qualche modo alla tecnica del cinematografo. Accanto ai naturalisti si affiancano i critici H. S. Canby (n. nel 1878) e Henry L. Mencken (n. nel 1880). Una figura di poetessa isolata che per l'arditezza del suo linguaggio immaginoso farà scuola ai posteri è quella della mística Emily Dickinson (1830-86). Dei poeti del nostro secolo, prescindendo da Eliot e da Ezra Pound,
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(bb. D.S.J.S.)
Stati Uniti (U.S.A.) - Chiesa in stile moderno nel Middle West, ultima opera dell'architetto finnico Elial Saarinen (m. nel 1950).
che appartengono ormai alla poesia europea, vanno ricordati il classicista William Vaughn Moody (1869-1910); il neotradizionalista Edwin Arlington Robinson (1869-1935); il naturalista Robert Frost (n. nel 1875), un sano e vigoroso poeta della natura; Amy Lowell (1874-1925), poetessa e critica letteraria che nel suo salotto tenne a battesimo gli simmaginisti»; nella tradizione whitmaniana si possono includere, accanto a Carl Sandburg (n. nel 1878), Edgar Lee Masters (1869-1950), Vachel Lindsay (18791931), un poeta girovago e avventuroso che finì suicida; Robinson Jeffers (n. nel 1887), il più violento ed esasperato di questi poeti. Tra i poeti della scuola di Eliot e di Ezra Pound i più significativi sono Archibald MacLeish (n. nel 1892), che è anche una figura politica, e, tra i più giovani, Karl Shapiro (n. nel 1913), poeta e critico di spiccata personalità. Tra i mistic sono da nominare Thomas Merton (n. nel 1915), il poeta trappista noto anche per l'autobiografia The seven storey mountain, e Robert Lowell (n. nel 1917), della famiglia di J. A. Lowell e di Amy Lowell, anche egli convertito al cattolicesimo. Tra i neo-umanisti, che reagirono agli eccessi del naturalismo, va menzionato George Santayana (1863-1952), spagnolo di nascita ma naturalizzato americano, filosofo, saggista e autore di un romanzo semiautobiografico; The last puritan (1936), di grande pregio stilistico, che ha ottenuto un meritato successo.
Bibl.: W. P. Trent, Hist. of american literature, 2 voll., Nuova York 1893; C. Barret Wendell, A literary history of America, Londra 1908; autori vari, The Cambridge hist. of American literature, 4 voll., Nuova York 1917-21; id., Literary history of the U.S., 3 voll., Cambridge (Am.) 1948, con ampie prospettive storico-sociali e ragguagli sulla letteratura critica; C. Cestre, La littér. américaine, Parigi 1945; S. Policardi, Breve storia della lett. americ., Milano 1951; per i proastori moderni, v. l'ampio e brillante studio di A. Kazin, On native grounds, Nuova York 1942, trad. it. sotto il tit.: Storia della lett. americ., Milano 1952.
Augusto Guidi
VII. Arte. - Scarsi resti di costruzioni delle civiltà pre-colombiane, assegnabili ai secc. xil-xili, rimangono nelle regioni del Sud che appartennero originariamente alla Spagna (Rito de los Frijoles, Taos, Pueblo Bonito e Chetro Ketl nel Chaco Canyon, New Mexico; Mesa Verde Colorado; White House nel Canyon de Chelly, Betatakin Ruin e Walpi, Arizona).
Al Sud fiorì, nel periodo coloniale, un'architettura religiosa, aderente alle forme del barocco ispano-americano, in cui, per suggestione dell'arte atzeca e maya, gli spartiti decorativi sono esasperati fino a sommergere i valori strutturali. Più sobrie e stilisticamente coerenti le costruzioni missionarie (esempi nelle missioni di S. Juan de los Caballeros, 1598, New Mexico; S. Barbara, 1713, e cattedrali di S. Francia e S. Fè, 1713, California; di S. Agostino, 1793, Florida; di New Orleans, 1792, Luisiana). Esemplati su prototipi spagnoli sono anche i complessi delle antiche fortificazioni costiere meridionali (es. forti S. Marco e S. Agostino, Florida; Cabildo, Luisiana). Nell'insieme, questi edifici costituiscono il nucleo più originale e stilisticamente elevato dell'arte coloniale americana.
Più a nord, lungo la costa atlantica, l'immigrazione inglese e olandese trapianto forme di disparate derivazioni, in ibride commistioni. Sarebbe impresa ardua enucleare o differenziare anche cronologicamente le diverse varietà : l'accavallarsi degli stili è una caratteristica della architettura americana. Il proposito di riprodurre le fabbriche dei paesi d'origine - non ozioso, si badi, come gli accademismi teorici europei, ma radicato nel sentimento degli emigranti, e quindi ambientabile in un clima tutto particolare, che non ha corrispondente in Europa - indusse gli architetti a virtuosismi di trascrizione, dei quali si ritrovano un po' dovunque gli esempi. Nell'architettura religiosa predominano il gotico fiorito di tipo inglese e le forme tardo-rinascimentali serliane e palladiane, mediate da esemplari inglesi, olandesi, svedesi, o ricavate addirittura dalle tavole di Inigo Iones o del Vitruvius Britannicus, che ebbero così larga diffusione nel nuovo continente (esempi: Smithfeld, Va., S. Pietro, 1703; Farmington, Conn., Congregational Church, ca. 1775; Providence, R.I.. chiesa anabattista, 1775 ; Nuova York, St. Paul's Chapel, con pronao tetrastilo, 1765 ; Filadelfia, Christ Church, 1727-54; Boston, Trinity Church, King Chapel, 1753).
Se l'edilizia religiosa e pubblica non si discosta generalmente da queste convenzioni, diverso è invece lo sviluppo dell'architettura civile : un senso positivo di fun-

189 L. Rites. L'art ironesis aux Etats Dits. Parigi 1888, rev. 87. Stati Uniti (U.S.A.) - Ritratto della madre. Dipinto di Whistler - Parigi, Museo del Louvre.
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zionalità e praticità caratterizza le costruzioni dei pionieri, architetti per lo più improvvisati, formatisi nella esperienza diretta, che si trasmetterà di generazione in generazione, costituendo una delle più spiccate attitudini dell'indole americana. Costruzioni tipiche del periodo coloniale sono le case lignee a portico o loggia, dalle colonne esili e corte, scelta determinata non già da un criterio estetico, ma dall'imposizione del governo inglese, che per le esigenze della sua marina, proibiva l'impiego dei tronchi d'albero che superassero i $16-18$ pollici di diametro. Gli edifici in muratura s'adeguano invece a criteri determinati dalle possibilità locali di procurarsi il materiale adatto : cosi in Pennsylvania, p. es., prevale l'uso della pietra grezza, nel Sud il laterizio. Un intiero complesso di edifici coloniali è stato conservato, a cura di apposita fondazione culturale, nella città tipo di Williamsburg.
Gli stili che contemporaneamente hanno il loro svolgimento in Europa (disabettiano, georgiano, rococò, ecc.) determinano correnti analoghe, più facilmente individuabili, ma fino al 1790 non si può in ogni modo avvertire nessun orientamento generale e preponderante. Il grande incremento edilizio che segui la proclamazione d'indipendenza, permise ai costruttori americani di guadagnare rapidamente terreno sugli europei e di portarsi, in meno di cento anni, all'avanguardia, nell'esperimento dei nuovi materiali e metodi di costruzione, prodotti o inventati della tecnica moderna e offerti in grande quantità dall'industria; ma ciò non accadde, come sarebbe stato naturale, mediante uno svolgimento organico delle premesse già poste nell'epoca coloniale, bensì superando l'irretimento di esperimenti come il neoclassicismo romano imposto dal Jefferson (il terzo presidente progetto personalmente lo State Capitol di Richmond, i colonnati e la rotonda della Università di Charlottesville, Va., la propria casa di campagna a Monticello, Albermarle County, Va.; e varò i progetti del "Campidoglio " di Washington di William Thornton, 1761-1827, e della Casa Bianca, dell'irlandese James Hoban), cui succedettero un neo-classicismo greco (Classical Revival, promosso da Nicholas Biddle, reduce dalla guerra di Grecia, e sostenuto dalla rivista Port Folio, come dalla Modern Builder's Guide di Minard Lafever, 1833), e un periodo neogotico (analogo al Gotto Revival inglese intorno al 1840), il quale ultimo lasciò le sue più tipiche manifestazioni nell'architettura religiosa (Trinity Church, 1846, S. Patrick's Cathedral, 1850, entrambe a Nuova York). Ma proprio in questo tempo s'affirma, al di fuori dell'architettura ufficiale, un metodo costruttivo detto la Balloon Frame (struttura a pallone), il cui più antico esempio superstite sembra sia la chiesa di St. Mary a Chicago (1833). "Esso consiste essenzialmente - come scrive lo Zevi - in una serie di travicelli di legno equidiatanti che formano pareti, pavimenti e tetto. La struttura è quindi ricoperta da un doppio strato di tavole che ne garantisce l'indeformabilità.
Nella direzione, indicata da questa funzionalità, radicata, come già si è detto, nella tradizione coloniale e missionaria, l'architettura americana conseguirà ben presto un primato mondiale. L'opera muraria di Henry Hobson Richardson (1838-96) e della scuola di Chicago, il cui massimo esponente fu Louis Henry Sullivan (1856-1924), come poi di Frank Lloyd Wright (1869, vivente), il campione dell'architettura organica, rovesceranno il flusso delle influenze. Il capolavoro del Richardson, ispirato al romanico francese, di cui l'artista seppe interpretare il significato volumetrico, ricavandone conseguenze originali, è la S:ver Hall a Cambridge, Mass. (1877-79). La scuola di Chicago, erede della lezione del Richardson, eresse nel Middle West una serie di edifici romanici, si quali è consegnata la sua grandezza precorritrice, di cui è testimonianza, nelle sue soluzioni armoniche, p. es., l'imponente Monadnock Block di J. W. Root a Chicago (1891), il primo grattacielo moderno. Appunto a questa scuola si deve lo sviluppo della tecnica dei grattacieli ad ossatura con l'impiego sempre più razionale del cemento armato. Il Sullivan, che fu anche teorico in Kindergarten Chats (a chiacchierate da asilo infantile ", 1901) e in The Autobiography of an idea (1922) - è suo il principio "la forma segue la funzione", accolto e portato alle

(da L. Reav. L'art français aux Etats Unis, Parigi 1886, taz. 81) Stati Uniti (U.S.A.) - Ritratto di Signora. Diquato di John S. Sargent - Parigi, Museo del Lusassoburgo.
estreme conseguenze dai continuatori - affermò la sua personalità nell'Auditorium (in compartecipazione con Adler, 1886-90), e nei Magazzini Carson, Pirie, Scott (1899), a Chicago, esemplari per l'equilibrio perfetto raggiunto nel modulo dagli spartiti orizzontali e verticali. Sul valore dell'opera di Wright, da cui procedono per tanta parte le rivoluzionarie soluzioni di molti architetti europei, come lo svizzero Charles Edmond Jeanneret (Le Corbusier), il tedesco Walter Gropius e l'austriaco Richard Neutra, la polemica è ancora aperta; ma se il suo preconcetto disconoscimento dell'architettura del Rinascimento italiano non può essere condiviso da noi, non per questo minore è il rilievo che con l'andar del tempo hanno acquistato certe sue intuizioni geniali, applicate ad edifici di destinazioni diversissime. La solidità delle sue strutture è stata clamorosamente dimostrata durante il terremoto che nel 1923 distrusse gran parte di Tokio, ma lasciò assolutamente indenne il suo Imperial Hotel. Dal 1887 al 1942, oltre un numero rilevante di progetti, si enumerano ca. 250 edifici di sua pertinenza e si può a ragion veduta ritenere che essi costituiscano, dopo la seconda guerra mondiale, il punto d'orientamento di tutta l'edilizia civile più progredita in Europa. Il principio dell'architettura organica da lui propugnata è espresso molto chiaramente, in questa sua dichiarazione : «Sin dal principio io ho avuto la certezza che l'architettura veramente degna di questo nome venga fuori dalla terra : sono la natura del terreno, le condizioni industriali del luogo, il tipo di materiale che debbono necessariamente determinare la forma di ogni buon edificio " - e la ormai famosissima casa della cascata (Falling Water) a Bear Rum (Penn.), del 1936, sta a indicare in qual modo egli abbia applicato questo principio. Wright si è dedicato anche all'edilizia religiosa, erigendo a Oak Park la chiesa Unity (1906), in modi cubistico-espressionisti, vale a dire puntando sulle soluzioni volumetriche.
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(let. U.S.J.S.)
Stati Uniti (U.S.A.) - Torre della Duke University, alta 210 piedi con un carillon + di 50 campane - Durham nel North Carolina.
Pittura. - A un rapido sviluppo delle altre arti figurative s'oppose l'iconofobia delle correnti quacquere e puritane, predominanti in tutto l'ambito della cultura anglosassone. Ma le manifestazioni spontanee - sul piano dell'artigianato e del dilettantismo - non mancarono in nessun nucleo abitato da pionieri. Il Museo dell'American Folk Art di Nuova York ha pazientemente accumulato nelle sue sale i manufatti di tale provenienza che, se molto raramente raggiungono l'arte, forniscono tuttavia documenti di estremo interesse per lo studio della nascente civiltà americana. Sul piano di una più evoluta - ma ancor mediocre cultura figurativa è la produzione di molti pittori europei emigrati tra la fine del sec. xvir e il principio del xviri. Fra questi emerge lo svedese Gustavus Hesselius (16821755) autore di un'Ultima cena nella chiesa di S. Barnaba (parrocchia della Regina Anna, Md., 1721). Più stretti rapporti con le correnti europee stabilirono lo scozzese John Smibert (1688-1751) e l'inglese Peter Pelham (16841751).
Il primo artista indigeno di qualche merito è stato Robert Feke (n. a Oyster Bay, L. I., nel 1705, m. a Barbados nel 1750); attivo a Newport, Boston, Filadelfia. Indulgendo alla moda della pittura storica acquistarono fama John Singleton Copley (n. a Boston nel 1737, m. a Londra nel 1815) e Benjamin West (n. a Filadelfia nel 1738, m. a Londra nel 1820), che furono anche buoni ritrattisti accademici. Maggior scioltezza rivelano Charles Willson Peale (1741-1827), il ritrattista ufficiale di Washington, ed Henri Benbridge (1744-1812), che fu a Roma discepolo del Batoni e del Mengs, a Londra dello West, e ritorno in America nel 1770, esercitando una notevole influenza. Questo periodo è concluso da Gilbert Stuart (1755-1828), pittore di spiccata capacità, seppure resti ancorato alla ritrattistica inglese, nei modi di un Gainsborough e di un Reynolds.
L'epoca neoclassica pullula di pittori, ma l'involuzione determinata dalle formole fini per soffocare ogni espressione spontanea. Non priva di fascino, anche se spesso scade in una ricerca di effetti oleografici, appare invece la pittura di paesaggio della cosiddetta «Scuola del fiume Hudson» (Thomas Cole, 1801-48; Asher B. Durand, 1796-1886), soprattutto in quanto offre lo spunto
all'affermazione di una personalità di rilievo, come George Innes (1825-94), emulo del Turner e del Constable.
Fino a questo momento la pittura rimane tributaria dei modelli europei, guardando specialmente alla Francia. Al costituirsi di una tradizione indigena osta lo scarso mecenatismo delle classi ricche americane. Tutti gli artisti più dotati furono costretti ad emigrare in Francia, dove ebbero modo, nel quotidiano contatto con le vivaci scuole della capitale, di aggiornarsi e innestarsi nel vivo delle ricerche linguistiche europee. A quest'atmosfera europea appartengono pertanto i migliori pittori che l'America abbia prodotto nel sec. xix : James Mac Neill Whistler (1834-1903), dopo un lungo soggiorno parigino in cui venne a contatto con gli impressionisti, passò in Inghilterra, dove soggiornò fino alla morte, acquistando rinomanza europea. La sua maniera è eccellente, specie nei quadri di piccolo formato e nei ritratti, di sicuro impianto e di franca pennellata. John La Farge (1835-1910), di famiglia francese, fu allievo di Couture, e risenti particolarmente l'influenza di Delacroix e Chasserian. Ritornato in America dette l'avvio ai grandi cicli di affreschi decorativi che caratterizzano la fine del secolo. Gli appartengono gli affreschi nella Trinity Clorch di Boston, gli affreschi e le vetrate della chiesa dell'Ascensione a Nuova York le decorazioni della Walker Art Gallery del Boudoin College a Brunswick, Me. (assieme al Thayer e al Vedder). Fra La Farge e Innes si muovono Alexander Halwig Wyant (1836-92), Homer Dodge Martin (1836-97), Winslow Homer (1836-1910) e altri. Il più personale ed estroso fra i pittori a cavallo dei due secoli è Albert Pinkham Ryder (1848-1917), autore di marine e di notturni nei quali si ammira la precisa intuizione dei rapporti tonali e l'ampio respiro della composizione spaziale. Di vena più facile, ed anche più propenso ad accomodarsi alle mode, è John Singer Sargent (1838-1925), considerato il maggior pittore della sua generazione, largamente noto anche in Europa. Le sue opere più importanti sono i ritratti ed affreschi della Biblioteca pubblica di Boston.
Oltre ai complessi decorativi già ricordati del La Farge e del Sargent, meritano un cenno gli affreschi della Waldorf Ballroom di Nuova York fatti da Blashfield e Low, e quelli della Biblioteca del Congresso a Washington eseguiti da Vedder, Walker e Alexander.
Scultura. - La scultura fu, tra tutte le arti, l'ultima ad affermarsi, per una ripugnanza puritana anche maggiore nei confronti dell'anatomia, e forse pure per la mancanza di marmi adatti.
La tendenza originaria degli scultori indigeni è nella cifra di un realismo documentario, cui s'oppono, all'epoca del neo-classicismo, un gruppo di artisti, educati in Europa alle scuole del Cenova e del Thorwaldsen, che nelle loro opere cercarono di esaltare - nei modi freddi della stilizzazione neo-ellenica - fatti e personaggi della recente storia americana. H. Kirke Brown (1814-86) eresse la statua di Washington nella Union Square di Nuova York; T. Ball (1819-1911) quella dello stesso presidente nei giardini pubblici di Boston e Martin Millmore (1844-83) il monumento si soldati e marinai nel Boston Common; Erastus D. Palmer (1817-1904) preferì le composizioni allegoriche, oggi conservate nel Museo di Nuova York (La prigioniera bianca, Pace in cattività, ecc.). La produzione scultorea attesta tuttavia, rispetto alla pittura, una maggiore coerenza di stile, che in forme più libere si trasmette, mediante J. Q. Adams Ward (1830-1910) e William Rimmer (1816-79), alla generazione successiva, cui appartengono artisti di grande valore come Olin Levi Warner (1844-96) e soprattutto A. Saint-Gaudens, che soggiornò a lungo a Parigi, dove esegnì le sue cose migliori (Statua dell'amm. Feragot, Gomanna d'Arco, Statua equestre del gen. Sherman, Amor Charitas). Nella sua scia procedono Daniel Chester French ed anche Paul Weyland Vartlett (1866-1925) autore della statua equestre di La Fayette a Parigi, in Place du Carrousel.
Il panorama attuale dell'arte americana, aperta a tutte le influenze, non consente ancora di fare il punto. Particolare risalto ha acquistato in questi ultimi anni la scuola cubana, che ha riscosso ammirati consensi, esercitando sensibile influenza sui molti movimenti di avan-
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guardia, creati, anche per la presenza in America di maestri europei, nelle principali città del continente.
Bibl.: L. Taft, The Hist. of amer. sculpture, Nuova York 1903, $2^{2}$ ed. 1924; L. Mumford, Stics and Stones. A study of amer. archit. and civiliz., ivi 1924; L. Résu, L'art français aux Etats-Unis, Parigi 1926; S. Isham, Hist. of Amer. painting, Nuova York 1927; S. La Follette, Art in Amer., ivi 1929; L. Vietti, Grattacieli, in Architelt., apr. 1932; D. M. Robb e J. J. Garrison, Art in the western Wardl, Nuova York 1933; Th. E. Tallmadge, The stor. of architect. in Amer., ivi 1936; id., The Origin of the Shyscraper, Chicago 1939; Le Corbusier, Quand les cablidrales ttaient blanches, Parigi 1937; C. E. Oppo, Forme e colori nel mondo, Lanciano 1938 v. indice; F. Ll. Wright, An Organic architect., Londra 1939; L. Mumford, The South in architect., Nuove York 1942; F. J. Ross Jr., Writings on early amer. architect., Columbus 1944; N. Pevsner, Pionieri del macino moderno, Milano 1942; B. Zevi, Verso un'archit. organica, Torino 1942; V. Barker, American painting, hist. and interpret., Nuova York 1940. Per l'opera dei maggiori architetti moderni (Richardson, scuola di Chicago, Sullivan e allievi, Wright) v. B. Zevi, Stor. dell'architett. moderna, Torino 1930, pp. 373-324 e bibl. relat., pp.664-85. Riccardo Averini

Stati Uniti (U.S.A.) - Università di Notre Dame : al centro il Golden Dome.
VIII. Ordinamento scolastico. - Negli S. U., contrariamente all'universale tradizione europea, non vige un unico sistema scolastico, né un'unica autorità federale al riguardo. In luogo di un ministro federale, che presieda e coordini in campo nazionale tutte le iniziative e le attività scolastiche, vi sono per i singoli Stati parecchi comitati o sovraintendenti, alla cui competenza è affidata la soluzione dei problemi connessi con l'insegnamento. Il governo federale, per mezzo di un ufficio particolare presso il Ministero dell'interno, si limita ad una simpatica coordinazione, compiendo inchieste, pubblicando resoconti, relazioni, riviste ed opuscoli miranti ad orientare le singole scuole e gli analoghi uffici istituiti in tutti gli Stati della Confederazione. Ciò ha dimostrato, in pratica, quanto l'opera del governo centrale sia suscettibile di considerevole sviluppo e ampio aggiornamento, senza nessuna necessità di interferire con l'attività dei controlli sulle scuole. Il controllo è lasciato ai singoli Stati e all'amministrazione locale, i quali pensano a rafforzare e a rendere più efficiente l'organizzazione degli uffici competenti, fornendoli di mezzi sempre più adeguati e di personale specializzato, senza che ne venga, per questo, cambiato sostanzialmente il carattere dell'ufficio centrale, che resta sempre di natura consultativa e informativa ed esprime la sua buona volontà con attestazioni verbali e, in certe circostanze, anche con interventi finanziari.
Il prospetto del sistema scolastico degli S. U. si può riassumere cosi :
1. Istruzione pre-elementare : a) Scuola materna o asilo (Nursery school) dai 2 ai 5 anni, dove vigono, tra gli altri, i metodi fröbeliani e Montessori, sempre meglio adattati alla libertà di movimenti, di cui abbisogna il bambino; b) Giardino d'infanzia (Children Garden), dai 5 ai 6 anni, generalmente annessa alle scuole elementari e con i metodi sopraccennati.
2. Istruzione elementare (Elementary School), che è di 8 anni nelle scuole che mantengono l'uso tradizionale, ancora assai diffuso; di 6 anni nelle scuole più moderne, che tendono a prendere sempre maggiore piede. Questa scuola elementare orienta la sua attività verso una duplice direzione: a) o seguendo i metodi di Dalton e di Winnetka, mantiene un orientamento in prevalenza psicologico e tende ad una sempre maggiore individualizzazione; $b$ ) o, seguendo il "metodo dei progetti e e ispirandosi al sociologismo del Dewey, tende ad una sempre maggiore socializzazione.
3. Istruzione secondaria o media: a) Scuola media inferiore (Junior High School) di 3 anni, che si sforza di aderire e assecondare l'età dell'adolescenza e procedere alla diagnosi del tipo psicologico dei ragazzi; b) a cui
segue la scuola media superiore (Senior High School), ugualmente di 3 anni, che segue il principio dell'uguale efficacia formativa delle varie discipline, e con l'organizzazione plurilaterale dei suoi corsi e dei suoi insegnamenti, lascia agli alunni ampia facoltà di scelta degli studi; c) oppure, in luogo di queste due, la Scuola media (High School) di 4 anni, là dove si è seguito l'uso tradizionale della scuola elementare di 8 anni. Questa scuola secondaria comprende, generalmente nello stesso istituto, dei "corsi generali e accademici ", che aprono il passaggio ai corsi dell'istruzione superiore (Preparatory School) e dei "corsi professionali ", che sono fine a se stessi (Terminal School). Il tipo comune di scuola, che abbraccia questi due sottotipi, si chiama Scuola media comprensiva o generale (Comprehensive o General High School). C'è anche un altro tipo di scuola media, che è fine a se stessa, però meno diffusa, la Scuola di arti e mestieri (Trade School), che dà insegnamenti tecnici per chi si avvia alle industrie.
4. College: Istituto superiore quadriennale, distinto in vari tipi : a) Collegio delle arti liberali (College of liberal Arts), il più diffuso, dove si impartisce un'istruzione generale e speciale nel ramo lettere e nel ramo scienze. Al termine del corso conferisce la laurea di baccelliere nelle lettere o nelle scienze (Bachelor of Arts $=$ B. A. o Bachelor of Science $=$ B. S.); b) Collegio professionale (Vocational College) dove gli alunni vengono preparati alla professione di insegnanti, di ingegneri, di periti agrari o commerciali.
5. Università : al corso quadriennale del College segue il corso triennale universitario (Graduale School), nei vari rami di medicina, ingegneria, legge, pedagogia, giornalismo, ecc. Alla fine del primo anno si ha la laurea di Maestro nelle lettere o nelle scienze (Master of Arts $=M$. A. o Master of Science $=M$. S.); alla fine del terzo anno si ottiene il dottorato in filosofia (Doctor of Philosophy $=$ $P h . D$.) o, con una maggiore preparazione nel campo rispettivo di specializzazione, il dottorato di pedagogia, o scienze sociali, o ingegneria o legge, o medicina, ecc. (Doctor of Education $=$ Ed. D.; o Social Science $=$ D. S. Sc.; o Engineering $=$ D. Eng.; o Law $=$ LL. D.; o Medicine $=$ M. D.), ecc.
Le istituzioni educative cattoliche, nel 1950, erano 12.038, così divise : seminari diocesani 72 ; seminari di Ordini religiosi 376 ; collegi e università 225 ; scuole medie diocesane e parrocchiali 1576 ; scuole medie private 806; scuole elementari parrocchiali 7914 ; scuole elementari private 588 ; istituti di protezione 129; orfanotrofi e asili 352. - Vedi tavv. LXXX-LXXXV.
Bibl.: M. Rosenthal Chiaramonte - L. Borghi, La Scuola nel mondo, III, S. U., Torino 1949.
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## STATIZZAZIONE : v. SOCIALIZZAZIONE.
STATO. - Non sempre il termine è stato adoperato nel senso che presentemente gli si suole attribuire. Per lungo tempo servi a indicare la condizione personale degli individui, secondo che fossero liberi o servi, cittadini o stranieri. Tracce di tale uso si hanno ancora oggi nelle espressioni "stato personale " o "stato familiare ". Per estensione venne più tardi applicato a designare la condizione di alcuni ceti sociali, come, ad es., in Francia, dove, fino alla rivoluzione del 1789 , all'assemblea dei ceti venne dato il nome di S. generali. Con il sec. xv si affaccia nella storia delle dottrine politiche il significato moderno, introdotto dal Machiavelli nella lingua italiana e da questa passato alle altre lingue europee. Il francese ha Etat, l'inglese State, il tedesco Staat, lo spagnuolo Estado, e in tutte il termine ha lo stesso fondamentale significato di società politica suprema più o meno indipendente.
Salvo questo significato generico da tutti accettato, il resto è oggetto di controversia nella dottrina contemporanea. Lo S. può andar sottoposto a una doppia indagine. La prima lo considera come una formazione sociale, realmente esistente sul piano della realtà, apparsa in un tempo imprendicato della storia dell'umanità, e ne ricerca l'origine, rimontando alle cause storiche, dalle quali il fatto è stato prodotto. Sotto questo aspetto lo S. cade entro l'àmbito della sociologia, intesa però come scienza empirica, che altrimenti si confonde con la filosofia sociale. La seconda lo considera nei suoi elementi costitutivi, ne indaga l'origine, rimontando alle cause naturali e costanti, ne determina il fine e si sforza di stabilire le leggi del suo operare, in relazione agli scopi essenziali cui esso tende. E questa la parte della scienza giuridica, cui viene comunemente dato il nome di dottrina generale dello S. Il primo ufficio di una dottrina organica consiste nell'esatta determinazione del suo oggetto, mediante una definizione sostanziale, che ne esprima il concetto e gli elementi essenziali, che devono trovarsi in qualsiasi formazione sociale, perché si possa in essa riconoscere uno S . I teorici si dimostrano però profondamente divisi a questo riguardo. Le definizioni, che essi dànno dello S. sono tante quante sono le teorie, dalle quali ciascuno muove.
Nonostante questa estrema divergenza di opinioni, non si può sottoscrivere all'esagerazione del Bastiat, che prometteva un premio allo scrittore che fosse stato capace di proporre una definizione accettabile dello S. Le varie correnti e teorie concordano su alcuni elementi, dai quali si può ricostruire con qualche approssimazione quale sia il concetto più comune. Il Bluntschli, p. es., definiva lo S. come la personificazione politica e organizzata di una nazione in un determinato territorio; il Jellinek, una comunità territoriale e organica che non conosce nessun vincolo superiore; l'Orlando, una società politicamente organizzata per la tutela del diritto. La differenza tra le definizioni riferite è notevole ed evidente l'influsso di determinate teorie, e tuttavia esse contengono alcuni elementi comuni, i quali si possono ridurre ai seguenti : lo S. è una società organizzata e indipendente, che vive in un determinato territorio.
I. Concetto e natura dello S. - Questo concetto comune va tuttavia limato e meglio specificato per conseguire una definizione sostanziale, che offra tutti e soli gli elementi essenziali dello S. Innanzi tutto è un dato insuperabile di esperienza che lo S. è una formazione sociale. Per rinvenirne il concetto è necessario, dunque, risalire a quello di società e da questo mutuare i primi elementi, che devono trovarsi presenti in qualsiasi S. Ora una società esiste quando più individui intelligenti cospirano stabilmente al conseguimento dello stesso scopo. Gli elementi essenziali che la costituiscono sono conseguentemente due: una pluralità di soggetti razionali,
causa materiale, e un vincolo stabile di natura morale, causa formale, che congiunge le loro volontà libere e le fa tendere a una comune meta, per il cui conseguimento collaborano in unione di intenti e di forze. Causa estrinseca, che produce l'unione delle volontà, è questo fine collettivo, che diventa, dal momento in cui riceve l'adesione cosciente dei singoli, fine della comunità.
Basta trasferire allo S. questi primi dati per averne l'elemento generico. Lo S., in primo luogo, richiede una pluralità di individui umani, isolati o raggruppati già in società minori, al cui complesso si dà il nome di popolo. Non esiste S. senza popolo più o meno numeroso, giacché il numero non interferisce sulle sua natura. Sono S. sia i grandi complessi politici, come le nazioni moderne, sia le piccole repubbliche, di cui ancora si conserva qualche esempio. Né alla sua esistenza si richiede un popolo omogeneo nella lingua, nei costumi, nelle tradizioni e nella cultura, come si sostenne con il principio di nazionalità (v.), ma al suo sorgere ed affermarsi bastano le somiglianze universali della natura umana e l'identità delle aspirazioni fondamentali dell'uomo, dalle quali viene efficacemente stimolato e guidato l'istinto di solidarietà. Lo S. non si identifica con la nazione, ma può esistere ed esiste indipendentemente da questa.
Nondimeno la pluralità dei soggetti non basta da sola alla formazione dello S., se essa non viene ridotta ad unità da un principio interiore di vicendevole coesione, in virtù del quale all'originaria dispersione succede l'avvicinamento delle parti e la loro sutura in una superiore entità. Tale principio consiste nella convergenza delle volontà verso una comune meta. Un popolo moralmente unito è uno S. L'unità interna, che lo S. richiede come suo elemento costitutivo, non è, né può in nessun modo essere, di ordine fisico o biologico, poiché sui soggetti razionali, che rappresentano la materia da unificare, non può influire se non una causa di ordine morale, un ideale comune, verso il quale si polarizzano spontaneamente e liberamente le volontà particolari. Lo S. è conseguentemente un ente essenzialmente morale.
Da osservare, tuttavia, ancora che non qualsiasi unione morale forma lo S. Per la sua esistenza si richiede una unione stabile e permanente. Come gli individui casualmente radunati in un convoglio o volontariamente riuniti in una piazza non formano una società, così più soggetti che cooperassero temporaneamente ad un'impresa non formano uno S., il quale, secondo quanto l'etimologia stessa indica, richiede un'unione indefinita nel tempo e idealmente perpetua nell'intenzione dei soci, che appunto per questa perennità di vincolo si sentono legati ad un comune destino. Lo S. pertanto non si identifica con gli individui, né risulta dalla loro somma aritmetica. E invece un ente morale distinto dalle parti componenti, sebbene in modo inadeguato, che possiede un proprio essere, separato e distinto dall'essere dei soggetti : è un soggetto a sé stante e quindi un portatore di propri fini, che non sono i fini degli individui isolati o sommati insieme. Questo essere, sul quale si appoggia la sua soggettività morale, consiste nel fascio delle relazioni, che costituiscono il tessuto della vita sociale, e quindi è un essere relazionale e non sostanziale emergente da un principio di ordine e non da una causa fisica.
La razionalità delle parti, di cui si compone lo S., richiede che si metta in evidenza un altro elemento che, sebbene non sia intrinseco, è necessario per individuare le formazioni sociali e classificarle. Tale elemento è il fine comune, al quale convergono le volontà libere dei soggetti, "societas specificatur a fine". Lo S. è un ente eminentemente finalistico. L'unità interna, infatti, non potrebbe prodursi, se l'intelligenza delle parti non intravede uno scopo degno di essere perseguito e raggiunto e la volontà, illuminata dalla riflessione intellettuale, non ne fa oggetto delle sue aspirazioni. L'uomo, quando agisce coscientemente, agisce sempre per un fine, né a questa legge della sua razionalità può sottrarsi nel caso della creazione dell'essere sociale. Se egli, dunque, vuole la convivenza stabile con i suoi simili e accetta la collabo-
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razione, con tutti i pesi e le limitazioni della sua libertà che essa comporta, la vuole e l'accetta per uno scopo ben determinato.
Come ente finalistico lo S. entra sotto il dominio della morale. Il suo complesso operare, dominato da un finalismo intrinseco ed essenziale, è passibile di una valutazione in base al criterio dell'accostamento o dell'allontanamento dallo scopo, cui le volontà tendono, e questa è una valutazione morale. Come il soggetto fisico è un soggetto etico, nel senso che tutte le sue azioni sottostanno alle leggi della sua finalità ultima, cosi il soggetto morale, lo S., è un soggetto etico, non nel senso deteriore che in esso si trovi la fonte dell'etica, ma nel senso che tutte le sue operazioni sottostanno alle leggi che si deducono dalla sua finalità intrinseca.
Il concetto compiuto dello S. non è tuttavia ancora raggiunto. Gli elementi costitutivi fin qui messi in rilievo si trovano presenti in altre formazioni sociali : famiglia, tribù, comune, nazione, e pertanto non offrono se non il genus o l'aspetto generico dello S. Occorre, dunque, determinare il suo aspetto specifico. La nota prima e fondamentale, che separa e distingue lo S. dalle altre formazioni sociali, consiste, come bene aveva intuito Aristotele, nella sua autosufficienza, o, come aveva sostenuto la scolastica, nella sua perfezione. Lo S. è una società perfetta o autosufficiente. Bisogna però intendere bene questa proprietà per non cadere in equivoci. Dall'analisi sperimentale si raccoglie che tutte le formazioni sociali, naturali o volontarie, inferiori allo S., hanno uno scopo limitato alla soddisfazione di alcune esigenze della vita umana e, oltre a ciò, non possiedono in se stesse tutti i mezzi necessari per venirvi incontro. La famiglia, p. es., primo nucleo sociale umano, ha come scopo la propagazione della specie e la conveniente educazione della prole e non è da sola sufficiente a soddisfare i suoi molteplici bisogni. Da questa limitatezza e insufficienza deriva per queste società la necessità di inserirsi in una società più ampia, che abbracci nel suo fine tutti i beni della vita umana e possegga i mezzi indispensabili a procurarli. Esse sono, dunque, essenzialmente società subordinate e dipendenti.
L'autosufficienza dello S. si riferisce quindi a due termini, ma non nello stesso modo e con la stessa ampiezza. Il primo di essi è il fine naturale, rispetto al quale è autonomo nel piano temporale. Il fine dello S. è comprensivo di tutti i beni della vita, è cioè universale nel suo àmbito e nel suo contenuto, dovendo procurare ai soggetti la sufficientia vitae. Come tale non è subordinato ad altri fini, è sommo nella gerarchia dei valori umani, e, sul piano temporale, subordina a sé i fini particolari degli individui e delle minori formazioni sociali. Rimane tuttavia intermedio riguardo al fine trascendente della persona, cui è chiamato a servire. Il secondo termine, cui si riferisce l'autosufficienza, sono i mezzi utili e necessari al conseguimento di detto fine, rispetto ai quali essa è solamente relativa. La perfezione dello S. non richiede un'autarchia assoluta, utopistica e mai conseguibile, ma una relativa sufficienza nei mezzi indispensabili ad una vita collettiva umanamente ordinata, variabile secondo il grado di civiltà raggiunto dai popoli.
Questa sua perfezione, rispetto alle società minori viventi nel suo seno, e rispetto alle altre di pari grado, con le quali entra in relazione, si concreta visibilmente nella sua indipendenza, altrimenti detta sovranità. Lo S. è un soggetto morale indipendente e sovrano. Non essendo il suo fine naturale ed essenziale subordinato ad altro fine dello stesso ordine umano, anche esso non è subordinato ad altra società dello stesso ordine, e quindi è autonomo, sia rispetto alle società inferiori che subordina a sé, sia rispetto alle società eguali, con le quali si mette in relazione sopra un piano di perfetta parità. A fini autonomi corrispondono soggetti autonomi, indipendenti e sovrani all'interno e all'esterno. Questa essenziale autonomia non deve, tuttavia, essere intesa nel senso assoluto, come ha fatto il pensiero contemporaneo con il dogma della sovranità (v.), ma nel senso relativo di indipendenza di volere e di azione riguardo alle società dello stesso grado, per cui le sue decisioni non devono essere rimandate
a una superiore istanza per l'approvazione. Lo S. rimane subordinato a Dio, come autore della vita sociale, alle sue leggi e prescrizioni; nell'ordine temporale, al fine trascendente della persona umana, rispetto al quale è un mezzo; nell'ordine soprannaturale, in modo indiretto alla Chiesa per quanto riguarda lo spirituale.
Al punto al quale si è arrivati nell'analisi, lo S. può essere definito, come sempre lo ha definito il pensiero cattolico, una società civile perfetta. I termini di questa definizione dovrebbero essere ormai agevolmente compresi. Occorre, tuttavia, tradire esplicita una nota essenziale in essa sottintesa. L'essere dello S., si è già detto, risulta dal fascio delle relazioni intersubiettive, di cui si compone e vive la società. Ora queste relazioni hanno la caratteristica particolare di essere giuridiche, sia perché hanno come fondamento un diritto, sia perché sono regolate dal diritto, cosi che questo, tanto nel senso soggettivo di facoltà quanto in quello obiettivo di norma, deve essere considerato come un fatto coevo allo S. Non vi è S. senza diritto, sebbene possa esistere un diritto senza lo S. Nel momento stesso in cui le volontà si congiungono per dar vita allo S., spontaneamente nel suo seno si produce il diritto, nasce l'ordinamento embrionale, detto altrimenti costituzione sostanziale, che deve guidarne e reggerne l'azione, come si produce altrettanto spontaneamente il potere di governo. L'ordinamento giuridico accompagna sempre la nascita dello S. e perciò con fondamento è stato definito originario. Non è possibile, tuttavia, identificare lo S. con il suo ordinamento giuridico, giacché il soggetto si distingue sempre dalla norma, che ne regola la condotta.
L'essenza giuridica delle relazioni sociali si riflette sullo S. medesimo, al quale imprime il carattere di soggetto giuridico titolare di diritti. La personalità giuridica dello S. non è una finzione o una costruzione formalistica, ma una realtà che getta le radici nella sua unità morale e nell'autonomia dei suoi fini e del suo valore. Un errore sarebbe tuttavia trasferire a tale personalità il concetto di persona valido per il soggetto fisico o concepirla secondo i termini del diritto privato. A questo riguardo gioca in pieno l'analogia, della quale occorre tener conto nella trasposizione dei concetti all'ente morale quale è lo S.
La più comune dottrina ritiene lo S., oltre che un soggetto giuridico, un ente territoriale, annoverando il territorio tra i suoi elementi costitutivi. L'opinione non viene accolta dalla maggioranza dei teorici cattolici, per i quali il territorio è soltanto un elemento integrante. Se lo S., infatti, è una formazione sociale, alla produzione della quale basta una pluralità di soggetti razionali e la convergenza delle volontà al medesimo fine, con un diritto embrionale e un'autorità suprema, perché esista e sia operante non è per sé necessario un territorio fisso. Nondimeno nel presente sviluppo della civiltà non è possibile concepire uno S. senza un suo territorio, del quale il popolo trae i mezzi primi di sussistenza e con il quale entra in comunione quasi vitale. Il vincolo, tuttavia, che collega il territorio allo S. non può essere configurato come un diritto del medesimo in propriam corpus, né essere classificato con i comuni diritti patrimoniali. Il territorio deve piuttosto essere considerato come un oggetto, intorno al quale si esercita il potere di giurisdizione dello S., un limite alla sua potestà giurisdizionale, un sostrato nel quale vive e domina. Non è, dunque, una sua proprietà, né a suo riguardo si può applicare il concetto di dominio alto in uso presso gli scrittori più antichi.
II. Origine dello S. - Sull'origine dello S. le opinioni sono contrastanti persino entro l'àmbito della dottrina cattolica. Un valore soltanto storico conserva la teoria contrattualista. La critica ha dimostrato che lo stato di pura natura, diversamente concepito e descritto dall'Hobbes e dal Rousseau, non è mai storicamente esistito, e pertanto il supposto contratto, con il quale l'uomo avrebbe messo fine alla sua condizione di assoluta libertà, per creare la vita sociale, non è altro che una costruzione poetica senza appoggio sulla realtà. Il pensiero più recente, particolarmente fuori della dottrina cattolica, è orientato verso una triplice direzione. Vi è chi ritiene oziosa la questione dell'origine dello S., il quale, si afferma,
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non ha bisogno di giustificazione, poiché si impone da sé come fatto prodotto da particolari condizioni politicosociali, cui si sovrappone il diritto.
Altri ne attribuisce la nascita all'evoluzione spontanea a cui soggiace la natura. Sotto l'impulso delle forze ad essa immanenti, questa si evolve, dando origine alla varietà degli esseri e degli organismi, tra i quali massimo sarebbe lo S., la cui genesi pertanto va unicamente attribuita alle leggi fisico-biologiche del cosmo. Altri ancora assegna come sua causa la forza fisica. Lo S. sarebbe l'effetto della soggiogazione violenta, alla qual teoria ha dato appoggio il cosiddetto darwinismo sociale, che ha messo a fondamento della vita politica la lotta per l'esistenza, con il principio del dominio del più forte sul più debole.
In seno al pensiero cattolico tengono ancora il campo due opinioni: la prima ne fa risalire l'origine o un atto cosciente e volontario dell'uomo, che unitamente ad altri soggetti tende al conseguimento di uno scopo. A questo atto volontario collettivo non si dà però il valore di un contratto, né tacito né espresso. La seconda, invece, la fa rimontare ad alcuni fatti, dalla cui semplice esistenza sorgerebbe spontaneamente lo S., la cui nascita non dipenderebbe dall'influsso causale della volontà dei soggetti, sebbene poi non possa escludere un atto successivo di adesione spirituale al fatto. I fatti, cui si attribuisce la causalità in questione, detti perciò stesso associativi, sarebbero lo svolgimento naturale della famiglia patriarcale, le relazioni economiche e commerciali, il soggiogamento in conseguenza di una guerra perduta e altri ancora (cf. T. Tischleder, Ursprung und Träger der Staatsgewalt noch der Lehre des hl. Thomas, Gladbach 1923).
Riguardo alla questione dell'origine, occorre innanzi tutto precisare che essa non si riferisce all'origine storica di questo o quello S., né alla sua causa remota e prima, ma a quella prossima, dalla cui azione risulta sempre il suo essere. E indubbio che più di uno S. deve storicamente la sua origine alla forza, come è indubbio che alcuni fatti abbiano potuto influire sulla sua apparizione. La questione però è se questi siano le vere cause o soltanto occasioni, alla presenza delle quali ha operato la vera causa. Rispetto alla causa remota e ultima, poi, nessuna divergenza di opinioni esiste nel pensiero cattolico. Essa viene riposta in Dio, il quale, avendo innestato nella natura umana, da lui creata, l'istinto insuperabile della socievolezza, si pone come il principio sommo di ogni formazione sociale e, quindi, anche dello S. Di questo problema, che pure è fondamentale nella teoria sociale, non si occupa affatto la dottrina contemporanea, in seno alla quale non mancano, come si è visto, coloro che escludono anche semplicemente la questione dell'origine prossima.
A torto, nondimeno, poiché una dottrina circa l'essere, la natura, i fini e i poteri dello S. rimane senza fondamento, se non si risale alla sua fonte. La vera scienza non accetta i fatti sperimentali nella loro pesante materialità, ma da questa trascende all'indagine delle cause, per fissare principi universali. Ammesso, dunque, che lo S. sia un fatto, per averne una conoscenza adeguata occorre necessariamente trovare le cause che lo spiegano. L'analisi obbiettiva del reale permette di fissare due punti essenziali alla risoluzione della questione.
Innanzi tutto, gli elementi, dei quali si compone l'organismo dello S., sono soggetti razionali, che possiedono un'intelligenza protesa alla ricerca del vero e una volontà volta al conseguimento del bene, e come tali sono liberi, coscienti e responsabili delle loro azioni. Da questo primo dato, che soltanto un materialismo miope può mettere in dubbio, in modo negativo risulta l'esclusione di tutte le teorie meccanicistiche, evoluzionistiche e biologiche, le quali con il loro determinismo si oppongono alla spiritualità dell'essere umano e alla sua razionalità e libertà, e in modo positivo si deduce che le cause dello S. devono necessariamente essere di ordine superiore.
Il secondo punto, che l'analisi obiettiva del reale permette di fissare, consiste nella determinazione dei motivi più profondi e universali, che stimolano la tendenza naturale dell'uomo verso la vita sociale. Tali motivi sono due: il bisogno incoercibile di espandere il proprio io
e la propria personalità fuori del cerchio angusto dell'individualità, mediante un legame effettivo, con il quale, mentre viene soddisfatto il sentimento di solidarietà, che in fondo non è altro che amore naturale verso quanti portano la medesima natura, si dilata anche la persona o nella prole o nello scambio dei beni : la necessità di colmare con l'aiuto altrui le de'bicenze, con le quali l'uomo nasce. Non potendo da sé solo ottenere condizioni di vita adeguate alla sua natura razionale, né conseguire da solo la perfezione fisica, intellettuale e morale, cui tendono per impulso naturale la sue facoltà superiori in modo particolare, l'uomo cerca la collaborazione stabile dei suoi simili, per colmare la propria indigenza. I motivi descritti sono esigenze insuperabili della natura, ma nello stesso tempo si sollevano al piano dell'ordine morale, poiché, spiritualizzandosi nella creatura razionale, agiscono sulla sua volontà libera e la stimolano efficacemente ad uscire dall'isolamento.
La causa prossima dello S. risiede, dunque, nella volontà dei soggetti, in quell'atto di adesione libero e cosciente a un comune scopo, che, generando l'unità degli intenti, produce l'essere dello S. Tale conclusione viene rafforzata dal primo dei punti sopra fissati. Se la parte materiale dello S. è costituita da esseri razionali, liberi e coscienti e questi, in virtù della loro essenziale razionalità, operano sempre per un fine conosciuto e voluto, anche nella produzione dell'ente politico devono operare allo stesso modo. Si impone, dunque, ancora una volta di ammettere che la causa prossima dello S. non può risiedere, se non nella volontà dell'uomo. I fatti associativi non sono, dunque, le vere cause dello S., ma soltanto condizioni esterne, che hanno più o meno facilitato la coesione morale dei voleri. Il principale di essi, la famiglia patriarcale, non si è potuto trasformare in S., se non quando il rapporto familiare si è mutato in rapporto giuridico, e ciò non si è potuto avverare se non al momento in cui le singole famiglie o individui hanno riconosciuto al patriarca la nuova qualità di capo sociale, non più investito di una semplice funzione privata ma di una funzione essenzialmente pubblica.
All'origine dello S. sta pertanto la persona umana libera e cosciente, che con un suo atto di volere lo crea prima e poi lo mantiene nell'essere, mediante la continuata adesione alla scopo collettivo una volta accertato. Resta, tuttavia, libero al cattolico sostenere la teoria dei fatti associativi, come probabile spiegazione dell'origine dello S. Quella qui esposta fu dominante fino al sec. xviII ed è tornata ad essere la più comune.
III. La struttura dello S. - Le opinioni che riguardano la struttura naturale dello S. si dividono in due correnti estreme, le quali si possono contrassegnare con le denominazioni di atomismo e di monismo, e in una