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one per una futura edizione critica.

La produzione di S., iniziata a 42 anni, è frutto del suo insegnamento. Le prime opere uscirono ad Alcalá : Commentariorum ac disputationum in tertiam partem divi Thomae tomus... De Verbo Incarnato (Alcalá 1590); De mysteriis vitae Christi (ivi 1592); De Sacramentis (Salamanca 1595); De paenitentia (Coimbra 1602), al quale aggiunse come complemento il De censuris (ivi 1603). Riportato e brevemente spiegato il testo di s. Tommaso, tali opere si estendono in ampie discussioni divise in sezioni. Tra questi commentari apparirono nel 1594 la Quaestio theologica; Utrum opera mortificata per peccata per paenitentiam reviviscant, relectio riprodotta nei Varia opuscula e poi in Salamanca nel 1597 i due celebri volumi Disputationum metaphysicarum, scritti come propedeutica alla teologia. Il volume Varia opuscula theologica (Madrid 1599), comprende sei trattatelli : i tre primi, De concursu et efficaci auxilio Dei ad actus liberi arbitrii necessario, De scientia quam Deus habet de futuris contingentibus, Brevis resolutio quaestionis de concursu, fanno parte della documentazione inviata a Roma dai Gesuiti spagnoli nella controversia de auxiliis; seguono due relazioni: De libertate voluntatis divinae in actionibus suis, De meritis mortificatis, già citata, e la Disputatio de iustitia qua Deus reddit praemia meritis et poenas pro peccatis, opera polemica contro Vázquez. Nel 1906 pubblicò a Lisbona il De Deo Uno et Trino (Lisbona 1606) : scritto durante il viaggio a Roma, non in forma di commento a s. Tommaso, ma come opera autonoma; De virtute et statu religionis (2 voll., Coimbra 1608-1609); Tractatus de legibus ac de Deo legislatore (ivi 1612), che gli diede fama di giurista. L'ultima grande opera da lui stesso pubblicata fu la Defensio fidei catholicae et apostolicae adversus anglicanae sectae errores (ivi 1613).

Al momento della morte ( 1617 ) aveva già pronti vari volumi, che vennero presto pubblicati dal gesuita portoghese p. Baltasar Alvarez: Tractatus de Gratia Dei seu de Deo Salvatore, iustificatore et liberi arbitrii odiutore per Gratiam suam (ivi 1619). Il secondo volume, che trattava de auxiliis, non poté essere edito allora, ma fu pubblicato invece a Lione nel 1651, contro la volontà dei superiori

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della Compagnia, e ivi nel 1655 comparve l'importante De vera intelligentia auxilii efficacis, scritto a Roma verso la fine della controversia, e De angelis (Lione 1620); De triplici virtute theologica (Coimbra 1621); De opere sex dierum con il De anima (Lione 1621) lasciata dall'autore al cap. 12 del 1. I; il p. Alvarez la completò con gli appunti del trattato primitivo; comparvero a Lione il III e IV vol. del De religione (ivi 1624-26); Tractatus quinque in primum secundae divi Thamoe (ivi 1628), collezione fatta dall'autore degli appunti sugli argomenti di morale generale, De ultimo fine hominis, De voluntario et involuntario, De bonitate et malitia humanorum actuum, De passionibus et habitibus, De vitili et peccatis.

Alle prime edizioni, quasi tutte pubblicate in Spagna e in Portogallo, seguirono ben presto (talora nello stesso anno), altre edizioni, soprattutto a Lione, Magonza e Venezia; di numerose opere si moltiplicarono le edizioni fino alla metà del sec. xvir. Dopo l'Opera omnia (23 voll., Venezia 1740-51; 28 voll., Parigi 1856-61), mons. Malou pubblicò R. P. Francisci Suárez, opuscola sex inedita (Bruxelles 1859): due sulla confessione a distanza, il terzo contenente una lettera a Clemente VIII contro le accuse di Bafiez, il quinto il 1. II del De immunitate ecclesiastica contro i Veneziani; le altre parti del trattato non si sono ancora ritrovate; l'ultimo opuscolo riferisce il parere di S. sulle cosiddette "gesuitine ". Nel 1866 la Summa aurea del Bourassé includeva (vol. VIII, pp. 457-8a) un trattato del S. sull'Immacolata Concezione. Nel 1948, quarto centenario della nascita del S., l'Università di Coimbra stampò due volumi Doctor Eximius Conselhos e pareceres: sono dissertazioni su questioni di morale e di diritto intorno a cui il S. fu consultato.

Scrisse inoltre commentari ad Aristotele: sul Perihermeneias, sugli Analitica, sui Topica, sul De generatione et corruptione ecc., alcuni dei quali forse perduti. L'epistolario ed altri scritti occasionali salgono (nel repertorio bibliografico del Rivière, v. op. cit. in bibl.) a più di 300 schedine, numero in seguito aumentato. L'epistolario è pronto per la pubblicazione. Uno scritto su 15 proposizioni di s. Agostino intorno alla Grazia efficace è stato edito nel 1948 (Estudios eclesiásticos, pp. 495-505) dal p. J. A. de Aldama. Una nuova edizione di S. sta per raccogliere tutte queste reliquie letterarie.
III. Personalità scientifica. - Teologo che meglio rappresenta l'indirizzo dottrinale della Compagnia di Gesù, erede della tradizione di Parigi e Salamanca, partecipò al movimento di ritorno alle fonti. La sua erudizione patristica è imponente, non solo per le citazioni, ma anche per il profondo senso critico. La teologia anteriore è da lui conosciuta più che da ogni altro scrittore del suo tempo, ed è questa una delle sue caratteristiche riconosciute (in S. tota auditur Schola).

Profonda e personale è la rielaborazione degli elementi offerti dalla tradizione filosofica e teologica. La ripresa di tutto il pensiero precedente non è fine a sé, ma mezzo per un lavoro più costruttivo, per la formulazione di un valido giudizio sui singoli problemi. Se sotto questi aspetti l'opera del S. risulta eminentemente analitica, occorre aggiungere che non le manca vigore sintetico. S. non pretese elaborare una personale costruzione sistematica. Fu invece un grande organizzatore dei trattati : la mariologia, così come oggi è concepita, fu una sua geniale creazione; altrettanto deve dirsi dei trattati De Gratia, De legibus e De religione; organizzò inoltre la metafisica in una ampia sintesi intorno all'idea di essere.

Se il S. non fu originale nell'insieme della dottrina, né nel metodo, lo fu invece in punti determinati, soprattutto nei problemi più discussi fra gli scolastici. Il suo insegnamento sembrò presentare novità, forse molto più di quanto attualmente si possa pensare, e lo si accusò per questo.

Il noto eclettismo del S. dipende dal suo atteggiamento di fronte ai tre indirizzi sistematici, di diverso valore, ma ancora vigenti nella scolastica del sec. xvi: il tomismo, lo scotismo e il nominalismo; ad essi, così come storicamente si presentavano, non diede preferenza alcuna. E questo l'unico fondamento che ha la qualifica di eclettico dato al suo insegnamento. Ma il S. sottomue a vigile critica gli argomenti e i sistemi dei diversi autori, che "sine ira et studio" domoli in ciò che, alla luce della Rivoluzione o della ragione, non sembra avere consistenza; cosi gli occorse di coincidere a volte, nelle sue conclusioni, con uno o con l'altro sistema.

Il S. utilizzò ampiamente le opere di s. Tommaso ( 898 citazioni nella sola Metafisica); la sua adesione alla dottrina del maestro non fu servile, ma sincera : lo segui sempre quando non gli si offriva un motivo contrario, a suo giudizio, preponderante. Dello Sooo e più conclusioni contenute nelle opere del S. solo una ventina discordano dal pensiero dell'Angelico. Il suo tomismo sostanziale è riconosciuto dal card. Gonzales e dal Grabmann.
IV. Dottrina. - I contributi del S. sono numerosi. A lui si deve la raggiunta sistematicità e precisione, nella qualifica, delle dottrine teologiche. Da rilevare lo sviluppo suareziano della soprannaturalità di tutto l'ordine della Grazia, delle disposizioni positive alla Grazia e della dottrina del merito (basata sulla giustizia commutativa e distributiva di Dio: Opasc., VI: De merito, cap. 33); la delimitazione degli effetti del peccato originale al "gratuito" o giustizia originale, energicamente accentuata, cosi come l'universalità della volontà salvifica di Dio e la difesa del vero carattere della libertà come indifferenza attiva. Le opinioni proprie del S. in diversi trattati teologici (cf. P. Dumont, S., in DThC, XIV, coll. 2652-89) sono: il carattere delle relazioni divine (De Trinitate, 1. III), l'elemento costitutivo dell'unione ipostatica (De Incarnatione, disp. 8), il motivo dell'Incarnazione (ibid., disp. 5), l'essenza della beatitudine e della visione intuitiva di Dio (De Deo, 1. II), la natura della Provvidenza, la soprannaturalità dell'oggetto formale degli "atti salutari", la disposizione alla giustificazione (De Gratia habituali, II. VIIVIII), la spiegazione dell'assiome "facienti quod in se est Deus non denegat Gratiam ", l'opposizione fra Grazia e peccato (ibid.), la potenza abbadienziale attivo (De Incarnatione, disp. 31, sect. 3-6), la causalità dei Sacramenti (v.), l'essenza della transustanziazione (v. eucaristia) con il modo della presenza eucaristica (cf. R. Masi, La teoria nueresiana della presenza eucaristica, Roma 1942), la natura intima del sacrificio della Messa (v.), la sufficienza del pentimento e la volontarietà del peccato originale (De opere sex dierum, 1. III). Nella discussione sulla Grazia efficace, il S., che al principio non accettò la scienza media, ne divenne presto il più convinto difensore. Nell'ulteriore discussione sulla predefinizione e predestinazione, difese con il Bellarmino il sistema che impropriamente fu chiamato "congruismo" (v.), in opposizione al puro "molinismo" (v.).

La filosofia del S. è frutto di personale rielaborazione; da una parte le dottrine epistemologiche, cosmologiche, antropologiche e metafisiche (che costituiscono il fondo comune della scolastica), furono da lui approfondite ed espresse in nitide formule, dall'altra, nell'ulteriore indagine sui problemi filosofici, giunse a soluzioni parzialmente nuove : applicazione realistica all'essere della teoria atto-potenza, distinzione formale ex natura rei, nominalismo concettualista; pose inoltre come base del sistema l'idea di essere (uno, trascendente e analogo), che esige la pienezza dell'Essere per essenza, dal quale deriva con piena dipendenza ogni altro essere (cf. P. Capré, Patrologia e storia della teologia, trad. it., II, Roma 1938, pp. 845-49).

La morale di S. benché non sia completa (non trattò i particolari problemi della giustizia e dei contratti, né del Matrimonio), recò precisazioni alla dottrina comune; s. Alfonso considerò il S. come uno degli autori più sicuri; i punti speciali in cui si pronunziò sono: l'elemento costitutivo della moralità, la nozione della legge penale, l'imperfezione positiva come diversa dal peccato veniale, il probabilismo. Il S. è riconosciuto come uno dei più eminenti giuristi, il teorico del diritto in generale e del diritto politico in particolare. Approfondi la filo-

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sofia della società e il concetto di diritto, con la sua abituale ampiezza, e con il Bellarmino è ritenuto il rappresentante qualificato della dottrina tradizionale sull'origine immediata dalla società civile e dell'autorità per il libero consenso dei cittadini, presupposta la loro necessità naturale e quindi il suo fondamento speciale in Dio. Impurtante è il contributo del S. nella formulazione della teoria del potere indiretto della Chiesa sullo Stato; come canonista eccelle nel De censuris e nel De immunitate ecclesiastica come in molti passi della Defensio fidei e di altri trattati. Il diritto internazionale trovò nel S. (dopo Francesco de Vitoria [v.]) uno dei più distinti cultori. Sostanziali i contributi suareziani al concetto di delimitazione del diritto delle genti, come via di mezzo tra il diritto naturale e quello civile particolare, all'idea della comunità naturale delle nazioni (che sostitui quella più astratta del mondo del de Vitoria). Il problema della guerra giusta fu considerato dal S., con gli antichi teologi, in relazione più con la carità che con la giustizia, che deve senza dubbio presupporsi con certezza, senza che si possa applicare il probabilismo propriamente detto alla determinazione della causa della guerra. Nell'esposizione sistematica delle dottrine morali-giuridiche, il S. accentuif l'elemento volontario senza però dissociarlo dall'intellettuale (cf. R. Bouillard, S., in DThC, XIV, coll. 2691-2728).
V. Influsso del S. - Come frutto del suo immenso lavoro il S. ottenne grande autorità nella scienza sacra. Fin dai suoi tempi le lezioni di S. erano avidamente ricercate dagli studenti degli altri centri, e le sue opere ebbero successi editoriali, che oggi difficilmente si possono valutare; quasi tutte ebbero, in meno di mezzo secolo, sette e anche dieci edizioni e la Metafisica, fuori di Spagna, fino a 17 edizioni. L'autorità del S. fu riconosciuta dal Concilio Vaticano, con le frasi di elogio con cui era citato dai Padri e con i frequenti riferimenti al suo pensiero negli schemi e note dei teologi.

Dalla qualifica "teologo esimio e pio" data da Paolo V a S. (breve del 2 ott. 1607) deriva il titolo di Dottore "Esimio", con cui presto lo designarono i posteri, arredatuto da Alessandro VII, che lo chiamò il "principe dei teologi moderni", raccolto da Benedetto XIV nell'opera De Synodis e confermato da Pio XII, che ha citato il S. nella Costituzione Apostolica che definisce l'Assunzione di Maria.

Bibs.: 1. Elenchi bibliografici: S. A. Pérez Goyena, Fuentes para el estudio de S., in Razón y Fe, 27 (1917), pp. 442-57; E. Rivière, S. et son oeuvre, Tolosa 1918; E. Elorduy, S., su vida e su obra, in Rev. nacion. de educación, 3 (1943), pp. 16-28; P. Mulios, Bibliogr. suareziana, Granada 1948: P. Solà, Repertorio bibliogr. de las ed. de S., Barcellona 1948; J. Iturrine, Bibliogr. suareziana, in Pensamiento, 4 (1948), pp. 603-38 e in Razón y Fe, 143 (1948), pp. 479-99; Bibliogr. suareziana dal 1917 al 1947, recensioni critiche in Estudios eclesiást., 22 (1948), pp. 603-71; Atti del IV centen. della nascita di F. S., pubbl. dalla Direz. gen. di propaganda dello Stato spagnolo (2 voll., Madrid 1949-50); Congr. internaz. di filosofia, Barcellona 1-10 ott. 1948, in occasione del centen. dei filosofi spagnoli F. S. e G. Holmes, 3 voll., Madrid 1949. - 2. Vita e opere : la biografia definitiva è quella di R. de Scoraille, François $S$. de la Comp. de Jésus, d'après ses lettres, ses autres écrits inédits et un grand nombre de documents nouveaux, 2 voll., Parigi 19111912. Complementi posteriori : P. Monet, s. v. in DThC, XIV, coll. 2636-49; B. Leorca, S. e l'Inquis. spagnola del 1594, in Gregorianum, 17 (1936), pp. 3-52; id., L'inquis. spagnola ed il libro postumo del p. F. S. De vera intelligentia auxilii efficacis, in Arch. Hist. S. 3, 7 (1937), pp. 240-56; F. Rodriguez, O Doutor Eximio na Universidade de Coimbro, in Broteria, 24 (1937), pp. 437-51; L. Lopetegui, La Secretaria de Estado de Paulo F. y la composición del "Defensio fidei" de S., in Gregorianum, 27 (1946), pp. 284-96; E. Elorduy, Censuras de Enriquez contra S., in Arch. teol. granatino, 13 (1950), pp. 173-252. Per le opere del S. sono stati citati i principali lavori nel testo : inoltre C. Confalonieri, Spicilegio Vatic. di docum. inediti e rari, Roma 1890; V. Baltran de Heredia, Las manuscr. de los trabajos de la escuela salmantina, in Ciencia tomista, 42 (1930), pp. 327 340; A. Zulueta, Manuscritos de F. S. en Portugal, in Rev. portuguesa de filosofia, 3 (1947), pp. 390-99. - 3. Teologia: J. Mar-
tinez Gomez, S. y la sobrenaturalidad del mérito, in Arch. teol. gran., 2 (1939), pp. 71-127; A. Reddineton, The act of faith in the theology of S., Roma 1939; L. Gomez Hellin, La libertad divina según los primeros teólogos jesuitas, in Arch. teol. gran., 6 (1943), pp. 217-67; J. Hellin, El principio de identidad comparada según S., in Pensamiento, 6 (1950), pp. 435-63; 7 (1951), pp. 169-92. - 4. Filosofi: M. Grabmann, Die disputationes metaphysicae des F. S. in ihrer method. Eigenari und Fortwirbung, in Gedenkblätter (1917), ampliato nel Mittelalterl. Geiststàben, Münster 1926; J. Zaragoza, La filosofia de S. y el pensamiento actual, Granada 1941; H. Guthor, The Metaphysik of F. S., Nuova York 1941; C. Giocon, La seconda scolastica, II, Milano 1946; R. Masi, Il movimento assoluto e la posizione assoluta sec. S., Roma 1947; id., Intorno ad una critica alla presenza assoluta di F. S., in Divus Thomas, 54 (Piacenza 1951), pp. 383 390; J. Alejandro, La gnoseologia del Doutor Esimio y la acusación nominalista, Comillas 1948. - 5. Morale e diritto: F. Pappart, S. als Völkerrechtslehrer, Würzburg 1914; A. Medina Olmos, La obra juríuica de S., Granada 1917; J. Brown Scott, S. and the international Community, Washington 1933; J. de Blic, Le volontarisme juridique chez S., in Rev., de philosophie, 30 (1930), pp. 213-30; C. Barcia Trelles, F. S., Les théologiens espannols du XVIe siècle et l'école moderne du droit internat., Parigi 1933; R. Brouillard, S. La théol. pratique, in DThC, XIV, coll. 2691-2728; A. Esteban, Concepción suareziana de la Ley, Siviglia 1944; E. Elorduy, Teoria suareziana sobre la justicia de Dios, Granada 1942; id., La moral suareziana, Salamanca 1944. - 6. Influsso: T. M. Bartolomei, Relaz. dottrinale tra la bolla Munificentissimus Deus e il pensiero del S. sull'Assunzione corporea di M. F., in Divus Thomas, 54 (Piacenza 1951), pp. 324 338.

Giuseppe Dalmau
SUBCOSCIENZA. - Termine messo in voga in psicologia dalla psicanalisi (v.) e in teologia dal modernismo (v.) per indicare la sfera psichica ch'è sottratta attualmente all'attenzione; essa perciò abbraccia quei contenuti latenti, quali possono comunque essere evocati quando la coscienza (v.) per sé o per l'intervento di un terzo può dirigervi l'attenzione (v.). E controversa, specialmente fra gli psicologi tedeschi, la distinzione fra la s. e l'inconscio che sono spesso confusi : è bene riservare, secondo il De Sanctis, il termine di "inconscio" per indicare il decorso dei fenomeni bio-fisiologici che costituiscono le funzioni vitali e accompagnano l'attività del sistema nervoso periferico e centrale come anche il comportamento della maggior parte dei riflessi elementari. In questo senso i "complessi" e le "strutture profonde" descritti da Freud appartengono propriamente alla s. e non all'inconscio.

L'esistenza della s. è attestata, nella psicologia normale, dall'attività sintetica spontanea dei sensi interni nella percezione del continuo di spazio e tempo (v. sensazione), dalle funzioni della fantasia (v.) e della memoria (v.), dall'attività del sogno, dai presentimenti...; la psicopatologia mostra il prevalere dell'attività della s. sulla coscienza (fobie, fuga d'idee, automatismi, sdoppiamento di personalità...). L'esistenza della s. suppone che i contenuti che si presentano nella zona di attenzione della coscienza non scompaiono del tutto ma si depongono nell'io profondo e continuano in esso il proprio dinamismo. Le stesse subizanee intuizioni del genio nelle arti, nelle scienze e nella vita del pensiero suppongono una "maturazione psichica" che si compie nella s., anche se non è nota la natura precisa e il modo di questo attuarsi. Nella psicologia normale la s. può dirsi a un tempo la condizione e l'effetto dell'attività cosciente in quanto la s. abbraccia il complesso delle disposizioni innate e acquisite che rendono possibile l'attuarsi della coscienza stessa e la struttura dei suoi contenuti : in questo senso l'esistenza della s. è stata giustamente invocata come una prova dell'esistenza dell'io (v.) personale e della sostanzialità dell'anima (v.).

Nella filosofia antica la s. è stata intravista da Platone con la teoria della reminiscenza ([v.] cf. Resp., 514 A sgg.: mito della caverna) e da Aristotele nella dottrina della fantasia e della memoria (De an., III, 3; De mem.). La reminiscenza platonica è stata ripresa dalla dottrina delle monadi «senza porte e senza finestre» di Leibniz

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(v.) secondo il quale bisogna ammettere che il nostro spirito è dotato fin dall'inizio di tutte le forme e i pensieri futuri in modo "ch'esso pensa già in confuso a tutto ciò che penserà poi distintamente" (Discours de métaph., § 26, ed. H. Lestienne, Parigi 1929, p. 72 : corsivo di L.). Herbart (v.) ha introdotto il principio leibniziano della s. nella psicologia moderna come fondamento dell'associazione, dissociazione e sintesi strutturale dei contenuti di coscienza. La "teoria dell'inconscio" di E. von Hartmann (v.) deriva dal panvitalismo schopenhaueriano che ritorna nella dottrina di L. Klages. Nel modernismo (v.) la s. indica la sorgente del "senso religioso" che fa affiorare alla coscienza del credente l'esperienza della cosiddetta "indigenza del divino" secondo la quale, nelle circostanze opportune, il soggetto vive la sua commozione religiosa ed esprime la propria interpretazione dei dogmi (cf. encicl. Passendi: Denz-U, 2074).

Si può riconoscere alla s. una parte notevole spesso principale - dal punto di vista funzionale, nella fondazione della "intenzionalità" (v.) dei processi di coscienza (Brentano, Husserl) e perciò nella costituzione del senso stesso di realtà (Wirklichkeitssinn) e nella condotta della persona come tale. A questo modo il dinamismo della s. interessa direttamente il problema stesso della "presenza" dell'essere alla coscienza cosi ch'essa appartiene alla struttura temporale dello spirito umano e al suo mistero.

Bibl.: G. B. Grassi Bertazzi, L'inconscio nella filosofia di Leibniz, Catania 1903; C. Jastrow, La subconscience, Parigi 1908; O. Klemm, Gesch. der Psych., Lipsia 1911, p. 18 sgg.; O. Bumke, Das Unterbetonstsein, Berlino 1921; K. Jaspers, Allgemeine Psychopath., $3^{4}$ ed., ivi 1923, pp. 20 sgg., 435 sgg.; S. Witasek, Grundlinien der Psych., Lipsia 1923, p. 47 sgg.; S. De Sanctis, Psicol. sperimentale, I, Roma 1929, cap. 4, pp. 97-113; L. Klages, Der Geist als Widersacher der Seele, I, Lipsia 1932; C. Fabro, Percezione e pensiero, Milano 1941, pp. 192 sgg., 219 sgg., 226 sgg.; H. Wallon, La conscience et la vie subconsciente, in Novnaou traité de psych., VII, 1, Parigi 1942; M. Pradines, Traité de psych. générale, I, $3^{4}$ ed., ivi 1949, p. 5 sgg.; R. Dalbiez, La méthode psychanalytique et la doctrine freudienne, II, $2^{e}$ ed., ivi 1949, p. 5 sgg.; E. G. Boring, A history of experimental psych., $2^{2}$ ed., Nuova York 1951, pp. 256 sgg., 286 sgg., 409 sgg.

Cornelio Fabro
SUBIACO. - Cittadina in provincia di Roma e abbazia nullius immediatamente soggetta alla S. Sede. S. è situato a 408 m . sul livello del mare nella valle dell'Aziene, alla confluenza del Fosso dell'Acquaviva. L'abbazia nullius ha una superficie di 300 kmq . con una popolazione di 36.672 ab. tutti cattolici, distribuiti in 25 parrocchie, servite da 44 sacerdoti diocesani e

40 regolari, ha un seminario, 5 comunità religiose maschili e 11 femminili (Ann. Pont. 1953, p. 675).

La denominazione di S. deriva da Sublingueum (sotto il lago). Nerone sbarro il corso dell'Aniene, formando tre laghi artificiali detti "Simbruina stagna", poco dopo ridotti a due, e vi eresse una villa nella quale corse rischio di essere fulminato durante un banchetto (Tacito, Annales, XIV, 22). Si attribuisce il primo abitato al tempo neroniano, costituito dagli schiavi impiegati nelle costruzioni imperiali. S. è la culla dell'Ordine benedettino. S. Benedetto (v.), venendo da Affile, vi si rifugiò vestendovi l'abito monastico e dimorò in solitudine per tre anni nello Speco; poi, dopo essere stato per qualche tempo a Vicovaro, tornò a S. e, venendo a lui numerosi discepoli anche della più alta nobiltà romana, si stabilì alla rivalestra del primo lago neroniano, in un fabbricato della villa imperiale. Fu questo il monastero di S. Clemente, detto poi dei SS. Cosma e Damiano, e sotto tale titolo è ricordato nel sec. IX dal Lib. Pont. (II, pp. 122 e 137, n. 42); esso durò fino al sec. xim quando fu distrutto da un terremoto. Il luogo fu detto in seguito "vinea columbaria".

Per i sempre nuovi discepoli s. Benedetto, oltre il monastero di S. Clemente dove egli risiedeva, fondò a poco a poco altri piccoli monasteri. Di essi l'unico superstite è l'attuale S. Scolastica; siccome nel Lib. Pont. (II, pp. 117 e 136, n. 33) tale monastero è detto di S. Silvestro. S. Benedetto e S. Scolastica, si deve presumere che il nome primitivo fosse S. Silvestro (cf. R. Morghen, I primi monasteri sublacensi, v. bibl.). Degli altri undici monasteri i nomi probabili sono: S. Angelo oltre il lago, S. Maria di Morrabotte (S. Lorenzo), S. Girolamo, S. Giovanni Battista (S. Giovanni "ab aquis", sulla montagna: monache benedettine); S. Clemente al di qua del lago (prima "Columbaria "), S. Biagio (S. Romano), S. Michele arcangelo sotto il S. Speco, S. Vittorino, ai piedi del monte Porcaro, S. Andrea o S. Donato, Vita Eterna, S. Salvatore di Communacqua. S. Benedetto si allontanò da S. nel 529 per recarsi a Cassino.

Dei primi due secoli dopo s. Benedetto non si sa quasi niente. Una tradizione non anteriore alla fine del sec. xvI (Capisacchi e Mirsio) dice che i monasteri sublacensi furono distrutti dai Longobardi sotto Agilulfo nel 601 e che i monaci trovarono rifugio per oltre cent'anni in Roma nel monastero di S. Erasmo al Celio. Ma la doppia invasione dei Longobardi nel Ducato romano sotto Agilulfo ebbe luogo nel 591-93 (non nel 601) e i monasteri sublacensi non furono distrutti, perché s. Gregorio Magno, scrivendo i suoi dialoghi tra la fine del 593 e il 594, dice che Onorato tuttora presiede al monastero sublacense (Dial., II, proemium); e né lo stesso Gregorio M. in altri

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scritti, né il Regesto Sublacense, né alcun'altra fonte parlano mai della distruzione dei Longobardi. D'altra parte il monastero di S. Erasmo fu fondato da monaci greci e da essi abitato nei secc. vir-ix (cf. F. Camobreco. Il monastero di S. Erasmo sul Celio, in Arch. Soc. R. St. P., 1905, pp. 278-80). Invece è sicuro che i monasteri nel sec. ix a più riprese furono danneggiati dai Saraceni. Il monastero di S. Scolastica e l'antico S. Clemente (SS. Cosma e Damiano) furono ripristinati e dotati da Gregorio IV (827-44) e da Leone IV (847-55) che dedicò nel S. Speco due altari, uno in onore del ss. Benedetto e Scolastica, l'altro in onore di s. Silvestro (P. Egidi e gli altri, I monasteri di S., cit. in bibl., I, p. 57) e offri stoffe alle chiese dei due monasteri sopracitati (Lib. Pont., II, pp. 117, 122, 137, n. 42). La badia sublacense ebbe doni da Giovanni X (18 genn. 926), da Leone VII (936-39), per interessamento del principe romano Alberico II, da Giovanni XII (958), da Benedetto VII (979), da Gregorio V (997), da Giovanni XVIII (1005), da Benedetto VIII (1015), da Leone IX (1051) che dichiarò : "Hoc monasterium caput est omnium monasteriorum per Italiam constitutorum ". Pasquale II, il 29 ag. 1109, dedicò nel S. Speco l'altare in onore di s. Benedetto e di s. Mauro. L'abbazia fiorì soprattutto dalla metà del sec. xi a quella del secolo successivo. Grandi abati furono Umberto (1051-65) e soprattutto Giovanni V (1065-1117). Nel sec. xili gli abati Romano (1193-1216), Lando (1227-43) ed Enrico (12451273) costruiscono gran parte dei fabbricati tuttora esistenti al S. Speco e a S. Scolastica. L'abbazia ebbe protezione e aiuto dai papi Innocenzo III, Gregorio IX e Alessandro IV, che era nato a Jenne, villaggio appartenente all'abbazia. Clemente III (1187-91) prese il monastero sotto la protezione apostolica; esso ebbe privilegi nel 1252 da Innocenzo IV, Callisto III, nel 1455, dette l'abbazia in commenda; il primo commendatario fu il card. J. Torquemada, a cui, dopo Paolo II che ritenne per sé l'abbazia, successe il card. Rodrigo Borgia, poi Alessandro VI, che rifese il "Costrum Sublacense" ed eresse la residenza del cardinale commendatario. Urbano VIII con la lettera apost. Sacrosanctae militantis Ecclesiae del 15 nov. 1638 stabili i confini del territorio e dette all'abate o al commendatario la giurisdizione ecclesiastica quasi episcopale; Benedetto XIV con la costituzione del 7 nov. 1753 tolse la giurisdizione temporale, lasciando immutata quella ecclesiastica e spirituale. Abate commendatario fu Pio VI; l'abbazia fu soppressa dal governo francese, ma ripristinata da Pio VII. Nel 1873 il governo italiano dichiarò S. Scolastica monumento nazionale e dal 1897 furono riconosciuti 12 monaci quali canonici. Benedetto XV con la cost. apost. Coenobium Sublacense del 21 marzo 1915 restituì in pristino l'ab-
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Subiaco - Il monastero di S. Scolastica e il paesaggio circostante - S.
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(fot. Sepraintendenca ai Monumenti del Lacio)
Subiaco - Particolare degli affreschi del transetto (sec. xv), ritrovati nel sottotetto della chiesa medievale - Subiaco, monastero di S. Scolastica.
bazia, con gli stessi regimi, privilegi, onori e facoltà dell'abbazia nullius di Montecassino, con giurisdizione quasi episcopale e con i diritti temporali della mensa abbaziale; stabili che dall'abate ordinario di S. Scolastica fossero dipendenti il Capitolo secolare della chiesa cattedrale di S. Andrea e il Seminario del clero secolare; inoltre che la chiesa abbaziale di S. Scolastica, con il suo Capitolo regolare, avesse il titolo, i privilegi e gli onori di cattedrale "cum iure potioritatis super ecclesia et canonicis s. Andreae", la quale ultima è concattedrale (AAS, 7 [1915], pp. 197-200). Il monastero di S. Scolastica è situato sul pendio in una gola. Il primo chiostro è del 1580 , fu bombardato nel 1944, ora è rifatto; il secondo chiostro è del sec. xili; in un rozzo bassorilievo fu poi incisa un'iscrizione che rammenta la consacrazione della chiesa ( 981 ); un'altra lapide elenca i possedimenti abbaziali nel 1052. Il terzo è un chiostro cosmatesco a pianta rettangolare: 1: iscrizioni attestano che tre lati sono opera di Cosma e dei suoi figli Luca e Jacopo (1227-43), mentre il lato meridionale fu eseguito da Jacopo padre di Cosma. La chiesa abbaziale fu consacrata da Benedetto VII nel 981; fu rifatta con l'architettura cistercense nel sec. xili e poi trasformata da G. Quarenghi nel 1769. Il campanile romanico fu eretto nel 1052 dall'abate Umberto sulla base d'una massiccia torre romana (neroniana?). Nei sotterranei è la cappella degli Angeli con affreschi del 1426, rifatti nel 1855. La parte più antica del cenobio è del sec. xili. Preziosi sono la sua Biblioteca e il suo Archivio ove si trovano una Regola di s. Benedetto del sec. x; un salterio del sec. xi; il Trattato della Trinità di Alcuino (secc. x-xII), il regesto del sec. xi, bolle pontificie, diplomi imperiali e reali.

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A m. 640 è situato il monastero di S. Benedetto o S. Speco, con due chiese sovrapposte situate sopra una serie di 9 arcate. Il primo corridoio è in parte scavato nella roccia; vi sono affrescati i ss. Gregorio I, Agatone I, Leone IV e s. Benedetto; sulla porta si legge: «Sit pax intranti sit gratia digna praecanti»; e la firma di Lorenzo col figlio Jacopo. Nel secondo corridoio affreschi con Crocifissione e santi, del sec. xiv, inoltre Cristo con i 4 Evangelisti, Madonna col Bambino, della scuola del Perugino. Un terzo corridoio immette alla chiesa superiore composta di più vani, il primo con vòta a crocera e scene della Passione e Risurrezione, Ascensione, Pentecoste, di scuola senese del sec. xiv; vi è un pulpito della prima metà del sec. xili; il secondo ambiente è decorato con affreschi della vita di s. Benedetto; nel terzo ambiente sono due cappelle con affresco rappresentante la cena di s. Benedetto e s. Scolastica. Una scala immette nella chiesa inferiore. Sopra un affresco di maestro Consolus della seconda metà del sec. xili è dipinta la scena di Innocenzo III (v.) che consegna a s. Benedetto una bolla; altri affreschi dello stesso pittore rappresentano episodi della vita di s. Benedetto. Trasformata in cappella è la grotta di S. Benedetto che vi è rappresentato orante sopra un masso (scultura di A. Raggi); di fianco una scaletta porta alla cappella di S. Gregorio, dove è un affresco rappresentante s. Francesco (scritta con «Fratz» Franciscus o) che visitò il luogo ca. il 1223 ; vi sono inoltre effigiati s. Gregorio, Giobbe, Cristo tra i principi degli Apostoli, s. Onofrio, Ugolino vescovo di Ostia (poi Gregorio IX) che consacra la cappella; in un'altra scala, detta santa, pittori di scuola senese alla fine del Trecento dipinsero nelle pareti il trionfo e la contemplazione della morte e nella cappella attigua episodi della vita della Madonna. Un frammento di un affresco del sec. ix ca. si trova nella grotta inferiore detta dei pastori. Nel giardinetto un cespo di rose sarebbe sorto in luogo dei rovi nei quali, secondo s. Gregorio (Diul., II, 2), si gettò per penitenza s. Benedetto. Il S. Speco è un santuario unico nel suo genere e il Petrarca lo chiamò «Paradisi limen» (De vita solitaria, II, 3, 9). La chiesa di S. Francesco, oltre il ponte medievale omonimo, fu edificata nel 1327 sul primitivo oratorio di S. Pietro nel deserto. E a navata unica, con soffitto in legno scolpito, eseguito nel 1736. Sull'altare maggiore trittico di Antonioszo Romano con la data 2 marzo 1467, rappresentante la Madonna col Bambino tra s. Francesco e s. Antonio di Padova; in alto un secondo trittico posteriore con la S.ma Trinità; nella predella i ss. Pietro, Paolo, Bonaventura e Luca d'Angiò, s. Francesco che riceve le stimmate, Natività della Madonna, miracolo della mula che si prontra di nanni al S.mo. Il coro ligneo a intagli e tarsie porta la firma di un Rheatinus del 1504. Affreschi attribuiti al Sodoma sono nella terza cappella a sinistra. Campanili romanici sono pure quelli delle chiese di S. Pietro e di S. Giovanni. La concattedrale S. Andrea è a croce latina a tre navate, con facciata neoclassica del 1795.

BibL.: M. Cherubino, Cronaca Sublacense, ivi 1885; L. Allodi, Invent. dei manoscr. della bibl. di S., Forlì 1891; id., Della proto-badia sublacense. Criterii sulle sue origini, in Riv. stor. bened., 8 (1913), pp. 89-102; id. - G. Levi, Il Regesto sublacense del sec. XI, Roma 1885; B. Albers, Une mouv. éd. des "Consustudines Sublacenses", in Rev. bèndd., 19 (1902), pp. 183-204; id, Consuetudine Sublacenses, in Consuet. monasticae, II, Montecastino 1905, pp. 119-26; P. Egidi - G. Giovannoni - T. Hermanin - V. Federici, I monasteri di S., a voll., Roma 1904; P. Fr. Relle, Italia Pont., II, Berlino 1907, pp. 83-98; B. Trifone, Docum. sublacensi, in Arch. Soc. rom. di st. patrio, 31 (1908), pp. 101-20; id., Chron. Sublacense 1393-1360), in RIS. XXIV, v1, Bologna 1927; E. Canisi, Cenni stor. sui monast. sublacensi, in Paleographia lat., 3 (1924), pp. 60-62; P. Pistone, Guida stor. artist. dei monast. sublacensi, Subiaco 1932; S. Morgeon, I primi monast. sublacensi, in Bull. dell'Ist. stor. ital., 44 (1926), pp. 259-68; id., Gli Annales Sublacenses e le note obituarie e stor. dei codici F. 25 di Perugia e Cisigione CVII, 177, ibid., 47 (1929), pp. 1-16; id., Le relax. del monast. sublacense col Papato, la feudalità e il comune nell'alto medioevo, in Arch. Soc. rom. di st. patria, 31 (1928), pp. 181-262; P. Lugano, L'Italia bened., Roma 1929, pp. 87-131; id., Statuti della provincia romana, pubbl. dell'Istituto stor. ital., ivi 1929; G. Delnkewater, History of the Monastery; id., Subiaco to 1300, Chicago 1932; D. Federici, Primardi benedettini e origini comunali in S. Subiaco 1938.

Arte della stampa. - Nella piccola località di S. fu fondata la prototipografia italiana e si ebbero i primi libri a stampa apparsi in Italia. Ne furono iniziatori due chierici renani delle diocesi di Magonza e di Colonia: Corrado Sweinheim (Sweynheim) e Arnoldo Pannartz, probabilmente profughi dal Sacco di Magonza del 1462, venuti in Italia su invito di monaci benedettini loro conterranei dimoranti nel monastero di S., come affirma la tradizione.

Colà giunti i due soci attesero per un tempo non breve ad attrezzare l'officina e a fondere quegli eleganti e originali caratteri semigotici che non furono poi mai più usati. Quattro sono i libri che secondo prove dirette ed indirette furono sicuramente stampati nel monastero di S., e cioè : 1) Donatus pro puerulis, primo libro a stampa apparso in Italia, "unde imprimendi initium sumpsimus" come attestarono gli stessi tipografi (e l'Ars minor di Elio Donato, divulgatissima nelle scuole medievali); fu stampato in 300 esemplari, presumibilmente nel 1464; nessun esemplare o frammento è pervenuto; 2) Cicero, De oratore, s. n.t., ma stampato antecedentemente al $1^{\circ}$ ott. 1465 in 275 esemplari, come conferma una nota manoscritta, con la data suddetta su di un esemplare dell'opera posseduto dal Kunstgewerbemuseum di Lipsia; 3) Lactuntius, De divinis institutionibus, stampato il 29 ott. 1465 "in venerabili monasterio Sublacensi", in 275 esemplari; unico libro che reca l'indicazione del luogo, e primo libro con data apparso in Italia; 4) Augustinus, De civitate Dei, stampato il 12 giugno 1467 in 275 esemplari. Tutti sono edizioni principi. Gli esemplari superstiti delle edizioni sublacensi esistenti in Italia sono attualmente 34 e cioè : 3 del De oratore, 16 di Lattanzio e 15 di s. Agostino.

In una data da porsi non dopo il sett. 1467, i due soci davano in luce in Roma le Epistulae ad familiares di Cicerone, iniziando con tale libro la loro attività romana. - Vedi tav. CIV.

BibL.: C. Fumagalli, Dei primi libri a stampa in Italia, Lugano 1875; P. Egidi, Le stampe sublacensi, in I monasteri di S., I, Roma 1904, p. 245 sgg.; K. Huebler, Die Deutschen Buchdrucker des XV. Jahrb. im Anstands, Monaco 1924; L. De Gregori, La stampa nel sec. XV, Roma 1933, pp. 3-7 e 33-34; R. Brun, Rome su S.?, in Les Tricors des biblioth. de France, 6 (1938), pp. 70-80; G. Buch, Die Dracherei in S., in F.I.D., Communications, 9 (1942), n. 2, pp. 22-23; L. De Gregori, I tipi sublacensi, in Studi e ricerche di st. della stampa del Quattrocento, Milano 1942, pp. 47-61; C. Scaccia Scarafoni, Esemplari ancora superstiti in It. della più antiche ed. di Sravinhcim e Pannartz, ibid., pp. 227241; G. Avanzi, Il primo libro stampato in It., in L'It. che scrive, 29 (1946), pp. 113-14; E. von Rath - R. Juchhoff, Buchdruck und Buchillustrat. bis zum Jahre 1300, in Handb. der Bibliothekswissensch., I, nuova ed., Stoccarda 1950, 8132 Italien, S., pp. 452-53.

Giannetto Avanzi

## SUBINTRODUCTAE : v. AGAPETE.

SUBLEYRAS, PIERRE. - Pittore e incisore, n. a St-Gilles-du-Gard (Linguadoca) il 25 nov. 1699, m. a Roma il 28 maggio 1749.

Ricevuti i primi insegnamenti dal padre Matteo, pittore, studiò a Tolosa con Antonio Rivals. Nel 1727 ottenne il premio dell'Accademia reale con il Serpente di bronzo (Louvre) e l'anno dopo si recò a Roma come pensionato, restandovi tutta la vita. Il S. è uno dei principali esponenti della pittura religiosa della prima metà del '700 in Francia e a Roma. Le sue opere rivelano un'ispirazione eclettica, con ricordi dei veneti, del Poussin, e soprattutto della scuola romana, del tardo Seicento. Da citare: la Cena da Simone (Louvre, 1739, firmata), che il S. eseguì per un convento di Aeti; la Messa di s. Basilio (Roma, S. Maria degli Angeli, già in S. Pietro in Vaticano, dove è sostituita da una copia in musaico), il cui bozzetto, notevole per i colori chiari ed il morbido disegno, si trova al Louvre. Documentano la maniera «tenebrosa» del pittore il Miracolo di s. Benedetto (Roma, S. Francesca Romana, 1744, firmato) e il Martirio di s. Pietro (Louvre). Il S. fu anche vigoroso ritrattista (Ritratto del papa Benedetto XIV, 1741, in più repliche, una nel Museo Condé di Chantilly, un'altra alla Galleria Spada di Roma) e si compiacque talvolta di dipingere

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soggetti di genere tratti dalle favole di La Fontaine secondo il gusto settecentesco.

Bibl.: H. V., s. v. in Thieme-Becker, XXXII (1958), pp. Amalia Mezzetti

SUBORDINAZIANISMO. - Errata teoria o anche eresia trinitaria, che ammette una certa subordinazione gerarchica delle tre persone in seno alla S.ma Trinità (v.) per relativa inferiorità e superiorità di natura. L'arianesimo (v.), rinunciando sin dal punto di partenza alla fede della Chiesa, parte dal presupposto che il Verbo non è vero Dio, ma semplice creatura di natura essenzialmente inferiore al Padre, sebbene più perfetta delle altre creature; lo Spirito poi è inferiore al Verbo, prima creatura del Verbo. Contro tale s. eretico il magnatero difese la fede proclamando la consustanzialità delle persone (v. niCEA, Concilio I di; costantinopouI, Concilio I di). Di tutt'altro spirito è la teoria subordinaziana presso i dottori cattolici preniceni.

Tutti ammettono come presupposto la fede trinitaria come è imposta dal Nuovo Testamento e professata dalla Chiesa, in specie nella prassi battesimale, la quale fede afferma simultaneamente il rigido monoteismo, la stretta divinità sia del Padre che del Figlio, e dello Spirito Santo (contro l'adozianismo [v.]), la reale e personale distinzione del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo (contro il modalismo [v.]). Si veda, ad es., Giustino, I Apol., 6, 13; in specie per la stretta divinità del Figlio, ibid. 22, 23; II Apol., 6; Dial., 48. 56. 61. 128; Atenagora, Legat., 10. 12. 24; Teofilo, Ad Autol., II, 15. 18; Clemente Aless., Adumbrat., 3 (PG 9, 734); Origene, De Princ. praef., 4; Dialohtos, ed. J. Scherer, Parigi 1949, p. 129; Tertulliano, Adv. Prax., 2; Ippolito, Contra Noêt., 16; Novaziano, De Trin., 1, 9. 29. 30. A partire dal 180 ca. questi scrittori cristiani, lottando esplicitamente contro il modalismo, si preoccuparono anzitutto di mettere in rilievo la distinzione reale delle Persone. Supposta la predetta fede, gli autori vollero solo proporre una qualche spiegazione scientifica che potesse in qualche modo chiarire quello che la fede semplicemente affermava, cioè come i predetti punti possono conciliarsi tra loro (v., ad es., Atenagora, Legat., 12; Origene, Dialohtos, ed. Scherer, p. 129; Tertulliano, Adv. Prax. 2). In pratica si preoccuparono soprattutto delle relazioni tra Padre e Figlio. La questione dello Spirito Santo prima del 360 ca. rimase piuttosto in seconda linea.

Fra le denominazioni che la fede dà alla seconda Persona gli scrittori preniceni si formarono di preferenza a quella di Logos, Verbo di Dio, del Padre, e su questa costruirono i loro saggi di spiegazione sforzandosi di chiarire in qualche modo come Dio, il Padre, abbia un Logos da sé distinto e vero Dio, senza pregiudizio del monoteismo. In questo tentativo cercarono di utilizzare le idee della filosofia dell'epoca, il platonismo medio, intorno al Logos e alle sue relazioni con il sommo Dio e col mondo, specialmente come erano state elaborate da Filone alessandrino (v.). Pur con sfumature e differenze ne risultò tra gli scrittori trinitari dei secc. II e III una teoria essenzialmente identica. Essi ebbero forte tendenza a riservare al Padre, ad esclusione del Figlio, per proprietà specifica di natura, certi attributi che indicano l'assoluta trascendenza di Dio, e che per sé sono comuni alle tre Persone, anzitutto l'invisibilità : solo il Figlio per natura potrebbe venire a contatto con il mondo e apparire, e solo lui sarebbe difatti appaorso nell'Antico Testamento (v., ad es., Giustino, Dial., 60, 126. 127; Teofilo, Ad Autol., II, 22; Tertulliano, Adv. Prax., 14. 15; Adv. Marc., 2, 27; Clemente Aless., Strom., V, 3, 12; Origene, De Princ., I, 1, 8; In Io. Co., VI, 110; Ippolito, Contra Noêt., 8. 10; Novaziano, De Trin., 31; Clemente, Strom., IV, 25 e Origene In Io. Co., I, 20. 23), assegnando al solo Padre l'assoluta semplicità di natura, attribuiscono al Figlio già una certa molteplicità. Poi, sempre per la tendenza a riservare al Padre l'assoluta trascendenza, concepita del resto in modo esagerato secondo la tradizione platonica (v., ad es., Giustino, II Apol. 6; Teofilo, Ad Autol., I, 5; Origene, Contra Cels.,
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(da Studi e ricerche sulla storia della stampa del Quattrocento, Milano 1818. tav II).
Subiaco - De Oratore di Cicerone, c. 10, innumendo anteriore al 1465, stampato nel monastero di S. Scolastica - Esemplare della Biblioteca Angelica, Roma.

VII, 38), cercano la spiegazione della generazione del Logos in seno a Dio, in connessione con la creazione del mondo (v. ad es., Filone, De spec. Leg., I, 81); il Logos viene concepito come il necessario intermediario e strumento del Padre per la creazione. Sforzandosi di immaginare la generazione del Logos con la teoria stoica del Logos endiathetos (parola interna, che ogni uomo pensando tacitamente adombra in sé) e propheviolo (la stessa parola chiaramente formata, proferita e percepibile all'esterno), credono per lo più di poter distinguere nella generazione intratrinitaria della seconda Persona come due momenti successivi: prima, Dio, il Padre, pensando, forma eternamente e tacitamente in sé il suo Logos; a questa fase il Logos non è ancora persona perfetta, formata, nettamente distinta dal Padre, non è ancora Figlio; le divente invece quando Dio decide di creare il mondo, proferendo così e come formando distintamente il suo Logos in vista della creazione e come strumento di essa (v., ad es., Giustino, II Apol., 6; Dial., 61; Taziano, Orat., 5; Atenagora, Legat., 10; Teofilo, Ad Autol., 11, 10; Clemente Alessandrino, Excerpta ex Theod., 19; Strom., V, 3; Paedag., 1, 9; Tertulliano, Adv. Prax., 5-7; Contra Hermog., 3; Ippolito, Contra Noêt., 10).

La generazione del Figlio essendo dunque posta in stretta relazione con la creazione, si dice che il Padre generò il Figlio, per sua volontà, quando volle (v., ad es., Giustino, Dial.,61. 128; Taziano, Orat., 5; Teofilo, Ad Autol., II, 22; Tertulliano, Adv. Prax., 6; Ippolito, Contra Noêt., 10; Novaziano, De Trin., 31), con la conseguenza di mettere in pericolo la generazione eterna del Figlio come tale (v. Tertulliano, Contra Hermog., 3.) Tuttavia per salvare la fede alcuni affermarono con insistenza che la generazione del Figlio come tale è eterna (Novaziano, De Trin., 31) e Origene credette di poter conciliare l'una e l'altra asserzione ammettendo l'eternità della creazione e quindi della generazione del Figlio (De Princ., I, 2, 2; IV, 4, 1). Tutto questo, naturalmente induce un'inferiorità di natura del Figlio rispetto al Padre. Tertulliano

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l'ammise esplicitamente (Adv. Prax., 9. 26; Adv. Marc., 2, 27) e comprese tutta la teoria nel concetto di "economia" (Adv. Prax., 2; cf. anche Ippolito, C. Noët., 14), ossia distinzione e subordinazione gerarchica intratrinitaria delle Persone manifestantesi anche nella loro opera nel mondo. Origene più di ogni altro urge le conseguenze subordinaziane proponendo una Trinità a tre gradi discendenti, chiamando il Figlio creatura del Padre e ritenendo lo Spirito per prima creatura del Figlio (In Io. Com., II, 2; XIII, 25; Contra Cels., V, 39; De Princ., I, 2, 13; 3, 5; In Matth. Com., XV, 10).

Ma poiché, tuttavia, questi autori non intendevano affatto rinunciare alla fede della Chiesa e quindi alla stretta divinità delle tre Persone, ritennero di evitare lo scoglio affermando in tutti i modi che nella subordinazione la stretta divinità del Figlio e dello Spirito Santo non era intaccata perché essi venivano concepiti sempre in stretta unità di natura con il Padre e mai da lui separati. Secondo una teoria ammessa dai filosofi dell'epoca (v. Massimo di Tiro, Diss., 39, 5; cf. anche Aristide, Apol., 13) essi credettero che dall'unità di volizione e di azione delle tre Persone si deducesse a sufficienza la loro unità di natura (v., ad es., Giustino, Dial., 56; Origene, Contra Cels., VIII, 12; Tertulliano, Adv. Prax., 4; Ippolito, Contra Noët., 14; Novaziano, De Trin., 31). Per asserire questa fecero ricorso a diverse metafore come quella del sole, del suo raggio e dell' 'spice del raggio, della radice dell'albero, del fusto e del frutto, della sorgente, del fiume e del ruscello. Tertulliano nell'asserire quest'unità arrivò a una formulazione metafisica già definitiva : unità di sostanza, distinzione di persone (v. Giustino, Dial., 61, 128; Atenagora, Legat., 24; Tertulliano, Adv. prax., 2, 4, 8. 25; Ippolito, Contra Noët., 8. 14; Novaziano, De Trin., 31). Origene crede di spiegare la stessa unità tra Padre e Figlio ricorrendo al tema medio platonico (v., ad es., Albino, Didashalikos, X, 2-4; XIV, 3) della contemplazione causa d'unità fisica: il Figlio conserva l'unità di sostanza con il Padre perché contempla incessantemente il Padre (In. Io. Com., II, 2).

Il s. fu una semplice teoria erronea di teologi e non tocca la fede della Chiesa. Lo dimostra già la chiara distinzione presso gli autori che la proposero tra fede, norma assoluta, e ulteriore spiegazione dotta della fede, proposta dai singoli autori a proprio rischio e pericolo, distinzione sempre presupposta e non di rado esplicitamente affermata (v., ad es., Giustino, Dial., 48; Atenagora, Legat., 10; Ireneo, passim e fortemente, ad es., Adv. Haer., I, 10, 2-3; II, 23, 34 e 26, 28; Tertulliano, De praescr., 12, 5; 13, 6; 14, 1; Adv. Prax., 2; Ippolito, Contra Noët., 6; Novaziano, De Trin., 30; Origene, con ogni desiderabile chiarezza, ad es., De Princ. Praef., 3 sgg.). Lo dimostra in secondo luogo l'intervento esplicito dei romani pontefici solleciti di tutelare la fede non meno contro il modalismo che contro le audaci teorie dei dotti. La teoria dell'«economia» di Ippolito (e pertanto di Tertulliano) fu respinta da papa Zefirino (199-217) e da papa Callisto I (217-22) come implicante il diteismo (v. Ippolito, Philos., IX, 11, 3; 12). La teoria origeniana fu fortemente respinta da papa Dionisio (259-68), il quale, con una notevolissima esposizione della semplice dottrina della fede fuori di ogni teoria illustrativa, invitò a giustificarsi Dionigi il Grande di Alessandria, sostenitore delle dottrine di Origene (v. s. Atanasio, De decretis, 26). Lo dimostra finalmente l'opposizione di s. Ireneo a nome della semplice fede non solo contro le speculazioni gnostiche, ma indubbiamente anche contro le speculazioni degli autori del sec. II (Adv. Haer., II, 13, 8; 28, 6), e specialmente l'opposizione dei semplici fedeli, i quali nel loro senso cristiano come era formato dal magistero quotidiano della Chiesa, nelle dotte teorie degli scrittor