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quale i Normanni diedero un successore latino nel rog6.

Come tutte le diocesi della Calabria, S. in origine era soggetta a Roma. Nel sec. viII fu aggregata alla metropoli di Reggio, eretta in quel tempo dai Bizantini. Tuttavia ebbe l'esenzione da Urbano II (PL 151, 219) e da Pasquale II nel 1110 (Jaffé-Wattenbach, 6259); ma il papa Alessandro III la riconobbe come suffraganea di Reggio nel 1165 (Jaffé-Wattenbach, 11239). Nel Provinciale di Albino è esente, mentre presso Cencio Camerario è suffraganea di Reggio. Dal tempo di Innocenzo III in poi non risulta più tra le diocesi immediatamente soggette. L'erezione della diocesi di Catanzaro nel 1121 fu fatta a spese di quella di S.; per la diocesi di Taverna e la Chronica Trium Tabernarum, v. catanzaro.

S. non solo ha dato i natali a Cassiodoro, ma ha anche ospitato i due monasteri da lui fondati, il Castellese e il "Vivarium ", l'ultimo dei quali era un'accademia, in cui si coltuvavano le scienze e le arti, soprattutto la scrittura. Ha anche ospitato s. Brunone e il discepolo e successore Lanuino, che fondarono la certosa di S. Stefano del Bosco, detta poi Serra S. Bruno, che anche oggi conserva le reliquie del fondatore. Si devono ancora ricordare i diversi monasteri basiliani sparsi nel suo territorio, tra cui S. Maria de Veteri Squillaci, S. Maria de Carra, S. Gregorio di Staletti, S. Basilio di Torre Spatola, che fu illustrato da S. Basilio di Montepianoe. A Guardavalle poi, presso Stilo, nacque il card. Guglielmo Sirleto (v.). A Stignano, altro casale di Stilo, nacque il dominicano Tommaso Campanella (v.).

Bibl.: Uthelli, IX, pp. 286-624; G. Fiore, Calabria Illustrata, II, Napoli 1763, pp. 314-21; D. Feudalio, Scylacenarum Anticitium accurata series chronol., ivi 1783; anon., s. v. in Enc. dell'Ecclesiasico, ivi 1845, pp. 1012-16; G. Minasi, Le chiese di Calabria, ivi 1896, pp. 335-36; F. Fabre, Liber Centuum, II, Parigi 1910, p. 243; H. Laurent, in Riv. di in. d. Chiesa in Italia, 2 (1948), p. 279; Cottincau, II, col. 3081; Eubel, I, pp. 461-62; II, p. 265 ; III, p. 322 ; IV, p. 321 . Francesco Russo

SRBIK. Heinrich von. - Storico austriaco, n. il 10 nov. 1878 a Vienna, m. il 16 febbr. 1951 ad Ehrwald (Tirolo).

Allievo dell'Istituto storico austriaco, iniziò la sua attività di storico con uno studio sui rapporti tra Stato e Chiesa nell'Austria medievale (Die Beziehungen von Staat und Kirche wälwend des Mittelalters, Innsbruck 1904), in cui indagò la questione, allora assai dibattuta, sull'immunità del clero nell'Austria dei Babenberger e degli Asburgo, dimostrandola non corrispondente al vero.

Professore all' Università di Graz nel 1912 (nel frattempo aveva curato la raccolta dei trattati, conclusi fra il 1526 ed il 1722, dall'Austria con i Paesi Bassi), passò nel 1922 a quella di Vienna, pubblicando Metternich. Der Staatsmann und der Mensch (2 voll. 1925); egli vide nel cancelliere il solerte difensore dell'Europa centrale contro le tendenze centripete della Francia e della Russia, e l'accorto guardiano dell'equilibrio e della pace continentale.
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(per cortesia del prof. N. Petrocchi)
SRAIL. HEIURICH vON - Riltratto.
L'instabilità politica ed economica del dopoguerra lo convinse della necessità di una unione tedesco-austriaca; si fece pertanto promotore di una concezione unitaria della storia tedesca (Gesunddeutsche Geschichtsauffassung), che rivalutasse il singolo positivo apporto dell'Austria, della Prussia e degli Stati minori tedeschi all'unità tedesca, così come essa si venne formando attraverso i secoli; e nei quattro volumi della Deutsche Einheit (Monaco 1935-42) egli stesso ricostruì la vicende del popolo tedesco, nei suoi diversi rami, dall'alto medioevo alla guerra fratricida del 1866. Durante l'occupazione hitleriana dell'Austria (1938) fu fautore del Terzo Reich per cui, dopo la restaurazione della Repubblica Austriaca nel 1945, fu privato della cattedra. Pese mano quindi, nella solitudine di Ehrwald, a una storia della storiografia tedesca dall'umanesimo in poi (Geist und Geschichte vom deutschen Humanismus bis zur Gegenwart, Monaco-Salisburgo 1950-51), il cui II vol. uscì postumo.

Bibl.: C. Antoni, H. von S. e l'unità della stor. tedesca, in Studi germanici, 2 (1937), pp. 46-75; F. Valsecchi, H. von S. e la sua concec. unitaria della stor. ted., in Riv. stor. ital., $5^{2}$ serie, 2 (1937), pp. 45-69; M. Petrocchi, Situazione di von S., in L'uomo e la stor., Bologna 1944, pp. 123-27; S. Furberi, H. von S., in Nuova rivista storica, 35 (1951), pp. 166-72; W. Näf, H. von S., in Hist. Zeitschrift, 173 (1952), pp. 93-101. Silvio Furberi

STABAT MATER. - Sequenza nota in molte redazioni, da messoli e libri liturgici (una trentina ca. tra la metà del sec. xiv e la fine del xv) e da manoscritti; a queste vanno aggiunti per antichità e autorevolezza due testi, uno inserito negli Annales Genuenses di Giorgio Stella (sec. xiv) e uno che si legge nel Rosarium Sermonum di Bernardino de' Busti (sec. xv).

Primo problema dunque quello della ricostruzione critica del testo, alla cui soluzione sarà ben difficile addivenire, se si presumesse raggiungere il testo originario: anche solo le poche redazioni messe a confronto dal Tenneroni e dall'Ermini (meno di una dozzina) oscillano tra una quarantina e un centinaio di versi. Si pensi poi, come giustamente scrive l'Ermini, che nel medioevo gli scritti di letteratura liturgica furono ben di rado connessi ai loro autori, e che anzi spesso "una celebre sequenza non è che un'ostorta variazione o riduzione d'una o più sequenze anteriori, compiuta da uno scrittore di ingegno poetico originale ", e soggetta a sua volta, senza soluzione di continuità, a posteriori variazioni e riduzioni. Tale appunto è il caso dello $S . M$.; in pratica però la

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Stabat Mater - Ante crucem virgo stabat, sequenza ricordata fra le fonti del testo attuale dello S. M. Cod. Vat. lat. 3423, t. $\mathrm{I}^{\mathrm{V}}$ (sec. xim-xiv) - Biblioteca Vaticana.
tradizione liturgica, che il popolo stesso ha contribuito ad instaurare, ha dalla sua evidenti ragioni di antichità, di concisione, di coerenza stilistica e formale. Essa è rappresentata dalla versione che Benedetto XIII volle accolta, nel 1727, nel Messale romano: ed è, con il Veni Creator, il Lauda Sion, il Victimae paschali e il Dies irae, la quinta delle sequenze che vi sono rimaste e, confrontata con le versioni analoghe o più vicine, si presta a ben pochi emendamenti congetturali e sempre di secondaria importanza.

Quanto all'autore, fra i molti cui lo S. M. viene attribuito (Giovanni XXII, s. Bernardo, s. Bonaventura, Innocenzo III, Gregorio IX) solo Iacopone (v.) da Todi ha raccolto, specie per merito dell'Ermini, un notevole numero di suffragi tra gli studiosi, anche perché a lui lo attribuiscono, tra gli altri, due codici del sec. xiv e l'edizione di Brescia del 1495. Però i raffronti stilistici con le altre poesie di Jacopone dànno risultati piuttosto incerti e discutibili, e forse per questo i più recenti e qualificati studiosi della lirica jacoponica (quali M. Casella, N. Sapegno, L. Russo) non si pronunciano sulla attribuzione dello $S . M$. o la accennano di sfuggita. Comunque è indubbio che il tono generale e l'atteggiamento sentimentale della sequenza corrisponde a quello di varie poesie ed espressioni del poeta di Todi, e che essa ben si addirebbe, dal punto di vista psicologico, agli ultimi anni della vita di lui (1303-1306).

E indubbio, soprattutto, che lo S. M. s'inserisce armonicamente in una lunga e ricca tradizione (dalle collezioni del Blume, del Dreves, del Mone, del Daniel, dello Chevalier sono stati additati non meno di 134 inni che hanno per argomento la Compassio Mariae), sintetizzandola e sublimandola con il sigillo dell'arte di un poeta che alla commozione sincera e profonda, non lontana, a tratti, dal rapimento della mistica contemplazione, ha saputo unire un linguaggio semplice, scorrevole,
eppur denso di ben collocate reminiscenze scritturali. Alla semplicità dell'eloquio corrisponde quella del metro : la strofa esastica, denominata versus caudatus tripertitus, composta di due membri paralleli, ciascuno di due ottonari piani e un senario sdrucciolo, rimanti aab, ccb.

Si tratta di uno sviluppo e di una semplificazione del tetrametro trocaico catalettico latino, usatissimo nel medioevo in composizioni sacre e profane, il quale dapprima spezzatosi in due versi (a causa della forte cesura mediana che lo caratterizzava), sul tipo del Pange lingua (schema $a b, b b$ ab, dove $b$ rappresenta sempre il verso sdrucciolo) poté poi offrire il destro ad altre combinazioni, una delle quali, e tra le più fortunate, è quella dello S. M., che osserva ormai le nuove leggi del ritmo di tipo discendente, con percussione sulle sedi dispari, come era quello del tetrametro trocaico classico.

All'unità del periodo ritmico corrisponde, nello S. M., l'unità del periodo logico : vale a dire che il pensiero si presenta, in ogni strofa, armonicamente svolto e concluso in sé, pur con graduale efficacissimo passaggio dall'esordio, in cui prevale la rappresentazione (st. 1-4), alla parte centrale, in cui il poeta ardentemente invoca, con espressioni riboccanti d'affetto e di mistico fervore, di essere fatto partecipe della passio Unigeniti e della compassio Mariae (st. 5-18), e alla parte conclusiva, in cui egli implora la salvezza della propria anima (st. 19-20). Un componimento, insomma, di alto valore lirico e religioso, che la Chiesa fece ufficialmente suo, accogliendo non solo una tradizione liturgica già da lungo tempo instaurata e diffusa (pur con notevoli varianti, lo $S . M$. si trova inserito nei messali francescani dell'inizio del sec. xiv, nel Messale di York del 1390 e in quello di Breslavia del 1414), ma anche il desiderio dei fedeli, che di quel canto avevano ormai fatto una delle più sincere e commosse espressioni del proprio amore e della propria devozione verso la Mater dolorosa.

Bibl.: N. Gibe, Die Sequenzen des viom. Messbuches, dogmatisch und acustisch erblüet, 2 ed. Friburgo in Br. 1900, pp. 62-94; A. Tenneroni, Jacopone da Todi, lo S. M. e Donao del Parodino, Todi 1887; A. Morini, Orieine del culto all' Aldolorato, Roma 1893; E. Wechseler, Die romanischen Marienblumen, Halle 1893; G. Puchen, Jacopone da Todi frére minuer de st. Franenit, Parigi 1914; T. Ermini, Lo S. M. e i piani della Vergine nella lirica del medio evo, Città di Castello 1916.

Ruggero M. Ruggieri
STABIA: v. CASTELLAMMARE di STABIA.
STABILIMENTI DELLO STRETTO : v. MALESE, FEDERATIONE.

STABLUM, Emanuele. - Medico, n. a Terzolas (Trento) il io giugno 1895, m. a Roma il 16 marzo
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(per cortesia dei dott. Rino Cavalieri)
Stablum, Emanuele - Ritratto.

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1950. Entrò fra i Concezionisti nel 1911. Laureatosi in medicina e chirurgia nell'Università di Napoli (1931), fu (dal 1932) direttore sanitario e (dal 1941) superiore dell'Istituto dermopatico dell'Immacolata di Roma.

Scrisse principalmente articoli di argomento medico su Cronache dell'IDI (Istituto dermopatico Immacolata), pubblicazione mensile da lui fondata nel 1946 (Apostolato medico, 2 [1947], n. 4; Tumori della pelle, 3 [1948], nn. 4-5; L'ortitoria, 4 [1949], n. 1). Uomo di vasta cultura e di particolare attitudine alla sperimentazione, perfezionò scientificamente il metodo terapeutico delle dermopatie, ereditato dal p. A. Ludovico Sala (v.), e lo completò con nuovi prodotti (Depurativo IDI - Lilial neve, ecc.). Si occupò principalmente della cura della psoriasi, della vitiligine, ecc.

Biol., Fr. E. S., in L'osservatore romano, 18 marzo 1950, p. 3; Cronache dell'IDI, 5 (1950), nn. 3-4 interamente a lui dedicati.

Rino Cavalieri
STADION, CHRISTOPH. - Vescovo, n. nel marzo 1478 di famiglia nobile della Svevia a Schelklingen, m. o Norimberga il 15 apr. 1543.

Studiò a Tubinga (1490) e Friburgo in Brisgovia, ebbe la laurea di diritto a Ferrara, nel 1507 divenne canonico di Augusta quindi decano e vescovo il 20 apr. 1517. Fu ritenuto come il più dente dei principi-vescovi della Germania. Obbedendo alle prescrizioni del Concilio Lateranense V si propose il riordinamento della diocesi, tenise un Siondo nel 1517 e nel 1518 ne ordinò la visita; nell'ott. 1520 si decise a pubblicare la bolla papale contro Lutero, vincendo le dubbiezze suscitate in lui dalle divisioni penetrate in Augusta. In occasione della Dieta d'Augusta nel 1530, prese parte alla grande processione del Corpus Domini cui assistette anche Carlo V. Lo S. era però ben disposto ad un'intesa con i protestanti. Si moveva infatti nella corrente di Erasmo di Rotterdam, da lui messo al di sopra dei grandi teologi dell'antichità e ammirato quale maestro di vita spirituale.

Patrocino apertamente la concessione del calice ai laici, la soppressione del digiuno, il matrimonio dei preti e la liturgia in lingua tedesca, per cui fu ripreso dal nunzio Morone ad Hagenau nel giugno 1540; però gli promise nel 1542 di provvedere alla riforma della diocesi, pur esagerandone le difficoltà. Infatti in molte parti il protestantesimo vi era penetrato largamente: nel palatinato di Neuburg, nella contea di Öningen, nelle città imperiali di Dinkelsbühl, Memmingen, Nördlingen e nella città episcopale, dov'era giunto con impronta zwingliana. Morì dopo avere accolto il mese precedente l'inviato papale Otto di Truchsens che doveva succedergli nel vescovato.

Biol.: Pastor, IV, p. 265; V, pp. 37, 56, 259, 438 sgg., 458; H. Jedin, Storia del Conc. di Trento, I, Breccia 1949, pp. 130, 249, 303, 382 .

Pia Puscholt
STAEL, ANNE-LOUISE-GEbMAINE de. - Di famiglia calvinista d'origine ginevrina, figlia del famoso ministro di Luigi XVI, J. Necker, n. a Parigi il 22 apr. 1766, m. ivi il 4 luglio 1817 , andata sposa nel 1786 al barone Erik Magnus de S.-Holstein, ministro di Svezia alla corte di Francia, il quale si separò formalmente da lei nel 1797. Fin dai primi anni della Rivoluzione Francese prese posizione per i «costituzionali», o liberali, i cui circoli facevano capo al suo salotto; si trovò per questo in aperto contrasto con i giacobini del Terrore prima e con Napoleone poi. Dopo le dimissioni del padre dal ministero, visse con lui a Coppet sul lago di Ginevra e vi preparò i suoi primi saggi letterari ispirati alla morbosa sensibilità del tempo.

Il matrimonio le permise di vivere a Parigi durante il primo periodo rivoluzionario, fino al sett. 1792. Fu a Londra per quattro mesi, all'inizio del 1793, e poi di nuovo a Coppet. Pubblicò allora le sue prime Réflexions politiques sur le procès de la Reine (1793) et sur la paix (1794-95); il suo costituzionalismo si veniva intanto chiarendo, grazie pure all'incontro con Benjamin Constant (v.).

Nel 1800 usciva il suo saggio De la littérature considérée dans ses rapports avec les institutions sociales, panorama della letteratura europea considerata come espressione della società. E del 1802 un tentativo di «romanza di passione», Delphine. Alla fine del 1803 la polizia napoleonica le ingiunse di lasciare Parigi : seguirono dieci anni di peregrinazioni (Germania e Italia), interrotte da lunghi soggiorni a Coppet e concluse, nel 1812-13, da un avventuroso viaggio in Russia e poi in Inghilterra (la S. riassunse le sue esperienze di esule in Dix années d'exil).

Frutto di un viaggio in Italia fu il romanzo Corinne ou de l'Italie (1807): l'immagine manierata dell'Italia, oltre che ad un sincero entusiasmo, si ispira alle concezioni estetiche con le quali M.me de S. era venuta in contatto attraverso la conoscenza di Goethe e dei corsi di Schelling e Schlegel. Con essi e con Jacobi ebbe nuovi contatti a Monaco e a Vienna, nell'inverno 1807-1808; un più lungo soggiorno a Coppet le diede agio di comporre il suo capolavoro De l'Allemagne (Parigi 1810), subito sequestrato per l'implicita vigorosa professione di fede nella libertà che conteneva. La visione dell'umanità e dello spirito tedeschi che quasi vi si identificava con la nuova sensibilità e la nuova poetica più direttamente legate alle tradizioni medievali e cristiane d'Europa, quelle romantiche, ebbe subito vasta risonanza e procurò alla S. la fama maggiore. Ritornata dall'Inghilterra sul continente, M.me de S. si tenne un poco in disparte dalle attive polemiche costituzionali del Cento giorni e della restaurazione; attese tuttavia a riordinare il frutto della propria esperienza politica nelle Considerations sur la Révolution Française (pubblic. postume nel 1818 dal genero, duca de Broglie), Ritornata in Italia, nell'inverno 1815-16, pubblicò sulla rivista Biblioteca italiana una Lettera sulle traduzioni (e sulla loro utilità per il rinnovamento delle lettere italiane) che accese in Italia la più viva polemica romantica.

Biol.: una rassegna bibl. delle opere è stata curata da P. E. Schaumann, Parigi 1958. - Studi: M. Souriau, Les idées morales de M.me de S., Parigi 1910; E. Othen, Les idées morales, philosophiques et pédagogiques de M.me de S., ivi 1910; P. Gautier, M.me de S., ivi 1914; J. A. Henning, L'Allemagne de M.me de S. et la polémique romantique, ivi 1929; B. Munteanu, Les idées politiques de M.me de S., ivi 1931; M. Ruini, La Signora di S., Bari 1931; C. Pellegrini, M.me de S., Firenze 1938; O. TaxisBordogna, M.me von S., Lipsia 1939.

Enzo Bottasso
STAGIONI. - Il tema delle S., per la sua portata allegorica, interessò fin dalle origini l'arte cristiana (v. PESsONIFICAZIONI).

In un secondo tempo esso si articolò e confuse in quelli più complessi, ma conseguenti, dello Zodiaco e dei Mesi. Il punto, da cui procede ogni ulteriore sviluppo, è indicato da un avorio paleocristiano conservato nel Tesoro della cattedrale di Milano. L'Agons Dei è iscritto in una ghirlanda di frutti che mutano quattro volte nel giro, significando il succedersi delle S. ed esaltando, nel cerchio che non ha principio e non ha fine, l'eternità del simbolo che incorniciano: ma qui la materia decorativa è sentita ancora nella sua realistica scansione di volumi e goduta al di fuori d'ogni grafia didascalica.

Avanzando nel tempo questa tendenza è sopraffatta dall'intenzione allegorica : alla stilizzazione allusiva diventa sufficiente il segno calligrafico. Solo vivono i significati didascalici e il tema delle S. è assorbito nei ritmi complicati e generici dei calendari ecclesiastici. Tale processo si compie nella miniatura bizantina. Il motivo conta per il suo riferimento alla parabola della vita umana, vale a dire per le analogie ovvie e di origine letteraria, ad es., fra la primavera e la giovinezza, fra l'estate e la maturità, ecc. Così trasformato esso viene restituito dalla miniatura alle arti figurative del periodo romanico, come si può constatare osservando un affresco nella cripta del duomo di Anagni. Intorno ad un uomo nudo collocato al centro di una vòlta appaiono quattro piccole teste nimbate, che recano le didascalie: Ver humidum et calidum - estas calida et sicca - Autumnus frigidus - Hiens humidus.

Il richiamo figurato alle caratteristiche delle S. e dei Mesi, congiunto generalmente con l'illustrazione delle attività umane, riacquistò un senso completo quando la Chiesa s'adoperò per riportare i fedeli alle attività agresti,

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(per cortesia del prof. E. Jasi)
Stagioni - Sarcofago pagano con i geni della s., proveniente dal cimitero di Pretestato (sec. iv) - Roma, Museo Lateranense.
assumendosi anche un compito educativo: le stesse fondamentali nozioni meteorologiche indispensabili al buon esito d'ogni attività campestre venivano attinte in chiesa e ciò fornì un pretesto a rappresentarle, come un promemoria permanente. Ma il motivo piacque ed ebbe successo soprattutto per l'alto significato morale e teologico; come glorificazione del lavoro, nel quale è in atto l'aspirazione dell'umanità a quella perfezione e pienezza di vita fisica ed intellettuale, che è la prima radice della redenzione. Si veda come questa concezione trovi la sua consacrazione nel doppio ciclo delle sculture e pitture del battistero di Parma, dove vige un altro parallelismo medievale, quello secondo cui alle quattro S. corrispondono i quattro Evangelisti, così come ai dodici mesi corrispondono i dodici Apostoli. Ivi, infatti, di un completo ciclo scultoreo comprendente le quattro S. e i dodici Mesi, sistemati forse in origine in un unico fregio, rimangono i due altorilievi della Primavera e dell'Autunno, gerarchicamente esaltati nelle proporzioni maggiori e nella presentazione frontale o di scorcio, rispetto a quelli dei Mesi, iscritti di profilo.

Negli affreschi delle lunette all'interno, le S. sono raggruppate a due a due e il loro significato particolare è trasceso nella ricorrenza di un ritmo quaternario insistito in tutta la decorazione (i quattro fiumi dell'Eden, le quattro dimensioni, ecc.). In questo àmbito allusivo si collocano le analoghe figurazioni cicliche dei portali delle Cattedrali francesi ed italiane anche nel periodo gotico, da Notre Dame di Parigi al duomo di Cremona, da S. Martino di Lucca alla cattedrale di Messina.

L'arte del rinascimento toglie al tema il suo rapporto rigorosamente allegorico. Esso viene assunto nuovamente per il suo valore d'occasione decorativa, in cui se una allusione sussiste è al vario modo nel quale si configura l'ideale platonico del bello nelle vicissitudini umane e nelle variazioni del tempo.

Se nei vari Libri d'Ore della miniatura fiamminga e francese prevale l'interesse documentario e illustrativo e il senso delle S. diviene cronaca e sentimento dei vari accorgimenti con cui l'uomo sa difendersi e sfruttare le mutazioni meteorologiche e i loro effetti naturali, per contro nella scultura e pittura italiana del Quattrocento persiste il gusto della personificazione ideale che raramente scade al solo episodio narrativo. Gli esempi tipici di questo modo si offrono spontaneamente alla memoria nel classico esempio della Primavera di S. Botticelli, e più ancora nel gruppo delle S. eseguito da artisti della scuola ferrarese, già nella chiesa di S. Domenico a Ferrara, e ora disperso fra la collezione Strozzi (Firenze), la Gemäldegalerie (Budapest) e il Kaiser-Friedrich Museum (Berlino). Il momento più alto è raggiunto nell'Autunno di quest'ultima raccolta, variamente attribuito (Galasso, Francesco del Cossa) : una figura assorta di giovane donna, saldamente piantata, brandendo gli arnesi da lavoro e sostenendo alcuni tralci, da cui pendono succosi grappoli, domina, come una divinità pagana, un chiaro paesaggio popolato di piccole figure. Il tema subordinato dei Mesi e dei segni zodiacali ha ampio sviluppo negli affreschi di Palazzo Schifanoia a Ferrara (Tura, F. del Cossa, E. de Roberti) che riassume, nel suo complesso, il gusto metafisico delle allegorie umanistiche.

Il distacco da ogni intenzione religiosa è qui ormai
definitivo. Lo sviluppo del tema nell'arte del Cinquecento porgerà altri esempi artisticamente elevati, come le statue di A. Vittoria a Villa Pisani (Montagnana), del Francavilla e Caccini sul Ponte S. Trinita (Firenze), e le gustose interpretazioni pittoriche di Paolo Veronese a Maser, dove la personificazione delle S. viene riportata alla coincidenza con le divinità pagane che le rappresentavano nei miti classici (ad es., la Primavera è personificata da Venere, l'Estate da Cerere, l'Autunno da Bacco, ecc.).

Analogamente nell'allattamento scenografico dei giardini il tema si confonde spontaneamente con la rievocazione delle divinità classiche; e sono chiamate in causa specialmente Cerere, Pomona, Flora, Proserpina (esempi un po' dovunque da Villa d'Este di Pirro Ligorio [Tivoli] a Villa Aldobrandini di Giacomo della Porta [Frascati] alle Ville Palladiane del Veneto, alla settecentesca Villa Barbarigo di Valsanzibio [Padova]). E evidente che qui la personificazione non coincide con una esigenza culturale e il dato iconografico si riduce a un puro pretesto, ad un gioco di riferimenti ambientali, in funzione emblematica ed allusiva.

Nel Seicento tuttavia il motivo ebbe alcune riprese con l'ampio respiro che vi aveva impresso il Veronese nei suoi orditi scorsi aerei; ma gli aritisti puntarono soprattutto sugli stimoli sensori (per cui l'allegoria diviene cifra di effetti esclusivamente fisici : impeto solare nell'estate, incombere di nubi gratié di pungge nell'autunno, ecc.), particolarmente nei cicli pittorici genovesi di Palazzo Bianco (D. Piola) e di Palazzo Rosso (G. de Ferrari), e in quelli di Ciro Ferri nella villa Falconari a Frascati.

Il Settecento si attenne ad una clesione di riferimenti puntuali analoghi a quelli che avevano distinto la miniatura fiamminga: le S. furono visualizzate negli atteggiamenti che esse suggeriscono agli uomini. Così G. D. Tiepolo celebrò l'Estate con tenue poetica intinta di esotismo, in affreschi come il Riposo dei contadini nella villa Valmarana (Vicenza); il Van Loo e i fratelli Valeriani nelle fasi della Caccia di Diano nel Castello di Stupinigi personificarono la Primavera, l'Estate, l'Autunno.

L'Ottocento abbandonò le personificazioni e concentrò l'attenzione sugli aspetti paesistici e ambientali di ciascuna S. Soprattutto gli impressionisti francesi si misurarono in ricerche cromatiche e illuminatiche dalle quali appare ormai lontana l'intenzione illustrativa. L'intero ciclo delle S. fu eseguito con molte varianti dal Sisley che ottenne il miglior esito nella Primavera della Nationalgalerie di Berlino (1874). Ma non c'è forse pittore che non abbia nel corpo della sua produzione più di un pezzo che s'intitoli alle S.; basterà ricordare l'Estate di Cézanne della collezione Liebermann (Berlino) e per l'Italia l'Inverno di P. Fragiacomo nella Galleria d'arte moderna di Roma e la Primavera alpina del Segantini nella Galleria d'arte moderna di Milano. - Vedi tav. LXXVIII.

Bris.: A. Colosenti, Le S. nell'antichità e nell'arte crist., in Riv. d'Italia, 4, 1901, p. 669 sgg.; P. D'Ancona, L'uomo e le sue opere nelle figurec. ital. del Medioevo, Firenze 1923; R. Van Marle, Iconographie de l'art pralène au Moyen Age et à la Renaissance, L'Aia 1932; G. Bazin, Le livre des Saisons, Ginevra 1946.

Ricordo Averini
STAHL, Friederich Julius. - Giurista e uomo politico, ebreo convertitosi al luteranesimo, n. a Monaco di Baviera il 16 genn. 1802, m. a Bad-Brückenau il 10 ag. 1861.

Scrisse varie opere, fra cui : Das monarchische Prinzip (1845), Was ist Revolution? (1852), Der christliche Staat (1858), Die gegentvärtige Parteien in Staat und Kirche (1863), e, principale, Die Philosophie des Rechts in geschichtlicher Ansticht (1830-37; vers. it., Storia della filosofia del diritto, a voll., Torino 1853). In questa ultima opera, dimostrata l'inaccettabilità delle teorie filosofiche kantiane e idealetiche sull'essenza del diritto e dello Stato, lo S. riprende la concezione tradizionale : l'autorità ha il suo fondamento in Dio, e quindi in una norma superiore sia al principe che al popolo. Il principe perciò, solo responsabile davanti a Dio, e pur identificandosi con il po-

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tere stesso dello Stato, deve esercitare tale potere, condizionato com'e al bene morale dei membri della comunità, con la collaborazione dei rappresentanti dell'aristocrazia, della Chiesa nazionale e delle autarchie locali.

Tale concezione fu fatta propria dal partito conservatore prussiano, da lui capeggiato.

Bbai, essenziali : R. Michniewicz, S. und Bismark. Berhino 1913: H. Schmidt, F. 7. Stahl über die deutsche Nationalstaatsidee, Breslovia 1914: K. Guggenberger, s. v., in LThK, IX, col. 762 (con altra bibl.).

Michele Lecce
STALIN, losif VissarionoviC (Džugažvili). Uomo di Stato russo, n. a Gori, piccolo villaggio del Caucaso, da un calzolaio georgiano, il 21 dic. 1879. Dal 1893 al 1899 studiò nel seminario ecclesiastico "ortodosso" di Tiflis, dove accessosi d'entusiasmo per l'idea socialista svolse segretamente attività rivoluzionaria. In seguito, la sua principale occupazione consisté nel dedicarsi all'azione politica in favore del partito socialdemocratico russo dei lavoratori, a cui apparteneva già dal 1898.

Nei lavori di genere letterario o teoretico non riusciva cosi bene come nell'esecuzione di audaci progetti Rivoluzionari sul tipo degli assalti alle prigioni, delle famigerate espropriazioni per provvedere il denaro necessario al partito, e simili. Tale attività gli frutto due volte il carcere e sei volte la deportazione in Siberia, donde egli seppe fuggire per ben cinque volte, ma dové ritornarvi, per esserne poi liberato solo in occasione della Rivoluzione del febbr. 1917.

Dopo la Rivoluzione d'ott., S. cercò di salire lentamente verso posti sempre più importanti, all'ombra amica di Lenin che l'apprezzava come energico esecutore dei suoi propositi: fu infatti commissario del popolo per gli affari delle nazionalità nel 1917, nel 1919 fu commissario del popolo per il controllo dei lavoratori e dei contadini, membro del Politburò e dell'Orgburó, e finalmente, a partire dall'XI Congresso del partito, segretario generale del Comitato centrale del partito comunista. Con abilità egli si servi di questa posizione-chiave, per occupare a poco a poco l'intero apparato del partito con persone fidate: fu un lavoro sistematico e di freddo celcolo, consistente nel preporre uomini a sé devoti agli uffici di compilazione delle liste dei candidati, nel mandare in regioni lontane le persone sospette prima che avessero luogo le elezioni, nel nominare alla direzione della stampa comunisti di provata fede, ecc. Il colpo apoplettico sopravvenuto a Lenin subito dopo l'XI Congresso del partito gli fu intanto assai propizio. Proprio poco prima della sua morte, Lenin aveva espresso nel suo famoso Testamento la propria indignazione per la piega presa dagli avvenimenti ed aveva violentemente biasimato S. Ma poiché anche altri capi del partito vi erano stati criticati, questo documento non fu mai pubblicato dalla direzione del partito.

Il primo avversario che S. elimino nella lotta per il potere fu Trotzkij. Alla teoria trotzkista della rivoluzione permanente egli oppose quella, che si suole attribuire a Lenin, cioè la teoria della possibilità del socialismo anche in un solo Stato, la quale teneva in maggior conto il fatto che le masse erano stanche della guerra e della rivoluzione, e quindi poteva essere facilmente messa in pratica. Nella lotta contro Trotzkij, S. fece lega con Zinov'ev e con Kamenev (la Trojha) e in seguito con Kalinin, Tomskij, Rykov e Kuibyšev (la Semporka). Silurato Trotzkij, egli nel XIV Congresso del partito, tenutosi verso la fine del 1925, la ruppe con Zinov'ev e Kamenev, i quali costituirono con Trotzkij il blocco dell'opposizione di sinistra. Mediante una nuova lega con Bucharin, Rykov e Tomskij, gli riusci in due anni di vincere questa pericolosissima opposizione nell'interno del partito: nell'ott. 1927 Trotzkij e Zinov'ev vennero esclusi dal Comitato centrale, inoltre per voto unanime dei partecipanti al XV Congresso del partito Trotzkij ne fu espulso il 18 dic. di quell'anno ed esiliato nel Turkestan con altri dieci suoi partigiani il 19 genn. 1928. Ma quando S. non molto tempo dopo, sotto la pressione della peggiorata situazione politica
con i paesi esteri e del pericolo d'una guerra, tracciá il primo piano quinquennale dando corso all'industrializzazione e collettivizzazione e attuando perciò proprio quei piani per cui Trotzkij era stato perseguitato, fu inevitabile la rottura con Bucharin, Rykov e Tomskij, e si formò la terza ed ultima opposizione, quella di destra, contraria alla collettivizzazione forzata e all'abolizione della Nep. Però la penetrazione degli elementi favorevoli a S. nell'intero apparato del partito era cosi avanzata, che quest'opposizione poté esser superata senza molta fatica. Il XVI Congresso del partito segna la vittoria sull'opposizione di destra e insieme il trionfo pieno del nuovo indirizzo: tutti i discorsi furono tenuti da fiancheggiatori di S., non si udi più una sola parola da parte dell'opposizione, ma solo attestati di sottomissione recitati dagli avversari vinti, dei quali i più furono giustiziati nei grandi processi spettacolari dal 1936 al 1938. Allora S. si poté dedicare senza ostacoli all'attuazione dei suoi piani. Dopo l'industrializzazione, egli aveva imposto nel quinquennio 1930-35 ai riluttanti contadini la collettivizzazione delle terre, e nel 1936, introducendo la nuova Costituzione dell'U.R.S.S., proclamò la realizzazione del socialismo, prima tappa verso il comunismo. Il patto di non aggressione, concluso con Hitler nel 1939, contribuí essenzialmente allo scoppio della seconda guerra mondiale. L'ossalto proditorio sferrato da Hitler contro l'Unione Sovietica, il suo errore tattico di scendere in campo non solo contro il regime bolscevico ma anche contro il popolo russo, e finalmente l'effettivo aiuto materiale che veniva dagli Alleati, tutto seppe scaltramente utilizzare S., per trarre il maggior profitto dalla vittoria sulla Germania. Con gli accordi di
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(fot. Anderson)
Stagioni - La Primavera. Dipinto su tela di Cosma Tura (2a metà del sec. xv) - Londra, Galleria nazionale.

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Yalta e di Potsdam, e con la sovietizzazione dei territori occupati dall'Armata Rossa nell'Europa orientale, l'Unione Sovietica ottenne un'estensione territoriale e un'importanza politica con prima raggiunta dalla Russia. I caratteri distintivi della politica di S. negli anni successivi alla guerra sono: divisione del mondo in due sfere d'influsso nettamente separate con la cosiddetta "cortina di ferro"; scatenamento d'una campagna ideologica contro il cosmopolitismo, contro il complesso d'inferiorità di fronte alla cultura borghese e in favore d'uno sciovinismo sovietico e perfino russo; sforzo d'accrescere il prestigio sovietico nei paesi ad ovest della cortina di ferro mediante il cosiddetto "Movimento per la pace"; inasprimento della dittatura del partito in tutti i settori della vita, non escluso quello culturale e scientifico; e infine la propaganda o, quanto meno, la permissione d'un vero culto verso la persona del Grande Capo. S., a tenore d'un comunicato ufficiale del governo sovietico, mori il 5 marzo 1953.

Sul terreno ideologico, l'importanza di S. fu dai sovietici agguagliata a quella di Marx, di Engels e di Lenin. In realtà bisogna dire che, quanto al materialismo dialettico (v.), egli si contentó di sistemare le dottrine di Engels e di Lenin. Quanto al materialismo storico (v.), S. giunse invece a sconvolgere la concezione materialistica della storia sostenuta da Marx, a causa del grande rilievo dato all'influsso che le soprastrutture culturali eserciterebbero di riflesso sulla base economica. Dal momento che il partito comunista in qualità di istituzione politica fa parte anch'esso della soprastruttura, ne segue logicamente che la dittatura del partito o quella personale di S. ricevono una base teoretica. Anche in altri punti decisivi S. si scostò da Marx. Rigettò il principio marxista dell'uguaglianza come s un non-senso reazionario piccolo borghese, degno d'una setta primitiva di asceti, ma non di una società socialista organizzata marxisticamente»; all'internazionalismo marxista sostituì fin dal 1934, con accenni sempre più marcati, il patriottismo sovietico russo; mise da parte la teoria della graduale scomparsa dello Stato sottolineando la necessità di potenziarlo, finché dura il pericolo dell'accerchiamento capitalista; alla direzione collettiva dello Stato sostituì la sua dittatura personale. Se Lenin permetrava ancora opposizioni e libere discussioni all'interno del partito ed esortava a non versare sangue fraterno, S. invece sradicò ogni opposizione nell'interno del partito con sanguinose "epurazioni ", legò l'operaio alla fabbrica e il contadino al holchaz, e introdusse il passaporto per l'interno, il libretto di lavoro e punizioni gravi contro i trasgressori della disciplina del lavoro.

Si deve concedere che S. ha ottenuto parecchio con questi metodi: di un paese economicamente retrogrado egli ha fatto una grande potenza economica e militare, che occupa uno dei primi posti nel mondo. A ciò bisogna però opporre l'enorme prezzo sborsato: la collettivizzazione forzata negli anni 1932-34 provocò una carestia che costò la vita di alcuni milioni d'uomini ( 5 milioni, secondo le dichiarazioni del commissario del popolo Petrovskij; 5 milioni, secondo i calcoli prudenti dell'organo menscevico Socialistileskij Vestnik; 8 milioni soltanto in Ucraina, secondo le affermazioni di Bolitskij, capo della G. P. U.). D. Dallin e B. Nilolsevskij calcolano a ca. 12 milioni i condannati ai lavori forzati (cf. Forced Labor in Soviet Russia, New Haven 1947). Nei dieci anni della liquidazione dell'Opposizione (1929-39) furono fucilati ca. un milione di persone, tra cui non c'erano solo i nemici di classe. Durante la "epurazione" degli anni 1937-38 morirono fucilati o furono fatti scomparire in altri modi: 5 dei 7 presidenti dell'ultimo Comitato esecutivo centrale, 9 degli 11 ministri centrali dell'U.R.S.S., 43 dei 53 segretari delle organizzazioni centrali del partito, il $90 \%$ dei capi comunisti stranieri che vivevano esuli a Mosca, il $54 \%$ dei generali, la maggior parte dello stato maggiore della G. P. U., la maggior parte degli incaricati di elaborare la nuova costituzione, ecc. Dei 22 membri del Comitato centrale del partito in carica nell'ott. del 1917 sopravvissero alle "epurazioni" soltanto S. e la compagna Kollontai, 17 erano stati fucilati o assassinati, solo Lenin era morto di morte naturale, mentre Dzeržinskij e Uritzkij erano morti misteriosamente.

Riguardo alla religione, né presso Marx né presso Engels né presso Lenin si possono trovare cosi poche dichiarazioni sfavorevoli come presso S. Inoltre nei suoi scritti si trova poco di esplicito contro la religione; la sua dichiarazione più nota è quella fatta ad una delegazione di operai americani nel 1927: «Il partito non può essere neutrale nei riguardi della religione..., poiché esso si schierà per il progresso scientifico, mentre i pregiudizi religiosi sono contro la scienza». Tuttavia, dal tempo delle antiche persecuzioni romane, non mai il cristianesimo è stato costretto ad una cosi dura lotta per l'esistenza, come quella impassagi nel nome di quest'uomo.

BibL.: opere: I. V. Stalin, Sočinenija (Opere -), Mosca 1946 sgg. (ed. it. in corso di pubblicazione presso le edizioni Rinascita); id., Voprara leniniana (a Questioni del leninismo"), 11* ed., Mosca 1947 (trad. it. di P. Toglaati in 2 voll., Roma 1945); id., Il marxismo e la questione nazionale e coloniale, Torino 1948; id., Il marxismo e la l'emuistica, Roma 1952; id., Problemi economici del socialismo nell'URSS, 1111952. Studi: B. Sousvarine, Slutine. Aperco bistorique du bolchésisme, Parigi 1954; L. Trotsky, S. (postumo), Nueva York 1944: anon., Jostf Vissurionecif Stalin (Krathaja biografija), Mosca 1945; S. Labin, S. il Terribile, Milano 1950; G. Watter, Der dialektische Materialismus. Seine Geschichte und sein System in der Sowjetunion, Vienna 1952. pp. 233-39; id., Giuseppe S., Annone dell'antirelazione, in Civ. Catt. del 14 marzo 1953, pp. 601-17; L. Fischer, Vita di S., trad. it., Roma 1952; id., The life and death of S., Londra 1953.

STAMPA. - Sotto il profilo inorale e giuridico, che qui in modo particolare interessa, e nel suo significato più generale, il termine indica quanto e in qualsiasi forma viene pubblicato mediante l'arte tipografica, per esprimere e propagare con la parola scritta o con l'immagine il pensiero umano. In senso più ristretto esso viene usualmente riferito al giornalismo (v.), ossia a tutta quella complessa attività pubblicistica, cui è stato attribuito anche il nome di quarto potere. La libertà della s. riguarda in modo prevalente questa attività, ma la questione si pone per tutte le pubblicazioni. La rilevanza speciale, data al giornalismo nella sua discussione, dipende dal suo maggiore influsso nella formazione dell'opinione pubblica (v. PUBBLICA OPINIONE) e dalla sua conseguente impor. tanza politica, particolarmente in regime democratico,
I. Libertà di s. e censura ecclesiastica. - La libertà di s. non è che un aspetto della libertà di pensiero e di parola, o meglio della libertà senza specificazioni, considerata in una sua particolare manifestazione, nella facoltà ad essa inerente di comunicare le proprie idee, opinioni e concezioni mediante l'uso della parola, in questo caso scritta.

Sebbene nell'antichità il problema non si presentasse negli stessi termini, in cui è venuta a configurarsi dopo l'invenzione della s., non mancano tuttavia, particolarmente nella legislazione romana, esempi che possono essere istruttivi ancora oggi.

Nella Chiesa si deve a Sisto IV, cosi benemerito per l'arte della s., l'introduzione della censura praevia, riconfermata e posta in atto da Alessandro VI nel 1492 (v. indice del Libri Proibiti). Qui importa soprattutto vedere quali siano i fondamenti giuridici della questione, che va guardata e sotto il profilo generale della libertà e sotto quello della Rivelazione.

La Chiesa ha ricevuto il mandato divino d'insegnare quanto Cristo ha insegnato, e per conseguenza il dovere di mantenere puro da ogni contaminazione di errore il deposito della verità rivelata, la cui integrale accettazione è condizione necessaria alla salute eterna, e il diritto d'invigilare affinché non venga corrotto. Questo dovere e questo diritto stanno a fondamento delle misure preventive da essa adottate, con le quali inoltre tende ad assicurare il conseguimento del suo fine istituzionale, la salus animarum, e la sua unità sociale, che riposa sul vincolo della comune fede. La libertà non viene con esse né menomata, né compressa. Individualmente rimane in potere di ciascun credente seguire o no le sue indicazioni; social-

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mente la sua azione si risolve in una chiarificazione degli obblighi, che incombono sul credente, per il fatto stesso della sua volontaria appartenenza alla società sopranna. turale fondata da Cristo. Se in ogni complesso sociale la libertà rimane limitata dal fine specifico, cui esso tende, e dalle sue leggi interne, tanto più ciò deve essere ammesso rispetto alla Chiesa, nel cui seno la libertà di s. deve sottostare all'esigenza dell'unità della fede, suo principio costituzionale, e alle necessità della salvezza, suo fine essenziale.
II. Libertà di s. e censura governativa. - Alquanto più complessa si presenta la questione riguardo alla società civile.

La libertà di s. venne per la prima volta affermata in Inghilterra nel 1693, quando i Comuni ricusarono di approvare le misure restrittive vigenti, aggravate in modo particolare dal Licensing Act del 1662. Il concetto passò con i coloni nell'America del Nord, dove ottenne la sua prima formulazione legislativa. Il Bill of rights accolse un emendamento alla Costituzione federale, presentato dalla Virginia e da altri Stati, e questo incluse nella Costituzione. Con esso venne interdetta qualsiasi legge, che potesse restringere la libertà di parola e di s. Il principio venne in Europa affermato nella Dichiarazione dei diritti del 1789 (art. 11); ebbe formulazione giuridica nella Costituzione del 1791 e in quella del 1793. Esso è penetrato in quasi tutte le costituzioni moderne. Lo Statuto di Carlo Alberto del 4 marzo 1848 , all'art. 4, dichiarava che «la s. è libera, ma una legge ne reprime gli abusi s. Lo Statuto promulgato da Pio IX il 14 marzo 1848 segui il moto iniziato dalla Rivoluzione Froncosa, in quanto con l'art. i i aboliva la censura preventiva o politica per le s., sostituendola con le misure repressive da stabilirsi della legge. Sulla stessa falsariga è continuato a muoversi il pensiero giuridico contemporaneo, del quale è espressione più recente la dichiarazione internazionale dei diritti dell'uomo approvata dall'Organizzazione delle Nazioni Unite (v. diritti dell'uomo).

L'esame dei testi costituzionali anche più recenti pa. less come essi pertino invariabilmente congiunte e l'affermazione della libertà di s. e la determinazione di alcune restrizioni, per impedirne gli abusi, o fissate col riferimento alla morale e al buon costume o da specificare in una legge particolare. Ciò facilita di molto la soluzione della questione speculativa sul diritto di libertà della s. e sui limiti.

L'esistenza di un tale diritto non è stata mai messa in dubbio dalla dottrina cattolica, rispettosa della persona umana, alla quale non poteva non riconoscere la facoltà di comunicare le proprie idee, mediante l'uso della parola orale o scritta. Sul linguaggio anzi e sulla sua funzione specifica è stato appoggiato uno degli argomenti principali per dimostrare la naturale sociovolessa dell'uomo. Il diritto, dunque, di comunicare pensieri e opinioni con i mezzi d'espressione a ciò idonei affonda le sue radici nella natura razionale dell'uomo e nella sua originaria destinazione alla vita sociale : esso è pertanto incontestabile. La dottrina cattolica ne ha soltanto combattuto una particolare interpretazione, dedotta dal falso concetto di libertà, definita come totale autonomia della volontà. Sotto l'aspetto pratico tutte le legislazioni le hanno dato ragione, non avendo alcuna di esse codificato la libertà senza limiti, sotto l'aspetto teorico tuttavia non poche lo hanno accolto, ricorrendo al limite esterno della legge.

Qui si annida un errore che va corretto. La libertà, non nel suo aspetto fisico di autodominio dell'atto ma nel suo aspetto morale, è facoltà di determinarsi in modo indipendente secondo le leggi immanenti della razionalità, e poiché l'essere umano ha la tendenza innata alla società, necessaria al suo pieno sviluppo, una doppia serie di leggi gli è intrinseca, quella che regola imperativamente la condotta privata e quella che lo guida allo stesso modo nella vita pubblica. La libertà conseguentemente è facoltà intrinsecamente limitata e dalla morale e dalla giustizia, nella quale sono incluse le esigenze imperiose della col-
lettività politica. La legge non è altro se non la determinazione positiva di questi limiti, già esistenti prima della sua formulazione, e in essi trova la sua ragione di essere non, come è stato affermato, in una suppositizia volontà generale, semplice espressione del maggior numero senza varare morale e contenuto giuridico, se non li mutua da altra fonte. La libertà di s., pertanto, è sì un diritto fondamentale della persona, ma un diritto intrinsecamente limitato, che lascia posto all'intervento regolatore dell'autorità politica.

Il criterio individuale per stabilire concretamente tale limite si desume dalla naturale destinazione della parola orale e scritta, la quale è intrinsecamente ordinata alla manifestazione e propagazione della verità; il criterio sociale dal bene comune, nel quale non solo devono intendersi compresi i diritti altrui, ma anche quelli della società in quanto tale : la preservazione dell'ordine pubblico e la tutela positiva dei valori umani, morali, civili e religiosi, parte del suo più elevato patrimonio spirituale. Oggetto di discussione riguardo alla libertà di s. rimane quindi soltanto se l'autorità politica possa ricorrere alle misure preventive: censura, sequestro di polizia, autorizzazione, oppure debba restringersi all'adozione delle repressive: funendo gli abusi.

Sul piano teorico non è possibile negare il suo diritto di prevenire il male, se lo può, e che sia migliore la prevenzione della punizione. A tale diritto non si oppone il falso motivo allegato per contestarlo, secondo il quale lo Stato non sarebbe in grado di conoscere la verità per protegerla dall'errore, poiché alcuni principi morali, di giustizia e di religione sono così evidenti e cosi radicati nella coscienza comune che il potere pubblico non può ignorarli. L'obiezione suppone uno Stato moralmente e religiosamente agnostico; il che è un assurdo speculativo e pratico. Maggior peso hanno contro le misure preventive i motivi dedotti dall'impossibilità di applicarle efficacemente, dalla mancanza d'imparzialità e dal pericolo della tirannia in esse implicito. Sul piano concreto, nel quale è sempre lecito appigliarsi alla regola prudenziale del minor male, si possono, dunque, accettare le seguenti conclusioni.

E da escludersi la censura preventiva per i troppo facili abusi cui si presta e per il pericolo dell'istaurazione di un regime tirannicamente oppressivo. Osportuno e lecito è il sequestro, particolarmente se riguarda le pubblicazioni immorali ed oscene, che offendono il pudore e il buon costume, i cui eventuali abusi possono essere evitati, se è seguito da regolare denunzia al potere giudiziario e processo. L'autorizzazione preventiva partecipa, sebbene in minor misura, dei pericoli della censura. Condizioni eccezionali, come la guerra e un particolare grave perturbamento interno, possono suggerire deroghe a queste norme e legittimare un più vasto intervento precauzionale dello Stato.

I doveri della s. si possono compendiare nella parola verità. Soltanto servendola essa può conseguire lo scopo immediato, cui è subordinato essenzialmente l'uso della parola scritta e dei mezzi d'espressione, e cooperare in modo benefico all'educazione del pubblico e alla formazione dell'opinione. Il servizio della verità non le interdice, tuttavia, la critica obiettiva e costruttiva dell'autorità politica. Vieta però le campagne di s. dirette a sovvertire l'ordine e a fomentare e dilatare l'odio con la menzogna. La «propaganda senza freno che non rifugge da manifeste alterazioni della verità» è stata additata da Pio XII, nella allocuzione natalizia del 1940, come fonte delle discordie internazionali. Essa va condannata come malcostume politico contrario al bene sociale, al dovere dell'onestà nella critica e nell'opposizione, ai compiti di una s. conscia delle sue alte finalità.

Bibl.: Leone XIII, encicl. "Libertas" (1888): L. Taparelli, Esame critico degli ordini rappresentativi. I, Roma 1894, pp. 262 312: G. Mosca, Sulla libertà di s., Torino 1882; H. Coulon, De la liberti de la presse, Parisi 1894; G. B. Clampi, La libertà di s. e la censura ec