avvenimenti bellici hanno posto fine di fatto alla suddetta legge. La Svizzera pratica già da molti anni la s. coercitiva per legge in alcuni Cantoni : cosi in quello di Zurigo e di Vaud (legge del 3 sett. 1928). In Finlandia, dove già dal giugno 1929 esisteva una legge autorizzante la s. degli anormali psichici a carico dello Stato, recentemente è stata promulgato un insieme di tre leggi legalizzanti rispettivamente l'aborto, la s. e la castrazione, addirittura imponendo questi due ultimi interventi in determinate circostanze (trasmettitori di tare fisiche e psichiche, anormali sessuali). In Danimarca sin dal 1929 esiste una legge che permette la s. volontaria per chi potrebbe dar origine a prole tarata; per gli infermi di mente la decisione è presa dal tutore legale. La s. è legalizzata anche in Giappone (nel 1950 ne furono praticate ca. 11.500 ) e in via di legalizzazione in altri paesi.
Il problema morale. - Dal lato morale, la s. è gravemente illecita perché mutilazione (v.) grave che priva
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l'individuo del diritto naturale alla procreazione e lo rende dubbiamente capace a contrarre valido matrimonio. Né può essere imposta per legge dallo Stato non potendo questi avere sulla persona del cittadino poteri superiori a quelli che il cittadino possiede su se stesso (cf. encici. Casti con- $n i b i i:$ AAS, 22 [1930], p. 565). L'uomo, infatti, "può disporre di parti individuali per distruggerle o mutilarle, quando è nella misura richiesta per il bene dell'essere nel suo insieme, per assicurarne l'esistenza, o per evitare, e naturalmente per riparare gravi e durevoli danni, che altrimenti non potrebbero essere allontanati né riparati n; d'altronde " l'uomo nel suo essere personale non è ordinato in definitiva all'utilità della società, bensì, al contrario, la comunità è fatta per l'uomo n: discorso di Pio XII ai partecipanti al I Congresso internazionale d'Intopato" logia del sistema nervoso del 14 sett. 1952 (AAS, 44 [1952], p. 786); cf. anche il discorso, L'apostolato delle ostetriche, del 29 sett. 1951 (ibid., 43 [1951], pp. 843-44).
Non ha rilevanza il fatto che la s. tocchi solo una minima parte materiale dell'organo; il criterio per giudicare della gravità della mutilazione è infatti l'importanza della funzione vitale lesa, che nel caso è gravissima. Cosi pure il fatto che uno si sia legato a perpetua castità non toglie la malizia della s., che è data dall'usurpazione da parte dell'uomo di un diritto di proprietà sulle membra del proprio o altrui corpo; diritto che appartiene solo a Dio. Per lo stesso motivo non è lecita la s. eseguita allo scopo di prevenire effetti dannosi per la prole (scopi eugenici). Anche se i motivi eugenici che la consigliano fossero fondatissimi e scientificamente sicuri, resterebbe sempre l'intrinseca illiceità dell'atto per la violazione di un diritto naturale dell'uomo, il diritto della disponibilità della propria capacità genetica. Gli effetti dannosi delle malattie ereditarie vanno diminuiti solo con mezzi leciti. La s. è lecita solo entro i limiti della liceità della mutilazione, cioè se è necessaria per la salute del corpo (la parte infatti può essere sacrificata al tutto) e si ha il consenso del malato. Non si può, però, portare sullo stesso piano della malattia la pura criminalità, ritenendola una forma di morbo. La malattia è un fenomeno fisico, per cui l'organismo non è come dovrebbe essere; la criminalità pura è l'azione o la serie di azioni di chi non agisce come dovrebbe agire; è un male quindi che dipende da vizioso orientamento della volontà e non può essere corretto con la violenza (s. coatta).
La questione si presenta sotto altro aspetto se si chiede se sia lecito applicare la s. come pena. Qui la risposta può essere affermativa, se si verifichino due condizioni : a) che la pena venga applicata ad un uomo realmente reo di grave delitto. Ma la malattia fisica o psichica (demenza, idiotismo, ecc.) non è un delitto e quindi non è passibile di pena, che nel caso sarebbe la s.; b) che la pena sia buona sotto l'aspetto del diritto penale, cioè serva a raggiungere i fini proposti dal diritto penale (restaurazione dell'ordine pubblico, emendazione del delinquente). Ora sotto questo aspetto la s. non si presenta come un mezzo efficace agli scopi indicati, in quanto non importa la privazione di un bene stimato; anzi per molti, avviati al vizio, può costituire una liberazione da eventuali oneri di prole.
Due decreti del S. Uffizio (21 marzo 1931 e 21 febbr. 1940: AAS, 23 [1931], pp. 118-19; 32 [1940], p. 73) alla domanda se la s., perpetua o temporanea, nell'uomo o nella donna, sia lecita, rispondono negativamente dichiarandola, anche nella motivazione eugenica, proibita dalla legge naturale.
Nei riguardi della questione se gli sterilizzati siano da considerare affetti da impotenza e quindi esclusi dal matrimonio (v.), la maggior parte dei teologi (tra questi anche il card. P. Gasparri in Tract. can. de Matrimonio, I, Appendix, Città del Vaticano 1932, pp. 467-71) li considera tali; essendo però da altri controversa la questione (v. A. Vermeersch, Theologia morale, t. IV, Roma 1933, p. 45), nella possibilità che il danno subito possa esser riparato con un'operazione successiva (se però questa non espona a pericolo di vita o a grave danno della salute), il matrimonio può essere concesso agli sterilizati. La S. Rota, però, in una sua sentenza ( 25 ott. 1945)
dichiarò invalido il matrimonio di uno sterilizzato. La s. subita dopo il matrimonio non ne vieta l'uso.
Bib.: A. Jonsson, Les lois sur la sterilisation, in Saint Luc médical, 12 [1934], pp. 239-67; Th. Mommsen, Sterilisation und Kastration als Rechtsprobleme, Erlangen 1934; A. Vallejo Nàpara, La ascensilización de los psicópatos, Madrid 1934; P. Brouc, Die Gesch. der Entwannung, Breslaya 1936; B. H. Merkolbach, Quaest. de embryologia et de sterilizatione, Liegi 1937; C. Corozzi - F. Travagli, Tract. di medie. sociale, I, Milano 1938, p. 247; L. Scremin, Diz. di morale profesi, per i medici, 4r ed., Roma 1949, pp. 144-74; F. Domenici, La medie. legale, Milano 1950, pp. 307-309. 871-73; A. Niedermayer, Handbuch der speziellen Pastoralmedizin, IV, Vienna 1951, pp. 145-331; G. de Ninno, Quest. medico-morali, $4^{\circ}$ ed., Roma 1951, pp. 345-48. 355 sgg.; id., Medic. e personalitd umano, in Eresie del secolo, Assisi 1952, pp. 205-207; H. Pequignot, Un code d'eugénique en Fralandie, in Semaine medie., XXVIII, Parisi 1952, I, 1-2.
Giuseppe de Ninno-Pietro Palazzini
STERNE, Laurence. - Romanziere, n. a Clonmel (Irlanda) di padre inglese e di madre irlandese il 24 nov. 1713 , in. a Londra il 18 marzo 1768.
Fu un pastore anglicano bonariamente scettico e di costumi non irreprensibili. Anche di lui peraltro può osservarsi che lo scetticismo dei settecentisti inglesi non è animato da uno spirito volitoriano (nominano in un Chesterfield), che il loro illuminismo era temperato dal vagheggiamento di un tiepido cristianesimo poco preoccupato invero della nozione del peccato (una sorta di "via media" sui generis), e che infine, come è stato rilevato dal critico inglese H. J. C. Grierson, il loro caposcuola è il cristianissimo Cervantes. S. si svincola da ogni esigenza d'intreccio e la sua opera di narranore è caratterizzata e dominata dalla divagazione divertita e scherzosamente erudita e dall'analisi ironica e sentimentale insieme di se stesso e dei suoi personaggi. E infatti nel Lamb, il delizioso umorista-saggista, che può indicarsi il più degno continuatore della sua maniera nell'Ottocento, mentre soltanto nel nostro secolo questa maniera è stata riadattata alla misura del romanzo. Le opere maggiori di S. sono The life and opinions of Tristram Shandy (1760-67), considerato il suo capolavoro, e $A$ sentimental journey through France and Italy (1768, posto all'Indice con decr. 6 sett. 1819) ove per la prima volta si sottolineava in un titolo di romanzo un epiteto che ebbe tanta fortuna presso i romantici. Di qualche interesse i suoi Sermons of Mr. Yorich, ove S. adottò per la prima volta lo pseudonimo che figura in testa al Journey, e soprattutto la sua corrispondenza sentimentale: Letters from Yorich to Eliza, pubbl. postuma nel 1775.
BibL.: P. Fitzgerald, The life of L. S., 2 voll., Londra 1906; L. Melville, The life and letters of L. S., 2 voll., ivi 1911; A. De Fron, L. S. and his novels studied in the light of modern psychology, Gremings 1925; W. L. Cross, The life and times of L. S., $3^{2}$ ed., Yale 1929; tra gli studi indiani v. G. Babizzani, S. in Italia, Roma 1920; L. Berti, Foscolo traduttore di S., Firenze 1942. Tra le tradd. it., v.: S., scelta a cura di C. Linati: Versioni di Ugo Foscolo e C. Linati, Milano 1942. Augusto Guidi
STEUBENVILLE, Diocesi di. - Diocesi e città nello Stato di Ohio, U. S. A.
La diocesi copre una superficie di 5913 migliaq. con una popolazione totale (censimento del 1950) di 485.735 ab. dei quali 60.245 sono cattolici. Vi sono 106 sacerdoti diocesani ( 13 religiosi : Terz'ordine regolare di S. Francesco), 66 parrocchie, 2 cappelle, 14 missioni, 14 congregazioni femminili ( 250 suore), I seminario ( 34 seminaristi), I collegio, 2 ospedali.
La provincia ecclesiastica di Denver fu stabilita nel 1942, quella di Indianapolis nel 1944, la diocesi di Youngstown fu eretta nel 1943, quella di S. nel 1944. Nel 1945 fu creata anche la provincia di Omaha, la diocesi di Madison e nel 1947 la diocesi di Austin, nel 1948 la diocesi di Joliette.
Con la cost. apost. Dioecesium in orbe catholico, Pio XII dismembrò S. dalla diocesi di Columbus e ne fece una suffraganza di Cincinnati.
BibL.: The Official Catholic Directory 1950, Nuova York 1950, pp. 570-71; Ann. Pont., 1951, p. 387; AAS, 37 [1945], pp. 153-58; Th. Boemer, The Catholic Church in the U. S., St-Louis-Londra 1950, p. 385 sgg.
Gastone Carrière
STEUCO, Agostino. - Prelato ed erudito, n. a
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Gubbio (onde l'appellativo Eugubinus) forse nel 1497, m. a Venezia nel marzo 1548 .
Si chiamava Guido, prima di entrare, come fece nel 1513, fra i canonici di S. Secondo. Passò poi alla canonica di S. Antonio di Castello in Venezia come bibliotecario dei libri donati dal card. Grimani. Nel 1529 fu a Reggio; quindi, dopo essere stato a Gubbio quale priore di S. Secondo, venne a Roma e Paolo III nel 1538 lo nominò vescovo di Kisamos (Creta) e prefetto della Biblioteca Vaticana. Recatosi poi a Bologna per partecipare ai lavori del Concilio colà trasferito da Trento, morì durante un viaggio a Venezia. Uomo di vastissima cultura, della sua conoscenza dell'ebraico si giovò negli scritti di argomento biblico: Recognitio veteris testamenti ad hebraicam veritatem, Venezia 1529; Cosmopoeia... expositio trium capitum Genesis, Lione 1535; Enarrationum in Psalmos pars I, ivi 1548; Enarrationes in librum Job, Venezia 1567. Scrisse anche Pro religione christiana adversus Lateranos (Bologna 1530) e Contra Laur. Valiam de falsa donatione Constantini (Lione 1547). Ma l'opera sua principale sono i te libri De perenni philosophia (ivi 1540), tentativo d'interpretazione di tutta la filosofia antica al lume dell'idea cristiana. La sua posizione iniziale è un neoplatonismo di derivazione ficiniana con qualche affinità con Piso della Mirandola; in realtà egli tende ad un ampia sincretismo che nell'idea di una pia philosophia lentamente maturata nei secoli e realizzata in pieno dalla Scolastica tenta di convogliare tutte le varie correnti, all'infuori dell'epicureismo, ch'egli sente inconciliabile con la fede cristiana. L'ed. Opera omnia fu fatta per la prima volta a Parigi nel 1577-78 e ristampata poi a Venezia nel 1592 e nel 1601.
Bibl.: non priva di inesattezze la Vita di A. Morando, premessa all'ed. Opera Omnia, Venezia 1591. Più attendibili le notizie del Tiraboschi, Storia d. letter. ital., VII, parte 1*, Modena 1791, pp. 395-400; Hurter, II, coll. 1483-85; Th. Freudenberger, A. S. und sein literariches Lebensuerh, Münster 1935; G. Saitta, Il Rinascimento, Bologna 1950, pp. 75-78.
Giacchino Paparelli
STEVENSON, Henry, senior (Stevenson W. F. Maddock). - Filologo e scrittore della Biblioteca Vaticana, n. a Camberwell (Londra) il 28 luglio 1818, m. a Roma il 19 apr. 1890.
Dottore in filosofia dell'Università di Berlino dopo gli studi compiuti a Parigi, a Ginevra ed a Erlangen, insegnante in Svizzera e in Germania, quasi diseredato dal padre per le sue opinioni religiose, si converti dall'anglicanesimo al cattolicesimo nel 1854 con l'aiuto di mons. Merwillod, la cui rivista Annales catholiques, di Ginevra, l'ebbe come collaboratore. Nel 1865 si trasferì definitivamente a Roma. Aiutò il card. G. R. Pitra (v.) per la revisione e l'edizione dei vari libri liturgici greci. Scrittore della Biblioteca Vaticana per la lingua greca nel 1879, descrisse i codici greci Palatini e Reginensi e preparò il catalogo dei codici greci Urbinati: Codd. manusce. Palatini graeci Biblioth. Vat. descripti, Roma 1885; Codd. manuscr. graeci Reginae Suecorum et Pii PP. II... descripti, ivi 1888. Scrisse anche Du rythme dans l'hymnographie de l'Eglise grecque, ivi 1876; Theod. Prodromi Commentarios in carmina sacra melodorum Cosmae Hierosolym. et Ioannis Damasceni... Primum edidit, ivi 1888.
Bibl.: A. Pelzer-P. Tannery, Mémoires scientif., XVI, Correspondance, Tolosa e Parigi 1943, p. 397 se.
Henry, junior. - Figlio del precedente, archeologo, scrittore della Biblioteca Vaticana, n. a Ginevra l'1 1 apr. 1854, m. a Roma il 15 ag. 1898. Fu il più stimato dei discepoli romani di G. B. De Rossi. Fu del nucleo primitivo della Società dei cultori dell'archeologia cristiana (1875); uno dei quattro fondatori del Collegio dei cultori dei martiri (1879) di cui redasse in elegante latino la lex collegii, e del Nuovo Bullettino di archeologia cristiana (1895). Fece ed illustrò varie scoperte nelle catacombe romane: Cubicolo con graffiti storici nel cimitero di Ciriaca (in N. Bull. arch. crist., 1 [1895], p. 74 sgg.). A lui si deve la scoperta della cripta dei SS. Marcellino e Pietro, di cui preparava l'illustrazione, quando fu colpito dalla morte; il suo materiale venne utilizzato da O .
Marucchi: La cripta storica dei SS. Pietro e Marcellino recentemente scoperta sulla Via Labicana (in N. Bull. arch. crist., 4 [1898], pp. 137-92).
Le sue schede e i suoi appunti per le chiese di Roma, i cimiteri, la topografia, l'artichità profana e cristiana, si conservano con lettere ricevute nei codices Vat. Lat. 10547-10587 (cf. M. Vattasso - H. Carusi, Codices Vat. Lat. 10302-10700, Roma 1920, pp. 290-313) della Biblioteca Vaticana, di cui divenne scrittore per la lingua greca nel 1882 e conservatore del gabinetto numismatico nel 1894. Sue altre pubblicazioni sono: Il cimitero di Zotico... descritto e illustrato (Modena 1876); Scoperta della basilica di S. Sinforosa e dei suoi sette figli (Roma 1878); Inventario dei libri stampati Palatino-Vaticani (3 voll., ivi 1886, 1889, 1891); Statuti delle Arti dei marciai e della lana di Roma (ivi 1893); (con Fr. Ehrle) Gli affreschi del Pinturicchio nell'appartamento Borgia del Palazzo Apost. Vat. riprodotti in fototipia e accompagnati da un commentario (ivi 1897). Inoltre trattò Di un insigne pavimento in mosaico esprimente la geografia dei luoghi santi (in N. Bull. arch. crist., 3 [1897], pp. 45-102); Osservaz. sulla topografia della Via Ostiense e sul cimitero ove fu sepolto l'apostolo s. Paolo (ibid., 3 [1897], pp. 282-321); L'area di Lucina sulla Via Ostiense (ibid., 4 [1898], pp. 60-76).
Bibl.: O. Marucchi, E. S., in Nuovo Bull. di arch. crist., 4 (1898), pp. 107-10; G. Ferretto, Note stor.-bibliogr. di arch. crist., Città del Vaticano 1942, pp. 332-54. Augusto Pelzer
STEVENSON, Joseph. - Gesuita, storico ed archivista, n. a Berwick-on-Tweed (Scozia) il 27 nov. 1806, m. a Londra il 18 febbr. 1895.
Pastore anglicano dal 1839 al 1863 , si occupò attivamente della ricerca e della pubblicazione di documenti intorno alla Chiesa di Scozia e d'Inghilterra; istituito nel 1857 il \& Public Record Office *, vi fu inviato tra i primi scrittori ed editori e pubblicò 7 voll. per la Rolls Series; 7 voll. di Calendars of State Papers, Foreign Series of the Reign of Queen Elisabeth, 1558-65; e 2 voll. della Scottish Series. Nel frattempo abiurò e fu ricevuto nella Chiesa cattolica (1863) e, mortagli la moglie nel 1869 , entrò nel Seminario di Oscott e fu ordinato sacerdote nel 1872. Da quest'anno al 1877 si occupò, per incarico del governo, della ricerca di documenti per la serie Roman Transcripts del \& Public Record Office *, nell'Archivio Vaticano. Entrò, infine, nella Compagnia di Gesù nel 1877, a 72 anni di età, e, compito il noviziato, continuò ad attendere alle sue ricerche. L'opera sua principale di questi ultimi anni fu la scoperta e la pubblicazione di Life of Mary Queen of Scotts, di Claude Naus, con aggiunta di documenti dell'Archivio Vaticano (Edimburgo 1883), e inoltre Life of Jane Dormer (Londra 1887), Life of st. Cutbert (ivi 1887) e un abbondante numero di articoli sul periodico The Month.
Bibl.: J. Pollen, In memoriam father S. A Biographical Sketch, with a list of his published works, Roehamptors 1895, anche in The Mont, 83 (1895), pp. 331-44, 500-11; id., in Letters and Notices, 1895, pp. 111-20
Celestine Testore
STEVENSON, Robert Louis. - Narratore scozzese, n. a Edimburgo il 13 nov. 1850, m. a Samoa il 3 dic. 1894.
E uno di quei rari scrittori in cui la cultura si sposa all'estro inventivo meglio rilevandone l'originalità nativa. La sua sorprendente fantasia non toglie che la sua ammirevole prosa sia solidamente e sapientemente costruita. S. fu un originale continuatore di Walter Scott nei suoi romanzi d'ambiente storico scozzese, tra i quali vanno ricordati soprattutto Kidnapped (1886), Catriona (1893). The master of Ballantyne (1889) e infine l'inconspiuto Weir of Hermistone (1896), da alcuni critici ritenuto il suo capolavoro. Accanto a essi si collocano i racconti ispiratigli dai Mari del Sud, ove si stabili per motivi di salute : il popolocissimo Treasure Island (1883) e diverse raccolte di novelle e bozzetti esotici. Per questi prese l'abbrivo dalla lettura dell'americano Melville, ma s'optro soprattutto alle sue vive impressioni di paesaggio che colse con occhio d'artista e rappresentò in pagine ammirevoli per consumatezza di stile. Scrisse anche versi, soprattutto per i fanciulli : A child's garden of verse (1885)
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(per cortesia della Sopraintendenza del Palatino e Foro Romano).
Stilicone, Flavio - Base di statua cquestre, ritrovata nel 1880 , con iscrizione riferentesi alla vittoria su Radagaiso (402) : il nome di S. è stato abitato in seguito alla «dannatio memoriae» del 408 (cf. CIL, VI, 4 Addenda II, n. 31987) - Roma, Foro Romano.
e un racconto sensazionale e simbolico: The strange case of dr. Jebyll and mr. Hyde (1886) basato su uno sdoppiamento di personalità e in cui si riflette la sua tormentata fede di credente puritano. La stessa inquietudine religiosa si riconosce in alcuni dei suoi romanzi scozzesi e segnatamente in Weir of Hermistone. Il Cecchi ha giustamente indicato tra le fonti del racconto fantastico e simbolico di S., insieme con i romanzi di Melville, lo Ancient mariner di Coleridge e, più indietro nella storia, il Robinson Crusoe di De Foe. Quando la memoria dell'eroico missionario cattolico Giuseppe Damian de Veuster, morto di labbra a Maloksi ove curava gli appestati, venne attaccata da un calvinista fanatico, S. rispose con una nobilissima lettera aperta in difesa di p. Damiano, lettera che è un capolavoro della letteratura apologetica inglese, degna di figurare accanto all'Apologia del Newman, e indubbiamente una delle cose più elevate e più belle dello scrittore (1890).
Bist.: Graham Balfour (cugino di S.), R. L. S., Londra 1902; F. Swinnerton, R. L. S., a critical study, Nuova York 1923; J. A. Stouart, R. L. S., a critical biography, Boston e Londra 1924; G. K. Chesterton, R. L. S., Londra 1927; E. Cecchi, in Scrittori inglesi e americani, Lanciano 1935, pp. 80-95; varie tradd. it. tra cui la più recente: R. L. S., Romansi e racconti, a cura di A. Camerino, Roma 1950.
Augusto Guidi
STEWARD, Dugald. - Filosofo inglese, n. il 22 nov. 1752 a Edimburgo, ivi m. I'II giugno 1828. Insegnò nelle Università della sua città natale e di Glasgow.
S. ebbe ai suoi tempi fama e influenza superiori alla mediocrità del suo pensiero. Seguace del Reid (v.), egli può considerarsi il principale rappresentante della scuola scozzese (v.). Nei suoi più importanti lavori (Elements of the philosophy of human mind, 3 voll., Edimburgo 17921827; Outlines of the moral philosophy, ivi 1793; Philosophical essays, ivi 1810; Dissertations on the progress
of metaph., ecc. 2 voll., ivi 1815-22; Philosophy of the active and moral powers of man, 2 voll., 1828) espone quella che può chiamarsi la sua dottrina delle "leggi fondamentali della credenza ", secondo la quale sono innate in noi leggi primitive ed elementari, che ci fanno credere, con irresistibile persuasione, nell'esistenza del mondo esterno (delle cose percepite) e di noi stessi (dei soggetti senzienti e pensanti), nell'uniformità delle leggi della natura, nella continuità della nostra identità personale, ecc.
Bist.: Werkt, a cura di W. Hamilton, Edimburgo 1824-28; F. Harrison, The philosophy of common sense, Londra 1907. V. scozzese, scotola: senso cosmine. Michele Federico Sciacca
STICOMETRIA. - Da oriyac (rigo) è il sistema convenzionale usato dai Greci e dai Latini per calcolare la lunghezza dei testi scritti, computando i versi nelle opere poetiche e le righe, riportate a una estensione unitaria di ca. 16-17 sillabe (ampiezza media dell'esamori nelle opere prosastiche.
Tale sistema ebbe un'applicazione soprattutto commerciale, per valutare l'opera dell'amanuense ai fini della remunerazione, come la pecia (v.) nei testi universitari medievali. Si spiega percio come le indicazioni sticometriche che si conservano in alcuni manoscritti (soprattutto greci) non corrispondano spesso al numero effettivo delle righe nel rotolo o nel codice, ma a quello dell'esemplare da cui derivano. Fu anche usato un sistema di s. parziale, consistente nel numerare le righe a gruppi (di 100, di 50 , ecc.), facilitando così i riferimenti come nelle moderne citazioni. Si chiamò pure s. la distinzione in brevi periodi o proposizioni, in cui furono talora divisi i testi per facilitarne la lettura, specie se pubblica: a tale sistema però meglio compete il nome di colomervia, perché basato sulla ripartizione "per cola et commata " (comma sarebbe stato il membro del periodo comprendente fino a 7 sillabe, colon quello da 8 a 17). Applicazioni di questo sistema sono testimoniate per le opere di Platone, Demostene, Cicerone, per la Regula benedettina, ecc.; ma la più famosa rimane quella della Bibbia (tanto nella Vulgata greca che in quella latina), documentata già prima della nota $\varepsilon_{k} \delta 001 \mathrm{c}$ degli Atti e delle (Epistole a cura del diacono Eutalio (sec. iv).
Bist.: Ch. Graus, Manuelles rocharches sur la stichométrie, in Revue de philologie, 2 (1878), pp. 97-143; H. Diels, Stichometrisches, in Hermes, 17 (1882), pp. 377-84; J. Rendel Harris, Stichometry, in American Journal of philology, 4 (1883), pp. 137157, 309-31; Th. Mommsen, Zur lateinischen Stichomstrie, in Hermes, 21 (1886), pp. 142-56; E. M. Thompson, An introduction to greek and latin palatography, Oxford 1912, pp. 67-71; K. Ohly, Stichometrische Untersuchungen (Beiheft zum Zentralblatt für Bibliothekswesen, 61), Lipsia 1928. Alessandro Pratesi
STILICONE, Flavio. - Figlio di un vandalo che aveva militato con molto onore sotto l'imperatore Valente, era entrato nella milizia e non aveva mancato di distinguersi e di ottenere comandi e missioni politiche di molta importanza. In particolar modo in una ambasceria al Gran Re di Persia aveva dimostrato abilità e fermezza, riuscendo a far rispettare gli interessi romani, senza impegnare l'Impero in una guerra. Per tali meriti ebbe finalmente il supremo comando dell'esercito ("magister utriusque militiae") ed in sposa Serena nipote dell'imperatore Teodosio.
Segui l'Imperatore in Italia nella spedizione vittoriosa contro l'usurpatore Eugenio. Perciò alla morte di Teodosio (397) ricadeva su S. la protezione dei suoi giovani figli Arcadio di 17 anni, Onorio di 11 , si quali aveva già fatto riconoscere la dignità di Augusti; ma risiedendo S. in Occidente presso Onorio, non fu difficile a gelosi cortigiani persuadere Arcadio, reggente a Costantinopoli, ad assumere posizione di indipendenza rispetto al tutore. Il dissidio si manifestò subito, quando masse di Goti già da tempo ammesse entro i confini dell'Impero, e adoperate in guerra, di ritorno dalla spedizione in Italia si indugiarono a saccheggiare le regioni dell'Illirico. S. portò le sue truppe a Tessalonica, ma a Costantinopoli si voleva che la prefettura dell'Illirico non
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dipendesse dell'Occidente, e Flavio Rufino, prefetto del pretorio a Costantinopoli, ottenne da Arcadio l'ordine a S. di rientrare in Italia. S. volle evitare una guerra intestina, e obbedi. A S. del resto non mancavano preoccupazioni grosse anche in Occidente: ribellione del mauro Gildone comes della diocesi d'Africa, grave per la cessazione di invio di frumento a Roma, già rimasta priva del tributo d'Egitto passato a Costantinopoli. Adoperando alla repressione forse africane comandate dal fratello di Gildone, l'usurpatore fu vinto ed ucciso. I meriti che S. si era acquistato, celebrati in un poema di Claudiano, furono riconosciuti con un più intimo legame di parentela con la famiglia imperiale per le nozze del quattordicenne Onorio con la figlia di S., Maria. S. fu pertanto arbitro dell'Impero, e l'opera sua anche nel governo civile fu saggia ed utile. Poco fortunato fu invece un altro intervento di S. in Oriente, invocato questa volta per combattere il capo dei Goti, Alarico, che saccheggiava ferocemente la Grecia, e ciò accrebbe i sospetti e le osti-

Stilita - Uno s. Ministura del Menologio di Basilio II (976-2023) - Biblioteca Vaticana, cod. Vat. gr. 1613, f. 238.
lità contro S. fino al punto che la Corte di Costantinopoli offri ad Alarico il grado di magister militum per l'Illirico, scaricando il pericolo gotico sull'Italia che si presentava più appetibile dalla più volte saccheggiata Grecia. Presa dai Goti Aquileia e minacciata Milano da dove Onorio fuggì, S., raccolte truppe della Gallia e dalla Britannia, riuscì a sconfiggere Alarico a Pollenzo e a Verona (anno 402) e a riportare altra vittoria a Fiesole su altre orde di barbari penetrate in Italia sotto la guida di un Radagasio (anno 405). Ma sembrò, che sia l'una che l'altra vittoria non fossero sfruttate in pieno, e si insinuò che S. mirasse addirittura a preparare la successione al trono al proprio figlio Eucherio, fidanzato con la sorella di Onorio, Galla Placidia.
Non pare si possa dubitare della lealtà di S. verso la casa del suo grande imperatore Teodosio. E ne diede un'ultima prova quando, sorti conflitti tra le truppe romane, egli invece di accogliere le offerte dei suoi soldati pronti a seguirlo ovunque, preferì presentarsi, solo, a Ravenna all'imperatore Onorio. Accolto ostilmente, tratto con inganna fuori di una chiesa dove si era rifugiato, S. fu condannato a morte come traditore (apr. 408). Due anni dopo i Goti di Alarico percorrevano liberamente l'Italia, e saccheggiavano Roma.
Bibl.: Th. Mommsen, Stilicho und Alarich, in Gesammelte Schriften. IV, Berlino 1906, p. 516; E. Stein, Geschichte des spätrömischen Reiches, I, Vienna 1928, p. 146; A. Sidari, La crisi dell'Impero romano, Milano 1935, p. 81; id., Il rinnovamento dell'Impero romano, ivi 1938, p. 225; R. Paribeni, Da Diocleziano alla caduta dell'Impero d'Occidente, Bologna 1941, p. 232; S. Mazzarino, S., Roma 1942. Roberto Paribeni
STILITA (dal greco $\sigma \tau \hat{\lambda} \lambda 0 \varsigma$ "colonna "). - Anacoreta che viveva sulla sommità di una colonna. Quasi del tutto ignorati nell'Occidente, gli s. furono abbastanza numerosi nell'Oriente, specialmente in Siria e Mesopotamia; né mancano esempi di s. in Egitto, Anatolia, Palestina e Grecia. Il bizzarro ed eroico inventore di questo genere di ascesi fu s. Simeone (v.) detto appunto s., nel sec. v, e fra i principali imitatori vanno menzionati s. Daniele, s. Luca, s. Alipio. Gli s. fiorirono nuovamente verso il sec. x , poi piano piano scompaiono.
${ }^{1}$ Non è da attribuirsi al sistema di penitenza un'origine pagana; ma storicamente consta che s. Simeone escogitò il metodo, indotto da circostanze personali. Del resto nella Siria, in contrasto con la maniera dei cenobiti egiziani, gli anacoreti trovavano modi molto strani di penitenza. Gli s. non erano né pazzoidi né orgogliosi, benché il loro metodo sia stato censurato dagli egiziani come ostentazione. Erano severissimi con se stessi, ma moderati nei consigli dati ai discepoli. Non rappresentano
quindi una deviazione del monachismo, bensì un ramo caratteristico dell'anacoretismo orientale.
Tante volte la colonna degli s. era un rudere antico, qualche volta fu alzata apposta, come nel caso di s. Simeone. La sua colonna, di cui si conserva ancora la base, era alta $16-18 \mathrm{~m}$. Alcuni s. avevano a disposizione diverse colonne. La colonna-tipo era composta di gradini per accedere alla base, di base, di fusto, di capitello, di balaustra o parapetto e anche di una celletta a modo di nido, ma alcuni, per maggiore penitenza, non vollero tale ricovero. Alla cima della colonna si saliva con una scala mobile o con una fune. Spesso intorno alle colonne si formavano monasteri; frequente era il concorso di pellegrini pagani e cristiani, e fra essi alcuni imperatori attratti dalla santità degli s., la cui penitenza era straordinaria. Moltissimi infatti non scendevano quasi mai dalla colonna, sulla quale morivano. Gli s. si tenevano ordinariamente in piedi praticando la "stasis", sicché erano frequenti le ulcere ai piedi; qualche volta soccombevano per assideramento. A questa severa penitenza aggiungevano austerissimi digiuni e riducevano al minimo il sonno preso mentre si appoggiavano sulla balaustra o si sedevano su uno sgabello. Simeone, p. es., vegliava in preghiera tutta la notte e fino all'ora nona, poi conferiva con i devoti accorsi alla colonna, e verso il tramonto si rimetteva in preghiera. La vita liturgica per gli s. era ridotta al minimo. Qualche volta ricevevano l'Eucaristia sollevata per mezzo di una fune o portata dal diacono mediante la scala. Non mancarono alcune ordinazioni sacerdotali di s., verificatesi talvolta con l'estensione delle mani da parte del vescovo sottostante.
Qualche rassomiglianza con gli s. ebbero gli anacoreti che vissero arrampicati su qualche albero, detti perciò "dendriti" (v.); furono sempre più scarsi degli s. e non formarono come questi una vera categoria.
Bibl.: H. Delchaye, Les saints stylites, Bruxelles 1923; B. Kötting, Peregrinatio religiosa, Münster in V. 1950. Ignazio Ortiz de Urbina
STIL NUOVO. - Anche dolce stil nuovo, espressione che Dante, Purg., XXIV, 57, mette in bocca a Bonagiunta Orbicciani, per indicare una nuova maniera poetica diversa da quella seguita dal notaro Jacopo da Lentini, da Guittone d'Arezzo e dall'Orbicciani stesso.
Di questa nuova maniera poetica era stato iniziatore a Bologna Guido Guinizelli, che Dante chiama (Purg. XXVI, 97-99) : "il padre / mio e de li altri miei miglior che mai/rime d'amor usar dolci e leggiadre ". Certamente non senza intenzione, Dante tira in ballo Bonagiunta, poiché proprio lui, in un celebre sonetto al Guinizelli (cf. Rimatori siculo-toscani del Dugento, $\mathbf{1}^{\text {a }}$ serie, a cura di G. Zaccagni - A. Parducci, Bari 1913, p. 79),
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Sfrn. Nuovo - Due canzoni di G. Guinizelli; Donna l'amor m'afforza e "Al cor gentil repaire sempre amore». Biblioteca Vaticana, cod. Vat. lat. 3793, f. $3 \mathrm{I}^{\mathrm{V}}$ (sec. xiv).
gli rimprovera d'aver "mutata la mainera / de li piacenti ditti de l'amore, / de la forma, de l'esser, là dov'era, / per avanzare ogn'altro trovatore ". Il che significa che il bolognese aveva approfondito, più di quel che non avessero fatto i trovatori precedenti, la natura della passione amorosa e il soggetto in cui essa risiede, come più tardi cercherà di fare anche Guido Cavalcanti nella famosa e oscura canzone Donna me prega. Nel far ciò il Guinizelli cominciava a far uso di sottili concetti filosofici, tratti dalla psicologia aristotelica, e di un linguaggio insolito per i rimatori precedenti. Per questo l'Orbicciani l'accusava d'oscurità e di troppa "sottiglianza", non che di voler "traier canzon per forza di scrittura". Il bolognese rispose al rimatore di Lucca: "Volan per l'aire augelli di stran guise / ed han diversi loro operamenti, / né tutti èn d'un volar né d'uno ardire. / Deo e natura e il mondo in gradi mise / e fe' dispari senni e intendimenti ". Al luechese insomma pareva che una sola fosse "la mainera" del poetare; il Guinizelli invece riteneva che ci fossero tante "mainere" quanti sono i "senni e intendimenti" degli uomini che Dio ha fatto disuguali. E quanto alla "sottiglianza" "all'iscura parlatura" e al "traier canzon per forza di scrittura", egli ricorda che, tra gli uccelli, non ci sono soltanto i passerotti e i fringuelli, gli usignoli e le allodole, ma anche i falchi e le aquile: "né tutti èn d'un volar né d'uno ardire ". Ogni poeta "de' guardar su" stato e sua natura ", poiché ogni poeta ha il suo mondo poetico, conforme ai suoi spirituali interessi, alla sua educazione e alla sua cultura.
La "mainera" che Bonagiunta rimprovera al rimatore bolognese d'aver mutata, è quella del Notaro e di Guittone. L'uniforme e tedioso ripetersi di certi motivi obbligati ("amore è disio che ven dal core....", la crudeltà della donna amata, la speranza della "merzede " o "guiderdone ", e via di seguito) costituiva la "mainera" poetica dei rimatori cari al cuore del ghiotto luechese. E ad esprimere questi triti concetti, un linguaggio rozzo e faticoso, irto di arcaismi e di modi dialettali che urtavano l'orecchio della generazione educata alle levigate forme del parlare fiorentino e all'armonia del verso dell's altro Guido "e di Dante. Che fra i rimatori della vecchia "mai-
nera " fossero veri poeti, e che alcune delle loro rime abbiano ancora la freschezza d'una limpida sorgente di acqua viva, dimostra soltanto che la poctica è cosa diversa dalla poesia. Ciò per altro non impedisce che, a fianco della poesia, sorgano di tempo in tempo poetiche o "mainere" di poetare, da quella dei siciliani al petrarchismo, al marinismo, al romanticismo, all'ermetismo. Lo s. n. è reazione, in nome della poesia, contro una di soffatte mode o " mainere " poetiche; senza la qual reazione Dante probabilmente si sarebbe fermato a Guittone. E Dante appunto, rispondendo a Bonagiunta, afferma che la novità delle sue rime, a cominciare dalla prima grande canzone della Vita Nuovo: "Donne ch'avete...", consiste nell'aver egli dato espressione ai sentimenti dell'animo ispirato, senza troppo curarsi della "mainera" del Notaro da Lentini o di Guittone; ché la vera arte del dittare non trae alimento dall'imitazione di modelli, per quanto eccellenti, ma dall'interiore ispirazione, non soffocata dalla tecnica: "I' mi son un che, quando / Amor mi spira, noto, e a quel modo/ ch'e' ditta dentro vo significando " (Purg., XXIV, 52-54). A tiduno questa norma del dittare è così poco nuova, che l'ha trovata sin troppo ovvia, tale ad ogni modo che vale a distinguere la vera poesia di tutti i tempi da quello che poesia non è. Ma se questo è vero, non è men vero che troppo spesso questa semplice norma è stata dimenticata prima e dopo Dante, e conveniva richiamarla in mente. E l'Orbiccioni ne riconosce l'opportunità per sé come per il Notaro e per Guittone: "Io veggio ben come le vostre penne / Di retro al dittator sen vanno strette, / Che delle nostre certo non avvenne. / E qual più oltre a riguardar si mette, / Non vede più dall'uno all'altro stilo" (ibid., 58-61). "Più oltre a riguardar "si son messi parecchi critici moderni, che han finito per non vedere più il nodo che ferma la differenza sostanziale "dall'uno all'altro stilo"; e l'han cercata nel contenuto della poesia stilnovistica: ora in un certo misticismo più o meno filosofico, più o meno arabizzante, o platonico, o francescano, o cistercense, ed ora in certo qual "razionalismo sensistico (sic) ed avverristico", di cui si sarebbero scoperte tracce perfino nella Vita Nuovo, anzi più in questa che nel Comivio! E certamente il mondo poetico dei due Guidi, e più ancora quello di Dante, è assai più ricco e complesso che non quello dei siciliani, del luechese e dell'aretino, sebbene nella poesia di Guittone s'avvertano già motivi riecheggiati nelle rime filosofiche dell'Aighieri. Ma questa maggiore complessità e ricchezza di contenuto non avrebbe potuto affluire nelle forme della poesia stilnovistica, se non si fosse "mutata la mainera" e non si fosse affermata la libertà del poetare che si alimenta di quel che amore "ditta dentro" e di tutto quel che commuove l'animo, dalla bellezza femminea all'orrore della tempesta, dal trillo dell'allodola alla più raccolta meditazione filosofica.
Inteso così, lo s. n. non fu certamente una scuola, almeno nel Guinizelli, nel Cavalcanti e in Dante, poiché ognuno dei tre ebbe il suo mondo poetico e il suo modo particolare di esprimerlo. E se scuola esso accenna a diventare in alcuni dei minori, ciò si deve alla suggestione esercitata da questi tre grandi e dal formarsi di abitudini o "mainere", com'era avvenuto nella poesia siciliana e com'era fatale accadesse anche per lo s. n., finché il Petrarca non infonderà in esso "il pianto del suo cuore", senza per altro impedire che a sua volta una nuova "mainera " prendesse per oltre due secoli il nome da lui. Il poeta stilnovista, quando amore spira, nota; e nell'osservare attentamente i moti del proprio animo, s'accosta alla sorgente inesauribile di ogni vera poesia. Notandoli, dà forma ai propri sentimenti, ai propri pensieri e vien costruendo il suo mondo poetico, veramente suo, perché rispecchia le aspirazioni, gli spirituali interessi, i problemi del suo
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creatore: mondo d'aspirazioni morali nel Guinizelli che ha scoperto l'identità dell'amore con la nobiltà e il valore, e che ad esprimere questa identità chiama a raccolta la cultura racimolata nelle scuole di filosofia; mondo fremente di passione in Guido Cavalcanti, ma velato di malinconia, nella certezza che la seduzione amorosa, destinata a avanire, svia spesso la mente dal bene perfetto ed è cagione di morte; mondo di violenti contrasti in Dante e di sovrumane armonie. Dante comincia stilnovista per la suggestione che su lui esercitarono l'uno e l'altro Guido; ma ben presto introduce nella maniera di questi un motivo nuovo: la morte della donna amata. Indi l'amore per il virgineo fantasma di Beatrice si sviluppa in amore per la filosofia, cantata dapprima in canzoni allegoriche che consentono ancora l'uso delle "dolci cime d'amor" adattate alla "bellissima e onestissima figlia de lo imperadore de lo universo" (Conc., II, XV, 12). Questa seconda serie di cime amorose in lode della filosofia formano quello che taluno ha chiamato anche un secondo dolce s. n. Ma improvvisamente Dante interrompe questi canti allegorici e, padrene ormai del volgare, prende a trattare argomenti filosofico-morali con "rima aspra e sottile"; aspra, perché spoglia d'ogni abbellimento retorico; sottile, perché tutta pervasa della subtilitas propria dell'arte del laicare nel definire e distinguere. All'arte del dittare dei bolognesi si viene sostituendo nel suo animo una più complessa poetica, quella dello stile regolato della canzone, di cui vuol esser giustificazione il De vulgari eloquentia. Ma anche questa nuova poetica si rivela insufficiente, quando dal fervore della sua onnipotente immaginativa nasce l'idea del "poema sacro", nel quale l'umanesimo virgiliano si fonde con lo spirito profetico e apocalittico della Bibbia.
Stiu.: L. Azzolina, Il dolce s. n. n. Palermo 1903; K. Vossler, Die philus, Grundlage zum "süssen neuen Stil", Heidelberg 1904; V. Rossi, Il dolce s. n. n. in Le op. min. di Dante, Firenze 1906; E. G. Parodi, Il dolce s. n. n. in Poesia e storia nella Divina Commedia, Napoli 1021; N. Sapegno, Dolce s. n., in La cultura, 9 (1930), pp. 331-41; id., Il Trecento, Milano 1934, pp. 11-64; G. Bertoni, Il Doccovio, $2^{\mathrm{a}}$ ed., Milano 1932; F. Figurelli, Il d. s. n., Napoli 1933; S. Battaglia, S. novo, in Enc. Ital., XXXII, pp. 736-38 (con bibli.): B. Pardi, Dante e la cult. mediev., Bari 1942, $2^{\mathrm{a}}$ ed. rived. e accresc. 1949; id., Sviluppo dell'arte e del pens. di Dante, in Bibl. d'Annunziome et Renaiss. Mélanges A. Benaudet, XIV, Ginevra 1952, pp. 29-47; C. Cordic, Dolce s. n., Milano 1942; R. Montano, Dante e il rinascimento, Napoli 1942, p. 87 sgg.; A. Schiaffini, Tradiz. e poesia nella prosa d'arte ital., ecc., $2^{a}$ ed., Roma 1943; p. 83 sgg.; F. Flora, St. della letter. ital., I, Milano 1946, pp. 66-70.
Bruno Nardi
## STILO: V. STRUMENTI SCRITTORI.
STILUS et PRAXIS CURIAE. - Sono due istituti giuridici canonici, che ben poco differiscono tra loro ed hanno rilevanza nel CIC come norma in caso di lacuna della legge.
Il primo (stilus) dal punto di vista formale si riferisce alle forme e alle solennità che sono osservate in modo uniforme nell'espletamento degli atti ecclesiastici dalla pubblica autorità ecclesiastica. Se si riferisce alle norme usate nelle congregazioni, tribunali e uffici della S. Sede, si parla di Stilus Curiae Romanae. Dal punto di vista materiale si riferisce ai principi costantemente osservati nei compimento di determinati atti o decisioni, prevalentemente giudiziali. Il secondo, cioè la praxis, in senso stretto coincide con lo stilus preso in senso materiale; in senso lato equivale a stilus. I due termini sono presi a volte in senso ancor più stretto ed allora stilus indica le formalità solite ad usarsi nelle concessioni di grazia; usus forensis formalis, indica le stesse formalità osservate in materia contenziosa; praxis designa poi lo stilus in senso materiale; ossia le decisioni in materia graziosa e contenziosa. In materia contenziosa le cose decise in maniera uniforme si chiamano anche usus forensis preso in senso materiale, oppure auctoritas rerum perpetuo similiter iudicatorum.
Si distinguono, come si è detto, uno stilus e una praxis di Curia in genere, e uno stilus e una praxis propri delle congregazioni, dei tribunali e degli uffici della S. Sede (S. et p. C. Romanae). Come norma generale stilus habet vim legis: ciò si riferisce allo stilus in senso formale.
Quantunque il CIC non parli dello stilus e della praxis
delle curie diocesane locali, l'uno e l'altra possono essere invocati non per supplire a un difetto di una legge universale, ma solamente per colmare le lacune di una legge particolare diocesana. E ciò per analogia. Il CIC, infatti, tratta dello stilus e della praxis della Curia romana laddove parla dello ius suppletorium (can. 20). Dato che la legge, per quanto redatta in forma generale e astratta, non può prevedere e disciplinare tutti i casi concreti della vita sociale, si pongono l'opportunità e la necessità di pre disporre norme particolari che indichino i mezzi con i quali si possa far fronte alle manchevolezze e deficienze delle norme scritte (cosiddetto problema delle lacune della legge che riceve soluzioni particolari che variano da ordinamento giuridico a ordinamento giuridico). E dato che anche per l'ordinamento giuridico canonico sussiste tale grave problema (v. interpretazione), il legislatore ecclesiastico ha tra le altre fonti sussidiarie indicato nel can. 20 espressamente anche lo stilus e la praxis della Curia Romana. Questi possono produrre effetti giuridici solo concorrendo alcune condizioni e cioè: 1) mancanza di disposizioni della legge per il caso concreto, cosicché l'applicazione delle norme sussidiarie si renda indispensabile; 2) che tale applicazione sia lecita. E infatti espressamente escluso il ricorso alle fonti sussidiarie in materia penale (visi agatur de pennis applicandis), riguardo ai diritti singolari, ai privilegi e in genere, nei casi per i quali non sia ammessa l'interpretazione estensiva (cann. 19, 983, 2219 § 3).
Lo stilus e la praxis della Curia romana non si basano su alcuna norma giuridica, ma si applicano solo quando si rileva insufficiente il ricorso all'analogia sia iuris sia facti. Si suole distinguere fra stilus iuris et stilus facti. Il primo è il vero diritto suppletorio. Le sentenze giudiziarie, infatti, e gli atti amministrativi (decreti, decisioni), quantunque non possano produrre diritto nuovo generale, possono essere presi in considerazione allorché da essi possano essere desunte norme con le quali risolvere essi particolari, in mancanza del disposto della legge, e divenire quindi vincolanti. Da ciò deriva l'uso forense e la auctoritas rerum similiter iudicatorum, specialmente della Segnatura Apostolica e della S. R. Rota. Il secondo, invece, non è vero diritto sussidiario in quanto pone norme obbligatorie e vincolanti solo per gli ufficiali della Curia nella esecuzione degli atti del loro ufficio. Ciò avviene anche nel caso di esercizio di potestà delegata, per quanto riguarda la validità degli atti.
È questione di particolare importanza e discussa in dottrina se lo stilus possa essere produttivo di norme consuetudinarie. In autori meno recenti si trova affermato che le sentenze giudiziali per sé sole possono dar luogo a una consuetudine. Ma secondo una migliore dottrina il giudice, in quanto ha potestà limitata ad affermare quale sia il diritto fra le parti, con le sue sentenze, per quanto volte egli le ripeta, non può costituire legge, propriamente detta. E, pertanto, la prassi della Curia e dei tribunali acquistano forza di diritto consuetudinario solo quando dalle circostanze appare che il popolo, al quale riguarda la cosa giudicata, si conformi ad essa osservandola come norma legale per un certo tempo, formando così, con il concorso delle altre condizioni, la consuetudine. Allora solo può dirsi che quelle sentenze producono leggi propriamente dette, non per forza propria, ma in virtù della radicata consuetudine del popolo, dei quale gli stessi giudici sono parte (v. giurisprudenza).
Stib.: G. Bauduin, De consuetudine in iure canonica, Lovanio 1888, pp. 49-51; F. G. Michiels, Vormae gener. iur. can., III, Lublino 1929, passim; A. Van Hove, De legibus ecclesiast., Malines-Roma 1930, p. 332 sgg.; id., De rescriptis, ivi 1936, pp. 20-21, 92-94, 142-46; H. J. Cicognani, Comment. ad lib. I CIC, I-II, Roma 1942, passim; C. Sieff, Opera del giudice in caso di lacune, Trieste 1950, p. 37 sgg.
Francesco Ercolani
STIMMATE (STIGMATE). - Dal greco-eriүua con significato di "marchio, segno", nell'agiografia e mistica cristiana, sono segni delle piaghe di Gesù impressi nel corpo di un servo di Dio.
1. Nozioni. - $\Sigma \tau i \gamma \mu \alpha \tau \alpha$ erano i marchi soliti ad imprimersi con il ferro rovente, presso i Greci e i Romani,
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sugli schiavi fuggitivi, ed in Oriente su tutti gli schiavi, qualche volta sui soldati (e in tutti i paesi sul bestiame), per indicare il loro padrone o capo. Nel Nuovo Testamento il termine ricorre solo in Gal. 6, 17 (stignata Domini Iesu in corpore meo porto) : s. Paolo, con evidente riferimento all'uso orientale, chiama "s. di Gesù "le tracce sul suo corpo dei patimenti subiti per il nome di Gesù, nel senso che queste lo assomigliano al suo Maestro concluso e lo fanno riconoscere per suo vero schiavo e soldato.
Le s. sono per lo più esterne e visibili (qualche volta sono invisibili, ma il loro effetto doloroso non è meno sensibile : il più celebre caso fra queste è quello di s. Caterina da Siena, riferito dal b. Raimondo da Capua [cf. Benedetto XIV, De Servorum Dei beatificatione, lib. V, parte $2^{a}$, cap. 8, nn. 4-8]). Il fenomeno si verifica per lo più nelle mani e nel costato; ma possono essere interessate anche le altre parti del corpo (p. es., la fronte sull'esempio della coronazione di spine, gli omeri per l'analogia del carico della Croce, il dorso per riflesso della flagellazione di Gesù, ecc.). La stigmatizzazione visibile è ordinariamente accompagnata da versamento di sangue alla superficie o nella regione subcutanea, da ferite sanguinolenti, e, quando è profonda, da lacerazione dei tessuti. Nel caso di semplici erosioni superficiali, o di altri dubbi segni, probabilmente non trattasi di s. Il fenomeno può essere permanente e continuo, o intermittente, limitato cioè a determinati periodi. Le piaghe ed il sanguinamento possono essere costanti riguardo alla forma e alla parte anatomica, o variare di forma, intensità ed estensione, e spostarsi da una parte all'altra del corpo. La stigmatizzazione può essere accompagnata da fenomeni preternaturali o semplicemente misteriosi, che però sono accessori e indipendenti (p. es., estasi, chiaroveggenza, dono delle lingue, penetrazione dei cuori, scomparsa totale o parziale dell'appetenza o del sonno, ecc.). Qualora alla stigmatizzazione, vera o apparente, si aggiungano fenomeni di natura psicopatica, come non di rado avviene specialmente in soggetti femminili, tocca allo psichiatra preventivamente giudicarne.
II. Le s. di s. Francesco. - Nella storia sono ricordati ca. 330-350 casi di persone stigmatizzate (una ottantina già elevate agli onori degli altari), tra cui solo una cinquantina di sesso maschile (cf. A. Imbert-Gourbeyre, $L a$ stigmatisation, Clermont-Ferrand 1894, dove sono elencati 321 casi). La cifra secondo alcuni sarebbe suscettibile di aumento, secondo altri invece è esagerata (cf. P. Debongnie, in Etudes carmél., 20 [1936, II], pp. 22-59), essendovi non pochi casi dubbi o di scarsa attendibilità. Il primo e il più importante caso di stigmatizzazione è quello di s. Francesco d'Assisi, avvenu