i mezzo, con quattro ipotesi. 1) Il soccombente agi con buon fondamento e buona fede, trattandosi di causa ardua e difficile; allora si dà luogo a compensazione equa o distribuzione delle s. fra le parti; il principio si applica pure nelle cause in cui le parti soccombettero purzialmente entrambe, nelle cause fra contanguinei o affini, e per altre giuste cause da stimarsi prudentemente dal giudice (can. 1911; si ha ampia libertà di decidere). 2) Il soccombente agi senza buon fondamento, ma in buona fede o almeno con non evidente mala fede, per negligenza nello studiare il proprio diritto; allora pagherà solo le s. (can. 1910). 3) Il soccombente agi con temerarista (evidente mala fede, ostilità, ecc.); pagherà le s. e risarcirà l'altra parte dei danni subiti (can. 1910). 4) Il soccombente agi con trodi e inganni (documenti falsi, testi comprati); subirà inoltre l'azione penale.
Determinare nelle singole cause l'ammontare delle s. e il soggetto sostenitore spetta al giudice nella sentenza (can. 1873); l'omissione non invalida la sentenza; e si
procederà a parte come in una causa incidentale. In genere la sentenza fissa il soggetto; con atto esecutivo susseguente si determina la quantita. Condannate più persone alle s., l'obbligazione singola è in solido o pro rata, secondo la loro parte. Si impugna la sentenza riguardo alle s. direttamente con ricorso entro 10 giorni allo stesso giudice per la revisione o riforma; indirettamente, appellando dalla sentenza intera (can. 1913).
II. Le s. nel diritto processuale italiano. - Il Cod. di proc. civile ital. (artt. 90-98) ha alcuni punti di contatto col CIC con sfumature secondarie : gli atti compiuti o richiesti da una parte durante il processo sono a carico di chi li chiede (e che in alcuni casi deve anticipare le s. relative [artt. 90, 98; attuazione art. 38 sg.]). Il giudice nella sentenza condanna il soccombente al rimborso delle s. a favore dell'altra parte insieme con gli onorari della difesa; può escludere dalla ripetizione la parte vincitrice, se ritiene le s. eccessive o superflue; si dà luogo a compensazione in caso di mutua soccombenza o per altri giusti motivi e in caso di transazione, salvo esplicita intesa contraria. In caso di mala fede o colpa grave la condanna tocca con soltanto le s., ma anche i danni subiti (art. 96). Se le parti soccombenti sono più, viene condannata ciascuna in proporzione del rispettivo interesse; in caso di interesse comune la condanna è solidale (art. 97). Accomunati alla parte soccombente possono essere personalmente gli eredi, curatori, rappresentanti ecc. (art. 94).
BibL.: commentatori delle Decretali. I. II, tit. 27 de sententia et re iudicata; dopo il CIC i commentatori dei cann. cit., p. es., Wernz-Vidal, VI, nn. 643-56; M. Legs - V. Bartoccetti, Commentarius in iudicia ecclesiastica, III, Roma 1941, pp. 49-73; C. Bernardini, Expense, in Apollinaris, 4 (1931), pp. 373-77.
Sisinio da Romallo
SPETTACOLO: v. CINEMATOGRAPO; DIVERTIMENTO; SPORT; TEATRO.
SPEZI, Pio. - Romanista ed in particolare cultore di storia e dello studio delle chiese di Roma, n. in Roma il $1^{\circ}$ ott. 1861, m. ivi il 2 genn. 1940.
Docente di storia successivamente nei Licei di Ceccano, Teramo, Potenza, Roma, per più di 40 anni dedicò ogni sua energia a raccogliere, con vigoroso metodo scientifico, materiale da servire alla redazione di una completa bibliografia relativa alle chiese di Roma, da utilizzare, oltre che per la storia delle singole chiese esistenti e scomparse, per la risoluzione di problemi di topografia e di toponomastica. Carattere essenziale del suo lavoro è stato lo studio comparativo dei diversi cataloghi pervenutici delle chiese romane dal sec. v al xvit prendendo per base i quattro cataloghi fondamentali, quello di Cencio Camerario, l'Anonimo francese, l'Anonimo di Torino ed il catalogo del Signorili. Lo S. poté così stabilire con tavole sinottiche la messa a punto dell'onomastica e della topografia di ciascuna chiesa e redarre indizi alfabetici in corrispondenza alle schede da lui compilate, facendo ricorso a tutti gli scritti che per qualsiasi motivo si sono occupati delle chiese di Roma; il risultato di questa indagine forma la prima parte della bibliografia dello S. La seconda parte è formata dalla bibliografia speciale; in essa figurano per ogni chiesa le diverse fonti ed i relativi studi ed informazioni. Quale fosse il metodo di lavoro dello S. poté già rilevarsi nella prima pubblicazione : Bibliografia metodico-analitica delle chiese di Roma, Saggio della lettera A (Roma 1928; estratto dal Bollettino di bibliografia romana diretto da C. Galassi-Paluzzi). Dopo la morte dello S. fu edito il I vol. di : Le Chiese di Roma nei XX secoli del cristianesimo. Bibliografia, topografia toponomastica (ivi 1940), che comprende l'introduzione, le fonti e la bibliografia generale degli stampati (pp. 43-233) e dei manoscritti (pp. 235-43). Recentemente la sig. ${ }^{\text {ra }}$ Gio-vanuelli-Recchi ha dato in deposito al Pont. Istituto di archeologia sacra le 34.000 schede messe insieme dallo S.
Fu anche esimio studioso dell'opera di G. G. Belli del quale scoprì 121 sonetti inediti tra le carte di mona. Tizanni (v.) conservate nella Biblioteca dei Canonici Regolari Lateranensi in S. Pietro in Vincoli. Fra i suoi saggi storici poi si ricordano Gli agnelli di S. Agnese, in La vita italiana, 2 (1894), e Pio V e i suoi tempi (Roma 1904).
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Gio. C. Spallavicco, Gtutia all' Rtialgimento I aliano. H. d'riana Bet., p. 221 Spielberg - Veduta della fortezza, disegno di un prigioniero.
Bibl.: G. R. Ansaldi, Mem. sull'opera dello S., in Office des Instit. d'arch. et d'hist. de l'art, Parigi 1934, pp. 59-70; id., La figura romana di P. S., in Roma, 18 (1940), pp. 294-303 con l'elenco degli scritti.
Gioscchino Mancini
SPEZIA, LA: v. LUNI (LA SPEZIA), SARZANA, DIOCESI di.
SPIEGEL, Ferdinand August. - Vescovo, n. il 25 dic. 1764 nel castello di Canstein (Vestfalia), m. il 2 ag. 1835 a Colonia. Cadetto di una famiglia baronale, abbracciò lo stato ecclesiastico e nel 1799 divenne decano del duomo a Münster, alla morte del principe elettore di Colonia Massimiliano Francesco Saverio Giuseppe d'Asburgo, che era anche vescovo di Münster.
Durante la vacanza della sede S. si oppose ad un tentativo prussiano di procrastinare l'elezione del nuovo vescovo, ma dopo la secolarizzazione accettò il fatto compiuto dell'occupazione prussiana, collaborò con lo Stein, incaricato del riordinamento amministrativo della regione, e si legò a lui di viva amicizia, rimasta inalterata fino alla morte. Tanta era la stima e la considerazione in cui lo Stein teneva lo S., che nel 1807 intendeva proporne la nomina alla direzione della sezione cattolica presso il Ministero dei culti e nel 1810, ed anzi in una lettera a Hardenberg, lo indicava per coadiutore dell'arcivescovo di Breslavia, Hohenlohe. Dopo l'annessione di Münster all'Impero francese (1810), Napoleone ve lo nominò vescovo il 14 apr. 1813. Tale nomina non ebbe l'approvazione di Pio VII e lo S. si limitò ad amministrare la diocesi quale vicario capitolare, trovandosi in gravi difficoltà per l'opposizione di Clemente Augusto Droste-Vischering, il quale era stato eletto amministratore nel 1808 ed aveva lasciato l'incarico per imposizione dell'Imperatore. Dopo la caduta di Napoleone dovette rinunciare all'amministrazione di Münster, ma riusci a diventare l'uomo di fiducia del cancelliere di Stato Hardenberg nelle questioni religiose. Sostenitore di una Chiesa nazionale tedesca, come il suo amico Wessenberg, S. fu chiamato nel 1817 a far parte del Consiglio di Stato prussiano. Nominato nel 1824 arcivescovo di Colonia, si occupò assai attivamente del riordinamento della sua diocesi e del Duomo, nonché del ristabilimento dell'autorità spirituale nei vescovadi renani e vestfalici; non seppe rinunciare al passato, nutrito com'era stato fin dalla giovinezza di principi illuministici, che continuarono ad influire in modo determinante sulle sue opinioni teologiche. Desideroso di trovare punti di accordo tra scienza e religione, tra ragione e fede, non seppe scorgere i pericoli derivanti alla Chiesa dalle dottrine di Hermes (v.). Egualmente le sue tendenze episcopaliste, intese ad eliminare nei limiti del possibile le ingerenze dirette della S. Sede nel governo della sua diocesi, assai male lo consigliarono nella grave questione dei matrimoni misti, dove l'abilità diplomatica
del Bunsen riusci a carpirne la buona fede, portandolo ad aderire alla Convenzione dei 19 giugno 1834, conclusa dall'arcivescovo con il governo prussiano all'insaputa del Pontefice ed in diretto contrasto con il breve Literis altero abhinc anno di Pio VIII del 1830 .
Bibl.: H. Brück, Gesch. der hath. Kirche in Deutschland im 19. Jahrh., I-II. Magonza 1887-88, passim; W. Schneider, Preihert vom Stein und Krebscho/ Graf von S. Ein Briefenchoel, in Deutsche Rundschau, 211 (1927), pp. 201-20; 212 (1927), pp. 31-47; H. Bostgen, Graf S. und der Heilige Stohl, in Römische Quartalschrift, 39 (1931), pp. 307-602; F. Schnabel, Storia relig. della Germania nell'Ottocento, trad. it., Brescia 1944, passim; F. Lauchert, s. v. in LThK, IX, coll. 722-23, con bibl.: M. Braulssch, Die Lebeshkronih der Preihertz Franz Wilhelm von S., Münster 1952, passim.
Silvio Furlani
SPIELBERG. - Castello della città di Bruna (Brünn, Brno) in Moravia (Ce. coslovacchia), famoso nella storia del risorgimento per essere servito da carcere ai condannati dei processi politici del LombardoVeneto, fra cui si annoverano principalmente Silvio Pellico, Pietro Maroncelli, Federico Confalonieri, Pietro Borsieri, Giorgio Pallavicino, Gabriele Rosa e il francese Alessandro Andryane. La sua fama si deve in modo particolare - come è ben noto - alle Mie Prigioni del Pellico.
Occorre specialmente ricordare che l'imperatore Francesco I era convinto che i patrioti italiani, cospirando contro di lui, avessero violato al tempo stesso le leggi della morale cristiana ed era sinceramente preoccupato della loro eterna salute : la prigionia doveva essere quindi, secondo la sua opinione, non soltanto il castigo meritato da chi aveva attentato alle istituzioni, ma anche e soprattutto un efficace mezzo di redenzione spirituale, un incentivo alla «conversione». Che questa dovesse poi manifestarsi, sul piano pratico, con nuove rivelazioni in merito alle congiure alle quali i condannati avevano partecipato, sta a confermare la pericolosa ed arbitraria, anzi unilaterale, commistione fra sacro e profano che fa decoriore caratteristica comune di tutte le antiche dinastie cosiddette di «diritto divino» e quindi anche del regime absburgico. Sta di fatto comunque che l'Imperatore si preoccupò costantemente che i prigionieri potessero soddisfare ai loro doveri religiosi (la S. Messa era celebrata regolarmente nella cappella del carcere da padri cappuccini), fece fornire loro libri di pietà e nominò dei sacerdoti che avessero cura delle loro anime. Dapprima fu l'agostiniano p. Battista Vorthey (1823), quindi d. Stefano Paulowich-Lucich ([v.]; 1823-27), d. Giorgio Wrba (1827-28) e finalmente d. Vincenzo Ziack. Tranne il Paulowich - che non portò nel delicato incarico sufficiente tutto, perché più ligio al trono che non all'altare -, tutti furono eccellenti direttori spirituali dei prigionieri, secondo concordemente affermano quanti fra essi hanno lasciato memorie autobiografiche della loro detenzione.
I detenuti politici italiani che decedettero allo S. in numero di cinque, spirarono tutti con i carismi di religione, compresi Silvio Moretti, che in gioventù aveva abbandonato lo stato sacerdotale, e Giovanni Vincenti, che nel corso della vita errabonda aveva aderito al calvinismo. Ad Alessandro Andryane fu impartito il Battesimo sub conditione per essere egli nato in Francia nel colmo della Rivoluzione.
Il Paulowich riferì spesso all'Imperatore che la maggior parte dei detenuti non si era convertita «abbastanza». E se in altro - e più sostanziale - senso si può concordare con lui, in quanto non tutti, restituiti a libertà, perseverarono nell'osservanza di quelle pratiche religiose a cui si erano riavvicinati nel carcere, resta, tuttavia, altrettanto vero che il Pellico, il Confalonieri, il Pallavicino, il Solera, il Villa, l'Oroboni e molti altri uscirono dallo S., o vi morirono, riconciliati con la fede della loro gio-
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(fol. Eail)

(fol. Eail)

(per cartesio di mons. A. P. Frutas)
In alto a sinistra: CAMPANILE ROMANICO DEL DUOMO, ricostruito dal 1898 al 1909 - Spalato. In alto a destra: MURA PERIMETRALI del Palazzo di Diocleziano - Spalato. In basso a sinistra: PORTALE DEL BATTISTERO DELLA CATTEDRALE, già tempio di Esculapio nel Palazzo di Diocleziano - Spalato. In basso a destra: PORTALE D'INGRESSO DELLA CATTEDRALE, già Mausoleo di Diocleziano, sotto il campanile ricostruito dal 1898 al 1909. In primo piano si vedono le colonne e gli archi del peristilio, ed una sfoige egiziana - Spalato.
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(da A. Bicholter, Ver-vi-llu-A. Vichon (1824, dec. 1731)
A sinistra: LA CATTEDRALE (sec. XI).
A destra: VEDUTA DEL CASTELLO (sec. XIII con trasformazioni dei sece. XVI-XVII).
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vinezza, rinnegando le massime ateistiche dalle quali si erano lasciati traviare nel tempo della attività rivoluzionaria. Non tutti, certamente, raggiunsero le altezze spirituali del Pellico: ma per la maggior parte di essi il periodo trascorso allo S., tra le afflizioni materiali e morali del durissimo regime carcerario, segnó effettivamente un ritorno alla fede e l'inizio di una vita sinceramente cristiana.
Bibl.: R. U. Montini, I confessori, cap. 5 del vol. III di Documinti e Studi del Comit. naz. di Studi spielberghiani, in corso di stampa.
Renzo U. Montini
SPIERA, Francesco. - Protestante italiano ritornato al cattolicesimo, n. a Cittadella nel 1502 , ivi m. nel 1548. Avvocato nella sua città, denunziato all'Inquisizione di Venezia quale detentore di libri eretici e sospetto di eresia, si confessò pentito davanti al Tribunale e fece solenne abiura nella chiesa di S. Marco a Venezia e nella parrocchiale di Cittadella.
Secondo quanto si propagò negli ambienti protestanti, ritornato a casa avrebbe provato un intenso rimorso dell'abiura fatta, per cui sarebbe caduto in profonda disperazione, per aver commesso con ciò il peccato imperdonabile contro lo Spirito Santo. Nonostante il richiamo degli amici all'universalità della Grazia e le cure dei medici a Padova, egli sarebbe morto nella disperazione, anzi, secondo alcuni, suicida.
Nella relazione redatta dall'areiprete di Cittadella io S. risulta deceduto di morte naturale, e non più cosciente di sé negli ultimi istanti. Fu il Vergerio (v.) a fare del caso S. un episodio di propaganda eretica; egli anzi disse ch'era stato proprio quel caso a spingerlo ad abbandonare la Chiesa; ne scrissero poi Matteo Gribaldi e Enrico Sesto, che si dissero testimoni oculari della vicenda. Calvino ne trasse occasione per condannare il + nicodemismo + italiano, la leggerezza francese e la debolezza tedesca nella fede.
Bibl.: Eptir. di Giorgio Siculo alli cittadini di Riva di Trento contro il mendacio di Fr. S., Bologna 1550; P. P. Vergerio, La Historia di M. F. S. s. l. 1551, altra ed. in Bibliot. della Riforma, Firenze 1883; C. S. Curione, Historia Spicriae, Basilea 1555 (con la storia del Vergerio, l'epistula del Gribaldi, la lettera di Calvino, l'Exemption nemorabile H. Sesto auctare, e altri scritti); P. Paschini, Pier Paolo Vergeria il giovane e la sua apostasia, Roma 1923, p. 146 sg.; D. Cantimori, Eretici italiani del Cinquecento, Firenze 1940, pp. 38, 61, 64-65, 153. Mario Bendiscoli
SPILLMANN, Joseph. - Gesuita, storico e narratore popolare, n. a Zug (Svizzera) il 22 apr. 1842, m. a Lussemburgo il 23 febbr. 1905.
Entrato nell'Ordine il 22 sett. 1862, ordinato sacerdote nel 1874 , fu dal 1875 collaboratore, e. dal 1880 fino alla morte, redattore del periodico Stimmen aus Maria Laach, dove trattò particolarmente argomenti di storia ecclesiastica. Frutto di questa cooperazione,

(da Dis Katolischen Missionen, eticbre (Mistilsm3rs 1901, tav. contro il frontespizio)
SpiLlmann, Joseph - Ritratto.
## [Sopulcula editaper fraterem Bartbolomens be fima pitanum ordi. nis predicarorum beobtcrnaria 2 ecto. rem Sacre Ebeologie queinboc polt. mine continentar.becfint.
Cipropugnaculus 2 iniflo. te imortalita reanime contra Ebo. Caicranum.cus litreracilidem Caicranieccómentario. nehaluperlibros 2 iniflo.te 2ilaquan rumpipopifro Defertitaffumpra.
CEurcla veritarts be imoralitate antine contra perrínpoponacium deanruaní cognominarum pererumci ciuftem librote mortalitate antine fideliter to: romferto.
C Slagellus in rreslibros apologie ciufé pererribe cadem materia.
CEtrilis anctio be ondine facro.
## (fot. Ene. Catt.)
Spina, Bartolomeo - Frontespizio degli Opuscula, Venezia, per i tipi di G. de Gregoriis, 1519 - Roma, esemplare della Biblioteca nazionale.
nia), In der neuen Welt (2 voll.), dove sono vivacemente narrate la geografia, le scoperte, l'evangelizzazione delle varie nazioni, e inoltre 20 voll. di racconti missionari della collezione Aus fernen Landen; a questi, altri romanzi più sostenuti si devono aggiungere, di cui principali: Die Wunderblume von Woxindon (2 voll.. 1893, 13a-14 ed. 1923); Lucius Flacus (2 voll., 1898, $16^{a}$ ed. 1926); Kreuz und Chrysanthemum (2 voll., 1902, $8^{a}$ ed. 1920); Tapfer und Treu (2 voll., 1897, 16a ed. 1930); Um das Leben einer Königin (2 voll., 1900, 14a ed. 1923); notevole in modo particolare il racconto storico sul segreto della Confessione, tradotto in 10 lingue, Ein Opfer des Beichtgeheimnisses ( $1896,40^{a}$ ed. 1937). Romanzi e racconti sono raccolti in edizione popolare ( 14 voll., Friburgo in Br. 1920-28).
Bibl.: A. Baumgartner, Erinnerungen an P. 7. S., in Stimmen aus Maria Laach, 60 (1905), pp. 1-22; E. Stachelin, Der 7 rcuitenorden und die Schweiz, Basilea 1923, pp. 142-43.
Celestino Testore
SPINA, Alfonso Lopez de. - Frate minore, già israelita, dotto teologo, illustre per pietà e dottrina, efficace predicatore, rettore dello Studio minoritico di Salamanca e vescovo Thermopolitanus (1491); m. ca. il 1491 nel convento Palentino della provincia della Concezione.
Ebbe notevole successo una sua opera, ordinata a premunire i fedeli contro gli eretici, dal titolo Fortalitium fidei (Strasburgo s. a. [ca. 1471]; Basilea s. a. [ca. 1475]; Norimberga 1485, 1594, 1525; Lione 1487 e 1511), giudicata "opus eruditum, splendido titulo, voce barbara, et divinarum rerum cognitione praestanti». Lasciò pure manoscritti: Sermones de excellentia nostrae fidei; Tractatus de fortuna dicatum Joanni Custellae Regi; Sermones 22 de nomine 7 em.
Bibl.: Wadding, Scriptores, p. 14; Sbaralea, pp. 26-30; A. Testaert, Spina (Alphonse de), in DThC, XIV, II, coll. 2477-79.
Felice da Mareto
SPINA, BARTOLomzo. - Teologo domenicano, n. a Pisa nel 1475, m. a Roma nel 1546.
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Lettore di filosofia e teologia, insegnò per oltre vent'anni negli Studi generali dell'Ordine di Bologna e Verona. Nel 1526 fu nominato professore dell'Università di Padova e si schierò apertamente contro il Pomponazzi e il Gaetano nella dibattutissima questione dell'immortalità dell'anima. Seguace del tomismo, fu anche avversario del Catarino specialmente nella dottrina della Grazia e della giustificazione. Nel 1542 Paolo III, che stimava la sua profonda scienza, lo nominò maestro del S. Palazzo e lo scelse come suo teologo di fiducia nelle varie questioni dibattute in quel periodo di preparazione del Concilio, e nella prima fase del Concilio di Trento. Lasciò anche un discreto numero di scritti filosofici e teologici.
Bim.: Quirif-Echard, II, p. 126; A. Walz, Gli inizi domenii, al Concilio, in Il Concilio di Trento, 2 (1943), p. 211 sgg.; id., Die Dominikaner und Trient, in G. Schreiber, Das Welthansil von Trient, II, Friburgo in Br. 1951, p. 491 sgg.
Piero Sannazzaro
SPINA, GIUSEPPE. - Cardinale, n. il 12 marzo 1756 a Sarzana, m. il 13 nov. 1828 a Roma. Studiò legge a Pisa ed a Roma, dove entrò a far parte della Corte pontificia e fu nominato da Pio VI referendario della Segnatura. Ordinato sacerdote nel 1796, accompagnò il Pontefice nella via dell'esilio, ne fu il maggiordomo e nel 1799 a Valenza, in punto di morte, gli somministrò gli ultimi Sacramenti.
Durante il viaggio da Roma in Francia era stato consacrato il 30 sett. 1798 arcivescovo titolare di Corinto. Morto Pio VI, ritornò in Italia e recò ai cardinali riuniti in Conclave a Venezia l'anello del pescatore del defunto Pontefice. Nel 1800, a richiesta di Napoleone che lo aveva conosciuto l'anno antecedente a Valenza, di ritorno dalla spedizione d'Egitto, si recò a Parigi con l'incarico di condurre le trattative per la conclusione di un concordato. I negoziati, iniziati con il Bernier nel nov., si trascinarono inutilmente per alcuni mesi, perché il governo francese quando sembrava raggiunto un accordo rimetteva tutto in discussione con l'intento di procurarsi con tale tattica dilatoria la maggior somma di vantaggi a scapito della S. Sede e della Chiesa cattolica. Lo S. salvaguardò con accortezza e tenacia gli interessi della S. Sede, ma al momento in cui sembrava tutto concluso, il Bonaparte propose un testo nuovo, inaccettabile per lo S., legato a precise istruzioni. Solo la venuta a Parigi del card. Consalvi condusse in porto le trattative. Al ritorno lo S. accompagnò a Roma le spoglie di Pio VI. Creato il 29 marzo 1802 cardinale, fu nel maggio successivo nominato arcivescovo di Genova, dove si dimostrò sempre sollecito del bene dei suoi diocesani, pur talvolta piegandosi a transazioni verso l'Imperatore con l'intento di evitare una rottura con le autorità costituite ed un conseguente peggioramento delle condizioni religiose nella diocesi. Per questo, probabilmente, nel 1810 assisté al matrimonio religioso di Napoleone con Maria Luisa d'Austria, stando fra i cardinali rossi. Nel 1811 partecipò anche al Concilio nazionale di Parigi, dove appoggiò la proposta di richiedere la liberazione del Papa relegato a Savona, consigliando di non porre esplicitamente tale richiesta, pur inserendola nel processo verbale. Dopo la restaurazione dello Stato della Chiesa lo S. rinunciò all'arcivescovato, divenne nel 1816 legato a Forlì, poi nel 1818 a Bologna fino al 1824. Durante la legazione di Bologna quale plenipotenziario pontificio partecipò ai Congressi di Lubiana e di Verona. A Lubiana ribadì la neutralità della S. Sede nella questione napoletana e rifiutò sostanzialmente di approvare l'invasione del Regno da parte dell'Austria; a Verona invece si oppose, insieme ai rappresentanti di altri Stati della penisola, alle pretese egemoniche del Metternich sull'Italia, contribuì a far naufragare il progetto per una commissione centrale di polizia e sventò temporaneamente il concentramento della posta della penisola nelle mani dell'Austria.
Bim.: Moroni, LXVIII, pp. 280-85; E. Consalvi, Mémoires, intrad. e note di J. Crétinau-Joly, Parigi 1864 (ora edito nell'originale ital. a cura di M. Nesalli Rocca di Corneliano, Roma 1950), passim. Sulle trattative del Concordato cf. I. Rinieri, Il Concordato tra Pio VII ed il Primo Consolo, Roma 1902, passim; F. D. Mat-
thieu, Le Concordat de 1801, Parigi 1907, passim. Sull'attività di S. durante la restaurazione ed ai Congressi di Lubiana e Verona cf. Atti del Parlamento delle Due Sicilie, 1820-21, vol. IV; La Rivoluzione napoletana, il suo Parlamento e la reazione europea, v. parte $2^{\circ}$, Bologna 1931, passim; J. H. Brody, Rome and the Neapolitan revolution of 1820-21, Nuova York 1937, pp. 77 103; M. Petrocchi, La restaurazione romana (1815-23), Firenze 1943, passim; S. Furlani, La questione postale italiana al Congresso di Verona, in Nuove rtv. stor., 32 (1948), pp. 38-49.
Silvio Furlani
SPINELLI, Francesco. - Sacerdote, fondatore delle Adoratrici del S.mo Sacramento, n. a Milano il 14 apr. 1853, m. a Rivolta d'Adda (diocesi di Cremona) il 6 febbr. 1911.
Appena ordinato sacerdote a Bergamo (1875), in un viaggio a Roma, mentre pregava in S. Maria Maggiore, sentì un forte impulso interiore a fondare una Congregazione di suore che adirassero il S.mo Sacramento in riparazione delle ingiurie di cui era oggetto. Tornato a Bergamo, predicando a S. Gervasio d'Adda, s'incontrò con la serva di Dio Caterina Comensoli, che già meditava lo stesso disegno, e fondò nel 1882 la Congregazione delle Adoratrici, che però all'adorazione doveva congiungere anche le opere di apostolato.
Dopo i primi ottimi successi, i debiti rilevanti, contratti senza alcuna sua colpa morale, per la fondazione di altre case, lo obbligarono nel 1889 a separarsi dall'Istituto e a uscire di diocesi. Accolto amorevolmente dal vescovo di Cremona, fu inviato come direttore spirituale alla casa da lui fondata a Rivolta d'Adda, dove nel 1895 istituì una nuova Congregazione di Adoratrici, separata del tutto da quella di Bergamo, ma conservando il fine, le Regole e l'abito della prima fondazione. Le pene e le contradidizioni subite dallo S. attirarono sul nuovo Istituto le benedizioni del cielo con la sempre crescente creazione di altre case. La causa di beatificazione dello S. fu introdotta a Roma il 25 genn. 1952.
Bim.: P. G. Borgonovo, Il p. F. S., Milano 1930; AAS, 44 (1952), pp. 636-40; E. Lingiardi, A quarant'anni dalla santa morte. Il ven. F. S. verso la gloria degli altari, in La vita cattolica (Cremona), 5 febbr. 1953, p. 4.
Celestino Testore
SPINELLI, Niccolò. - Giurista, n. forse a Giovinazzo tra il 1320 ed il 1325, m. a Pavia (?) dopo il 1396.
Insegnò prima all'Università di Padova verso il 1350 1351, poi a Bologna. Fu inviato da Giovanni d'Oleggio, signore di Bologna, al card. Albornoz dall'1 al 23 sett. 1355. Nel 1357 si recò, per conto della città, dal Papa per ottenere la revoca dell'interdetto. Nel 1360 rappresentò ad Avignone Giovanna I d'Angiò. Favori la restaurazione del dominio pontificio in Bologna. Dal 1360 collaborò con l'Albornoz e per un certo periodo fu suo rappresentante ad Avignone. In ricompensa dei suoi servigi ebbe il castello di Montenovo. Fu avvocato della Camera Apostolica intorno al 1365 ed agente di Giovanna I d'Angiò presso il Pontefice nel 1366. In seguito a quest'ultimo incarico chiuse definitivamente la sua scuola di Bologna. Nel febbr. 1367 appare in un documento con il titolo di gran cancelliere del Regno di Napoli. Fu inviato da Urbano V a trattare con i Fiorentini (1367), per ottenere l'appoggio di Firenze al Papa, che si proponeva di venire in Italia, ma non ottenne risultati soddisfacenti. Siniscalco di Provenza nel 1370, capitano generale del Piemonte nel 1372, plenipotenziario, prima pontificio e poi angioino al Congresso di Sarzana (1378). In occasione dello sciama appoggiò gli avversari di Urbano VI, fautori di Clemente VII. Catturato da Carlo di Durazzo, quando questi imprigionò Giovanna I d'Angiò, fu custodito in Castel dell'Ovo insieme con quest'ultima (1381). Ciò segnò il crollo della sua fortuna; alla confisca dei beni, seguì la bolla del 4 ag. 1383 con cui era dichiarato decaduto da alcuni vicariati in Romagna e nelle Marche. Nel sett. 1387 era libero, a Taranto, presso Luigi d'Angiò; si recò poi in Francia (1384) e vi si trovava nell'inverno 1394-95. Lasciò, infine, gli Angioini e passò alla corte dei Visconti, dove morì.
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BibL.: G. Romann, N. S. du Giovinazzo diplomatico del cec. XIV, in Arch. stor. per le province napol., 24 (1899), pp. 84-121, 351-400; 25 (1900), pp. 127-94, 276-334, 408-61; 26 (1901.) pp. 35-80, 223-81, 401-62, 471-542. Giuseppe Coniglio
SPINOLA, FAMIGLIA. - Una delle quattro maggiori case di Genova. Nella città tenne il potere in nome dei marchesi Obertenghi ai quali si andò sostituendo. Giutoo fu console fra il 1102 e il 1121, e da lui derivarono molteplici rami, dei quali furono i principali quelli di Lucoli e di S. Luca, dove gli S. ebbero torri e case. Nelle fazioni interne tennero per i ghibellini contro Fieschi e Grimaldi e verso il 1265 -66 costituirono con i Doria una diarchia, e con loro condivisero le sorti nelle lotte susseguenti; lottarono contro Venezia e poi contro Filippo Maria Visconti, fornendo ammiragli e condottieri alla Repubblica. Fra loro furono scelti dogi biennali, senatori, ambasciatori.
Dal ramo di S. Luca uscì Ambrogio S., ritenuto il maggior uomo d'arme dell'età sua; n. a Genova nel 1569, combatté per la Spagna prima nei Paesi Bassi contro Maurizio di Nassau (1602-1609; poi 1621-27), quindi in Italia nella guerra per la successione di Mantova e fu governatore di Milano; m. a Castelnuovo Scrivia il 25 sett. 1630.
Alla Chiesa la famiglia S. forni illustri prelati; primo fra essi Agostino, vescovo di Perugia dal 19 dic. 1509 al 1529 quando rinunciò in favore del fratello Carlo; creato cardinale il 3 maggio 1527 alla vigilia del sacco di Roma, fu nominato camerlengo l'8 giugno 1528, nel 1529 ebbe il governo dell'Urbe in assenza del Papa, che accompagnò a Bologna nel 1532; tenne in amministrazione i vescovati di Savona (dal 17 luglio 1528) e di Alatri (io maggio 1535) sino alla morte che lo colse in Curia il 18 ott. 1537.
Filippo, fu referendario di Segnatura, vescovo di Bisignano (8 febbr. 1566) poi Nola (9 marzo 1569), cui rinunciò quando il 12 dic. 1583 fu creato cardinale, su proposta di Rodolfo II imperatore, e aderì alla parte spagnola; m. a Roma il 20 ag. 1593.
Orazio, anch'egli di parte spagnola, da referendario fu nominato arcivescovo di Genova il 20 dic. 1600 , legato di Ferrara nel 1606 , fu creato cardinale l'i i sett. 1606 e m. a Genova il 24 giugno 1616 con fama di grande severità.
Agostino II, n. a Genova, da protonotario apostolico fu creato cardinale diacono da Paolo V l'1 i genn. 1621, fu successivamente vescovo di Tortosa ( 5 marzo 1623), di Grosseto ( 7 sett. 1626), arcivescovo di Compostella ( 23 ott. 1630), di Siviglia ( 26 genn. 1645), dove m. nel febbr. 1649.
Gian Domenico, uditore di Camera fu creato cardinale da Urbano VIII il 19 genn. 1626; arcivescovo di Acerenza e Matera il 13 nov. 1630, poi vescovo di LuniSarzana ( 26 apr. 1632) quindi Mazara ( $1^{\circ}$ dic. 1636), dove m. l'11 ag. 1646.
Giulio, referendario di Segnatura, fu nominato nunzio a Napoli il 4 ott. 1653, arcivescovo di Laodicea il 14 genn. 1658, nunzio all'Imperatore il 10 luglio 1663; creato cardinale il 15 febbr. 1666 fu pubblicato solo il 7 marzo 1667; vescovo di Nepi e Sutri (il 2 giugno 1670) poi di Lucca ( 8 nov. 1677), m. in Curia nel marzo 1691.
Suo nipote Giovanni Battista, n. a Madrid il 21 sett. 1615, fu nunzio a Nimega, arcivescovo di Matera nel 1648, poi di Genova nel 1664, cui rinunciò quando il $1^{\circ}$ sett. 1681 fu da Innocenzo XI creato cardinale di S. Cecilia; era ancora governatore di Roma, quando sul principio del 1687 si acuirono le controversie con la Francia per le franchigie del quartiere francese. M. a Roma il 4 genn. 1704. Fu suo nipote Niccolò, n. in Spagna il 20 febbr. 1659, chierico di Camera sotto Innocenzo XII, nunzio a Firenze poi in Polonia, uditore di Camera, creato cardinale da Clemente XI il 16 dic. 1715; m. a Roma il 12 apr. 1735. Contemporaneo a lui fu Giorgio genovese, n. il 16 giugno 1667, vicelegato di Ferrara, governatore di Civitavecchia, Viterbo e Perugia, inqui-
sitore di Malta nel 1703, commendatore di S. Spirito, arcivescovo di Cesarea e nunzio a Barcellona dal 1711-13 poi a Vienna (1713-20), dove fu durante laguerra contro il Turco nel 1713-16; fu creato cardinale da Clemente XI il 29 nov. 1719. Innocenzo XIII lo volle segretario di Stato; i Francesi si opposero che lo fosse sotto Clemente XII. Fu legato a Bologna e m. a Roma il 17 genn. 1739.
Giovanni Battista II, n. a Genova il 6 luglio 1681, chierico di Camera nel 1722, governatore di Roma per sei anni, cardinale diacono di Clemente XII il 28 sett. 1733; m. vescovo di Albano il 21 ag. 1753.
Girolamo, n. a Genova il 15 ott. 1713; fu nunzio a Madrid che lasciò dopo essere stato creato cardinale il 24 sett. 1759, lasciando relazioni scritte sulle condizioni ecclesiastiche di quel Regno. Nel Conclave del 1775 fu tenacemente avversato da Vienna e da Madrid. M. a Roma il 22 luglio 1784.
Ugo Pietro, n. a Genova il 23 giugno 1791; fu delegato apostolico a Macerata (1823-26), nunzio a Vienna, donde ritornò dopo creato cardinale nel luglio 1832. Legato a Bologna nel 1833 e poi nel 1842-44, ed in occasione dei tumulti politici per reprimere i quali costituì una commissione straordinaria presieduta dal colonnello Freddi. Fu quindi prodatario sino alla morte che lo colse a Roma il 24 genn. 1858 (E. Michel, in Diz. Ris. naz., IV. Milano 1937, p. 332).
Bibl.: Pastor, IV-XIV. Su Ambrogio S. cf. la bibl. citata in I. Lefèvre, S. et la Belgique, Bruxelles 1947.
Pio Paschini
Agostino, n. a Genova nel 1677; compiuta la sua prima educazione nel Collegio S. Giorgio di Novi Li gure dei Somaschi, ne abbracciò la Regola, e presto accupò nell'Ordine le cariche più importanti, oltre l'insegnamento della filosofia e della teologia.
Fu teologo del card. Giuseppe Renato Imperiale, legato a Carlo III re di Spagna; rettore del Collegio clementino di Roma e viceprocuratore generale nella Curia romana. Nel 1716 fu eletto vescovo di Aiaccio e nel 1722 traslato alla sede di Savona. M. il 16 ott. 1735. Nel 1718 convocò il Sinodo ad Aiaccio in cui emanò molte sapienti leggi. A Savona sostenne con fermezza le libertà ecclesiastiche, meritandosi gli elogi di Benedetto XIII; ri formò il Seminario, emanando le Constitutiones pro seminario episcopali (Milano 1738) modellate su quelle di s. Carlo Borromeo, ma ricche di esperienza personale e di sati criteri di attualità. Per tutto il clero pubblico varie notificazioni pastorali, raccolte nel Monitum spirituale (ivi 1740), tendenti soprattutto ad organizzare l'insegnamento della dottrina cristiana ai fanciulli, l'amministrazione dei Sacramenti e la santificazione delle feste.
Bibl.: M. Tentorin, Mons. A. S., in Il Collegio di S. Giorgio, Novi Ligure, marzo 1949.
Marco Tentorio
Carlo, beato. - Gesuita, missionario e martire, n. a Genova nel 1564, dal ramo degli S. di Tassarolo, m. a Nagasaki il 10 sett. 1622.
Entrato nell'Ordine nel 1564 e inviato in Giappone nel 1597, non riuscì a raggiungere le meta che dopo sette anni di avventure. Arrivato, infatti, al Capo di Buona Speranza, una avaria alla nave indusse il capitano a rifare la rotta verso Lisbona; ma, assaliti dai pirati inglesi, i viaggiatori furono portati in Inghilterra. Di là, lo S. riuscì a imbarcarsi travestito per Lisbona, donde, dopo un anno di attesa, salpò di nuovo e raggiunse il Giappone nel 1602. Vi lavorò 20 anni di seguito, con grande successo di conversioni, finché nel 1618 fu arrestato, per l'editto anticristiano dell'imperatore Daifusama, e trasportato con altri compagni nelle prigioni di Omura. Dopo 4 anni di stenti e di malattia, subì il martirio del rogo a Nagasaki sulla collina chiamata dei martiri, dove un'altra schiera l'aveva preceduto nel 1597. Fu beatificato, con 204 altri martiri giapponesi. Festa l'11 sett.
BibL.: gli Anal. Boll., 6 (1887), pp. 52-72 pubblicano una lettera ined. dello S., una bibl. aggiornata e un elenco completo, al possibile, delle lettere edite e ined. Vite : F. Ambrogio Spinala,
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## VITA <br> D R L P A R E CARLO SPINOLA della Compagnia D I G I E S V* Morto per la Santa Fede nel Giappone. Sistita del P. Faito, Ambrofio Spinal dell'illeffa Compagnia.

(fot. Enc. Catt.)
Spinala, Famiolia - Frontespizio della Vita del P. Carlo S., scritta dal p. F. Ambrogio S., Bologna 1647 - Roma, esemplare della Biblioteca nazionale.
Vita del p. C. S., Roma 1628; con correz. ed aggiunta, a cura di G. Boero, ivi 1869; G. Boero, Della gloriosa morte di CCV bb. Martiri nel Giappone, ivi 1867 ; L. Pagès, Hist. de la religion chrétienne au Japon, depuis 1598 jusqu'à 1651, a voll., Parigi 1870-71, v. indini.
Celestino Testore
Fabio Ambrogio. - Scrittore ascetico e predicatore, n. a Genova il 3 ott. 1593, m. ivi il 28 ag. 1671 .
Entrato nella Compagnia di Gesù (1610), fu professore di filosofia e di S. Scrittura, predicatore, rettore del Collegio Germani co a Roma e 4 volte della Casa professa di Genova. Tra le sue orazioni furono celebri quella in Parascese ad Urbanum VIII, tenuta in Vaticano (1626), e della
corona reale, pronunziata a Genova nella chiesa di S. Caterina alla presenza del Doge e delle autorità ( 1638 ).
Scrisse la biografia del p. Carlo S., martire della fede in Giappone (Roma 1628), poi beatificato, della ven. madre Maria Vittoria, fondatrice dell'Ordine dell'Annunziata (Genova 1649), e del p. Sopranis gesuita. Ma la sua celebrità è dovuta soprattutto ai suoi libri di meditazioni, specialmente sopra la vita di Gesù, distribuite per tutti i giorni dell'anno, dell'Avvento alla festa della S.ma Trinità e dalla S.ma Trinità sino alla prima domenica di Avvento (Genova 1652, 1653) e sulle feste di N. Signora e dei santi principali di tutto l'anno. Le suddette meditazioni furono poi ridotte in compendio (Venezia 1673) ed ebbero grande diffusione. Anche delle sue prediche quaresimali fu fatta una pubblicazione a Genova nel 1667, dedicata all'imperatrice Eleonora.
Bibl.: Sommervogel, VII, coll. 1448-52. Arnaldo M. Lanz
SPINOLA y MAESTRE, Marcel. - Cardinale, arcivescovo di Siviglia, n. a S. Fernando (dioc. di Cadice) il 14 genn. 1835, m. a Siviglia il 22 genn. 1906.
Già laureato in giurisprudenza, rinunciò al diritto di primogenitura, per abbracciare la vocazione ecclesiastica. Nel 1871, parroco a S. Lorenzo in Siviglia, si diede con premura a fondare opere in favore del popolo, aprendo asili e scuole per le fanciulle e case per gli orfani e le orfanelle. Fu eletto ausiliare dell'arcivescovo il 16 dic. 1880; nel 1884 passò alla sede di Coria, nel 1886 a quella di Malaga e finalmente nel 1895 a quelle di Siviglia.
Oratore fecondo e zelante, partecipò a tutti i Congressi cattolici di Spagna, diede impulso ai circoli operai dell'andibonesi, perorò al Senato la causa del riposo domenicale e le relazione fra lo Stato e la Chiesa, continuando sempre a dimostrare la sua paterna generosità in soccorso di ogni necessità e di ogni sventura.
Bibl.: [P. Silva], Necrologio, in Civ. Catt., 1906, i, p. 104. Celestino Testore
SPINOZA, BARUCH de. - Filosofo, n. in Amsterdam il 24 nov. 1632 da una famiglia israelita d'origine portoghese, m. all'Aia il 21 febbr. 1677. Rappresenta la massima e più coerente espressione
del razionalismo moderno, cartesiano, matematico, fenomenistico, che egli conduce logicamente alle estreme conclusioni razionalistico-monistiche, non ostacolato da motivi pratici, come Malebranche e pure Leibniz (v.), e sta nella piccola schiera dei grandi filosofi moderni.
1. Vita ed opere. - S. trasse dalla forte educazione ebraica quell'incombente e assorbente senso del divino, che gli è caratteristico. Fu quindi introdotto alla filosofia ebraica, neoplatonico-medievale, dal celebre Rabbi Mortcirc: onde gli venne la concezione pantesistica del divino. Ma una tale concezione - ove Dio e il mondo sono risolti in unità di natura - non è in alcun modo coerente con una Rivelazione, che presuppone la trascendenza divina. Di questo l'acuto intelletto di S. dovette accorgersi tosto; mentre la sua lineare volontà gli impediva di aderire a una religione, di cui non era razionalmente convinto. Onde rifiutando egli ogni pratico compromesso, fu solennemente scomunicato dalla Sinagoga, che l'aveva avviato al rabbinato, il 27 luglio 1636; e quindi pure esiliato dalle autorità protestanti di Amsterdam, come blasfematore della Scrittura. S. si ritirò prima nei dintorni di Amsterdam, poi a Leida e di là all'Aia (1664). A ventiquattr'anni, senza patria, famiglia, salute, ricchezze, S. rimarrà isolato anche religiosamente. Gli altri fatti più notevoli nella sua formazione spirituale e speculativa sono il suo discepolato presso Francesco van den Ende e la sua partecipazione ad alcuni ambienti cri-stiano-protestanti d'Olanda. Da van den Ende S. apprese anzitutto la scienza e la filosofia cartesiana, che gli sarà strumento prezioso per la sistemazione razionale della sua fondamentale intuizione mistico-panteistica, e quindi il latino e un po' di greco. Gli ambienti religiosi olandesi che S. frequente propugnavano un cristianesimo senza dogmi e a contenuto essenzialmente moralistico (Collegianti, Menoniti, ecc.) : da cui dipende la sua sostanziale conoscenza del cristianesimo, e, almeno in parte, la sua filosofia religiosa. All'infuori di questi, si può dire che altri fatti esteriori non si incontrano nella breve e intensa vita di S. Ai suoi limitatissimi bisogni materiali provvedeva essenzialmente con la preparazione di lenti ottiche, per microscopi e telescopi, assai ricercate a causa della loro perfezione; e anche con qualche piccolo aiuto dallo scelto gruppo di ammiratori, amici e discepoli. Ma rifiutò ogni condizione che avesse potuto limitare o turbare la sua quiete speculativa e indipendenza scientifica (il ricco legato testamentario di Simone de Vries; la pensione vitalizia offertagli dal gran Condé; la cattedra all'Università di Heidelberg, propostagli dall'elettore palatino Carlo Ludovico, fratello della principessa Elisabetta, ammiratrice di Descartes). Come osserva Pascal, pare che egli avesse capito - a differenza del mondano Leibniz - come e tutti i mali vengono dal non saper stare in riposo in una camera $*$.
Minato da una tisi ereditaria, dopo qualche mese di degenza S. si spense quietamente a soli 44 anni. I suoi risparmi furono appena sufficienti a pagare i pochi insignificanti debiti contratti durante la malattia. La debole salute non impedì a S. di essere un grande pensatore : anzi ne sarebbe stata - secondo il contemporaneo Pascaluna condizione necessaria. Un altro tratto caratteristico della personalità di S. è la sua concezione etica della filosofia, come risolutrice del problema della vita, onde anche la rigorosa coerenza della sua vita alla sua filosofia; ma nello stesso tempo il suo fermo convincimento che la risoluzione di tale problema ultimo non sia possibile se non teoreticamente, con la contemplazione razionale e intellettuale della Realtà eterna e infinita (cf. l'esordio al De intellectus emendatione e l'appendice al I. IV del. l'Ethica). Ma poiché all'intelletto dell'uomo non è dato vedere concretamente la razionalità del mondo, per la imponente presenza del male di negazione e di privazione, a S. fu necessaria una tremenda forza d'animo onde vincere umanamente questa duplice resistenza del male che viene a sfociare nell'orgoglio spirituale.
Le opere di S. sono relativamente poche ma profondamente meditate, sintetiche e contenenti, anche se
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alcune incompiute, un compiuto sistema filosofico. Le principali sono l'Ethica, more geometrico demonstrata, in 5 II. (postuma, Amsterdam 1677) che contiene il suo sistema filosofico ed è il suo capolavoro; e il Tractatus theologico-politicus, pubblicato anonimo (Amburgo 1670) che contiene la sua filosofia religiosa e politica. L'elenco delle opere (filosofiche) comprende inoltre Renati des Cartes Principiorum philosophiae pars I et II more geometrico demonstratae (Amsterdam 1663); Tractatus de intellectus emendatione, incompiuto (postumo, ivi 1677); Tractatus politicus, incompiuto (postumo, ivi 1677); Tractatus de Deo et homine eiusque felicitate, ritrovato nel secolo scorso, scritto originalmente in latino ma di cui restano due versioni olandesi (ed. di E. Böhmer, Halle 1852); Epistulae, assai accresciute nelle edizioni più recenti e assai importanti per intendere il suo pensiero.
II. Pensiero. - Le fonti del pensiero spinoziano sono in sostanza quattro : a) la religione ebraico-or-todosso-teistica; 2) la speculazione ebraico-neoplatonico-panteistica; 3) la filosofia cartesiana in particolare: 4) il pensiero moderno in genere (Bruno, Hobbes, ecc.). Ignorato e disprezzato per ca. un secolo dopo la sua morte, il pensiero di S. interessò e influenzò particolarmente e potentemente la cultura tedesca dopo Kant (Lessing, Goethe, Fichte, Schelling, Schleiermacher, Hegel, Schopenhauer), fornendo all'idealismo l'elemento metafisico monistico, naturalmente filtrato attraverso la critica kantiana.
a) Dio. - La teologia, ossia la metafisica spinoziana è contenuta sostanzialmente nel I 1. dell'Ethica (De Deo). Da Dio S. vorrebbe dedurre razionalmente, logicamente, geometricamente tutto il reale. Dio come è l'unica causa, è l'unica sostanza (Ethica, 1. 1, defin. 3). La sostanza divina è eterna e infinita, ossia sopratemporale ed esplicantesi in un numero infinito di perfezioni o attributi infiniti. Di tali attributi però l'intelletto umano, nonostante possa realizzare la sua identificazione con l'intelletto divino, ne conosce due soli : lo spirito e la materia, la cogitatio e l'estensio. Le quali, da sostanze diminuite com'erano in Descartes, sfociano nel monismo spinoziano ad attributi dell'unica sostanza. Il pensiero e l'estensione sono espressioni diverse e irriducibili della sostanza assoluta, ma unificate, corrispondenti in essa grazie alla dottrina spinoziana del parallelismo psicofisico. Qui sorge il problema esegetico-critico del rapporto tra sostanza e attributi, particolarmente discusso dal'Erdmann e dal Fischer, anzitutto sulla base della defin. $3^{\circ}$ del II. dell'Ethica. La sostanza e gli attributi costituiscono la natura naturans. Dalla natura naturans (Dio) precede il mondo delle cose, ossia i modi: che sono modificazioni degli attributi e che S. chiama natura naturata. I modi poi si distinguono in primitivi e derivati. I modi primitivi rappresentano le determinazioni più immediate e universali degli attributi e sono eterni e infiniti: ad es., nell'attributo pensiero l'intellectus infinitus e nell'attributo estensione il motus infinitus. I modi derivati rappresentano a lor volta le modificazioni dei modi primitivi, e sono temporali e finiti : ad es., le varie anime e i vari corpi umani, che non sono sostanze, ma complessi di modi derivati (elementari) del pensiero e dell'estensione. La legge del parallelismo psico-fisico, che governa il mondo degli attributi, regge conseguentemente tutto il mondo dei modi primitivi e derivati : per così dire, ogni corpo ha un'anima (mens) come ogni anima ha un corpo, che costituirebbe il contenuto fondamentale del conoscere di quella (mens $=$ idea corporis : cf. Ethica, 1. II, prop. 13). Ossia a ogni modo d'essere e d'operare nella estensione corrisponde un modo d'essere e d'operare nel pensiero: «ordo et connexio idearum idem est ac ordo et connexio rerum» (ibid., prop. 7). Nessuna azione è possibile tra l'anima e il corpo, come pensava anche Descartes, e come S. sostiene fino in fondo. La suprema legge dell'unica e universale realtà spinoziana è la necessità (v.). Come tutto è necessario nella natura naturans (ossia il rapporto tra la so-

(da B. S., L'Etica, a cura di E. Troia, Milano s. a.)
Spinoza, Baruch de - Ritratto.
stanza e gli attributi), tutto è altrettanto necessario nella natura naturata (ossia il rapporto tra i vari modi nell'àmbito dei rispettivi attributi) e ugualmente necessario è il legame che unisce tra loro la natura naturans e la natura naturata. Dio è razionalmente necessitato non solo nella sua vita interiore, ma necessariamente si manifesta (si determina) nel mondo, in cui a sua volta tutto è necessario, la materia e lo spirito, l'intelletto e la volontà.
Le interpretazioni principali del monismo spinoziano si possono distinguere in emanatistica e acosmica. Per l'interpretazione emanatistica (ad es., Delbos), accanto alla natura naturans (sostanza e attributi) starebbe la natura naturata (modi primitivi e derivati), anche se connesse tra loro dalla necessità dell'emanazione. Per l'interpretazione acosmica (ad es., Camerer) la natura naturata sarebbe (ontologicamente) risolta nella natura naturans, con il passaggio dalla conoscenza illusoria, sensibile, alla conoscenza vera, razionale. L'interpretazione più attendibile sembra quella panteistico-emanatistico-causale (per i rapporti della natura naturata con la natura naturans), ove però ha parte anche la concezione panteistico-acosmico-razionale (per quanto concerne la natura naturans in sé).
b) L'uomo. - Nel II 1. dell'Ethica S. considera lo spirito umano (De mente), o meglio l'uomo integrale, anima e corpo: perché, per il suo parallelismo psicofisico, non sarebbe possibile considerare l'anima e il corpo separatamente. Non occorre ripetere che per S. l'uomo non è una sostanza. Ma la cosiddetta anima non è che un complesso di modi derivati elementari dell'attributo pensiero dell'unica sostanza. E così il corpo non è che un complesso di modi derivati elementari dell'attributo estensione della sostanza stessa. L'uomo, anima e corpo, risulta disciolto in un complesso di fenomeni psicofisici. Pure negando l'anima e le sue facoltà, S. riconosce varie attività psichiche, teoretica e pratica, ciascuna sdoppiata in grado sensibile e grado razionale. Per quanto riguarda la conoscenza sensibile (imaginatio), essa sarebbe, come tale, tutta soggettiva. Nel senso che la conoscenza sensibile non dà la natura della cosa conosciuta ma una rappresentazione, ove risulterebbero confuse le qualità dell'oggetto conosciuto e del soggetto conoscente; e disposte tali rappresentazioni in un ordine frammentario e irrazionale (associazione, memoria, ecc.). Onde, se essa conoscenza sensibile viene considerata come assoluta, si ha l'errore (cf. Ethica, 1. II, prop. 35). La conoscenza razionale è distinta in due gradi : generale e particolare. La conoscenza razionale generale dà gli attributi (e i modi primitivi) nella loro universalità. L'ordine fornitoci dalla conoscenza razionale particolare non è altro che la sostanza divina, la quale abbraccia razionalmente nella sua unità gl'infiniti attributi e gl'infiniti modi che la determinano