volume-11

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s nouveaux (con bibl. anteriore complets), ivi 1929.

Celestino Testore
SWOBODA, Heinrich. - Teologo, n. il 28 giugno 1861 a Vienna, ivi m. il 7 maggio 1923. Professore di teologia pastorale e di catechetica all'Università di Vienna dal 1895, oratore brillante e buon organizzatore.

Membro importante della Leogesellschaft vi fondò le sezioni artistica e catechistica, dividendo la sua attività
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(da F. Rievet, S., Späres 1858, p. 108)
SYDNEY, ARCIDIOCESI di Palazzo Vittoria e George Street,
in questi due campi, cui consacrò tutto il suo ingegno. Col volume: Grossstadtseelsorge ( $2^{a}$ ed. 1911) affrontò il grave problema della cura d'anime nelle grandi città, suscitando polemiche, soprattutto in Francia. Notevole il suo contributo nel volume Der Dom von Aquileia, 1916, edito per cura di Carlo Lanckoronscki nella parte riguardante i grandi scavi e gli edifici.

Bibl.: L. Krebs, z. v. in LThK, IX, p. 919.
Hermine Kühn-Steinhausen
SYBEL, HEINRICH von. - Storico tedesco, n. il 2 dic. 1817 a Düsseldorf, m. il $1^{\circ}$ ag. 1895 a Marburgo. Fu professore a Bonn nel 1844, a Marburgo nel 1846, a Monaco nel 1856, di nuovo a Bonn nel 1861 e direttore degli Archivi di Stato prussiani nel 1875.

Le sue opere sulla prima Crociata (Geschichte des ersten Kreuzzuges, 1841) e sulla genesi del Regno di Germania nel medioevo (Die Entstehung des deutschen Königtums, 1844) sono tra le migliori produzioni critiche della scuola rankiana. Dopo il 1848 S. si distaccò da Ranke e divenne il capo della storiografia piccolo-tedesca, subordinando l'imparzialità delle ricerche e la comprensione del passato al canone interpretativo della validità dello Stato nazionale nella storia. Primo documento di tale tendenza è la Geschichte der Revolutionzzeit ( 5 voll., 1853-58). Successivamente polemizzd contro il Ficker, condannando la politica italiana degli imperatori medievali perché lesiva degli interessi tedeschi nelle terre ad oriente dell'Elba. Dal 1889 al 1894 redasse, sulla scorta degli archivi prussiani, Die Begründung des deutschen Reiches durch Wilhelm I (7 voll.). Fondò nel 1856 la Historische Zeitschrift, la più autorevole rivista storica tedesca.

Bibl.: E. Fueter, Storia della storiografia moderna, trad. it., II, Napoli 1944, pp. 240-45; H. v. Srbik, Geist und Gesch. vom deut. Humanismus bis zur Gegenwart, 2 voll., Monaco-Salaburgo 1950-51, passim.

Silvio Furlani
SYDNEY, ARCIDIOCESI di. - E situata nella costa orientale dello Stato della Nuova Galles del sud in Australia (v.).

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Dopo i primi sviluppi dell'opera missionaria il 3 giugno 1834 fu eretto il vicariato apost.della Nuova Olanda e Terra di Djemen (Tasmania), distaccato dal vicariato apost. delle isole Maurizio. Il 5 apr. 1842 fu diviso nei tre vicariati apost. di S., Hobart e Adelaide. Subito dopo il 12 apr. dello stesso anno il vicariato apost. di S. fu elevato ad arcidiocesi con le diocesi suffragance di Adelaide e Hobart che corrispondevano rispettivamente alle tre colonie di allora, cioè Australia occidentale, meridionale e Terra di Djemen ora Tasmania. Il 6 maggio 1845 fu da essa distaccata la diocesi di Perth (v.); il 25 giugno 1847 furono modificati i confini con la diocesi di Adelaide; il 12 apr. 1859 fu distaccata la diocesi Brisbane (v.), il 28 nov. 1862 furono distaccate le diocesi di Goulburn, Wagga-Wagga (v.) e Armidale (v.); il 10 maggio 1887 furono distaccate le diocesi di Wilcannia Forbes (v.) e di Grafton, ora Lismore. Il 15 nov. 1951 fu distaccata una lunga zona costiera che insieme con altra presa dall'arcidiocesi di Canberra-Goulburn formò la nuova diocesi di Wollongong. L'arcidiocesi di S. è perfettamente organizzata. Il Seminario maggiore di Manly, inaugurato nel 1888, fu costruito dal card. Patrizio F. Moran per tutta l'Australia. Ora sta per avere la Facoltà di teologia. Il Seminario minore è a Springwood e risale al 1912.

Ha un'estensione di kmq. 29.440 con 414.910 cattolici su di una popolazione che supera 1.885 .818 . Vi sono: parrocchie 172, chiese 237, sacerdoti diocesani 325 , religiosi 270 , fratelli 495 , suore 2449 ; collegi ecclesiastici 12 , universitari 2 , oltre a numerose altre scuole e ad un buon numero di opere di carità. - Vedi tav. CXVIII.

BibL.: Australasian Catholic Directory 1930, Sydney 1952. pp. 125-82; P. F. Moran, History of the Catholic Church in Australasia, ivi s. d., passim. Saverio Paventi

SYLLOGE PRAECIPUORUM DOCUMENTORUM RECENTIUM SUMMORUM PONTIFICUM ET S. C. DE PROPAGANDA FIDE NECNON ALIARUM SS. CONGR. ROMANARUM. - Volume pubblicato dalla S. Congreg. di Propaganda Fide nel 1939; contiene i principali documenti riguardanti le missioni dal 1907 al 1939.

BibL.: S. Paventi, La Chiesa missionaria. Manuale di missionologia dottrinale, Roma 1949, p. 86. Saverio Paventi

SYLVIIS (du Bois), François. - Teologo, n. a Braine-le-Comte (Belgio) nel 1581, m. a Douai il 27 febbr. 1649.

Studiò filosofia a Lovanio e teologia all'Università di Douai, dove si laureò nel 1610 . Divenuto, alla morte di Estio (1613), professore di teologia nella stessa Università, vi rimase per tutta la vita, contribuendo largamente alla fama della scuola duacense. Inferiore a Estio nella conoscenza della Scrittura, lo superò per penetrazione speculativa e per aderenza allo spirito e alla lettera di s. Tommaso, di cui è tuttora ritenuto uno dei migliori interpreti nei Commentaria in Sum. Theol. s. Thomae (4 voll., Douai $1620-35 ; 2^{\text {a }}$ ed. ivi $1622-48 ; 3^{\text {a }}$ ed. Anversa 1698). Su argomenti tomistici aveva già pubblicato opere notevoli: S. Thomae A. opuscula (2 voll., Douai 16081609); Explicatio doctrinae s. Thomae... de motione primi motoris (ivi 1609); Liber sententiarum... de statu hominis post peccatum (ivi 1614). Oltre vari saggi di teologia morale e 19 Orationes theologicae (ivi 1621) sono da ricordare gli opuscoli con cui si oppose con risolutezza al nascente giansenismo: Litturae... ad Leopoldum Belgii gubernatorem (ivi 1648); Veritas et aequitas censurae pontificiae... super 79 articulis damnatis (ivi 1649). Di minore importanza il suo Commentarium in Gen. (ivi 1639). Tutte le opere furono edite dal p. Norberto d'Elbesque O. P. ad Anversa 1698, ristampate a Parigi 1714 e a Venezia 1726.

BibL.: Hurter, III, col. 923; F. Amann, s. v. in DThC, XIV, coll. 2923-25 (con bibl.). Antonio Piolanti

SYMONDS, John Addington. - Esteta inglese, p. a Bristol il 5 ott. 1840 , m. a Roma il 19 apr. 1893.

Visse lungamente in Italia per motivi di salute e la sua opera dedicò all'arte e alla poesia italiane. La sua

History of the Renaissance in Italy (1875-86) non è, a differenza dell'opera del Burckhardt, un libro sistematico, ma è apprezzabile per la qualità dello stile. Pubblicò una sua traduzione della Vita del Cellini nel 1888 e tradusse sonetti di Michelangelo e di Campanella. Altre sue opere sono: Studies of the greek poets (1873), biografie di Michelangelo, Sidney, Shelley, saggi sul Whitman e sui predecessori di Shakespeare. Amò anche il paesaggio italiano e ha lasciato versi da esso ispiratigli.

BibL.: V. W. Brook, A biographical study of 7. A. S., Londra 1914.

Syracuse, diocesi di. - Città e diocesi dello Stato di Nuova York (Stati Uniti). La diocesi fu eretta da Leone XIII il 20 nov. 1886. La storia di S. risale al 1614, quando i Francescani (Recolletti) ottennero da Samuele di Champlain di celebrare il divin Sacrificio presso i laghi Onondaga o Oneida per gli Irochesi e forse anche presso l'attuale Oswego nel 1615.

Il gesuita p. Le Moyne è il vero fondatore della Chiesa di S. I pp. Giuseppe Chaumonot e Claudio Dablon cominciarono l'evangelizzazione della regione e celebravono la S. Messa il 4 nov. 1654; ma il successo fu scarso. Gli indigeni furono stimolati contro i Francesi dagli Inglesi e dagli Olandesi di Albany. Nel 1685, Giacomo II sacese al trono e professò il cattolicesimo. Come duca di York (1682), aveva nominato Tommaso Dongan governatore di Nuova York, il quale aiutò molto i cattolici, ma per non rinforzare l'influenza francese richiese padri gesuiti inglesi. Con la caduta di Dongan, il governatore Bellemont fece votare una legge secondo la quale sarebbero stati carcerati in perpetuo tutti i preti rimasti o tornati nello Stato di Nuova York dopo il 10 nov. 1700. Meno di 25 anni dopo, i bianchi cominciarono ad arrivare sul territorio e, fra questi, parecchi cattolici. La prima parrocchia della diocesi fu fondata dal rev. Michele O'Gorman. La prima Messa pubblica fu celebrata a Utaca il 10 genn. 1819. Alla fondazione della diocesi, S. contava 64 sacerdoti diocesani e 10 religiosi, 46 parrocchie, 20 missioni, 15 cappelle e due ospedali. Oggi vi sono 349 sacerdoti ( 66 religiosi : conventuali, padri della Pia Società delle Missioni di S. Carlo di Piacenza, gesuiti), 183 parrocchie, 86 cappelle, 13 stazioni, 15 congregazioni femminili ( 811 suore), i scolasticato ( 67 religiosi), i collegio (Le Moyne, diretto dai Gesuiti), 6 orfanotrofi, 4 ospedali. La popolazione totale di S., suffraganea di Nuova York, è (censimento del 1950) di 947.427 ab. dei quali 269.441 sono cattolici.

BibL.: J. M. Lynch, s. v. in Cath. Enc., XIV, pp. 397-99; The Official Catholic Directory 1930, Nuova York 1930, pp. 379 378; Th. Beemer, The Catholic Church in the United States, St-Louis-Londra 1950, p. 283 sg. Gastone Carrière

SYRIA DEA (Zupie 8eós). - La dea siriana per eccellenza, popolarmente Diasura, Iasura, è Atargatia il cui nome sembra derivare da 'Atar (= Astarte), più 'Atá (=Attis) quasi a identificare meglio la dea in quanto sposa di "Attis".

Il nome fu abbreviato dai Siri in Tar'átá e dai Greci ridotto a $\Delta \varepsilon \rho \varepsilon \varepsilon \tau \dot{\omega}$. Essa è stata la prima a giungere a Roma con il suo corteggio itinerante di Galli che, portando l'edicoletta della dea a dorso d'asino, si recavano a consolare i loro correligionari siriaci che lavoravano nelle campagne (Fedro 4. 2., 4; Tert., Apol., 13; Apul., Met., VIII, 26). Suoi celebri santuari stavano a Biblo sulla costa fenicia, a Ascalona sul mare della regione palestinese e soprattutto a Bambiké (Mambog) in Siria, detta perciò la " città santa" (Ierapoli), ora ridotta a un cumulo di rovine presso un grande stagno alimentato da fonti vive; Luciano nel De S. D. ne fa la descrizione. Nell'interpretazione latina la dea è assimilata a Rhea o Era e ha come paredro Hadad, dio della tempesta, raffigurato con tiare cornuta in capo, lunga barba, e fulmine in mano e assimilato a Juppiter. Erano sacri in modo particolare alla dea le colombe e i pesci, questi ultimi alimentati nella piscina attinente al santuario.

La d. S. non è in fondo che la forma siriana della grande divinità semitica della natura feconda: Ištar in

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Babilonia con il paredro Tammûz; Astarte in Fenicia con il paredro Adone; ad onore della qual coppia si celebrava la festa caretteristica dei Giardini di Adone (A860n805 s8200) nella quale vasetti di argilla seminati con pianticelle di rapida crescenza (grano, finocchio, lattuga) venivano disposti attorno alla coppia giacente sotto un padiglione e poi venivano gettati nell'acqua del mare o del fiume più vicino, certamente rito sacromagico diretto a provocare il crescimento della vegetazione mediante la pioggia irrigatrice delle campagne (Teocrito, Idyll., XV, 109-44). Essa è pervenuta in Siria non dalla Babilonide ma dall'Anstolia attraverso gli Hittiti e questo spiega la presenza dei Galli nel tempio di Ierapoli, affermata da Luciano e confermata da Bardesano, Dialogo delle leggi dei paesi (Patrologia Siriaca, II, 490-658, Parigi 1907, tradotto in italiano da G. Levi Della Vida, nella collana "Scrittori cristiani antichi ", 3, Roma 1921, p. 49).

Del culto di Atargatis in Roma è documento il santuario delle divinità siriache, scoperto sul versante nord del Gianicolo, presso il "Lucus Furrinae"; è costituito da tre edifici sovrapposti con piscina per i pesci sacri. Il secondo edificio fu costruito sotto Commodo da un tal "Gajonas", Siro ellenizzato, il quale nel suo epitaffio si vanta che dopo aver presieduto come giudice i sacri banchetti (8sxv0xgft55), giace in "nulla dovuto alla morte" cioè sicuro della beata immortalità, grazie al pasto di comunione misterica fornito certamente dai pesci sacri alla dea. Fra i ritrovamenti di questo santuario va ricordata una statuetta maschile di bronzo, forse Adone defunto, avvolta entro sette spire di un serpente, forse le sette zone delle sfere planetarie; tra le sette spire sette uova di gallina, simbolo di rinascita, che ricordano la sentenza di Arnobio (I, 36) "ovorum progenies di Syri».

Bibl.: F. Cumont, La Syrie, in Les religions orient, dans le paganisme romain, Parigi, $1^{2}$ ed, 1909; $4^{2}$ ed., ivi 1929, pp. 93124; Ch. Daremberg-E. Saglio, s. v., in Dict. des antiq. grecques et non., IV, II, 1911, pp. 1290-96; H. A. Strong-E. J. Garstang, The Syrian Goddess, Londra 1913; N. Turchi, I misteri di Adone, in Le religioni misteriosefiche del mondo antico, Roma 1923, pp. 136-70.
Nicola Turchi
SZATMAR SATU MARE : v. SATU MARE.
SZCZEPAŃSKI, Ladislag. - Orientalista ed esegeta, n. a Biala Malopolska (Polonia) il 21 maggio 1877, m. ad Innsbruck il 30 maggio 1927.

Nel 1891 entrò nella Compagnia di Gesù; si specializzò in lingue semitiche ed in archeologia a Beirut, in Palestina ed in Egitto, e in studi biblici ad Innsbruck. Nel 1909 fu nominato professore dell'allora fondato Pont. Istituto Biblico e vi insegnò archeologia biblica e geografia della Palestina antica. Nel 1915, costretto dalla guerra, tornò in Polonia. Nominato professore all'Università di Varsavia nel 1918, vi iniziò ed organizzò la facoltà teologica. Negli anni 1921-25 fu di nuovo in Palestina e per un semestre insegnò nell'Istituto Biblico di Roma. Nel 1927, in viaggio dalla Polonia a Roma per riprendere la sua cattedra nell'Istituto Biblico, cadde ammalato ed inaspettatamente spirò all'età di 50 anni.

Nei circoli scientifici fu assai noto come dotto specialista. Lasciò molti libri ed opuscoli: in tedesco (Nach Petra und Sinai, 1908), in latino (Geographia Palaestinae antiquae, $2^{2}$ ed. postuma, Roma 1928) ed in polacco opere di cultura biblica e di archeologia sulla Palestina e sull'antico Oriente, tra cui una nuova versione in polacco del Nuovo Testamento dall'originale greco. Nei circoli scientifici fu assai noto come dotto specialista.

Bronisiso Zieliński
SZEGED: v. CSANAD.
SZEKESFEHERVÁR : v. alba reale.
SZEPES: v. SCEPUSIO.
SZEPINGKAI, Diocesi di. - Situata nella parte occidentale della Manciuria, ha una superficie di 126.921 kmq . e una popolazione di 3.000 .000 ab .

Questa missione fu costituita in prefettura apost. il 2 ag. 1929, con territorio distaccato, parte dall'odierna
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(ist. Fides)
Szepingkal, diocesi di - Il p. G. Elia Crevier battezza un professore della Scuola Saint-Viateur.
arcidiocesi di Moukden, parte dall'attuale diocesi di Jehol. Il 26 marzo 1932 dalla missione di Jehol furono distratte altre sei prefetture civili ed annesse alla prefettura apost. di S. Il $1^{\circ}$ giugno 1932 la medesima fu elevata a vicariato apost. e l'11 apr. 1946 a diocesi suffraganea di Moukden. La storia missionaria di S., prima dell'arrivo dei Padri della Società canadese di Pont-Viau, si fonde con quella di Moukden e di Jehol. Prima del 1890 i cattolici di questa regione erano per lo più coloni immigrati dalle vicine province. I Padri di Pont-Viau, giunti in Manciuria il 17 ott. 1925, svilupparono ed organizzarono l'opera di evangelizzazione e in breve tempo realizzarono consolanti progressi. Ora la missione è sotto regime comunista, che ha messo a dura prova vescovo e missionari, detenuti o espulsi dalla diocesi.

Prima dell'attuale stato di cose si avevano 14.900 cattolici; 5 sacerdoti nazionali e 33 esteri; 25 suore cinesi e 48 estere; I seminario minore; 5 scuole elementari; I scuola media; 19 dispensari; 2 orfanotrofi; 11 ricoveri per vecchi; 2 chiese e 50 cappelle; 14 stazioni primarie e 35 secondarie.

Bibl.: AAS, 22 (1930), pp. 264-65; 24 (1932), pp. 370-71; 38 (1946), pp. 301-13; Arch. della S. Congr. di Prop. Fide, Relax. quinquennale, pos. prot. n. 1668/36; MC, 1920, p. 307. Edoardo Pecorsio
SZEPTYCKYJ, ANDREJ. - Metropolita di Galizia, al secolo Romano Alessandro, terzo figlio dei conti de Szeptyci-Szeptyckyj, antica nobile famiglia ucraina, n. a Prylbyci il 29 luglio 1865, m. il $1^{\circ}$ nov. 1944. Compiuti gli studi giuridici a Breslavia, coronati dalla laurea in giurisprudenza, abbracciò l'Ordine basiliano il 23 maggio 1888, cambiando il suo nome in Andrea.

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(per cortesia del p. Ortlo de Urbina, S. J.)
Szeptycky, AndREJ - Ritzatto.
Undici anni dopo, il 17 giugno 1899 , lo S. con bolla di papa Leone XIII fu nominato vescovo di Stanislaopoli in Galizia (Halicia). Dopo la morte di Giuliano Kuilovskyj, metropolita di Leopoli, dal medesimo Papa fu elevato alla dignità di metropolita e arcivescovo haliciense di Leopoli il 16 genn. 1901; tale carica esercitò per 45 anni, sviluppando con grande zelo la sua pastorale ed apostolica azione, visitando personalmente la sua vastissima diocesi, predicando, confessando ed istruendo clero e popolo. Inoltre scrisse più di 150 lettere pastorali su vari temi riguardanti la vita religiosa, sociale e nazionale dei suoi fedeli. Non tralasciava neppure la cura premurosa della gioventù scolastica, degli orfani, degli ammalati e dei poveri, erigendo a tale scopo convitti, istituti, orfanotrofi ed ospedali. Promotore degli studi ecclesiastici, eresse e costrul i Seminari minore e maggiore per la formazione e l'educazione del clero, prima a Stanislaopoli e poi a Leopoli, ove fondò il Seminario e l'Accademia ecclesiastica; sempre promosse gli studi teologici e le edizioni scientifiche. Il papa Pio XII nella sua encicl. Orientales omnes del 13 dic. 1945 ne ha tessuto un lusinghiero giudizio. Tradusse in lingua ucraina Opera ascetica s. Basili Magni (Leopoli 1929) e pubblicò il molto interessante opuscolo De sapientia Dei (ivi 1932).

Il suo zelo non si limitava solo all'amministrazione dell'arcidiocesi, ma abbracciava anche quelle dei suoi
fedeli che per gravi condizioni sociali erano costretti a emigrare oltremare nell'America del nord e del sud. Il metropolita personalmente visitava questi derelitti, mandava sacerdoti e per il suo grande zelo ha meritato di ottenere dalla Sede Apostolica la gerarchia ecclesiastica negli Stati Uniti d'America (1907) e nel Canadà (1912). Abbracciato lo stato monastico, mons. S., anche essendo metropolita, rimase nondimeno religioso esemplare e promotore della vita monastica.

Cominciando con la restaurazione delle monache di S. Basilio il Grande, ha rinnovato l'antico monachesimo orientale secondo la Regola di s. Teodoro Studita (19011902). Poi, visitando i suoi fedeli nel Canadà in occasione del Congresso eucaristico del 1910-11, trovò alcuni redentoristi che, ottenuta dalla S. Sede la facoltà, si prodigavano nella cura pastorale dei fedeli di rito bizantinoslavo. Strinse allora convenzione con il p. generale dei Redentoristi (1913), confermata poi dalla S. Congregazione di Propaganda Fide il 27 apr. 1914, in virtù della quale i Redentoristi crearono un ramo della Congregazione in rito bizantino-clavo. Oggi questo ramo è diventato già una provincia nella Galizia, purtroppo adesso soppressa dai bolscevichi; un'altra fiorente viceprovincia esiste nel Canadà e negli Stati Uniti d'America.

Ma il più nobile proposito, che dominava tutta l'azione del metropolita, fu la sua brama di promuovere l'unione dei dissidenti con la S. Sede romana, né lasciò sfuggire nessuna occasione per poter realizzarla. A tale scopo visitò i vescovi latini e gli Ordini religiosi, discutendo difficili problemi dell'Unione ed incoraggiandoli alla collaborazione, partecipò spesso ai congressi unionistici, intraprese viaggi a Mosca (1907), favorì le relazioni con i più importanti personaggi dissidenti ecclesiastici e civili. Ciò permise al metropolita, liberato dalla prigionia nel 1917 dopo la rivoluzione in Russia, di poter tenere un Sinodo provinciale dei cattolici con sacerdoti già conosciuti e di conseguire la nomina dell'esarca per la Russia nella persona di Leonide Fedorov (cf. A. Herman, De fontibus iuris ecclesiastici Russorum, Roma 1936, p. 96 sgg.). A causa di questa sua zelante attività nel promuovere l'azione unionistica nel 1914, dopo l'occupazione della Galizia da parte delle truppe russe, egli fu preso "prigioniero dello Zar" e poi incarcerato nel monastero di Suzdal per più di due anni. La rivoluzione russa del 1917 liberò il metropolita dalla prigione. Nel sett. dello stesso anno egli fece ritorno alla sua patria devastata e distrutta dalle grandi battaglie che si erano svolte nella Galizia orientale. Appena riedificate nei laboriosi anni 1918-39 le chiese bruciate, rinnovati gli istituti ecclesiastici che erano stati distrutti e saccheggiati, organizzati i Seminari minore e maggiore, restaurati gli studi, sopraggiunse la seconda guerra mondiale durante la quale il metropolita, quando fu occupata la sua provincia ecclesiastica, consacrò i suoi ultimi sforzi a difendere il suo gregge e scrisse lettere pastorali incoraggiando sacerdoti e fedeli alla resistenza e perseveranza nella fede cattolica; il 2 maggio 1940 celebrò un Sinodo diocesano a Leopoli.

Bibl.: C. Karalevskij, Le métropolis A. S. Son action pastorale, scientifique et philhénotique, in Roma e l'Oriente, 1919-20; C̄veri stolittja na mystopolycomu prestoli, in Boloslovia, 4 (1926), fasc. 1-2; S. Baran, Mytropolyt A. S. Zyrtja i dijahoit, Monaco 1947.

Teodosio Halusczynskyi

## SZOMBATHELY : v. SABARIA.

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TA'ÂNITH : v. MÉGHILLATH ta'ÂNITH.
TABACCO. - Solanacea, cui C. Linneo diede, il nome di Nicotian tabacum in onore di J. Nicot di Villemein, che per primo coltivò la pianta nei giardini reali portoghesi. Ne esistono numerose specie e varietà (secondo alcuni autori fino a 60 specie) quasi tutte di origine americana. Il primo trasporto di semi dal Brasile in Francia risale al 1556 per opera del monaco André Thevet.

L'uso di fumare il t. cominciò in Europa, prima in Spagna (1570), poi in Inghilterra ( 1586 ), essendo adottato nei primi anni specialmente in Francia per combattere il mal di denti. All'epoca di Luigi XIII il fumo divenne un'abitudine voluttuaria, ma all'inizio era proibito fumare per la strada e nei locali pubblici, tanto che esistevano locali appositi (tabagies) per i fumatori. Mentre l'uso di fumare il t. si andava sempre più diffondendo nelle classi meno agiate, nell'aristocrazia, invece, prevaleva già nel sec. xvir l'uso del t. da fiuto. Carlo I d'Inghilterra fu il primo a sfruttare economicamente l'abitudine del fumo, istituendo il Monopolio di Stato.

Il t., entrato in Europa come pianta medicinale, ha ora perso praticamente ogni uso terapeutico; solo in Grecia, Spagna, Portogallo e Romania, le sue foglie sono officinali e iscritte regolarmente nelle rispettive farmacopee. In campo botanico, viene sfruttata l'azione iusetticida della nicotina, utilizzando infuso di t. per la lotta contro gli afidi.

In rapporto alla presenza nelle foglie di t. di una percentuale di nicotina (alcaloide molto tossico per l'organismo) oscillante dal 0,6 al $700 \%$, l'eccessivo uso del fumo può produrre fenomeni di avvelenamento. Oggi si ritiene, però, che questi siano dovuti solo in parte alla nicotina, mentre entrerebbero in gioco, oltre fattori individuali predisponenti, la liberazione di altre sostanze durante la combustione del t. (basi piridiniche, ammoniaca, corpi fenolici e pirrolici, acido cianidrico, ossido di carbonio, formaldeide, ecc.).

L'avvelenamento acuto oggi è raro, per la grande facilità con cui l'organismo si assuefà alla nicotina. Basta pensare, infatti, che questa sarebbe letale alla dose di 3-10 ctgr. che in una sigaretta (pari a ca. un grammo di t.) sono contenuti in media a ctgr. di nicotina e che aspirando il fumo si assorbe ca. il $90 \%$ dell'alcaloide. Il meccanismo di tale assuefazione non è ancora chiaro e pare ravvicinabile a quello che si ha nei riguardi dell'arsenico. L'avvelenamento acuto, spesso mortale, era più frequente un tempo, quando si usavano clisteri di tabacco contro la stitichezza o impacchi di foglie per le malattie oculari. L'avvelenamento cronico, detto anche «tabagismo», è più frequente e si ritiene causato in gran parte da una particolare predisposizione individuale. I sintomi sono principalmente: cardio-vascolari (palpitazioni, aritmie, sindromi anginose, claudicazione intermittente), gastrici (a tipo dispeptico o anche di ectasia e ptosi gastrica), ricuri (scotomi, emoralopia, amaurosi, disturbi del senso cromatico), nervosi (insonnia, emicrania, tremori, vertigini, spasmi vasali), oltre ai sintomi d'irritazione locale sulle vie aeree superiori e sulla mucosa boccale (da alcuni autori il cancro della lingua, del labbro e del polmone vengono posti in rapporto con l'azione del fumare). Anche l'industria del t. può dare origine a malattie cutanee a tipo eczematiforme che vengono considerate malattie professionali; frequente è l'aborto nelle lavoranti del t.

Il tabagismo si instaura con notevole lentezza e la sua gravità non dipende tanto dalla quantita di t. usata, quanto, come già s'è detto, da fattori individuali non ancora noti. Molti autori sono d'accordo nel dire che l'uso moderato del t. non è da considerarsi dannoso nell'individuo adulto sano, mentre può essere causa di gravi disturbi se preesistono danni del cuore, dei vasi o del sistema nervoso. La cura del tabagismo si basa esclusivamente sulla sospensione dell'uso del t. e, se non esistono lesioni organiche definitive, lentamente si ha la scomparsa di tutti i sintomi funzionali con questo solo mezzo. I fenomeni di astinenza non sono assolutamente ravvicinabili a quelli
della morfina, ma sono di natura puramente psichica, facilmente superabili con un po' di forza di volontà.

Bibl.: A. Strümpeli-E. Lesser, Trattato di patologia spec. medica e terapia, I, i, $8^{4}$ ed. it., Milano 1907; L. Mohr-R. Staehelin, Trattato di medie, interna, V, ivi 1914; L. Bernardini, s. v. in Enc. It., XXXIII, pp. 139-35; F. Marcolongo, Tabagismo, ibid., pp. 152-56; G. Perez, Tratt. di patol. chirurg., Roma 1940; A. Fontana, Tratt. di dermatologia, $3^{4}$ ed., Torino 1945; E. Adami, Farmacologia e farmacoterapia, $3^{4}$ ed., Varese 1947; R. Monteleone, Medicina d'urgenza, 17 ed., Roma 1949; I. Spadolini, Fisiologia umana, $4^{2}$ ed., Torino 1950. Alessandro Marolla

TABARAUD, Mathieu-Mathurin. - Oratoriano, n. a Limoges il 17 apr. 1744, m. ivi il 9 genn. 1832. Studiò presso i Gesuiti ed i Sulpiziani. Entrò nella Congregazione dell'Oratorio nel 1766 e vi insegnò teologia, greco ed ebraico a Nantes, Arles e Lione.

Allo scoppio della Rivoluzione era a capo della casa di Limoges. Favorevole dapprima a riforme ecclesiastiche, che nel 1788 espose, a richiesta appunto del ministro Necker, in un opuscolo (Motifs de justes plaintes du clergé du second ordre), iniziò poi una solerte attività pubblicistica contro la costituzione civile del clero ed i preti che avevano prestato giuramento. Costretto a fuggire da Limoges, passò per Lione, Parigi e Rouen, finché nel 1792 emigrò a Londra, dove si guadagnò da vivere con la collaborazione a periodici e traduzioni. Ritornato in Francia dopo il Concordato del 1801, rifiutò l'offerta di un vescovato fattagii dal Bernier. Nel 1803 pubblicò De l'importance d'une religion de l'Etat ed i Principes sur la distinction du contrat et du sacrement de Mariage, in cui sostiene essere valido il matrimonio civile senza quello religioso. Censore dello Stato dal 1811 al 1814, ne pro. fitto per impedire la stampa di opere non favorevoli alle sue idee gianseniste e gallicane. Testimonianza di quella sua forma mentis sono diversi scritti : Etcai historique et critique sur l'institution des évêques (Parigi 1811, contro l'istituzione pontificia dei vescovi); Examen de l'opinion de M. le cardinal de la Lucerne sur la publication du Concordat (ivi 1821, contro l'intervento diretto del Papa nel governo della Chiesa francese); Examen de deux propositions de lois qui doivent être faites aux Chambres sur la célébration du mariage et sur la tenue des registres de l'état civil (Limoges-Parigi 1824, che è una critica dei progetti di legge a favore della celebrazione del matrimonio religioso prima di quello civile). Per la quantita di notizie è tutt'ora preziosa la sua Histoire de Pierre de Bérulle (2 voll., Parigi 1817).

Bibl.: Dubedat, T., Limoges 1872; A. Molien, s. v. in DThC, XV, 1, coll. 1-7, con bibl. Silvio Furlani

TABARCA. - E l'antica Thabraca nell'Africa proconsolare, florido porto commerciale sul Mediterraneo. Fu municipio e poi colonia romana sotto Antonino Pio.

Il cristianesimo è attestato dal vescovo Vittorio presente a Cartagine nel 256 (P. Monceaux, Histoire littéraire de l'Afrique chrétienne, I, Parigi 1901, p. 4 sgg.). Ripetute esplorazioni hanno messo in luce l'importanza della comunità cristiana. Vittore di Vita riferisce che al tempo di Conserzio vi erano a T. un monastero maschile e uno femminile (Historia persecutionis vandalicae, I, 10 : PL 58, 193-95). Si rinvenne una basilica cristiana ed una sola navata con abside profonda; a sinistra si apriva un battistero ottagonale, con absidine all'interno e nel centro la vasca battesimale esagona (P. Gauckler, Basilique chrétiennes de Tunisie, Parigi 1913, tav. 16); dietro fu trovato un esteso cimitero cristiano con una imponente serie di tombe con decorazione a musaico; tra cui una con la rappresentazione del profeta Glona in riposo sotto la pergola. In una cappella absidata si rinvennero molti sepolcri chiusi, anch'essi con decorazione a musaico, delle quali le più notevoli vennero trasportate al Museo del Bardo a Tunisi. Si ricorda qui il musaico rappresentante l'interno d'una basilica cristiana in tutti i suoi particolari e l'iscrizione * Ecclesia mater Valentia in pace *. Notevole è l'iscrizione del diacono Crescentino in cui si legge:

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(da A. Merlin-I., Painsent, Guide du Musée Alsace, Yonisi 1888, tav. M. o. I)

Tabarca - Sepolcro cristiano a forma di cassa, con musaico raffigurante la defunta orante tra due candelari (sec. v) - Tabarca.

* Angelorum hospes, Martyrum comes, vitamque spirans placidam ad te sancte profectus sit nostri memor, grata pietate qua solet. Crescentinus diac(onus) in pace red(didit) III die Kal(endarum) aug(ustarum) s. Dei due coniugi Stercorius e Crescentia si dice che "perpetuitatis coronam acceperunt ". Una Victoria è detta Deo Jannitu; notevole è pure la seguente iscrizione: "Privata cum Victoria gaude virginitatis et confessionis victricia porrantes tropaea veste induta angelica in pace", segue l'acclamazione "dignis digna vincentibus corona". Di una vedova Vittorina si dice: "viduitatis et verecundiae preconium castitatis et pietatis exemplum"; del presbitero Privato si afferma che egli fu "disciplinae custos, pietatis magister»; di un Naucelius si fa questo elogio: "pauperu(m) amator, cultor Dei»; di una Castula si dichiara che ella "properans kastitatis sumere premia digna, meruit immarcescibilem coronam. Perseverantibus tribuet Deus gratiam ". In un sarcofago in marmo bianco è rappresentato il buon Pastore (A. Merlin, Découvertes effectuées en Tunisie, in Bull. arch. du Comité, 1907, p. 274).

Bibl.: L. La Blanchère e P. Gauckler, Catalogue du Musée Alaoui, Parigi 1887, pp. 117-20, tnv. 7; J. Fontain, Fouilles et explorations d T. et aux environs, in Bull. arch. du Comité, 1892, pp. 193-96; G. Benet, Les fouilles de T. en 1904, ibid., 1903, pp. 378-94; P. Gauckler, Mosaïques tomboles d'une chapelle de martyrs a Thabraca, in Fondation E. Piot. Monuments et mémoires, 13 (1906), pp. 179-227; P. Monceaux, Enquête sur l'épi. graph. chrét. d'Afrique, Parigi 1908, pp. 259-60; P. Gauckler, Inventaire des mosaïques, II, ivi 1911, pp. 330-37, nn. 940-1036; L. Poinasor e R. Lantier, L'arch. chrét. en Tunisie (1920-91), in Atti del III Congresso internaz. d'arch. crist., Roma 1934, p. 403 sgg .

Enrico Josi
TABARELLI, Riccardo. - Teologo stimmatino, n. a Cembra (Trentino) nel 1859, m. a Roma il 9 ott. 1909.

Insegnó filosofia e teologia scolastica, prima nelle scuole della sua Congregazione e poi a Roma all'Apollinare e presso l'Accademia di S. Tommaso d'Aquino, di cui era membro urbano. Partecipò al rinnovamento neoscolastico, stimolato specialmente dai contatti avuti in gioventù con il p. Kleutgen (v.), da cui attinse la solidità dei principi e la sicurezza del giudizio nell'individuare i nuovi errori e nell'uso della teologia positiva, che stava facendo i primi passi. La diretta conoscenza degli indirizzi della filosofia e teologia tedesca, la vasta cultura generale e una particolare efficacia nell'inquadramento dei problemi davano al suo insegnamento una cosi viva tensione che gli alunni superstiti, tra i quali S. S. Pio XII, ricordano ancora per il sicuro e forte orientamento impartito. E la scuola di p. T. non solo passo illesa attraverso la crisi modernista, ma con il suo sano spirito di modernità contribuì efficacemente a rintuzzarla. Combatté inoltre il rosminianesimo (v. L'ottimismo del monde, Parma 1887), il positivismo, il razionalismo e l'antitomismo di Frohschammer in una serie di saggi pubblicati nel Bollettino dell'Accademia di S. Tommaso. Dei suoi corsi teologici sono stati pubblicati il De Deo Uno (Roma 1906), che comprende le qq. 2-14 della Sum. Theol., $1^{2}$, e il De Gratia

Christi (ivi 1908), vasto commento alle qq. 109-11 della $1^{\text {a }}-2^{\text {de }}$. Il p. T., benché scagionasse Rosmini dall'accusa di panteismo, vedeva nella sua concezione dell'essere una derivazione diretta dalla filosofia tedesca, in particolare dal panteismo di Krause (De Deo Uno, cit., p. 125). Nella controversia sull'efficacia della Grazia, impressionato specialmente dalla terminologia di alcuni tomisti del ' 600 , che gli sembrava lesiva dell'umana libertà, inclinò ad una forma di congruismo mitigato (De Gratia, cit., pp. 260 sgg., 313 sgg.) che, anche se non può persuadere in sede di schietto tomismo, testimonia un sincero sforzo di comprensione (riconosciuto anche dalla domenicana Revue d. sciences phil. et théol., 2 [1908], p. 804 sgg.) per salvare l'efficacia intrinseca della Grazia e rendere la divina prescienza indipendente da qualsiasi oggetto estrinseco.

Bibl.: M. Grabmann, Dic Gesch. d. scholast. Methode, I, Friburgo in Br. 1909, p. 23, n.; P. Mondonnet-Destrez, Bibl. thom., Le Saulchoir, Köln 1921, nn. 1475, 1524; A. Michelitsche, Die Kommentatoren z. Summa Theol. des hl. Th. o. A., Graz-Vienne 1924, pp. 39-70; G. Lons, Nel primo centou. della nasc. di un grande teol. trentino, don H. T., in Strenua trentina, 28 (1951), p. 63 sg.

Cornelio Fabro
TABASCO, diocesi di. - Città sulla costa del Golfo di Messico e diocesi dello Stato di T. nella Repubblica del Messico.

Ha una superficie di 30.680 kmq . con una popolazione di 385.086 ab. di cui 322.627 sono cattolici. La diocesi conta 8 parrocchie, servite da 10 sacerdoti diocesani e 1 regolare; ha un seminario, 4 comunità religiose maschili e 4 femminili (Ann. Pont. 1933, p. 413). Il vescovo risiede in S. Juan Batista, fondata nel 1598 sotto il nome di "Villa Filippo II", conosciuta con il nome di "Villa Hermosa" fino al 1826, anno in cui assume l'attuale denominazione.

La diocesi fu creata il 25 maggio 1880 dal papa Leone XIII, per smembramento delle diocesi di Chispas, Oaxaca e Yucatán. Fu suffraganea dell'arcidiocesi di Messico fino al 1891; dal 1891 al 1906 divenne suffraganea di Oaxaca, infine dal 1906 della diocesi di Yucatán.

Bibl.: C. Crivelli, s. v. in Cath. Euc., XIV, col. 423; anon., s. v. in Enc. Eur. Am., LVIII, pp. 1375-77. Enrico Josi

TABEEL. - Con il nome "figlio di T. "è indicato, con un'allusione volutamente un po' misteriosa, in Is. 7,6, un personaggio che il re di Damasco Rasin e quello di Samaria Phaceo (Pogah) avrebbero voluto sostituire al re di Gerusalemme, Achaz, in punizione del suo rifiuto di entrare a far parte della lega antiassira che essi avevano progettata.

I due alleati tentarono di eseguire il loro piano e giungere ad assediare Gerusalemme, ma ne li distolse l'arrivo di Theglathphalasar III, che in quella spedizione abbatté definitivamente il Regno di Damasco (732).

Non si sa chi sia T. né suo figlio; non è nemmeno sicura la pronuncia del nome, che nel testo masoretico è vocalizzato Țâbhēel: il primo elemento țâbh
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(par cortesia del prof. d. Zoroite)
Tabernacolo - Sacello "Christi tabernaculum" con la tomba di Faustiniano e base dell'altare (sec. v) - Concordia Sagittaria.

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- buono * in ebr. dovrebbe essere piuttosto fäbh (con $\bar{a}$ aramaizzante; l'individuo designato era un arameo, di Damasco?). Il secondo sora -'al nella tradizione giudaico-masoretica per allusione alla particella 'al, "no, niente", ( - buono a niente"), in realtà sarebbe -'él come nelle versioni. In ebr. il nome dovrebbe essere Tābh'él, o Tābhi'él; cf. assiro Tāb-ilu.

Lo stesso nome portava un impiegato samaritano ricordato in Esd. 4, 7 (ove anche l'ebr. ha Tābhē'ēl).

Giovanni Rinaldi
TABELLA, udienze di. - Si chiamano così quelle udienze, che secondo un determinato turno sono concesse ai cardinali o ai prelati che sono a capo dei vari dicasteri della Curia romana.

Esse sono regolate secondo apposito elenco (tabella) regolato ogni anno dal Sommo Pontefice ed hanno carattere privato. Differiscono perciò dalle udienze speciali concesse alle persone di alto rango amministrativo o sociale, da quelle generali concesse a gruppi più o meno numerosi. Queste si svolgono a seconda del numero dei partecipanti, nelle varie sale o cortili, nella Basilica Vaticana o addirittura nella grande Piazza di S. Pietro. Alla concessione delle udienze è preposto l'ufficio del Maestro di Camera di S. Santità (v.).

Bibl.: G. Moroni, LXXXII, p. 38 e sgg. Quirino Paganuzzi
TABERD, Jean Louis. - N. il 18 giugno 1794 a St-Etienne (Loire), m. a Calcutta il 31 luglio 1840.

Sacerdote il 27 luglio 1817 esercitò il ministero a Lione; nell'ag. 1820 entrò nel Seminario delle Missioni Estere di Parigi ed il 7 nov. dello stesso anno partì per la Cocincina; nel 1824 divenne superiore della Missione, ed il 18 sett. 1827 fu nominato vescovo titolare d'Isauropolis e vicario apostolico di Cocincina, consacrato il 30 maggio 1830 a Bangkok. Si adoperò specialmente alla formazione del clero indigeno e allo sviluppo della antica istituzione delle "Amanti della Croce». Ai primi del 1833 la persecuzione lo obbligò a rifugiarsi nel Siam, dove il re Prasat-Thong gli chiese di accompagnare il suo esercito nella conquista della Cocincina. Il T. si rifiutò e dovette fuggire a Singapore ( 1834 ), dove apprese che i cristiani della Cocincina lo ritenevano in parte responsabile delle loro disgrazie ed allora credette più opportuno di farsi dare un coadiutore nella persona di mons. Etienne Cuenit. Dopo averlo consacrato il 3 maggio 1835 andò in India come vicario apostolico interinale del Bengala. Compose un Dictionarium annamitico-latinum e un Dictionarium latino-annamiticum.

Bibl.: A. Launay, Mémor. de la Soc. des Missions Etrang. de Paris, Parigi 1916, pp. 589-90. Antonio Anoge

TABERNACOLI, FESTA dei. - Una delle tre feste annuali d'Israele, con la Pasqua e la Pentecoste, in cui «ogni maschio» doveva «comparire davanti al Signore Iddio" (Ex. 23, 17) a Gerusalemme (festa del pellegrinaggio).

La "festa delle capanne" (ebr. bagh has-sukkāth; Lev. 23-34) era chiamata anche semplicemente "la festa" (Ex. 45, 25), a motivo della sua popolarità e gaiezza, e ritenuta la più "santa" (Filone, De septenario, 10). Veniva celebrata sei mesi giusti dopo la Pasqua, dal 15 al 21 di tibrl, a cui si aggiungeva il 22 tibrl come giorno di
chiusura del ciclo delle feste annuali: il 15 e il 22 era imposta l'astensione dai lavori servili, come al sabato (Lev. 23, 35-36). La notizia del trasferimento di questa festa nel Regno settentrionale al mese successivo, di cui in I Reg. 12, 32-33, è forse dovuta a una glossa.

La f. dei T. aveva fondamentalmente il carattere di ringraziamento a Dio al termine del raccolto dell'uva e in generale dei frutti della campagna, donde il nome di "festa del raccolto" (Ex. 23, 16), e quindi festa di chiusura dell'anno agricolo (cf. "al termine dell'anno" ibid. 23, 16). L'interpretazione che vi vede una originaria festa di capodanno, in corrispondenza ad una usanza cananea (non dimostrata e improbabile) di iniziare l'anno alla "festa d'autunno", è infondata. L'epoca in cui avveniva spiega l'eccezionale dovizia delle offerte che vi si facevano, specialmente i ricchi sacrifici di animali (Num. 29, 12-38), tra il tripudio del popolo, che partecipava ai riti con rami in mano, da agitarsi secondo determinate regole nei momenti salienti della cerimonia (Lev. 23, 40: da una interpretazione di questo testo derivò l'uso di avere nella sinistra un ramo di limone con i frutti [ebr. postbibl. 'ethrāgh], e nella destra un mazzetto di rami di palma e mirto, detto lālābh, o, secondo G. Dalman, lālābh). Inoltre la festa aveva carattere commemorativo in riferimento alle origini israelitiche: doveva ricordare il tempo della peregrinazione nel deserto, quando Israele abitava sotto le tende. Di qui la sua caratteristica : durante gli otto giorni della solennità si abitava in capanne, che si costruivano all'aperto con rami dialberi (la prescrizione relativa risulta solo da Neh. 8, 15). A questa particolarità si riferisce il nome "scenopegia" ( $\sigma \times \eta \nu \sigma \pi \eta \gamma i a$ ) dato alla festa in epoca ellenistica (I Mach. 10, 21; Jo. 7, 2).

Le usanze giudaiche relative alla festa sono descritte in un apposito trattato della Mišnāh (II, 6: Sukkā̄). Tra l'altro vi si parla di una solenne libazione, forse allusiva al miracolo della roccia del deserto (Ex. 17, 1-7), di cui non si hanno che probabili indizi nel Vecchio Testamento (I Sam. 7, 6 ecc.): durante la cerimonia si cantava il testo di Issia sulle "acque di salvezza" (Is. 12, 3). A questo rito alludono le parole di Cristo preferite "nell'ultimo della scenopegia": "Se qualcuno ha sete, venga a me e beva" (Jo. 7, 37).

Bibl.: G. Felten, Storia dei tempi del Nuovo Test., trad. it., II, Torino 1913, p. 253 sgg.; R. de Vaux, Le schisme religieux de Jéroboam I, in Angelicum, 20 (1934), p. 77 sgg.

Giovanni Rinaldi
TABERNACOLO (Tabernaculum). - Dal latino taberna ( $=$ baracca costruita con tavole di legno), indica l'attendamento da campo dell'esercito romano; corrisponde a casetta a doppio spiovente con chiusura a tendaggi (cf. sculture nelle colonne Traiana e Aurelia), e tenda di magistrati romani in missione.

Nella bassa latinità t. equivale anche ad edicola sacra in forma di casa e di qui passò a significare una forma precisa di tomba; non doveva essere dissimile dalle tet-

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(da Studia Eucharistica, Anverso 1818, sec. 8)
Tabernacolo - Torre eucaristica, opera di Matteo Lajens (1420), alta m. 12,50 - Lovanio, chiesa di S. Pietro.
toie teg(u)latae (donde si spiega come sepolcri si trovino sub teglata) una specie di ciborium con un tetto coperto di tegole. Come dice un'iscrizione del sec. v(scavi 1950) di Concordia Sagittaria (Venezia), la voce t. indica anche sacello, cappella funeraria, piccolo vano rettangolare, a celle, la cui apertura era inquadrata da colonnine a guisa di protiro e nicchie, a tre a tre, allineate sullo sfondo a perimetro esterno rettangolare; questo recinto sepolcrale, con copertura a vòtta, era provvisto di altare con reliquie, posto dinanzi alla tomba di Faustiniana, Jamula Christi, la quale raccomanda se stessa e la sua sepoltura "Christi tabernaculo ac sanctorum memoriae». In questo senso t. ricorre anche a Tipasa; infatti accanto alla chiesa martyrium di S. Salsa, un'iscrizione dice che questo oratorio, in relazione al culto tributato alla Santa, era la memoria iniziale, il breve tabernaculum, dove, secondo la Passione, il corpo della Santa aveva riposato.

Nella liturgia cattolica t. è un'edicola chiusa ed elevata, posta nel centro dell'altare dove si conserva la S.ma Eucaristia. Anticamente le sacre Specie si custodivano nel conditorium (armadio) in loculi speciali a forma di edicola, in sacristia, o sotto la mensa dell'altare, nel muro dell'abside; nel sec. xi cominciarono a conservarsi sull'altare (cf. Admonitio synodalis [PL 96, 1375] e Reginone di Prüm, De synodalibus causis [PL 132, 87]), entrando così nell'uso liturgico le colombe eucaristiche sospese sotto il tegurium o ciborium, che richiama ancora il significato primo di t., mentre conditorium richiama il concetto di sepolcro. Nel sec. xir la voce assume nome e funzione di t., come edicola praticata presso i muri dell'altare, notevoli sono pure le torri eucaristiche gotiche. Nel sec. xv si ha il vero e proprio t. Per primo il vescovo di Verona; G. Matteo Giberti (1524-43), costrui nella sua Cattedrale l'altare maggiore con nel mezzo un t. eucaristico. Così sesso diviene ben presto il centro del culto eucaristico con carattere permanente, cioè anche fuori della Messa; e l'arte lo arricchisce con i più eleganti partiti costruttivi e decorativi. La primitiva edicola assume forme di tempietti rettangolari, ottagoni, rotondi, con colonne, statue, marmi, bronzi, ecc. Sopra il tempietto è posta la Croce e nel centro si apre
una porta, quasi sempre cesellata e spesso arricchita di pietre preziose e di figurazioni sacre. Gli schemi artistici classici o barocchi creano una svariata iconografia del t., che, in piccolo, riproduce i partiti della grande architettura. Nel rito bizantino l'artoforio corrisponde al t. del rito latino" (C. Costantini).

Fra i t. più notevoli per valore artistico, elegante struttura e squisita decorazione, vanno ricordati i t. dell'Orcagna in Orsanmichele a Firenze, di Mino da Fiesole nella cappella Medici della chiesa di S. Croce a Firenze, di I. Sansovino nel Museo naz. di Firenze, del Vecchietta sull'altar maggiore della cattedrale di Siena, di A. Riccio nella cappella del S.mo Sacramento della basilica di S. Maria Maggiore a Roma, di G. L. Bernini nella cappella del S.mo Sacramento nella basilica di S. Pietro a Roma (v. anche eucaristia nella liturgia, V, coll. 775-79).

Birl.: Ch. Daremberg-E. Saglio, Tabernaculum, in Dictionn. des Antiq., V, pp. 11-13; G. Jacob, L'arte a servizio della Chiesa, Pavia 1900, passim; E. Diehl, Inscript. lat. christ. est., Berlino 1951, 2064; C. e G. Costantini, Fede ed arte, II, Roma 1946, passim; P. L. Zovetto, T. in un'epige. sepolcr. concordato, in Epigraphica, 11 (1949), pp. 64-67; id., Antichi monumenti cristiani di I. Concordia Sag., Roma 1950, p. 43 spp.

Paolo Lino Zovetto
Norme liturgiche. - L'uso, introdotto dal vescovo di Verona, fu appoggiato dai Papi e nel 1614 Paolo V nella edizione del Rituale romanum in rase obbligatorio per tutta Roma e ne raccomandò l'uso anche ad altre diocesi. Fuori d'Italia tardò ad introdursi, nonostante che il Sinodo provinciale di Tolosa del 1590 lo avesse imposto. Il Sinodo provinciale di Costanza del 1609 invece lasciava libertà per la conservazione della S.ma Eucaristia * vel in ipso altari secundum morem romanum vel in latere sinistro chori prope altare" (F. Rallele, Dev Tabernahol einst a. jetzt, Friburgo in Br. 1908, p. 422). Si continuò così fino al 21 ag. 1863 , quando la S. Congregazione dei Riti impose l'adozione del t. sull'altare, vietando ogni altra forma di custodia della S.ma Eucaristia. L'obbligo è stato ribadito dal can. 1269 del CIC. La Congregazione dei Sacramenti, poi, in data 26 maggio 1938 ha emanato un'Istruzione che dà norme precise in materia (AAS 30 [1938], pp. 198-207). Nell'attuale disciplina della Chiesa la S.ma Eucaristia deve esser dunque conservata unicamente nel t. fisso e inamovibile posto nel mezzo delPaltare. Esso è obbligatorio per tutte le chiese cattedrali e parroccihiali. Nelle cattedrali e collegiate a motivo dell'ufficio corale il t. non deve stare sull'altare maggiore ma in altro altare laterale o in una cappella destinata appositamente a questo fine. Nelle chiese parroccihiali invece il t. deve stare sull'altare maggiore; niente tuttavia proibisce che possa stare in altro altare convenientemente ornato. L'Eucaristia non può essere conservata che in un solo t. (S. Congr. dei riti, decr. 3449, ad 1).

Non vi sono norme riguardanti la forma del t. : essa è lasciata al genio dell'artista; ma è
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(Int. Aliverti. Tabernacolo - T. di Giovanni della Robbia - Firenze, Museo nazionale.

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sempre necessario che abbia una sola apertura e che lo sguardo non penetri nel suo interno. E proibito collocarvi dentro delle lampadine elettriche. L'interno deve essere dorato o ricoperto almeno di seta bianca (S. Congr. dei Riti, decrr. 3150, 3254, 3709, 4035). Il t. non deve servire per base a statue, immagini o reliquie (decr. 2613, 2740); vi può esser collocata sopra la Croce per la Messa, quando non si può provvedere altrimenti (decr. 4136). Il tronetto per la esposizione vi può esser collocato soltanto durante l'esposizione solenne del S.mo Sacramento. Oltre la S.ma Eucaristia niente altro può essere custodito nel t., il quale deve sempre essere coperto da un conopso di stoffa bianca o dei colori liturgici del giorno. L'uso del conopso è tassativo (decr. 3520, 4137), ma in caso di t. grandiosi o artistici la legittima autorità può dispensare dal conopso. La chiave del t. deve essere d'oro o d'argento, e, se di ferro, argentata o dorata, e deve essere gelosamente custodita dal parroco o da persona addetta alla chiesa che riscuota la sua piena fiducia. Davanti al t. deve ardere giorno e notte almeno una lampada alimentata con olio o cera di api, o, in mancanza di esso, su parere dell'Ordinario del luogo, con altri olii vegetali (can. 1271). - Vedi tav. CXIX.

Bibl.: J. Braun, Der christl. Altar, Monaco 1932; L. R. Barin, Catech. litur., I, Rovigo (1934), pp.