al patriarca bizantino Geremia II, il quale la mise sotto l'immediata sua dipendenza, donde il nome di S.
Scopo della S. era, fra altro, la sorveglianza sulla retta dottrina e sul mantenimento dei legittimi usi ecclesiastici a Leopoli, il che dette origine a dispute coi vescovi locali, dalla cui giurisdizione la S. era esente. Essa possedeva una tipografia e una scuola e più tardi un monastero e un ospedale. La S. avversò durante tutto il sec. xvir l'Unione di Brest-Litovsk ( 1596 ), da lei accettata soltanto nel 1709. Papa Clemente XI concesse alla S. l'eseazione. Anche nei tempi posteriori la S. si mostrò di spirito conservativo e filorussa. Il metropolita Andrea Szeptyckij tolse alla S. il diritto di nominare da sé i suoi cappellani.
Bibl.: A. M. Ammann, Storia della Chiesa russa e dei paesi limitrofi, Torino 1948, v. indice.
Alberto M. Ammann
## STAUROTECA: v. ENCOLPIO.
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(Int. Giordani)
Stazione liturgica - S. quaresimale di S. Ciriaco: la processione nella chiesa di S. Maria in Via Lata, che sostituisce l'antica chiesa di S. Ciriaco, distrutta - Roma.
STAZIONE LITURGICA. - Chiesa in cui si celebrano, in determinate circostanze, le funzioni liturgiche.
I. Nozioni generali. - Originariamente statio significa l'atto di fermarsi, il luogo in cui ci si ferma, e finalmente le persone che si fermano nel punto indicato. In queste tre accezioni fondamentali, la parola ebbe i più svariati significati : soggiorno, posta di cavalli, quartiere, drappello di guardia militare, rada o porto nella lingua marinara. Si ha, ad es., la "statio aquarum, annonae, municipiorum ", ecc. come sede di magistrati particolari o di uffici. La stessa parola entrò naturalmente anche nell'uso cristiano, con accezioni derivate proprie, ma sempre collegate al senso primitivo. Così, ad es., la parola statio fu adoperata, come nel linguaggio militare, nel senso di sentinella avanzata, attenta, tesa all'azione, per significare lo stato del cristiano in tempo di digiuno, cioè tutto proteso alla più rigida guardia, sia del corpo che dell'anima : celebre al riguardo l'apostrofe di s. Ambrogio al suo popolo all'inizio della Quaresima in cui paragona l's iter quadraginta dierum " con la vita militare e la "devotio ieiuniorum" con i "castra", onde egli deriva la parola "stationes", perché "stantes et commorantes in eis, inimicorum insidias repellamus. Castra enim sunt ieiunia christianis" (Sermo 21 : PL 17, 644). In questo senso sta anche l'accezione della parola stazione nel significato specifico di digiuno "stazionale", vale a dire di mezza giornata, nelle ferie liturgiche del mercoledì e del venerdì, usanza che presto andò in disuso (cf. il Pastore di Erma, Similit., V, 1, ed. F. X. Funk, I, 328, e la Didachè, VIII, ed. F. X. Funk-K. Bihlmeyer, Tubinga 1924, p. 5).
II. La s. l. in particolare. - Era quindi cosa naturale che la parola s. fosse presa per indicare la casa, e in seguito la chiesa in cui sarebbero stati celebrati i divini Misteri, e in seguito per estensione la stessa celebrazione liturgica e l'adunanza dei fedeli. Questo uso è assai antico, e si trova in Tertulliano, De ieiunio (ed. Oehler), cap. 1 (p. 852); cap. 2 (p. 853); cap. 10 (p. 864); e nell' $A d$
uxorem (ed. Ochler), II, cap. 4 (p. 688), e in altri luoghi; poi in Cassiano, in De institutis coenobiorum, lib. I, cap. 5 (PL 49, 236-43) e in Isidoro, Etymologiae, lib. VI, cap. 19 (PL 82, 258).
III. Le s. l. fuori di Roma. - In molte sedi vescovili antiche, munite di numerose chiese, i vescovi usarono celebrare, in certi giorni festivi o per altri motivi liturgici, ora in una, ora in un'altra : queste riunioni liturgiche, e le relative chiese furono chiamate stationes. Le notizie intorno a queste s. l. fuori di Roma sono alquanto frammentarie; permettono tuttavia di conoscere che quest'uso, e il relativo termine tecnico era noto, ad es., già dal sec. Iv in Antiochia, in Gerusalemme (cf. la Peregrinatio di Eteria), in Egitto ad Oxirinoo (papiro del 535); in Occidente a Milano, Cartagine, Ravenna, Vercelli, nelle Gallie e in Germania, a Parigi, Strasburgo, Magonza, Colonia. Le s. l. in uso a Tours sono elencate nel cosiddetto Calendario del vescovo Perpetuo (ca. il 460), conservato da Gregorio di Tours (Hist. Francorum, X, 31: PL 71, 556) : il 3 can. del Concilio di Orléans (541) prescriveva di celebrare le feste maggiori e la Pasqua con il vescovo (Mansi, IX, 114). Il vescovo Crodegango di Metz (766) stabilì nella sua sede tutto un sistema di s. 1., improntato all'uso romano.
IV. Lo sviluppo particolare delle s. l. a Roma. Il luogo ove le s. 1. ebbero uno sviluppo tutto particocolare ed assunsero un'importanza generale nella vita e prassi liturgica, è Roma. Le solenni celebrazioni pontificie alle quali, soprattutto dopo la pace costantiniana, si dette con il rapido sviluppo dell'anno liturgico, una straordinaria solennità anche esterna, non erano legate alla chiesa annessa alla residenza papale (Laterano), ma ebbero luogo anche in altre grandi basiliche urbane e cimiteriali, e nei tioni cittadini. Già nell'epistolario scambiato fra papa Cornelio e Cipriano di Cartagine (metà del sec. iil), occorre il termine s. nel senso di s. l. come cosa ordinaria (Cipriano, Ep. 43, ad Cornelium; Ep. 48, Cornelii ad Cyprianum; ed. G. Hartel, II, 597, 612). I presbiteri luciferiani Fausto e Marcellino, nel loro Libellus precum contro Damaso, presentato nel 384 a T'codosio il Grande, parlano della s. tenuta da Ursino, antipapa (PL 13, 81, 83). Il Lib. Pont. (I, pp. 244, 246) riferisce che papa Ilaro (481-68) donò un grandioso servizio liturgico, comprendente i vasi sacri necessari per le s. l. alla Chiesa romana; ma un sistema regolare di s. l. dové esistere certamente già molto tempo prima. Anche più tardi il Lib. Pont. e altre fonti riferiscono di doni popali per la celebrazioni stazionali. Gli Ordines trattano invece del modo di celebrarle (cf., ad es., G. Lów, Il Codice A 14 della Biblioi. Vallicell. [del sec. IX] e il suo contributo alla liturgia romana, in Misc. L. C. Mohlberg, II, Roma 1949, pp. $246-48$ ).
Gregorio Magno riordinò anche le s. romane, non solo nei testi e cantici liturgici, ma, come pare, anche con ritocchi all'ordine delle chiese stazionali. Ad ogni modo egli fece del tutto per mantenere vive ed operanti le s. 1. come grande mezzo di liturgia pastorale. Giovanni Diacono riferisce nella sua Vita (II, 18, 19: PL 75, 94) non solo sull'accennato riordinamento, ma soprattutto sul fervore del Pontefice nella predicazione e sull'entusiasmo religioso del popolo, che accorreva anche da lontano per prendere parte alla s. I. Il sistema stazionale stabilito da Gregorio M. fu completato da Gregorio II (m. nel 731) con l'aggiunta delle s. del giovedì della Quaresima, rimasto per antica tradizione libero dal pesante servizio stazionale (Lib. Pont., I, p. 402), sicché con il sec. viri tutti i giorni della Quaresima ebbero lo stesso servizio. Dagli Ordines Romani si sa che le s. 1. romane continuarono ad aver luogo con immutato splendore e decoro sino all'epoca di Avignone. Dopo decaddero e al ritorno del Papa a Roma la s. 1. non fu più considerata come funzione pontificale. Continuò però, in forme minori e più modeste, come si rileva dagli Ordines Romani posteriori e da altre fonti. Molto interessante al riguardo è, ad es., la descrizione della Quaresima con le sue s., lasciata dal sacerdote (parroco e predicatore della corte di Monaco in Baviera) Giacomo Rabus, durante l'Anno Santo 1575 (ed. K. Schottenloher, Monaco 1925).
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V. Le chiese stazionali romane. 1. Quaresima. - Il sistema più completo di s. 1. si ha nella Quaresima, però anche qui il completamento avvenne in tempi successivi. Le prime ad avere s. furono le ferie II, IV, VI e il sabato; seguirono poi le ferie III, V e le domeniche aliturgiche a causa di una celebrazione vigiliare.
a) Le grandi Basiliche come s. l. quaresimali. - S. Giovanni in Laterano, cattedrale del Papa: domenica $1^{\circ}$ di Quaresima (cioè l'inizio primitivo del grande digiuno); Domenica delle Palme (cioè l'inizio della Settimana Santa); Giovedi Santo, e veglia pasquale fra Sabato Santo sera e il Mattutino della domenica di Pasqua, ossia i giorni dei massimi Sacramenti. S. Pietro in Vaticano: Domenica di Passione (ossia l'inizio del tempo di digiuno più primitivo: ma la s. è relativamente recente, poiché precedeva una celebrazione vigiliare che si chiudeva in domenica). S. Paolo fuori le mura: Mercoledi (IV sett. di Quaresima), il giorno del grande scrutinio per i catecumeni. S. Maria Maggiore: Mercoledi della Settimane Santa, che in origine ebbe un grande servizio liturgico simile a quello del Venerdì Santo (sitreché nelle Tempora, v. appresso). S. Croce in Gerusalemme: Domenica IV e Venerdì Santo. S. Lorenzo al Verano: Domenica III.
b) Le ferie liturgiche quaresimali più antiche. - Si indica, fra parentesi rotonde, la "collecta", ossia la chiesa nella quale si raccoglieva il popolo per andare poi processionalmente alla chiesa stazionale, in genere vicina. Le ferie II: I settimana di Quaresima: (SS. Cosma e Damiano), S. Pietro in Vincoli (era il secondo giorno della primitiva Quaresima, quindi presentazione della comunità romana al Principe degli Apostoli); II sett.: (S. Cosma e Damiano), S. Clemente; III sett.: (S. Adriano), S. Marco; IV sett.: (S. Stefano al Celio), SS. Quattro Coronati; sett. della Passione: (S. Giorgio in Velabro), S. Crisogono (due chiese di martiri creduti soldati); Settimana Santa: (S. Balbina), SS. Nereo ed Achilleo, S. Prassede (fino al sec. x si ebbero più volte cambiamenti fra le due chiese stazionali indicate). Le ferie III: I sett.: (S. Nicola in Carcere), S. Anastasia (da notare che S. Nicola esiste soltanto fin dal sec. Ix) : a S. Anastasia, come chiesa quasi palatina, fu la seconda s. dopo la prima domenica; II sett.: S. Balbina; III sett.: (S. Sergio), S. Pudenziana fattualmente con pari diritto anche S. Agata dei Goti); IV sett.: (S. Maria de domna Rosa), S. Lorenzo in Damaso; sett. di Passione : S. Ciriaco (distrutto nel sec. xv; la s. è trasferita a S. Maria in Via Lata); Sett. Santa: (S. Maria in Porticu), S. Prisca. Le ferie IV: I sett.: Tempora, v. sotto; II sett.: (S. Giorgio in Velabro), S. Cecilia; III sett.: (S. Balbina), S. Sisto vecchio; IV sett.: S. Paolo (v. sopra); sett. di Passione: (S. Marco), S. Marcello; Sett. Santa: (S. Pietro in Vinc.), S. Maria Maggiore (v. sopra). Le ferie VI: I sett. Tempora, v. sotto; II sett.: (S. Agata dei Goti), S. Vitale; III sett.: (S. Maria ad martyres, cioè il Pantheon, consacrato al culto nel 613), S. Lorenzo in Lucina; IV sett.: (S. Vito), S. Eusebio; sett. di Passione: (SS. Giovanni e Paolo), S. Stefano sul Celio. c) I sabati: I sett., Tempora, v. sotto; II sett.: (S. Clemente), SS. Marcellino e Pietro; III sett.: (S. Vitale), S. Susanna; IV sett.: sabato detto "Sitientes", di particolare importanza nel sistema della preparazione dei catecumeni, S. Lorenzo in Lucina, sostituita più tardi da S. Nicola in Carcere, chiesa nota soltanto dal sec. Ix.
2. Stazioni aggiunte con le loro chiese. - a) Sotto Gregorio Magno: questo Papa avendo avanzato l'inizio della Quaresima al mercoledi precedente la prima domenica di Quaresima, cioè alle "Ceneri", per portare i giorni di digiuno effettivo al numero di 40 , istituì le due s. 1.: "Ceneri": (S. Anastasia), S. Sabina; venerdi dopo le Ceneri (S. Lucia in Septizonio), SS. Giovanni e

(1M. Giordani)
Stazione liturgica - S. quaresimale nella basilica di S. Marco: esposizione delle Reliquie - Roma.
Paolo. b) sotto Gregorio II (m. nel 731): le ferie V della Quaresima: dopo le Ceneri: (S. Nicola in Carcere del sec. (x), S. Giorgio in Velabro; I sett.: (S. Agata dei Goti), S. Lorenzo in Panisperna; II sett. (S.: Crisogono), S. Maria in Trastevere; III sett.: (S. Marco), SS. Cosma e Damiano; IV sett.: (SS. Quirico e Giulitta), SS. Silvestro e Martino; sett. di Passione: (S. Maria in Via Lata), S. Apollinare. c) in tempo imprecisato (probabilmente durante i secc. ix-x) alcuni giorni aliturgici ebbero la loro s. 1.: Domenica II, aliturgica perché preceduta dalle Ordinazioni delle Tempora a S. Pietro con vigilia: S. Maria in Domnica, sede dell'arcidiacono romano. Sabato dopo le Ceneri : S. Trifone, ora distrutta, sostituita dalla vicina chiesa di S. Agostino. Sabato di Passione: S. Giovanni ante Portam Latinam. d) Le s. delle "Pre-Quaresima", di origine posteriore a quelle primitive quaresimali, ma anteriori a Gregorio Magno. Domenica Settuag.: S. Lorenzo fuori le mura; Sessagesima: S. Paolo fuori le mura; Quinquagesima: S. Pietro in Vaticano: i tre grandi patroni dell'Urbe.
3. Tempo pasquale. - L'ottava di Pasqua, con s. fra le più antiche, essendo uso di visitare, con i neofiti, le chiese più rinomate della città, per celebrare le s. pasquali solenni. Domenica di Pasqua: S. Maria Maggiore (di istituzione posteriore, dato che in origine la Veglia pasquale si chiudeva al mattino della stessa domenica, a S. Giovanni in Laterano); lunedi : S. Pietro in Vaticano; martedi : S. Paolo fuori le mura; mercoledi : S. Lorenzo fuori le mura: visita dunque alle chiese principali dei tre grandi patroni dell'Urbe. Giovedi: SS. Apostoli; venerdi : S. Maria ad Martyres; sabato in albis: S. Giovanni in Laterano, la vera "ottava" del Battesimo; Domenica "in albis": S. Pancrazio, il giovane martire modello dei neofiti: quest'ultima s. quindi è una aggiunta, però abbastanza antica. Le domeniche dopo Pasqua, pur avendo formulari di Messe molto antiche non ebbero però s. 1; solo per la domenica 11 dopo Pasqua si trova un'isolata notizia che indica la s. ai SS. Cosma e Damiano, ma deve trattarsi di una usanza tarda e di breve durata. Ascensione: S. Pietro in Vaticano, s. 1. almeno sin dai secc. viI-viII.
4. Pentecoste e ottava. - Da notare subito che le Tempora estive sono state fissate nella stessa ottava di Pentecoste solo fra i secc. viI-viII. Sabato ossia vigilia di Pentecoste : celebrazione battesimale come alla Veglia pasquale, quindi s. ai Laterano. Domenica: forse senza s., come in origine la domenica di Pasqua, poi S. Pietro in Vaticano; lunedi: S. Pietro in Vincoli, martedi: S. Anastasia; mercoledi: S. Maria Maggiore; giovedi : XII Apostoli, s. primitiva, ma abbandonata presto; il giovedi rimase senza s. 1. fino al sec. x; poi vi fu destinata S. Lorenzo fuori le mura; venerdi: SS. Giovanni e
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Stazione lituridica. - S. quaresimale nella chiesa di S. Marcello ; benedizione finale con le reliquie della S. Croce-Roma.
Paolo, dopo la fissazione delle Tempora sostituita dalla chiesa dei XII Apostoli; sabato: S. Stefano al Celio, sostituita poi, nelle Tempora, da S. Pietro in Vaticano.
3. Tempo natalizio. - Le s. 1. dell'Avvento sono di epoca più recente, cioè del sec. IX, eccettuato quello delle Tempora di dic.; le s. 1. delle grandi feste natalizie sono in parte più antiche, in parte ancora più recenti. a) Le domeniche di Avvento: I dom.: S. Maria Maggiore; II dom.: S. Croce in Gerusalemme; III dom.: S. Pietro in Vaticano: forse la prima s. creata nell'Avvento. Era una celebrazione vigiliare, tenuta fino al sec. xir con massimo splendore. IV Dom.: come termine delle Tempora, con la Veglia in origine senza s.; dal sec. IX appare una chiesa di S. Eugenia, da nessun'altra fonte nota (forse per S. Eufemia, monastero celebre nel medioevo); soltanto all'epoca di Avignone appare la chiesa dei XII Apostoli. b) Le feste natalizie: la chiesa stazionale preferita per questo tempo è S. Maria Maggiore, la chiesa della " Madre di Dio" sin da Sisto III, e presso la quale, forse già da questo tempo, esisteva una rappresentazione del Presepe. c) Vigilia: è di istituzione più recente, dato che la vera Messa vigiliare era l'attuale prima Messa. Dal sec. viII anche la vigilia (come giorno precedente) ha la s. I.: S. Maria Maggiore. Natale: I Messa, la vera Messa notturna: s. S. Maria Maggiore «ad Presepe», cioè nella cappella sotterranea del "Presepe». II Messa: S. Anastasia, dall'epoca bizantina, dato che la festa della Santa cadde lo stesso 25 dic.; III Messa : S. Pietro in Vat. (questa era la primitiva s. l. per il Natale); pare che sotto Innocenzo II (1130-43) vi sia stata sostituita l'attuale s. a S. Maria Maggiore (essendo troppo pesante la trina celebrazione in tre chiese così distanti). 26 dic., festa di s. Stefano : S. Stefano al Celio, la s. 1. si trova notata esplicitamente soltanto dal sec. xir. 28 dic., festa di s. Giovanni ap.: s. forse al Laterano; certo i messali dell'epoca avignonese portano questa indicazione; soltanto con i messali stampati appare la s. attuale: S. Maria Maggiore. 28 dic., festa degli Innocenti: S. Paolo fuori le mura; la s. è
notata sin dal sec. viri; forse sin da questa epoca, e certamente più tardi ivi si veneravano reliquie di questi santi. d) Ottava del Natale (Circoncisione), s. primitiva al Pantheon, ossia a S. Maria ad Martyres, sostituita da S. Maria in Trastevere dall'epoca di Avignone. e) Epifania: S. Pietro in Vaticano; dom. II dopo Epifania: SS. Giovanni e Paolo; dom. III dopo Epifania: S. Eusebio; ma queste s. compaiono soltanto e per breve tempo nel sec. viri.
6. Le Tempora. - Le Tempora, indipendentemente dalla loro posteriore sistemazione, parte nella Quaresima, parte nell'ottava di Pentecoste, parte nell'Avvento, ebbero sin dalla loro istituzione le loro particolari chiese stazionali, sempre di grandiose dimensioni, per poter contenere tutta la folla dei fedeli; queste s. 1. sono fisse e identiche in tutte le Tempora. Mercoledì: S. Maria Maggiore; venerdi: SS. XII Apostoli; sabato, per la celebrazione vigiliare notturna che si protracva sino al mattino dalla domenica seguente: S. Pietro in Vaticano. Si capisce anche subito la ragione per cui fu scelta la Basilica Vaticana: la dignità e la potestà degli Ordini sacri doveva partire dalla tomba del Principe degli Apostoli.
7. Le litanie. - La litania maggiore, di origine romana, legata alla data del 25 apr. (indipendentemente dalla festa di S. Marco, posteriore), con la sua grandiosa processione, aveva, in origine, una colletta e tre s.: colletta: S. Lorenzo in Lucina; I s.: S. Valentino fuori Porta Flaminia (basilica cimiteriale); II s.: S. Croce, oratorio oltrepassato il Ponte Milvio, verso il Vaticano; III s.: S. Pietro in Vaticano. Le litanie minori, introdotte dalle Gallie a Roma durante il sec. IX (Leone III, 795-816), furono celebrate nelle tre grandi basiliche maggiori: lunedi: S. Maria Maggiore; martedi : S. Giovanni in Lat.; mercoledì: S. Pietro in Vaticano.
8. Le grandi feste mariane. - Le quattro grandi feste mariane, Purificazione (2 febbr.), Annunciazione (25 marzo), Assunzione ( 15 ag.), e Natività ( 8 sett.), furono celebrate a Roma con grande solennità, cioè con la colletta a S. Adriano sul Foro romano, e la processione alla s. 1. in S. Maria Maggiore.
9. La prassi attuale. - Con la caduta del potere temporale dei Papi ( 1870 ), la manifestazione religiosa pubblica dovette ridursi all'interno delle chiese. Anche la celebrazione delle s. 1., con le sue processioni, sparì dalla vita esterna di Roma. La ripresa fu lenta. Il merito d'averle rimesse in onore apetta al "Collegium cultorum martyrum", e si può dire che negli ultimi decenni la celebrazione liturgica delle s. romane è in piena ripresa, naturalmente non più come servizio del Sommo Pontefice, ma come celebrazione liturgica pubblica che attrae sempre un grande numero di fedeli, romani e stranieri. Nelle chiese stazionali si espongono le reliquie, si cosparge il pavimento con foglia di lauro e si celebra al mattino la Messa solenne della s., mentre verso sera ha luogo, spesso con grande solennità, la processione col canto delle litanie dei santi e le preci prescritte, e si termina con la benedizione con una reliquia della s. Croce.
Sin dal medioevo alla pia pratica delle s. 1. furono annesse anche indulgenze speciali rivedute da Pio VI (9 luglio 1777) ed ora stabilite nell'Emilàridion indulgentiorum (Roma 1952, n. 780 ). Come già nel primo medioevo si hanno casi di imitazioni delle s. 1. romane: alcuni vescovi hanno organizzato recentemente nelle loro città residenziali una specie di s. 1., con le visite a determinate chiese e servizio religioso simile a quello romano. - Vedi tav. LXXXIX.
BibL.: O. Panvinio, De Urbis Romae stationibus, sive ad diversa templa processionibus, Lovanio 1570; P. Ugonio, Hist. delle s. di Roma, che si celebrano la quadrag., Roma 1588; J. Mabillon, In Ord. Rom. comment. praesius, V. De collectis et station. deque litanis Rom., introd. alla ed. degli Ord. Rom.: PL 78, 866-69; G. Morin, Le plus ancien Comes ou Lectionn. de l'Egl. rom., in Rev. bèndd., 27 (1911), pp. 41-47 (con l'elenco più antico delle s. 1. romane [sec. vir]); id., Liturg. et Basiliq. de Rome ou milieu du VIIe siècle, ibid., pp. 296-331; J. Bonairven, Notre statio liturg. est-elle empruntée au culte juif?, in Rech. de sc. rel., 15 (1925), pp. 258-66; H. Grisar, Das Missale im Lichte d. röm. Stadtgesch. (Stationen, Pirihopen, Bräuche), Friburgo in Br. 1925; J. P. Kirsch, Die Stationskirchen des Missale Rom., ivi 1928; L. Eisenhofer, Handbuch der hath. Lit., I, ivi 1932, p. 481 sgg.; II, ivi 1933, p. 59 sgg., 101 sgg.; P. Borella, Le s. ambrosiane, in Ambrosius,
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(fot. Uxiv)

(fot. Uxiv)
In alto: VEDUTA DI TULSA (Oklahoma). In basso: VEDUTA DI CHICAGO, sul lago Michigan.
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(fol. Euc. Gall.)
CARTA DELLO STATO PONTIFICIO nel sec. xvir, dall' Atlas Novus sive Theatrum orbis terrarum, III, Amsterdam 1649 - Esemplare della Biblioteca Vaticana.
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A sialone: IL CARD. ALBORNOZ RICEVE IN DEDIZIONE LA PENTAPOLI. Sotto, versi in onore dell'Albornoz, card. di S. Schina, e di Blasto Bagnolo Belvino, rettore della Manca nel 1395. Miniatura premessa al Registroe Receprimento e l'avvenenturam Fabbricio Costecum in Provincia Marchis Anconitans sub Jenoconto VI. In basso, armadio XXXV, 20, 6° A destra: INCIPIT DEL REGISTRUM RECOGNITIONUM e l'avvenenturam Fabbricio Costecum in Provincia Marchis Anconitans sub Jenoconto VI. In basso, stemmi di Jenoconto VI (1752-62) e dello Stato Pontificio - Archivio Segreto Vaticano, armadio XXXV, 20, 7°
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In alto a sinistra: MESSA AL CAMPO DELLE FORZE ARMATE PONTIFICIE, Litografia anteriore al s870. In alto a destra: ANTICA PORTA S. LORENZO E SOLDATI PONTIFICI - Roma. In basso a sinistra: ACCAMPAMENTO DI ZUAVI PONTIFICI (ca. 1865). In basso a destra: TIPI DI ZUAVI PONTIFICI (ca. 1865).
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8 (1933), pp. 38-43; R. Hierzegger, Die rôm. Stations prozess. im frühen Mittelait., in Zeitschr. f. hath Theol., 60 (1936), pp. 511-44; C. Collewaert, La dorée et le coractère du Carême ancien dansl' Eal. lat., in Sacris erudiri, Steenbrugge 1940, p. 486 sgg.; M. Righetti, Man. di st. lit., II, Milano 1946, pp. 106-11. Si v. anche V. Monachino, La cura pastor. a Milano, Cartagine e Roma nel sec. IV, Roma 1947; J. A. Jungmann, Mitsarom sollemnia, 2 voll., 7 ed., Vienna 1952, v. indice alle voci: Statio, Stationsgottesdienst. Stationskirchen, Stationstage; H. Leclercq, Stations liturg., in DACL, XV (1951, coll. 1653-57. Giuseppe Lów
STAZIONI MISSIONARIE. - Nei territori di missione oltre alle parrocchie delle diocesi e le quasiparrocchie delle quasi-diocesi si hanno anche le s. m., che formano i primi nuclei della futura organizzazione ecclesiastica. Generalmente i confini non sono ben determinati; i fedeli al principio sono pochissimi e molto spesso invece di una chiesa od oratorio dispongono solo di un luogo separato per le funzioni sacre.
In qualche missione sono chiamate con nomi diversi; ma in genere si distinguono le s. permanenti o principali, dove il missionario risiede stabilmente; e le secondarie, visitate in modo saltuario. Il CIC non ne parla (cf. can. 216), tanto più che le amplissime facoltà concesse ai missionari provvedevano alle varie esigenze della cura di anime nelle missioni. Secondo la prassi di Propaganda, espressa nell'istruzione del 25 luglio 1920 (Sylloge Prop. Fide, n. 141) le s. m. formano un'unica parrocchia il cui parroco è l'Ordinario, il quale è assistito dai missionari quali suoi vicari cooperatori missionari. L'istruzione dell'8 dic. 1929 dice che esse possono essere costituite solo dall'Ordinario (Sylloge Prop. Fide, p. 353), possibilmente per iscritto almeno per le s. principali.
Queste sono considerate da Propaganda «ad instar quasi-parrocchie e con le dovute eccezioni ad esse, sebbene prive della personalità giuridica, possono essere applicati molti canoni circa le parrocchie, ad es., quelli per l'imministrazione dei beni, in modo che si prepari la loro trasformazione in vere parrocchie o quasi-parrocchie.
BibL.: X. Paventi, Breviarium iuris missionalis, Roma 1952, pp. 132-47. Saverio Paventi
STEFANARDO da Vimercate. - Teologo e storico domenicano, n. a Vimercate (Milano), m. a Milano nel 1297.
Più volte priore a Verona (dal 1270 al 1286) e a Milano dal 1290 al 1292, insegnò per primo teologia presso la cattedrale di Milano (1296-97), godendo di una prebenda istituita da Ottone Visconti.
L'opera che più lo rese celebre è il Liber de gestis in stoitate Medioloni (in Rer. Ital. Script., $2^{\circ}$ ed., IX, parte $1^{\circ}$, con prefazione di G. Calligaris), cronaca in versi degli avvenimenti di Milano negli aa. 1251-77, con particolare riguardo all'arcivescovo Ottone amico suo; è la fonte più importante per quel periodo di storia milanese, perché contemporanea e imparziale. Rimangono manoscritti De irregularitate (Milano, Biblioteca Ambrosiana, cod. D 35 sup., ff. 9-43); Quaestiones super certis locis apparatus decretalium (ibid., ff. 44-205); De controversia nominis et fortunae, operetta in versi elegiaci sulle vicende dolorose di Milano nella lotta tra i Torriani e i Visconti. Altre sue opere sono andate perdute.
BibL.: C. Cipolla, Ricerche storiche intorno alla chiesa di S. Anastasia in Verona, in L'arte, 17 (1914), p. 96; G. Odetto, La cronaca maggiore dell'Ordine domen. di Galvano Fiannini, in Arch. fr. Praed., 10 (1940), pp. 335-37, 364; G. Cremaschi, S. da V. contributo per la stor. della] cultura in Lombardia nel sec. XIII, Milano 1950. Alfonso D'Annato
STEFANESCHI, Giacomo. - Cardinale, n. a Roma ca. il 1270 da Pietro S. e da Perna Orsini, m. il 23 giugno 1343. Bonifacio VIII lo fece cardinale diacono di S. Giorgio al Velabro il 17 dic. 1295. Fu presente all'attentato di Anagni, commesso contro il Papa, da Guglielmo di Nogaret ( 7 sett. 1303) e ne difese la memoria nel corso del processo svoltosi durante il pontificato di Clemente V, dietro pressione di Filippo il Bello.
Le sue tendenze nettamente ghibelline gli tolsero ogni influenza politica sotto Clemente V, Giovanni XXII e Benedetto XII. Ha lasciato importanti opere che forniscono preziose informazioni storiche e liturgiche sugli avvenimenti contemporanei. L'Opus metricum è un poema storico a struttura assai complessa che egli non ebbe il tempo di rivedere. La sola edizione critica è quella di Fr. X. Seppelt nei Monumenta Coelestiniana (Paderborn 1921; v. le osservazioni raccolte da R. Morgber, Il card. Jacopo Gaetano S. e l'edizione del suo Opus metricum, in Bull. Istit. stor. ital., 46 (1931), pp. 1-39). L'Opus metricum comprende una vita di s. Pietro Celestino redatta prima del 17 dic. 1295, una memoria sull'elezione e l'incoronazione di Bonifacio VIII, terminata dopo il 1300 , e un'altra sulla canonizzazione di s. Pietro Celestino. L'opera subì ritocchi durante la vacanza della S. Sede seguita alla morte di Celestino V. L'autore vi aggiunse una lettera dedicatoria, del 28 genn. 1319, ai Celestini di Sulmona. Il Giubileo del 1300 fornì al cardinale l'occasione di esporre in un opuscolo le origini e gli scopi del Giubileo. La sua dissertazione Liber de centesimo sive Jubileo anno fu più volte stampata : in Bibliotheca maxima veterum Patrum (XXV, Lione 1677), in Bessarione, 7 (1900), p. 299 sgg.; trad. it., Brescia 1950 (cf. anche in Bull. Istit. stor. ital., 61 [1949], pp. 163-72).
Il suo cerimoniale romano costituisce una miniera di importanti informazioni sugli usi della corte pontificia nel sec. xiv e sulle differenze tra questi e quelli delle epoche precedenti. Fu pubblicato dal Mabillon, Museum Italicum (II, Parigi 1689, pp. 241-443). La sua stesura risale agli anni compresi tra il 1304 e il 1328. La primitiva stesura esiste nel manoscritto 1706 della Biblioteca di Avignone, di cui sono stati pubblicati alcuni estratti da Fr. Ehrle, Zur Geschichte des päpstlichen Hofceremoniales im XIV. Jahrhundert, in Archio für Literaturund Kirchengeschichte, 5 (1889), pp. 565-87; L. H. Labande, Le cérémonial romain de Jacques Cajétan, in Bibliothèque de l'Ecole des Chartes, 54 (1893), pp. 45-74; G. Mollat, Misc. Avenionensis, in Mél. d'archéol. et d'hist., 44 (1927), pp. 1-5 e da E. Müller, Das Konzil von Vienne, Münster 1934, pp. 671-78. M. Andrieu ha vittoriosamente contrastato la tesi sostenuta dal p. C. Colomban Fisher contro l'autenticità dell'Ordo XIV pubblicato dal Mabillon (L'Ordinaire de la chapelle papale et le card. Jacques Gaétani S., in Eph. lit., 39 [1925], pp. 230260). Una vita di s. Giorgio martire esiste nel cod. 129 C dell'Archivio capitolare della basilica di S. Pietro di Roma e secondo Garampi (Illustrazione di un agillo della Garfagnana, Roma 1759, p. 74), risalirebbe al 1316. Il mz. lat. 5931, f. $95^{\mathrm{r}-102^{\mathrm{r}}}$ della Bibl. naz. di Parigi contiene una relazione di un miracolo avvenuto ad Avignone nel 1320 grazie alla S. Vergine. - Vedi tav. XC.
BibL.: I. Haesl, Kard. 7. Gajetani S. Ein Beitrag zur Li-teratur-und Kirchengesch. des beginn. XIV. Jahrb., Berlino 1908; C. Fisher, Un Ordo de la Corte romaine au XIVe siècle, in Bull. de littér. ecclés., 35 (1934), pp. 104-24; St. Baluze, Vitae paparum Avenionensium, ed. G. Mollat, II, Parigi 1927, v. indice; M. Andrieu, Le Pontif. romain au moyen âge, II (Studi e testi, 87), Città del Vaticano 1940, pp. 284-94; A. Frugoni, La figura e l'opera del card. Jacopo S. (1270 c.-1343), in Atti Accad. dei Lincei. Rend. Sc. mor., 5 (1950), pp. 397-424. Guglielmo Mollat
STEFANO, santo. - I. Vita. - Protomartire (gr. Στέφανος "corona"), uno dei primi sette diaconi eletti dalla comunità apostolica di Gerusalemme per decisione dei Dodici perché attendessero alla distribuzione di alimenti e sussidi ai fedeli bisognosi (Act. 6, 1-4). Nell'elenco S. è al primo posto, e l'unico al cui nome sia aggiunto un elogio: "uomo pieno di fede e Spirito Santo". Il nome greco di S. e degli altri sei starebbe per la loro origine ellenistica: ma i nomi greci tra gli Ebrei dell'età cristiana erano molto comuni. In Act. 6-7 sono presentati con ricchezza di particolari la predicazione, l'opera e il martirio di S.
La figura di S. acquista rilievo dal momento storico in cui appare e di cui diventa rappresentativa: «Il numero dei discepoli andava sempre aumentando in Gerusalemme" (ibid. 6, 7). Lo zelo di S., accompagnato da
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(per cortesia del prof. B. M. Apolizn) (Gnetti)
Stefano, santo - Pianta di S. S. sulla Via Latina (sec. v) eseguita dalla Scuola del restauro della Scuola di Architettura di Roma (1952).
qualità carismatiche taumaturgiche, si distingue nell'azione di propaganda, che determina un movimento sempre più vasto di adesione al nuovo verbo religioso; e contro di lui si appunta la prima rappresaglia. In una sollevazione popolare viene tradotto al Sinedrio e messo sotto accusa: ha bestemmiato contro Dio, la religione e il Tempio. Nel discorso di autodifesa il diacono (ibid. 7) risponde alle tre accuse, ma le idee che predominano nel suo spirito dànno al discorso la sostanza per un significato più alto: affermazione dell'universalismo cristiano a confronto con il particolarismo giudaico, che in realtà, da tutta la sua storia, risulta il reo.
La piena armonia tra la figura dell'uomo e le parole, in cui prendono espressione le idee che fermentavano in quel momento nella comunità cristiana, non lascia dubbi sull'autenticità del discorso, che formalmente può essere stato elaborato da s. Luca secondo lo schema degli scritti cristiano-ellenistici, in prevalenza apologetici, che fu seguito fin dai primi tempi nella predicazione cristiana.
Subito dopo il discorso, a furia di popolo S. viene trascinato fuori dalla città, spogliato (e il custode delle vesti è Saulo) e lapidato, mentre implora perdono per gli uccisori. Era il primo martire cristiano. L'anno della morte è probabilmente il 35,036 (Lagrange), in prossimità della festa di Pentecoste o dei Tabernacoli, perché gli avversari erano specialmente fanatici forestieri.
Bibl.: M.-J. Lagrange, St Etienne et son sanctuaire à Jérusalem, Parigi 1894; R. Schumacher, Der Diakon Stephanns (Neuest, Abb., 3, iv), Münster 1910; C. Menchini, Il discorso di S. protomartire nella letteratura e predicazione cristiana, Roma 1951.
Giovanni Rinaldi
II. Culto. - 1. Ritrovamento del corpo di s. S. nel 413. - Dopo la sua gloriosa morte, il primo $\mu \dot{\alpha} \rho \tau \iota \varsigma$ del Signore (s. Paolo in Act. 22, 20), ebbe da "uomini più" degna sepoltura (Act. 8, 2), ma non si ha il minimo cenno a manifestazioni cultuali in suo onore. Soltanto con il sec. iv, epoca in cui prende straordinario sviluppo il culto dei martiri, si hanno le prime notizie sul culto tributato a S. Questo culto si affermò e si propagò rapidamente in tutta la Chiesa, dopo il ritrovamento delle sue reliquie con quelle di Gamaliele, Nicodemo e Abibone, avvenuto il 18 o 19 dic. 415 a Kap'ar Gamlā per opera del monaco Migezio e del sacerdote del luogo, Luciano, avvisato in sogno il 3, 10 e 17 dic. da Gamaliele (v.). Si conoscono i particolari della scoperta, che commosse tutta la Chiesa e contro cui nessuno mosse il minimo dubbio, per interessamento del sac. Avito di Braga, che tradusse in latino il racconto fattogli in greco dal sac. Luciano (Epist. Lucioni ad omnem Ecclesiam de revelatione corporis Stephani martyris primi et aliorum: PL 41, 807-18 [nella $2^{\text {a }}$ colonna, è riprodotta una recensione interpolata]). Questa relazione, o più precisamente Revelatio, nelle redazioni greca, latina e sirisca e nelle versioni armena, giorgiana ecc. ebbe subito una notevole diffusione. In Occidente, fu portata da Paolo Orosio ([v.], cf. lettera di Avito a Falconio vescovo di Braga: PL 41, 805-808). Il Decretum Gelasii pone fra gli apocrifi una Revelatio quae appellatur Stephant, apocrypha (ed. E. v. Dobschüte, in DACL. Gelasien Décret, VI, 1, 744), ma non si sa se vi si debba ravvisare la lettera di Luciano.
2. Santuari e chiese in onore di s. S. - La parte principale delle reliquie, portata a Gerusalemme e deposta dal vescovo Giovanni nella chiesa di Sion, fu trasportata nel 439 dal patriarca Giovenale della chiesa della lapidazione di S., sostituita poi dalla grande Basilica dell'imperatrice Eudossia, dedicata il 15 giugno 460 . La parte che rimase a Kap'ar Gamlā (i ruderi del santuario eretto nel sec. v sono tuttora visibili) fu generosamente distribuita dal sac. Luciano a quanti gliene fecero richiesta. In Occidente alcune chiese, che si poterno procurare reliquie, divennero veri santuari nei quali la virtù taumaturgica del Santo faceva accorrere numerosi devoti : questi centri privilegiati furono l'isola di Minorca (cf. lettera del vescovo Severo [v.] : PL 41, 821-32), e in Africa Uzalum (cf. De miraculis s. Stephani l. duo: PL 41, 833-54), Calama e Ippona (memorie dedicata nel 425). S. Agostino divenne l'araldo della devozione al protomartire e si deve a lui l'iniziativa di far redigere dagli interessati, per il vescovo, il libellus, ossia il resoconto del miracolo, destinato ad essere letto al popolo (cf. De Civitate Dei, XXII, viII, 20-21: PL 41, 768-69). Notissimo il libellus di Paolo di Cesarea, miracolato nella memoria di S. in Ippona. (cf. Serm. 322 : PL 38, 1443-45; De Civitate Dei, XXII, viII, 22: PL 41, 469-71). In Italia, ad Ancona, prima ancora del ritrovamento del corpo di S., era già nota la chiesa dedicata al protomartire, in cui si credeva conservare una pietra adoperata nella sua lapidazione (cf. Agostino, Serm. 323,2: PL 38, 14451446). A Costantinopoli, ca. il 380 Aureliano, console del 400 (cf. Teodoro il Lettore, Hist. eccl. fragmenta: PG 86,221) e il vescovo novazianeo, Sisinnio (m. nel 407: cf. Sozomeno, Hist. eccl., VIII, 24), fecero erigere due chiese in onore di S., e l'imperatrice Pulcheria (m. nel 453) il celebre S. S. del Palazzo. A Roma, la vergine Demetriade (v.) costrui, sotto il pontificato di s. Leone Magno, la basilica di S. S. sulla Via Latina (cf. Lib. Pont., I, pp. 238, 531); papa Simplicio gli dedicò la chiesa a pianta centrale, detta S. S. Rotondo, sul Celio, e un'altra presso S. Lorenzo al Verano (cf. Lib. Pont., I, p. 249). Di poco posteriore dev'essere l'oratorio di S. S. del monastero di S. S. Maggiore, presso S. Pietro, l'odierno S. S. degli Abissini. A Ravenna, l'arcivescovo Massimiano dedicò a s. S., l'11 dic. 550 , una grande basilica, ora scomparsa, che sorgeva sull'area di una memoria del sec. v, sacra al protomartire (cf. Agnello, ed. A. Testi Rasponi, Bologna 1924, pp. 190-92). A Napoli, sul finire del sec. v, il vescovo Vittore eresse a s. S. una chiesa innanzi alla basilica cimiteriale di S. Gennaro (cf. D. Mallardo, Il Calendario Marmoreo di Napoli, Roma 1924, pp. 121-22). Dal sec. vi in poi le chiese in onore di S.
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divennero ovunque numerosissime; basti dire che a Roma, oltre le menzionate, se ne contano altre 26 (cf. Ch. Hülsen, Le chiese di Roma nel medioevo, Firenze 1927, pp. 471-86) e ben 69 nella diocesi di Milano (cf. F. Savio, Gli antichi vescovi d'Italia. La Lombardia, I, ivi 1913, p. 775).
3. Feste liturgiche. - Il nome di S. figura sin dal sec. v nel canone della Messa romana e ambrosiana (lista del Nobel quoque). Nella chiesa latina le feste in onore di S. ricorrono il 2 ag. e il 26 dic.; nella greca il 2 ag. e il 27 dic.; nella nestoriana il $4^{\circ}$ venerdí dopo l'Epitania; nella caldea, copta e sira l'8 genn. (altre date in N. Nilles, Kalendarium manuale niriusque Eccl. Orient. et Occid., 2 voll., $2^{2}$ ed., Innsbruck 1896-97, v. indice). Il giorno della morte di s. S. essendo rimasto sconosciuto, il suo dies natalis è stato assegnato al 26 dic. perché sin dal sec. iv la sua qualità di protomartire della Chiesa nascente lo fece porre a capo del gruppo di personaggi biblici che, in Oriente, vennero venerati subito dopo il Natale di Cristo per i peculiari rapporti che ebbero con la sua persona; si veda al riguardo l'interessante paragrafo 23 della demonstratio XXI di Afraste, scritta nel 344-45 (ed. J. Parisot, in R. Graffin, Patrol. Syriaca, I, Parigi 1894, p. 937). La festa del 26 dic. è attestata da s. Gregorio Nisseno nel 379 (In laudem fratris Basilii: PG 46, 789); da Asterio di Amasca, all'inizio del sec. v (Hom. XII in laudem S. Stephani: PG 40, 340), dal Martirologio siríaco del 411-12 (ed. H. Lietzmann, Bonn 1911, p. 7); dai Colendari di Silvio Polemio del 448 (ed. Th. Mommsen, in CIL, I, $2^{\circ}$ ed., Berlino 1893, p. 279), di Cartagine, dell'inizio del sec. vi (ed. Lietzmann, cit., p. 6), di Carmona in Spagna del sec. vi (ed. J. Vives, Inscripciones cristianas de la España romana y visigoda, Barcellona 1942, p. 113); dal Martirologio geronimiano; dal cosiddetto Sacramentario leoniano (ed. Ch. L. Feltoe, Cambridge 1896, pp. 85-98, il libellus missarum di S., posto al 2 ag. sotto l'indicazione di Stefano papa, comprende 9 messe di cui 8 per il dies natalis del 26 dic., come si rivela dal prefazio della messa VII [p. 89] che accenna al Natale di Cristo); dal Sacramentario gelosiano antico (ed. H. A. Wilson, Oxford 1894, pp. 6-7) e in seguito da tutti i libri liturgici occidentali. Nelle Chiese orientali, ove vigeva e vige tuttora l'uso di ricordare al 26 dic. i Parenti di Cristo, la festa di S. fu spostata al 27 dic. Questa data è attestata all'inizio del sec. vir da Sofronio di Gerusalemme (Orat. VIII in ss. apost. Petrum et Paulum: PG 87, 3361), dal Menologio siro giacobita del sec. vir (ed. F. Nau, in Patr. Orientalis, X [1915], p. 31), dai Sinassari greci, ecc. Il 2 ag. la Chiesa greca commentora la traslazione di reliquie di S. a Costantinopoli, sotto Teodosio II, nota per mezzo di un racconto anacronistico (BHL, 7857-58; BHG, 1649-51). Il 3 dello stesso mese la Chiesa latina celebra invece la festa dall'invenzione delle reliquie del Santo, avvenuta, con'è noto, il 18 o 19 dic. 415. Questa festa pur ricordata dal Martirologio geronimiano il 2 e il 3 ag., non entrò nei Sacramentari e Messali prima del sec. 16.2 (cf. A. Ebner, Missale Romanum im Mittelalter. Iter Italicum, Friburgo in Br. 1896, pp. 81, 215; V. Leroquais, Les sacramentaires et missels mss. des bibl. pub. de France, I, Parigi 1924, pp. 42, 46, 72 [v. indice, III, pp. 415-16]; A. Baumstark, Missale Romanum, Eindhoven 1929, p. 224); Stefano vescovo di Liegi (903-20) ne compose l'Ufficio, testo e melodia, che ebbe una larga diffusione (cf. A. Auda, L'école musicale de Liège au $X^{e}$ siècle. Étienne de Liège, Bruxelles 1923, pp. 42-66). In origine, la festa del 2 o 3 ag. doveva ricordare la dedicazione di una chiesa; il p. Delehaye propone di vedervi la dedica del santuario di Ancona; ma non è improbabile che a Roma si volesse ricordare in tal giorno la dedicazione di una delle Basiliche sopra ricordate, poiché nel cosiddetto Sacramentario leoniano la IX messa del libellus missarum di S. inserito al 2 ag. è stata composta per la dedicazione di una basilica al Santo, come si rileva espressamente dal Prefazio (ed. cit., p. 90).
Bibl.: Maryr. Hieronym., pp. 10, 412, 141-16; Synaxarium Comitunt., coll. 349-50, 861-64; Martyr. Rom., pp. 320-622; J.-M. Lagrange, St Etienne et son sanctuaire d'ferusalem, Parigi 1894; H. Leclercq, Etienne (martyre et sépult. de saint),

(da O. Marocchi, in Nuova Bislleth. di arch. crist., II [186], taz. 2; Stefano, santo - Affresco nel cimitero di Commodilla (sec. viI). Roma.
in DACL, V, II (1922), coll. 624-71; H. Vincent - F. - M. Abel, Jerusalem, rech. de topogr., d'archéol. et d'hist., II, iv, Parigi 1926, pp. 743-804; F.-M. Abel, La légende apocryphe de st Etienne. A propos de quelques textes géorgiens (pro manuscripto), Gerusalemme 1931; H. Delehaye, Quelques dates du martyrol. Hieronym., in Anal. Boll., 49 (1932), pp. 23-30; id., Les orig. du culte des Martyrs, $2^{\circ}$ ed., Bruxelles 1933, pp. 80-82, 122-31, passim (completare con F. Halkin, Inscript. grecques relatives à l'hagiogr., in Anal. Boll., 67 [1949], p. 503, indice: s. v.; ibid., 69 [1951], p. 462, indice, s. v.); R. Krautheimer, S. S. Rotondo a Roma e la chiesa del S. Sepolcro in Gerusalemme, in Riv. arch. crist., 12 (1935), pp. 31-102; T. Antonelli, in Verbali Soc. dei cultori di Arch. Crist. Adun. 15 apr. 1934, ibid., pp. 173-75; G. Segui Vidal, La carta-enciclica del obispo Severo estudio critico de su autenticidad e integridad con un boaquejo historico del cristianismo Balcar anterior al siglo VIII, Palma di Maiorca 1937, pp. 39-49 (Orosio e le reliquie di s. S.), 149-85 (ed. critica); V. L. Kennedy, The saints of the Canon of the Mass, Città del Vaticano 1938, pp. 145148; P. Peeters, Le tréfonds orient. de l'hagiogr. byz., Bruxelles 1950, pp. 53-58; J. M. Gooel, Siuperta di una bas. paleocristiana con battistero a Minorca, in Riv. Arch. crist., 28 (1952), pp. 184 186 (può darsi che si tratti delle rovine della chiesa dedicata a s. S.). A. Pietro Frutaz
III. Iconografia. - S. S. viene figurato come un giovane vestito dei sacri paramenti diaconali e le sue rappresentazioni vengono spesso caratterizzate dai sassi che alludono al suo martirio di lapidazione. Non di rado viene raffigurato assieme al secondo patrono dell'Ordine diaconale. cioè s. Lorenzo. Diverse raffigurazioni di s. S. sono pervenute dall'alto medioevo: tra essa le più notevoli sono quella musiva nell'arco trionfale della basilica di S. Lorenzo fuori le mura a Roma, opera databile tra il 578 e il 590 (cf. tav. cvi del vol. VII) e quelle affrescate nel cimitero di Commodilla (sec. viI) e in S. Maria Antiqua al Foro romano (sec. viII). La scena raffigurante la lapidazione del Santo, già riprodotta nel Menologio di Basilio (fine sec. x-inizio 21), si fa più frequente nel sec. XII, specie nell'arte spagnola.
La figura di s. S. si vede tra gli Apostoli e altri santi seduti ai lati di Cristo nel Giudizio universale di Pietro Cavallini, affrescato intorno al 1290 a S. Cecilia in Trastevere a Roma. Anche Giotto lo raffigura in un pannello del Museo Horne a Firenze, fornendo un eccellente modello iconografico del Santo. Una bellissima statua di bronzo di s. S. adorna il tabernacolo dei Lansiuoli nell'Orsanmichele di Firenze : essa è opera di Lorenzo
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Stefano, santo - S. S. con le pietre della lapidazione sulla testa e su una spalla. Particolare di un trititico di Pier Francesco Bissolo (1492-1530) - Milano, Pinacoteca di Brera.
Ghiberti del 1426. Anche notevole è la figura in marmo, che adorna l'altare della basilica di S. Agnese a Via Nomentana a Roma, opera di Andrea Bregno datata al 1490.
L'intero ciclo delle Storie di s. S., assieme con quelle di s. Lorenzo, è stato affrescato verso il 1450 dal Beato Angelico sulle pareti della Cappella Niccolina nel Palazzo Vaticano. Esso si compone di sei scene e cioè : 1) della consacrazione diaconale di S.; 2) della distribuzione dell'elemosina; 3) della predica al popolo; 4) del Santo davanti al sacerdote ebreo; 5) del Santo che viene condotto al martirio; 6) della sua lapidazione.
Un altro notevole ciclo con le Storie di s. S. è stato dipinto da Vittore Carpaccio tra il 1511 e il 1515 per la scuola di S.S. a Venezia. Quattro scene di questo ciclo, ora scomposto, si conservano: una, con la consacrazione del Santo, nel Kaiser Friedrich Museum a Berlino; un'altra, con la disputa, alla Galleria Brera di Milano; una terza, con la predica del Santo, al Louvre; ed una quarta, con la lapidazione, nella Galleria di Stoccarda.
La pittura del primo Cinquecento portò alcune bellissime e molto caratteristiche rappresentazioni individuali del Santo. Si citano tra esse prima di tutto la tavola del Francia, della Galleria Borghese a Roma, dove si vede S. inginocchiato, con la testa sanguinante, in atto di preghiera durante il suo martirio (cf. tav. xciv del vol. IV), e il trittico di Pier Francesco Bissolo, della Brera di Milano, nel quale lo spartimento centrale raffigura il Santo, vestito di una dalmatica, con sassi, si direbbe miracolosamente sospesi, sulla sua testa e sul suo braccio destro.
Raffaello dipinse s. S. tra i personaggi del coro celeste nella Distuta del S.mo Sacramento, nella Stanza della Segnatura in Vaticano. La Pinacoteca Vaticana possiede un quadro con la Lapidazione di s. S. dipinto da Giorgio Vasari verso il 1560.
Fra le più notevoli pitture dell'Ottocento c'erano le Storie di s. S. e quelle di s. Lorenzo affrescate nella navata maggiore della basilica di S. Lorenzo fuori le mura da Cesare Fracassini e da altri pittori, al tempo del restauro della detta Basilica, fatto sotto il pontificato di Pio IX; ma queste pitture andarono quasi interamente distrutte per il bombardamento subito dalla Basilica il 19 luglio del 1943. - Vedi tav. XCI.
Bib.: K. Künstle, Ihonogr. der Heiligen, Friburgo in Br. 1926, pp. 144-47. Vinold Wehr
IV. Apocalisse di S. - Apocrifo, rigettato come tale (Revelatio quae appellatur [sancti] Stephani, apocr.) nel Decretum (Gelascenum) de libris recipiendis et non recipiendis ( $26^{\circ}$, dopo le Apoc. di Paolo e di Tommaso: PL 59, 177-78).
Dopo P. von Winterfeids (1902), O. Bardenhewer ne propose l'identificazione con l'originale greco (scritto nel 415, tradotto in latino da Avito di Braga) della Epist. Luciani ad omnem Ecclesiam de revelatione corporis Stephani martyris primi et aliorum, conservata in doppia recensione latina (PL 41, 805-18), che nel cod. Floriacense ad altri si inizia: Revelatio s. Stephani; ma l'ipotesi, attraente, rimane dubbia. Parimenti non dimostrata è l'identificazione con la leggendaria Revelatio o Martyrimm Stephani del ciclo pseudo-elementino il cui originale greco è perduto, ma si tramandò in una versione georgiana (Cod. del Monte Athos, sec. 2, ed. du Marr: PO 19, 689-99) e in una slava pubblicata da Jvan Franko in ucraino, poi in versione tedesca dai due manoscritti di Lwow e di Zamosii. Alcuni supposero che l'apocrifo perduto riferisse i misteri rivelati al Protomartire quando "vide i cieli aperti e Gesù ritto alla destra di Dio" (Act. 7, 55), e Sisto di Siena (Biblioth. Sancta, ed. Napoli 1742, p. 193) asserisce che tale Apocalisse di S. fu in onore tra i manichei.
Bibs.: I. Franko, in Manum. linguae, vernon litter, ukrainoruss., 3 (1902), pp. 28-33, 256-58; id., in Zeit. f. d. neutest. Wiss., 7 (1906), pp. 138-66; Bardenhewer, p. 621; F.-M. Abel, Etienne, st, in DBs, II (1934), coll. 1132-39 (Revelatio del presb. Luciano).
Antonino Romeo
STEFANO ad-DuWaifif. - Patriarca maronita, n. ad Ihden (Libano) nel 1630.
Entrò nel Collegio maronita di Roma nel 1641. Tornò nel Libano nel 1654; nel 1662 fu inviato dal patriarca G. Sib'alf ad Aleppo, dove converti molti melkiti, nestoriani e giacobiti; nel 1668 fu eletto vescovo di Cipro e nel 1670 patriarca di Antiochia per i maroniti.
E degna di rilievo la disputa teologica sostenuta nel 1683 contro Cirillo V, patriarca dei melkiti dissidenti, davanti all'emiro Ahmad b. Ma'n, in seguito alla quale Cirillo V e quattro suoi vescovi si convertirono (A. Martin, Lettres édifiantes et curieuses, I, Parigi 1838, p. 87 sg.).
Tra le opere di S. si ricordano: Mandrat al-Agdas (s Faro del santuario», a voll., ed. R. Sartūni, Beirut 1895-96), ampia spiegazione della Messa maronita; Si