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a uno strumento duro a punta per lo più occasionale, le scritture murali dal carbone, dal pennello o da un bastoncino, intinto di colore, le corsive delle tavo-
lette cerate dallo stilo (breve asta di forma cilindrica appuntita ad un'estremità e smussata a spatola all'estremità opposta : prima di ferro, poi di bronzo, osso, avorio, ecc.). Per le scritture a inchiostro si passò invece dal calamo alla penna.

Il calamo fu costituito da un'asta di canna, temperata in punta e tagliata da una fessura. Sembra che abbia avuto origine in Oriente, ma il suo uso fu larghissimo nel mondo greco-romano e fino ai primi anni del medioevo. Reparti archeologici hanno messo in luce che gli antichi usavano anche penne metalliche, ma modellate sul tipo del calamo. L'adozione della penna di volatile (soprattutto di oca), che presentava il vantaggio di una maggiore elasticità, si fa risalire intorno al iv sec. d. C., ed ebbe durata lunghissima. Fu soppiantata soltanto dopo l'introduzione del pennino metallico, applicato a un'asticella di legno, fabbricato a Birmingham nel 1826 dall'inglese Perry.

L'inchiostro utilizzato nell'antichità era fabbricato con iscrofumo o carbone misto ad acqua e gomma; gli ingredienti metallici (solfato di ferro) cominciarono ad essere usati solo più tardi (si hanno in proposito molte ricette medievali). Fu usato eccezionalmente anche inchiostro rosso, ma quasi solo per titoli e iniziali di capitoli; l'oro e l'argento su fondo purpureo si incontrano da principio in codici bizantini, ma figurano dal v sec. anche in testi latini; solo a medioevo avanzato si incontrano sporadicamente, per le iniziali, inchiostri azzurri e verdi.

Il materiale per scrivere era conservato dallo scriba nella cosiddetta theca libraria o calamarium (da cui impropriamente il nostro "calamaios), unitamente a un coltello (scalprum) che serviva a temperare la canna, il recipiente dell'inchiosto (atramentarium-scriptorium), la pomice per levigare la pergamena, la spugna per eventuali cancellature e il punteruolo per la rigatura a secco delle pagine.

Bibl.: F. Ebert, Zur Handschriftenkunde, I, Lipsia 1823; A. Angelucci, Del materiale e degli strumenti per scrivere usati dagli antichi, Milano 1882, pp. 90-109; W. Wattenbach, Das Schriftwesen im Mittelalter, $3^{\circ}$ ed., Lipsia 1896, pp. 221-72; C. Paoli, Programma scolastico di paleografia latina e di diplo-
![img-33.jpeg](img-33.jpeg)
(fot. Ena. Gati.)
Strumenti scrittori - S. s. L'evangelista s. Marco nell'atto di intingere il calamo nell'inchiostro. Miniatura del cod. Casanat. 163 (già G. IV. 1, e ancora prima A. R. V. 33. 1) Evangelia (grace), palinsesto sec. xit (scrittura precedente fine sec. xi o iniz. sec. xit), f. $48^{\circ}$ - Roma, Biblioteca Casanatense.

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matica, II: Materie scrittorie e librarie, $3^{2}$ ed., Firenze 1913. pp. 66-86; K. Löffler, Einführung in die Handachriftenkunde, Lipsia 1929, v. indice; F. G. Kenyon, Books and readers in ancient Greece and Rome, Oxford 1932; C. Marschal, L'origine des instruments d'écriture, in La chronique graphique, 9 (1934), pp. 2413-18.

Renzo Frattarolo
STRUMI. - Antica abbazia benedettina nel Casentino, fondata da Teugrimo o Teudegrimo, della famiglia dei Guidi, sulla fine del sec. x.

Dedicata a s. Fedele, deve forse la sua origine al rifiorire del culto per questo santo (cf. Anal. Bolland., 9 [1890], pp. 354-59, e 21 [1902], p. 29 sgg.; BHL, 2925); ma intorno alla metà del sec. xI era già in decadenza, tanto che verso il 1085 ai Benedettini subentrarono i Vallombrosani (certamente da questi ultimi dipendeva nel 1090, come si ricava da un privilegio di Urbano II : Jaffa-Wattenbach, 5433), il cui primo abate fu il b. Andrea da Parma. Poco dopo la metà del sec. xit tenne il governo abbaziale Giovanni (v.), poi antipapa con il nome di Callisto III. Sulla fine dello stesso secolo, sotto l'abate Placido, divenuta malsicura la sede per le lotte continue tra guelfi e ghibellini, cominciò l'esodo dei monaci verso Poppi, munita dai Guidi.

La nuova abbazia, intitolata anch'essa a s. Fedele, ebbe vita fiorente fino al sec. xv, mentre S., abbandonata, si ridusse allo stato di rudere (la chiesa era ancora in piedi nel 1583 , ma non più nel 1630 ).

L'abbazia di Poppi fu data in commenda agli arcivescovi di Firenze nel corso del sec. xv, ma nel 1510 Giulio II la restituì ai Vallombrosani. Soppressa nel 1809 in seguito alla legge napoleonica, non fu più ricostituita: rimane ancora la chiesa di S. Fedele, con alcune tele pregevoli e una tavola raffigurante una Madonna di scuola toscana del sec. xili.

Bini.: fonti : Chartularium abbatiae Strumensis (ms. sec. xili), Poppi, Bibl. comunale, cod. 36; Chartularium Puppiense (ms. sec. xvili), Firenze, Arch. di Stato, conv. soppr. 224, vol. 227; varie compilazioni di eruditi locali, manoscritte nella Bibl. comunale di Poppi, codd. 120, 284, 294 (sec. xvili, e 290 (a. 1821), e nella Maruncliana di Firenze, cod. B I, 19 (sec. xvili); cf. P. F. Kehr, Italia pontif., III, Berlino 1908, p. 169 sg. - Studi: F. Soldoni, Hist. monasterii S. Michaelis de Passinians, Luocu 1741, pp. 110-24; G. B. Mittarelli-A. Costadoni, Annales Comnouldulensis, III, Venezia 1758, pp. 74 sgg.; G. Domenici, La badia di S. Fedele di S. preco Poppi, in Rev. stor. bened., 10 (1913), pp. 72-92; Cottinesu, II, coll. 2337 sgg., 3097.

Alessandro Pratesi
STRUTTURE MURARIE. - L'uomo, abbandonati i naturali ripari delle grotte e costruitesi abitazioni rudimentali, ne formò agglomerati che recinse con terrapieni e fosse a difesa degli uomini e degli armenti. In progresso di tempo, a rendere più valida la difesa, adoperò informi massi di pietra sporadici, male aderenti e sconnessi. Conosciuta in seguito la tecnica del taglio con l'uso di strumenti silicei e poi metallici, sorsero, fin dall'età ncolitica, i primi recinti megalitici della civiltà mediterranea (Creta, Malta, Sardegna, Balcari) formati per lo più da un filare di base a grandi massi o lastroni, coricati od ortostatici, con sopra l'assiac a più filari sovrapposti di massi di proporzioni decrescenti.

Il progressivo perfezionarsi di queste costruzioni difensive sulle alture, attorno agli abitati ed ai luoghi sacri, con il progredire della tecnica costruttiva e dei mezzi di estrazione e di adattamento del materiale, portò, lungo l'età eneolitica e del ferro, all'erezione di quei meravigliosi colossali monumenti, di solidità portentosa, a grandi massi di pietra a poligoni irregolari, connessi senza cemento con la sola sovrapposizione. Tali le mura di Tirinto e di molte località della Grecia, dell'Asia minore e della Penisola iberica. La loro grandiosità è tale da non potersi più comprendere in età posteriore un cosi imponente dispendio di forze per costruirle e da attribuirne l'erezione ai favolosi giganti Cicloys (mura riclopiche). Meraviglia la tecnica del trasporto e della sovrapposizione di cosi grandi massi, sia pure mediante
l'adozione di leve, di rulli, di parziale interramenti e di piani inclinati.
I. Mura pelasgiche. - Una successiva fase più perfezionata di tali costruzioni è quella in cui i massi sono meglio lavorati e spianati in modo da farli combaciare fra di loro e più accuratamente connetterli (mura di Micene nell'Argolide). Ulteriore fase è quella in cui la tendenza alla regolarità è più accentuata; le pietre sono disposte a strati orizzontali e poco dissimili fra di loro. Tali le mura di Argo, di Messene ( 571 a. C.), di Atene, del Pireo. Queste costruzioni, risalenti ai secc. fra il vir ed il iv a. C., sono proprie delle popolazioni indigene della Grecia e dell'Italia e furono dette pelasgiche perché attribuite ai primi immigrati dalla Grecia in Italia, detti Ilekasyol. In realtà appartengono alle popolazioni indigene di Grecia e d'Italia di origine mediterranea; in Italia agli Italici. Tali le mura erette in età diverse, dalle più remote ai tempi storici, a difesa delle arces e delle stazioni delle genti italiche del centro d'Italia (Cortona, Rieti, Alba Fucense, Tuscolo, Palestrina, Cori, Segni, Norba, Circello, Terracina, Ferentino, Alatri, Arpino, Atina, ecc.).
II. Opus quadratum. - Mentre l'opera poligonale fioriva nelle città italiche il cui terreno vicino era a fondo calcareo, già in Etruria, a Roma e nel Lazio era adottato un genere di costruzione di mura ancora più progredire ed estetico, favorito dall'esistenza del tufo, materiale più leggero e facilmente lavorabile. I massi, di dimensioni più o meno grandi, sono di cappellaccio, dapprima rozzamente squadrati e disposti a filari alquanto irregolari (resti di mura del Palatino, dell'Aventino, di Ardea e di Vejo), divengono gradualmente più regolari; tali le cosiddette mura serviane di Roma (sec. iv a. C.). Queste sono a grossi blocchi di tufo più compatto (litoide), delle cave di Fidene e di Vejo, a strati alterni per testa e lunghezza, recanti segni di emissione dalle cave. I piani orizzontali sono interrotti da archi per dare maggiore solidità alle mura. In opus quadratum sono costruite le cisterne a tholos del Germato, le mura primitive della Regia nel Foro, i basamenti dei templi di Giove Capitolino, di Saturno, dei Castori, della Concordia, dei Rostra vatera e della cisterna ogiva di Tuscolo (secc. v-iv a. C.). Se i filari sono di uguale dimensione l'opus quadratum è detto isodomum, se disuguali, pseudo-isodomum. I templi primitivi hanno i paramenti in questa opera di tufo, di peperino o di altra pietra locale rivestita di stucco. Anche alcuni altri edifici di età repubblicana, anche avanzata, sono in opus quadratum; si diffonde l'uso del travertino (lapis Tiburcinus) come, p. es., nel Tabularium.
III. Opus incertum. - Dicesi quel genere di muratura romana consistente in una graduale riduzione dell'opera poligonale; è anche denominato opus antiquum. Il nucleo è formato da un riempimento a sacco (emplacton, opus concretum) rivestito da paramento a blocchetti di pietra calcare quali uscivano dalle cave, non squadrati, disposti senza ordine l'uno sull'altro, connessi con molte e completati con scaglie negli interstizi (coementa). Tale s. m. è propria della fine del in e dei primordi del i sec. a. C. e caratterizza i resti di edifici eretti e ricostruiti nel rinnovamento di Roma e delle città laziali e del centro d'Italia, dopo le distruzioni prodotte dalle guerre civili ( $88-82$ a. C.), durante la dittatura di Silla (82-78 a. C.); ne sono esempi, fra gli altri, i resti dell'Emporium in Roma e la costruzioni sillane di Palestrina, di Terracina, ecc.

L'opus incertum inizia la serie delle murature propriamente romane la cui robustezza, divenuta proverbiale, è dovuta alla forza di coesione dei materiali adoperati, calce di eccellente qualità e pozzatura.
IV. Opus reticulatum. - Nella prima metà del sec. i a. C. appare un genere di s. m. che è un perfezionamento dell'opus incertum. La cortina è formata da cunei regolarmente squadrati a forma di tante piccole piramidi tronche, con la base in facciata, disposte a linee oblique inclinate a $45^{\circ}$ sul piano, in modo da dare l'apparenza d'una rete; gli angoli sono rafforzati da morse in blocchi tufacei. Nella prima fase di tale opera, fino cioè all'età di Giulio Cesare, si ha l'opus quasi-reticulatum, in cui

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le linee sono ancora incerte ed irregolari e lo strato di calce fra le tessere è ancora visibile. Con il periodo augusteo il reticolato si fa più esatto e diviene il genere di muratura predominante (casa di Livia del Palatino, resti di case sotto il palazzo dei Flavi); con il regno di Nerone raggiunge la perfezione.

V. Opus LETRITIUM. - Durante la febbrile attività edilizia dell'età augustea si sviluppa la fabbricazione dei mattoni (lateres) con argilla figulinaria, cotti in fornace, di forma quadrata, rettangolare o triangolare, usati nella costruzione di muratura in sulle prime di edifici minori e di case private. Questa opera muraria può essere in certo modo considerata quale una derivazione pratica dell'opera quadrata. Con Tiberio l'uso di un tale paramento diviene comune ed è per la prima volta largamente adoperato in costruzioni di carattere pubblico, quali la Domus Tiberiana sul Palatino ed i Castra Praetorin. L'uso ne divenne sempre più comune per ogni genere di edifici; in quelli termali l'opera laterizia è rivestita da uno strato impermeabile di coccio pesto (opus signinum). Già prima all'età dei Flavi, ma più ancora lungo la seconda metà del II ed al principio del III sec. dell'Impero, fu di moda l'uso decorativo di cortine a faccia vista di mattoni intagliati e policromi, gialli, rossi, e di colore bruno (sepolcro di Annia Regilla alla Caffarella, tombe della Via Latina). Con Adriano il laterizio trionfa in pieno e viene reso più solido con l'adozione di ricorsi di grossi mattoni hipedales (cm. $59 \times 55$ ) a ca. cinque piedi l'uno dall'altro (Pantheon, Mausoleo di Adriano, Terme di Caracalla). Per le centine degli archi si usarono i nequipedales (cm. 45 di lato) e per gli (pocauati termali i besso. les (cm. 22 di lato). Ciascun mattone reca assai spesso il bollo con l'indicazione della cava di argilla (praedia) e della fabbrica (figlina, officina) ed i nomi dei relativi proprietari e dirigenti. Comune è la menzione della data di emissione; innumerevoli sono i lateres recantı la data dell'anno 123 (a Paetino et Aproniano coss. 6), indice della grande diffusione del materiale laterizio durante il regno di Adriano. In qualche caso è anche indicata la destinazione del materiale (Castra Praetoria, porto di Claudio e porto di Traiano di Centomcellus). La forma dei bolli più frequenti è la lunata; si hanno anche la quadrata e la semicircolare e, dopo Diocleziano, la rotonda e la rettangolare. Il criterio di datazione dell'opera laterizia è data in massima dallo spessore dello strato di calce tra i filari dei mattoni; tanto più esso è sottile tanto più è antica l'opera. Va inoltre tenuto conto del fatto che la muratura può risultare imperfetta anche se di buona età, qualora sia stata destinata ad essere ricoperta da intonaco. In gran parte sono costruiti in laterizio i fornici degli acquedotti conducenti le acque a Roma con rafforzamenti angolari in pietra.
VI. Opus mixtum. - Alla fine del I sec. dell'Impero ebbe inizio l'uso di collegare i due sistemi, il reticolato ed il laterizio, a strati alternati. Tale genere di s. m. divenne comune ai tempi di Traiano e di Adriano. Gran parte della Villa tiburtina adrianea è costruita con murature formate da tre file di mattoni alternate con larghi strati di opera reticolata, il tutto rafforzato agli angoli con morse in laterizio. Alla fine del sec. II, con gli Antonini, si verificò una caratteristica trascuratezza nell'esecuzione del reticolato, talché si ha l'impressione che in quell'età sia tornato di moda l'opus incertum della Repubblica. Un reticolato in tal modo deteriorato, rafforzato da caementa di riporto di varia misura, si verifica in murature della fine del in, del in ed anche del iv sec., o sole, od alternate con file di mattoni, altro genere di opera mista.

Alla fine del III ed ai primi del Iv sec. si ebbero ancora importanti costruzioni in laterizio. Una cortina abbastanza serrata presenta la cinta muraria di Roma, iniziata da Aureliano (275). Altre imponenti costruzioni in mattoni sono in Roma le Terme di Diocleziano, la Basilica di Massenzio, il Sessorianum, ecc. Nel tardo Impero prende il sopravvento un'opera muraria, già in scarso uso sin dalla fine del II sec., a bande orizzontali di mattoni in cotto alternate con strati di blocchetti squadrati di tufo o di pietra (Villa dei Quintili, Circo di Massenzio
sull'Appia, a. 310). Tale struttura appare in progresso di tempo sempre più affrettata ed imperfetta. Lo strato di calce fra i filari si fa sempre più alto; in qualche caso, già al principio del sec. Iv, è superiore in spessore ai mattoni stessi. Un sistema ancora più pratico ed economico si ebbe con il costruire murature a mezzo di scaglie allungate di tufo o di selce, a strati quasi orizzontali ed a spigoli vivi, con poca malta.

BibL.: I. H. Parker, Archaeology of Rome, I. Oxford 1874, p. III; J. H. Middleton, Remains of ancient Rome, Londra 1802, p. 86 sgg.: R. Lancioni, Ruins and excavations of ancient Rome, ivi 1897, p. 43 sgg.; E. B. van Deman, Methods of determining the date of the roman concrete monum., in Journal of the Archaeol. Inst. of Amer., 16 (1912), pp. 230-51, 287-482; L. Cozzo, Un'industria nella Roma imper. I laterizi e i bolli gollari, Roma 1929; I. A. Rechnand, The City Wall of imperial Rome, Oxford 1930; G. Saellund, Le mura di Roma repubbl., in Acta Inst. Rom. Regni Sueciae, I. Lund 1932; E. B. van Deman, The buildings of the roman acquedotti, Washington 1954. Gioacchino Mancini
VII. Le s. m. nelle chiese di Roma. - La Commissione sorta in seno al Centro studi di Storia dell'architettura ho messo in evidenza che in Roma le costruzioni delle chiese nel iv e v sec. sono o in opus latericiano o in opera listata (opus mixtum). Esse si trovano accoppiate nel Mausoleo di Costantina (S. Costanzo); sono in laterizio nelle fondazioni delle abucli delle Basiliche Costantiniane del Laterano e del Vaticano, nelle basiliche di S. Maria Maggiore, di S. Pietro in Vincoli, di S. Sabina, di S. Stato Vecchio, di S. Agata dei Goti, di S. Stefano Rotondo.

Sono in opera listata le fondazioni della basilica di S. Pietro in Vaticano, e nelle basiliche di S. Sebastiano, dei martiri Faustino, Simplicio, e Beatrice sulla Forniense, del titolo di Vestina (S. Vitale). Per il sec. viII si hanno strutture in S. Angelo in Pescheria ca. 755 (R. Krautheimer, op. cit. in bibl., pp. 74-76), in S. Eusebio del tempo di papa Zaccaria o di Adriano I (772-95; ibid., p. 213 , fig. 128 ).

Per il sec. Ix si hanno le strutture delle chiese di S. Susanna, dei SS. Nereo e Achilleo e di S. Stefano Maggiore in Vaticano, del tempo di Leone III (795-816) (R. Krautheimer - W. Frank), Recent discoveries in churches in Rome, in American. Journal of Archaeology, 43 [1939], p. 388 sgg. e fig. 56), di S. Cecilia (R. Krautheimer, v. op. cit. in bibl., pp. 106, 108, fig. 70), e di S. Prassede dell'epoca di Pasquale I (817-24). - Vedi tav. CII.

BibL.: B. M. Apolloni-Ghetti - G. De Angelis d'Osset - A. Ferrus - C. Venanzi, Le s. m. delle chiese paleocrist. di Roma, in Rev. di arch. etist., 21-22 (1945): R. Krautheimer, Corpus basilicarum Christ. Romae, Città del Vaticano 1937. Enrico Josi

STRZYGOWSKI, JOSEPH. - Storico dell'arte, n. a Biela, nell'allora Slesia austriaca, il 7 marzo 1862, m. il 7 genn. 1941. Studió archeologia e storia dell'arte nelle Università di Vienna, Berlino e Monaco ottenendo brillanti successi e suscitando ammirazione per la sua vasta cultura.

I suoi primi saggi scientifici furono intorno alla storia dell'arte in Italia ed un originale saggio su Cimabue und Rom, edito nel 1888. Professore a Graz nel 1892, passò all'Università di Vienna nel 1909. Dopo lo studio profondo dell'arte italiana lo S. si dedicò alle indagini intorno alle origini dell'arte antica ed in modo speciale agli studi relativi all'arte del tardo Impero e paleocristiana a Roma ed in Oriente. Originali e geniali le sue trattazioni sulle manifestazioni artistiche dell'Asia Minore, della Siria, Mesopotamia, Armenia ed Iran in rapporto con quelle di Italia, di Grecia, della Spagna e delle altre parti d'Europa. Particolare ricerca lo S. dedicò per dimostrare ed illustrare gli stretti legami fra la caratteristica arte delle regioni iraniche e quella di alcune popolazioni del settentrione d'Europa. Ulteriore manifestazione dell'attività scientifica dello S. è stata la concludente dimostrazione dell'unità dell'arte sviluppatasi nel corso dei secoli nel settentrione dell'Europa e dell'Asia in contrapposizione agli stretti legami che apparentano e fondono nei vari rami l'arte delle regioni meridionali dell'Europa e dell'Asia. Fra le opere principali dello S. vanno segnalate le seguenti : Ikonographie der

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Taufe Christi, Monaco 1885; Orient oder Rom, Lipsia 1901; Kleinasien: ein Neuland der Kunstgeschichte, ivi 1909; Amida, Heidelberg 1910; Altai-Iran und Völkerwanderung, Vienna 1917; Die Krisis der Geisteswissenschaflen, ivi 1923.

Bibl.: A. Karasck, Langer Verzeichnis der Schriften von 7. S., Klagenfurt 1932; anon., necrologio in Byzantion 13 (1940-41), pp. 305 - 10 . Gibaschino Mancini

STUART, famiGlia. - Antica famiglia scozzese, discendente da un ramo della famiglia anglonormanna Fitz-Alan.

Ai tempi di re David I di Scozia (1124-53) ottenne in eredita la carica dello steward (maestro di corte), donde il nome S. Dopo il matrimonio di Walter S. con una figlia di re Roberto I Bruce (1306-29), non avendo avuto il figlio di costui David II (1329-71) credi maschi, sali nel 1371 sul trono il loro figlio con il nome di Roberto II (1371-90), fondatore della dinastia che regnò in Scozia per diversi secoli e sali nel 1603 anche sul trono d'Inghilterra con Giacomo I (VI come re di Scozia), figlio di Maria (v.) Stuart. Dopo la cacciata di Giacomo II nel 1688 il figlio di costui Giacomo Edoar oo ( 1688 -1766) ricorse all'aiuto di Luigi XIV per ricuperare il regno. Proclamato re a St-Germain nel 1701 alla morte del padre, con il nome di Giacomo III, accompagnò nel 1706 una spedizione francese in Scozia ma non poté sborcarvi e fu costretto nel 1713 a lasciare la Francia in seguito ad una clausola del Trattato di Utrecht. Ritornò in Scozia nel 1715, ma fallito anche questo tentativo, si stabilì a Roma, restandovi fino alla morte. Suo figlio Carlo Edoardo (1720-88), nato a Roma, con l'aiuto francese sbarcò in Scozia nel 1745, occupò Edimburgo, penetrò in Inghilterra, ma sconfitto nella battaglia di Culloden ( 1746 ) dovette abbandonare ogni velieità di restaurazione.

Bibl.: G. Angelini, I Sobiesky e gli Stuarts in Roma, in La Rassegna ital., 3 (1883), pp. 307-22; H. M. Vaughan, The youngest pretender. Henry S. Cardinal Duke of York, in Fortnightly Review, 88 (1907), pp. 283-95; I. Coizzac de Chavrehière, Histoire des Stuarts, Patuii 1930; J. Mackinnon, A history of modern liberty, IV: The Struggle with the Stuarts (1643-89), Londra 1941.

Silvio Furlani
![img-34.jpeg](img-34.jpeg)
(da J. S. Festschrift, Yale 1929;
Streygowski, Joseph - Ritratto.
![img-35.jpeg](img-35.jpeg)
(Int. Albani)
Stuart, famiglia - Ritratto di Giacomo I S, e della sorella Luisa, dipinto di N. Largillière (sec. xviI) - Firenze, Uffizi.

Enrico Benedetto Maria Clemente, duca di York. - Cardinale, n. a Roma il 6 marzo 1725, m. a Frascati il 13 luglio 1807 . Figlio di Giacomo III, pretendente al trono d'Inghilterra, e di Maria Clementina Sobieski, ricevette il Battesimo da Benedetto XIII. Benedetto XIV, nel 1747, gli conferì gli Ordini fino al diaconato incluso e nel Concistoro del 3 luglio 1747 lo creò cardinale. Nel 1748 fu ordinato sacerdote e, nel 1751 , divenne arciprete della Basilica Vaticana; in seguito vice cancelliere di S. Romana Chiesa e commendatario di S. Lorenzo in Damaso. Il 2 ott. 1758, Clemente XIII lo elesse arcivescovo titolare di Corinto; dal 1761 fu vescovo di Frascati, ove tenne due apprezzati sinodi dati alle stampe, restaurò l'episcopio, abbellì la Cattedrale ed acquistò insigni benemerenze verso il Seminario, che fornì di una preziosissima biblioteca. Divenuto, nel 1774, sottodecano del S. Collegio, non volle lasciare la sede suburbicaria di Frascati, ov'era solito soggiornare a lungo, amato e stimato da quella popolazione, da lui costantemente beneficata. Alla morte del card. Giovanni Francesco Albani ebbe la decananza del S. Collegio e dal 26 giugno 1803 fu vescovo di Ostia e Velletri. Dopo la scomparsa del fratello Carlo Odoardo, duca di Albany e principe di Galles, il cardinale, ritenendosi legittimo sovrano d'Inghilterra, assunse il nome di Enrico IX, facendosi chiamare in casa, dai suoi familiari, con il titolo di maestà. Fu sepolto in S. Pietro.

Bibl.: Moroni, CIII, p. 323; Pastor, XVI, 1, II, passim; G. C. Schmidlin, Papstgeschichte der neuesten Zeit, I, Monaco 1933, passim.

Mario De Camillis
STUCCO. - E un impasto di calce e pozzolana mescolate a polvere di marmo o gesso; seccato diventa duro e lavorabile con scalpello e agorbia; la varietà detta "scagliuola " è morbida, malleabile come la creta e fa presa con l'acqua: si può lavorare con semplici spatole ed anche con stampi e matrici. Fu largamente impiegato fin dai tempi più antichi per la relativa facilità della sua lavorazione e applicazione.

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Stucco - S. romano con figure su sfondo di paese, proveniente dalla Tomba dei Platorini - Roma, Museo nazionale delle Terme.

Architetti e pittori egiziani l'usarono sia per intonacare gli ambienti, sia per preparare la pittura delle casse o sarcofagi lignei e le maschere delle mummie. Nell'arte cretese (Palazzo minoico di Cnosso, ca. 1600 a. C.) e in quella etrusca (Vuici, Tomba François, ca. 300 a. C.; Cerveteri, tomba degli s.) fu impiegato nella decorazione plastica con tecnica analoga a quella del bassorilievo. Non rimangono monumenti dell'epoca classica ed alessandrina. Esempi di decorazione dell'età romana imperiale, monocromi o tramezzati da vari campi di colore, o combinati con quelle particolari figurazioni che son dette grottesche (v.), furono restituiti dagli scavi archeologici in interi spartiti di finissima esecuzione, specialmente a Pompei (Terme stabiane, Tepidario presso il Foro, Tempio d'Iside), e a Roma (Palazzi del Palatino, Domus aurea neroniana, ambulacri del Colosseo, ecc.). I monumenti stilisticamente più importanti sono gli s. della Villa detta Farnesina, ora al Museo delle Terme, quelli della cosiddetta Basilica sotterranea di Porta Maggiore (entrambi di età augustea) e delle tombe suburbane dei Valeri e dei Panorazi.

In epoca paleocristiana, dopo gli esemplari delle tombe di S. Sebastiano (ipogei della prima metà del sec. III d. C.), il monumento più insigne che presenti ancora intatta la sua decorazione, nella successione delle tarsie marmoree, dello s. e del musaico è il battistero degli Ortodossi a Ravenna (sec. v). Seppure ancora efficaci negli effetti di complesso, tali s. rivelano nei dettagli l'incertezza della tecnica.

Nell'epoca barbarica e durante il periodo del romanico e del gotico, l'impiego dello s. fu più raro (chiese di Disentis in Svizzera, di Malles in Alto Adige, di S. Maria in Valle a Cividale, di Genzode e di S. Maria di Halberstadt in Germania). In questi secoli, specialmente nella decorazione esterna degli edifici civili, si preferirono varietà fittili impropriamente dette s. Nel Rinascimento risorge il gusto dello s. plastico. Nel soffitto e nel sommo della parete nel salone di Palazzo Schifanoia a Ferrara, Domenico di Paris modellò con sottigliezza d'orafo geniale, una serie insuperata di motivi con festoni, medaglie, frutti, figurazioni allegoriche di virtù, ecc. Ma la materia impiegata nel sec. xv, risultante da combinazioni diverse di gesso, calcina, pece greca, cera e tritume di mattoni, trattati a fuoco (Vasari), non poteva competere con la qualità duttile dello s. romano. Fu Giovanni da Udine, intorno al 1316, che ritrovò la formula dell'antica combinazione, mescolando polvere chiara di marmo con calcina di travertino bianco, e dette l'avvio all'epoca aurea della decorazione a s. Nel cortile di Palazzo Massimo alle Colonne, nelle Logge di Raffaello, in Palazzo dell'Aquila, a Villa Madama, alla Farnesina a Roma; quindi in Palazzo Vecchio e nella sacrestia nuova di S. Lorenzo a Firenze, come a Venezia, Padova, Udine, egli lasciò esempi che furono largamente imitati per tutto il sec. xvi. Una schiera di artisti, da Daniele da Volterra, a Pierin del Vaga, a Lucio e Giulio Romano,
a Felice Brandani, ad Alessandro Vittoria, estese in tutta la penisola l'impiego di tale decorazione, che si venne evolvendo, dal segno appena aggettante ed elegantissimo della prima maniera dominata dall'influenza raffaellesca, verso più complesse e pesanti combinazioni.

Lo s. secentesco rivaleggiò con la scultura nella ricerca di effetti plastici. Nell'esecuzione si distinsero artisti lombardi : Prospero Bresciano lavorò in Vaticano, G. Ferabosco e S. Castelli furono attivi a Roma; B. Bernasconi, C. De Marchi a Genova; G. A. Sala a Bergamo, Venezia, Bologna, Firenze. Intorno al Maderno, al Bernini, a P. da Cortona si raccolse un gruppo di stuccatori romani fra cui emersero Cosimo e Giacomo Fancelli e Antonio Raggi. Il capolavoro della decorazione secentesca a Roma è forse il Palazzo Mattei.

A Torino, nel Castello del Valentino lavorarono gli artisti campionesi Francesco e Pompeo Bianchi, ai quali fornì i disegni il padre Isidoro. Verso la fine del secolo su tutti si levò, per la genialità delle sue invenzioni, il parlermitano G. Serpotta (v.). Durante il Settecento, nell'interpretare il gusto raffinato e talvolta esoticizzante della società galante conseguirono il primato i veneti. Le magnifiche ville sparse nel retreterra veneziano si arricchirono di splendide decorazioni. Al seguito di Tiepolo gli stuccatori veneti conquistarono Milano e la Lombardia. In Sicilia l'esempio del Serpotta tenne viva una scuola fiorente. Lo stile neoclassico fu inaugurato da Giocondo Albertolli, animatore, nell'Italia settentrionale, verso la fine del sec. xviri, di un vivato di stuccatori, ricercatissimi dovunque. Durante l'Ottocento l'arte dello s. decadde, specialmente nell'uso spesso grossolano, inteso ad effetti di falso rilievo, di quella fioritura di neo-stili, cui difettò ogni fantasia e sensibilità. Nell'epoca più recente, e particolarmente dopo la seconda guerra mondiale, esso è tornato invece in grande fortuna, specie nella decorazione di sale pubbliche (auditori, cinematografi, ecc.). Lo s. viene anche impiegato per taluni effetti di colore nella scenografia teatrale e cinematografica, talvolta con risultati positivi. - Vedi tav. CIII.

Bial.: G. Ferrari, Lo s. nell'arte ital., Milano s. a.
Riccardo Averini
STUDACH, JAKOB LORENZ. - N. il 25 genn. 1796 ad Altstätten (Cantone St Gallen, Svizzera), m. il 9 maggio 1873 a Stoccolma.

Ordinato sacerdote il 13 febbr. 1820, divenne cappellano del duca Eugenio di Leuchtenberg, a Monaco; indi, nel 1823, della duchessa Giuseppina, sposa al prin-
![img-37.jpeg](img-37.jpeg)
(Ivi. Alinari)
Stucco - Volta decorata a s., sec. II - Roma, sepolcreto pagano sotto la basilica di S. Sebastiano, accesso alla cella funeraria dell'ipogeo che era a sinistra di quello di Clodio Ermete.

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cipe ereditario di Svezia. Vicario apostolico di Svezia e Norvegia nel 1833, lavorò con successo al definitivo ristabilimento della Chiesa cattolica, iniziato dai suoi quattro predecessori. Costruì le prime tre chiese : quella di S. Eugenia a Stoccolma (1837), quella di S. Giuseppe a Gotemburgo (1842) e quella del Redentore a Malmö (1872); e, la prima in Norvegia, quella di S. Olaf a Oslo (1856). In una visita a Roma fu nominato vescovo il 22 maggio 1862. Pensò pure alle scuole, agli asili ed ai poveri, facendo venire dall'estero le prime suore. Pubblicò i primi libri cattolici in svedese. Dei suoi studi letterari e storici, è degno di menzione: Die Urreligion oder das entdeckte Ur-Alphabet (2 voll., Stoccolma e Lipsia, 1857-59).

Bibl.: Fr. Segmüller, Ein schweizerischer Kirchenfürst in fremden Landen, Friburgo v. Br. 1920; Arch. del vicariato apost. di Suezia, Stoccolma.

Massimo Cogliati
STUDIA CATHOLICA. - La più diffusa rivista teologica dei cattolici olandesi.

È la continuazione del Katholiek (v.), non è però l'organo ufficiale dell'Università Cattolica di Nijmega, sebbene abbia con essa strette relazioni. Alla redazione collaborano, oltre ai professori di quell'Ateneo, professori di seminari del clero secolare e regolare e laici. Oltre gli articoli di fondo e le "miscellanee", sono una caratteristica della rivista le "cronache" di cose olandesi : di filosofia, scienza, fenomenologia, in quanto riguardino la religione, e inoltre di tcologia morale e esegesi, diritto canonico, teologia ascetica, storia della Chiesa, teologia protestante. Tali cronache sono le più accurate e le più complete sul lavoro teologico in Olanda e non cedono il posto a nessuna rivista, anche protestante. $S$. C. è un esempio della difficile soluzione del problema di congiungere la fedeltà alla filosofia e teologia perenne (ammettendo tutta la varietà delle scuole cattoliche) con la discussione delle cose attuali. Oltre articoli in olandese ne pubblica altri in francese, inglese, tedesco. E edita dalla Casa Dekker e van de Vegt (Nijmega e Utrecht).

Bibl.: J. Schrijnen, Vindicamus haereditatem, in S. C., I (1925), pp. 1-8; G. Broom, De "Katholiek * 1847 -1942, ibid., 10 (1943), pp. 1-8.

Pietro Nober

## STUDIA ET DOGUMENTA HISTORIAE

ET IURIS. - Rivista scientifica - prevalentemente di diritto romano - edita dal «Pontificium Institutum utriusque iuris», con sede in Roma presso il Pontificio Ateneo Lateranense.

Si pubblica in volumi annuali di ca. 500 pagine, comprendenti memoric originali, notae, recensiones, chronica; particolare rilievo è dato alle periodiche "rassegne»: di epigrafia giuridica, di papirologia giuridica, di diritto cuneiforme. Lingue ammesse : francese, inglese, italiano, latino, spagnolo, tedesco. La serie in corso si è iniziata nel 1935 sotto la direzione di Emilio Albertario, ed è giunta al vol. 18 (1952). Prima serie della rivista possono considerarsi i 25 voll. pubblicati dal 1880 al 1904, con il titolo Studi e documenti di storia e diritto, a cura della Accademia di conferenze storico-giuridiche, di cui furono soci illustri Giovanbattista De Rossi e Ilario Alibrandi. La rivista ha attualmente per directores Arcadio Larraona e Salvatore Riccobono, per moderator et sponsor Gabrio Lombardi.

Gabrio Lombardi
StUDIA LINGUARUM. - Strumento principale dell'evangelizzazione è la predicazione orale nella lingua del popolo a cui si predica. Parlare per interprete non può essere che un espediente temporaneo. Perciò numerose prescrizioni di ordine generale e particolare inculcano l'obbligo per ogni missionario di una profonda conoscenza delle lingue indigene. Dalla storia delle missioni e dai volumi della Bibliotheca Missionum dei pp. Streit e Dindinger risulta che i missionari cattolici, salvo poche eccezioni, sempre e ovunque si sono sforzati di apprendere le lingue, di comporre vocabolari, grammatiche, catechismi, ecc. per la predicazione ai popoli nella loro lingua nativa.
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(fol. Anderson)
Stucco - Decorazione a s. nel battistero di Ravenna (sec. vi).

Scuole di lingue si trovano già nel sec. xiri presso i Domenicani a Murcia e Tunisi, create sotto l'impulso di s. Raimondo di Peñafort; nel 1281 lo studio dell'ebraico è prescritto a Barcellona, quello dell'arabo a Valencia, nel 1291 quello dell'ebraico ed arabo a Xativa. Raimondo Lullo nei suoi scritti e nelle sue petizioni indirizzate al Papa, ai principi cristiani, all'Università di Parigi, propugna con ardore l'erezione dei collegi di lingue per i futuri missionari, ed egli stesso fondò nel 1276 a Miramar nell'isola di Maiorca un convento-studio per la formazione linguistica dei Francescani destinati alle missioni. Per sua iniziativa Clemente V eresse nel 1310 cattedre di lingua ebraica, caldaica e araba ed il Concilio di Vienna nel 1311 decreò l'erezione di uguali cattedre presso le Università di Parigi, Oxford, Bologna e Salamanca.

Dal sec. xv in poi, si hanno lagnanze sulla deficente conoscenza delle lingue da parte dei missionari, ma dalla Bibliotheca Missionum si può dedurre che molti si dedicarono con grande zelo allo studio delle lingue. All'Università di Lima (Perù), verso la fine del sec. xvı fu eretta una cattedra per lingue indiane. Presso i Carmelitani e presso i Francescani si trovano nel sec. xvit collegi speciali per gli studi linguistici. I Carmelitani eressero nel 1612 a Roma uno Studio superiore per la formazione dei loro missionari, trasportato nel 1662 a S. Pancrazio. Il programma includeva come una delle materie principali l'insegnamento delle lingue, specialmente di quelle orientali. Presso i Francescani di Roma, dal 1625 a S. Bartolomeo dell'Isola e dal 1622 in S. Pietro in Montorio, si ebbero Studi speciali di arabo. Pure nei collegi missionari dei Francescani fondati verso la fine del sec. xvir nel Messico (primo quello di Querétaro, eretto nel 1683) e nell'America meridionale era prescritto lo studio delle lingue indiane.

Nelle missioni attuali si dà grande importanza alla formazione linguistica dei missionari, benché non si faccia in scuole speciali. I Francescani però avevano eretto a Pechino uno Studio per introdurre i giovani missionari alla conoscenza della lingua cinese. L'Istituto missionarioscientifico di Propaganda ha cattedre speciali di cinese, giapponese, arabo e sanscrito.

Bibl.: G. Dahlmann, Lo studio delle lingue e le missioni, Prato 1892; Streit, Bibl., passim; L. Kilger, Eine alte Hochschule missionarischer Fachbildung, in Zeitschrift für Missionssissenschaft, 5 (1915), pp. 207-24; B. Altaner, Sprachstudien und Sprachkenntnisse im Dienste der Mission des 15. und 14. Jahrhunderts, ibid.,

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21 (1931), pp. 113-36; cf. ibid., 22 (1932), pp. 233-41; A. Kleinhans, Historia studi linguae Arabicae et Collegii missionum S. Petri in Urbe, Quaracchi 1930. Giovanni Rommerskirchen

## STUDI E MATERIALI DI STORIA DELLE

RELIGIONI. - Rivista trimestrale, sorta a Bologna nel 1925 per iniziativa di C. Formichi, R. Pettazzoni e G. Tucci; dal 1928 è sotto la direzione di R. Pettazzoni ed organo della Scuola di studi storico-religiosi dell'Università di Roma.

Successe agli altri due periodici di argomento analogo : Rivista trimestrale di studi filosofici e religiosi, fondata e diretta da A. Bonucci, e Alle fonti delle religioni, diretta da C. Formichi e G. Tucci. Tratta della storia della religione nella evoluzione che essa ebbe presso i vari popoli e si studia di far conoscere forme e momenti di civiltà meno noti e più remoti. E aperta ad una collaborazione largamente internazionale, ma anche a tutte le correnti di idee e di sistemi, dove, soprattutto quanto all'origine della religione, si nota la prevalenza delle preconcette idee razionaliste.

Celestino Testore
STUDIEN. - Periodico mensile di cultura, fondato nel 1878 dai Gesuiti olandesi.

Già nel 1868 s'era preso ad attuare il proposito di pubblicare opuscoli separati intorno ad argomenti interessanti per il pubblico colto sotto il titolo generico di Studièn op godsdienstig, wetenschappelijk en letterkundig gebied, e nel decennio 1868-78 ne erano usciti parecchi. Il che indusse a rendere nel 1878 la pubblicazione propriamente periodica, anche nel formato, con dieci fascicoli annuali, che più tardi diventarono mensili. Titolo e sottotitolo nel corso degli anni non restarono immutati; nel 1947 il titolo era: Katholiek Cultureel Tydschrift "onstrasting van «Studièn»), che nel 1953 diventò: Cultureel Tydschrift, Streven. Celestino Testore
STUDIES. - Periodico trimestrale, fondato a Dublino, nel 1912, dai Gesuiti della provincia irlandese, con il sottotitolo di An Irish Quarterly Review of Letters, Philosophy and Science.

Cogliendo l'occasione dei nuovi regolamenti dell'Università di Dublino, i Gesuiti vollero offrire alle persone colte una pubblicazione, che prima non esisteva, la quale trattasse delle discipline universitarie con articoli di professori e di laureati scelti anche al di fuori dell'Ordine. Le materie principali trattate sono : la letteratura moderna universale, argomenti celtici, classici e orientali, questioni di storia, di filosofia, sociologia ed educazione, di scienze sperimentali. A cui nei singoli fascicoli vengono aggiunti un bollettino delle pubblicazioni recenti su argomenti specifici, note su particolari argomenti di interesse accademico, rivista delle opere più importanti. Celestino Testore

STUDI E TESTI. - Collana di testi "pubblicati per cura degli scrittori dalla Biblioteca Vaticana" (nel 1929 si aggiunse "e degli archivisti dell'Archivio Segreto").

Ebbero inizio, nel 1900, ad opera del p. Fr. Ehrle, prefetto della Biblioteca. Benché destinati principalmente a divulgare testi inediti, offerti dai manoscritti vaticani, ed accogliere lavori originali basati su essi, furono poi ospitati nella collana anche autori estranei alla Biblioteca come pure edizioni o studi non attinti ai suoi codici. Nella collezione, ricca dopo cinquantadue anni di oltre 170 voll., sono rappresentati il mondo occidentale e orientale, le letterature profana ed ecclesiastica, le scienze filologiche e storiche.

Fra le edizioni vanno ricordate: Pappo e Teone di Alessandria, Giorgio Pachimere, Patzes per i Basilici, il libro d'Agatangelo, Nilo Cabasilas, Ramberto de' Primadizzi, Vecario, il card. Giovanni Bona, Costantino Porfirogenito, Venturino De Prioribus, T. Tasso, il Libro della Scala in parecchie versioni medievali, testi arabi, mandel e turchi. All'esegesi biblica e alla letteratura antica cristiana spettano lavori dei cardd. G. Mercati e E. Tisserant, pubblicazioni di R. Devreesse su Teodoro Mopsuesteno ed i Costantiniano di F. Franchi de' Cavalieri; all'agingrafia le Note agiografiche ( 9 fascc.) di questi,

U. Monneret de Villard, le Leggende orientali sui Magi evangelici, V. Lanzoni, Genesi, svolgimento e tramonto delle leggende storiche; alla liturgia M. Andrieu, Histoire du pontifical romain au moyen âge; I. M. Hanssens, Amalarii episcopi opera liturgica omnia. Opere di gran mole sono M. Vattasso, Initio patrum della PL, le Miscellanee in onore di mons. A. Mercati, dei cardd. F. Ehrle e G. Mercati, la raccolta delle opere minori di questo ultimo, e G. Graf, Geschichte der christl. arab. Literatur ( 5 voll.).

Alla storia ecclesiastica, rappresentata da opere come F. Lanzoni, Le diocesi d'Italia..., M. H. Laurent, Le bienheureux Innocent V, J. Rouët de Journel, Nomsatures de Russie (4 voll.), servono anche le Rationes decimarum Italiae nei secc. XIII e XIV (13 voll.) con carte geografiche. Prima di questa serie degli archivisti dell'Archivio Segreto Vaticano era stata iniziata da loro, nel 1926, la serie Sussidi per la consultazione dell'Archivio Vaticano (finora 3 voll.).

Parecchi volumi sono dedicati ad inventari di biblioteche o archivi (P. Guidi, H. Hoberg) e specialmente ai manoscritti della Biblioteca Vaticana (U. Cassuto, G. Levi della Vida, A. Maier, E. Rossi, A. Wilmart). Molti illustrano spesso, con testi inediti e corrispondenze, letterati italiani ed umanisti. Da segnalare infine St. Kuttner, Repertorium der Kanonistik, e pubblicazioni di paleografia, di glossari latino-italiani (di P. Sella), di statuti comunali, di antichi inventari.

BinL.: (A. M. Albareds-N. Vian), Tuvale e indici generali dei primi cento volumi di s.S. e I. s (S. e I., 1001, Città del Vaticano 1942), I libri editi dalla Biblioteca Vaticana MDCCCLXXVVMCMXXXXVII, Catalogo ragionato e illustrato, ivi 1947; Nel cinquantesimo di S. e I. 1900-10, ivi 1950. Augusto Pelzer

STUDI FRANCESCANI. - Rivista nazionale scientifica dei Frati Minori d'Italia.

Iniziò le pubblicazioni il $1^{\circ}$ giugno 1903 con il titolo La Verna. Rivista illustrata sanfrancescana, per opera del p. Teofilo Mengoni (v.) e con lettera programmatica di Giuseppe Toniolo, con sede a Rocca S. Cacciano (Forl). Nel giugno 1911 la direzione fu trasportata a Sargiano (Arezzo), iniziando nel 1914 la $2^{\circ}$ serie con il titolo S. F., già la Verna; l'intestazione primitiva fu conservata per il Bollettino mensile del Terz'ordine ed Antoniano.

Fatta eccezione per il periodo della prima guerra mondiale, periodo che fu colmato con un "numero ponte" (1915-20), la rivista usci regolarmente. Nel 1929 iniziò la $3^{\circ}$ serie, divenendo Rivista nazionale a cura dei Frati Minori d'Italia.

La rivista pubblica articoli, testi e documenti, recensioni e notizie del movimento intellettuale francescano italiano. Importanti i vari "numeri unici" usati nei centenari della donazione della Verna da parte del conte Orlando di Chiusi (1913), del Terz'ordine francescano (1921), delle Stigmate (1924), della morte di s. Francesco (1926), di s. Antonio (1931), di s. Bernardino da Siena (1945).

Nel 1949, collateralmente alla rivista, è stata iniziata una collana con il titolo: Biblioteca di studi francescani, che raccoglie monografie, testi e studi di ampio respiro. Sono usciti 3 voll.: G. Melani, Tractatus de anima Ioannis Pecham, Firenze 1949; I. Buratti, P. Agostino da Montefeltro, ivi 1950; S. Girotto, Corrado di Sassonia predicatore e marislogo del sec. XIII, ivi 1952. Gaudenzio Melani

STUDIO DEL MOSAICO DELLA REVERENDA FABBRICA DI SAN PIETRO: v. VATICANO.
"STUDIORUM DUCEM».-Enciclica di Pio XI (29 giugno 1923) su s. Tommaso d'Aquino, pubblicata in occasione del VI centenario della sua canonizzazione (AAS, 15 [1923], pp. 309-26).

Nella prima parte il Pontefice tratta della santità dell'Aquinate, che lo rese particolarmente idoneo a penetrare i misteri delle fede e a parlarne con scavità e forza persuasiva. L'eccellenza della sua dottrina (parte $2^{0}$ ), tanto largamente riconosciuta dalla Chiesa (si citano i Papi da Giovanni XXII a Leone XIII e Pio X), è come il frutto della straordinaria personalità spirituale del Dottore Angelico e Comune: tutta la sua opera scientifica è un

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anelito verso Dio, dalla metafisica (in cui è superiore a tutti) alla teologia dogmatica e morale (di cui si pongono in luce i fondamentali apporti) fino all'ascetica, alla mistica, all'esegesi e alla liturgia. I suoi inni per la festa del Corpus Domini gli dànno il diritto ad essere ritenuto "Eucharistiae praeco et vates maximus ". Il cospicuo documento si chiude con un'esortazione a seguire gli esempi e la dottrina del s. Dottore (ite ad Thomam) di cui è posta in luce la perenne attualità.

Meno alta e solenne dell' Aeterni Patris (v.) di Leone XIII, quest'enciclica è aderente alle necessità del momento.

Biml.: L. Lavaud, St Thomas a'Aquin guide des études. Notes et commentaires sur l'encycl. \& S. d. , Parigi 1923; M. Cordovani, S. Tommaso nella parola di Pio XI, in Angelicum, 6 (1929), pp. 1-12; E. Hugon, De vi doctrinali encyclicarum Pii XI, ibid., pp. 17-20; A. Walz, Studi domenicani, Roma 1939, p. 144 Antonio Piolanti

STUDI RELIGIOSI. - Rivista bimestrale «critica e storica, promotrice della cultura religiosa in Italia". Fondata nel 1901 e Firenze dall'allora sac. Salvatore Minocchi e cessata nel 1907.

La rivista intendeva pubblicare studi archeologici, filologici, storici, sociali, artistici, che dessero un'idea generale, possibilmente esatta e compiuta, del pensiero religioso moderno, con una cura speciale delle tradizioni e della storia del cristianesimo e della Chiesa romana. Oltre agli articoli di studio, conteneva varietà di brevi documenti e studi, rassegna delle pubblicazioni recenti, cronaca. Vi collaborarono, oltre al direttore, G. Bonaccorsi, E. Buoniuti, C. De Sarlo, U. Fracassini, F. Mari, C. A. Nallino, p. G. Semeria, N. Terzaghi. Ma suscitò fin dal primo numero forti controversie da parte di molti scrittori cattolici, che vi scorsero in vari articoli tendenze con dubbie di razionalismo e di modernismo (cf. A. De Santi, Il nuovo periodico fiorentino "S. R. ", in Civ. Catt., 1901, 1, pp. 430-64; e Il giudizio della Civ. Catt. intorno il nuovo periodico fiorentino "S. R. ", ibid., 1901, in, pp. 193-205), il che andò sempre facendosi più evidente con i successivi fascicoli. Né, come si disse, ebbe mai, anche se richiesta, l'approvazione della autorità ecclesiastica (cf. Dichiarazioni, ibid., 1902, iv, p. 77). Celosino Teatore

## STUDI TEOLOGICI PER LAICI IN ITALIA - Sorti nell'immediato dopoguerra (1945) in alcune città universitarie d'Italia, tendono a far rinascere in mezzo ai laici lo studio della teologia e delle altre scienze sacre.

Ne furono promotori i Francescani Conventuali, che li organizzarono e li reggono tuttora a Firenze (dal 25 genn. 1945), Padova (21 dic. 1945), Napoli (27 genn. 1946), Parugia ( 12 genn. 1947), Messina (11 genn. 1948); e come Istituti teologici per laici, con programma più agile e adatto ai centri minori non universitari, in Assisi (dal 12 genn. 1947), Viterbo (21 nov. 1947), Albano (4 dic. 1947), Potenza (22 febbr. 1948), Nola (9 febbr. 1950).

Il programma degli s. t. per l. comprende un corso quadriennale con materie fondamentali (dogmatica, morale, S. Scrittura, diritto canonico, storia ecclesiastica, filosofia, ecc.); materie complementari (patrologia, archeologia cristiana, arte, pedagogia, sociologia, ecc.); corsi speciali e liberi, letterari, storici, scientifici; relativi esami per il conseguimento di un diploma che riconosce l'alta formazione culturale religiosa per un eventuale insegnamento della religione nelle scuole.

Organo della fondazione è la rivista bimestrale Città di vita (v.).

Bibl.: anon., S. t. per l., Padova 1946; G. Odoardi, S. t. per l., in Misc. Francon., 47 (1947), pp. 297-98; S. Doimi, Gli S. t. per l., in Rinascita Serafica. I Frati Minori Convent. nell'ultimo cinquantennio, Roma 1951, pp. 203-209. Giovanni Odoardi

STUDITI. - Monaci greci dell'antico cenobio di Costantinopoli detto Studion (strano nome, la cui vera forma fu fissata definitivamente da H. Delehaye in Anal. Bolland., 52 [1934], pp. 64-65): fondato, a quanto pare, ca. il 462 dal già console di Roma

Studion con carattere di cappella e piccola chiesa, ospitò un secolo dopo i monaci acemeti (v.).

Tra i numerosissimi monasteri della capitale bizantina in quel tempo ( 81 ne conta il Marelli, Kalendarium Ecclesiae Constantinopolitanae C., II, Roma 1788, p. 215) quello di Studion spiccava per la sua prestanza, tanto che il suo egumeno, nelle pubbliche adunanze del sec. viII, occupava il primo posto dopo i vescovi. Anche il numero degli s. favoriva tale distinzione, poiché, ridotti grandemente negli altri monasteri durante le persecuzioni iconoclastiche, i monaci da ogni dove si fermavano a Studion, meglio situato presso la porta Aurea, come in un'oasi di rifugio. Quando ca. l'800 venne eletto egumeno il celebre s. Teodoro (v.) vi dimoravano quasi 700 s., i quali durante quel peri