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 ott. 1875 a Fraustadt (Posen), in Germania, m. a Francoforte sul Meno il 31 luglio 1930.

Entrò nel 1895 tra gli Oblati di Maria Immacolata. Ordinato sacerdote, nel 1901 fu redattore del periodico missionario Maria Immacolata (ora Monotoblatter der Oblaten) e professore allo studentato teologico degli Oblati a Hünfeld. Nel 1924 fu chiamato a Roma per ordinare e catalogare la Biblioteca dell'Esposizione Missionaria Vaticana dell'Anno Santo 1925 e nel 1926 divenne direttore della Pontificia Biblioteca Missionaria che egli stesso ordinò nel Palazzo della S. Congregazione di Propaganda Fide.

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Stirigonia - Diploma di Tommaso, abate di Zobor (6 febbr. 1349).
Come redattore della rivista Maria Immacolata concepì l'idea di suscitare un movimento missionario scientifico. Oltre che in qualche saggio storico, in alcuni arricoli Die theologisch-sussenschaflliche Missionskunde (1909) e Die Mission in Exegese und Patrologie (1909) pubblicò i suoi primi tentativi di trattazione scientifica di questioni missionarie. Al Congresso dei Cattolici di Germania a Breslau (1909) fu nominata una Commissione missionaria permanente. Nella prima sua seduta a Berlino nel 1910 il p. S. lesse un rapporto sui Doveri e compiti della scienza verso le missioni e, incaricato dalla medesima Commissione, scrisse alcuni memoriali sullo stato della storiografia, sulla necessità di una bibliografia missionaria universale, già ideata da lui, e di una rivista scientifica missionaria. Intanto il prof. Schmidlin, sotto l'impulso del p. S., entrò nel movimento e realizzò la rivista missionaria scientifica, la creazione di una cattedra universitaria per scienze missionarie e del movimento missionario accademico tra gli studenti. Il p. S., invece, concentrò tutte le sue forze sull'edizione di un'ampia bibliografia missionaria. Nel 1916 fu pubblicato il primo volume della Bibliotheca missionum d'indole generale. Nel 1924 segui il secondo volume sui primi secoli della letteratura americana. Nel frattempo fu chiamato a Roma. I lavori della Bibliotheca missionum, facilitati straordinariamente in mezzo al materiale letterario raccolto per l'Esposizione nel 1925 e nelle altre biblioteche di Roma, continuarono con ritmo accelerato. Nel 1927 si ebbe il terzo volume terminando la letteratura americana, nel 1928 e 1929 il quarto e quinto volume, i primi sulla immensa letteratura asiatica. Questi tre volumi furono pubblicati in collaborazione con il p. Giovanni Dindinger, O.M.I. Questi, dopo la morte del p. S. nel 1930, continuò, coadiuvato dal p. Giovanni Rommerskirchen O. M. I., l'opera che prese proporzioni sempre più grandi. Fino al 1951 otto altri volumi furono pubblicati. Pio XI incaricò il p. S. di rendere accessibile al mondo il materiale statistico delle missioni raccolto per l'Esposizione Missionaria Vaticana, in disegni con testi esplicativi Die Weltmission der katholischen Kirche, Zahlen und Zeichen che fu pubblicato nel 1927-28 in cinque lingue.

Il p. S. può essere chiamato uno dei principali iniziatori e pionieri della scienza missionaria cattolica.

Bibl.: Biblioth. min., VI, Aachen 1931, pp. 12-2111; J. Rommerskirchen - J. Dindinger, Bibl. mission., II, Roma 1934-35. pp. 7-17; J. Pietsch, P. R. S., Pionier der Missionswissenschaft., Schineck 1952. Giovanni Rommerskirchen

STREITEL, MARIA FRANCISKA. - Fondatrice delle Suore dell'Addolorata, n. a Mellrichstadt (diocesi
di Würzburg) il 24 nov. 1844, m. a Castro S. Elia (diocesi di Nepi) il 6 marzo 1911.

Piamente educata e assidua alle opere di poeta, entrò a 21 anni dalle Suore del Terz'ordine di S. Francesco, fra le quali dal 1866 al 1882 esercitò vari uffici e diverse cariche. Però, desiderosa di una vita più severa, entrò dalle Carmelitane, ma non vi potè rimanere. Dopo pochi mesi chiamata a Roma dal p. Giovanni Jordan, fondatore della Società del Divin Salvatore, fondò sotto la sua guida la Congregazione delle Suore dell'Addolorata, approvata dal cardinale vicario nel 1885 , con lo scopo di assistere i malati negli ospedali e nelle case private, di tenere orfanotrofi, scuole, giardini d'infanzia e ospizi. Nel 1886 fu nominata madre generale, durando in questa carica 10 anni, quando fu deposta per false denunzie. Visse ed operò ancora 15 anni, prima a Roma e poi a Castro S. Elia, nella più grande umilia, totalmente dedicata alla preghiera, alla penitenza e all'educazione dei fanciulli. La morte ne mise in evidenza, con le grazie anche straordinarie largite a chi l'invocava, la mirabile santità; tanto che ne fu introdotta la causa di beatificazione il 13 giugno 1947 .
Bibl.: A. Reichest, La S. D. 31. Fr. S., Roma 1949. Celestino Testore
STRICKER, DER. - Poeta vagante tedesco, di cui si sa soltanto ch'era oriundo della Franconia e che visse in Austria intorno al 1250.

Compose, oltre ad un poema su Carlomagno, il poema cavalleresco Daniel von dem blühenden Tal, in cui elaborò nello stile di Hartmann, sfruttando motivi tradizionali e citando a suo mallevatore Alberico de Besançon, una leggenda arturiana. Più noto egli è però come poeta burlesco, per i suoi Schwänke o facesie e per i suoi Blipel o parabole di tendenza satirica, e specialmente come autore di quella raccolta di burle attribuite al Prete Amis, tipo di scaltro imbroglione che comincia con scherzi innocenti e finisce con l'ingannare perfino il suo vescovo mediante false reliquie o fingendo, con opportuni trucchi, di operar miracoli. Lo S. può essere considerato precursore di quella poesia satirica che, ostentando uno scopo morale, versava il suo scherno su intere classi sociali e che culminò più tardi nel famoso Till Eulenspiegel.

Bibl.: L. Jensen, Uber den Stricher als Blipel-Dichter, Marburg 1885; A. Blumenhätt, Die echten Tier- und Pflanzenfabeln des S.i. Berlino 1916. Bruno Vignola
STRIGONIA (Esztergom, Gran), arcidiocesi di. - Città e arcidiocesi in Ungheria. L'arcidiocesi ha una superficie di 7706 kmq . con una popolazione di 1.236 .392 ab. dei quali 818.779 cattolici distribuiti in 167 parrocchie con 394 chiese. Conta 520 sacerdoti secolari e 671 ex-regolari costretti dalle leggi antireligiose ad abbandonare i loro conventi. Inoltre in 158 case religiose ca. 250 suore si consacravano all'educazione della gioventù e alle opere della carità cristiana. Con l'accordo imposto all'episcopato ungherese dal governo comunista (1950), dopo l'infame condanna del card. Giuseppe Mindszenty (1949), tutti gli Ordini religiosi, eccetto sei conventi maschili e due femminili con le rispettive "cuole, furono soppressi.

Nell'insegnamento catechistico nelle scuole elementari e medie lavorano ca. 250 sacerdoti e catechisti. Fino alla nazionalizzazione delle scuole cattoliche, avvenuta nel 1948, oltre 10.000 studenti frequentavano gli istituti tenuti dagli Ordini e dalle congregazioni religiose.

La sede metropolitana di S., fondata da s. Stefano, primo re d'Ungheria e organizzatore della Chiesa ungher

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rese, risale al 999, anno che precede l'incoronazione del santo Re. Il paese fu da lui diviso in due province ecclesiastiche: S. e Calocza. S. non era destinata soltanto a diventare una sede metropolitana, ma come più tardi si rileva da un atto di Carlo I - mater et caput di tutte le chiese dell'Ungheria. Questo concetto viene espresso anche nella Legenda Maior di s. Stefano e fu codificato nel 1550 come articolo XVIII della legislazione ungherese. La posizione privilegiata appare anche nella scelta della sede metropolitana: S. fu la prima capitale del Regno costituito e organizzato da s. Stefano, il centro della prima fondazione politica con carattere di stabilità nel bacino del Danubio, dopo l'immigrazione dei popoli in Europa. Il Re santo fece dell'arce reale di S. la residenza dell'arcivescovo. S. rimase la sede dell'estesa arcidiocesi fino alla fine del sec. xvı, ma quando i Turchi nel 1543, sotto l'arcivescovo Paolo Varady (1526-29), occuparono S., la sede fu trasferita a Nagyszombat (Tirnava) e non tornò prima del 1820 sotto il regime dell'arcivescovo Alessandro Rudnay (1819-31).

Il primo nella successione degli arcivescovi fu il benedettino Anastasio (m. nel 1036) e il primo cardinale tra gli arcivescovi fu Stefano Vancha (1252-68). Il titolo di primate dell'Ungheria e di Legatus natus della S. Sede fu concesso la prima volta a Giovanni Kanizsay (13871418) da papa Bonifazio IX, e dal tempo del famoso card. Tommaso Bakocz (1497-1518) le due dignità furono sempre legate alla sede di S. Nel 1714 l'arcivescovo Agostino Keresztely ( $1707-25$ ) ottenne per sé e per i suoi successori anche il titolo di principe imperiale.

Il titolo di primate dell'Ungheria non è un semplice titolo di onorificenza, ma importa anche una certa giurisdizione. La prima menzione dell'arcivescovo di S., come primate, risale al tempo del re s. Ladislao (1077-95) in occasione della fondazione del vescovato di Zagabria. I diritti principali del primate in quel tempo furono l'incoronazione del re e la convocazione del sinodo nazionale. Per esprimere la sua giurisdizione il primate poteva farsi precedere dalla croce in tutto il paese. Nel corso dei secoli i diritti e privilegi si moltiplicarono a secondo il Sinodo di Nagyszombat nel 1630, sotto le presidenza del card. Pietro Pazmany, arcivescovo di S. e capo della riforma cattolica in Ungheria, la relaziona dell'arcivescovo di S. agli altri arcivescovi del paesapquivale alla relazione di un arcivescovo ai suoi vescovi suffraganei. Questa posizione giuridica fu ripetutamente confermata nei rescritti ufficiali della S. Sede (Bonifazio IX, Niccolò V, Leone X) e fu riconosciuta nella bolla di fondazione dell' arcivescovato di Eger (Agria) nel 1804. La bolla infatti pur esimendo il nuovo arcivescovato dalla giurisdizione metropolitana di S., conferma in pieno la stessa giurisdizione primaziale. L'arcivescovo di S. esercita la giurisdizione primaziale in Ungheria: il suo tribunale è la corte d'appello superiore dei tribunali arcivescovili, e il primate ha il diritto di visita anche nei monasteri esenti dall'ordinaria giurisdizione vescovile. Il primate, secondo il diritto comune magiaro, fondato sull'antica costituzione, è il cancelliere del regno, il primo consigliere del re, il guardasigilli e anche membro del tribunale supremo del regno. Egli incorona il re.

La provincia ecclesiastica di S. si è estesa nella maggior parte dell'Ungheria storica. Tra i dieci vescovadi fondati da s. Stefano Györ (Giavarino), Vác (Vacia), Pécs (Cinque Chasse), Veszprém (Veszprimia), Eger (Agria), - e dal sec. xI anche il vescovato di Nyitra (Nitra), formato dalla parte settentrionale dell'arcidiocesi - stavano sotto la giurisdizione dell'arcivescovo di S. In seguito alla nuova sistemazione territoriale delle diocesi dell'Ungheria nel sec. xvin, alle precedenti sono state aggiunte le seguenti nuove sedi suffraganee: Székes-
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(per cortesia del prof. E. Josi)
Stnigonia - La Cattedrale (1822-69) vista dal Danubio.
fehérvár (Alba Reale), Szombathély (Sabaria), Szepes (Scepusio), Rozsnyo (Rosvavia) e Besztercebinya (Neosolio). Le ultime tre sono divenute suffraganee della sede di Eger, quando nel 1804 fu promossa al rango di sede metropolitana. Anche il territorio proprio della sede di S. fu molto grande. La sua diretta giurisdizione era estesa su 15 contee, sulle città poi unite di Buda e di Pesc, su tutta l'isola di Csepel, come latifondo reale, e finalmente sulla prepositura di Nagyszeben. Questo territorio fu amministrato da 3 vicari generali e 12 vicari foranei.

Il centro spirituale dell'arcidiocesi fu la chiesa cattedrale costruita da s. Stefano. Dopo la distruzione e successiva ricostruzione nei secc. XII e xiv nel tempo dell'arcivescovo Dionigi Szecsi (1440-65) la Cattedrale fu completamente restaurata. Nel 1507 Tommaso Bakocz fece aggiungere una cappella costruita da Andrea Ferrucci da Fiesole. Questa cappella è il più bel monumento del rinascimento in Ungheria. Durante l'invasione e l'occupazione turca nei secc. xvi e xvir la maggior parte della Cattedrale fu distrutta. La nuova Basilica fu consacrata nel 1856 sotto l'arcivescovo Giovanni Scitovszky. Nel 1882 Giovanni Simor fece costruire il Palazzo arcivescovile e fondò ivi il Museo cristiano dotato di una ricca raccolta di disegni, pitture, sculture, arazzi e ceramiche, di una collezione numismatica e archeologica, documentando così l'interesse degli arcivescovi di S. per l'arte e per la cultura.

Fino alla prima guerra mondiale l'arcidiocesi di S. fu la più estesa in Ungheria. Il nuovo ordinamento ecclesiastico in seguito al Trattato di Trianon tolse 393 delle sue 482 parrocchie. Con queste fu organizzata l'amministrazione apostolica di Nagyszombat (Tirnava) in Cecoslovacchia. Come vicariato arcivescovile anche Budapest appartiene all'arcidiocesi. Tra le due guerre, in seguito al rapido incremento della popolazione nella capitale, fu necessario riorganizzare le parrocchie. In pochi anni furono costruiti 36 nuovi centri parrocchiali. Attualmente esistono a Budapest ca. 100 chiese e cappelle pubbliche, e si trovavano ivi anche i conventi di tutti gli Ordini e di tutte le congregazioni religiose più importanti, prima della loro soppressione, avvenuta ufficialmente nel 1950.

Il Seminario arcivescovile, primo seminario in Ungheria, fu fondato da Nicola Olah (1554-68) a Nagyszombat, e fu trasferito dopo l'espulsione del Turchi da S. Oltre questo esiste a Budapest un Seminario centrale per tutte le diocesi d'Ungheria. Sotto la sorveglianza dell'arcivescovo di S. sta anche il Pazmaneum, seminario

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ungherese a Vienna, fondato dal celebre arcivescovo della Riforma cattolica, card. Pietro Pazmany, e l's Institutum Ecclesiasticum Hungarorum in Urbe s. L'unica Facoltà teologica dell'Ungheria, il cui cancelliere è sempre il cardinale primate, si trova a Budapest, attualmente separata dall'Università statale del governo comunista.

Bib.: Eubel, I, pp. 464-65; II, p. 266; III, p. 323; IV, pp. 322-23; F. Knaus-Dedek, Monumenta Ecclesiae Strigon., 3 voll., Strigonia 1874-1924. Gerardo Békés

STRINDBERG, Johan August. - Scrittore svedese, n. a Stoccolma il 22 genn. 1849, m. ivi il 14 maggio 1912. S'affermò in gioventù con Master Olof (1872), un dramma in cui si presentava sulle scene il promotore della riforma luterana in Svezia e s'esprimevano i sentimenti antidemocratici dell'autore, e specialmente con Röda rummet ("La camera rossa", 1879), romanzo naturalistico e satirico sulla società della capitale svedese.

Al periodo naturalistico appartengono anche i racconti contenuti in Svenska öden och äventyr ("Destini e avventure svedesi ", 1882 sg.), Hemsöborna ("Gli abitanti dell'isola di Hema ", 1887), una delle cose più schiette dell'autore, e il crudo dramma naturalistico Fröken Julie ("Signorina Giulia", 1888). S. venne a contatto con la cultura e con gli ambienti intellettuali europei nei suoi lunghi soggiorni all'estero e particolarmente in Danimarca, in Svizzera, ove prese contatto con i rivoluzionari russi, in Germania, in Francia. Brandes gli fece conoscere il pensiero di Nietzsche e in I kasshandel ("In alto mare ", 1890) S. scrisse il suo romanzo del superuomo. Poi, venuto a conoscenza del misticismo visionario di Swedenborg, S. attraversò una profonda crisi mistica giungendo a una visione della vita, in cui il dolore si giustifica come espiazione del male e del peccato e, come scrive il Gabetti, «la sua religiosità si colorò sempre più di cattoliciamo». Dei suoi molti scritti di questo periodo possono citarsi tra i più tipici Inferno (1897) e Till Damaskus ("La via di Damasco ", 1898-1904); i drammi Påsk ("Pasqua ", 1901) con la figura centrale di Eleonora in cui si sublimava poeticamente il senso del dolore e dell'espiazione; Dödsdansen ("La danza della morte", 1901), una delle espressioni più cupe e desolanti del misoginismo di S., i drammi più propriamente fiabeschi, in cui s'avverte anche l'influsso di Maeterlinck, quali Drömspelet ("Il dramma di un sogno ", 1902) e un nuovo gruppo di tragedie storico-religiose tra le quali Gustav Vasa e Gustav Adolf. S. fondò nel 1907 il suo Intima teater e per esso compose altri drammi fiabeschi, simbolici e mistici tra cui Spökomaten ("La sonata degli spettri ", 1907) in cui l'esaltazione mistica raggiunge il suo diapason. Negli ultimi anni s'impegnò nuovamente in violente polemiche letterarie e politiche, attaccando il neo-umanesimo di Heidenstam e professando forme di un socialismo vagamente cristianeggiante. La sua morte commosse vivamente anche i ceti più umili.
S. è una delle più tormentate ed esasperate figure nella letteratura europea dell'ultimo Ottocento. Non c'è un punto d'arrivo della sua voluminosissima opera di scrittore, ma la sua vocazione e il suo impegno sono innegabili e la sua produzione multiforme è costellata di sorprendenti intuizioni e anticipazioni di movimento di cultura e d'arte posteriori alla sua epoca, alla quale egli è in sostanza assai meno vincolato di un Ibsen. E una figura che, già in vita, non appartiene soltanto alla Svezia ma all'Europa e ne è confusamente e dolorosamente consapevole.

Bibs.: A. Kerr, Das neue Drama: A. S., Berlino 1917; A. Storch, S. im Lichte seiner Selbstbiographie, Monaco 1921; E. Sprigge, The strange life of A. S., Nuova York 1942. Per gli studi ital. v. : G. Gabetti, a. v. in Esc. Ital., XXXII, pp. 850-53; M. Gabrieli, S. (in ital.), Göteborg 1944. Per le tradd. it. v. : Racconti svedesi, a cura di M. Gabrieli, Firenze 1945; Il meglio del teatro, a cura di G. Oreglia e vari, con interessante prefaz. di G. O., Torino 1951; Romanzi e drammi a cura di C. Picchio e vari, con buona introd. di C. Picchio, Roma 1952.

STRONGOLI. - Fu una delle cinque minuscole diocesi del versante ionico della Calabria, istituite dai Bizantini verso la metà del sec. IX, per la metropolia di S. Severina, ${ }^{1}$ creata di sana pianta insieme con le suffraganee.

Sembra che S. sia l'erede di Petilia Policastro, e quindi è più che probabile che possa identificarsi con la Paleocastro, che ricorre nella Notitia III della Diatiposi di Leone VI il Filosofo (886-901). Con la dizione di S. figura solo in fonti latine e in epoca non troppo antica. E dubbio infatti che appartenga a questa sede il vescovo Cerentino, che sottoscrive al Concilio Lateranense del 1179. Fra i suoi successori sono degni di nota: Pietro (1254-82), già abate di S. Eufemia, che ricorre spesso nel Regesto di Alessandro IV; Pietro Vicedomini (13301338), pure benedettino, la cui elezione fu confermata da Giovanni XXII, malgrado l'opposizione del metropolita; il francescano Tommaso De Rose (1342-51), uomo di grande dottrina; il card. Girolamo Grimaldi (1534-35), Tommaso Orsini (1566-67) e soprattutto il domenicano Timoteo Giustiniani (1568-71), che chiamò i suoi confratelli in città.

La diocesi di S., piccolissima e montuosa, non ebbe possibilità alcuna di sviluppo. Nel 1818 Pio VII la soppresse, aggregandone il territorio a quella di CerenziaCariati, rimasta unica suffraganea di S. Severina.

Bibs.: Ughelli IX, pp. 726-40; G. Fiore, Calabria illustrata, II, Napoli 1743, pp. 340-42; A. Vaccaro, Fidelis Petilia, Palermo 1933; F. Russo, La metropolia di S. S.verina, in Arch. stor. della Calabria e Lucania, 16 (1946), pp. 1-20; Eubel, I, p. 465; II, p. 267; III, pp. 323-24; IV, p. 323.

Francesco Russo
STROSSMAYER, Josir Jubaj. - Vescovo n. ad Osiek (Croazia) il 4 nov. 1815, m. l'8 apr. 1905 a Djakovo.

Studiò filosofia e teologia a Budapest e a Vienna; ordinato sacerdote nel 1838 , fu successivamente cappellano nella diocesi natale, professore e direttore del Collegio Augustineum di Vienna e poi cappellano di corte. Nominato vescovo di Bosnia e Sirmio con sede a Djakovo nel 1849, preconizzato e consacrato nel 1830, governò la diocesi fino alla morte. Divenne ben presto la figura centrale nella vita religiosa, culturale e politica della Croazia. Tra il 1866 ed il 1882 costruì a Djakovo la monumentale cattedrale di S. Pietro in stile romanico.

Contribuì inoltre al restauro della basilica di S. Clemente a Roma ed elevò la cappella croata nella basilica di Loveto. Grandemente giovarono al progresso culturale del popolo croato l'istituzione dell'Accademia Jugoslava delle scienze ed arti (1867), detta per un certo periodo Accademia Croata, della Pinacoteca e dell'Università croata di Zagabria (1874) da lui fondate. Con eguale munificenza S. contribuì alla pubblicazione del Monumenta Slavorum meridionalium del 'Theiner, delle raccolte di canti popolari croati, come pure di quelli macedoni ad opera dei fratelli Miladinov, e di moltissime altre opere, mentre manteneva a sue spese chierici francescani della Bosnia turca d'allora ed appoggiava ogni nobile iniziativa a favore della sua gente. Intrepido assertore dei diritti sovrani della Croazia, promosse e sostenne un generale riordinamento su base federativa dell'Impero austroungarico, con eguali diritti e doveri per tutti i popoli, nonostante i contrasti con le autorità imperiali.
S. pensava all'unione degli Slavi separati con la Chiesa cattolica, concepita come unica in diversitate, sulla carità e sul reciproco rispetto del rito, della lingua e dei diritti tradizionali. A tal fine, come pure per gli altri problemi dell'Unione europea, egli collaborò intimamente con Leone XIII e nel 1881 condusse una delegazione di rappresentanti di tutti gli Slavi a ringraziare il Pontefice per l'encicl. Grande manus, Difesa inoltre la liturgia glagolitica, s'interessò presso la S. Sede per l'edizione dei libri liturgici slavi, appoggiò il movimento unionistico della Macedonia e coltivò l'amicizia del filosofo Vladimiro Solovjev, che era alla avanguardia per il riavvicinamento della Russia con Roma. Notevoli pure i passi fatti dallo S. presso Bismarck per porre termine

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STROZZI BERNARDO
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(per cortesia del sec. Draganovits)
Strossmayer, Josip JURAJ - Ritratto.
al Kulturkampf in Germania ed il Memorandum allo zar Alessandro II sulla questione del Concordato della Russia con la S. Sede nel 1876, Memorandum che condusse all'accordo preliminare del 1882 ed infine al Concordato stesso del 1905. Poco ottenne, invece, in Serbia, il cui territorio resse come amministratore apostolico dal 1851 al 1896 .

Al Concilio Vaticano tenne due orazioni De doctrina catholica ed altre tre De disciplina ecclesiastica, De vita et honestate clericorum e De infallibilitate Romani Pontificis. Insieme al Dupanloup, Haynald e Schwarzenberg fu uno dei capi dell'opposizione alla definizione del dogma della nfallibilità, temendo che si rendesse più difficile il ritorno dei fratelli separati all'unità, ma si sottomise e lealmente difese la dottrina dell'infallibilità. In un opuscolo "Papa e Vangelo" di un vescovo al Concilio Vaticano (Firenze 1870) figurava un suo discorso apocrifo dovuto all'apostata Juan Augustin de Escudero. Di esso si valse anche la setta dei " veterocattolici", costituita nel 1922 ad opera del governo di Belgrado.

Bim.: Ch. Loiseau, La politique de S., in Monde Slave, 41 (1927), pp. 379-405; F. Sǐkí, Korrespondencija S. - Rožbi, 4 voll., Zagabria 1928-31; A. S̄piletak, Bishop 7. 7. S. na Vatikanskom saboru, ivi 1929; J. Oberški, Gevori S.-a na Vatikanskom saboru ( I discorsi di S. al Concilio Vaticano 1), Zagabria 1929; A. Wenzelides, Il mecenate creato 7. 7. S., in Europa orientale, 1930.

Krunoslav Stefano Draganovic
STROZZI, Bernardo. - Detto il Cappuccino genovese, pittore, n. a Genova nel 1581, m. a Venezia nel 1644. E fra i più notevoli pittori genovesi del primo Seicento.

Lo S., che ha una formazione quanto mai complessa nonostante la sua quasi popolaresca aggressiva evidenza, è il più tipico esponente nella sua città di quel naturalismo venezianeggiante verso cui lo seguirà G. A. De Ferrari. Fra le opere giovanili toscaneggianti sono la Madonna del Louvre e quella di Genova (collez. Crosa di Vergagni), la S. Caterina di Hartford, il migliore esemplare di un'ampia serie; fra quelle lombarde la Flagellazione della collezione Migone di Genova, la Deposizione dell'Accademia Ligustica. Più vicino alla sensibilità di maestri fiamminghi presenti a Genova, quali l'Aersten, il Beukelaert, il van Roos, e cioè più francamente realistico, un
gruppo di dipinti fra cui i Pifferai del Palazzo Bianco di Genova, i Musicanti della collezione Bavesi di Genova e la notissima Cuoca di Palazzo Rosso. Dei pochi affreschi dello S. conservati, sono di grande interesse quelli di Palazzo Carpaneto di Sampierdarena (1623-25), e del perduto Paradiso della chiesa di S. Domenico; notevolissimo il bozzetto dell'Accademia Ligustica, quasi preveneziano nel colore, cosi come lo sono le tele con il Sogno di Giuseppe, nelle versioni Spinola, Serra e Pallavicino. Tra le ultime opere dello S. del periodo genovese mostrano intendimenti riferibili alla sorgente caravaggesca dipinti di grande qualità come la Vocazione di s. Matteo dell'Art Museum di Worcester e il S. Agostino in veste di pellegrino che lava i piedi a Gesù dell'Accad. Ligustica. A Venezia, dove si ritirò nel 1630 e donde non si mosse più sino alla morte, lo S. sviluppò al massimo le sue qualità, non estraneo all'influsso dei grandi cinquecentisti; spunti veronesiani sono soprattutto nell'arioso Ratto d'Europa di Posen e negli sfondi architettonici della Cena delle Gallerie dell'Accademia. La critica gli ha riconosciuto parte preponderante in quel risveglio pittorico che in pieno Seicento diede l'avvio alle grandi conquiste settecentesche di Venezia. Fra i più alti raggiungimenti dello S. le opere di Vienna, l'Annunciato di Budapest, i ritratti di Mosca.

Bibl.: G. Fiocco, s. v. in Thieme-Becker, XXXII (1938), p. 208; M. Gorring, Un capolavoro dello S., in L'arte, 42 (1939), pp. 26-28; O. Grosso, Il quadro di Erminia tra i pastori e le pitture di B. S. nel decennio 1624-30, in Genova, genn. 1942; M. Bonzi, Due toad. dello S. in Liguria, Savona 1943; B. C. Heil, B. S., Calling of Matteo, Worcester Art Museum 1946, pp. 33-47; W. E. Suida, The Adoration of the shepherds by B. S., in The Journal of Walters Art Gallery, 9 (1946), pp. 103104; P. Zampetti, Ined. di B. S., in Emporium, 109 (1949), pp. 17-27; M. Gregori, La Mostra della Madonna nell'arte in Liguria, in Paragone, 1950, n. 32, pp. 58-61. Luisa Mortari

STROZZI, FAMIGLIA. - Capostipite conosciuto ne è uno Strozza di Ubaldino che visse nella seconda metà del sec. xili. Dai figli di lui, Pino, Lapo, Pagno e Geri derivarono quattro linee.

Bardo di Lorenzo, discendente di Palla di Lapo, si trasferì a Ferrara, dove il suo ramo si estinse nel 1737. Un discendente di Lobo di Lapo, Lorenzo di Govan Battista il Vecchio, fu il capostipite del ramo che durò a Firenze per tutto il sec. xix, mentre il fratello di lui, Filippo, dette inizio ad un altro ramo, trasferendosi a Roma. Infine da Geri diocesero NANNE, capostipite degli S. di Ferrara e Benedetto, capostipite di quelli di Mantova. Gli S. presero parte attiva alle lotte politiche in Firenze durante la repubblica e nei primi tempi del principato, e molti di loro si segnalarono nella milizia, nella carriera ecclesiastica, nelle lettere e nelle arti.

Tomasaro fu uno degli Otto Santi nella guerra contro Gregorio IX. Filippo il Vecchio, ostile ai Medici, fu bandito da Firenze poi, riammesso, iniziò la costruzione del palazzo familiare. Giovanni Battista detto Filippo, dapprima fautore dei Medici, poi, spinto dal figlio Piero, dopo la morte del duca Alessandro fece causa comune con i fuorusciti; preso a Montemurlo e condotto a Firenze, si uccise o fu ucciso in carcere. Piero, da principio favorito del duca Alessandro, ne divenne poi scerrimo nemico, e morto lui capeggiò gli oppositori di Cosimo I. Dopo la disfatta di Montemurlo e la morte del padre, passò al servizio del Re di Francia e ne comandò le milizie nella guerra di Siena, continuando poi la resistenza a Montalcino. Nominato maresciallo di Francia, combatté agli ordini del duca di Guisa e cadde sul campo a Thionville il 21 giugno 1558 . Il fratello di Piero, Leone (n. nel 1515, m. il 26 giugno 1554), nonostante i favori ricevuti da Clemente VII, in odio ai Medici passò al servizio dell'Ordine di Malta e combatté i Turchi al seguito di Andrea Doria; servil la Francia contro i Medici e l'Impero. Fu colpito a morte mentre tentava uno sbarco sulle coste di Toscana. Fra gli ecclesiastici sono da ricordare : Roberto di Carlo, canonista, che insegnò nello Studio di Pisa alla fine del sec. xv e fu vicario generale di quella diocesi per l'arcivescovo card. Riario, e particolarmente Lorenzo che, nominato dal Re di Francia vescovo di Be-

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Strozzi, famiglia - Esterno del Palazzo Strozzi, di Benedetto - (Int. Abnarii. Simone del Pollaiolo detto il Cronaca (iniziato nel 1489) - Firenze.
ziers il 7 dic. 1547 , fu poi trasferito ad Alby il 14 apr. 1561 , quindi ad Aix il 6 febbr. 1568; il 15 marzo 1557 era stato creato cardinale da Paolo IV; mori ad Avignone il 14 dic. 1571. Come i suoi congiunti egli era stato al servizio della Francia. Da Isabella S. moglie di Bartolomeo Corsini, nacque Lorenzo, poi papa Clemente XII (v.). Fra i letterati e filosofi: Palla di Onofrio (1373 ca.-1462) ellenista; Tito Vespasiano ( $1424-1505$ ) poeta latino; suo figlio Ercole (1473-1508) anche egli poeta latino, che finì misteriosamente assassinato; Giovan Battista il Vecchio (1505-71); suoY LONENZA poetessa, domenicana (15141591); Giovan Battista il giovane (1551-1634); Carlo (1587-1670), erudito e raccoglitore di codici, creato conte palatino da Urbano VIII. Fra gli artisti : Zanoni, minatore e pittore, discepolo del Beato Angelico; Bernardo (1581-1644) che appartenne alla scuola secentesca veneziana ed è particolarmente nominato come ritrattista.

Bibl.: R. Palmarocchi, s. v. in Enc. Ital., XXXII, p. 861 sg.; G. Parattini, Suor Lorenzo S. poetessa domenicana, in Mem. domenicane, 59 (1942), p. 113 sgg.: V. Fanelli, I libri di messer Palla di Nedi S. (1372-1461), in Conviviom, raccolta nuova, 1949, pp. 27-73.

Roberto Palmarocchi
STROZZI ACQUAVIVA, Isabella, duchessa d'Atri. - Collaboratrice di s. Leonardo da Porto Maurizio, n. il 4 ag. 1703; sposò nel 1727 Filippo Strozzi, duca di Bagnolo, e m. il 24 ag. 1760.

Sorella del card. Troiano Acquaviva (m. il 21 marzo 1747), protettore dell'Ordine francescano, fu dama di corte e amica di Maria Clementina Sobieska, moglie di Giacomo (III) Stuart, pretendente al trono d'Inghilterra. Come questa "regina" che fu "donna di eroiche virtù" (L. A. Muratori, Annali, a. 1735), S. era guidata da s. Leonardo da Porto Maurizio nelle vie della perfezione. Nelle Opere complete del Santo (vol. II, Roma 1853; vol. IV, Venezia 1868) sono pubblicate 19 lettere a lei dirette dal 17 ag. 1733 al 29 marzo 1747, con una interruzione di 5 anni ( $1742-46$ ); un'altra è pubblicata dal p. B. Innocenti in Operette e lettere inedite (Arezzo 1925, pp. 103-104). In esse s. Leonardo la incarica di aiutare bisognosi o la ringrazia delle sue beneficenze, ma soprattutto la esorta a staccarsi completamente dal mondo, additandole l'esempio di quella che chiama "la nostra buona regina" Maria Clementina.

Bibl.: P. Litta, Famiglie celebri, Acquaviva, tav. VI; B. Bagatti, La direzione spirituale di s. Leonardo da Porto Maurizio, in Studi francesc., 20 (1949), pp. 93-99.

Renata Orazi Ausenda
STRUMENTALISMO. - Con questo termine si definisce la forma di pragmatismo (v.) propria del
filosofo nordamericano J. Dewey (n. a Burlington il 28 ott. 1859, m. a Nuova York il $1^{\circ}$ giugno 1952; professore dal 1905 nella Columbia University di Nuova York), per il quale ogni idea e dottrina è un utensile (tool) per l'azione e la trasformazione dell'esperienza.

Il Dewey e la «Scuola di Chicago ", da lui promossa, si caratterizzano per il cosiddetto s. logico o "logica strumentale". Il pensiero del Dewey è svolto nelle opere principali : Psychology (Nuova York 1887); Studies in logical theory (Chicago 1903); Democracy and education (Nuova York 1916); Reconstruction in philosophy (ivi 1920); Human nature and conduct (ivi 1922); Experience and nature (Chicago 1925); Characters and events (ivi 1929); Construction and criticism (Nuova York 1930); Philosophy and civilization (ivi 1931).

Come scrive lo stesso Dewey, "la conoscenza riflessa è un mezzo (instrumental) per dominare una situazione anormale", com'è anche "un mezzo d'arricchire la immediata significanza (significance) delle esperienze anteriori" (Essays in experimental logic, 1917, p. 17). Il Dewey è tornato, in tarda età, con molto impegno agli studi di logica (Logic, the theory of inquiries, Nuova York 1939; trad. it. Torino 1949). Egli abbandona, per evitare equivoci, la parola "pragmatismo" (v.), ma il suo s. logico resta invariato: carattere pratico della logica, strumento (come la ragione e la scienza) per trasformare la condizione umana, la società. Da qui il carattere sociale del suo "naturalismo umanistico", che è un neo-empirismo, secondo il quale il pensiero è un prodotto dell'evoluzione biologica, avente una finalità sociale e instaurante la collaborazione e la comunicazione tra gli uomini. Il pensiero nasce da bisogni vitali e la sua funzione è appagarli (notevoli i punti di contatto tra il deweysmo e il marxismo); da qui il suo fine essenzialmente "strumentale" di trasformare o di risolvere "situazioni " reali, non individuali ma sociali. Questa precisazione non basta a risparmiare allo s. logico del Dewey la qualifica di puro utilitarismo, di pragmatismo e di relativismo radicale. Ridotta la logica a "strumento di lavoro", alla sua funzione pratica di trasformare e risolvere situazioni, è evidente che la logica (e le verità logiche) sono mutevoli come le situazioni e la loro validità resta limitata a questa o quella situazione (soggettiva o sociale che sia, non importa). "La logica è una disciplina che si evolve... Via via che si perfezionano i metodi delle scienze, corrispondenti mutamenti si verificano nella logica. Un cambiamento di enorme importanza... avvenne in conseguenza dello sviluppo della matematica e della fisica... Quando in avvenire i metodi d'indagine verranno ulteriormente mutati, la teoria logica cambierà anch'essa... L'idea che la logica sia suscettibile di formulazione definitiva non è altro che un'idolum theatri» (Logica, cit., trad. it., p. 47). E da rilevarsi ancora la distinzione che il Dewey fa tra "strumentale" e "operativo": "Come termine generale, "strumentale" significa la relazione mezzi-risultati, come categoria fondamentale per l'interpretazione delle forme logiche, mentre "operativo " esprime le condizioni grazie alle quali la materia è d) resa atta a servire come mezzo e a) effettivamente funziona come mezzo nel compiere la trasformazione obiettiva che è il fine dell'indagine" (ibid., p. 48 ).

Bibl.: v. alle voce pragmatismo. Su Dewey: Th. Milton Halsey-H. Wallace Schneider, A. bibliography of 7. D., Nuova York 1929: J. Rauter, The philosophy of 7. D., ivi 1928; M. T. Gifto-Toss, Il pensiero di G. Dewey, Napoli 1938; F. A. Schilpp, The philosophy of 7. D., Chicago 1939; G. White Morton, The origin of Dewey's instrumentalism, Nuova York 1943; G. De Ruggiero, Filosofi del Novecento, $3^{\text {a }}$ ed., Bari 1946, pp. 63-87. Altre indicazioni in G. A. De Bric, Bibl. philas. 1934-45, I, UtrechtBruxelles 1950, pp. 551-52.

Michele Federico Sciacca

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(da V. Leroquin, Les poeutiers mes. latins des bibl. publ. de l'ouve. Néron (940-41, fac. 15)
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(per cortesia della dell. L. Cervelli)
(Iul. Alibert)
In alto a sinistra: STRUMENTI MUSICALI ANTICHI. Da sinistra a destra: oauio, salterio, timpano, cetra, campanella, tromboni, tuba, pennù̀, chorso. Miniatura del Salterio-Innario con glosse dell'abate Odberto di St-Bertin (999) - Boulogne-sur-Mer, Bibl. municipale 20, f. $2^{\circ}$ - In alto a destra: CAPPELLA MUSICALE: cantoni e suonatori con cromorni e tromboni. Incinione su rame di Th. Galle (1537-1612) dall'Encamium Muntee, Anversa, per i tipi di J. Stradanus (ca. 1580) - Parigi, Biblioteca nationale. In basso a sinistra: ARGELI MUSICANTI. In alto da sinistra a destra: salterio, tromba marina, liuto, tromba, oboe basso; in basso da sinistra a destra: tromba dritta, tromba rimova, organo: portatile, arpa, fidula. Dipinto di Hans Memling (ca. 1490) - Anversa, Kl. Museum. In basso a destra: ALLEGORIA DELLA MUSICA. In alto: trombe a 5; in basso da sinistra a destra: viola-tiuto, arpa, flauti a becco, viola da braccio. Affresco del Pinturicchio nell'Appartamento Borgia (1492-95) - Palazzo Apostolico Vaticano.

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(1ot. Alinare)
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2.
(per cortesia del prof. G. Lugli)
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3.
(per corlesia del prof. G. Lugli)
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4.
(fot. Musei di Roma)
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5.
(per corlesia del prof. G. Lugli)
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6.
(per corlesia del prof. G. Lugli)
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7.
(du Riv. arch. crist. 21 [1944-45], p. 233)
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8.
(du Riv. arch. crist. 21 [1944-45], p. 233)

1. OPUS PELASGICUM - Alatri, mura dell' a ctopoli; 2. OPUS QUAGRATUM - Roma, mura dette Serviane ( $978-983$ a. C.); 3. OPUS INCERTUM - Palestrina, terrazza sastruttiva (età di Silla); 4. OPUS RETICULATUM - Roma, maunoleo di Augusto; 5. OPUS LATERICIUM - Roma, Domus Aurea (a destra di età neroniana, a sinistra di età uberiana); 6. OPUS MIKTUM - Porre Ostiense, magazzino di Traiano; 7. OPERA LISTATA (tufelli e matroni) - Roma, S. Sebastiano, muro sud della navata principale (metà del sec. rst); 8. OPUS LATERICIUM - Roma, SS. Giovanni e Paolo, muro esterno della navata principale (inizio del sec. v).

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(fot. Altusri)
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(fot. Altusri)
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(fot. Altusri)
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(St. Alveri)
A sinistra: ABSIDE DELLA CHIESA INFERIORE del S. Spicio (sec. XII-XIII). In alto a destra: VEDUTA GENERALE DEL S. SPECO (sec. XII-XIII). In basso a destra: LA SCALA SANTA DEL S. SPECO vista dalle grotte dei Pastori. Le pareti furono affrescate nel sec. XIV.

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STRUMENTI MUSICALI. - I. Nell'Antico Testamento. Presso gli Ebrei la musica era esercitata principalmente in manifestazioni religiose dalla classe sacerdotale nel Tempio e fuori di esso e rivestiva quindi un carattere eminentemente sacro. Degli s. m. da loro usati non si hanno indicazioni esatte né circa la conformazione, né circa la terminologia precisa di ciascuno; riferimenti preziosi sono offerti dalla civiltà egiziana, assira e fenicia, cui Israele si ispirò per i suoi tipi strumentali.

Tra gli s. a corda la Bibbia cita più spesso il nébhel o grande arpa, probabilmente di origine fenicia, a 12 corde, che secondo lo storico Giuseppe Flavio si suonava con le dita; il hinnór o arpa di grandezza minore, di minor potenza sonora e di àmbito più basso, a dieci corde, che si suonava con il plettro e che sembra avesse forma affine alla greca kithara: era questo lo s. prediletto da David per accompagnare il canto dei suoi salmi e le sue danze intorno all'Arca Santa. Più numerosi sono gli s. a fiato; tra essi lo tóphár, fatto con corno di montone, che, dato lo scarso numero di suoni di cui poteva disporre (tonica, quinta e ottava), non veniva usato per melodie, ma per segnali: il l'unico rimasto in uso ancor oggi nella Sinagoga per il servizio religioso che festeggia il nuovo anno; la maghrépháh era una siringa dal suono assai potente; la búsósráh era una tromba d'argento, lunga, suonata dai sacerdoti (Salomone ne riunì 120 per la festa della Dedicazione del Tempio; due hásósráh sono raffigurate in un bassorilievo intorno dell'arco di Tito), il bálill era uno s. a fiato ad ancia doppia della famiglia degli oboi, lo 'úghábh un flauto pastorale : si usava nel primo Tempio ed è citato solo nel salmo 130 . Dei molti s. a percussione sono di gran lunga i più importanti quelli richiesti dal rito delle danze sacre, che erano parte integrante della liturgia israelita: anzitutto il tóph, specie di tamburello con cui la profetessa Maria si accompagnava cantando il cantico di Mosè (Ex. 15, 20) e che la figlia di lephte univa alla danza (Inde. 11, 34); altri s. del genere sono i cimbali o piattini di bronzo selsélím, suonati dai Leviti e di cui i mésiltajim o castagnette possono ritenersi una variante; gli tállílím (triangoli), usati come il tóph, specialmente dalle donne per accompagnarsi nella danza; i móna'an'ón o sistri, di cui tanti esempi si trovano nei musei. Dei campanelli ( $p a^{\prime} d m a ̃ n l m$ ) di derivazione egiziana, che il gran sacerdote portava attaccati all'orlo della veste, non si può dire che avessero una funzione musicale, ma piuttosto che rientressero nel complesso di attributi che accompagnava la suprema dignità sacerdotale.

Particolarmente interessante è la riunione degli s. m. ebraici nella orchestra stabile del Tempio: il numero minimo di 12 suonatori (il 12 era un numero sacro, a cui faceva riscontro il numero, identico, di cantori, come le 12 tribù di Israele, le 12 corde della grande arpa nébhel ecc.) era formato da 2 nébhel (che potevano giungere fino a 6), 9 hinnór (che potevano essere aumentati illimitatamente), 2 bálill (che potevano arrivare al numero di 12 e intervenivano solo in determinate festività), un paio di cimbali, cioè una coppia di piattini. Questo nucleo base veniva notevolmente ampliato in occasione di speciali celebrazioni, sino a centinaia e talvolta migliaia di esecutori. Di queste esecuzioni di masse ci dà notizia in specie lo storico ebreo Giuseppe Flavio nelle sue Antichità giudacche, che, con la Miônâh (ca. 220 d. C.), costituiscono le più importanti fonti a questo riguardo.
II. Nella Chiesa dei primi secoli. - Gli strumenti non solo non trovano posto nell'uso ufficiale, ma vengono severamente proibiti da tutti i Padri, che vedono in essi segni di paganesimo. Il mondo romano aveva ereditato dal greco i tipi principali di s., rappresentati dalla kithara e dalla lira, per gli s. a corda, e dalle varie famiglie degli aubii, per i fiati. Alcuni Padri spiegano l'abbondanza degli s. tra gli ebrei come speciale elargizione di Dio alla debolezza del loro spirito e s. Giovanni Cristostomo comprende in tale concetto anche comunità cristiane da poco convertite dall'idolatria, il che conferma l'uso non ufficiale degli strumenti, quali il timpano e il
salterio, anche tra i primi cristiani. Clemente Alessandrino tollera la lyra e la kithara, perché usate dal re David, ma non ne ammette l'uso che nelle agapi.
III. Nel Medioevo. - Per quanto riguarda gli s. m. adoperati nella Chiesa dopo i primi secoli e nel primo medioevo non è facile dare dei riferimenti completi ed esatti. Di una nutrita pratica strumentale ci dà notizia Walafrido Strabone, il quale parla in particolare della abbazia di Reichenau, nella cui scuola, apertasi nell'824, si impartiva una educazione comprendente la teoria e la pratica del canto, come pure l'arte di suonare svariati s.: organo, arpa, flauto, tromba, trombone, cornetto, cetra triangolare, lira a tre corde. Anche nel Monastero di s. Gallo i figli dei nobili ricevevano da Tutilone un completo insegnamento strumentale : «in omnium genere fidium et fistularum», come scrive Ekkehard in De casibus monasterii Sancti Galli. In altre cronache ed in molti trattati medievali gli s. ricevevano un posto ed una documentazione sempre più notevoli, adeguandosi anche al crescente sviluppo delle musiche per danza. Nei monasteri femminili del sec. x si era anche diffuso l'organistrum, specie di viola azionata da una ruota sotto le corde anziché dall'arco e che, per essere strumento quasi meccanico e non artistico, fu detta "viola da orbo": in Italia veniva chiamato comunemente "ghironda", in Francia "violle (à roux) "ed in Inghilterra "Surdy-gurdy". Aveva 4-6 corde ( 2 delle quali a suono fisso, tipo bordone, e le altre spostabili a mezzo di bottoni) e, nei suoi modelli più grandi, veniva suonata da due persone. Dopo il mille, con il sorgere delle prime forme polifoniche, si instaura anche il sistema di accompagnare il canto con alcuni s. che dovevano servire di rinforzo e di sostituzione delle parti vocali ma non si può dire con precisione quali e quanti s. fossero usati, p. es., nella Cantoria di Notre Dame di Parigi che pure è una delle più conosciute. In occasione di una gran festa in una chiesa di Gand nel 1389, l'uso di trombe, claroni e strumenti d'ogni sorta ci è testimoniato da Jean Froissart (1338-c. 1410). Con l'ars nova gli strumenti che partecipano alle sacre funzioni si fanno più numerosi e più intimamente connessi con il carattere stesso delle composizioni: dell'intervento di organi, e trombe si trovano tracce, ad es., nelle voci inferiori della Messa di Machaut, che hanno un carattere strumentale, e nei codici trentini, opere in cui intervalli irregolari, figurazioni troppo abbondantemente melismatiche e spezzettamenti inusitati delle parole sotto le note lasciano scorgere i resti di esecuzioni strumentali.
S. a percussione nel medioevo (timpani, crotali, tamburelli, campanelli, piatti di bronzo ecc.) sono propri dei jongleurs ed in genere delle musiche profane, specialmente di danza. Uno dei più antichi s. a corda è l'arpa, che risale al «nébhel» ebraico s. in Europa, alla «cithara Anglica» o arpa irlandese. L'arpa fu assai usata nelle chiese di Francia e di Spagna: qui in particolare se ne conservò l'uso fino ai tempi piuttosto recenti nella Cattedrale di Pamplona. Altri s. a corda sono la lira, il salterio, la cetra, il liuto, il cistro, la chitarra; virginale, spinetta e clavicembalo sono a pizzico, mentre il clavicordo (antenato del pianoforte) è a percussione. Fra questi ultimi, tutti a tastiera, il virginale è quello che veniva più largamente usato nei monasteri femminili. Sorse nel sec. xv e prese uno sviluppo particolare nel 1600; aveva forma rettangolare e suono assai dolce. Tipico strumento ad arco usato fin dal medioevo nei monasteri femminili e diffuso prevalentemente nel sec. xvir è la «tromba marina» di forma allungata, cassa esagonale e aperta al di sotto, fornita di manico e alta più di una persona. Aveva una o al massimo due corde e si suonava con l'arco, tenendola appoggiata ad una spalla. Era detta trompette marine in Francia e Trumschettt e Nonnengstge (giga delle monache) in Germania.

Un tipo rudimentale ed antichissimo di s. a fiato è la greca «siringa» o flauto di Pan, a cui si aggiungono i vari flauti, diritti e traversi, i flagioletti, l'ocarina e l'organo; clarinetti e sassofoni poi sono ad ancia (famella flessibile che, situata presso il bocchino, apre e chiude il tubo contenente l'aria) semplice, mentre al tipo dell'ancia doppia appartengono gli oboi, i fagotti, i con-

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(fot. Istituto di Patologia del Libra)
Stmmenti scrittori: - Stili e teca rinvenuti negli scavi di Minturno.
stato, secondo il Van den Borren, rinforzato da tromboni e da altri strumenti a fiato. Continua cosi, parallelamente con lo stile a cappella, il fiorire di quella pratica strumentale che sfocerà nella ricca e multicolore tavolozza orchestrale che durante il ' 500 si dispiegherà in modo particolare nella cappella di s. Marco a Venezia, dove, in aggiunta alle voci, ai 2 cori e ai 2 organi, si trovano cornetti, trombe, tromboni, fagotti, violini e viole: sono le opere di Andrea e Giovanni Gabrieli che aprono la via al genere del concerto spirituale che trova la sua espressione nel termine "concertato" proprio del $1^{\circ}$ Barocco.
V. Eta barocca. - Anche a Roma, nel 1611, si ha testimonianza di liuti, tiorbe, strumenti ad arco e simili, usati generalmente nelle chiese. Il culmine della sovrabbondanza strumentale fu raggiunto in pieno Barocco (v. Messa di O. Benevoli, Salisburgo 1628, a 54 parti reali, 16 voci e 38 strumenti). Nel secolo seguente ebbe però inizio una corrente di riforme purificatici che, dal movimento ceciliano capeggiato da Ett, Eiblinger, Greit, ecc. doveva poi condurre alla promulgazione del motu proprio da parte del beato Pio X (1903), con il quale la musica sacra fu riportata alla sua dignità, e fu permesso in chiesa solo il suono dell'organo e tollerata in via eccezionale una sobria scelta di strumenti a corda e a fiato. - Vedi tav. CI.

Bibl.: v. musica, II. Oltre alla bibl. alla musica, I, vedi: V. Mabillon, Catalogue descriptif et analytique du Musée instrumental du Conservatoire de Bruxelles, 3 voll., Gand 1895-1912. J. Weiss, Die musikal. Instrum. in den hl. Schriften des Alten Testum., Graz 1899; C. Sachs, Reallexikon der Musikinstrumente, Berlino 1913; W. Heinitz, Instrumentenkunde, Potsdam 1929; C. Sachs, Geist und Werden der Musikinstrum., Berlino 1929; T. Gérold, Les Pères de l'Eglise et la musique, Strasburgo 1931; A. Schaeffner, Origine des instrum. de musique, Parigi 1936; C. Sachs, The hist. of musical instrum., Nuova York 1940; N. Bessa-
raboff, Ancient European musical instruments, Boston 1941; F. W. Galpin, A textbook of European musical instruments; their origin, history, characters, Londra 1946; R. Staquet, Les instruments de musique d l'église, in Musica sacra (Malines), 47 (1948), pp. 13-18, 39-43; A. Idelsohn, Srmish, music in its historical development, Nuova York 1948; P. Gradenwitz, The music of Israel, ivi 1949.

Luisa Cervelli
STRUMENTI SCRITTORI. - Per produrre la scrittura (v.) si sono usati nel tempo s. s. diversi, che variano anche in relazione alla materia destinata a ricevere le lettere. Cosi le scritture epigrafiche sono prodotte normalmente dallo scalpello; i graffiti da uno strumento duro a punta per lo più occasionale, le scritture murali dal carbone, dal pennello o da un bastoncino, intinto di colore, le corsive delle tavo-
lette cerate dallo stilo (breve asta di forma cilindrica appuntita ad un'estremità e smussata a spatola all'estremità opposta :