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 deve ardere giorno e notte almeno una lampada alimentata con olio o cera di api, o, in mancanza di esso, su parere dell'Ordinario del luogo, con altri olii vegetali (can. 1271). - Vedi tav. CXIX.

Bibl.: J. Braun, Der christl. Altar, Monaco 1932; L. R. Barin, Catech. litur., I, Rovigo (1934), pp. 306-11; L. Eisenhofer, Comp. di lic., Torino-Roma 1940, pp. 61-62; L. Köster, De custodia S.mae Eucharistiae, Roma 1940; A. Grazioli, Nel centen. della morte di G. M. Giberti, in Scuola cattol., 1945, p. 113 sgg.; M. Righetti, Man. di Stor. Lit., I, Milano 1950, pp. 426-28, Silverio Mattei

TABERNACOLO (TENDA) DI RIUNIONE (cbr. 'öhel, per lo più seguito da möe édh: «t. da convegno»). - Santuario smontabile e trasportabile (Settanta: oxŋvò тoũ paşuplou; Volg. Tabernaculum testimoni o foederii) costruito su ordine divino da Mosè per il culto del popolo d'Israele e officiato fino alla costruzione del Tempio di Gerusalemme.

Fu preceduto probabilmente da una tenda sacra (Ex. 33, 7-11), santuario provvisorio, trasportato da Mosè fuori dell'accampamento in punizione dell'adorazione del vitello d'oro. Quando vi si recava Mosè la nuvola sostava al suo ingresso ed il popolo si prostrava agli ingressi delle tende. In Ex. 16, 33-34, ricorre un luogo davanti a Jahweh v detto ha-'édhuth (s precetto s, indicante forse le tavole della legge), dove si conservò un 'ömer di manna; non risulta se si debba identificare con il detto t. provvisorio o con il T.

La descrizione del T. è in Ex. 25-27; l'esecuzione ibid., 36-38; l'erezione e la consacrazione ibid. 40 (cf. Fl. Giuseppe, Astig. Iud., III, 6). Il principale artefice ne fu Beseleel (v.), figlio di Hur, della tribù di Giuda, coadiuvato da Ooliab, figlio di Achisamech della tribù di

Dan, che all'uopo furono ripieni di spirito di Dio (Ex. 31, 1-11; 36-38). Dio ne mostrò il modello a Mosè sul Sinai. Vi contribuì il popolo con offerte spontanee e vi si impiegarono 29 talenti d'oro (kg. 1400) e 730 sicli, 100 talenti di argento (kg. 4300) e 1775 sicli. Si componeva dell'atrio e del t. o tenda e relative suppellettili.

L'atrio era rettangolare (cubiti 100, ai lati nord-sud, per 50 est-ovest) delimitato da tendaggi di biso ritorto agganciati a colonne ( $20 \times 10$ per lato, alte 5 cub.), con capitelli di acacia (v.) e rivestimento in argento e basi
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(da 2. Roethge, A Dictionary of the Bible, IF, Edinburgo 1609, p. 661) Tabernacolo (Tenda) di riunione - In alto; Piante del T. di riunione: A sirio; B Santo; C Santissimo; a altare degli olocauati; $b$ conca di rame; c altare dei profumi; $d$ candelabro d'oro; e mensa dei pani di proposizione; f Arca dell'Alleanza. In basso: modello del T. con le due coperture rimosse, mostrandi l'armatura: aa copertura con figure di cherubini; bb copertura di pelo di montone; $c$ armatura d'angolo; $d d d$ trasverse; evelo; $f$ tendaggio anteriore.
in bronzo scagliona-
te alla distanza di 5 cub., e tesi con corde agganciate a pioli. L'ingresso era sul lato est, largo 20 cub., costituito da un tendaggio ricamato con violetto, porpora, scarlatto e bisso ritorto pendente da quattro colonne come sopra, sollevabile. Le tende erano infilate a li stelli ed appese ai ganci delle colonne; all'atrio potevano accedere tutti gli Israeliti.

Il t. propriamente detto era la sede di Dio, da dove si manifestava ad Israele. Situato al centro dell'atrio con l'ingresso ad est, era un rettangolo lungo 30 cubiti, alto e largo 10 (mq. 75), e diviso da un velo in due parti: 1) il \& Santo $*$, di cubiti 20 lung. $\times$ 10 alt. $\times 10$ larg.; 2) il \& Santo dei Santi* o *Santissimo s, cubo perfetto (cubiti $10 \times 10 \times 10$ ), avvolto in mistica oscurità.
Risultava di un'armatura in legno di acacia rivestito in oro, sostenente un tendaggio prezioso all'interno e protetta da coperte all'esterno. L'armatura si componeva di 48 tavoloni, di cub. 10 alt. $\times 11 / 2$ larg., poggianti ciascuno su 2 basi d'argento e con 2 incastri per l'agganciamento: disposti $20 \times 20$ ai lati sud-nord, 6 ad ovest, 2 rinforzati e forse sporgenti agli angoli di fondo ovest : fasciati tutt'intorno con 15 traverse (di acacia rivestita d'oro), 5 per lato (la sola mediana fasciante tutta la parete), infilate in anelli d'oro infissi ai tavoloni. All'interno si appendevano due pezze tessute come il tendaggio dell'atrio, ma con figure di cherubini, di 5 cubiti ciascuna, ottenute con dieci teli cuciti tra loro (cub. 28 lung. $\times 4$ larg.), allacciate con 50 legacci e 50 fermagli d'oro al di sopra del velo che separava il \& Santo * dal *Santissimo s.

Le coperte esteriori erano tre. La $1^{2}$ era un tessuto di pelli di capra di cub. $30 \times 4$ (diviso in due pezze, una di 5 , l'altra di 6 teli, $=11$ ) ed unito con legacci e fermagli (di bronzo) come il telo di sopra. Essendo più lungo ed ampio dell'altro (di 4 e 2 cub.), i suoi bambi ricadevano in terra coprendo il velo interno e si ripiegavano sul davanti. La $2^{2}$ copertura era di pelle di montone tinta in rosso, e la $3^{a}$ di pelli di tahal (tasso, dellino, dugong ?). Il velo di separazione del \& Santo e dal \& Santissimo s era come il velo interno: appeso a 4 colonne di acacia rivestite d'oro e uncini d'oro e con basi d'argento. Una cortina pendeva all'ingresso del \& Santo e ed era come la precedente: lavoro di intreccio, ma senza cherubini; appesa a 5 colonne come sopra.

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Tabitha - S. Pietro resuscita T., del Guercino (sec. xvII) - Firenze, Galleria Pitti.

Il T. racchiudeva gli arredi del culto. Nel "Santissimo " era l'Arca dell'Alleanza (v.). Nel "Santo": 1) la mensa dei pani della proposizione (v.), rettangolare (cub. 2 lung. $x$ I larg. $x$ I $1 / 2$ alt.), di legno di acacia rivestito d'oro: con un listello d'oro per tenere fermi i piedi oppure con un bordo d'oro agli orli della mensa; in 4 anelli d'oro s'infilavano le stanghe; vi si collocavano 12 pani (corrispondenti al numero delle 12 tribù); poi palette, piattelli, coppe e tazze, tutto in oro, per le libazioni; 2) il candelabro (v.) a sette bracci al lato sud; 3) l'altare dei profumi (v. altare) tra la mensa e il candelabro. Il profumo era composto di stacte (styrax officinalis), onice (unguis odoratus), galbano, incenso (boswellio thurifera). Nell'atrio, infine, vi era l'altare degli olocciati e la conca ( "mare") di rame, con sottocoppa per l'acqua delle abluzioni dei sacerdoti officianti (Ex.30, 17-21; 38, 8). Il simbolismo del T. è evidente (cf. Hebr. 8-9; Apoc. 13, 6; 15, 5; 21, 3). Ogni oggetto aveva un simbolismo proprio.

In sei mesi furono costruite le singole parti separatamente, ed il $1^{\circ}$ giorno di nfale del $2^{\circ}$ anno dell'Esodo il T. fu eretto e consacrato da Mosè : la nuvolo-gloria di Jahweh l'avvolse prendendone possesso (Ex. 40). Il T. seguì gli Israeliti nelle loro vicende dal deserto alla Terra Santa: in Galgala (Ias. 4, 19; 5, 10; 9, 6; 10, 6 sg. 9. 15. 43; 14, 6); in Silo (ibid. 18, 1; 19, 31; Iudc. 18, 31; 21. 19; I Sam. 1-4; 14, 3; Ps. 78, 60); in Nobe (I Sam. 21, 1); in Gabaon (I Par. 16, 39; 21, 29; II Par. 1, 3); sul Sion (I Reg. 3, 4). Costruito il Tempio, fu conservato come una reliquia in una sala superiore di esso. Geremia l'avrebbe nascosto insieme all'arca in una caverna del M. Nebo prima della caduta di Gerusalemme (587); dopo l'esilio non fu più ritrovato (II Mach. 2, 4-5).

La storicità del T. fu negata dalla scuola di Wellhausen (proverrebbe dal documento $P$, e riprodurrebbe il modello del Tempio di Gerusalemme). Ma la sua fabbricazione era richiesta dalle esigenze cultuali. Oggi vi si riscontrano tradizioni anteriori al Tempio di Gerusalemme (C. R. North, J. Engnell, ecc.), e si concede l'esistenza dell'anfictionia delle 12 tribù intorno ad un santuario centrale (M. Noth, A. Alt, M. Frank, J. Cross) o ad una tenda sacra (T. H. Robinson).

Bibl.: P. X. Kortleitner, Archacol. Bibl., Innsbruck 1917, pp. 50-102 (bibl. a p. 50 sg.); M. Noth, Das System der zwölf Stämme Israels, Stoccarda 1930; M. Frank, Staatenbildung der Israeliten in Palästina, Lipsia 1930; E. Kalt, Archeol. Bibl., trad. it., $2^{2}$ ed., Torino 1944, pp. 94-102; J. Cross, The tabernacle, in Bibl. archaeologist, 10 (1947), n. 5; W. O. E. Oesterley-T. H. Robinson, Hebrew religion, Londra 1949, p. 162 sg.; G. E. Weight, The Old Test. against its environment, ivi 1950, pp. 24.

61: T. H. Robinson, A bist. of Israel, I, Oxford 1921, p. 110; C. R. North, in The Old Test. and modern Study di H. H. Rowley, ivi 1951, p. 69; W. F. Albright, De l'âge de la pierre à la chrétienté, trad. fr., Parigi 1951, p. 195.

Bonaventura Mariani
TABITHA (Təßı $\delta \dot{a})$. - Cristiana ( $\mu \alpha-$ $\vartheta \dot{\eta} \tau \rho \alpha \alpha$ "discepola ") della primitiva Chiesa di Ioppe, risuscitata da s. Pietro (Act. 9, 36-42).

Con le sue sostanze soccorreva i bisognosi ed era "ricca di opere buone". E possibile appartenesse al gruppo delle "vedove" (il cod. Sessoriano 82 la dice "vedova"), già organizzate fin dal tempo dell'ordinazione dei sette Diaconi (Act. 6, 1), benché forse ancora non così come appare da I Tim. 5, 9 sgg. Venuta a morte mentre s. Pietro si trovava a Ladda, tre ore da Ioppe, fu da lui risuscitata in circostanze che in parte richiamano la risurrezione della figlia di Giairo (Mc. 5, 33-43), alla quale infatti s. Pietro aveva assistito e che s. Luca poteva conoscere anche dal Vangelo di s. Marco. A torto gli acattolici Baur, Holtzmann, Pfleiderer, Knopf considerano questo miracolo un "doppione" per negarne la storicità.
T. è trascrizione dell'aram. tébita (ebr. sebhijjäh, greco $\theta \eta \sigma \varepsilon \tilde{\alpha} \varsigma$ ), "gazzelia" (considerata dai Semiti e dalla Bibbia come tipo di bellezza; cf. l'ebr. sébhî, " ermamento "); era molto usato come nome di donna a somiglianza di altri nomi di animali (Rachele, Debora, Iemina).

BibL.: E. Jecquier, Les Actes des Apôtres, Parigi 1926, pp. 307-10; J. Viteau, L'institution des diacres et des veuves, in Revue d'histoire ecclésiastique, 22 (1926), pp. 321-26. 328-34; A. Steinmann, Die Apostolgeschichte, Bonn 1934, p. 101 sg. (con bibl.); G. Ricciotti, Gli Atti degli Apostoli tradotti e commentati, Roma 1951, p. 179 sg.

Archeologia. - In un frammento di sarcofago di Arles è rappresentata la scena del miracolo della resurrezione di T., secondo la narrazione degli Act. 9, 36-42: l'Apostolo si avvicina al letto dove fa defunta T. è deposta, le prende il braccio ed essa si solleva; in primo piano sono due vedove velate, dinanzi all'Apostolo due altre figure femminili in ginocchio. Lo stesso soggetto è stato identificato da G. Wilpert in un sarcofago di St-Maximin; esso poi è riprodotto in un avorio del British Museum.

BibL. : O. M. Dalton, Catalogue of the isories of the British Museum, Londra 1909, tav. 7, n. 292; Wilpert, Sarcofagi, I, tav. 145, 6-5.

Enrico Josi
TABORA, vicariato apostolico di. - E situato nella parte centro-occidentale del territorio del Tanganika ed è affidato alla Società dei Missionari d'Africa (Padri Bianchi).

L'1 i genn. 1887, in seguito alla divisione dell'allora pro-vicariato di Tanganika, fu eretto il pro-vicariato apost. di Unyanembe, il cui vasto territorio subì in seguito diverse riduzioni per la creazione di nuove circoscrizioni ecclesiastiche con conseguenti modifiche di confine, e nel 1897 fu eretto come vicariato apost. Il 13 maggio 1925 il suddetto vicariato ebbe mutato il nome in quello di T.

Ha una superficie di 85.000 kmq . con 431.000 ab . di cui cattolici indigeni 25.748 , esteri 200, catecumeni 6307 , protestanti ca. 9000 , maomettani ca. 46.000 , pagani ca. 340.000 . Sacerdoti indigeni 1, esteri 38 , fratelli laici 7 , suore 89 , di cui 63 indigene con 7 novizie; seminari : 1 regionale con 65 alunni, 17 dei quali appartenenti al vicariato apost. di T. Numerose (86) e ben frequentate le scuole. In 8 centri vi è una associazione maschile e femminile per l'Azione Cattolica. Una tipografia, di proprietà del vicariato, stampa un periodico in 7500 copie.

BibL.: AAS, 17 (1927), p. 447; MC, 1950, p. 190; A Cath. Direct. of East Africa, Mombasa 1950, pp. 103-106. Carlo Corvo

TABORITI: v. BOEMI FRATELLI.
TABRA e TABRATHA, santi martiri : v. TEONESTO, TABRA E TABRATHA, santi martiri.

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TÀBU (TÁpu). - Parola polinesiana risultante da due elementi : ta "marcare, notare", bu particella intensificativa, conservanti ciascuno il proprio accento, onde si pronunzia tábu, con significato di cosa di cui è proibito l'uso e il contatto; la parola t. è entrata nell'etnologia religiosa per esprimere l'interdizione sacra con significato analogo a quello del lat. sacer e del greco $\dot{\alpha} \gamma_{10} \varsigma$ ( $\dot{\alpha} \gamma \gamma^{\prime} \varsigma$ ).

La violazione di questa interdizione porta con sé sanzioni non tanto di carattere giuridico quanto provenienti dal potere soprannormale che si sprigiona dalla persona o dalla cosa t. e appare come la manifestazione di una invisibile, ma presente forza nociva.

Il t. è «ambivalente» ha cioè un doppio aspetto positivo e negativo, favorevole e sfavorevole secondo la condizione sacrale delle persone che vengono con esso a contatto. A quelle che stanno nelle disposizioni volute il contatto oltre a non recar danno, ne aumenta la sacralità; a chi non si trova nelle volute condizioni il contatto è dannoso. Una volta venuto in contatto con la persona o la cosa t., sia legittimamente sia illegittimamente, l'individuo rimane "tabuato", cioè investito agli stesso di un influsso che potrà recare agli altri effetti funesti, se prima di rientrare nella vita normale non venga annullato mediante una purificazione (v.).

Varie SPECIE DI T. - Persone. - In Oceania, dove il t. ha trovato l'applicazione più vasta, la persona del re (e dei sacerdoti) era talmente sacra che qualunque cosa egli toccasse la rendeva interdetta, per cui doveva lasciarsi imboccare e nessuno poteva avvicinarlo né pronunziare il suo nome, né violare la sua proprietà. Il t. delle persone sacre esiste in tutte le religioni non cristiane; basti ricordare in Roma i t. a cui era sottoposto il flamine Diale.

Cose. - Anche gli oggetti, i luoghi, i nomi in relazione con la sacralità sono t. Come principio generale si può affermare che sono, religiosamente, t. o interdetti tutti gli oggetti o usi più recenti rispetto a quelli più antichi. Così si spiega nella religione romana e nella superstizione popolare il t. che colpisce, per gli usi religiosi, il ferro, metallo di uso più recente e di lavorazione più misteriosa rispetto al rame; il t. che grava sul luogo e gli oggetti dell'iniziazione giovanile e delle società segrete dei selvaggi nei riguardi delle donne e dei fanciulli; il t. che grava su alcuni cibi (in molti casi residuo di credenze totemistiche) : il pesce a Gerapoli di Siria, il canguro presso varie tribù australiane, le carni in genere presso gli orfici, le fave presso i pitagorici, ecc.

Tempo. - Anche certi giorni e periodi di tempo possono essere t. specialmente in relazione a fenomeni lunari o a ricorrenze o circostanze della vita sociale: caccia, pesca, guerra, agricoltura, feste varie.

Malattia e morte. - Dato il concetto animistico che la malattia e la morte sono effetto di mali spiriti o comunque di mali influssi o potenze penetrate nell'organismo, si capisce che il malato e il cadavere siano t. e che coloro che sono venuti con essi a contatto siano rimasti contagiati dalla medesima impurità.

Sesso e sangue. - I t. sessuali sono assai numerosi e si estendono da quanto è connesso con il fenomeno della generazione (fecundazione, gravidanza e parto), fino ai t. della parentela (v. esodamia; incesto), particolarmente a quello della suocera, rimasto come argomento di scherzo nel folklore universale. Con il tempo il t. tende a sparire come interdizione di carattere religioso-sociale. Non sparisce del tutto però, giacché rimane vivo in tutti i casi di credenze animistiche individuali ( t . funerari, sessuali, alimentari, ecc.), in parte incorporandosi all'etica sociale, in parte restando come sopravvivenza negli strati meno evoluti della popolazione.

Bibl.: G. Turner, Samoa a hundred years ago and long before, Londra 1884; W. W. Skeat, Malay Magic, ivi 1900; A. Van Gennep, Tabou et totémisme à Madagascar, Parigi 1904; J. G. Prassi, The Golden Bough, III, Taboo and the perils of the soul, Londra 1911; E. Durkheim, Les formes élémentaires de la vie relig., Parigi 1912; R. R. Marett, The threshold of religion, Londra 1914; H. Webster, Rest Days. A study in early
law and morality, Nuova York 1916; F. R. Lehmann, Die polynesischen Tabusitten, Lipsia 1930; J. Lublinski, Ursprung und Entwicklung des Begriffes tabu, in Studi e mat. di storia delle relig., 13 (1927), pp. 215-26. Nicola Turchi
«TABULAE LUSORIAE»: v. Giuochi.
TACÁMBARO, diOcesi di. - Città e diocesi del distretto di Messico, nello Stato di Michoacan (Repubblica del Messico).

Ha una superficie di 30.000 kmq . con una popolazione di 250.500 ab. dei quali 250.000 cattolici; conta 27 parrocchie servite da 44 sacerdoti diocesani; ha un seminario, 8 comunità religiose femminili (Ann. Pont. 1953, p. 413).

La diocesi fu eretta con decreto della S. Congregazione Concistoriale il 26 luglio 1913 con 7 parrocchie della diocesi di Yucatán e 16 della diocesi di Zamora. Il suo primo vescovo, mons. Leopoldo Lara, prese possesso della diocesi solo nel 1920. E suffraganea dell'arcidiocesi di Morelia.

Bibl.: AAS, 5 (1913), p. 430; anon., s. v. in Enc. Eur. Am., LVIII, p. 1460. Enrico Josi
TACCA, Pietro. - Scultore ed architetto, n. a Carrara il 6 sett. 1577, m. a Firenze il 26 ott. 1640.

Stabilitosi a Firenze nel 1592, entrò alla scuola del Giambologna, sotto la direzione del quale collaborò, tra l'altro, alle porte di sinistra del duomo di Pisa (Adorazione dei Magi, 1601). Alla morte del maestro, gli succedette ( 1609 ) nella carica di a statuario di corte» e ne terminò varie opere, tra le altre il Monumento a Ferdinando I nella piazza della S.ma Annunziata di Firenze. Tra i lavori giovanili oltre la Statua equestre di Filippo III di Spagna a Madrid (1613), va annoverato, probabilmente, anche il popolare Porzellino in bronzo della Loggia del Mercato Nuovo in Firenze, replica di un antico originale in marmo degli Uffizi. Il capolavoro del T. sono i Quattro mori collocati ( 1623 e 1625 ) sulla base del Monumento a Ferdinando I eretto dal Bandini a Livorno, che già preannunciano il barocco. Vicino al Giambologna il T. è pure nel gusto delle due fontane della piazza della S.ma Annunziata in Firenze (collocate soltanto nel 1641) che gli erano state commissionate per Livorno. Dopo aver eseguito i modelli per le statue colossali in bronzo dorato di Ferdinando I e Cosimo II per la cappella dei Principi in S. Lorenzo di Firenze, attese (post 1634) al Monumento equestre di Filippo IV di Spagna (Madrid) audacemente realizzato con il cavallo che si impensa sulle zampe posteriori (per questo suo lavoro il T. ebbe presente un ritratto di quel re dipinto dal Rubens), che fu collocato nel 1642 dal figlio Ferdinando (n. a Firenze nel 1619, m. ivi nel 1686) suo discepolo e continuatore, autore, tra l'altro, del bel Bacchino della fonte di piazza di Prato.

Bibl.: anon., s. v. in Thieme-Becker, XXXII (1938), pp. 390-91, con bibl. anteced.; V. Martinelli, Appunti Romanhi à la sculpture ital. de la première moitié du XVII e siècle, in XVII Congrès intern. d'hist. de l'art. Résumé des rapports, Amsterdam 1959, p. 36 sgg. Amalia Mezzetti

TACHARD, Guy. - Gesuita missionario, n. ad Angoulême il 7 apr. 1651 ; m. nel Bengala il 21 ott. 1712.

Dopo vari anni di insegnamento nei Collegi dell'Ordine, accompagnò il maresciallo D'Estrées in un lungo viaggio nelle colonie dell'America meridionale ( $1680-84$ ); nel 1685 visitò con l'ambasciatore francese. M. Chaumont, la corte del Siam, tornando quale interprete con gli ambasciatori siamesi, che presentò a Luigi XIV e al Papa; nel 1689 ripartì per l'India, esercitando il suo ministero nel Bengala.

Oltre a parecchie lettere importanti, inserite nelle Lettres édifiantes et curieuses (II, Parigi 1843, pp. 317-29; 425-37) pubblicò: Voyages de Siam des Pères fésuites envoyez par le Roy aux Indes et à la Chine, avec leurs observations astronomiques et remarques de physique, de géographie, d'hydrographie et d'histoire (ivi 1686; vers. it., Milano 1693); Second voyage du p. T. et des fésuites, envoyez... au Royaume de Siam avec... (ivi 1686). Le due

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(da Ch. Johnen, Geschichte der Strougraphic, I. Brellino 1811. p. 186)
Tachigrafia - Stele dell'Acropoli di Atene ( 350 a. C.) - Atene, Museo nazionale.
opere segnano un punto importante nella storia e nella geografia dell'Asia.

BibL.: Sommervogel, VII, coll. 1802-802; Streit, Bibl., V, p. 628 sgg.

Celestino Testore
TACHÉ, Alexandre-Antonin. - Arcivescovo di St. Boniface, n. il 23 luglio 1823 a Fraserville (Canadá), m. a St-Boniface il 22 giugno 1894. Nel 1845 entrò fra gli Oblati di Maria Immacolata ed in quell'anno partì per la missione del Fiume Rosso, lavorando con successo tra gli indiani ed i meticci.

Nel 1851 fu coadiutore del vescovo Giuseppe Norberto Provencher, e nel 1853 assunse il governo della diocesi di St-Boniface, comprendente all'epoca tutto il nord-ovest canadese. Promosse e diresse la missione indiana, che gli Oblati avevano estesa fino all'estremo nord. La parte settentrionale fu smembrata, poi, nel 1862 per erigere il vicariato apostolico di Athabasca-Mackenzie. Con animo intrepido e spirito chiaroveggente evith i pericoli provenienti dall'incorporazione della regione nella Confederazione canadese nel 1870 e dalle numerose immigrazioni. Nella ribellione dei meticci nel 1871 riusci ad evitare spargimento di sangue. Nel 1871 fu staccata la diocesi di St-Albert e St-Boniface fu elevata ad arcidiocesi. Con grande zelo promosse lo svolgimento dell'arcidiocesi, erigendo parrocchie, chiese, cappelle, scuole. Nel 1889 tenne il primo Concilio provinciale. La sua avveduta attività in favore delle scuole cattoliche fu improvvisamente stroncata dalla legge del 19 marzo 1890 , emanata dal governo liberale della provincia di Manitoba. La sua protesta non ottenne altro che il permesso di erezione di scuole cattoliche, sotto condizione del pagamento di tasse anche per le scuole statali. E riconosciuto come l'organizzatore della Chiesa cattolica nel nordovest canadese.

BibL.: Dom Benolt, Vie de mar T. archevêque de St-Boniface, 2 voll., Montréal 1904; A. G. Morice, Hist. de l'Eglise cath. dans l'Ouest canadien, II e III, iv; 1922; L. Lejeune, Dict. général du Canada, II, Ottawa 1931, pp. 687-88; Streit, Bibl., III, n. 2365.

Giovanni Rommerskirchen
TACHIGRAFIA. - La t. (dal gr. $\pi \alpha \chi \dot{\alpha} \varsigma$ e rapido e $\pi \rho \alpha \varphi \dot{\eta}$ «scritto»), modernamente detta «stenografia», è scrittura abbreviata con adatti segni e regole, al fine di risparmiare tempo e spazio e di raccogliere il discorso.

Agli Egizi ed agli Ebrei (ca. 1000 a. C.) si fanno risalire le prime abbreviazioni (v.) della scrittura,
ideate per risparmiare lavoro e materiale, o per segretezza. Ma quando si manifestò il bisogno di seguire e conservare le parole degli oratori ed i pubblici dibattimenti, si cercò di sostituire alle comuni abbreviazioni nuovi e speciali espedienti di scrittura: semplificazioni di lettere, variazioni di segni e formazioni monogrammatiche, da cui derivò una particolare grafia.

Si ritiene che in Grecia siano sorti tentativi di tal genere fin dal sec. Iv a. C., in seguito allo sviluppo dell'eloquenza ed alla divulgazione filosofica, e si attribuisce a Senofonte (cf. Diogene Laerzio, Vita Xen., II, 48), la raccolta dei discorsi di Socrate mediante $\pi \eta \mu \varepsilon \lambda \mathrm{s}$, o segni (dotinti dai $\gamma \mu \dot{\alpha} \mu \alpha \tau \alpha$, o lettere comuni). Non si hanno tuttavia tracce di questa antica t. greca ed è ancor dubbio se ad essa appartengano i segni di una lapide dell'Acropoli ( 350 a. C.), ora nel Museo nazionale di Atene, e quelli di due tavole del sec. III ritrovate nel 1894-95 fra le rovine del tempio di Apollo a Della. I più vecchi e sicuri saggi di t. greca risalgono ai secc. It-Iv d. C. (pietra sepolcrale di Asterio a Salona, papiri di Lipsia, sillabari).

Maggiori sono le notizie circa la t. latina. Al poeta Quinto Ennio vengono attribuite (Isidoro, Etym., II, 22) le prime notae vulgares; Marco Valerio Probo determinò un sistema di sigle (singulae litterae) in opposizione ad uno veramente tachigrafico. Ma il più noto è quello che ebbe nome da M. Tullio Tirone (roo-4 a. C.), liberto di Cicerone, la cui prima applicazione sarebbe avvenuta, secondo Plutarco, il 5 dic. del 63 a. C., raccogliendosi in Senato, per disposizione di Cicerone console, il discorso di Catone Uticense contro Catilina.

Anche dell'opera di Tirone non si ha però diretta conoscenza. I più antichi documenti con note tironiane (così denominate dal sec. Iv in poi) risalgono al sec. ix-x (Commentari di Cassel, Parigi, Berna, Madrid) e da essi si è cercato di desumerne storicamente la formazione e lo sviluppo. Secondo gli studi più recenti, le notae consistevano anzitutto nella semplificazione delle sigle e lettere già in uso, specialmente della scrittura corsiva, potevano avere forme multiple e varie posizioni, esser tracciate diritte o rovesciate, secondo i significati da assumere e le parti, iniziali o secondarie, delle parole da indicare. I segni potevano combinarsi sul tipo delle legature antiche; si usavano pure largamente la contrazione e il troncamento, l'incrociamento e il punto, ricorrendosi, per necessità di distinzioni, anche a segni greci o di scritture italiche. Dal sec. I, con lo svilupparsi di una t. greca in corrispondenza alla diffusione della cultura ellenica, si notano anche reciproche influenze greco-latine nella formazione monogrammatica, con più deciso uso di due qualità di segni : signum principale, per la parte fondamentale della parola, signa auxiliaria (piccoli e tracciati come esponenti) per le desinenze. Sebbene non sia stato possibile ricomporre, nonostante vari tentativi, una grammatica tironiana, si è ormai certi che questa t. non consisteva soltanto in una raccolta di segni convenzionali da tenere faticosamente a memoria.

Allo sviluppo della t. romana altri contribuirono dopo Tirone, e specialmente Vipsanio Filargio, liberto di Agrippa (13 a. C.), Aquila, liberto di Mecenate (8 a. C.), e Seneca, forse il filosofo, che raccolse il tutto (come attesta s. Isidoro) e lo ordinò in 5000 note; della sua diffusione pariano gli scrittori fin dal sec. I a. C. (Cicerone, Quintiliano, Orazio, Ovidio, Marziale, Manilio, Plinio). Ausonio (v.) le dedicò un'ode. Nuovo incremento ebbe dal cristianesimo ad opera dei notarii o exceptores, che registravano i processi dei martiri, talvolta essi stessi condannati (s. Genesio d'Arles, s. Adriano di Nicomedia, s. Cassiano di Tangeri) per aver gettato tavolette e stile

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ed essersi dichiarati cristiani. S. Cassiano d'Imola (v.) sarebbe stato fatto martirizzare dai giovanetti ai quali insegnava t. S. Cipriano, vescovo di Cartagine, aggiornò le note ad uso della Chiesa ed esse ebbero poi larga applicazione nella propaganda del verbo cristiano.

Non è escluso che la t. contribuisse alla redazione dei Vangeli e si ritiene che s. Paolo dettasse a tachigrafi (cf. L. De Grandmaison, Jésus Christ, I, Parigi 1929, p. I; G. Ricciotti, Paolo Apostolo, Roma 1946, cap. 8 e altrove). Più sicure notizie se ne hanno riguardo ai Padri della Chiesa, sia in Oriente che in Occidente, che talvolta vi accennano nelle loro opere; specialmente s. Girolamo (J. de Ghellinck, Sulle orme dei primi scrittori cristiani, in Cio. Catt., 1934, II, pp. 43-56) e s. Agostino, che se ne valse per i suoi colloqui, scritti e contradditori (P. Gorla, S. Agostino, Milano 1936, pp. 483, 487, 614, 695). Un servizio stenografico fu organizzato, con l'interessamento dello stesso s. Agostino, per la Conferenza di Cartagine (411). Si ha d'altronde notizia che fossero impiegati notari in vari concili e sinodi della Chiesa, a cominciare dal Concilio di Nicea (325).

Sotto l'Impero di Bisanzio e durante il dominio barbarico in Italia, i notari ebbero uffici e collegi presso le corti e da essi prese origine il notariato (v. 2007 ato ). Così pure alla Corte pontificia, con i papi Gelasio, Vigilio, Pelagio e s. Gregorio Magno, le opere del quale furono conservate dal suo tachigrafo Emiliano. In quest'epoca si fanno rari gli esempi di t. oratoria; i segni tachigrafici, alternati con le abbreviazioni della scrittura comune, sono invece piuttosto frequenti nei documenti e, come signum recognitiumis, nei diplomi regi e imperiali, specialmente dei Mervvirgi e dei Carolingi, ed anche nelle bolle papali; mentre il maggior uso di note tironiane, a scopo brachiografico, si riscontra nei codici redatti negli scrittori monastici (Montecassino, Bobbio, Fulda, Corbie, Reims, Tours, S. Gallo); sicché le abbreviazioni della scrittura vengono spesso a conformarsi a quelle della t., delle quali non poche rimangono nell'uso corrente.

Dal sec. vi all'xi si forma intanto ed entra nell'uso documentario una t. sillabica greca (sistema bizantinocgiziano e sistema di Grottaferrata, attribuito a s. Nilo iuniore) e latina (quest'ultima si credette sorta nella cancelleria longobarda in seguito alla decadenza e trasformazione delle note tironiane). Lo Schiaparelli ne distingue due tipi (antico e nuovo) e nel 1887 ne furono da J. Havet scoperti saggi nelle bolle di papa Silvestro II.

Fra i codici che si conservano con note tachigrafiche greche sono notevoli il cod. Nomos (Brit. Mus., Add., 18231) del 972, il ms. Par. 3032 dell'Ars rethorica di Ermogene, e il cod. Vat. gr. 1809 in caratteri di Grottaferrata. Con note tironiane sono il Breviarium Alaricionum, i Capitolari dei re Franchi, pubblicati nel 1747 a Parigi
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(fot. Enc. Catt.)
Tachigrafia - Messa in note tironiane (sec. 1x) - Biblioteca Vaticana, Reg. lat. 191, f. 567.
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Tachigrafia - Ars Notaria Aristotelis con note tachigrafiche. Firenze, Biblioteca Laurenziana, cod. Laurent. XXX, 29 (sec. xIII).
dal benedettino P. Carpentier (Alphabetum Tironianum), un manoscritto di s. Martino di Tours contenente le Bucoliche e le Georgiche di Virgilio, un testo di s. Isidoro che trovasi a Venezia, una Messa tutta in note, proveniente dal monastero di St- Remy e posseduta dalla Biblioteca Vaticana (cod. Reg. lat. 191), I Salieri di Parigi e di Berna. Una ripresa ebbe la t. in Inghilterra ad opera del monaco J. Tilbury (1115-90), ritenuto autore dell'Ars notaria (1174), tentativo di nuovo sistema a criteri grammaticali, che si distacca dalle note tironiane (cf. V. Rose, Ars notaria, in Hermes, 8 [1874], pp. 303-26), ma che non sembra abbia avuto pratica applicazione. Se ne trovano due copie manoscritte, a Londra e ad Oxford, e un codice del sec. xit (Plut. XXX, 29) alla Biblioteca Laurenziana di Firenze, col titolo di Ars notaria Aristotelis.

La t. si effermò largamente nelle Università medievali per raccogliere le lezioni dei giureconsulti ed ebbe fra i suoi cultori anche s. Tommaso d'Aquino, di cui si conserva alla Biblioteca Casanatense di Roma l'autografo tachigrafico (ms. 3997) di una pagina del Super Boetium de Trinitate. Alla t. fa pure allusione Dante (Par., XIX, 133-35), ed essa, sebbene ormai allontanatasi dalle note tironiane e confusa con la steganografia (scrittura segreta) o con le abbreviazioni convenzionali del tempo, sopperisce all'oratoria religiosa (secc. xIII-27I) con la raccolta delle prediche volgari di s. Bernardino da Siena, ad opera del cimatore di panni Benedetto di Mastro Bartolomeo (1427), delle prediche di fra' Girolamo Savonarola, da parte del notaro Lorenzo Violi (1492-98) e dei discorsi di Martin Lutero.

Con l'invenzione della stampa e l'abbandono di molte abbreviazioni, si manifestò da una parte un nuovo indirizzo della t. e dall'altra una corrente di studi e di ricerche sulle antiche note tironiane, il cui ritrovamento fu dovuto all'abate G. Tritemio (v.). A lui seguirono dotti studiosi, fra i quali P. Bembo, che nel 1313 ebbe dal papa Giulio II l'incarico di decifrare il De sideribus di Caio Giulio Igino in note tironiane; il belga Joest Lips (15741606), l'olandese G. Gruter (1560-1627), che fece la prima raccolta di note e diede inizio agli studi sulle note tiro-

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(per cortesia di F. Giulietti)
Tachigrafia - Saggi di moderni sistemi di stenografia italiana a) Gabelsberger-Noe; b) Taylor-Delpino; c) Pitman-Francini; d) Marchionni; e) Meschini; f) Cima. Testa: La stenografia e arte antichissima. La scienza moderna ne attribuisce l'invenzione ai Romani.
niane, nei quali emersero J. Mabillon (De re diplomatica, I, Parigi 1681, p. 18 e tav. 16), il predetto P. Carpentier (1697-1767) ed Ulrico Kopp (1762-1834), autore della Palaeographia critica (Mansheim 1817), che elencò 13 mila note, interpretandole come provenute, attraverso modificazioni convenzionali, dalle lettere dell'alfabeto latino. Questi studi furono rinnovati ed ampliati in Francia da E. Chatelain, J. Tardif, J. Havet, V. Jusselin; in Germania da W. Schmitz, che pubblicò ed illustrò i Commentari di Cassel (1893), C. E. Krause (1853), O. Lehmann (1869), F. Ruess (1879); in Austria da Th. Sickel (1867); in Italia da C. Paoli (1840-1902), L. Schiaparelli (1871-1934), C. Cipolla, il card. G. Mercati, A. Cerlini; e, con particolare indirizzo, da G. L. Perugi, il quale, in un suo lavoro del 1911, contestò le deduzioni del Kopp, sostenendo una nuova teoria (non convenzionalismo, ma base fonetico-sillabica e derivazione dei segni dalle grafie dei popoli paleoitalici) ed escludendo l'uso delle note a scopi tachigrafici.

Il nuovo indirizzo della t., determinato in Inghilterra dagli sviluppi politici e parlamentari, si manifestò al principio del sec. xvir con il sistema del sacerdote J. Willis (1602), il quale introdusse il termine di "stenografia", adottò un alfabeto geometrico ed il criterio della scelta degli elementi indispensabili alla costruzione delle parole. A lui seguirono innumerevoli autori, dei quali più notevoli S. Taylor (1786), che geometrizzò completamente il sistema con l'omissione delle vocali, e I. Pitman (1837), che elaborò il concetto di "fonografia". La scuola geometrica si estese specialmente in Francia (Th. Bertin, 1792; I. Prevost, 1866; E. Duployé, 1867, sistema che vi è ancora il più conosciuto) ed in Spagna (F. Martí, 1800), mentre in Germania si affermò, per i suoi pregi razionali e scientifici, il sistema corsivo di F. X. Gabelsberger (1789-1849). In Italia, specie per l'impulso degli avvenimenti politici, ebbero diffusione, fin dal 1797, sistemi geometrici di imitazione franco-inglese (Molina, Amanti, Taylor-Delpino), nonché, dal 1883, il PitmanFrancini; prevalse però, ed è tuttora la più diffusa, l'applicazione del sistema di Gabelsberger fatta da Enrico Noe (1835-1914) e pubblicata nel 1863. Frattanto sono sorti sistemi misti, in Inghilterra (J. Gregg, 1888, molto diffuso in America, oltre al Pitman), in Italia (Meschini, 1906 e 1916; Cima, 1911) ed unificati in Germania (Einheitskurzschrift, 1924), ed in Ungheria (Radnai, 1927), mentre la stenografia ha esteso le sue applicazioni in ogni campo (politica, giornalismo, scuole, commercio e industria, esercito, tribunali).

Nella stessa vita della Chiesa cattolica la stenografia ha notevoli affermazioni. E da ricordare il servizio stenografico per il Concilio Vaticano (1869-70) organizzato per ordine di Pio IX e affidato, sotto la direzione del sac. Virginio Marchese (1831-1917), a 23 chierici di diverse nazionalità (Th. Granderath, Geschichte des Vatikanischen Concil, trad. franc., I, Bruxelles 1907, p. 476; II, ivi

1907, p. 438 e altrove; F. Giulietti, Un testamento stenografico e il Concilio Vaticano del 1870, Firenze 1950).

Numerosi cultori ha avuto ed ha l'arte stenografica nel mondo ecclesiastico moderno. Fra gli autori di sistemi sono da annoverarsi : per la Francia mora. Villecourt (1787-1867) e l'abate Emil. Duplove (1883-1912); per la Germania il benedettino Girolamo Gratzmüller (1853); per l'Italia il sac. Salvatore Morso (1813), l'abate Luigi Caterina (1822), il can. Taddeo Consoni (1826), il duomnicano Ludovico Roletti (1853), l'agonizniano Serafino Marchionni (1903); per l'Inghilterra il rev. Filippo Gibbs (1736) ed il gesuita Guglielmo Tatlock, applicatore (1913?) del sistema Pitman alla lingua latina. Il missionario J. Le Jeune (1800) usò un sistema stenografico di sua invenzione per diffondere scritti religiosi in lingua chinook fra i suoi confratelli e gli indiani evangelizzati della Colombia inglese (J. Mooney, Sibusscap. Indians, in Cath. Enc., XIII, p. 764 ). - Vedi tav. CXX.

Bibl.: J. W. Zeibig, Geschichte u. Literatur des Geschwandsverschlobens, Dreadn 1878; V. Garthhausen, Gesch. der griechischen Tachygraphie, in Archiv für Stenographie, 57 (1906, 1), p. 49 sgg .; A. Mentz, Geschichte u. Systeme d. griechischen Tachygraphie, Berlinn 1907; L.-E. Guénin, Hist. de la sthographie dans l'antiquité et au moyen dge. Parigi 1908; A. Navarre, Hist. générale de la stiic., ivi 1909; E. Meletri, Disegno storico della stenografia, Napoli 1910; Chr. Johnen, Gesch. d. Stenographie. Zusammenhang mit der allgemeinen Entwicklung der Schrift, I, Berlino 1911; L. Schiaparelli, Segni tachigrafici nelle notze iuris, in Archivio storico italiano, 72 (1914, 11), p. 241 sgg. e 73 (1912, 1), p. 245 sgg.; id., Assiamento alla studio delle abbrevziature latine nel medioevo, Firenze 108, passim fel, in specie pp. 34-36, 65-68); G. Aliprandi, Bibliogr. stenogr. ital. dal 1900 ad oggi, Padova 1931; H. I. Milne, Gesch shorthand manuab, cillabary and commentary, Londra 1934; G. Aliprandi, L'istmmenti di storia della stenogr., Torino 1940; A. Mentz, Tyromschen Noten, Berlino 1940; G. Costantigna, La pretesa formica. di un nuovo tipo di scritl. tachigr. sillab. nell'epoca longab., in Atti del I Congr. intero, di studi longab., Spoleto (1952), pp. 227-34; E. Aros, La tennique du liave d'après el Serlone, Parig: 1953, pp. 51-62.

Francesco Giulietti
TAGITISMO. - Questo nome può compendiare, se non proprio tutta la letteratura della "ragion di Stato", quale fiorì dopo il terzo decennio del Cinquecento, certo quella parte di essa che più dipende dal Machiavelli e dalla polemica antimachiavellica.

La sua genesi è questa. L'umanesimo costituì il suo ideale civile negli eroi quasi santificati della Repubblica romana, s'esaltò quindi dal loro storico Livio, di cui si nutrirono fino all'ultimo i repubblicani del Rinascimento; e Jacopo Nardi finì la sua vita esule a Venezia traducendolo e commentandolo fra il 1530 e il 1540 . Ma i tempi e gli ideali mutavano. L'età ormai monarchica cercava i suoi paradigmi nell'impero, a tutto vantaggio dello storico di esso, Cornelio Tacito, i cui primi sei libri degli Annali Angelo Arcimbaldo aveva scoperti in Vestfalia nel 1513, e Filippo Beroaldo stampati a Roma nel 1515 per ordine di Leone X. Anche il modo di leggere le storie veniva rapidamente mutando. Ormai si trattava non d'imitare le sublimi gesta dei grandi a specchio dell'Etica aristotelica, ma d'indagarne i dietroscena al vaglio d'un'esperienza psicologica possibilmente affinata nella pratica degli affari; di risentire nell'azione dell'uomo politico il gran dramma fra il dover essere e l'essere. A questo studio non si sarebbero potute desiderare pagine più acconce di quelle, terribilmente pessimistiche, di Cornelio Tacito. Ma da chi prende le mosse codesto t.? Dal Machiavelli, il quale poi non è un tacitista; e può anche darsi che al tempo del Principe neppur conoscesse i primi sei libri degli Annali. Non per queste risulta men vero e sconcertante dal Principe il parallelismo del Valentino con l'altro Principe quasi nuovo, Tiberio, quando per fondare lo Stato («Quomodo fides a principibus sit servanda»), essi vengono a patti con la morale quasi alla stessa maniera. Né meno tacitiano è il modo non mai più visto di legger le istorie iniziate dal Machiavelli dei Discorsi sulla prima Deca. Per il semplicismo con cui aveva creduto di poter risolvere il problema etico della ragion di Stato, Machiavelli fu tosto messo all'Indice; ma la curiosità e l'inverese ch'egli aveva pur suscitati e continuava a suscitare furon

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trasferiti sulle pagine di Tacito, che additava gli stessi problemi, ma con un tormento quasi religioso. Si direbbe che dei due il cristiano è Tacito, il pagano Machiavelli. Cosl fu che, nonostante le chiare interferenze con questo, tutta la letteratura della ragion di Stato fu virtualmente tacitista. La Chiesa stessa sentl profondamente il fascino dello scrittore latino, proprio per la sua implicita polemica contro la cinica leggerezza del Machiavelli. Racconta appunto un tacitista, Annibale Scoti : «Crebbe poi talmente il concerto e la stima [di Tacito] al tempo di Clemente VIII, il quale comincio a mettere fruttuosamente in pratica le massime di Tacito, che all'età nostra passa già per ogni qualità sua nella prima classe dei più illustri scrittori». Legione furono i tacitisti : famosi tra essi Giusto Lipsin e Traiano Boccalini. Ve ne furono di ogni tendenza. Quando Alberico Gentili ebbe cominciato a interpretare il Machiavelli non come il teorico, ma come il satirico dell'assolutismo, anche a Tacito toccò la stessa trasformazione. Ai tempi dell'illuminismo e della Rivoluzione Francese parve che in Tiberio egli avesse voluto svelare l'infamia delle monarchie. "Verrà un Tacito... * sono le parole del Foscolo a Napoleone nella lettera famosa.

Bibs.: G. Toffanin, Machiavelli e il s.t. (La - Politica storica - al tempo della controriforma), Padova 1921. Un accenno al t. e nel cap. 18 del Corso mali scrittori politici. Milano 1862, di G. Ferrari. Cf. inoltre: A. Druetto, Il t. nella stornografia greziuna in Rivista intern. di Filos. del Dir., 27 (1920), pp. 481-526. Giuseppe Toffanin
TACITO, Cornelio (Cornelius Tacitus). - Storico, n. verso il 55 d. C. (a Terni ?); pretore sotto Domiziano, console nel 97, m. nel 120 (cf. Tacito, Histor., I, i; Annal., XI, i1; Agric., 45). Fu grande amico di Plinio il Giovane che in varie sue lettere (I, 6, 20; II, 1, II; IV, 13; VI, 16, 20; VII, 20, 33; VIII, 7; IX, 10, 14) ne descrive il carattere.

Scrisse il Dialogus de oratoribus, a torto a lui negato, dove si discute sulle cause del decadere dell'eloquenza romana; De vita et moribus fulit Agricolae, suo suocero ( 98 d. C.) di cui esalta la spedizione in Britannia e la dignità del carattere; De origine et situ Germaniae (98) che è la fonte primigenia d'informazione sulla nazione tedesca, sulla sua indole, sulla sua costituzione politica; Annales e Historiae, concepite da T., come un'unica storia in 30 libri, dalla morte di Augusto a quella di Domiziano. Ci restano delle Historiae, che si sviluppavano in 14 libri, i primi 4 e la metà del $3^{\circ}$, da Galba a Domiziano (69-96); e degli Annales, che andavano ob excessu divi Augusti fino a Nerone e comprendevano 16 libri, i primi 4, parte del $5^{\circ}$, del $6^{\circ}$, e lacunosi i libri 11-16. Rimase inattuato il suo proposito di arrivare con la narrazione fino a Nerva e a Traiano (Agr., 3; Hist., I, 1; Ann., III, 24). La sua opera storica procede secondo il metodo annaliatico. Psicologo profondo e moralista austero, di fronte ai mali che affliggono il suo tempo e che gli sembrano anche più gravi quando li paragona alle virtù del passato, il suo patriottismo non sa trattenersi dalla deplorazione e da una pessimistica visione dell'avvenire. Scrittore imparziale e veritiero, egli ha uno stile vibrato, talora oscuro per troppa sintesi, ma pieno di vivacità e di colorito pittorico, certamente il più originale di tutta la letteratura latina. T. crede nella divinità che presiede agli avvenimenti umani, pur ritenendola indifferente verso le azioni buone o cattive degli uomini (Ann., IV, 1; XIV, 2; XVI, 33; Hist., I, 3). La sua fortuna e la sua fama assopite durante il medioevo, risorsero durante l'umanesimo e il Rinascimento.
T. e is. CRISITIANESIMO. - Il giudizio di T. sul cristianesimo è ostile, come si rileva dalla descrizione dell'incendio di Roma del 19 luglio 64, che devastò il Circo Massimo, il quartiere commerciale del Velsbro, il Foro e le Carine. Egli riferisce che secondo l'opinione degli storici a cui attinge, senza nominarli, secondo la sua norma quando essi sono d'accordo (cf. Ann., XII, 20, 3), l'incendio fu casuale o venne attribuito a perfidia di Nerone (forte au dolo principis incertum); e pone chiaramente in rilievo come su Nerone gravassero i sospetti della cittadinanza, a stornare i quali l'Imperatore sostituì al suo nome (subdidit reos) quello dei cristiani. Ma dimostra
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(1st. Enc. Catt.)
Tacito, Cornelio - Incipit del I. XI della Storia, con minia. ruta del sec. 27 - Biblioteca Vaticana, cod. Urb. lat. 412, f. 2.
di avere una pessima opinione di costoro invisi al popolo per i loro delitti (per flagitia invisos). E prosegue affermando che tale esecrabile superstizione, un istante repressa, era divampata di nuovo non solo nella Giudea sua patria, ma anche in Roma * dove confluisce quanto vi è di atroce e di infame nel mondo $\times$. E dopo aver accennato ai gravissimi supplizi a cui furono condannati, conclude osservando che sebbene i cristiani fossero colpevoli e degni dei massimi rigori, pure muovevano a compassione perché sembravano sacrificati non all'interesse generale, ma per la crudeltà di uno solo.

Pur essendo ostile al cristianesimo la sua lealtà di storico non solo gli impedisce di chiaramente accusarli, ma lascia intendere che il vero colpevole del disastro fu Nerone.

Bibs.: la migliore ediz. critica completa è di G. Andresen e E. Konstemann, Lipsis 1926-30; G. Lentefantin de Gubernatis, Historiae, I, II, III (Corpus Script. Lat. Paravianum), Torino 1918; id., Annales (ediz. naz. dell'Accadem. dei Lincei), Roma 1940; id., Agricola Germania, Dialogus (Corpus Script. Lat. Paravianum), Torino 1949. Anche utile l'ed. di H. GölzerH. Bornecque- G. Rabaud per la collez. Belles Lettres, Parigi 1922-25 (cf. Schenz-Hosius, II, pp. 642-43). Letteratura : P. R. Fabia, Les sources de Tacite, Parigi 1903; A. Profumo, L'incendio neroniano e i cristiani, in Nuovo bull. arch. cristiana, 9 (1903), fasc. 1-3; id., Le fonti e i tempi dell'incendio neroniano, Roma 1905; C. Marchesi, T., Messina 1925; Schanz, II, pp. 603641; E. Paratore, T., Firenze 1952. Nicola Turchi
TACITO, Marco Claudio (M. Claudius Tacitus, Imperator Augustus; appellativi * ex victoria * [Gothicus, Maximus] ecc.), imperatore romano. - Regnò negli anni $275-76$. L'uccisione di un imperatore di alte qualità militari e civili come Aureliano, mentre guidava una grande spedizione contro la Persia, lasciò sconcertati i soldati, che invece di gridare essi stessi un imperatore, si rivolsero al Senato, perché provvedesse

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(Int. Alloari)
Taddeo di Bartolo - T. di B. Polittico con l'Annunciazione e Santi - Siena, Galleria dell'Accademia.
alla successione. Né il Senato seppe dimostrare più decisa prontezza, finché dopo un periodo di reciproci inviti, riuscì a persuadere il proprio principe T. ad accettare il grave e periglioso incarico.

Nato a Interamna (Terni) in Umbria, godeva buona reputazione, ed Aureliano gli aveva conferito importanti incarichi e il consolato. Vecchio di 75 anni, si mise alacremente all'opera, anche se appaia un po' difficile credere che siano stati suoi tutti i provvedimenti che la Historia Augusta gli attribuisce.
T. onorò la memoria di Aureliano, ne puni gli uccisori, ne continuò alcune direttive, per esempio la vigilanza sulle zecche, la cura per il buon assetto delle strade, ecc. Dinanzi ad una grave minaccia di barbari (probabilmente Goti) che avevano invaso le regioni nord orientali dell'Asia Minore, non esitò a mettersi a capo di forze militari per combatterli. Per i successi ottenuti, fu insiguito del titolo di Gothicus Maximus. Ma ancora durante la campagna venne a morte, di malattia secondo alcune fonti, ucciso secondo altre.

BibL.: E. Hohl, Vopiscus und die Biographie des Kaisers Tacitus, in Klio, 11 (1911), pp. 186-90, 284-294; O. Th. Schultz, Vom Prinzipat aum Dominat, Paderborn 1919, p. 144; G. M. Becsanetti, La pretesa restaurazione senatoria dell'imperatore, in Rivista indo-greco-italica, 19 (1925), pp. 19-24; R. Paribeni, L'Italia imperiale, Milano 1928, p. 508; A. Calderini, La crisi dell'Impero nel sec. III, Bologna 1949, p. 211. Roberto Paribeni

TACNA, diOCESI di. - Diocesi e città nella Repubblica del Perù.

Ha una superficie di $27.122 \mathrm{kmq}$. con una popolazione di 125.000 ab. dei quali 120.000 cattolici, distribuiti in 16 parrocchie, servite da 17 sacerdoti diocesani e i regolare; ha un seminario, I comunità religiosa maschile
e 4 femminili (Ann. Pont. 1953, p. 413). La diocesi fu creata dal papa Pio XII con la cost. apost. Nihil potius del 18 dic. 1944, per smembramento dell'arcidiocesi di Arequipa, elevando la chiesa parrocchiale di S. Pietro in T. a grado e dignità di cattedrale e quale suffraganea di Arequipa (v.).

BibL.: AAS., 37 (1945), pp. 142-44; Gestone Carrière
TADDEO, santo : v. ADDAI; GIUDA TADDEO.
TADDEO di Bartolo. - Pittore, n. a Siena intorno al 1362, m. ivi nel 1422; figlio di Bartolo di Mino barbiere e non del pittore Bartolo di Fredi (Vasari).

La più antica opera da lui firmata e datata, un polittico del 1389 già in S. Paolo a Collagarli (S. Miniato) e dato per perduto, ricomparve nel 1950 ad un'asta di Londra. Nel 1393, a Genova, s'impegnò per la pittura di due altari nella chiesa di S. Luca; tornato in Toscana, condusse gli affreschi del Giudizio nella collegiata di S. Gimignano; nel 1395 dipinse a Pisa per la cappella Sardi in S. Francesco una pala, emigrata poi nel Museo di Grenoble; nel 1397 il Battesimo di Cristo per il battistero di Triora; n