volume-11

Back to Volumes
L. Amoroso,

## Page 664

![img-5.jpeg](img-5.jpeg)

Speculum humanar salvationis - Cristo schernito, miniatura di scuola tedesca che oena un codice ms. dello Speculum del sec. xiv - Karlsruhe, Biblioteca, ms. 79.

Contributo alla teoria mat. della dinamica..., Torino 1932; G. Del Vecchio, Lezioni di economia applicata, parte $1^{*}$, Padova 1937; M. Baronci, Far quattrini, Roma 1941. Mario Baronci

## SPECULUM HUMANAE SALVATIONIS

("Specchio dell'umana salvezza "). - Esposizione della storia dell'umana Redenzione in 45 capitoli di versi rimati, abbellita di miniature e poi di xilografie (scene simboliche tratte anche dalla storia profana), e arricchita di passi della cosiddetta Biblia pauperum (v.).

Opera dell'inizio del sec. xiv, attribuita a domenicani di Strasburgo o al certosino Ludolfo di Sassonia (v.), divulgata in moltissimi esemplari manoscritti (ca. 300), non pochi dei quali ornati di nastri miniati con sopra iscrizioni. Queste decorazioni risentono profondamente dello stile fiammingo e le scene simboliche si trovano riprodotte anche sulle vetrate di alcune chiese della Renania.

Le sue prime edizioni sono considerate come il primo esempio di stampa illustrata da xilografie.

BibL.: J. Lutz, Les verrières de l'ancienne église de St-Etienne d Mulhouse, Lipsia 1906; id. e P. Perdrizet, S. h. s., 2 voll., Parigi 1907-1909; P. Perdrizet, Etude sur le S. h. s., ivi 1908.

Felice da Mareto
SPECULUM PERFECTIONIS. - Operetta dovuta ad un frate minore della tendenza degli spirituali, scritta all'inizio del sec. xiv, ritenuta una delle fonti della spiritualità francescana, scevra com'è d'artifizio letterario, soffusa di sentimento e di umanità francescana.

Paul Sibıtier, primo editore (Speculum perfectionis, seu S. Francisci Assistensis legenda antiquissima, auctore Fr. Leone; con apparato critico, Parigi 1898) l'attribuiva a fr. Leone, compagno di s. Francesco; i critici però sono su ciò discordi (cf. Ilarino da Milano, in recensione a

Lo specchio di perfezione, volgarizzato da F. Pennacchi, in Collect. Franc., 13 [1943], pp. 310-11). Per il suo intrinseco pregio, l'opera già è stata ripetutamente tradotta e edita in varie lingue; Quaracchi 1901, a cura del p. Leonardo Lemmens; Assisi 1905; Parigi 1911; Londra s. a. (con prefazione del p. Cuthberto da Brighton); Friburgo 1922; testo latino e inglese con studio critico, Manchester 1928-31; Milano 1943.

BibL.: V. Facchinetti, S. Francesco d'Assisi nella storia, nella leggenda e nell'arte, Milano 1926, pp. xx-xxII; D. Sparacio, Storia di s. Francesco d'Assisi, Assisi 1928, p. 18. Felice da Mareto

SPEDALIERI, Nicola. - Apologeta e pubblicista, n. a Bronte (Catania) il 6 dic. 1740, m. a Roma il 26 nov. 1795 .

Compl i primi studi nel Seminario di Monreale, dove, ordinato sacerdote, insegnò filosofia, matematica e teologia. Trasferitosi a Roma (1773), fu ammesso nell'Arcadia con diploma gratuito e vi assunse, secondo la consuctudine di quella istituzione, il nome di Melanzio Alcioneo, tenendovi frequenti dissertazioni. Coltivò pure la musica, la pittura e la poesia. Da Pio VI fu creato canonico beneficiato della Basilica Vaticana. Morì improvvisamente (si parlò perfino di avvelenamento) e fu sepolto nella demolita chiesetta dei SS. Michele e Magno, dove lo ricordava un'epigrafe dell'amico mons. Nicolai. Nel 1903 gli fu eretta nella piazzetta di S. Andrea della Valle una grande statua di bronzo (opera di Mario Rutelli), su ispirazione di un comitato di esponenti massoni (promotore il conterraneo Cimbali) i quali però, svinandone, come fu poi dimostrato, per ignoranza, la figura e il pensiero, vol. lero esaltare cosi un preteso carattere rivoluzionario del "prete giacobino", quale lo S. non fu mai, suscitando contrasti e aspre polemiche, che, con evidente imbarazzo dei malcauti promotori, ristabilirono la verità. Il monumento, per ragioni di viabilità, è stato trasferito nel 1951 nella piazzetta Sforza Cesarini.

La fama dello S. è legata alla sua vasta produzione apologetica. Nell'Analisi dell'esame critico del sig. Nicola Freret sulle prove del cristianesimo (Roma 1778) egli difende la vericità e l'autenticità dei libri del Nuovo Testamento; e nella Confutazione dell'esame critico del cristianesimo fatto dal sig. E. Gibbon (ivi 1784) dimostra l'assurdità delle teorie razionalistiche sull'origine del cristianesimo. Alcune sue tesi, consurate a Monreale come sospette di eresia, furono invece, dietro suo ricorso, approvate dalla Curia Vaticana e pubblicate (1772) con il titolo Propositionum theologicarum specimen, ecc. In Roma aveva pure iniziato una Historia delle Paludi Pontine di cui Pio VI aveva iniziato il prosciugamento. Il lavoro rimasto incompiuto per la morte dell'autore, venne poi stampato, tradotto in italiano e ampliato, dall'amico mons. Nicolai.

L'opera maggiore, che suscitò al suo apparire discordie e polemiche, specialmente per la reazione dei giansenisti e delle corti europee, è: Dei diritti dell'uomo libri sei nei quali si dimostra che la più sicura custode dei medesimi nella società civile è la religione cristiana (Assisi 1791). Esaurita in breve la $1^{\text {a }}$ ed., uscita a Roma ma con la falsa data di Assisi per accordi con lo stesso Vaticano, si raggiunse presto la quarta, mentre quasi tutte le corti europee si affrettarono a proscriverla. In essa lo S., oltre a combattere il deismo (v.), l'ateismo (v.) e la cosiddetta "religione naturale", che avevano trionfato con il sorgere della Rivoluzione Francese, difende il cattolicesimo anche contro il giansenismo (v.) e la massoneria (v.), imperante dove più, dove meno, a sostegno appunto dell'assolutismo e del dispotismo dei principi riformatori. Con uno stile limpido ed elegante l'A. dimostra che alla proclamazione dei diritti deve seguire una valida tutela dei medesimi, possibile soltanto nella dottrina cristiana, dove diritti e doveri si fondono insieme nel carattere sacro della personalità individuale. L'opera destò tuttavia viva opposizione in molti ambienti cattolici, che accusarono lo S., ma senza solido fondamento, di avere preso a modello il Rousseau (v.). Nel I. I lo S. sostiene che la sovranità risiede nel popolo, il quale la depone tuttavia nelle mani dei princ'pi e dei governanti che ne sono soltanto i deposi-

## Page 665

tari. Non pochi autori moderni (V. Mangano, V. Schilirò, E. Martire) ritengono e non a torto che lo S. rappresenti una autentica fonte di quella dottrina sociale e politica che fa in seguito sviluppata da altri scrittori cattolici, donando impulso e vita alla Democrazia Cristiana (v.).

Bibl.: T. Mamiani, Lo S., a cura di G. Cimbali, Roma 1804; E. Mini, N. S., Bologna 1804; G. Cimbali, N. S. pubblicista e riformatore del sec. XVIII, 2 voll., $2^{2}$ ed., Città di Castello 1906; id., L'Antispedalieri, ossia despoti e clericali contro la dottrina di N. S., Torino 1909; V. Schilirò, N. S. e la filos. del diritto, Catania 1939; id., I diritti dell'uomo di N. S., ivi 1940; A. Schibuolo, N. S. e il cattolicesimo liberale, Forli 1940. Valerio Mario

SPEE von LANGENFELD, Friedrich. - Gesuita, poeta e scrittore spirituale ascetico, n. il 25 febbr. 1591 a Kaiserwerth, m. a Treviri il 7 ag. 1635.

Entrato nell'Ordine il 22 sett. 1610, e ordinato sacerdote nel 1622 , si dedicò prima al ministero con grande successo, specialmente durante la guerra dei Trent'anni, convertendo parecchi paesi al cattolicesimo, quindi all'insegnamento della filosofia e della teologia morale a Colonia, Paderborn e Treviri. Morì curando gli appestati. Lo S. fu poeta di delicatissimi sentimenti e di profonda spiritualità.

Il suo capolavoro è il Trutznachtigal (Colonia 1649), che ebbe molte riedizioni, una anche a cura di Cl. Brentano (1817); ed il Guldene Tugendbuch, che Leibnitz definì «uno dei più solidi e commoventi libri di devozione». Di grande valore fu pure la sua opera Cautio criminalis (Rinteln 1631) in condanna dei processi contro le streghe.

Bibl.: Sommervogel, VII, coll. 1424-31; H. Cardauns, F. S., Francoforte 1884; E. Wolff, Das deutsche Kirchenlied des 16 . u. 17. Jahrb. (Deutsche Nationalitcr., 31), Berlino, 1890, pp. 229-470; T. Ebner, S. und die Hexenprozesse seiner Zeit, Monaco 1898; H. Schachter, Naturbilder in S. Dichtungen, Berlino 1906; A. Jungbluth, Beiträge zur Dichtersprache S., Bonn 1906; B. Duhr, Gesch. der Jesuiten, II, II, Friburgo i. Br., 1913, 743-66; E. Schröder, Die Cautio criminalis, in Literat. Jahrb. der Görresger., 3 (1928), pp. 134-50; I. Ruttenauer, Ein Verhinder der Hoffnung, der Seelsorger P. v. S., in Geist u. Leben, 22 (1949), pp. 248-57; F. v. S., Ein lebendiger Mietgzer, Friburgo in Br. 1951. Arnaldo M. Lanz
![img-6.jpeg](img-6.jpeg)
(fot. Enc. Catt.)
Spedalieri, Nicola - Ritratto, Incisione di P. Bombelli, premessa ai Dei diritti dell'uomo, Assisi 1791 - Roma, esemplare della Biblioteca nazionale.

SPENCER, Herbert. - Filosofo inglese, n. a Derby il 27 apr. 1820, m. a Brighton l'8 dic. 1903. Appartemente a famiglia colta, ebbe in essa la sua completa istruzione. Dapprima ingegnere delle ferrovie, lasciò questa occupazione nel 1845 per dedicarsi agli studi.

Esordì come scrittore di politica e di economia (dal 1848 al 1853 fu uno dei redattori di Economist) e solo
nel 1855 pubblicò la sua prima opera filosofica, Principles of sociology, alla quale seguirono Progress, its law and cause (1857) e il prospetto del suo Sistema di filosofia sintetica (A system of synthetic philosophy, Program [1860]), di cui il I vol., First principles (1862; $6^{2}$ ed. 1899) resta il documento fondamentale: le opere successive (Principles of biology, 2 voll., 1864-67; $2^{2}$ ed. 1898; Principles of psychology, 2 voll., 1870-72; $5^{2}$ ed. 1890 ; Principles of sociology, 4 voll., 1876-83; Principles of ethics, 4 voll., 1879-93; ecc.) sono un'applicazione delle tesi principali in esso contenute. Anche gli Essays (2 voll., 1858-63) e l'Autobiography (2 voll., 1904, postuma) vanno tenuti presenti. S. è considerato, a ragione, il maggiore pensatore del positivismo (v.) inglese; tuttavia, valutato in se stesso il suo pensiero difetta di vigore filosofico, di senso critico e di finezza speculativa. L'«ottimismo» dello S., la sua entusiastica fiducia nel "progresso", la sua dogmatica accettazione dell'«evoluzione» (v.) come principio metafisico e il suo scientismo (v.) denunziano una carenza di attitudine speculativa e un'ingenuità critica che hanno fatto precocemente e irrimediabilmente invecchiare la sua vasta e quasi enciclopedica opera.

Evoluzione e progresso sono i due principi-base del positivismo spenceriano: di qualunque cosa si tratti (dello sviluppo della terra o della società, di quello dell'industria o della letteratura, ecc.), "il fondo di ogni progresso è la stessa evoluzione che va dal semplice al complesso attraverso successive differenziazioni n. "Evoluzionismo metafisico ", dunque, secondo il quale l'evoluzione è principio cosmico e causa prima di ogni progresso. "Legge della evoluzione" è il passaggio della materia da uno stato di "dispersione" a uno di "integrazione" o di "concentrazione"; la determinazione fondamentale del processo evolutivo è la "differenziazione "o passaggio "dall'omogeneo all'eterogeneo ". L'evoluzione è, secondo S., "un'integrazione di materia e una concomitante dissipazione di movimento, durante la quale la materia passa da una omogeneità indefinita e incoerente a una eterogeneità definita e coerente e il movimento conservato soggiace a una trasformazione parallela" (First principles, § 145). Quando l'evoluzione ha raggiunto il suo culmine, cioè il massimo di differenziazione e il massimo di concentrazione, si determina il processo opposto della "dissoluzione ", la quale però non preoccupa l'ottimismo dello S., in quanto la dissoluzione è inizio di un'altra evoluzione. Il processo evolutivo umano porta alla realizzazione di una sempre maggiore armonia tra la natura spirituale dell'uomo e le sue condizioni di vita; e qui risiedono la sua perfezione e la sua piena felicità. Ma, per S., il principio dell'evoluzione vale solo per conoscere e sistemare i fenomeni di esperienza o il dominio del "conoscibile" o della scienza, al di là del quale vi è l'Inconoscibile, dominio della religione, regno

## Page 666

del mistero inaccessibile, che noi "ignoriamo e ignoreremo». Lo S. fa suo l'agnosticismo (v.) di Hamilton (v.) e di Mansel (v.), derivato dalla scuola scozzese (v.) e di esso si serve per indicare il punto d'incontro e di conciliazione tra religione e scienza. Secondo questa teoria, non solo la scienza, ma anche la religione si ferma di fronte al mistero (all'Assoluto, all'Incondizionato); tutte le credenze religiose (compreso il cristianesimo) intorno all'assoluto non dicono nulla che possa essere logicamente dimostrato e scientificamente provato; c'è una forza misteriosa, causa di tutti i fenomeni, assolutamente inconcepibile per l'uomo, ignota insieme alla scienza e alla religione. Tale forza misteriosa l'uomo puó rappresentarsela solo per mezzo di simboli. Affermazioni, queste dello S., evidentemente erronee e superficiali. Mentre proclama Dio inconoscibile, egli lo identifica con una forza imminente alla natura. La conclusione poi che anche la religione, come la scienza, si arresta di fronte all'Inconoscibile è fondata sul presupposto accettato a priori, dogmaticamente, dell'impossibilità della Rivelazione. A parte questo, la dottrina spenceriana è intrinsecamente inconsistente se religione e scienza s'incontrano di fronte al mistero dell'Inconoscibile e l'una e l'altra dispongono delle stesse vie e degli stessi mezzi insufficienti a penetrarlo, è annullata la distinzione tra fede religiosa e conoscenza scientifica, cioè la distinzione tra i due regni del "conoscibile" e dell's inconoscibile». Il problema dell'incontro della religione con la scienza non ha allora più senso, dato che le vie dell'una sono naturali come quelle dell'altra; tutt'al più si tratta di due modi umani di porre il problema dell'Assoluto, ma in tal caso non si parla più di religione, ch'è identificata con un grado inferiore della coscienza umana (quello dell'ignoranza), di fronte a quello superiore della scienza, che se non altro conosce il fenomenico. Si è così fuori del concetto di religione, che, per mancanza di esperienza religiosa lo S. non ha saputo cogliere nella sua autenticità.

Manifestazione dell'Inconoscibile sono i fenomeni, dominio della scienza. L'io e il non io (soggetto e oggetto) sono raggruppamenti "persistenti» di fenomeni, effetti condizionati della Causa incondizionata; cioè, pur essendo sconosciuto il rapporto tra l'Inconoscibile e i fenomeni, può supporsi una corrispondenza ipotetica (realismo trasfigurato, cf. First princ., § 50). La differenza tra filosofia e scienza, per S., è solo di grado di unificazione : la filosofia realizza una conoscenza completamente unificata, la scienza solo parzialmente. Dove la scienza si ferma, comincia la filosofia, non nel senso che quest'ultima abbia un oggetto e un metodo propri, ma nell'altro (che è negazione del contenuto e dell'autonomia della filosofia) che, essendo questa la conoscenza nel suo più alto grado di generalità, pone come suo punto di partenza i principi generali (indistruttibilità della materia, continuità del movimento, persistenza della forza) a cui è pervenuta la scienza. Ora questi principi si fondano sulla legge dell'evoluzione; dunque la filosofia è soltanto teoria dell'evoluzione. A questo punto, non restava allo S. che applicare dogmaticamente (e facendo un fascio di spirito e materia, di Dio e natura, ecc.) il principio evolutivo alle varie scienze : biologia, psicologia, sociologia, etica, religione. E così tutto il sistema è costruito su un'ipotesi (l'evoluzione nel senso di Darwin [v.]), che non è dimostrata vera né dalla scienza, né dalla filosofia.

La biologia è lo studio dell'evoluzione dei fenomeni organici : la vita consiste in un adattamento" (attraverso cui si formano e si differenziano gli organi) sempre più completo delle condizioni interne a quelle esterne; l'ereditarietá conserva e accumula i mutamenti organici individuali. Nell'uomo, anche la coscienza è una forma di adattamento (S. ammette una sostanza spirituale inconoscibile) ; pure la ragione è una forma del processo evolutivo. Ci sono sì nozioni a priori (indipendenti dall'esperienza), ma solo per l'individuo, non per la specie; prodotto dell'esperienza accumulata, trasmessa per ereditarietà. Anche la sociologia è studio o descrizione (e qui lo S. si allontana dalla sociologia del Comte [v.]) dello sviluppo evolutivo della società; fissare gli ideali o le
mete di questo sviluppo compete alla morale. S. sostiene che lo sviluppo sociale dev'essere lasciato completamente libero, affidato solo alla sua forza spontanea, senza interventi dello Stato (che fa tutto male), senza forzare l'evoluzione e anticiparla, che è disturbarla e ostacolarla con gravi conseguenze (perturbazioni sociali, guerre ecc.). S. è per la difesa di tutte le libertà individuali. Oggetto della morale è la condotta dell'uomo che, nell'evoluzionismo biologico dello S., significa adattamento progressivo dell'uomo alle sue condizioni di vita; pertanto la vita migliore è quella più adatta alle sue condizioni: il bene si identifica col piacere (edonismo, utilitarismo [v.]). Però S. ammette un sentimento di obbligazione (v.) morale, che è tale per l'individuo, non per la specie; cioè è il risultato del processo evolutivo, per cui la coazione (che si è sperimentata utile) diventa interiore (autonoma) e non esteriore. Con l'evoluzione questo sentimento di dovere o di obbligazione morale scomparirà : "le azioni più elevate, richieste per lo svolgimento armonico della vita, saranno cosi comuni come ora lo sono quelle inferori a cui ci spinge il semplice desiderio" (The principles of ethics, § 46). A questo stadio dell'evoluzione la coincidenza del benessere del singolo con quello attusi produce l'accordo finale tra egoismo e altruismo. Anche la pedagogia (Education, intellectual, moral and physical, 1861; Essays on education, 1911, postuma) è fondata sugli stessi principi. Bisogna insegnore ciò che è utile a realizzare migliori condizioni di vita; l'importanza delle cognizioni è data pertanto dai bisogni che esse soddisfano secondo il loro grado di urgenza, e quindi dai bisogni relativi: 1) alla nostra conservazione; 2) all'allevamento dei figli; 3) al mantenimento dell'ordine sociale; 4) agli ozi da riempire per soddisfazione dei nostri gusti. Le scienze biologiche, psicologiche e sociali soddisfano i primi tre gradi di bisogni; il quarto soddisfatto dall'istruzione umanistica, è un lusso e non una necessità. Affermazione, questa, che conferma la scarsa sensibilità dello S. per i problemi dello spirito.

BibL.: quasi tutti gli scritti principali dello S. furono tradotti in ital. tra il 1901 e il 1907 (Milano). O. Gaupp, H. S., Stoccarda 1897, trad. it., Palermo 1911; P. Carus, Kent and S., Chicago 1889; G. Vidari, S.e flosmini, Milano 1899; G. Seraf, La sociologia di H. S., Roma 1903; G. Solari, L'opera filosofica di H. S., Bergamo 1904; E. Thouverace, H. S., Parigi 1905; J. Thomson, H. S., Londra 1907; W. D. Hudson, H. S., ivi 1909; E. Parinot, H. S., Parigi 1911; D. Modotti, S., Udine 1912; A. Srodier, H. S.s Ethik, Lipsia 1913; G. Allevo, La psicolog. di H. S., $2^{\circ}$ ed., Torino 1914; H. Elliot, H. S., Londra 1917; M. Jarger, H. S.s Principien d. Ethik, Amburgo 1922; J. Rummes, H. S.s sociology, Londra 1934; E. Diaconide, Etude critique sur la sociologie de H. S., Parigi 1938. Ampia leld. per nozioni in Ülervog, V. pp. 187-89. Altro indicazioni in W. Ziegenfuss, Philosophen-Lexihon, II, Berlino 1920, pp. 271-82. Michele Federico Sciacca

SPENER, PHILIPP : v. PIETISMO.
SPENGLER, Oswald. - Filosofo, n. il 29 maggio 1880 a Blankenburg, m. l'8 maggio 1936 a Monaco di Baviera. Studiò matematica e filosofia a Monaco e Berlino. Insegnò matematica a Monaco.

Nell'opera sua più nota, ma dilettantesca e superficiale, Der Untergang des Abendlandes. Umrisse einer Morphologie der Weltgeschichte, 2 voll., 1918-22, spinge alle estreme conseguenze lo storicismo del Dilthey (v.): le strutture storiche si succedono fatalmente (senza significato e senza scopo, come le famiglie della fauna e della flora) e i valori che esprimono tramontano e passano come i fiori e le foglie (relatirismo assoluto). Ogni " civiltà" è caratterizzata da una "forma", costituisce un "universo formale", che abbraccia tutte le manifestazioni di un'epoca (arte, filosofia, religione, scienza, ecc.), nasce, fiorisce e muore. La civiltà occidentale è "faustiana" e la sua legge è la "forza". Questa civiltà, espressa soprattutto dalla Germania, è destinata fatalmente al tramonto. S. scriveva ciò dopo la sconfitta della Germania nella prima guerra mondiale, che vide il crollo del pangermanesimo e dell'ideale politico di Bismarck (v.). Con l'avvento del nazismo S. vide di nuovo

## Page 667

nella Germania l'erede della civiltà faustiana (Johre der Entscheidung, 1, Deutschland u. die Weltgeschichtl. Entwioklung, Monaco 1933).

Biml.: K. Schüch, S.t Geschichtsphiles., Karlsruhe 1921; A. Mesner, S. als Philosoph, Stoccarda 1922; L. Giusso, O. S. e la dottrina degli universi formali, Napoli 1935; W. Vogel, S.t Staatsmännisches, Denken, Monaco 1942. Ampia bibl. con elenco delle opere in W. Ziegenfuss, Philosophen-Lexihon, II, Berlino 1950, pp. $583-85$.

Michels Federico Sciseca
SPENSER, EdmUND. - Poeta inglese, n. a Londra nel 1552 , m. ivi il 16 genn. 1599, dopo aver trascorso gran parte della vita in Irlanda, come colonizzatore e diplomatico.

In lui si assommano i movimenti del Rinascimento e della Riforma protestante, in una vasta produzione poetica, che rappresenta la pastorale (The Shepheardes Calendar. 1579), la lirica di carattere petrarcheggiante (i sonetti dal titolo Amoretti [1595], e numerose liriche di carattere amoroso, fra cui un Prothalamion e un Epitholamion), la lirica filosofico-religiosa (Hymnes in honour of Love and Benuty, 1596) e la poesia epica. In quest'ultimo campo il suo poema (The Faerie Queene, 1590-96) che sta accanto a quelli dell'Ariosto e del Tasso, ha un carattere allegorico-pedagogico, intendendo il poeta rappresentare le virtú dell'uomo magnanimo di Aristotele, allo scopo di - formare un gentlemnn, vale a dire una persona nobile nella disciplina virtuosa e gentile $n$. Lo fa narrando le gesta di Arturo e dei cavalieri della corte di Gloriana (la regina Elisabetta). Dei 24 libri progettati (ciascuno di 12 canti) soltanto 6 sono stati compiuti, dedicati alle leggende della santità, della temperanza, della castità, dell'amicizia, della giustizia e della cortesia. Contro il punto di vista tradizionale, si è sostenuto di recente che le deviazioni dall'anglicanesimo ortodosso di S. hanno origine piuttosto cattolica che calvinista.

Biml.: ed. : Works, a cura di E. Greslaw, C. G. Osgood e F. M. Padelford, 8 voll., Baltimora 1932 sgg. Studi : W. R. Renwick, E. S.: an essay on Renaissance poetry, Londra 1923; A. C. Judson, The life of E. S., Baltimora 1945; V. K. Whitaker, The relljious basis of S.'s thought, Oxford 1950. Alberto Castelli

SPERANDIO di Mantova. - Scultore e incisore, figlio dell'orafo romano Bartolomeo di S. Savelli, n. a Mantova nel 1431, m. ivi nel 1504. Trasferitosi
![img-7.jpeg](img-7.jpeg)
(let. Alinari)
Sperandio di Mantova - Ritratto di Giovanni II Bentivoglio. Rilievo in marmo - Parigi, Museo del Louvre.
![img-8.jpeg](img-8.jpeg)
(let. Alinari)
Speranza - La s. Panello della porta sud del battistero di S. Giovanni con rilievi di A. Pisano (1330-36) - Firenze.
a Ferrara vi acquistò rinomanza come incisore e scultore specie in terracotta. Fu anche a Faenza, a Bologna, a Padova (1494) e quindi a Venezia (1496) ove si fermò qualche tempo in qualità di fonditore della Repubblica.

Le sue medaglie si distinguono come appartenenti a sei periodi: Ferrara (1460-77), Faenza (1477-78), Bologna (1478-90), Ferrara (1490-95), Mantova (1495-96), Venezia (1496-1504). I periodi migliori furono quelli di Ferrara e di Mantova con le medaglie degli Este e dei Gonzaga. Come scultore fu in special modo noto per i bassorilievi in marmo e in terracotta. Di essi uno raffigurante Ercole d'Este è a Ferrara e due, dello stesso soggetto, uno in terracotta ed uno in marmo, al Louvre. Bello il sepolcro di Alessandro V modellato in terracotta nel S. Francesco di Bologna del 1482. Esistono anche terracotte dipinte da lui a Berlino e a Londra, al Victoria and Albert Museum, ove sono un ritratto e un bassorilievo con l'immagine di Eleonora d'Este. Tipica la placchetta con la Deposizione di Cristo, di cui esistono più esemplari a Parigi, ed una placchetta con la Risurrezione ora a Berlino. Alla sua attività d'architetto va assegnato il modello per la ricostruzione del campanile di S. Petronio a Bologna.

Biml.: Venturi, VI, pp. 84-95; VIII, it, p. 447 sg.; id., s. v. in Eoc. Ital., XXXII, pp. 334-35; J. B. Supino, La scultura in Bologna nel sec. XV, Bologna 1910, p. 113; G. F. Hill, s. v. in Thieme-Becker, XXXI, pp. 359-60. Emilia Durini

SPERANZA. - Il significato primigenio del termine E̊̃̃ic è desiderio; sperare è tendere verso un oggetto che ci appare come un bene. La s., considerata nel piano naturale, è il desiderio di un bene futuro, arduo, ma possibile (Sum. Theol., $1^{0}-2^{60}$, q. 40 , a. 2). Suoi elementi essenziali sono il desiderio e la fiducia. E la tensione di chi non è ancora tutto quello che deve essere, ma ha coscienza insieme della sua imperfezione e della sua perfettibilità.

La s. cristiana presenta la medesima struttura : ma la tensione supera la nativa capacità dell'uomo, spingendosi fino al possesso eterno di Dio. Per questo è

## Page 668

![img-9.jpeg](img-9.jpeg)
(fot. Alinari)
Speranza - La s. Particolare degli affreschi di Andrea del Sarto nel chiosiro dello Scalzo (1514-26) - Firenze.
essenzialmente un suo dono. Infusa nell'anima del battezzato come qualità permanente, insieme con la virtù della fede, la s. è, sotto il soffio della Grazia attuale, il principio di quella santa inquietudine, che stimola l'uomo, oltre la sua debolezza e le sue colpe, a superarsi continuamente fino a raggiungere il fine supremo.

1. Oggetto e motivo della s. cristiana. - Oggetto principale della s. cristiana sono i tesori dell'eredità incorruttibile, la beatitudine suprema nel possesso eterno di Dio. Conseguentemente la s. cristiana si estende a tutti i mezzi necessari a ciascuno per raggiungere la stessa beatitudine (Rom. 5, 2; I Io. 3, 2). Anche i beni terreni possono cadere nell'orbita del suo raggio, ma solo nella misura e nel modo con cui Iddio li ordina alla nostra salute. Percib è sempre Iddio che stimola i nostri desideri ed alimenta la nostra attesa. Per elevarci tanto su di noi e protenderci verso di lui, noi non possiamo far calcolo sulle nostre forze e sull'aiuto delle creature, ma far leva su di lui, sulla sua bontà, sulla sua onnipotenza ausiliatrice e sulle sue divine promesse: questi i motivi della nostra s. presi tutti insieme, piuttosto che l'uno o l'altro preso isolatamente, come la bontà riguardo a noi (Scoto, Suárez), l'onnipotenza ausiliatrice di Dio, ossia l'onnipotenza e misericordia (Prümmer), o la fedeltà alle promesse, considerate in se stesse come motivi unici.

Per questo a base della s. sta la fede, nell'onnipotenza di Dio, nella sua volontà salvifica e nella sua indefettibile bontà. E come la fede si incontra in Cristo, cosí la s. culmina in lui: egli è la nostra s. (I Tim. 1, 1; Col. 1,26-27). In lui Iddio ha riassunto e ha mantenuto tutte le sue promesse, svelando e attuando il suo disegno salvifico. Se per tutti noi non ha risparmiato il suo figliuolo, come non ci dona ogni cosa con lui? (Rom. 8,32). Nel Cristo noi siamo stati salvati (Rom. 5, 10; cf. anche Eph. 2, 12 sgg.; II Cor. 5, 18 sgg.). La sua Risurrezione è sicura garanzia della nostra (I Cor. 6,14; cf. anche Eph. 1, 18-20). Uniti a lui come membra al capo, noi siamo già in un certo senso nella gloria, poiché non c'è
a nessuna dannazione per coloro che sono in Cristo Gesù. Chi crede in lui ha già la vita eterna s (Io. 3, 18, 36; Rom. 9,33; 10,11).
II. Valore e necessita della s. - 1. Il valore della s. - E immenso per quello che dà e per quello che promette. La s. cristiana dà all'uomo un nuovo grado di vita, potenziandone al massimo la natura ed il valore. L'anima protendendosi verso il futuro, in Dio, respira già, pregustandola, l'aria beata di Dio. Non solo. Le promesse divine conferiscono all'uomo la massima sicurezza, gli dànno quasi il senso dell'onnipotenza: "io posso ogni cosa in calui che mi dà forza" (Phil. 4, 13). Solo su questo terreno può fiorire la vittoriosa persuasione che resiste e trionfa di fronte ai compiti più ardui. Di qui l'invitta fermezza nella prova, la sicura fiducia che l'aiuto divino non sarà mai inferiore alla sua violenza. Di qui la certezza che nulla potrà separarci dall'amore di Dio (Rom. 8, 38). Di qui infine la trasformazione del dolore nella letizia cristiana, che trae alimento dalla stessa sofferenza e che si rinnova ogni giorno nell'attesa del Signore vicino.

Ciò non toglie però che egli abbia ad attendere alla sua salvezza "in timore e tremore" (Eph. 6, 5), cosciente della propria fragilità e defettibilità. Anzi codesto timore completa la sicurezza, preservando inomune la confidenza in Dio dalla menomazioni e che la leggerezza e l'imperfetta valutazione delle cose potrebbe arrecarle
2. Necessità della s. - Senza la s. la nostra vita soprannaturale non avrebbe senso. E la Grazia il seme della gloria, ed il seme è, per definizione, promessa, aspettazione principio. D'altra parte la nostra attesa sarebbe ingiustificata e assurda, se non riposasse sulle promesse di Dio e sull'aiuto di Cristo. Per questo la s. cristiana, fatta di desiderio e di fiducia, è indispensabile per conseguire la salvezza: in essa noi siamo stati salvati (Conc. Trid., sess. VI, capp. 6-7, de iustif.: Denz-U, 798,800) e l'Apostolo ci ammonisce di indossare come elmo la s. della salute (I Thess. 5,8), di essere gioiosi nella s. (Rom. 12,12) e di vivere piamente in questo mondo nell'aspettazione della beata s. (Tit. 2, 13). Per questo stesso motivo non esiste condizione di vita e grado di santità da cui la s. debba o possa essere esclusa. Né la s. può essere intesa, come è parsa ad alcuni, aspettazione disinteressata di un'eternità, in cui trionferà l'amore, quasiche il desiderio e l'attesa della propria felicità costituissero un calcolo incompatibile con lo stato dei perfetti. Tra gli scattolici Kant (v.) è uno degli apostoli dell'amore puro.

L'amore ordinato di sé non è incompatibile con il più perfetto amore di Dio; anzi il primo condiziona in un certo senso il secondo, non essendo possibile l'amore dell'oggetto, se il soggetto non ama se stesso. Del resto codesto amore trova la sua piena giustificazione nell'adeguazione perfetta della volontà umana con la volontà divina. Dio vuole la nostra felicità. E continuo nel Vangelo e nella predicazione degli Apostoli il richiamo amoroso e premuroso alla mercede copiosa dei cieli, alla retribuzione dell'eredità, alla corona incorruttibile che attende gli atleti dello spirito (cf. Mt. 5, 12; Le. 12, 5; I Cor. 9, 24; Col. 3, 24). Pertanto il cosiddetto amore disinteressato, inteso come atteggiamento abituale ed esclusivo dello spirito, oltre ad essere psicologicamente assurdo, è teologicamente erroneo. Per questo la Chiesa lo ha condannato. La prima condanna in materia è quella del maestro Eckart (v. eccardo), che fu tra i primi maestri dell'amore puro (Denz-U, 508). Il Concilio Tridentino, contro i protestanti, confermò l'onestà delle azioni umane che vengono compiute sotto il miroggia dell'eterna mercede (sess. VI, cap. 16, can. 31 : Denz-U, 841; sess. VI, cap. 11 : Denz-U, 804). Alessandro VIII con la condanna di una proposizione respinse la dottrina giansenista, rinnovata da alcuni teologi di Lovanio, che pretendevano far derivare la s. unicamente dall'amore di benevolenza (D. Viva, Damnatae theses, ad prop. 20 Alessandri VIII, III, Napoli 1708, n. 17). Seguì da parte di Innocenzo XI la condanna del quietismo (v.) di Michele Molinos (Denz-U, 1227-32), parzialmente rinnovato dal Fénelon ([v.]; Denz-U, 1327, 1332).

## Page 669

3. Soggetto della s. - Soggetto della s. teologica è la volontà : suo soggetto infatti sono i beni soprannaturali, che non si possono conseguire se non mediante la volontà (Sum. Theol., $2^{\mathrm{a}}-2^{\mathrm{ac}}$, q. 18, a. 1). Da ciò segue che l'atto della s. è libero; sebbene l'uomo infatti voglia necessariamente la beatitudine in astratto considerata, liberamente poi la colloca nell'uno o nell'altro oggetto. Soggetto prossimo capace dell'atto e dell'abito della s. sono tutti gli uomini viatori e le anime purganti. Sono incapaci di s. i dannati c i beati, almeno per rispetto all'aiuto della Grazia e delle condizioni indispensabili. Nell'eretico formale, ad es., la virtù della s. non può restare, non essendo possibile la coesistenza della s. senza la fede. I peccatori invece, per sé (a meno che il peccato non si opponga alla s.) sono capaci di s. (Conc. Trid., sess. VI, cap. 6: Denz-U, 798). Nelle anime del purgatorio la s. rimane, perché sebbene per essi la beatitudine sia certa, è tuttavia futura e di arduo conseguimento, dovendo raggiungerei attraverso le pene (Sum. Theol., $2^{\mathrm{a}}-2^{\mathrm{ac}}$, q. 18, a. 3).
III. Peccati contro la s. - Contro la s. si può peccare direttamente: per difetto e per eccesso. 1) Pecca per difetto tanto colui che non aspira piú alla vita eterna, quanto chi disperi di raggiungerla. Il primo atteggiamento può essere determinato o dall'incredulità o dall'eccessivo attaccamento ai beni di questa terra. La disperazione, invece, è il più delle volte determinata dalla sfiducia. Dalla disperazione propriamente detta va distinto lo scoraggiamento, non solo quando pesa involontariamente sull'anima come tentazione o come malattia, ma anche quando è accolto nella volontà : esso infatti non è la rinunzia, ma il ridontamento della s. Può dipendere o dall'intimidimento della fede e dalla pusillanimità dello spirito. Tuttavia lo scoraggiamento, se non dominato, può gradualmente degenerare in disperazione.
2) Alla s. si oppone, per eccesso, la presunzione (v.).

Bibl.: cf. i trattati di teal. dogm. e morale de virtutibus infusis; cf. inoltre: E. Dublanchy, Diesspair, in DThC, IV, coll. 620622: Eip. rance, ibid., V, coll. 605-76; A. D. Sertillanges, Les vertus théologales, II, L'espérance, Parigi 1913; C. Spiro, La réad lation de l'espérance dans le N.-T., ivi 1930; B. Bartmann, La nostra fede nella Provaid., Brescia 1932; R. Garrigoo-Lagrange, La Provaid. e la confidenza in Dio, Torino 1933; R. Raite von Frentz, Analyse der Hoffnung, in Scholastik, 9 (1934), pp. 523 563; C. Gray, Vita e virtù crist. considerate nelle state religione, I. Padova 1937, pp. 261-348; C. Zimara, Das Wesen der Hoffnung, in Natur und Ubernatur, Friburgo in Br. 1937; S. Ramirez, De certitudine spei, in La ciencia tomista, 3 (1938), pp. 184 sgg.; 353 sgg.; F. Amiot, L'ensuiguement de st Paul, Parigi 1938; V. Mc Nabb, S. boona, Milano 1939; F. Tillmann, Il maestro chiama, $3^{2}$ ed., Brescia 1945, pp. 136-51; A. Cherrue, La + I Petr. message de l'espérance, in Callat. Nannet., 31 (1947), pp. 75-96; G. M. Coulon, De certitudine spei sec. v. Thomass. Fantes et doctrina, Washington 1947; S. Soubizou, La vertu de l'espérance, in La pensée catholique, 1949, fasc. 12, pp. 31-47; E. Ranwez, L'espérance, in Revue disc. de Namur, 5 (1950), pp. 119-35; autori vari, S. (con vari sottotitoli), in Tabor, 9 (1951), pp. 197-266; M. Fencyeust, Est autem fide: sperandorem substantia verum, in Collationes Gaudon., $2^{2}$ serie, 1 (1951), p. 35 sgg.; id., Essentatio de spe christiana in Theologia Paulina, ibid., 2 (1952), pp. 38-49.

Pietro Palazzini
SPERGIURO. - 1. Nozione e moralità. - In senso specifico è s. soltanto il giuramento peccaminoso per difetto di verità nel suo oggetto e cioè il giuramento sul falso; prescindendo dalla presenza o meno di altre deficienze morali.

In questo senso - l'unico che qui interessa lo s. è sempre colpa grave contro la virtù della religione (v.), anche se la menzogna che si volle confermare col giuramento è per se stessa colpa lieve contro la virtù della veracità. Difatti è sempre grave l'irriverenza fatta a Dio quando lo si invoca come testimone di una menzogna.

La gravità dell'irriverenza è evidente almeno in chi ebbe davvero la volontà di chiamare Dio in testimone della sua affermazione ed affermò coscientemente il falso. Si dà il caso di chi - specialmente se sotto l'altrui provocazione - recitò sul falso la formula giuratoria, ma serza avere la volontà interiore di invocare Dio quale testimone
della sua menzogna, pronunciando in tal caso giuramento finto. Anche in questo caso si tratta di s. secondo la sentenza comune tra i cattolici, per la seguente ragione. L'adorazione, che da ogni giuramento s'innalza a Dio, non deriva tanto dalla volontà di chi giura quanto dal fatto che coloro i quali odono pronunziare una formola giuratoria necessariamente sono tratti a riconoscere in essa - qualunque sia l'interiore intenzione di chi la pronunzia - una sua pubblica professione di fede nella assoluta verità e veracità di Dio, e tale professione di fede, oggettivamente connessa ad ogni formula giuratoria, quando questa è recitata sul falso, rappresenta una forma di idolatria (v.) simulata. E questa è sempre colpa grave. Tanto vero che chiunque venisse a scoprire il falso non esiterebbe a vedere in quella formula giuratoria un grave insulto fatto a Dio; senza chiedersi affatto quale sia stata la volontà di chi giura il falso. Quella formula suonerebbe come una bestemmia (v.) indiretta, che è sempre colpa grave. Chi, prevedendo lo s. di una persona, tuttavia ne provoca il giuramento, anch'egli pecca di s., per ragione della cooperazione alla colpa altrui; salvo che sia costretto ad esigere il giuramento o per obbligo di ufficio o per una ragione proporzionatamente grave: la sua cooperazione è allora soltanto materiale.
2. Oggetto ed effetti. - L'oggetto dello s. è il falso; non nel significato oggettivo di errore, ma nel significato soggettivo di menzogna. Si che non è s. il giuramento su affermazione falsa, ma creduta vera; cosi, viceversa, è s. il giuramento su affermazione vera, ma creduta falsa e giurata come menzogna. Quando per la necessità di occultare agli altri il proprio pensiero è lecito l'uso della restrizione mentale, è lecito pure confermarla con giuramento. E chiaro, non essendovi allora menzogna, non può esservi neppure s. Il grado di certezza richiesta, perché una affermazione possa essere giurata, dev'essere proporzionata alla gravità dei motivi inducenti al giuramento. Ma in generale anche per il giuramento è sufficiente quella certezza morale che basta alla sicurezza degli ordinari rapporti umani. Nel giuramento promissorio la verità consiste solo nella esistente volontà di adempiere gli obblighi derivanti, per giustizia o per fedeltà, dalla promessa giurata. Il loro adempimento effettivo, secondo la comune sentenza contro il parere di pochi autori, non vi fa parte. Se però non costituisce s., resta la colpa contro la religione a causa del giuramento violato.

In forza del principio giuridico iuramentum sequitur naturam actus cui adiicitur (can. 1318), dallo s. sorgono gli obblighi anche di religione soltanto e nella misura in cui sorgono dalla promessa gli obblighi della giustizia o della fedeltà. Che se lo s. è anche giuramento finto, non produce nessuna obbligazione religiosa, senza per altro influire per nulla sugli effetti della promessa. In ogni caso poi, anche quando per difetto di qualche elemento richiesto ad validitatem, né giuramento né promessa producono le relative obbligazioni, in forza della legge naturale che vieta di ledere in qualunque modo gli interessi altrui, debbono essere riparati gli eventuali danni, che, intervenendo il dolo, vanno interpretati a norma del can. 1321 .

Le pene canoniche contro lo s. in genere sono sanzionate nel can. 2323; per lo s. giudiziale nel can. 1743 § 3. Per il diritto penale italiano lo s. è delitto rilevante soltanto a carico delle parti in giudizio ai sensi dell'art. 371.

BibL.: cf. i trattati di teologia morale de religione, e i commenti al CIC. cf. ancora sotto cittaasinotto. E in specie v. R. Heinzel, Der Eid. Ein Beitrag zu seiner Geschichte, Lipsia 1902; M. Calamari, Ricerche sul giuramento canonico, in Rivista di storia del dir. ital., 11 (1938), pp. 127 sgg., 420 sgg. Leonardo Azzollini

SPERONE D'ORO (Ordine Pontificio della Milizia aurata) : v. ORDINI EOGESTRI PONTIFICI.

SPERONI, Uco. - Civilista ed eretico piacentino del sec. xir. Studiò diritto romano a Bologna prima del 1145; ne fu maestro e giurisperito ed esercitò l'officio di giudice.

Non c'è difficoltà a identificarlo con l'omonimo console di Piacenza negli aa. 1164, 1165, 1171, qualificato

## Page 670

![img-10.jpeg](img-10.jpeg)

Speroni. Ugo - Liber contra multiplices et varios errores, di maestro Vacario, contenente la confutazione dell'Adversus antichristum dello S. - Biblioteca Vaticana, cod. Chigiano A. V. 156, f. $4^{r}$ (sec. XII).
nel 1161 come giudice nella Corte imperiale, il quale nella lunga vertenza giudiziaria circa i diritti sul ponte piacentino del Po contro il monastero bresciano di S. Giulia sostenne il Comune, con l'appoggio dell'Imperatore, in contrasto con le autorità ecclesiastiche sia locali sia della Curia romana. E probabile che anche queste animosità antiecclesiastiche e lo spirito ghibellino abbiano influito sulla sua evoluzione ereticale. Avanti il 1177 scrisse un libro, molto violento: Adversus antichristum, contro l'Ordine sacerdotale e la religione vigente. Se ne conosce il contenuto solo attraverso la confutazione del celebre maestro Vacario (v.), suo ex-compagno d'università, a cui S. l'inviò in esame.
S. attacca il sacerdozio e la gerarchia cattolica, dichiarandoli esautorati a causa della cattiva condotta di cui gratuitamente afferma essere infamati tutti i loro rappresentanti; essi non sono pertanto in grado di santificare gli altri con i Sacramenti e i riti liturgici. S. passa quindi ad eliminare con varie argomentazioni il Battesimo (non ammettendo, inoltre, il peccato originale), l'Eucaristia come comunione, come sacrificio e come culto, ritenendola una materializzazione idolatrica; la confessione orale, l'Ordine come sacerdozio e come gerarchia con la conseguente divisione della Chiesa in chierici e laici; respinge la dottrina della giustificazione dichiarando inutili le opere e le osservanze esterne di qualunque genere, riduce la religione ad uno spiritualismo tutto interiore, basato sulla cosiddetta giustizia intrinseca. Ritiene necessaria la santità per essere veri cristiani e giusti dinanzi a Dio e salvarsi, ma la fa consistere in una giustificazione interiore e permanente, nella quale si trovano fissati in modo stabile e passivo coloro che sono predestinati secondo un immutabile decreto di Dio, il quale nella presenzialità della sua scienza li considera come giusti, mondi, santi anche quando esteriormente commettono peccati e perseverano nella colpa. Nel predestinato, anche
attualmente peccatore, sono sufficienti il desiderio della purezza, il dolore mentale, ossia interiore, dei peccati, la fede in Gesù Cristo, la comunione amorosa con lui, ecc.; ma anche questi atti sono ritenuti da Dio come sempre esistenti e in azione nei suoi eletti. Non risulta chiaramente quale posto S. riservi, nella sua economia salvifica, alla redenzione di Gesù Cristo; gli speronisti ritengono che i buoni accessori alla gloria celeste anche prima dell'avvento di Gesù.

Gli SPERONISTI. - Dal 1185 ca. andarono costituendo una setta ereticale, che si mantenne distinta durante la prima metà del sec. xili. Lo spiritualismo tutto interiore e incontrollabile di S. non avrebbe dovuto favorire un'associazione con tratti esterni come presso altri gruppi a base ascetica; infatti, nota un controversista, gli s. posseggono beni e vivono nello stato matrimoniale. Però il loro fondatore ammetteva il banchetto commemorativo dell'Ultima Cena di Gesù, la necessità, per quanto solo formalistica, del Battesimo d'acqua, alcune altre azioni esterne come il predicare, il salmeggiare e la preghiera collettiva, sebbene le considerasse senza merito ed efficacia santificatrice.

Biol.: F. Güterbeck, Piacenza: Begichungen zu Barbarossa auf Grund des Bechlasteits um den Besitz des Pechengames, in Quellen und Forschungen aus italica. Arch. und Bibliothek, 24 (1933), p. 62 sgg.; Barino da Milano, L'ereza di U. S. nella confutazione del maestro Vacario, Città del Vaticano 1942; T. Kaeppeli, Une Somme contre les béretiques de st. Pierre Martyr (?), in Arch. Prair. Prandicat., 17 (1947), pp. 305, 332-33; E. Nasali Bocca, Dottrina ereticali in Piacenza nei ssec. XII-XIII, in Boll. stor. piacent., 42 (1947), pp. 1-9. Ilarino da Milano.

SPES, vescovo di Spoleto. - N. sul finire del sec. IV, governò la Chiesa di Spoleto per 32 anni, dal 420 al 452 ca .

Della sua vita e della sua attività non resta che una sua iscrizione metrica dettata in onore del martire Vitale da lui ritrovato ed al quale dedicò un altare nella chiesa di Terzo della Pieve. S. si dichiara Dei servus. Fu sepolto nella chiesa cimiteriale dei SS. Apostoli, dove fu ritrovato il suo epitaffio. Il suo corpo, nel sec. viII, a quanto pare, fu trasportato ad Aquisgrana. Nel nuovo Proprieta della diocesi di Spoleto la festa di S. ricorre il 4 dic.

Biol.: G. B. de Rossi, L'elogio metrico di s. Vitale martire fatto da S. vescovo di Spoleto, in Boll. di arch. erist., $2^{2}$ serie, 2 (1871), pp. 94-116; id., Pergamena epigrafica extra un reliquiarco dei tempi di Carlo Magno in Aquisgrana, ibid., 1878, pp. 153-58; Lanzoni, pp. 437 sg., 444; C. Pietrangeli, Spoletnm, Roma 1939, pp. 79-80.

Agostino Amore
SPESE. - Sotto il nome di expensae (s.) si suole indicare nella terminologia teologico-giuridica la ripartizione di determinati oneri di ordine finanziario.

L'argomento tocca per sé varie materie; i contratti, in cui per legge, consuetudine e convenzione è fissato il soggetto che deve sostenere l'onere del trapasso di proprietà, di manutenzione, di riparazioni, ecc.; il possesso di buona, dubbia e mala fede (v. FEDE [BUONA e CATTIVA]) per quanto concerne i di-
![img-11.jpeg](img-11.jpeg)

Spes, vescovo di Spoleto - Titolo sepolcrale del vescovo S., ritrovato nella chiesa dei SS. Apostoli - Spoleto, Museo civico.

## Page 671

ritti per conservazione e miglioramenti della cosa; il culto e i luoghi sacri, per determinare il soggetto cui devono essere assegnate le s. (cf. cann. 1186, 1296, 1469, 1477, 1523). In materia di dispense matrimoniali il termine ha una accezione specifica per indicare le s. di cancelleria e di posta, in opposizione di altre imposte (componenda, tasse, agenzia : cf. can. 1056).

1. Le s. nel diritto processuale canonico. - L'argomento acquista un particolare rilievo nelle cause contenzioes, ove la sentenza o il decreto che pone fine alla causa deve anche determinare la ripartizione degli onesthe il corso della procedura ha imposto al tribunale giudicante e ai suoi aiutanti (nelle cause penali deve provvedere la stessa autorita pubblica, trattandosi di interesse comune). Qui si dicono s. (con esattezza, della lite o processualt) le somme pecuniarie cui il tribunale ha diritto contro le parti nella definizione d'una causa per vari titoli: onorario dovuto al tribunale, ai componenti, procuratori, avvocati; indennità ai periti e testi (cf. cann. 1664, 1787, 1803, 1808), s. di cancelleria e posta, trascrizione, versione e verifica di documenti e strumenti. Possono essere necessarie (il minimo richiesto per sciogliere le cause a termine di legge), atili (facilitano più o meno la causa: ad es., s. per l'assunzione di due avvocati, cf. can. 1656), superflue (non aventi parte determinante o facilitante : stampa di documenti, trascrizione di documenti, ecc.). Alcuni inseriscono le s. di lusso (voluttuarie) che in qualche modo servono alla causa, ma non la favoriscono direttamente (fotografie di documenti [bastando copia autenticata], uso di aereo o auto per testi). Da quanto si è detto appare la legittimità e necessità delle s., nonostante l'amministrazione della giustizia sia gratuita (can. 1908).

Determinare, a quantita delle s. nelle cause ecclesiastiche è compito dei vescovi adunati in concilio o adunanza provinciale (can. 1909); in mancanza supplisce la consuetudine o il decreto del giudice; per sicurezza questi può esigere all'inizio della causa un deposito o cauzione (can. 1909). E se una parte per provata povertà (non nel senso volgare, ma canonico) non è in grado di incontrare tutte o parte delle s., può chiederne l'esenzione (v. Patrocinio Gratuitto) o la riduzione (cann. 1914-16). Una norma pratica possono avere i vescovi per fissare la cifra (norma che è obbligatoria per i tribunali regionali nelle cause matrimoniali) nella prassi della S. Rota, diminuendone in proporzione la quota (cf. Normae, 29 giugno 1934, cap. 8, in AAS, 26 [1934], pp. 487-91; 31 [1939], pp. 622-25; 32 [1940], p. 307).

Delicato problema è fissare la persona che deve pagare le s. Si può partire da principi diversi con conclusioni diverse: la s. devono pagarsi da chi agi con male fede, provata, non presunta; oppure dal vinto, giuridicamente colpevole; oppure la rifusione delle s. si considera elemento necessario socialmente per la piena difesa dei diritti, e quindi da dividersi equamente fra le parti. In diritto canonico si seguirono vari indirizzi. Attualmente si segue una via di mezzo, con quattro ipotesi. 1) Il soccombente agi con buon fondamento e buona fede, trattandosi di causa ardua e difficile; allora si dà luogo a compensazione equa o distribuzione delle s. fra le parti; il principio si applica pure nelle cause in cui le parti soccombettero purzialmente entrambe, nelle cause fra contanguinei o affini, e