zioni iconoclastiche, i monaci da ogni dove si fermavano a Studion, meglio situato presso la porta Aurea, come in un'oasi di rifugio. Quando ca. l'800 venne eletto egumeno il celebre s. Teodoro (v.) vi dimoravano quasi 700 s., i quali durante quel periodo di fioritura ascotica sotto una tale guida salirono a ben un migliaio. Ma più ancora che il numero dei monaci hanno reso celebre Studion le sapienti prescrizioni del vero suo ordinatore e legislatore s. Teodoro, riguardanti la salmodia, il digiuno, il lavoro manuale, l'ubbidienza e la ospitalità, e specialmente l'annesso convitto per i giovanetti che vi si preparavano alla vita religiosa e alla cultura delle arti e delle scienze, nonché la grande Biblioteca con l'aggiunta officina per la trascrizione e composizione dei preziosi codici. Non furono risparmiati gli s. dagli imperatori iconoclasti, ma essi sparsero la loro civiltà nell'esilio.
Un nuovo periodo di alterne vicende si aprì per gli s. quando Costantinopoli fu presa dai Latini (1204); cui successe la totale dispersione del monastero non appena i Turchi occuparono Bisanzio (1453). Studion diventò la monchea cosiddetta del Cavaliere (Imbrahar-Dgiumi).
Fra gli s. più cospicui vanno ricordati principalmente i santi venerati nella Chiesa bizantina Platone, Teofane, Nicola o addirittura nella Chiesa universale come l'istitutore Teodoro, e non pochi uomini di scienza, come il fratello di lui Giuseppe l'innografo e, dopo lo scisma, gli scrittori Niceta Pettorato e Giuseppe Bryennios.
Al principio del sec. xx vi fu un risveglio del monachesimo studita fra i ruteni organizzato dal metropolita Andrea Szeptyck3) e guidato poi dal suo fratello conte Casimiro, il quale nella professione religiosa assunse il nome di Clemente. All'intensa vita liturgica e di ubbidienza, retaggio dell'antico Studien, i nuovi s. aggiunsero l'assistenza agli orfani e ai contadini. Caratteristica dell'Ordine è l'abolizione dell'avita differenza fra ieromonaci, ierodiaconi e semplici religiosi; viene però contraddistinto il carattere sacerdotale. Attualmente gli s. ruteni dei vari cenobi partecipano delle vicende così dolorose delle loro terre.
Bibl.: E. Auvray, S. Theodori Stud. parva Catecheris, Parigi 1891 (nei Pralegom. di A. Tougard, pp. 18-Lil1; E. Marin, De Studio coenobio Constantinopolitano, Parigi 1897; G. GattiC. Kozdevskij, I riti e le Chiese orientali, I, Genova 1942, pp. 743-48.
Ebonanoele Candal
STUDIUM. - Rivista culturale, che iniziò la pubblicazione nel 1905 quale organo della Federazione Universitaria Cattolica Italiana (v.). Dal 1933 è espressione dell'attività culturale del Movimento Laureati di Azione Cattolica, diretta successivamente da Igino Righetti (v.), Renzo E. de Sanctis, Sergio Paronetto, Aldo Moro e attualmente da G. B. Scaglia.
Pubblica articoli di indole spirituale e di valutazione morale degli avvenimenti, segue e commenta le espressioni della cultura e della vita negli aspetti più interessanti ed impegnativi per il laico colto; illustra nelle sue "Rassegne" l'attività scientifica e i problemi morali e pratici; accoglie battute polemiche ed esamina nelle sue cronache gli avvenimenti interessanti la vita della Chiesa, la vita nazionale e internazionale, e i problemi sociali.
Maria Righetti Faina
STUMPF, Kilian. - Gesuita, missionario, n. a Würzburg il 14 sett. 1655, m. a Pechino il 24 luglio 1720.
Entrato nell'Ordine nel 1673, parti nel 1694 per la Cina, destinato alla missione di Pechino, dove rimase
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fino alla morte, favorito assai dall'imperatore K'ang-hi, che lo invito ad accompagnarlo in molti viaggi e lo nominò presidente del Tribunale dei matematici. Come rettore del Collegio, detto "Portoghese", dei Gesuiti, a Pechino, e soprattutto nei quattro anni (1714-18) che fu visitatore generale del Giappone e della Cina, prese parte attiva e spesso preponderante nelle appassionate discussioni di allora circa i Riti cinesi (v.) e la legazione del card. de Tournon. Firmò con gli altri padri la Brexit relatio sul decreto dell' imperatore K'ang-hi del 30 nov. 1700, raccolse nel suo Compendium actorum Pethinensium 1703-1708, rimasto manoscritto, i resoconti della legazione e il suo diario. La Informatio pro veritate contra iniquiorem famam sparsam per Sinas (1717), nella quale lasciò correre la penna oltre la necessaria moderazione, fu messa all'Indice nel 1720. Il Papa volle il richiamo dello S. dalla Cina; ma questi moriva prima che l'ordine arrivasse nelle sue mani.
Bim..: [G. Pres], Gesch. der Streitigkeiten über die chinesischen Gebräuche, II-III, Augusta 1791; A. Huonder, Deutsche Jesuitenmissionäre des 17. und 18. 7ahrh., Friburgo in Br. 1899, pp. 195. 208-209; Sonnmervogel, VII, coll. 1656-57; Pastor, XV, pp. 327 346; Streit, Bibl., VII, passim, ma specialmente p. 521 ; H. Bernard, S. K., an émole allemand du p. Rirci, in Monem. Stipponica, 3 (1940, 1), pp. 321-22. Celestino Teosore
STÜPA (in sanscrito; palico : thüpa, da cui tope). Monumento sepolcrale di pietre e terra, a forma di cupola, inalzato per commemorare personaggi famosi per santità o importanza sociale. Nel buddhismo quest'onore era riservato all'arhat, al "degno" partecipe del nirvāna (v.).
Il thüpa inalzato sopra una parte delle ceneri del Buddha (v.), scoperto da W. G. Peppé presso Piprāvā (Tacāi), nel 1898, era anche dhatugarbha (palico : dhātugabhha; singalese: dāgaba) perché conteneva "un'urna con reliquie ", ma è un errore usare dāgaba nel senso di töpe e viceversa.
Bim..: T. W. Rhys Davids, India buddhistica (trad. it.), Firenze 1925, pp. 86 sgg. Feidinando Belloni Filippi
STUPEFACENTI. - Sostanze tossiche ad azione elettiva sulla corteccia cerebrale che, inibendo i centri nervosi superiori, sono atte a modificare le capacità percettive, immaginative ed intellettive in modo da indurre (secondo le dosi) stati di semplice euforia, di sonnolenza, di ebrezza stuporosa, di allucinazioni e di sensazioni cinestetiche generalmente gradevoli.
Il loro uso protratto determina nell'organismo una condizione di abitudine, di resistenza crescente e d'altra parte una diminuzione progressiva di reazione specifica, sicché se ne possono aumentare le dosi senza incorrere nei sintomi di avvelenamento acuto, quale si riscontrerebbe impiegando lo stesso quantitativo in un organismo non assuefatto.
Gli s., benché possano ottundere la coscienza, si distinguono dai narcotici (v.) e dagli ipnotici (v.), di cui non hanno le indicazioni e gli effetti. Questi ultimi agevolano o inducono un sonno forzoso senza provocare ebrezza o assenza dei riflessi come nelle categorie sopra accennate.
I. Azione voluttuaria. - L'azione voluttuaria degli s. è conosciuta da tempo antichissimo dai popoli dei paesi originari delle singole droghe : tuttavia da essi vengono usati allo stato greggio e generalmente con parsimonia, si da non incorrere negli estremi stati degenerativi psichici e organici irreversibili e inconciliabili con la continuazione della specie, raggiunti dai tossicomani dei paesi bianchi. La diffusione presso questi ultimi ha assunto proporzioni preoccupanti specie per l'uso di preparati estrattivi o sintetici puri e quindi molto più attivi e tossici. Essa è stata facilitata dall'impiego prezioso in medicina quali sedativi, analgetici e anestetici. Gli s., assunti in quantità eccessiva concentrata nel tempo, dànno avvelenamenti acuti, caratterizzati in generale da un breve periodo iniziale di esaltazione psichica e psicomotoria, sonnolenza conseguente,
indi depressione delle funzioni vegetative fino al coma ed alla morte per paralisi dei centri nervosi, bulbari, respiratori e cardiaci. La terapia è intesa ad eliminare il veleno dall'organismo ed a combatterne gli effetti con farmaci ad azione antagonistica. Gli avvelenamenti cronici rivestono un grande interesse morale e sociale. Si stabiliscono per l'uso protratto in dosi necessariamente crescenti per l'intercorrente assuefazione: in seguito a ciò si distingue la tossicofilia (tendenza al tossico non assolutamente coercitiva e determinante, tendenza che permette la coesistenza di forza volitiva capace dell'astinenza) oppure la tossicomania (fase dell'assuefazione in cui il bisogno alla soddisfazione tossica è irresistibile). La manio, fenomeno nell'abuso di s. correlato dell'assuefazione, pur avendo una base organica, è in se stessa una tendenza impulsiva determinante, essenzialmente psichica. In generale le tossicomanie mietono le loro vittime tra individui e razze predisposte da particolare debolezza nei freni morali e nel senso di autoconservazione.
I principali s. e relative tossicomanie sono : a) Oppio (meconismo) : droga costituita dal lattice disseccato del Papaver xenniferum (papaveracea originaria dell'Asia minore). Contiene varie sostanze tra cui alcuni alcaloidi ad azione stupefacente quali la morfina e la narcotina. Chiamato "alcool dei gialli", esso può venir fumato (Cina, India) o mangiato (India, Persia, Turchia, America), svolge un'azione più blanda della morfina e generalmente il suo uso anche protratto non conduce a cachessia.
b) Morfina (morfinomania) : alcaloide dell'oppio paralizzante le più elevate funzioni nervose. Il punto di partenza per lo sviluppo della morfinomania è costituito non solo delle malattie dolorose: nevralgie, dolori lancinanti dei tabetici, reumatismo, dolori dentali, ecc. ma anche da disturbi nervosi generali di tipo nevrastenico o isterico: insonnia ribelle, stati depressivi reattivi, tensioni psichiche professionali non raramente costituiscono il motivo per la prima iniezione, cui si arriva a volte anche per semplice curiosità. Tutti questi momenti inducono a pensare che vi sia una qualche disposizione psichica, una capacità di resistenza abnormemente scarsa che predispone all'insorgenza della morfinomania. A volte, ma molto raramente (Antheaume e Leroy), la morfinomania può insorgere ad accessi, in modo analogo alla dipsonania; già Kraepelin aveva parlato di attacchi epilettici o di ansia isterica.
Gli effetti dell'assunzione cronica di morfina vengono distinti in fisici e psichici. Tra i primi : forte dimagrimento, colorito cutaneo giallo-terreo, inappetenza, digestione difficile, etitichezza a volte interrotta da scariche diarreiche, oliguria, disuria, ipotensione, tachicardia, marcati disturbi vasomotori, impotentia coeundi, azoospermia, amenorrea; neurologicamente può osservarsi : ipotonia muscolare, tremore (con caratteri intermedi tra quello dei senili e quello degli alcoolisti), disatria, iporeffessia, miosi; i disturbi della sensibilità (ipoestesia per tutte le modalità, poestesie, a volte con carattere neuralgiforme) sono sempre presenti ed hanno un particolare valore. Gli effetti psichici sono molto più caratteristici e importanti, soprattutto per il loro significato sociale, per cui si possono paragonare solo con i disturbi degli alcoolisti più gravi. Tutte le qualità della persona psichica vengono interessate, in particolar modo quelle etiche; s'osservano gravi stati (pocondriaci e marcati disturbi psico-sensoriali (allucinazioni, illusioni); costanti i disturbi mnemonici, sia dell'attività di fissazione che di quella di rievocazione, senza mai verificarsi una perdita definitiva del materiale mnemonico; appartengono al quadro del morfinismo irreversibili difetti di giudizio; molto evidente la mancanza di iniziativa, pur rimanendo possibile anche per anni un adempimento meccanico degli usuali doveri di lavoro.
L'avvelenamento cronico da morfina è caratterizzato dall'abitudine al farmaco, che si istituisce molto preccocemente e porta all'assunzione di dosi sempre più alte; dalle manifestazioni di astinenza, cioè gravi disturbi che compaiono quando in un individuo abituato si sospende bruscamente la somministrazione. La "sote" di morfina è tale da spingere l'intossicato anche al delitto, pur di
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procurarsi l'alcaloide e appagare cosil l'irresistibile bisogno. La cura è tutt'altro che facile : indispensabile il ricovero in case di cura specializzate, con sorveglianza rigorosissima; le recidive, però, sono assai frequenti. Si conoscono tossicomanie da altri derivati dell'oppio e della morfina (eruina).
c) Coca: droga da masticare preparata con le foglie di alcune eritrossilacee (specie nell'Erythroxylon coca L.), originaria della zona delle Ande dell'America meridionale, dove gli indigeni già da tempi remoti ne usano per attutire fame e fatica. Ne dànno testimonianza vasi degli Incas (sec. xi) su cui sono raffigurati i cagnéros, riconoscibili dalla caratteristica protuberanza alla guancia (segno del bolo cocainico posto tra i denti e la parete boccale).
d) Cocaina: alcaloide della coca preparato anche sinteticamente. Possiede azione anestetica sul punto di introduzione, in seguito ad assorbimento e a passaggio nel sangue agisce anche sul sistema nervoso centrale. L'uso prolungato della sostanza avviene a solo scopo voluttuario con intonazione erotica ed è determinato dalla ricerca del piacere : "via del piacere" (v. cocainismo).
Altri s. poco diffusi nei paesi bianchi sono: e) Conapa indiana (Cannabis sativa var. Indica) : della famiglia delle moracee, le cui droghe sono usate specie dai popoli maonettani asiatici e africani (con il nome di balit) e nel Messico (Marijuana). Contiene un olio essenziale (connabinolo) paralizzante del cervello. Dà ebbrezza e talvolta delirio, lasciando però un barlume di coscienza. f) Peysit: droga ricavata dall' Anhainium lessini (cantacea), usata nel Messico. Il suo alcaloide stupefacente (mescalina) provoca allucinazioni visive ad occhi chiusi.
II. Sulla liceltà dell'uso degli s. - E chiaro che riguardo all'abuso degli s. il giudizio morale non può essere che di condanna: la ricerca infatti del piacere ottenuto con l'obnubilamento delle facoltà superiori e la degenerazione biofisiologica è contraria alla natura dell'uomo. La ricerca del piacere (v.) come fine ultimo esclusivo rappresenta una inversione di valori ed è perciò essenzialmente immorale. La condanna morale è fondata ancora sulla condanna fisico-biologica (prole degenerata, disfacimento organico, asocialità, anormalità neuro-psichica), di cui la natura grava il tossicomane.
Non si discute neppure sull'uso degli s. e dei narcotici nel campo della anestesia e come analgesici per interventi operatori : il loro impiego è umano, ragionevole e perciò morale (v. NARCOTICI).
Ma si possono presentare questioni morali per l'impiego degli s., quando essi, oltre il loro effetto di lenimento del dolore, hanno altri effetti negativi. Se queste sostanze diminuissero nel caso concreto la resistenza dell'organismo in modo da facilitare l'opera distruttiva dei fattori morbosi e accelerare la morte, ci si può chiedere se sia morale il loro uso come analgesici. Ci si trova alla presenza di due effetti, di cui uno buono e l'altro cattivo; per cui è il caso di applicare il principio del duplice effetto. Perciò sarà lecito l'uso di tali sostanze se: a) l'effetto analgesico non si può ottenere con altre sostanze che evitino l'effetto cattivo, sia perché non esistono, sia perché producono altri inconvenienti più gravi; b) se l'ammalato che domanda simili s. e il medico che ne ordina l'uso non intendano l'acceleramento della morte; e ciò perché altrimenti quesl'effetto cattivo sarebbe nient'altro che mezzo per ottenere l'effetto buono; si ricadrebbe così nell'immorale principio che il fine giustifichi i mezzi; c) se infine esiste una certa giusta proporzione tra l'effetto cattivo e quello buono, si da essere ragionevole compiere l'azione, nonostante l'effetto cattivo (v. EUTANABIA).
Spesso l'alleviamento del dolore si può ottenere solo attraverso la privazione della coscienza. La perdita della coscienza è senza dubbio un male, perché pone l'uomo in uno stato di disumanizzazione; privare contro volontà una persona della coscienza è illecito e, anche se una persona moribonda lo desiderasse, sarebbe ugualmente illecito, qualora il paziente non fosse preparato alla morte, sia perché debba regolare affari temporali di notevole importanza, sia perché debba ordinare lo stato della sua anima; sarebbe delitto togliere la possibilità, ancora attuale, di
guadagnarsi la vita eterna. Non è illecita però la somministrazione di ipnotici per dare il riposo necessario per un determinato tempo.
Inoltre è da osservare che, benché la morte e il dolore siano in se stessi male, possono essere occasione per l'esercizio di molte virtù quali la pazienza e la penitenza, e ciò specialmente negli ultimi periodi della vita, nei quali l'uomo, cessate le passioni, che lo potevano sviare, più facilmente ottenta la sua anima verso Dio. Non si ritiene quindi conveniente abbondare, anche entro i limiti del lecito, nell'uso degli s.
III. Disciplinamento giuridico. - Il pericolo sociale e individuale degli s. ha indotto i governi dei paesi più progrediti ad emanare provvedimenti legislativi intesi alla limitazione del loro uso voluttuario, determinando anzitutto il fabbisogno mondiale per uso scientifico e terapeutico, ripartendo la produzione tra i paesi coltivatori e regolandone la distribuzione. Ciò fu fatto dal 1931 al 1936 dalla Commissione dell'oppio aggregata alla Società delle Nazioni, poi dalla Commissione per i narcotici dipendente dall'-Economic and social Council delle Nazioni Unite.
In Italia le norme che disciplinano il commercio e reprimono l'abuso degli s. si trovano nel T. U. delle leggi sanitarie (R. D. 27 luglio 1934 n. 1265) artt. 148-60: sotto diversi aspetti se ne occupa anche il Cod. pen. artt. 445, 446, 447, 613, 720.
Per una tempestiva prevenzione al diffondersi degli abusi il sanitario ha il dovere di denunciare entro due giorni all'autorità di F. S. la persona assistita che si rivela affetta da intossicazione cronica da s. Il farmacista per queste sostanze è tenuto ad esigere la ricetta medica, corredata dalle indicazioni complete del nome, cognome e indirizzo dell'infermo, le ragioni della prescrizione, le circostanze e i limiti dell'uso. Il quantitativo circolante delle sostanze stupefacenti è sottoposto al controllo della Finanza.
Bibl.: P. Regnard, Sorcellerie, magnétisme, morphinisme, Parigi 1887; M. Lewandowsky, Handbuch der Neurologie, III, Berlino 1912, p. 1032; M. Mauri, Der Kohainismus, Lipsia 1926; P. Brouillard, Cauterie de morale, Stupéfiants et anesthétiques, in Etudes, 199 (1920), pp. 178-98; R. Kotben, Les toxicomanes, in Collectanea Mechlinientio, 5 (1931), pp. 624-38; 6 (1932), pp. 153-66; A. Meurnier, Les stupéfiants et la morale, in Rev. eccl. de Liège, 23 (1933-34), pp. 353-56; 26 (1934-35), pp. 13-25; G. Garaldi, Gli accordi internazionali e la legislazione italiana sugli s., Reggio Emilia 1937; E. Adami, Farmacologia e farmacoterapia, Milano 1945 (v. indice). V. inoltre i trattati di terapia e psichiatria, ad es.; M. Messini, Trattato di terapia clinica, Torino, 1944; G. Moglie, Manuale di psichiatria, Roma 1947. Per i trattati di morale v. alla trattazione dei doveri del medico, o quando si parla degli ostacoli all'atto volontario. V. bibl. alla voce EUTANABIA.
Costante Scarpellini
IV. Lotta contro l'oppio. - L'abuso dell'oppio fu introdotto in Cina dagli europei; nella cosiddetta guerra dell'oppio ( $1840-42$ ) l'importazione fu imposta con la forza al paese vinto. Negli aa. 1729, 1796 e 1800 gli Imperatori cinesi con bandi severissimi ne proibirono la coltura e l'uso. Nel regno di Siam fu stabilita la pena di morte contro i trasgressori. La Chiesa ha sempre appoggiato la lotta del governo contro questo abuso. Alla domanda del vicario apostolico del Siam, Propaganda rispose il 3 giugno 1830 che quelle leggi non erano puramente penali, ma a causa del bene comune obbligavano i cristiani in coscienza (Coll. S. Congr. de Prop. Fide., Roma 1907, n. 815).
Pare che alcuni vicari apostolici siano stati troppo inclini a punire con la scomunica i fumatori d'oppio, perché il 30 ott. 1843 Propaganda consiglio al vicario apostolico di Malacca di applicare questa pena severissima con discrezione (ibid., n. 1035). Però l'atteggiamento della Chiesa non mutò, come bene dimostra la risposta data dal S. Uffizio il 10 marzo 1852 al vicario apostolico di Chensi, in cui si dice che la coltura, il commercio e l'uso dell'oppio rimanevano interdetti sotto pena gravissime ai cristiani (ibid., n. 1071). Il 20 sett. 1850 lo stesso S. Uffizio,
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in un'istruzione ai vicari apostolici, dispose che i fumatori d'oppio potevano essere battezzati soltanto se si avesse la certezza morale che avrebbero lasciato questo vizio (ibid., n. 1103). Dopo la guerra dell'oppio le leggi civili che proibivano la coltura del papavero furono abolite e questa coltura costituì la fonte di benessere di parecchie province. Per i cristiani, quasi tutti in strettezza materiale, era difficile astenersi della coltura del papavero senza gravissimo danno. Inoltre si osservava che gli uomini abituati all'uso dell'oppio si mettevano in pericolo di vita, astenendosene completamente. Perciò il S. Uffizio il 23 marzo 1878, dietro domanda del vicario apostolico di Kuy-Tscheou, permise la cultura del papavero con determinate precauzioni, ed anche il suo uso medicinale (ibid., II, n. 1489).
Il 4 luglio 1883 Propaganda suggerì ai vicari apostolici di creare in Cina un movimento di temperanza dell'uso dell'oppio, come in Europa ed in America si era fatto contro l'alcoolismo (ibid., n. 1599). Essendo stata data un'interpretazione troppo larga alla risposta del S. Uffizio del 1878 , il medesimo S. Uffizio dichiarò il 29 dic. 1891 che la coltura del papavero rimaneva lecita solo per scopi medicinali; invece, a causa dei grandi pericoli che ne derivavano, ne rimanevano in generale proibiti ai cristiani la coltura, il commercio e l'uso. Contro i recidivi ed abitudinari si minacciavano le pene ecclesiastiche più severe (ibid., n. 1776). Dietro domanda del vicariato apostolico di Chensi, il S. Uffizio dichiarò il 25 apr. 1894 che i cristiani non potevano dare in affitto il terreno con l'obbligo di coltivarvi il papavero, né potersino accettare l'oppio come pagamento dell'affitto stesso; però non era loro obbligo proibirne all'affittavolo la coltura (ibid., n. 1867). Il 2 ott. 1931 il delegato apostolico, mons. C. Costantini, riaffermò la legislazione ecclesiastica in proposito, cioè : 1) i cristiani non possono essere ammessi ai Sacramenti, ed i catecumeni al Battesimo, se coltivano o esercitano il commercio dell'oppio; 2) la coltura del papavero in sé non è cosa illecita, ma in Cina costituisce un'azione immorale a causa delle conseguenze nefaste; 3) i missionari, in collaborazione con il governo, devono con la predicazione, la scuola ed i giornali lottare contro l'abuso dell'oppio (Coll. Commissionis Synod., 4 [1931], pp. 923-25).
Nel 1934 il primo Concilio nazionale cinese a Shanghai richiamò l'attenzione sulla questione dell'oppio.
Bibs.: E. Beaupin, Les missionnaires catholiques d'ExtrêmeOrient dans la lutte contre l'opium et les stupéfiants, Parigi 1928; J. Maertens, De Strijd van des Katholieke Kerh tegen het Opium in China, in Het Missiewerk, 27 (1948), pp. 16-34, 94-104. Nicola Kowalsky
STUPRO. - Nel diritto canonico per s. si intende l'oppressione carnale di donna vergine; mentre i moralisti estendono lo s. all'oppressione di qualunque donna, indipendentemente dallo stato di verginità; il diritto penale italiano poi lo allarga ancora di più, comprendendovi le persone dell'uno e dell'altro sesso (art. 519, comma 1).
Nel diritto italiano sono considerati oggetto di violenza, benché acconsentano alla congiunzione carnale: 1) in ogni caso coloro che non hanno compiuti gli anni 14 (art. 519, comma 2, n. 1); 2) coloro che non hanno compiuti gli anni 16 , qualora i soggetti attivi siano gli ascendenti o il tutore, oppure altri cui il minore è affidato per ragione di cura o di educazione o di istruzione o di vigilanza o di custodia (ibid., n. 2); 3) i malati di mente o coloro che si trovano in condizioni tali di inferiorità psichica o fisica da non essere in grado di resistere, anche se la menomazione non dipenda da fatto del colpevole (ibid., n. 3); 4) coloro che sono stati ingannati per il fatto che il colpevole si sostituì ad altra persona (ibid., n. 4). Anche per il CIC devono considerarsi soggetto passivo di s. le persone che, al momento del fatto, non sono capaci di consenso, p. es., gli ubbriachi, gli addormentati di sonno naturale o anche artificiosamente provocato, i pazzi, gli idioti, ecc. Lo s. non è mai possibile tra coniugi in diritto canonico : è possibile nel diritto penale italiano, quando i coniugi siano separati legalmente; è pure possibile (solo però in diritto penale italiano) tra persone
dello stesso sesso : nel diritto canonico resta allora una circostanza aggravante dell'omosessualità.
Le pene contro i colpevoli di s. sono, nel codice penale italiano, la reclusione dai tre ai dieci anni (art. 519, comma 1), e la perdita dell'eventuale patria potestà sull'oppresso (art. 541, comma 1); tuttavia la pena non viene applicata, o viene estinta se, in via di esecuzione, il colpevole si unisce in matrimonio con colei a cui ha arrecato violenza (art. 544). Nel CIC, contro i fedeli legittimamente condannati per s., è inflitta di diritto la pena dell'infamia, mentre altre sono lasciate all'arbitrio dell'Ordinario (can. $2357 \S$ ); contro i chierici minori, oltre l'infamia predetta, sono da applicarsi altre pene parimenti ad arbitrio dell'Ordinario fino alla espulsione dallo stato clericale (can. 2358); contro i chierici in sacri sono comminate pene varie (sospensione, infamia, privazione dall'ufficio, del beneficio, ecc., fino alla deposizione) che però non si incorrono se non dopo essere state effettivamente applicate dall'Ordinario (can. 2359 § 2).
Bibl.: I. Sole, De delictis et poenit, Roma 1920, nn. 204-407; A. Piscetta-A. Gennaro, Elementa theol. sacr., VII, Torino 1944, n. 137; M. a Coronato, Inst. lor. can., IV, ivi 1948, nn. 2052, 2059-62; V. Manzini. Istitue. di dir. pen., II, Padova 1949, n. 398.
Lorenzo Simeone
STURE, Sten, il Giovane. - Uomo politico svedese, n. ca. il 1493 , m. il 3 febbr. 1520. Figlio di Svante Nilsson, che dopo Sten Sture il Vecchio era stato reggente dal 1504 al 1512 , aveva alla morte del padre poche probabilità di succedergli nella carica.
Il Consiglio del Regno infatti si era apertamente dichiarato per Erik Trolle, favorevole ad una politica di distensione verso la Danimarca. Ma S., che poté valersi dell'esperienza dei vecchi consiglieri del padre, e che dal genitore era stato posto nel possesso delle più importanti fortezze del paese, contrastò la designazione del Consiglio del Regno, che nel luglio 1512 fu pertanto costretto ad affidargli la reggenza. Una volta al potere, sua prima preoccupazione fu quella di rafforzarvisi. Contro l'infida collaborazione del Consiglio e dei nobili, fece appello al popolo con il cui aiuto instaurò nel paese una vera e propria dittatura personale. Non ammise altro potere politico al di fuori del proprio e di fronte al rifiuto del nuovo arcivescovo Gustav Trolle (figlio di colui che aveva voluto contrastargli la reggenza) di conseguergli la fortezza familiare di Ståker, la fece stringere d'assedio e distruggere. Lo stesso arcivescovo fu imprigionato, ma liberato nel 1518 dietro intervento del legato papale Arcimbeldi. Cristiano II di Danimarca, approfittando delle condizioni politiche interne della Svezia, nel 1520 colse pretesto dall'interdetto e dalla scomunica papale contro S., pronunciate dopo l'invio a Roma di una dettagliata relazione di Trolle, per invadere il paese e per insediarsi sul trono di Svezia. S., ferito in battaglia, morì di lì a pochi giorni.
Bibl.: G. Carlsson, S. S. d. y., in Scandia, 2 (1929), pp. 107-33; S. U. Palme, Riksföresdindarvalet 1517, Uppsala-Lipsia 1949; G. Wieselgren, S. S. d. y. och Gustav Trolle, Lund 1949.
Silvio Furiani
STURE, Sten, il Vecchio. - Uomo politico svedese, n. intorno al 1442, m. il 14 dic. 1503 a Jönköping. Imparentato, per parte della madre, con il re Karl Knutsson, fu designato da quest'ultimo sul letto di morte a suo esecutore testamentario e ad amministratore dei suoi castelli e feudi (Stoccolma, Abo, Örebro).
Ciò rafforzò ancor più la sua già forte posizione politica e rese possibile nel 1470 , poche settimane dopo la morte del Re, la sua nomina a reggente (Riksföreståndare). Questa evoluzione della politica interna svedese non fu gradita a Cristiano I di Danimarca, che volle obbligare con la forza delle armi gli Svedesi al riconoscimento dell'unione di Kalmar, ma l'esercito del Re fu rovinosamente disfatto dalle forze di S. il 10 ott. 1471 nella battaglia di Brunkeberg. Ma Cristiano, recatosi di lì a qualche anno a Roma, non rinunciò alle sue pretese sulla Svezia e riusci a convincere papa Sisto IV ad inter-
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venire in favore della regina Dorotea, vedova di Cristoforo di Baviera, già sovrano dei regni nordici, alla quale S. aveva fatto confiscare la dote. La morte di Cristiano, sopravvonnita nel 1481, mise tutto a tacere e S. riuscì a rinsaldare il suo potere a discapito dei nobili. Questi ultimi, assai malcontenti dei rilevanti carichi fiscali cui S. li aveva sottoposti, nel 1497 si rivolsero per aiuto a re Giovanni di Danimarca, che venne in Svezia con un esercito, sconfisse S. e si fece incoronare re. Nel 1500 S., approfittando di una grave sconfitta subita da Giovanni in Germania, riuscì però ad ottenere di nuovo la reggenza.
BibL.: S. U. Palme, S. S. den äldre, Stoccolma 1950. Sui rapporti con la Chiesa cf. Y. Brilioth, Den senare medeltiden, in H. Holmquist-H. Pleijel, Svenska hyrhans historia, II, ivi 1941, pp. $44^{8-9}$ b.
Silvio Furlani
STURLA, Luigi. - N. a Genova il 27 ag. 1805, m. ivi il 19 apr. 1865 . Già prefetto apostolico di Aden.
Sacerdote di grande pietà e zelo, amico di Giuseppe Frassinetti (v.) e iniziatore delle Pie Opere di S. Raffaele e di S. Dorotea per l'insegnamento del catechismo e della "Congregazione" del b. Leonardo da Porto Maurizio (v.) per la cultura del clero. Inviso ai liberali, che lo espulsero da Genova nel 1848 , si offerse alla S. C. de Propaganda, la quale lo mandò ad Aden, dove fu cappellano militare della guarnigione inglese e curò quella collettività cattolica; fu pure, per parecchi anni, procuratore e vicario gen. del Massaja (v.), che l'amò assai. Il b. De Jacobis (v.) chiamava lo S. "l'angelo di tutte quelle regioni". Fu in grandissima stima anche presso le autorità inglesi, che lo aiurarono largamente nelle sue opere di bene. Tornò in Italia nel 1857 , quando la missione poté finalmente avere stabile ordinamento, col passare ai Cappuccini. Morì in concetto di santità.
BibL.: G. Frassinetti, Memorie intorne alla vita del sac. L. S., $2^{\mathrm{a}}$ ed., Genova 1905: G. B. Tragella, Un "gesuitante" missionario per caso, in Studia missionalia, Roma 7 (1923), pp. 357-68.
Giovanni Battista Tragella
STURM, Johann. - Umanista e pedagogista, n. a Schleiden (Eifel) il $1^{\circ}$ ott. 1507, m. a Strasburgo il 3 marzo 1589 .
Cattolica, ebbe un'educazione umanistica a Liegi (1521-23) presso i Fratelli della vita comune; a Lovanio (1524-29) nel Collegium trilingue e infine a Parigi (15291537) nel Collège de France, dove tenne anche lezioni di filosofia e filologia, ma, sotto l'influsso del Butzer, passò al protestantesimo. Nel 1537 fu nominato professore di retorica e dialettica a Strasburgo nel Collegium Praedicatorum ed ebbe l'incarico di riorganizzare l'insegnamento secondario. Fondò, cosi, nel 1538, un Gymnasium, che diventò ben presso e si mantenne a lungo come la più celebre delle scuole umanistiche protestanti.
Non creò certo il tipo della scuola umanistica, come si vorrebbe da alcuni, perché altro non fece che adattare i programmi e i metodi di insegnamento che aveva appreso dai suoi primi maestri, i Fratelli della vita comune; ed espresse i suoi concetti pedagogici nel suo programma di apertura : De litterarum ludis recte aperiendis (Strasburgo 1538). Dai 507 anni in poi, gli alunni dovevano frequentare il Gymnasium per altri 10 anni, allo scopo di apprendere, entro i confini del Trivio, prima la "latinitas pura", poi la "latinitas ornata" per raggiungere la meta prefissa di una "sapiens atque elegans pietas". Ma se nulla venne trascurato di quanto può alimentare la pietà, il sapere e l'eloquenza, la concezione del programma si rivelò troppo ristretta e troppo rivolta alla sola esteriorità, come se lo stile, la lingua corretta e il giro del periodo fossero, se non il tutto, almeno la parte principale dell'istruzione. La smania di imitare troppo i classici latini, ridotti poi quasi del tutto a Cicerone, diede origine ad una ciceromania, ripresa acremente da Erasmo e ridicolizzata poi argutamente dal Rabelais. Il culto del latino, inoltre, portò per una parte all'esagerazione di far rappresentare dagli alunni le commedie licenziese di Plauto e di Terenzio, e per l'altra a lasciare pienamente nell'ombra il calcolo elementare, la geografia, le scienze naturali, le lingue estere e, ciò che è più deplorevole, la lingua nazio-
nale. Nonostante, però, queste stridenti imperfezioni, lo S. si acquistò una fama europea, il Gymnasium fu frequentato da parecchie migliaia di alunni e servì di modello a molte scuole istituite nei secc. xvı-xviı. In seguito fu aggiunto un Ginnasio superiore, dove si coltivarono più ampiamente le arti, le scienze e anche la teologia; questo nel 1576 fu innalzato da Massimiliano II al grado di Accademia, solennemente inaugurata nel 1578 dallo S., nominato "rector perpetuus", che ne espresse nel 1579 gli scopi con le sue Epistolae academicae (Strasburgo 1579). Il "rector perpetuus" tuttavia finì la sua carriera nel 1581, quando fu dimesso dalla carica per l'antagonismo che egli stesso sollevò contro di sé con l'intemperanza del suo carattere e del suo stile nel De emendatione Ecclesiae contro i luterani formaliati di Strasburgo, specialmente contro Marbach, Pappus (cf. i suoi 4 libelli, Antipappus, Strasburgo 1579-81), L. Osiander e Giacomo Andrea (cf. la sua Epist. apologetica contra Andreä, Neustadt 1580). Dopo di che si ritirò a vita privata.
BibL.: C. Schmidt, La vie et le travaux de 7. S., Strasburgo 1825; L. Kuckelbahn, 7. S., Strassburgs erster Rector, Lipsia 1872; G. Laas, Die Pädagogik des 7. S., Berlino 1872; W. Sohn, Die Schule 7. S. und die Kirche Strassburgs in ihrem gegenseitigen Verhältnis, 1570-81, Monaco 1912; H. Paasch, St's und Calvins Schulwesen, Münster 1915; W. Friedensburg, Das Consilium de emendanda Ecclesia, in Arch. für Reformationsgeschichte, 1956, pp. 1-69.
Celestino Testore
STURM UND DRANG. - Movimento letterario della gioventù tedesca intorno al 1770-80, cosi denominato da un dramma del Klinger (1776). Prende lo spunto dal preromanticismo inglese (Shaftesbury, Young, Macpherson, Percy), dall'idea nazionale sviluppatasi in Svizzera (Muralt, Bodmer), dalla critica di Rousseau e di Klopstock contro la civiltà.
Sostituisce all'unilaterale culto illuministico della raison la dottrina di tutte le forze unite dell'uomo; allo stato feudale e assoluto l'ideale umanitario-nazionale e la libertà politico-economica; alle norme poetiche del classicismo francese e alla teoria dell'imitazione il libero linguaggio dei sentimenti e il culto del "genio originale", esagerandolo però spesso, anche stilisticamente, fino a un soggettivismo sfrenato.
Hanno valore quasi programmatico i "fogli volanti" Von deutscher Art und Kunst (1773; autori: Herder, Goethe, Frisi, Möser). Sulle orme delle Hamann ( 8 Poesia è la lingua materna del genere umano "), Herder scopre i valori estetici nelle canzoni popolari di tutte le nazioni (Volksfieder, 1778-79) e particolarmente nella "poesia naturale" di Omero, Pindaro, della Bibbia, di Shakespeare e Ossian. I principali simboli poetici degli Stürmer sono il "titanico" Prometeo, ribelle agli dèi (Shaftesbury: frammento drammatico e inno di Goethe), e il "superuomo" Faust, stretto negli angusti limiti umani (Weidmann, Maler Müller, Lenz, Klinger; Goethe, Urfaust, ca. 1771-75). Gli Stürmer coltivano anzitutto il dramma (primo tentativo: v. Gerstenberg, Ugolino, 1768); temi preferiti : l'odio tra fratelli (Leisewitz, Julius von Turent, 1776; Klinger, Die Zwillinge, 1776; Schiller, Die Räuber, 1781), l'infanticidio (H. L. Wagner, Die Kindermörderin, 1776; Goethe, Faust I) e, quasi sempre e dappertutto, l'accusa o la satira contro la società arretrata (Lenz, Der Hofmeister, 1774; Die Soldaten, 1776; Schiller, Kabale und Liebe, 1784). La storia nazionale dà i soggetti a numerosi "drammi di condottieri" realizzati secondo la tecnica scenica di Shakespeare (Goethe, Göte von Berlichingen, 1771-73). La lirica degli Stürmer, fiancheggiata dal gruppo letterario dello Alain (s boschetto "; simbolo della poesia germanica, ricavata da un'ode del Klopstock) di Gottinga, culmina nei panteistici inni giovanili di Goethe in "ritmi liberi" e nell' Anthologie del giovane Schiller (1782), mentre Bürger crea la ballata d'arte tedesca (Lenore, 1773). L'idillio non ha più tono arcadico, ma realistico (Voss, Der siebzigste Geburtstag, 1780). Anche il romanzo dell'epoca, da Die Leiden des jungen Werthers di Goethe (1773) fino all'Ardinghello dello Heinse (1787), porta l'impronta dello $S$. und D.
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Bibl.; testi: Deutsche Literatur, R. Irrationalismus, voll. 4-10, a cura di H. Kindermann, Lipsia 1935-39, solo parzialmente usciti; edizioni critiche dei singoli autori. Studi: H. A. Korff, Geist der Goethe-Zeit I, Lipsia 1923; id., Die Dichtung der S. u. D., 101 1928; R. Unger, Hamann und die Aufklärung, $2^{2}$ ed., Halle 1925; F. Meinecke, Die Entstehung des Historismus II, Monaco-Berlino 1936; F. Gundolf, Shakespeare und der deutsche Geist, rist. Godesberg 1947; J. Nadler, 7. G. Hamann, Salisburgo 1949; K. Vötter, Der junge Goethe, $2^{2}$ ed., Berna 1950; V. Errante, Il mito di Faust, I, $2^{2}$ ed., Firenze 1911; E. Croceri Croce, Poeti e scrittori tedeschi dell'ultimo Settecento, Bari 1951; F. J. Schneider, Die deutsche Dichtung der Geniezeit, Stoccarda 1952.
Horst Rüdiger
STUTZ, Ulbich. - Giurista, n. a Zurigo il 5 maggio 1868, m. a Berlino il 6 luglio 1938.
Si addottorò nel 1892 in diritto nell'Università di Berlino; nel 1893 fu professore straordinario di diritto tedesco e diritto ecclesiastico all'Università di Basilea, nel 1896 all'Università di Friburgo in Brisgovia, nel 1904 a Bonn e infine nel 1917 a Berlino. Mentre era a Friburgo fondò, nel 1902, la rinomata collezione Kirchenrechtliche Abhandlungen, e a Bonn, nel 1911, la Kanonistiche Abteilung, della Zeitschrift der SavignyStiftung für Rechtsgeschichte, mentre fin dal 1879 era direttore della Germanistiche Abteilung.
Fu socio delle più importanti accademie scientifiche, storiche e giuridiche. Sebbene protestante fervente e membro autorevole del Sinodo generale della Chiesa evangelica prussiana, mutri sincera tolleranza e simpatia per la Chiesa cattolica di cui studiò con obbiettività ed apprezzò la storia e le istituzioni. La sua produzione scientifica dal 1887 al 1938 ammonta a 1045 lavori (cf. elenco completo in Zeitschr. d. Savigny-Stiftung [Kanon. Abt.], 27 [1938], pp. 686-763) tra cui i più importanti sono: Die Eigenkirche als Element des mittelalterlich-germanischen Kirchenrechtes (Berlino 1895); Geschichte des kirchlichen Benefizialwesens von seinen Anfängen bis auf die Zeit Alexanders III. (ivi 1895); Die kirchliche Rechtsgeschichte (Stoccarda 1905); Der neueste Stand des deutschen Bischofwahlrechtes, mit Exkursen in das Recht des 18. und 19. Jahrhunderts (ivi 1909); Der Geist des CIC (Stoccarda 1918); Trennung von Kirche und Staat in ihrer Bedeutung für die Denkmalpflege (Berlino 1919); Die päpstliche Diplomatie unter Leo XIII. nach den Denkwürdigkeiten des Kard. Domenico Ferrara (ivi 1926); Zur Neuordnung der S. Paenitentiaria Apostolica (ivi 1935).
Bibl.: N. Hilling, Necrologio, in Apollinaris, 11 (1938), pp. 490-92; M. Viora, Necrologio, in Riv. di st. del dir. ital., 11 (1938), pp. 570-87; A. Schultze, Necrologio, in Zeitsch. d. Savigny-Stiftung für Rechtsgesch. (Kanon. Abt.), 28 (1939), pp. 12-LviI.
Cosimo Petino
STYGER, Paul. - Archeologo, n. a Schwyz (Svizzera) il 27 sett. 1889 e m. a Lucerna il 14 maggio 1939. Dopo sei anni di studi nel Collegio Maria-Hilf in Schwyz, entrò nel 1906 nel Pont. Collegio Germanico-Ungarico in Roma; ordinato sacerdote nel 1913, passò cappellano nello stesso anno a S. Maria in Campo Santo per dedicarsi all'archeologia cristiana.
Suoi primi studi furono: Neue Untersuchungen über die altchristlichen Petrusdarstellungen, in Röm. Quartalschr., 27 [1913], pp. 17-74; Die neuentdechten mittelalterlichen Freshen von S. Croce in Gerusalemme, ibid., 28 (1914), pp. 17-28; Die Malereien in der Basilika des hl. Sabas auf dem Ks. Aventin, ibid., pp. 49-96; La Schola cantorum della chiesa di S. Saba, in Studi romani, 2 (1914), pp. 224-28; La decorazione a fresco del XII sec. della chiesa di S. Giovanni ante Portam Latinam, ibid., pp. 261-328; Die neuere Erforschung der altchristlichen Basiliken Roma und deren Wiederherstellung, in Röm. Quartalschr., 29 (1915), pp. 3-25; Die Christustatue im römischen Thermenmuseum ibid., pp. 27-28.
Mons. Antonio De Waal lo incaricò, insieme con D. O. Fasiolo, di curare gli scavi da lui iniziati il 16 marzo 1915 sotto il pavimento della basilica di S. Sebastiano; lo S. studiò con grande diligenza tutto il complesso e ne dette i primi annunzi con Scavi a S. Sebastiano (Röm.
Quartal., 29 [1915], pp. 73-110); Gli apostoli Pietro e Paolo ad Catacumbas sulla Via Appia (ibid., pp. 149-205); quindi con un'accurata relazione: Il monumento apostolico della Via Appia (Dissertaz. della Pont. accad. rom. di arch., 27 serie, XIII, I [1918], p. I sgg.). Morto nel 1917 mons. De Waal e sospesi gli scavi in S. Sebastiano, lo S. riparò in Svizzera. Nel 1919 fu chiamato all'Università di Varsavia per la storia ecclesiastica e l'archeologia, dove insegnò fino al 1932. Pubblicò poi: Die erste Ruhestätte der Apostelfürsten Petrus und Paulus an der Via Appia in Rom (Zeitschr. für hath. Theol., 45 [1921], pp. 549-72); Der heutige Stand und die häufige Aufgabe der christlichen Archeologie (Schweiz. Rundschau, 23 [1923], pp. 193-208); Die altchristliche Grabeshunst (Lipsia 1927), in cui sostenne che la primitiva arte cristiana sepolcrale era semplicemente narrativa, tesi che fu subito respinta da L. Lecker, J. F. Kirsch e molti altri. Con una serie di acute analisi e profondo esame dei monumenti pubblicò : L'origine delle cripte di Lucina (Atti della Pont. accad. rom. di arch., Rend., $3^{2}$ serie, 3 [1924-25], pp. 269-87); L'origine del cimitero di S. Callisto sulla Via Appia (ibid., 4 [1925-26], pp. 91-153), in cui sostenne che detto cimitero fu fondato in origine unicamente per la sepoltura del clero romano. L'origine del cimitero di Domitilla sull'Ardeatina (ibid., 5 [1928], pp. 89-144); L'origine del cimitero di Priscilla sulla Via Salaria (Leopoli 1931). Tali studi preparatori servirono per l'opera: Die römischen Katakomben (Berlino 1933), dove è esposta la topografia dei principali cimiteri cristiani di Roma, la cui origine l'autore volle vedere e limitare nei liberti imperiali de Caesaris domo; lo S. modificò giustamente alcune datazioni di G. B. De Rossi, O. Marucchi, e G. Wilpert. Illustrò inoltre le cripte dei martiri romani con: Die römischen Märtyresgrïfte (Berlino 1935). Il suo ultimo studio edito fu Heidnische und Christliche Katakomben (Pisciculi, Studien zur Religion und Kultur des Altertums, Münster in V. 1939, pp. 266-75). Preparava un'opera sulla storia dell'arte cristiana primitiva, interrotta dalla morte.
Bibl.: A. Castell, Prof. P. S. Schwyz, in Pontifciann Coll. German. Hunger., 48 (1939), pp. 23-27. Enrico Josi
SÜANHWA, diOcesi di. - Nella parte meridionale della provincia dello Chagar nella Cina settentrionale.
Fu eretta in vicariato apost. il 10 maggio 1926 con 9 sottoprefetture civili staccate dalla missione di Pechino (v.) e fu affidata al clero secolare cinese; l'1 1 apr. 1946, con l'istituzione della gerarchia episcopale in Cina, fu elevata a diocesi suffraganea di Pechino. In data 8 genn. 1948 fu distaccata da S. la parte della città di Kalgan, a occidente del fiume che l'attraversa, e incorporata nella finitima missione di Siwantze.
Ha un'estensione di 50.000 kmq . Al 30 giugno 1947, su una popolazione totale di 1.700 .000 ab., i cattolici erano 36.900 ; i sacerdoti 54 , di cui 2 esteri; i seminaristi maggiori 3 , i minori 50 ; le suore 43 . Le opere di carità e le scuole, alla data surriferita, erano state chiuse a causa degli avvenimenti politici.
Amministrato dapprima dai Gesuiti, almeno dal 1724, il territorio di S. passò ai Lazzaristi nel 1785 e contava, in quella data, 12. 3200 cristiani. Nel 1900 la persecuzione dei Boxers distrusse cinque delle sette residenze e oltre 2000 fedeli furono massacrati.
BibL.: AAS, 18 (1926), pp. 377-78; GM, p. 209; Ann. de l'Egl. cath. en Chine 1946, Scianga; 1948, passim; MC, 1950, pp. 314-15. Adamo Pucci
SUÁREZ, Francisco. - 'Teologo e filosofo gesuita, detto il Dottore Esimio, n. a Granada il 5 genn. 1548, m. a Lisbona il 25 sett. 1617.
I. Vita. - Discendente dalle nobili famiglie dei S. e Vasquez de Utiel, a 14 anni fu mandato a Salamanca per studiare diritto canonico. Mosso dalle prediche del p. Juan Ramírez, entrò nella Compagnia di Gesù il 16 giugno 1564. Incominciò nello stesso anno il corso di filosofia sotto la guida del p. Andrés Martínez e, dopo mesi di grande ma infruttuosa appli-
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(du J. B. Scott, The classics of law. Situation of three works of F. S., Oxford Bii, enctoorta)
SuÁrez, Francisco - Ritratto, dipinto di Tomis Muñoz Lucena (sec. xx) - Washington, coll. Carnegie.
cazione, improvvisamente diede prova di ingegno non comune. Finì nel 1570 il corso di teologia nella stessa Università di Salamanca con una discussione pubblica intorno alla superiorità della Grazia di Maria su quella dei santi. Ordinato sacerdote nel 1572 , insegnò prima filosofia a Salamanca e Segovia (1570-74), poi teologia a Valladolid, Segovia e Avila (1574-80).
Chiamato nel 1580 a insegnare teologia al Collegio Romano (dove nel 1583 fece la professione solenne), dovette ritornare in Spagna ( 1585 ) per malferma salute. Continuò l'insegnamento teologico ad Alcalá fino al 1593. Nel 1590 pubblicò il De Incarnatione, e poco dopo chiese di essere esonerato dall'insegnamento per dedicarsi, a Sa lamanca, alla redazione definitiva delle sue opere. In quel tempo ebbero inizio in Spagna le dispute sulla Grazia efficace (v. gañez; moglina); vicino a Molina si trovò, nei punti sostanziali, il S. e pertanto, quando la decisione sulla controversia fu avocata da Clemente VIII, la parte più importante della pratica inviata dai Gesuiti fu opera sua, pubblicata nei Varia opuscula theologica (Salamanca 1599). Nel 1597 le ripetute richieste dell'Università di Coimbra, appoggiate da Filippo II, lo indussero ad accettare la cattedra del primo anno di teologia. Conseguita la laurea ad Evora il 4 giugno, fino a due anni prima della sua morte ( 1615 ) alternò i suoi lavori di scrittore con la cattedra di cui era titolare, benché in questa fosse talvolta sostituito dal p. Cristobal Gil. Durante quegli anni fu richiesto per consultazione dalla Spagna, dal Portogallo e da Roma. Un'opinione del suo trattato De Paenitentia sulla confessione a distanza e sull'assoluzione in assenza, condannata dal S. Uffizio, lo costrinsero a recarsi a Roma ( 1603 -1605) per difendersi, senza riuscire però nell'intento. Durante questa seconda permanenza a Roma, ebbe qualche intervento, segreto ma non inefficace, negli ultimi episodi della controversia de auxiliis, con il suo opuscolo De vera intelligentia auxilii efficacis.
Ritornato a Coimbra, scrisse il De immunitate ecclesiastica, contro la Signoria di Venezia, che si opponeva ai diritti della Chiesa; fu quest'opera che gli valse da Paolo V il breve del 2 ott. 1607, in cui è qualificato "teologo esimio e pio". Pubblicò in quel tempo i due primi volumi del grande trattato De virtute religionis, la cui ultima parte è un magistrale commento delle regole della Compagnia di Gesù. Negli ultimi anni del suo insegnamento, per invito espresso del Papa, intervenne con la Defensio fidei nella polemica suscitata dal re d'Inghilterra Giacomo I. Nel 1615 si ritirò a Lisbona, nel noviziato della Compagnia, ma nel maggio 1617 dovette intervenire nella disputa (denominata "dell'interdetto di Lisbona"), fra il Collettore della Nunziatura e i magistrati civili.
Le testimonianze delle virtù di S. sono molte ed immediate; fra le altre quelle dei suoi superiori e dei numerosi religiosi, alcuni di molta autorità, come Luigi de la Puente e Alonso Rodriguez. Nei documenti che alla fine della vita gli inviarono il papa Paolo V e il card. Borghese, suo segretario, si parla delle sue "eccellenti virtù e meriti»; s. Giovanni Eudes si fece portavoce di questa fama, chiamandolo plissimo teologo. Comprovati sembrano i suoi doni mistici e comunicazioni straordinarie con Dio (testimonianza giurata di Jeronimo de Silva). La sua sentita pietà si riflette in tutta l'opera teologica. Ne è chiara testimonianza il suo volume De mysteriis vitae Christi, dove le 23 prime dispute costituiscono la sua mariologia, e i 4 ampi volumi consacrati alla virtù della religione.
II. OPERE. - S. è, a giudizio del Grabmann (Storia della teologia cattolica, trad. it., Milano 1939, p. 241), il più fecondo dei teologi moderni. I trattati pubblicati da lui o che aveva lasciato quasi del tutto pronti per la stampa, formano nell'edizione dell'Opera omnia (Venezia 1747 sgg.; Parigi 1856) un complesso di 23 voll. in fol. Rimangono ancora non pochi scritti, in preparazione per una futura edizione critica.
La produzione di S., iniziata a 42 anni, è frutto del suo insegnamento. Le prime opere uscirono ad Alcalá : Commentariorum ac disputationum in tertiam partem divi Thomae tomus... De Verbo Incarnato (Alcalá 1590); De mysteriis vitae Christi (ivi 1592); De Sacramentis (Salamanca 1595); De pa