diaconi), e da regolari o monache che abbiano emesso la professione solenne (can. $2388 \S$ i); 10) simonia circa gli uffici, i benefici e le dignità ecclesiastici (can. 2392, n. $1^{\circ}$ ); 11) sottrazione, distruzione, occultamento o alterazione di un documento appartenente alla Curia vescovile (can. 2405).
Sono riservate all'Ordinario le s. comminate contro i seguenti delitti: 1) celebrazione del matrimonio misto davanti ad un ministro acattolico, patto concluso nell'unirsi in matrimonio di educare la prole fuori della Chiesa, di far battezzare i figli da ministri acattolici, e di educarli nella religione acattolica (can. 2319, nn. $1^{\circ}-4^{\circ}$ ); 2) fabbricazione, vendita, distribuzione ed esposizione alla pubblica venerazione di false reliquie (can. 2326); 3) ingiuria reale sulla persona di un chierico o di un religioso, non costituito in una delle dignità, di cui ai $\S \S 1-3$
(can. $2343 \S 4$ ); 4) aborto doloso (can. 2350 , § 1); 5) apostasia da un istituto religioso (can. 2385); 6) celebrazione di matrimonio da parte di un religioso di voti semplici (can. $2388 \S 2$ ).
Ecco infine i cinque delitti puniti con la s. non riservata: 1) edizione della S. Scrittura e di commenti o annotazioni alla medesima senza la prescritta autorizzazione (can. $2318 \S 2$ ); 2) mandato, ordine o costrizione di dare la sepoltura ecclesiastica agli infedeli, apostati, eretici, scismatici, scomunicati, interdetti contro il disposto del can. 1240 § i (can. 2339, I comma); 3) illegittima alienazione dei beni ecclesiastici, quando è richiesto il beneplacito apostolico (can. 2347, n. $3^{\circ}$ ); 4) costrizione di un uomo ad abbracciare lo stato clericale, e di un uomo o di una donna quello religioso (can. 2352); 5) omessa denuncia del confessore sollecitante (can. 2368 § 2).
Il can. 2330 poi recepisce le pene comminate nella cost. apost. Vacante Sede Apostolica, promulgata da Pio X, in data 25 dic. 1904, ora sostituita dalla Vacantis Sedis Apostolicae (8 dic. 1945) di Pio XII (doc. I in appendice al CIC). Esse sono riservate specialissime modo al Romano Pontefice, non alla S. Sede, e quindi non possono essere assolte dalla S. Penitenzieria (can. 7).
Scomuniche comminano pure i decreti penali della S. Congr. del Concilio in data 22 marzo 1930 (AAS, 42 [1950], p. 330) e del S. Uffizio del 9 apr. 1951 (ASS, 43 [1951], p. 217). Il primo punisce con la s. riservata speciali modo alla S. Sede il delitto previsto dal can. 2380 (esercizio del commercio da parte di un chierico sia secolare che regolare). Il secondo scinde in due il delitto previsto e punito nel can. 2370. Esso commina a chi conferisce e riceve la consacrazione episcopale, senza una previa espressa provvista (nomina o conferma) da parte della S. Sede, la s. riservata specialissimo modo.
Il grado della s. incide sulla sua assoluzione; l'Ordinario può assolvere qualsiasi s., eccetto quelle riservate alla S. Sede nei casi pubblici (can. $2237 \S 1,2^{\circ}$ ), le riservate specialissimo o speciali modo negli occulti (can. $2237 \S 2$ ). E valida l'assoluzione, data, per errore o ignoranza, da un confessore, non munito di speciale facoltà, di una s. latae sententiae anche se riservata, purché non specialissimo modo alla S. Sede (can. 2247 § 3). Parimente l'assoluzione generale toglie anche la s. latae sententiae taciuta in buona fede dal penitente, purché non riservata specialissimo modo alla S. Sede (can. 2249 § 2, comma 11). Inoltre chi è stato assolto in pericolo di morte da un confessore, non munito di speciale facoltà, è tenuto a ricorrere dopo la guarigione o lo scampato pericolo, soltanto se la s. rimessa era specialissimo modo riservata (can. 2252). Infine chi osa assolvere, senza la debita facoltà, una s. riservata specialissimo o speciali modo alla S. Sede, incorre nella s. simpliciter riservata (can. 2338 § i).
Bim... F. Suárez, Disputat. de censuris in communi, excommunicazione, suspensione et interdicto, itemque de irregularitate, Coimbra 1603; M. Atiuni, De censuris sceles, Roma 1616; L. Dupin, Traité historique des excommunications, Parigi 1715; F. Q. Kober (von), Der Kirchenbann nach den Grundsätzen des canon. Rechts, Yuhunea 1857; B. Schilling, Der Kirchenbann nach canon. Rechte, Lapsia 1859; P. Hinethius, System des hathol. Kirchenrechts, V. Berlino 1895; E. Eichmann, Acht und Bann im Reichsrecht des Mittelalters, Paderborn 1909; Vernay E., Le «Liker de excommunication» de Bérenger de Frédol, Parigi 1912; M. Fellner, Die Echammanikation, Wurzburg 1925; F. E. Hyland, Excommunication de nature, historical development and effects, Washington 1928; V. Heylen, De divisionibus censurarum, in Coll. Mechlin., 30 (1944), pp. 348-50; cf. Oesterle, De excommunicat. ante ordines conferendae comminata, in Perfect munus, 17 (1942), pp. 528 552; R. Favre, La condamnation avoc anathème, in Bull. de littér. eccl., 48 (1947), pp. 51-48; R. Adam, Le pouvoir coercitif de l'éqque, Quobée 1946.
Arturo De Iorio
SCONGIURO. - In senso lato, si intende l'interposizione di una qualsiasi autorità morale superiore, per muovere una persona a compiere od omettere una determinata azione. Così si fa appello all'amore materno, al patriottismo, all'onore, ecc., per spingere più efficacemente ad agire in un determinato modo (cf. Cant. 2, 7; 3, 5; 5, 8-9; 8, 4). Inteso come un atto di religione, lo s. consiste nell'in-
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(da K. Hielscher, Jopoderien, Derlina 1935, tav. 127)
Scopia, mocchi di - Veduta di Priaren, residenza del vescovo.
vocazione diretta o indiretta del nome di Dio per indurre altri a qualche cosa con il comando o con la preghiera.
Con lo s. si vuole raggiungere un duplice effetto : spingere lo scongiurato a prestare ciò che si comanda o si chiede e muovere Dio ad indurre questi al risultato voluto. Lo s., però, non è diretto per sé a creare un obbligo, ma solamente a suscitare un sentimento di amore o di timore verso Dio, in virtù del quale lo scongiurato sia mosso a prestare ciò che si intende. Lo s. va distinto dal giuramento (v.), in cui s'invoca l'autorità divina per "confermare" quanto si dice o si promette e dalla preghiera (v.), con cui si "chiede" a Dio qualche cosa.
Lo s. può essere deprecativo o imperativo, secondo che è fatto con la preghiera o con il comando. Chi scongiura, infatti, alle volte supplica ed alle volte comanda, secondo la condizione, superiore o inferiore, della persona scongiurata. E s. deprecativo quello, ad es., di cui fa uso lo stesso demonio: Ti scongiuro, non mi tornantare (Mc. 5, 7; cf. Lc. 8, 28). E imperativo, ad es., quello rivolto da Caifa a Gesù: Ti scongiuro, per Iddio vivente, che ci dice se tu sei il Cristo, il figlio d'Iddio (Mt. 26, 63). Lo s. imperativo, per essere lecito, richiede che colui che scongiura abbia l'autorità e il diritto di comandare e non oltrepassi i limiti del suo potere (cf. I Thess. 5, 27).
Rigorosamente parlando, Dio non può essere scongiurato, perché non si può ricorrere ad una perfezione o potenza superiore alla sua. Soltanto per analogia è ciò possibile, e sia che lo s. è fatto per Dio stesso, sia per i suoi attributi, per suo figlio, ecc. Cosi si devono concepire le formule di s.: Per Dominum Nostrum I. C.; Per nativitatem... per crucem et passionem tumm, ecc., libera nos, Domine. Ad ogni modo, a Dio non può essere evidentemente rivolto uno s. imperativo. Lo scongiurare Dio si dice più propriamente osservazione. Non è lecito scongiurare il demonio deprecativamente o imperativamente
per conoscere od ottenere da lui qualche cosa, perché con lui non si può stabilire nessuna amicizia e verso di lui non può esservi sottomissione (cf. I Cor. 10, 20); è lecito invece scongiurarlo imperativamente, perché, in nome di Dio, non arrechi danno alcuno, spirituale o temporale (cf. Mc. 16, 17; Lc. 9, 1; 10, 19; Act. 19, 13). Questo s. si chiama propriamente esorcismo (v.). Lo s. non può essere rivolto che agli esseri intelligenti, solo capaci di subire l'influsso morale dell'invocazione, che si esprime. Scongiurare, perciò, direttamente le creature irragionevoli (il sole, le nubi, la grandine, la tempesta, l'acqua, ecc.) è un non senso, a meno che lo s. non sia rivolto indirettamente alle potenze superiori (Dio, gli angeli, i santi, il demonio), da cui può dipendere la loro azione utile o nociva per noi.
Lo s. è privato o solenne, secondo che è fatto da una persona a titolo particolare o da un ministro della Chiesa, investito di un potere speciale.
Lo s., in senso stretto, è un atto di religione, perché idoneo ad esprimere tanto la superiorità di Dio quanto la nostra sottomissione a lui. Lo s. è lecito, come risulta dalla sua natura, dall'uso della S. Scrittura e dalla pratica liturgica. Si richiede, però, che sia usato con onestà (iustitia) e discrezione (iudicium). La giustizia esige che sia onesta non solamente la cosa che si vuole ottenere per comando o per preghiera, ma anche lo stesso comando e la stessa preghiera. La discrezione (iudicium) richiede un motivo sufficiente, la cui mancanza, però, è solamente leggera. Oltre queste condizioni, per lo s. solenne è richiesto un mandato o una licenza legittima (can. 1151). Comunemente si enumera, per la liceità dello s., ancora una terza condizione, la verità (veritas), nel senso che nello s. si deve ricorrere al vero Dio, che chi scongiura veramente intenda ottenere la cosa, e che la causa motiva sia vera e non dolosa (cfr., invece. B. H. Merkelbach, Summa theol. moralis, II, Parigi 1931, n. 762). Per lo s. nel senso di atto per scacciare la lettatura, v. Malocchio e vana osservanza.
Bibl.: oltre ai principali testi di teologia morale, cf. Sum. Theol., 24-20, 9, 90; S. Many, Adiuration, in DB. I, coll. 219-20; F. Deshayes, Adiuration, I, coll. 400-402; DThC, I, coll. 400-401. Angelo Criscito
SCOPELLI, Giovanna, beata. - Monaca carmelitana, n. a Reggio Emilia nel 1428, m. nel 1491.
Vesti l'abito carmelitano, e alla morte dei genitori devolve l'eredità alla fondazione di un monastero di carmelitane della Congregazione di Mantova che ebbe inizio nel 1483 con il titolo di S. Maria del Popolo. Il confessore di lei, fra' Angelo da Genova, ne formuló le Costituzioni. Clemente XIV nel 1771 ne approvò il culto.
S'adoperò con efficacia alla conversione dei peccatori. Esimia la sua devozione alla Vergine. Benedetto Mutto da Reggio ne scrisse la vita, più volte stampata.
Bibl.: G. M. Fornari, Anno memorabile dei Carnelitani, II, Milano 1690, pp. 26-36.
Battoloroso M. Xiberta
SCOPIA (Skopfje, Uselub), diocesi di. - Immediatamente soggetta alla S. Sede, e situata nella Jugoslavia meridionale fra l'Albania, la Grecia e la Bulgaria.
Antichissima diocesi, già rappresentata al Concilio di Sardica (343) e nel sec. v sede metropolitana di Dardania. Giustiniano ricostruì la città distrutta dal terremoto nel 518 sotto il nome di Giustiniana prima, che papa Vigilio elevò ad arcidiocesi indipendente. Dopo le incursioni dagli Slavi, nel 1020 S. fu incorporata alla confederazione di Acrida, divenendo così scismatica. Sotto Kalojan, re di Bulgaria, per breve tempo fu unita a Roma (1024). Nel 1246 fu annessa alla chiesa scismatica serba e dal 1364 fu sottoposta al patriarcato di Ipek. Attualmente è anche sede metropolitana serba ortodossa.
Durante i secc. xiv, xv, xvi i vescovi latini di S., ricordati dai documenti ufficiali, sono tutti titolari, cioè in partibus infidelium e nessuno ne prese possesso. Dal 1656 i vescovi latini vi cominciarono a dimorare. La diocesi latina di S. dal 1701 al 1921 fu arcidiocesi. Dopo una breve vacanza nel 1924 in seguito al Concordato tra la S.
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(da K. Hrelscher, Jugenlesion, Berzina 1925, tav. 136)
Scopia, diocesi di - Il castello di Scopia.
Sede e la Serbia del 1914, la residenza fu stabilita a Prizren. Il 16 marzo 1926 le fu annessa in amministrazione apostolica la città e regione di Bitolj (Monastir), che prima apparteneva al vicariato apostolico di Costantinopoli.
La persecuzione religiosa, che dura tuttora in Jugoslavia, non permette di ricevere statistiche, né informazioni recenti. Nel 1940 i 31.463 cattolici erano assistiti da 24 sacerdoti. Il vescovo, che amministrava anche la diocesi vacante di Banjaluka, non riusci mai a visitarla.
Bibl.: A. Theiner, Vetera monum. Slatorum meridionalium. I, Roma 1863, p. 29; B. Gams, Series episcop. Eccl. cath., $2^{2}$ ed., Lipsia 1931, p. 417; MC, 1950, pp. 76-77. Nicola Kowalsky
SCORPIONE. - Animale degli aracnidi artrogastri di colore bruno olivastro; il corpo piatto è munito di due grandi cheliceri e di un addome lungo e articolato che termina con un aculeo velenifero. La specie europea é piccola e la sua puntura procura soltanto disturbi temporanei; le punture invece delle specie tropicali, di taglia assai maggiori, possono essere mortali.
I Greci e i Romani hanno fatto dello s. il simbolo della cattiveria per la sua insidiosa e mortifera puntura addominale e l'hanno considerato come animale profilattico contro il malocchio, a causa della sua malvagità (cf. Steier, Spionentiere, in Pauly-Wissowa, III A, 2 [1929], coll. 1786-1809). Nella letteratura cristiana antica e medievale lo s. è simbolo : i) dell'eresia (cf. Tertulliano, Scorpioce, I: PL 2, 121) e dell'eretico "quia arcuato vulnere in Ecclesiae corpus venena diffundit" (s. Girolamo, Contra Vigilantium: PL 23, 363; cf. anche Comm. in Ezechielem, I, 1: ibid., 25, 33; Comm. in Joel: ibid., col. 948; s. Agostino, Serm., 126, 8: ibid., 38, 623; s. Bernardo, Epist., 196: ibid., 182, 363; i bestiari latini medievali a carattere mistico e dogmatico); 2) della falsità e dell'ipocrisia: "scorpiones ergo sunt - dice s. Gregorio Magno - qui blandi et innoxii in facie videntur, sed post dorsum portant unde venenum fundant " (Hom. in Ezechielem, I, 9: PL 76, 879; cf. anche i bestiari moralizzanti). Il Physiologus non lo conosce.
Sul finire del medioevo in Italia e in Francia lo s. diventa il simbolo della perfidia ebraica. In Francia ne parlano le celebri Passioni di Cristo del sec. xv (cf. le Passioni di Arras, di Arnoul Gréban, di Jean
oppure l'aquila, per additare la presenza e la responsabilità dei due popoli deicidi, l'ebreo e il romano.
In monumenti italiani e francesi dalla fine del sec. xiv e del sec. xvi, lo s. è pure raffigurato come attributo della dialettica o logica in sostituzione del serpente (cf., ad es., Andrea Bonaiuti, S. Maria Novella, Firenze; Botticelli, Louvre; A. Pollaiolo, tomba di Sisto IV nelle grotte della basilica di S. Pietro, ecc.). - Vedi tav. V.
Bibl.: M. Bulard, Le scorpion symbolo du peuple juif dans l'art religieux des XIVe, XVe, XVIe siècles, Parigi 1935: A. P. Frutaz, Lo s. simbolo di un popolo, in Amici delle catacombe, 5 (1935), pp. 6-13.
A. Pietro Frutaz
SCOTELLUS : v. PIETRO DELL'AQUILA.
SCOTISMO. - Poiché la sintesi scotista si trova sotto la voce Duns Scoto (v.), qui si tratta dello s. preso nel senso di interpretazione e divulgazione della dottrina di Scoto, ossia della "scuola scotista ".
I. Origine. - La scuola scotista non deve la sua origine a nessuna imposizione o prescrizione da parte dell'Ordine francescano, il quale lasciò sempre piena libertà di seguire l'uno o l'altro Dottore "secundum Deum et veritatem ", come si legge negli atti del Capitolo generale del 1337 (Chronologia listo-rico-legalis Seraphici Ordinis, I, Napoli 1650, p. 51).
Pertanto, mentre Guglielmo Occam fondava la propria scuola e Pietro Aureolo, Roberto di Cowton, Gugliel-

(da M. Bulard, Le scorpion symbolo du peuple juif.... Parigi 1925, tav. 8) Scorpione - S. riprodotto sugli stendardi della Sinagoga docente (a sinistra) e maledetta da Gesù (al centro). Miniatura di una Bibbia miniera da artisti senesi (inizio del sec. xiv) - Parigi, Biblioteca nazionale, ms. franc. 9561, f. $98^{\circ}$.
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mo di Nottingham, Pietro di Sutton, Riccardo di Conington abbandonavano la dottrina di Scoto, si trovano nella stessa epoca non pochi altri i quali si dimostrarono pronti a sottoscrivere la dichiarazione con la quale nel sec. xiv Antonio Andrea terminava la sua Expositio in Metaphysiam (fra gli Opera omnia di Scoto, ed. Vivès, VI, p. 600): "Volo autem scire omnes litteram istam legentes, quod tam sententiando quam notando secutus sum doctrinam subtilissimi et excellentissimi Doctoris, cuius fama et memoria in benedictione est, utpote qui sua sacra et profunda doctrina totum orbem adimplevit et facit resonare, sc. magistri I. Duns Scoti. Pes meus cius vestigia secutus est s. La causa dunque della elcsione di Scoto a capo di quella scuola, già iniziata da Alessandro di Hales (v.) e fondata da s. Bonaventura (v.), è la sua profonda dottrina e il suo sottile ingegno, per cui fu, come scrive Mariano da Firenze (Compendium Chronicarum, in Archivum Franciscanum historicum, 2 [1909], p. 631), " toti saeculo stupendus ". Francesco di Mayrone, Giovanni da Bassolis, Ugo da Novocastro, Giacomo d'Ascoli, Landolfo Caracciolo, Francesco della Marca, Gerardo Odone, Pietro d'Aquila, Pietro Thomas, Nicola Bonet e numerosi altri dottori del sec. xiv, attratti dalla acutezza e solidità della dottrina di Scoto, spontaneamente cominciarono a commentare, illustrare e difendere la dottrina del Maestro, ad esaltare l'uomo e il francescano, ponendo perfino sul suo sepolcro le iscrizioni più slogiative come, per es." "Fons Ecclesiae ", "Doctor iustitiae", "Arca sophiae", "Dux cleri", "Claustri lux", "Tuba veri" (Wadding, Annales Minorum, ad an. 1308 n. 35, VI, Quaracchi 1931, p. 133). Benché questo entusiasmo dei primi discepoli diminuisse alquanto all'epoca della decadenza generale della scolastica, tuttavia si trovano anche in questo secolo valorosi scotisti (p. cs., Pietro T'atareto, Bartolomeo Bellati, Nicola d'Orbellis, Antonio Sirrect, Francesco Vidal y Noya, Giovanni Foxal, Guglielmo Vorlion) che continuano la tradizione dei primi discepoli del Dottore Sottile.
La ragione di questo ininterrotto fiorire di ammiratori e di seguaci è da individuare, come attesta Mariano da Firenze (op. cit., p. 631), nel fatto che Scoto "prae ceteris theologis subtilissima quaedam opera scripsit ", o, come riferisce il cronista Nicola Glassberger (Chronica, in Analecta franciscana, II, Quaracchi 1887, pp. 113-14), nel fatto che egli fu "clarissimum Ecclesiae et Ordinis sidus". Anche i grandi riformatori della vita religiosa dell'Ordine serafico esaltarono e seguirono il Dottore Sottile; Giovanni da Capestrano lo chiamò "Doctor Fratrum Minorum" e Angelo da Chivasso "theologorum princeps". Soprattutto s. Bernardino da Siena, che nei suoi viaggi missionari poggiava sull'asinello anche i volumi di Scoto, abbellì le sue prediche di lunghi estratti della dottrina scotista (cf. D. Scaramuzzi, La dottrina di G. D. Scoto nella predicazione di s. Bernardino da Siena, Firenze 1930). Di questa epoca è il monumento liturgico eretto in onore del Dottore Mariano: nella lezione quarta del secondo Notturno dell'Ufficio dell'Immacolata, approvato da Sisto IV, si afferma infatti che Duns Scoto fu predestinato dalla Divina Provvidenza ad eliminare le difficoltà accumulatesi all'Università di Parigi contro il privilegio mariano: "Dominus vero Jesus Christus ad protegendam dilectae Matris dignitatem, Scotum, Ordinis Minorum doctorem eximium, ad civitatem illam protinus destinavit" (cf. C. Balić, 7. Duns Scoti theologiae marianae elementa, Sebenico 1933, pp. xcvii-cxx).
II. Sviluppo. - Lo s. nei secc. xvi-xviII ebbe la sua epoca d'oro. Accanto alle cause generali, che favorirono l'instaurazione della scolastica in genere, di cui lo s. è parte integrale (l'invenzione della stampa, la riforma dopo il Concilio di Trento, l'insistenza di Pio V e di Sisto V per la scolastica), ci furono cause particolari, fra le quali occorre ricordare l'edizione degli Opera omnia di Scoto curata dal Wadding nel 1639; le lotte per l'Immacolata Concezione che si condussero fino agli estremi e nelle quali Duns Scoto fu considerato da tutti come il principale rappresentante della dottrina comune; le prescrizioni dell'Ordine Minoritico, che mentre in un primo tempo non avevano riconosciuto alcuna preferenza a Scoto,

Scotismo - Tomismo e scotismo a confronto. Antepasta delle Collationes doctrinae s. Thomas et Scoti in tertium contentiarum... auciore p. iv. Franciscn a S. Augustino Macedo, Padova 1680. e nel 1400 lo avevano posto su un piano di parità con altri Dottori, dopo il 1593 ordinano tassativamente che i lettori nelle scuole "litteram Scoti solum, et non alios auctores, explicare conentur": prescrizioni confermate dai sommi pontefici (v. puss scoto). Inoltre allo sviluppo dello s. giovò assai il fatto che, nelle scuole e nelle varie università, in luogo dei Libri contentiarum e accanto alla Summa Theologiae di s. Tommaso, venne spiegato l'Opus Oxoniense, secondo l'ordinanza del 1520 del ministro generale Lycheto (Wadding, Censura in Opera Scoti, ed. Vivès, VIII, p. 2). Lo s. ebbe così la sua cattedra a Padova, Perugia, Bologna, Firenze, Roma, Torino, Vienna, Lovanio, Parigi, ma soprattutto nelle varie Università di Spagna.
Fra i numerosi autori che hanno spiegato l'Opus Oxoniense di Scoto e i commenti dei quali sono stati stampati, si ricordano Clemente Bascetti, Lorenzo Brancati di Laura, Alfonso Briceno, Francesco Casinati, Maurizio Centini, Bartolomeo Cimarelli, Giovanni da Cartagena, Francesco da Herrera, Girolamo Galli, Antonio Hiquey, Filippo Fabri, Melchior Flavi, Giovanni Fonio, Armando Hermann, Giacinto Hernandez de la Torre, Giovanni della Incarnazione, Carlo Lanteri, Maturino Lebreton, Giuseppe Leali, Francesco Lycheto, Giacomo Malafossa, Paolo da Mercatello, Giovanni Ovando, Marco Odolèz, Bonaventura Passeri, Francesco dei Pitigiani d'Arezzo (Aretinus), Giovanni Francesco Perez Lopez, Pietro di Poznania, Giacomo Pierio, Giacomo Podborski, Giovanni Poncio, Andrea Rochemarin, Gregorio Ruiz, Paolo Scriptor, Gaspare Sghemma, Matteo Sosa, Giovanni Vigerio, Pietro Vriese.
Dell'epoca d'oro dello s. sono celebri Claudio Frassen, Giovanni Gabriele Boyvin, Bartolomeo Mastrio, Bonaventura Belluti, Maurizio da Porto O'Fihely, Francesco
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Macedo, Matteo Ferchio, Sebastiano Dupasquier, Carlo del Moral, Girolamo da Montefortino, Crescenzio Krisper, Teodoro Smising, Nonostante la prescrizione del1'Ordine di spiegare soltanto la lettera di Scoto, anche in questa epoca si trova quella indipendenza e libertà di spirito che è una delle note caratteristiche dei dottori francescani. Accanto ai Cappuccini, che generalmente preferiscono s. Bonaventura, accanto ai grandi teologi, come Alfonso da Castro, Lodovico Carvajal i quali non erano ammiratori della divisione in "tomisti, scotisti, nominalisti ", anche fra i più ardenti discepoli del Dottor Sottile si trova affermato il principio che per essere un buon scotista non è necessario seguire ciecamente il grande maestro. Così Giovanni Poncio scrive : «Proposui non semel argumenta aliqua contra nonnullas rationes Doctoris Subtilis, et dixi non esse necesse ut sectatores ipsius singulas eius rationes tuesetur" (Philosophiae ad mentem Scoti cursus. Appendix apologetica, Roma 1645, p. 2). Questi autori si ricordavano della ammonizione dello stesso maestro: "In processu generationis humanae semper crevit notitia veritatis" (Ox., IV, d. 1, q. 3, n. 8; ed. Vivès, XVI, p. 136).
Gli scotisti ebbero inoltre una parte molto importante ed efficace nelle varie attività e controversie della epoca. Nel Concilio di Trento furono presenti ca. cento teologi francescani, fra i quali non pochi facevano proprio il giudizio espresso dal celebre Andrea Vega: "Tacta est mihi pietas in Doctorem Subtilem, tamque piam habeo opinionem de illius felicissimo ingenio et catholica et omnino singulari et praecellenti doctrina ut neque illis argumentis adduci possim...» (cf. Wadding, Annales Minorum, VI, p. 132). Gli scotisti svolsero una grande attività contro i "riformatori" tanto che in Inghilterra, sotto Edoardo VI, fra le opere degli scolastici si citavano in modo particolare quelle di Scoto, le quali furono bruciate dagli eretici al grido di «Funus Scoti ac Scotistarum" (Wadding, op. cit., p. 148; P. de Martigné, La scolastique et les traditions franciscaines, Parigi 1888, p. 314). Anche nella controversia "de auxiliis ", fra Gesuiti e Domenicani, alcuni, come Mastrio e Krisper, crearono una teoria media. Ma senza dubbio il più grande sforzo degli scotisti di questa epoca fu concentrato nella difesa dell'Immacolata Concezione, e fra i più ardenti difensori del privilegio mariano occorre ricordare Pietro Alva y Astorga.
III. Decadenza e rinascita. - Nella seconda metà del sec. xviII e nel sec. xix, lo s., come del resto la scolastica in genere, si avvia verso la decadenza. Ma mentre alcuni decenni dopo il 1854 , anno in cui la scuola scotista celebrò il suo più grande trionfo per la proclamazione del dogma dell'Immacolata, la scolastica efficacemente cominciò a rinnovarsi, lo scotismo non diede segni di ripresa. In quest'epoca l'Ordine Minoritico, che ai tempi d'oro della scuola scotistica numerava ca. 150.000 religiosi, non si era ancora ripreso dal flagello delle guerre e delle rivoluzioni; e d'altra parte divenne quasi di moda presentare Scoto come il precursore di tutti quei mali ed errori contro i quali la Chiesa doveva lottare. Ma quanto più si avvicinava il cinquantesimo della proclamazione del dogma dell'Immacolata e quanto più il movimento storicocritico inaugurato nella seconda metà del sec. xix si diffondeva, tanto più la figura del Sottile cominciava a mostrarsi nella sua realtà storica (v. DUNE scoto). Il metodo storico-critico, infatti, non soltanto ha efficacemente contribuito a far conoscere la vita, le opere di Scoto e la storia della scuola scotista, ma soprattutto ha messo in rilievo il rapporto fra tomismo e scotismo. Fra i protagonisti di questa rinascita scotista non occupano l'ultimo posto i discepoli di s. Tommaso, come, p. es., Gilson e Greshmann.
IV. S. e tomismo. - D. Scoto non ha tentato soltanto la sintesi delle due primitive scuole francescane, cioè quella d' Oxford con tendenza matematico-scientifica e quella di Parigi ricca del materiale raccolto nella Somma di Alessandro di Hales e nelle opere di s. Bonaventura, ma anche la sintesi della corrente aristotelicotomistica con quella agostiniano-francescana. Ponendo l'ente in quanto ente come oggetto della metafisica, l'ens infinitum come oggetto della teologia, affermando l'uni-
vocità dell'ente, la distinzione formale e il primato della volontà, D. Scoto ha formulato una dottrina la quale, se è diversa da quelle di s. Tommaso e di s. Agostino, non sembra ad esse contraria. Più che con il Dottore Angelico, Scoto è in un continuo dialogo con il dottore belga Enrico di Gand e con Goffredo de Fontaines.
Sono stati piuttosto gli scotisti e i tomisti che attraverso i secoli, nelle loro dispute, hanno posto di fronte Tommaso e Scoto e, portendo dalla dottrina di questi maestri, hanno tentato di confutarsi a vicenda. Già nel primo decennio del sec. xiv i seguaci di s. Tommaso (come Tommaso di Sutton, Hervé di Nedelec) combattono la dottrina di Scoto in nome di Tommaso. Le due scuole, mentre rimangono unite nella lotta contro il nominalismo (v.), si dividono sempre più nella dottrina dell'Immacolata Concezione. Alla fine del sec. xiv Giovanni di Montesono nell'Università di Parigi combatte contro la sentenza immacolatista in nome di s. Tommaso. L'Università risponde che il Dottor Angelico non era una "auctoritas" (H. Deniffe, Chart. Univ. Paris, III, 491, 493, 499, 503; J. Gerson, Opera, I, Anversa 1706, pp. 709722). E dopo l'intervento di Sisto IV nella questione con nuovi importanti decreti, fu inventato il falso che Innocenzo VI avrebbe detto essere cosi grande l'autorità del Dottor comune che tutti i suoi avversari sono da considerarsi come sospetti "de veritate", o, come alcuni ripeterono, "de haeresi" (cf. K. Balić, Die Bedeutung der historisch-kritischen Methode, in Wissenschaft und Weisheit, 4 [1947], pp. 188-93). E poiché si credeva che Scoto avesse voluto sistematicamente distruggere s. Tommaso, o, come diceva il Gaetano, "singula prope verba" (cf. E. Gilson, Note sur un texte de Cajetan, in Antonianum, 27 [1952], pp. 377-80), D. Scoto non poteva non apparire ad alcuni in errore o addirittura "eretico". Frattanto il continuatore degli Annales ecclesiastici del Baronio, Bzovio, all'anno 1294 accumulò le accuse più atroci contro il Dottore Mariano, cosi che D. Scoto non soltanto dai Francescani ma anche dagli altri, che difendevano il privilegio della Immacolata Concezione, fu considerato "Martyr Immaculatae".
D'altra parte, però, Ugo Caghwell (Cavellus), Antonio Hiquey, Matteo Ferchio, Alfonso Briceno, Basilio Rychlewicz ed altri scrivono le Apologie di Scoto. Possevin, Giacomo Walter, Nicola Vernules, Michele Huyer ed altri pronunciano grandi elogi in favore di Scoto. Il domenicano Ambrogio Catarino dichiarava di Scoto che "laus quanta sit in Ecclesia, et merito, soli prava affecti mente non conspiciunt" (Disputatio pro veritate Immaculatae Conceptionis B. V. et eius celebranda a cunctis fidelibus festicitate ad sanctam Synodum Tridentinam, Roma 1551, col. 67). E uno dei principali tomisti, Giovanni di S. Tommaso G. P., sottolineava come D. Scoto si staccasse da Tommaso "magna cum modestia et nulla irreverentia" (Cursus theologiae, disp. I, art. 3, I, Parigi 1883, p. 318). Mentre i difensori dello Scoto nelle loro Apologie ed elogi enumerano una ventina di punti «in quibus communiter non tenetur s. Thomae sententia ", ma quella di Scoto (Fr.Dermicius Thadaei = Antonio Hiquey, Nitela Franciscanae religionis..., Lione 1627, pp. 46-47), mentre affermano che la loro scuola è "longe communior " di quella tomista (G. Herincx, Summa theologica scholastica et moralis, II, parte 1*, Anversa 1680, pp. 5-6; G. Poncio, Theologiae cursus integer, Lione 1671, "ad lectorem"), e mentre dichiarano che mai una sentenza scotistica genuina fu dalla Chiesa condannata (Fr. Dermicius Thadaei, op. cit., pp. 59-63), si moltiplicano le Apologie anche dalla parte tomista. Cosi, p. es., il Clypeus theologiae thomisticae contra novos eius impugnatores del Gonet, fa riscontro al Clypeus scoticae theologiae contra novos eius impugnatores, di Bartolomeo Durand (Marsiglia 1685).
In mzzzo a queste controversie non mancarono i conciliatori: Giovanni di Rada, Costanzo Sarnano, Eutropio Bertrando, Mattia Hauzeur, Guglielmo Herincx, Francesco Henno, senza abbandonare la dottrina di Scoto, cercano di confrontarla e possibilmente conciliarla con quella degli altri scolastici, e innanzitutto con quella di s. Tommaso. Questi autori fecero notare che i due grandi Dottori alcune volte si differenziano "potius in nomine
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quam in ipsa re, (Giovanni di Rada, Controversiae theolo. gicae inter s. Thomam et Scotum, Venezia 1598, p. 110), e che sono stati i loro discepoli a scavare un abisso tra le due dottrine: "sed cius discipuli ne videantur cum Scoto sentire D. Thomam in aliam adducunt sententiam" (ibid., p. 16); che anche nel caso di posizioni contrastanti alcune volte sinbedue "probabiles sunt et fortasse acque verisimiles" (Macedo, Collationes doctrinae s. Thomae et Scoti cum differentiis inter utrumque, I, collat. 6, different. 4, sect. 4, Padova 1671, p. 141), cosi che se si capisce bene la posizione dell'uno e dell'altro bisogna dire : "bene dicit s. Thomas et Scotus" (Sarnano, Conciliatias. Thomae et Scoti, Roma 1911, p. 10).
Queste controversie e i vari tentativi di conciliazione non potevano però condurre sempre a un felice risultato; non solo perché si fondavano sopra un falso principio, e cioè sulla lotta sistematica di Scoto contro Tommaso, ma anche perché i disputanti non sempre si davano cura di conoscere le posizioni fondamentali dei loro maestri, come risulta dalle considerazioni sullo s. nei suoi rapporti con i dogmi.
V. S. e dogmi. - Lo s. non ha chiesto ai dogmi la sua metafisica, né le sue tesi filosofiche possono considerarsi un correlario dedotto dalle verità rivelate. Però, sarebbe grave errore non tener presente che la filosofia scotista è nata dallo sforzo di comprendere i misteri della fede, di formarsi un intellectus fidei. Come controprova d'aver raggiunto più o meno questo intellectus fidei, D. Scoto utilizza il magistero della Chiesa: "Si aliqua de novo proponuntur non tenetur quis assentire, sed... prius tenetur consulere Ecclesiam, et sic errorem vitare" (Rep. Paris, III, d. 25, q. unica, n. 6; ed. Vivès, XXIII, p. 462). Non gioverebbe molto riprodurre l'elenco dei punti dottrinali nei quali si rispecchiano le particolarità della dottrina scotistica, come fece nel sec. xvir Fulgenzio Stella nella sua opera intitolata: Celebriores Thomistarum et Scotistarum theologicac controversiae (Milano 1651). Ciò che importa è vedere chiaramente il punto di vista dello s., ossia vedere esattamente in quale maniera gli scotisti per mezzo dell'univocità dell'ente, della distinzione formale, del cosiddetto "volontariamo ", hanno tentato di capire ed illustrare le verità rivelate : cosi soltanto possono evitarsi i malintesi che purtroppo hanno riempito la storia della teologia cattolica.
Prima di tutto è necessario tener presente che l'ente non è nello scotismo "habens esse", ma l'"entitas essentiae». E questo ente, che è come tale "ens in quantum ens", oggetto primo dell'intelletto, è concepito come essenza assolutamente indeterminata, come un "quid", di cui il "quale" non si è ancora considerato. Questo ente non deve essere posto come genere poiché è comune; ma al contrario esso è troppo comune per essere genere : "Ens autem non est sic limitatum, sed indifferens, quia ex hoc habetur quod praedicetur in quid de ente limitato sicut illimitato, et ideo non est genus" (D. Scoto, Collatio 24, ed. Balić, De Collationibus, I. D. Scoti..., in Bagaolovni Vestnik, 9 [1929], p. 214). Non è dunque concepito alla maniera dei generi dell'albero porfiriano, da cui possano derivarsi l'essenza creata e l'essenza increata quali specifiche determinazioni ulteriori. Il concetto unico "che in tal maniera è uno che la sua unità basti per generar contraddizione, quando lo si affermi e neghi circa la medesima cosa" (Ox., I, d. 3, q. 2, n. 5, ed. Vivès, IX, p. 18) e che "ogni ricerca di Dio presuppone" (Ox., I, d. 3, q. 3, nn. 6-9, ed. Vivès, IX, pp. 102-109), si riferisce soltanto all'aspetto trascen-dentale-logico, non all'aspetto metafisico. Sfugge al panteismo: accusa che giustamente Gilson caratterizza con le parole: "une aussi complète absurdité ne vaut pas la peine de la réfuter" (Les seize premières Theoremata..., in Archives d'hist. doctr. et litt. du M. A., 11 [1939], p. 36). Questo conoscitore della dottrina scotiata e di quella tomista, dopo aver riferito come i tomisti accusavano D. Scoto di panteismo, mentre gli scotisti, da parte loro, accusavano di agnosticismo s. Tommaso, conclude constatando che "tutti perdevano il loro tempo, poiché la parola "ens" non significa la stessa cosa nelle due dottrine. Se significasse presso s. Tommaso come presso
Scoto l'essenza comune e trascendentale alle sue modalità, l'analogia dell'ente implicherebbe un certo agnosticismo degli attributi divini; se significasse presso Scoto, come presso s. Tommaso, l'essenza della quale la perfezione suprema è il suo atto di essere, l'univocità dell'ente implicherebbe un certo panteismo. Ora, precisamente la storia fa conoscere che non era questo il caso. Non c'è agnosticismo presso l'uno né panteismo presso l'altro, se si prende la parola "ens" nel senso che ciascuno di loro le attribuisce " (E. Gilson, D. Scot à la lumière des recherches historico-critiques, in Scholastica ratione historico-critica instauranda, Roma 1951, pp. 509-10).
Gli stessi malintesi si verificano, riguardo alle questioni della natura divina, dell'unione ipostatica, dell'anima umana. Scoto, dopo aver dimostrato che nella S.ma Trinità è compossibile l'unità di essenza con le altre persone, fa constatare che "non pare intelligibile come possa non moltiplicarsi l'essenza e possano aversi più suppositi (persone) se non si ammette una certa distinzione tra la ragione di essenza e la ragione di supposito" (Ord. I, d. 2, n. 388; ed. Vaticana 1950, II, p. 349). Infatti la ragione, p. es., per cui la prima persona della S.ma Trinità è Padre, è differente sia dalla ragione per cui essa è Dio e sia dalla ragione per cui la seconda e terza persona sono Figlio e Spirito Santo, e queste ragioni non sono qualche cosa del nostro intelletto, ma piuttosto qualche cosa nella stessa essenza divina: sono le ragioni formali, che esprimono oggettivamente una diversità nella divinità e nella paternità, nella filiazione e nella spirazione. E tuttavia non possono essere qualche cosa di realmente distinto perché ciò non è compatibile con la infinita semplicità dell'essenza divina. Vi è dunque una distinzione formale, o meglio, una non-identità formale delle diverse realtà di una stessa cosa "anteriore ad ogni atto di intelligenza creata o increata" (ibid.).
Alla domanda poi se "una tale distinzione possa dirsi reale", D. Scoto risponde che non è "reale attuale", né "reale potenziale" (ibid.). Tutte le accuse dunque contro la distinzione formale, provengono generalmente da incomprensione: c'è infatti chi, contro l'esplicito pensiero di Scoto, la intende come "reale attuale"; altri ritengono intollerabile errore il principio "tot esse, quot entitates", meravigliandosi come Scoto e gli scotisti non veggano la natura dell'ente, né comprendano come "ex duobus existentibus in actu non potest fieri unum per se ens". come diceva il Gaetano. D'altra parte non mancano tomisti i quali, oggettivamente considerando il problema, si meravigliano che lo stesso Gaetano "non veda che l'entitas formalis di Scoto giustamente non ha l'esistenza attuale" (E. Gilson, Jean Duns Scot, Parigi 1952, p. 470; cf. D. Cornelisse, Tractatus de Deo Uno et Trino, Quaracchi 1913, pp. 197-206).
Poiché dunque nello s. l'esistenza non è che un modo di essenza, quante essenze reali vi sono, altrettanti sono pure gli "esse"; e poiché in Cristo ci sono due nature, una creata e l'altra increata, vi devono essere anche due "esse": uno creato e l'altro increato. Tuttavia, Cristo non è due enti, poiché l'uno e l'altro "esse" è "esse" di un solo Cristo. Se si obietta che l'«esse" costituisce l'ente, gli scotisti rispondono che negli esseri concreti gli enti si contano secondo il numero dei soggetti. Nel caso nostro non vi è che un solo soggetto, il Cristo, e, per conseguenza, dal fatto che vi sono due "esse" in nessun modo risulta che vi siano due enti: "Etui in Christo sunt duae voluntates, non tamen duo volentes, quia concretum non numeratur absque numeratione suppositi, sicut patet de habente duas scientias, qui non dicitur duo scientes. Ita in Christo, si sint plura esse, quorum utrumque erit esse simpliciter suppositi, non sequitur suppositum esse duo entia" (Ox., III, d. 6, q. 1, n. 8; ed. Vivès, XIV, p. 311). Scoto dunque, benché ponga in Cristo due "esse" e due filiazioni, difende strenuamente, e, secondo i suoi principi logicamente, l'unità perfetta di Cristo, inculcando che il Verbo è formalmente uomo "Verbum formaliter homo" (ibid., d. 7, q. 1, n. 3; ed. Vivès, XIV, p. 333); che le operazioni di Cristo sono le operazioni del Verbo: "Omnes operationes Christi sunt operationes Verbi per communicationem idiomatum*
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(Rep. Paris., III, d. 12, n. 2; ed. Vivès, XXIII, p. 326): che invece della formola tradizionale dell's assumptus homo * è preferibile quella più sicura e meno equivoca della natura assumpta * : *proprie homo non fuit assumptus sed natura humana * (ibid., d. 6, q. 3, n. 3; ed. Vivès, XXII, p. 291). Cum dicitur "Verbum assumpsit hominem" - scrive Girolamo Galli commentando il testo di Scoto, - quamvis "homo" a parte praedicati magis abstrahut et pro natura supponere videatur, attamen, cum Nestorius pro homine intelligeret naturam suppositatam, et per assumptionem, unionem non hypostaticam, sed moralem, vitando est illa locutio * (Opus de ineffabili Incarnat. mysterio, Milano 1645, p. 143). * Christus est una persona - aggiunge un altro scotista-, unum subiectum, unum "ego", unus filius, cui competunt divina et humana * (P. Minges, Conspendium theol. dogm. specialis, II, Ratisbona 1921, p. 262).
Certamente il Dottor Sottile, chiamato anche il Dottore del Verbo Incarnato, si meraviglierebbe assai osservando come oggi sia stata da alcuni presentata sotto il suo nome la storia dell's assumptus homo * arricchita non soltanto delle proposizioni: "uomo perfetto benché assunto, Gesù è dunque qualcuno *, "Gesù Cristo in recto designa l'uomo assunto, e non il Verbo...", ma di varie altre espressioni, che sono dedotte dalla psicologia moderna e non da quella degli scolastici. Ma è qui il caso di dire che come s. Tommaso non sempre è tomista, così neppure Scoto è sempre scotista !
E mentre certi scotisti vanno oltre l'intenzione del Dottor Sottile riguardo alla cosiddetta " psicologia umana di Cristo *, si trovano pure tomisti i quali, benché lontani dall'ammettere l'unico esse in Cristo, si lamentano delle infiltrazioni scotiste (cf. H. Diepen, La psychologie humaine du Christ selon st Thomas, in Rev. thomiste, 58 [1950], p. 524 sgg.), o addirittura temono che "un giorno o l'altro s. Tommaso sia sospettato di essere stato anche lui scotista " avant la lettre " (cf. C. V. Héris, O. P., A propos de la psychologie humaine du Christ, ibid., 59 [1951], p. 468). Ma, comunque sia riguardo a questa spinosa e intricata questione cristologica (cf. P. Parente, L'in di Christo, Brescia 1951; P. Galtier, La conscience humaine du Christ, in Gregorianum, 32 [1951], pp. 525-69), nella storia dei dogmi non mancano esempi di come pensatori tomisti possano pervenire alle conclusioni scotiste, se per un istante dimenticano le proprie posizioni.
Passando sotto silenzio la critica scotista dell'argomento preso dal moto per dimostrare l'esistenza di Dio, che alcuni teologi, dopo le dichiarazioni del Gaetano e di Bafiez, chiamano a trionfo delle sottigliezze scotiste (cf. M. Chossat, Dieu, in DThC, IV, col. 933), non si può non ricordare il problema dell'immortalità dell'anima. E noto che il Gaetano (v. De vio), poco prima della sua morte, candidamente confessò che nessun filosofo ha dato una dimostrazione apodittica dell'immortalità dell'anima, tanto che fu detto che questo principe dei tomisti - ad viam Herveci et Scoti declinavit * (cf. Thomas de Vio card. Cajetanus, Scripta philosophica; Commentaria in De Anima Aristotelis, I, Roma 1938, p. LI, n. 2). D. Scoto, benché tenga che si può filosoficamente dare una morale dimostrazione dell'immortalità, ripete che non vi è una dimostrazione strettamente metafisica, apodittica e necessaria: "Non video aliquam rationem demonstrativam necessario concludentem propositum * (Rep. Paris., IV, d. 43, q. 2, n. 15; ed. Vivès, XXIV, p. 496); * Non est demonstratio nec ratio simpliciter necessaria, sed tantum probabilis * (ibid., n. 24, p. 499). Se l'anima intellettiva, osserva Gilson, non è una forma spirituale avente action essendi, ma una essenza reale, la quale trae l'esistenza dalla sua causa, e non dall'atto di essere, analizzando questa anima, non vi si trova un principio intrinseco di perpetuità, di incorruzione. In questa metafisica dell'essenza, la a forma totius * individuale integra l'ente come l'esse nella metafisica dell'atto di essere. Dove questo sparisce, la prova tomistica dell'immortalità dell'anima sparisce con lui (E. Gilson, Jean D. Scot, pp. 487-97). Certamente l'immortalità si potrebbe provare, se si potesse dimostrare che l'anima fu creata in sé e per se stessa, non come parte del composito, ma Aristotele non
ha mai tentato di farlo e non si intravede come lo potrebbe fare partendo dai suoi principi: * valde dubium est, dice Scoto, quid ipse senserit de inceptione animae intellectivae * (Ox., IV, d. 43, q. 2, n. 19; ed. Vivès, XIX, p. 47).
E questa constatazione, che cioè partendo da certi principi posti dai filosofi pagani nei non possiamo apoditticamente provare questa o quella verità della fede, si trova spesso nello s. Si tratta di una dimostrazione evidente e necessaria rispetto a filosofi i quali nulla sanno della Rivelazione e non sono così predisposti alla conoscenza delle verità religiose anche per sé accessibili al lume della ragione. Ma quello che non hanno potuto fare i filosofi pagani, lo possono i filosofi cristiani, e ciò anche per mezzo della sola ragione naturale. Da questo punto di vista occorre giudicare lo stesso concetto scotistico della teologia come scienza. Se la teologia, a causa del suo oggetto contingente, e per il suo difetto di evidenza intrinseca, non può dirsi una scienza secondo le quattro condizioni poste da Aristotele negli Analytica posteriore, (1.1, cap. 2), non per questo deve negarsi il carattere scientifico alla sacra dottrina (cf. A. M. Vellico, De charactere scientifico theologiae apud Doctorem Subtilem, in Antonianum, 16 [1941], pp. 3-30).
In particolare, per valutare e giustamente apprezzare il cosiddetto "volontarismo "scotistico, è necessario tenere presente il suo punto di partenza. D. Scoto, scrivendo dopo il 1277 , ossia dopo la condanna da parte dell'autorità ecclesiastica di certe tesi filosofiche nelle quali si prospettava il concetto del mondo arabo-greco, secondo il quale Dio tutto ciò che fa ad extra lo fa necessariamente, ebbe di mira di salvare la contingenza e la libertà, senza però mettere la volontà di Dio all'origine delle idee. Perciò il Dottor Sottile inculca che la conoscenza di Dio, in quanto è causa dell'esistenza delle cose, non è necessaria, ma libera, e dichiara che "se si tratta dell'esistenza delle cose concrete, con tutti i loro attributi, Dio la conosce dai decreti della sua volontà, e non dalle idee necessarie, poiché nel caso contrario le cose non sarebbero contingenti, e anzi nessuna contingenza sarebbe possibile nel mondo" (P. Minges, I. D. Scoti doctrina philosophica et theologica, II, Quaracchi 1930, p. 101).
Per quanto riguarda il cosiddetto "volontarismo morale», quantunque assai spesso si affermi che lo s. sottometre alla libera e arbitraria volontà di Dio una parte del Decalogo, e per conseguenza una parte della legge naturale morale, si deve rilevare che D. Scoto non voleva appunto includere in questa legge tutto ciò in cui Dio ha alcune volte dispensato, precisamente perché la legge morale naturale dipende dal solo intelletto di Dio e non dalla sua volontà. "La discussione tra scotisti e tomisti, osserva giustamente Gilson (Jean D. Scot, pp. 613-14), non può riferirsi se non a quello che effettivamente è incluso nella legge naturale; quanto alla nozione stessa che hanno di questa legge, essa non è meno intellettualista presso D. Scoto che presso s. Tommaso d'Aquino *. In breve: il cosiddetto "volontarismo "scotistico, considerato sia nel campo metafisico sia nel campo morale e in quello psicologico, non ha nessun contatto con il volontarismo moderno, il quale stabilisce che la volontà, e non l'intelletto, è la regola della verità e della certezza. Nello s. si tratta di un certo primato di dignità della volontà nei confronti dell'intelletto: Scoto mette l'accento sopra l'amore, sopra la carità della cui eccellenza parla la teologia in genere, mentre i tomisti dànno più risalto all'intelletto, ossia alla conoscenza; ma è chiaro che né l'amore esclude la conoscenza né la conoscenza l'amore.
Da questa breve rassegna delle posizioni principali dello s. in rapporto ad alcuni dogmi, appare chiaro come D. Scoto fosse persuaso che il pensiero di nessuno dei suoi predecessori potesse rappresentare semplicemente l'intelligenza umana in tutta la sua pienezza e in tutta la sua fecondità, e che nessuno avrebbe potuto formulare un sistema che fosse l'espressione definitiva e assoluta del cristianesimo nei singoli dettagli; usando dunque anch'egli della libertà ch'era ad altri concessa, intendeva con una serena ricerca della verità illustrare e conoscere questi stessi dogmi, da tutti accertati, seguendo la propria via. Gli scotisti attraverso i secoli hanno moltiplicato
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(fot. Minari)
In alto a sinistra: CROCIFISSIONE con i labari recanti lo scorpione, su fondo bianco, e la sigla SPQR. Ministura di Messale, attribuita a Niccolò da Bologna (ca. 1350) - Biblioteca Vaticana, cod. del Capitolo di S. Pietro 63 B, f. 189. In alto a destra: LE ARTI LIBERALI, con al centro la Dialettica distinta dallo scorpione. Particolare dell'offresco di S. Botticelli, raffigurante Lorenzo Tornabuoni presentato da Minerva alle Arti Liberali (1486) Parigi, Louvre. In basso: SALITA AL CALVARIO. Lo scorpione è riprodotto sul labaro bianco del centro e su una drappella rettangolare di srolla bianca, appeso a una tromba. Il labaro purpureo dei romani reca la nota sigla disposta in questo modo: RQPS. Affresco di Giacomo Jaquerio di Torino (prima metà del sec. xv) - S. Antonio di Ranverso, sagrestia della chiesa abbaziale.
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In olia a sinistra: VEDUTA DEL PORTO DI KINLOCH BORVIE, il più tendian della costa orientale della Sirmia. In alto a destra: IL LAGO DUICH E KINTAIL. In basso a sinistra: IL PORTO DI GLASGOW. In basso a destra: IL SAGRATO della chiesa del Pisto Grigi, dove, nel 1838, fu remunerato da migliaia di persone la Grande Lega e l'Alleanza (Cervenian) contro la osservazioni erdemantiche arborariamente imposte da Carlo I - Edimburgo.
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opere e volumi in cui tentarono mettere in luce questi aspetti più o meno originali della loro dottrina, senza però riuscire sempre a dimostrare la giustezza delle loro posizioni. E non è da meravigliarsi, se si tien presente che tale è la condizione della natura umana, che, cioè, quello che a uno appare chiaro all'altro sembra oscuro. "Prorusa enim morum et geniorum ignarus sim - dichiarava uno scotista nel sec. xvir - si illa quae mihi arrident, credam aliis semper placitura, immo non gra