in uno s. non condensabile e rettilineo.
II. Matematica. - Lo s. geometrico è lo s. considerato dalla geometria, luogo delle figure geometriche. Venne comunemente identificato con lo s. immaginario, che possiede le proprietà dello s. reale. Cosi lo intese Euclide e tutta la geometria antica (s. euclideo). Nello studio critico dei principi di Euclide, specialmente del V postulato (per un punto ad una retta passa una sola parallela), per opera specialmente di G. Saccheri, S. J. (Euclides ab omni naevo vindicatus, Milano 1733), di G. F. Gauss, N. I. Lobačevskij, G. Bolyai (cf. C. Fano, Geometria non euclidea, Bologna 1935, p. i sgg.). si arrivò a costruire una geometria perfettamente coerente nella quale il V postulato era sostituito da un altro: per un punto ad una retta passano infinite parallele. B. Riemann costrui una terza geometria in cui era mutato ancora il V postulato : per un punto ad una retta non passa nessuna parallela. Queste geometrie non euclidee conducono alla nozione di s. curvo: lo s. di Lobačevskij ha curvatura negativa, quello di Riemann ha curvatura positiva. Lo s. euclideo risulta a curvatura nulla. Da qui ancora la nozione di s. a 4 dimensioni, di cui alcune curve (s. non-euclidei) o no (s. pseudo-euclideo) rispetto a una quarta: p. es., in modo analogo la superficie sferica è a 2 dimensioni curve rispetto a una terza (raggio finito), il piano è a 2 dimensioni non curve rispetto a una terza (raggio finito), il piano è a 2 dimensioni non curve rispetto a una terza (raggio infinito). Ma si può anche pensare uno s. a 4 dimensioni diversamente curve tra di loro con curvatura variabile da punto a punto; analogamente, p. es., una superficie può avere curvatura variabile da punto a punto.

Nella geometria analitica le funzioni possono avere una rappresentazione spaziale; come le funzioni a 1, 2, 3, variabili, sono rappresentate rispettivamente nello s. a 1 (linea), 2 (piano), 3 (s. comune euclideo) dimensioni, cosi le funzioni a $4,5, \ldots$ n. variabili possono rappresentarsi nello s. a 4, 5, ... n. dimensioni. Le quali possono essere diversamente curve tra di loro. In tal modo sono sorte le teorie degli iperspazi.

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Per lo studio del calcolo dei funzionali si fu indotti alla creazione di s. astratti, nei quali le variabili sono linee, superfici, funzioni, ecc. Si ottengono cosi gli s. metrici, lineari, topologici, ecc. Tra di essi sono s. s. infinite dimensioni, p. es., lo s. hilbertiano, che è euclideo a infinite dimensioni.

La quarta dimensione e la curvatura spaziale sono inimmaginabili e percio, siccome s in mathematicis oportet cognitionem secundum iudicium terminari ad imaginationem s (s. Tommaso, In Boetium de Trin., q. 6, a. 2), non hanno significato di realtà (cf. J. Maritain, Les degrés du savoir, Parigi 1949, p. 329 sgg.). Gli iperspazi sono concepibili solo analogicamente allo s. euclideo; valgono come enti ideali con fondamento nella realta, senza interne contraddizioni e percio sono oggetto di studio della geometria. A maggior ragione cio vale per gli s. a $5,6, \ldots \mathrm{n}$. dimensioni e per gli s. astratti.

III. Fisica. - Lo s. fisico è lo s. considerato dalla fisica, nel quale sono i corpi con le loro proprietà chimicofisiche. Fino al principio del presente secolo, lo s. fisico era stato assunto come euclideo, indipendente dal movimento e dalle proprietà della materia. La teoria della relatività (v.) di A. Einstein introdusse la materia e le sue proprietà nella struttura dello s. Dalla relatività ristretta, in forza di un nuovo concetto di simultaneità (v. tempo), fondato sul postulato che la luce corre a velocità costante (ca. $3,10^{10} \mathrm{~cm} / \mathrm{sec}$ ) per tutti i sistemi di riferimento in meno inerziale, risulta che lo s. è relativo al sistema di riferimento : quindi un regolo di lunghezza $K$, in moto rispetto a un osservatore, diventa lungo $\mathrm{K} \sqrt{\frac{\mathrm{v}-\mathrm{v}^{2}}{\mathrm{t}-\mathrm{a}}}$ cioè si accorcia, non per cause fisiche, ma per la stessa contrazione dello s. nella direzione del moto relativo, restando non contratto nelle altre direzioni. Inoltre per qualche loro somiglianza, s. e tempo furono collegati insieme da H. Minkowski (1908) in un universo (Welt, cronotopo) a 4 dimensioni, di cui tre spaziali, $x, y, z$, e la quarta temporale c $\mathrm{f}^{-1} \mathrm{t}$ (v. universo). Nella teoria della relatività generale, per il principio di equivalenza, secondo cui un sistema accelerato può ritenersi equivalente a uno in riposo in un campo di gravitazione, lo s.-tempo si incurva. Nel vuoto lo s.-tempo è euclideo a 4 dimensioni; dove c'è materia ed energia è riemaniano a 4 dimensioni; p. es., un raggio di luce si incurva passando vicino a una stella. Estendendo queste considerazioni a tutta la realtà materiale, si deduce che tutto lo s.-tempo è incurvato su se stesso secondo la geometria riemaniana; ciò che risolve, con la concezione di uno s. finito ma illimitato (come una superfice sferica è finita ma senza limiti), la questione dell'estensione dell'universo. Interpretando la legge di gravitazione della relatività generale $\mathrm{G}_{\mathrm{pv}}=3 \mathrm{~g}_{\mathrm{pv}}$, nella quale $\mathrm{G}_{\mathrm{pv}}$ indica l'attrazione newtoniana, e $\lambda \mathrm{g}_{\mathrm{pv}}$ la dispersione cosmica proporzionale alla distanza, si proposero diversi modelli dello s. fisico (universo) : quello di A. Einstein, secondo cui l'universo ha le proprietà della superficie di una ipersfera a 4 dimensioni, con raggio fisso e contiene materia distribuita uniformemente; quello di W. De Sitter, secondo cui l'universo ha le proprietà della superficie di una ipersfera a 5 dimensioni con raggio immaginario ed è vuoto di materia : in esso due punti materiali si allontanano continuamente tra di loro. Oltre a queste due soluzioni statiche dell'equazione gravitazionale, ci sono soluzioni intermedie dinamiche. Quella proposta da A. Friedmann (1922) e da G. Lemaître (1927) ammette che il raggio dell'universo cresce con il tempo e ciò dà luogo a un accrescimento di tutte le grandezze, come le figure disegnate sulla superficie di un palloncino di gomma che si gonfia. Ciò spiegherebbe (effetto Doppler-Fizeau) lo spostamento verso il rosso, osservato nelle righe spettrali delle nebulose extra-galattiche come effetto di un allontanamento indicato dalle equazioni della relatività generale (cf. A. Eddington, The expanding universe, Cambridge 1933; G. Lemaître, L'univers, Lovanio 1950). Si comprende come sia possibile, secondo queste teorie, calcolare l'estensione dell'universo e la quantità di materia in esso contenuta.

Per costruire una geometria dell'universo più generale, si pensò di introdurre nella struttura dello s., oltre il campo gravitazionale, anche i campi elettromagnetici in una teoria unitaria; venne cosi ancora ampliato il concetto di s. Tentativi del genere furono fatti da H. Weyl, A. Eddington e, a diverse riprese, da A. Einstein (The meaning of relativity, $3^{\text {rd }}$ ed. including the generalized theory of gravitation, Princeton 1950), con diverso successo.

Lo s. della relatività non può avere valore di realtà oggettiva. Infatti la contrazione dello s. deriva dal postulato della costanza della velocità della luce, che non si può dire sperimentalmente dimostrato per il fatto che le esperienze di Michelson e altri, per quanto precise, ebbero risultato negativo. L'omologazione dello s. con il tempo nell'universo di Minkowski è evidentemente solo formale per l'insopprimibile diversità tra s. e tempo. Indimostrato è pure il valore oggettivo del principio di equivalenza, ovvio del resto dal punto di vista matematico, e incerte sono le prove sperimentali della relatività generale. E chiaro inoltre che le teorie unitarie dei campi sono tentativi di sintesi. Infine la condensazione e la curvatura sono proprietà della materia, che non vanno attribuite allo s. : infatti l'una e l'altra non si possono comprendere e non possono esistere se non presupponendo l'immutabilità metrica e la certilincità spaziale (cf. P. Landucci, Lo s. e la fisica moderna, Roma 1935, pp. 160-62).

Del resto se l'esperienza conferma le conclusioni della relatività, segue che questa è una buona teoria fisica, non necessariamente che essa abbia significato di verità oggettiva. Pertanto lo s. della relatività è uno s. fisico-matematico, ente logico con fondamento nella realta, simbolo che riassume, in una geniale geometrizzazione della fisica, le proprietà osservabili della materia. Esso sintetizza, nelle esperienze che lo confermano, la lettura degli strumenti di misura, senza pretendere di esprimere la natura delle cose, secondo l'indirizzo della scienza sperimentale moderna, diretta verso l'osservabile in quanto tale.

Bibl.: oltre le opere citate, cf. per la filosofia: Aristotele, Physica, IV; s. Tommaso, In Phys. Aristotelis commentaria; H. Poincaré, Dernière pensée, Parigi 1924, cap. 3; F. Enricque, Probl. della scienza, Bologna 1925, p. 151 sgg.; E. Meyerson, La didactica relativiste, Parigi 1925; M. Schlick, Raum und Zeit in der gegente, Physik, Berlino 1925; L. Urbano, Estudio critico de las teorias relativ., Madrid 1926; D. Nys, La notion d'espace, Lovanio 1930; P. Landucci, Lo s. e la fisica moderna, Roma 1935; J. Morcosi, L'espace chez Aristote, in Gieon. di metodi., 4 (1949), pp. 351-60, 525-42; J. Favard, Espace et dimension, Parigi 1930; W. Hallpach, Dimensionen in Raum und Zeit, in Pädagogik. natur., I (1950), p. 179 sgg. Per la matematica: F. Enricque, S. e tempo davanti alla critica moderna, in Quest. riguardanti la mater. mat. element., II, Bologna 1925, p. 429 sgg. Per gli s. non euclideli: H. Weyl, Mathematische Analyse des Raumproblemes, Berlino 1923; F. Gonseth, Les fondements des mathématiques, ivi 1926; M. Boucher, Essai sur l'hyperespace, Parigi 1927; K. Menger, Dimensionstheorie, Lipais-Berlino 1928; M. Fréchet, Les espaces abstraits, Parigi 1928; G. Pano, Geometria non euclideo, Bologna 1932 (buona bibl.); N. Bourbaki, Eléments de mathématique, Parigi 1939; Per la fisica: esistono innumerevoli opere sulla relatività: M. V. Laue, Die Relativitätstheorie, Brunswick 1912; A. Eddington, Space, time and gravitation, Londra 1920; A. Einstein, Sulla teoria speciale e generale della relut., Bologna 1921; H. Weyl, Raum. Zeit. Materie, Berlino 1921; A. Eddington, The mathematical theory of gravitation, Cambridge 1923; P. Stranon, Tvaria della relut., Roma 1924; A. Einstein, Sur la structure cosmologique de l'espace, Parigi 1933; G. Armellini, Trattato di astron. inferale, III, Bologna 1936; G. J. Whitrow, The structure of universe, Londra 1949; G. Giorgi, Dalla s. alla materia, in Riv. di filos. neasc., 42 (1950), pp. 154-58; P. Coudere, L'expansion de l'univers, Parigi 1930; M. Sansoni, La teoria unitaria di Einstein, in Sophia, 19 (1931), p. 193 sgg.; P. Jordan, Nature Gesichtspunkte der kosmologischen Theorieabildung, in Philos. Jahrbuch, 61 (1931), p. 8 sgg. Roberto Masi

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SPECIANO, CESARE. - Vescovo e nunzio, n. a Cremona nel 1539, m. ivi il 20 ag. 1607.

Primo canonico della Metropolitana milanese con s. Carlo Borromeo di cui fu molto amico. Inviato a Roma ebbe varie cariche, poi Pio V lo assegno quale consultore alla nunziatura di Madrid e Gregorio XIII lo creò vescovo di Novara nel 1584. Fu poi nunzio presso Filippo II per due anni, e nel 1591 Gregorio XIV lo trasferì al vescovato di Cremona.

Poco dopo Clemente VIII lo inviò a Praga come legato all'imperatore Rodolfo II e qui rimase dal 1592 al 1598 svolgendo intensa attività per l'istruzione ecclesiastica e per la conversione degli utraquisti e degli ussiti. Tornato a Cremona, si dedicò alla cura delle anime e fondò un collegio di Gesuiti. Scrisse un'opera (Propositioni christiane) stampata dal Muratori nel 1735.

Bias.: Upholli, IV, pp. 617 e 726; Pastor, X e XI, v. indici; N. Mosconi, Le Propositioni cristiane morali e civili di C. S., in Connicioni, 3 (1931), pp. 347-63; id., La nunziatura del cremoneo C. S. negli anni 1326-28 alla corte di Filippo II, Cremona 1939.

Michelangelo Mendella
SPECIE. - Entità biologica, cui l'isolamento fisiologico consente da un lato di trasmettere nei discendenti il complesso dei caratteri ereditati dagli antenati, caratteri comuni ai vari frontipi o razze che la compongono, e dall'altro le impedisce di mescolarsi con altri complessi affini. Secondo questa descrizione una specie non si mescola con un'altra, in ciò diversificando dalle razze che la compongono, le quali possono mescolarsi tra loro mediante incrocio. La specie è una realtà sentita dall'uomo. L'autore della Gencsi afferma che Dio, creando le piante e gli animali, ordinò alla terra di germinare le prime ed alle acque di produrre i secondi, ciascuno secondo la sua specie.

Lo zoologo, quando studia gli organismi inferiori, pur non riuscendo ancora ad afferrare le differenze intime di ciascun protoplasma, che sono indubbiamente di natura chimica, non può dubitare della esistenza di quelle, quando vede depositarsi in ciascuna forma specifica prodotti organici ed anche inorganici, come sali di costituzione differente e vede che la diversità non si limita alla elaborazione di sostanze chimiche determinate, ma che ciascuna di queste assume un aspetto fisico diverso da specie a specie, da uno ad altro gruppo di specie. Nei batteri la specie si manifesta nel comportamento biologico; gli stessi virus filtrabili che, allo stato attuale delle nostre conoscenze, esigono per moltiplicarsi la presenza di cellule viventi, dimostrano la loro specificità con le reazioni svariate che provocano nell'organismo, animale o vegetale, che il ospita. Questi fatti sembrano provare che non esiste vita senza specie e che, presumibilmente, le specie sorsero fino dall'origine della vita, nel senso che il protoplasma o sostanza vivente non si sia organizzato in maniera uniforme, ma in maniera specificamente diversa, fino da principio. La teoria del differenziamento specifico del protoplasma, successivo all'affermarsi della vita sulla terra, non sembra potersi sostenere di fronte ad un esame obiettivo dei fatti.

Non basta che la nozione di specie sia fondata su differenze più o meno sensibili fra gli organismi; bisogna che queste differenze separino, gli uni dagli altri, gruppi di individui somiglianti, discesi da un solo individuo per apogamia o partenogenesi, oppure da una coppia di individui di sesso diverso, per anfigonia, capaci di trasmettere i loro caratteri si discendenti. Perché sia possibile attribuire a un gruppo di organismi che offrono caratteri comuni la denominazione di "specie", la trasmissione ereditaria delle differenze costituisce dunque una condizione necessaria, ma non però sufficiente. Un precursore di Linneo, John Ray, vissuto nella seconda metà del xvir sec. afferma nella sua Historia plantarum che i caratteri di una specie conservano in perpetuo la loro natura attraverso i genitori o semi e non possono essere prodotti da semi di altra specie. Linneo, fino dal 1738 , confermò
la perpetuità della specie, affermando che questa entità è stata creata da Dio: species tot sunt quot diversas formas ab initio produxit infinitum Ens. Pose in tal modo il principio che egli stesso attenuo nella $12^{a}$ ediz. del suo Systeme Naturae, dove riconobbe l'esistenza di varietà di piante derivate da cause accidentali, come clima, suolo, temperatura, venti, ecc. e limitò la creazione primitiva a poche forme le quali, mescolandosi, avrebbero poi prodotto le specie esistenti attualmente.

Da Linneo ai nostri giorni il concetto di specie è andato sempre più precisandosi, specialmente in ciò che concerne le condizioni riconosciute come necessarie perché un gruppo di organismi, simili tra loro, possa essere distinto da altri gruppi più o meno affini ed essere considerato come specie.

Una prima difficoltà è quella che deriva dalla contraddizione inerente al fatto che i caratteri specifici sono essenzialmente ereditari, e tuttavia possono subire modificazioni. La specie si trasmette di generazione in generazione, ma è altrettanto provato che cause intrinseche ed estrinseche possono determinare nei discendenti modificazioni ora effimere ed ora stabili.

Nella valutazione di queste od anche semplicemente in quella dei caratteri specifici, che è quanto dire nei criteri di distinzione specifica, entra in campo un elemento convenzionale e soggettivo che varia da uno ad altro studioso in rapporto con la natura degli organismi studiati. S'è già detto che le specie reagiscono diversamente all'azione dell'ambiente : ora, fra l'ambiente e le piante esistono rapporti talmente stretti da rendere impossibile la loro assimilazione a quelli che esistono fra animali ed ambiente. La pianta è, per cosi dire, legata al suolo e non può sottrarsi all'azione fisico-chimica del terreno né a quella del clima, mentre l'animale è del tutto indipendente dal terreno e dalla sua costituzione fisico-chimica e può sottrarsi, con la migrazione e con il letargo, all'azione del clima.

L'apprezzamento dei caratteri specifici degli animali non può essere condotto con criteri uniformi per tutti i gruppi, ed è facile rendersi conto che quelli adottati nella valutazione delle differenze fra gli Insetti, non possono essere gli stessi che valgono per distinguere i Celenterati, ovvero l'una o l'altra classe di Vertebrati. Per evidenti ragioni di necessità le specie sono fondate in massima parte su caratteri morfologici, ora interni ed ora esterni, caratteri che variano peraltro non solo da gruppo a gruppo, ma anche da autore ad autore.

Sotto un aspetto più generale, da Buffon in poi, è stato adottato quale mezzo di distinzione dei caratteri specifici, il criterio fisiologico della interfecondità, nel senso che tutte le forme che dànno luogo a prodotti fecondi, anche se morfologicamente differenti, appartengono alla medesima specie, mentre costituiscono specie distinte quelle che non sono feconde fra loro o che producono ibridi sterili. Questo criterio fisiologico è di applicazione assai rara, perché esige la realizzazione di una prova sperimentale molto difficile, specialmente quando si tratta di animali. Inoltre fra la completa interfecondità e la sterilità esiste una serie di condizioni intermedie: 1) due forme interfeconde in ambiente sperimentale, non lo sono in quello naturale : a) per completa separazione delle aree da esse abitate; b) per mancanza di contemporaneità nella maturazione delle cellule germinali; c) per mancanza di attrazione reciproca o addirittura per ripulsione; d) per ostacoli meccanici all'accoppiamento o alla penetrazione dello spermio nell'uovo. 2) Due forme che si accoppiano naturalmente o artificialmente, producono ibridi fecondi nel sesso omozigotico e sterili nell'altro, eterozigotico. In questo si formano: a) cellule germinali incapaci di fecondare o di essere fecondate (negli uccelli uova piccole o anche normali, ma non fecondabili); b) non si formano cellule germinali (negli uccelli completa infertilità della femmina ibrida); c) la sterilità del sesso eterozigotico scompare nel primo reincrocio; d) la sterilità del medesimo scompare nel secondo reincrocio; e) la sterilità del medesimo scompare nel terzo reincrocio. 3) Le condizioni suddette possono essere accompagnate in ognuno dei due sessi da parasterilità, vale a dire da produzione statisticamente ridotta di cellule germinali mature e con-

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seguentemente di pochi esemplari che raggiungono lo stato adulto. 4) Gl'ibridi sono sterili in ambo i sessi. 5) Gl'ibridi vitali appartengono soltanto al sesso omozigotico e sono ugualmente sterili.

Tutte queste condizioni dimostrano che la definizione della specie, fondata sulla fecondità e sterilità degli ibridi non è, da sola, cosi assoluta come si potrebbe credere a prima vista ed è pertanto opportuno attenuarla, tenendo conto subordinatamente di qualche elemento non fisiologico. Va peraltro affermato che tutta la sistematica è stata praticamente fondata sulla valutazione morfologica.

Infatti se è facile distinguere una specie da una razza, quando si tratti di animali domestici e di piante coltivate, il cui numero è estremamente limitato, è altrettanto difficile distinguere le specie che si trovano in natura, perché l'esperienza ha potuto soltanto in pochi casi stabilirne l'identità. Ne deriva la necessità di ammettere che accanto a poche specie realmente esistenti come tali ed a noi note, ne esista una miriade che noi consideriamo come specie nella sistematica, perché in base a differenze di forma o di comportamento, il naturalista presume che esse siano specie reali, mentre possono non essere tali. Queste specie possono essere indicate col nome di specie sistematiche, nel senso che tali sono considerate nel sistema e senza certezza alcuna che esse siano veramente distinte nella realtà. Sono specie provvisorie, secondo l'espressione del botanico De Vries, in attesa che una esperienza futura confermi o neghi la loro natura di specie.

Premesso che la conoscenza della specie reale cioè realmente esistente rappresenta, nella quasi totalità dei casi, una aspirazione da raggiungere, si può affermare che in vari casi non esiste affatto coincidenza tra l'affinità fisiologica e quella morfologica.

La specie fu considerata da Linneo come l'entità biologica reale e fu da lui posta a base del suo Systema Naturae e della sua nomenclatura binomia. Secondo questa, ogni specie è designata con due nomi, indissolubili sotto l'aspetto specifico, giacché il secondo nome che si riferisce alla specie non ha alcun valore, dissociato dal primo che corrisponde al genere.

Va notato peraltro che mentre la specie si riferisce ad una entità che si presume esistere realmente, il genere è un aggregato soggettivo, che esprime affinità di varie specie fra di loro, senza che alcun fatto preciso ci dia la possibilità di definirne la vera natura e l'estensione.

Attualmente la nomenclatura è trinomia : il primo nome è sempre quello del genere, il secondo si riferisce dunque alla specie ed il terzo alla sottospecie o razza. Il genere è per solito anche oggi quell'entità fondata in special modo su affinità morfologiche, valutate secondo criteri soggettivi e personali di ogni autore e corrisponde generalmente alla specie linneana; la specie è l'entità reale, fisiologicamente più o meno separata dalle altre affini a mezzo di interfecondità incompleta o di parasterilità; la sottospecie o razza, designata col terzo nome, è forma sostanzialmente genotipica, legata a territorio geografico od ecologico determinato.

Con l'avvento della genetica sperimentale, il concetto di specie ha tuttavia acquistato un significato anche più preciso. I caratteri specifici sono l'estrinsecazione di geni allineati nei cromosomi e che si influenzano gli uni con gli altri e subiscono a loro volta l'influenza di uno o più fattori esterni, donde l'apparizione di fenotipi, che sono altresì il risultato di interazioni di fattori di ambiente e di fattori genetici. Giova ricordare che molte piante posseggono parecchi fenotipi per il colore dei fiori, secondo che esse fioriscono a temperature medie, alte o basse, che le farfalle che hanno due generazioni annuali offrono due fenotipi stagionali di colore, uno primaverile e un'altro estivo-autunnale, in rapporto con la temperatura elevata o bassa o, nei paesi tropicali, in rapporto con la stagione secca o con quella delle piogge.

La genetica moderna ha inoltre dimostrato che molti fenotipi, ai quali si suole attribuire carattere specifico, sono il risultato di incroci e che questi, secondo che sono in stato omozigotico (puro) e eterozigotico (impuro) sono stabili o instabili. Nel primo caso le specie possono essere considerate reali, perché assicurano alla loro discendenza, in condizioni uniformi di ambiente, la continuità fenotipica, ossia del loro aspetto esteriore. Le leggi di Mendel, e specialmente il principio della separazione dei caratteri negli ibridi e quello della indipendenza dei geni, esplicano, come è dimostrato dall'esperienza e dall'indagine statistica, il meccanismo di questo fenomeno, il quale è d'altronde condizionato dall'isolamento territoriale e geografico. E evidente che lo stato omozigotico di un fenotipo risultante da ibridazione, non può determinarsi né conservarsi là dove permanga la possibilità di ulteriori incroci con altri fenotipi affini. Tale è il caso delle piante coltivate separatamente e isolatamente e degli animali allevati in regime cellulare. In natura l'isolamento più caratteristico è quello offerto dalle isole, specialmente se appartenenti allo stesso arcipelago (Hawai, Galapagos, Antille, ecc.). Esempi dell'effetto dell'isolamento geografico sul differenziamento delle forme, è dato anche da montagne e rispettivamente da valli isolate, da oasi desertiche ecc. ecc.

Esiste anche un isolamento ecologico, dovuto a una differente maniera di reagire dell'organismo a distinti ambienti climatici, come il deserto, la foresta, la savana e alle differenti altitudini sul livello del mare di tali formazioni geologiche e vegetali.

Questi fenomeni sono particolarmente evidenti quando le forme considerate sono interfeconde e possono essere dunque considerate come razze della medesima specie. Ci troviamo in presenza di una razza ogni volta che la esperienza dimostra che una popolazione di fenotipi, animali o vegetali, è composta di individui omozigotici per caratteri che si contrappongono ai corrispondenti (alleli) di altra popolazione di fenotipi più o meno affine a quella precedentemente considerata. "Razza può essere definita una popolazione che conserva il proprio fenotipo, riproducendosi allo stato omozigotico in ambiente uniforme". L'espressione "razza " è sostanzialmente sinonima di quella di sottospecie, o specie elementare o giordanone, dal botanico francese Jordan, che considera come specie gruppi di individui che differiscono l'un dall'altro per caratteri poco accentuati. Anche le razze possono essere geografiche o ecologiche, secondo che si tratta di genotipi che si conservano allo stato omozigotico per effetto di isolamento geografico e che si dicono anche razze locali; ovvero sono forme dovute a particolari norme ereditarie di reazioni alla natura del suolo o del clima. L'origine di tali razze, tanto geografiche quanto ecologiche, va cercata, almeno in parte, in condizioni nuove determinate da incrocio, ma in maggioranza a mutazioni : nell'uno e nell'altro caso la loro stabilizzazione è subordinata all'intervento di agenti isolatori e selezionatori e principalmente alla riproduzione consanguinea. Per comprendere in che cosa consiste una mutazione agli effetti della formazione di una nuova razza o sottospecie ed, eventualmente, di una specie, occorre avere sempre presente quanto abbiamo già detto e cioè che il fenotipo, cioè il complesso dei caratteri somatici che individuano un gruppo omogeneo di organismi, è dovuto ad un complesso di particelle elementari : i geni, allineati nei singoli cromosomi. L'esperienza ha dimostrato che durante la maturazione delle cellule germinali, agenti esterni, come cambiamenti di temperatura e di umidità, agenti chimici, radiazioni, possono provocare la caduta o lo spostamento di uno o più geni determinati in un singolo cromosomo, oppure cambiamenti nella struttura di uno o più cromosomi e finalmente cambiamenti nell'assetto generale del corredo cromosomico. Queste mutazioni geniche e rispettivamente cromosomiche e genomiche, sono responsabili di cambiamenti stabili del genotipo e conseguentemente del fenotipo. Si tratta però di solito di piccole specie, di quelle che abbiamo indicate come specie elementari o giordaniane, sorte nella cerchia di un'unica specie collettiva o linneana, intendendo con questa espressione allodere alle specie istituite da Linneo, grandi specie collettive, che comprendono di solito

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un numero talvolta grandissimo di piccole specie elementari.

I biologi hanno voluto anche sperimentare se altri criteri, oltre quelli sui quali ci siamo intrattenuti, possono avere valore per individuare le specie, ma i risultati sono stati negativi. I criteri citologici, specialmente quelli che riguardano il numero e la forma dei cromosomi, non hanno dato risultati positivi, giacché spesso il numero di questi è il medesimo in gruppi molto differenti di animali, oppure appartiene a tutte le specie di una medesima famiglia (cavallette); in altri casi razze della stessa specie hanno numero doppio, triplo o quadruplo di quello esistente nella razza primitiva. Anche i criteri chimici e sierologici valgono piuttosto a distinguere razze e stirpi della medesima razza, che non specie da specie. Notevoli affinità sierologiche sono state riscontrate tra alcune scimmie e l'uomo, ma nessuno pensa che queste forme appartengano alla medesima specie.

Da quanto è stato esposto risulta che la definizione che abbiamo dato della specie è quella che corrisponde meglio alle nostre conoscenze sull'argomento, ma le difficoltà di realizzare od accertare sperimentalmente quanto riguarda l'interfecandita o l'aminaia rende la predetta definizione più teorica che pratica.

Dato il numero enorme di specie note e la necessità di classificarle sistematicamente, gli zoologi sono costretti a non limitarsi alla difficile e spesso impossibile sperimentazione fisiologica ed a tener conto di altri caratteri morfologici, geografici, ecologici e di comportamento. Bibl.: v. zoologia.

SPECIE (filosofia) : v. PREDICABILI.
SPECIE CONSACRATE (delitto contro le). - La profanazione dell'Eucaristia è un sacrilegio, una ingiuria reale verso Dio. Già anticamente costituiva un gravissimo delitto, per il quale era stabilita, nonostante la minore età del reo, la consegna al braccio secolare, nel cui fòro era contemplata la pena di morte. Per i chierici era inoltre prevista la pena della degradazione reale.

Il CIC enumera varie specie di questo delitto: qui species consecratas abiecerit vel ad malum finem abduxerit aut retinuerit (can. 2320).

Innanzi tutto si deve trattare di Specie di pane o di vino validamente consacrate, anche se in parte minima. Perché si abbia il delitto non è necessaria nel delinquente la fede nella Eucaristia; è sufficiente che egli sia battezzato e cosciente.

Abizere significa gettar via, spargere, versare irriverentemente le Specie in luogo profano, anche se non sordido, come in terra, sul pavimento, fuori della chiesa, ecc. Non è richiesto il fine cattivo; basta solamente il fatto dell'effusione o del gettito delle S. c. in luogo inadatto, perché il fine cattivo è già implicito nell'atto che si compie. Abducere si dice di chi trasferisce le S. c. dal proprio in altro luogo. Così abducit chi estrae dal tabernacolo, dalla pisside, dall'ostensorio, dalla bocca, e nasconde le S. c. Retinere si dice di chi conserva le S. c. presso di sé, ossia in tasca, in casa o altrove, ovvero presso altri, sia occultamente che pubblicamente, sia gratuitamente che dietro compenso.

Nel caso dell'addurre e del ritenere, tra gli estremi del reato è richiesto lo scopo cattivo (ad malum finem), la profanazione, cioè, dell'Eucaristia; ad es., l'uso delle S. c. a scopo di maleficio, di sortilegio, di divinazione, ecc. Abicere, abducere e retinere costituiscono tre delitti e quindi importano una triplice pena (cf. can. 2244 §§ 1-2), eccettuato il caso in cui i tre atti siano cosi strettamente legati tra loro da potersi considerare un unico atto.

Secondo il can. 2320 chi commette il delitto in ciascuna delle figure descritte: a) è sospetto d'eresia (cf. can. 2313 ); b) incorre nella scomunica latae sententiae riservata specialissimo modo alla Sede Apostolica; c) è ipso facto infame d'infamia di diritto; d) se chierico, è inoltre soggetto alla deposizione ferendae sententiae (cf. can. 2207).

Bibl.: per la storia: G. Pertile, Storia del dir. pen. ital., Milano 1905, p. 194: per il diritto vigente, cf. i commenti al can. 2320 . Angelo Criscito

SPECOLA VATICANA: v. vaticano.
SPECULAZIONE. - Operazione finanziaria nella quale il guadagno, in misura generalmente assai superiore al normale rispetto al capitale impiegato e alla durata dell'operazione stessa, non deriva da una produzione di beni, ma da una eccezionalmente favorevole oscillazione di prezzi. L'operatore ne profitta, avendola preveduta, oppur cogliendola a volo prima degli altri e ad esclusione di altri, ovvero determinandola artificiosamente e dolosamente.

Spesso, infatti, chi specula si induce a comprare e poi a vendere, o viceversa, perché viene in possesso di notizie che altri non hanno circa le cause di improvvise ascese o cadute di prezzo che subiranno certi terreni, o merci, o titoli, oppure l'oro o una data valuta estera: ovvero le intuisce. Se in tal caso a lavorare è ancora l'intelligenza, e vengono premiati l'iniziativa e il rischio, negli altri è soltanto questione di furberia, di prontezza e di audacia. Talora, infatti, le notizie e gli allarmi vengono sparsi ad arte, o vengono fatte incette di merci allo scopo preciso di ingenerare preoccupazioni o pànico, e di conseguenza un fluttuare di prezzi in misura imprevista e imprevedibile, tale da consentire rapidi e ingenti guadagni a chi è pronto e preparato a coglierli prima che la verità si riveli e l'equilibrio si ristabilisca. Operazioni di questo genere non sono infrequenti particolarmente nelle Borse valori, dove costituiscono il reato di aggiunggig (v.), punto dal Codice e condannabile prima di tutto nel campo etico. Tollerato è invece, nelle Borse stesse, il "contratto a termine" nonostante che, consentendo di vendere titoli che non si posseggono e di acquistare con denaro di cui non si dispone, si presti a facili manovre di s. al rialzo e al ribasso. Uno spirito speculativo sano e misurato giova a tonificare il mercato ed invoglia il capitale ad affrontare impieghi brevi e rischiosi, dove o quando anche un alto tasso d'interesse non riuscirebbe ad attrarli. Ma se la s. si fa temeraria, e viene tentata con vasti mezzi e con assenza di scrupoli, essa è sovente causa di confusione e di rovine, intimidisce il capitale invece di incoraggiarlo, inclinando verso l'organizzazione sistematica di artificiose alterazioni di prezzi. Ciò eccita lo spirito di avventura a scapito della operosità intelligente, e contribuisce a mantenere la vita economica in una irrequietezza poco favorevole al suo sano sviluppo.

Intesa in un senso ancora più largo la s. è un poco di tutti, specialmente del ceto commerciante il cui mestiere comporta appunto di dover prevedere i prezzi e i gusti di domani : onde, praticamente, nell'atto di commercio, ma in certa misura anche in quello produttivo, c'è sempre un contenuto speculativo, vale a dire un elemento di rischio coscientemente affrontato, che la realtà s'incarica poi di risolvere in un successo o in un insuccesso.

Tale istinto di s. è nel fondo dello spirito umano, sicché assai difficilmente l'uomo rinuncia al tentativo di conseguire un profino d'eccezione che prometta di mutare rapidamente la propria situazione personale o familiare : e ciò con tanto maggiore accanimento quanto più rilassato è il costume morale, e più stentati e inadeguati sono i guadagni consentiti dalla normale vita di lavoro e di risparmio. Onde si assiste, in tempi difficili, a vaste frenesie per il giuoco di borsa, per i giuochi d'azzardo, le lotterie e i concorsi-pronostici, sportivi e pubblicitari.

Un elemento speculativo composto di coraggio e di speranza, su base di realtà e di logica, è implicito in ogni iniziativa, ed è congenito in quella caratteristica dote degli uomini e dei popoli generosi e dinamici che si chiama spirito d'intraprendenza. Purtroppo, se le forze morali non siano salde e operanti, rischiano di passare per spirito d'intraprendenza, che è una virtù, ogni tentativo temerario, ogni audacia sfrontata e ogni malsano spirito d'avventura e di rapina.

Bibl.: R. Laschi, La delinquenza bancaria, Torino 1899; A. De Fiorri Tonelli, La Borsa, Milano 1928; L. Amoroso,

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Speculum humanar salvationis - Cristo schernito, miniatura di scuola tedesca che oena un codice ms. dello Speculum del sec. xiv - Karlsruhe, Biblioteca, ms. 79.

Contributo alla teoria mat. della dinamica..., Torino 1932; G. Del Vecchio, Lezioni di economia applicata, parte $1^{*}$, Padova 1937; M. Baron