in cui sorse questa setta fu il razionalismo di tipo illuminista, ancora abbastanza diffuso in certe sfere
dei cattolici tedeschi nella prima metà del sec. xix, da suscitare larghe ondate di malcontento contro le forme con cui si annunciava proprio allora nel clero e nel popolo il risveglio cattolico della Germania.
La fusione delle comunità scismatiche fondate poco prima (1845) dai due sacerdoti ribelli Ronge (v.) e Czerski (v.), a cui si aggiunsero presto altri gruppi, fu l'origine concreta della nuova setta, che prese in un primo tempo il nome "Allgemeine christliche Kirche". Il 23 marzo 1845 essa celebrò a Lipsia il suo primo "concilio", mutando anche il nome in quello di "Deutschkatholische Kirche".
Nella Confessio fidei che la nuova setta si dava in tale occasione, prevalse completamente l'indirizzo razionalistico. I suoi punti principali sono: la Scrittura come unica norma di fede (conseguente negazione del magistero ecclesiastico e del Primato), abolizione della Confessione sacramentale e delle indulgenze, del celibato ecclesiastico, della venerazione dei santi, delle reliquie e delle sacre immagini, abolizione dei digiuni e dei pellegrinaggi; dei Sacramenti furono conservati solo il Battesimo e la Cena (sotto le due specie), sostituendo alla Messa una liturgia in tedesco priva di Canone. Più che questa confessione quello che tenne unito il movimento fu lo spirito anticomano e nazionalistico. Il movimento, che ebbe sempre il suo nucleo più numeroso nella Slesia, raggiunse il suo apice nel 1847 : al "Concilio» di Berlino ( 25 -29 maggio) erano rappresentate 259 comunità con ca. 60-80.000 aderenti. Nel 1846 si diffuse anche fra i Tedeschi dimoranti dell'America settentrionale e dopo il 1848 anche in Baviera e in Austria.
Contemporaneamente però l'unità interna si sfaldava; vari circoli, insoddisfatti dell'indirizzo troppo liberale di Ronge, si distaccarono, fondando il 15 luglio 1846 il gruppo dei "Protestkatholiken". Il movimento di Ronge, sempre più ridotto di numero, e più vuoto di contenuto religioso, si uni nel 1859 all'organizzazione atea "Bund freier religiöser Gemeinden Deutschlands", che a sua volta nel 1921 si fuse con il "Freidenkerbund" formando il "Volksbund für Geistesfreiheit" e continuò in esso la lotta contro ogni cristianesimo positivo e in particolare contro la Chiesa cattolica. Lal storia dei t.-c. più che in se stessa è interessante perché presenta i caratteri e l'evoluzione tipica delle sètte staccatesi dalla Chiesa nel sec. xix: razionalismo e nazionalismo, per finire nel libero pensiero e nella lotta contro ogni cristianesimo positivo.
Bist.: E. Bauer, Gesch. der Gründung und Fortbildung der Deutschkath. Kirche, Meissen 1845; J. Günther, Bibliothek der Behenntnisschriften der deutschkath. Kirche, Jena 1845; W. A. Lampedius, Die deutschkath. Bewegung, Lipsia 1846; O. Behnsch, Für Christkath. Leben. Materialien zur Gesch. der christkath. Kirche, 6 voll., Breslavia 1845-48; F. Kampe, Gesch. der religiösen Bewegungen der neueren Zeit, 4 voll., Lipsia 1852-60; R. Algermissen, Konfessionkunde, Friburgo in Br. 1930 (con bibl.): id., Deutschkatholizismus, in LThK, III, coll. 237-38. Igino Rogger
"TE DEUM". - Detto anche Hymnus ambrosianus o Hymnus S. Trinitatis, è un solenne inno di lode e di ringraziamento in onore della S.ma Trinità. Si compone di due parti con una aggiunta di 8 versetti salmodici. La prima parte ("Te Deum... confitetur Ecclesia»: 1-10; "Patrem... Spiritum»: 11-13) consta di una lode del Padre seguita da una specie di dossologia trinitaria. La seconda ("Tu res... numerat»: 14-21) è una lode cristologica. Gli 8 versetti aggiunti vennero staccati dal "Gloria in excelsis", dove dapprima stavano uniti, e derivano: vv. 22 e 23 dal salmo 27 , 9; vv. 24 e 25 dal salmo 144,2 (della versione romana); il v. 26 è un versetto mattutinale, che ricorre anche nell'ora canonica di "Prima"; il v. 27 deriva dal salmo 122, 3; il v. 28 da 32, 22 e il v. 29 da 30, 2.
II T. D. non sembra composizione originale; perciò si parla più propriamente di un compilatore che di un autore. Difatti, la prima parte è la più antica e deriva da una anafora: ricorre il trisagio biblico sul tipo liturgico, vengono citati i Profeti (dei primi secoli cristiani)
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dopo gli Apostoli, accennati soltanto i martiri, non i confessori; i vv. 7-9 sembra provengano da Cipriano (De mortalitate, c. 26). Della prima parte (vv. i-10) esiste una versione greca antica. La seconda parte con la sua lode cristologica corrisponde bene ai tempi del sec. Iv e degli inizi del v, come le regole del «cursus * ivi osservate (più che nella prima) mostrano il tempo della composizione nel sec. iv-v. I versetti salmodici indicano un tempo prima del 389 , epoca della revisione di s. Girolamo.
Recentemente, in comparazione con un gruppo di inni greci della sera, il Baumstark ha indicato un tipo molto antico di inni, fra i quali il T. D. potrebbe degnamente figurare. Una leggenda molto simpatica ne attribuisce la composizione ai ss. Ambrogio ed Agostino; ma essa data soltanto dal sec. xir. Si dicono autori anche s. Ilario, un Sisibuto, un Abbondio. Nei codici più antichi il T. D. è anepigrafo. Con argomenti validi il Morin prova che ne è autore Niceta di Remeuana ([v.] m. dopo il 414); però non senza contraddizioni. Il T. D. era conosciuto al sec. v nell'isola monastica di Lérins, donde s. Cesario (nel 489-98 a Lérins) e s. Aureliano di Arles lo prescricono nelle loro Regole per le domeniche. Da Lérins, dove era ca. il $415-20$, s. Patrizio portò forse il T. D. in Irlanda nel suo ritorno del 452 ; i codici irlandesi infatti sono i più antichi che ne riportano il testo.
Il T. D. si usa dal tempo di s. Benedetto (Reg., c. XI) alla fine dell'Ufficio notturno delle domeniche e delle feste (a Roma, in S. Pietro al tempo di Amalario, secc. viIi-ix), soltanto nelle feste anniversarie dei papi, nei giorni quando alla Messa si dice il «Gloria». Nella liturgia celtica il $T . D$. serve come canto eucaristico «quando comunicant sacerdotes»; lo stesso nella liturgia gallicana, ove si trova anche come canto di ringraziamento. Nella liturgia romana entra come canto di lode, di ringraziamento, di trionfo (nella consacrazione dei vescovi, nella benedizione degli abati, re e regine e in tutti i momenti più solenni).
Da notare alcune varianti importanti del testo antico i al v. 16 ad liberandum mundum suscepisti hominem * (oggi * ad liberandum suscepturus hominem $\cdot$ ) e il v. 21 "gloria munerari" (oggi * in gloria numerari $\cdot$).
Nella melodia si distinguono due incisi, uno dopo il v. 13 e l'altro dopo il v. 21. La melodia della prima parte (1-13) sembra cantarsi sul tipo del Prefazio, la seconda invece al modo salmodico IV gregoriano.
Bibl.: G. Morin, Nouv. rech. sur l'auteur du T. D. s, in Rev. Bén., 11 (1894), pp. 49-77; id., Le T. D. s, type anonyme d'anaphore lat. préhistor.?, ibid., 24 (1907), pp. 180-225; P. Cagin, T. D. ou Illatio?, Solesmes 1906; C. Blume, Ursprung des Ambrosian. Lobgesangs, in Stimm. aus Maria Laach. 81 (1911), pp. 274-87, 401-14, 487-503; A. Agasse, Que Nicetas de Remesia n'est pas l'auteur du T. D. s, in Rev. des sc. eccl., 50 (1910), p. 417 sgg.; A. E. Burn, The hymn T. D. s and its Author, Londra 1926; M. Frost, T. D. laudamus, in Yourn. theol. stud., 28 (1927), pp. 403-407;id., Notes on the T. D.s, ibid., 34 (1933), pp. 220-27; id., Two texts of the T. D. s, ibid., 39 (1938), pp. 388-91; id., The received text, ibid., 43 (1942), pp. 59-68; id., The Milan text, ibid., pp. 192-194; W. H. Sherwring, Notes on Niceta. On the thyslemus of the T. D. s, in Yourn. theol. stud., 31 (1930), pp. 49-52; A. Baumstark, T. D. s and eine Gruppe griech. Abendkymnen, in Griens christianus, 35 (1937), pp. 1-26; id., in Liturgie comparée, Chevetogne 1940, pp. 94, 98, 112-13, 125; J. A. Jungmann, "Quia pretiosa sanguine redemisti", in Zeitsch. für Theol., 61 (1937), pp. 105-107; J. Brinletine, Eine auffallende Lesart in der mozarab. Rezension des T. D. s, in Ephem. Lit., 64 (1930), pp. 349-51; M. Righetti, Man. di st. lit., I, Milano 1950, pp. 199- 201.
Pietro Siffrin
## "TE DICIMUS PRAECONIO". - Inno del
Mattutino nella festa dell'Apparizione della Madonna di Lourdes composto nel 1880 da Leone XIII.
Vi si celebra la Vergine immune dal peccato di origine in quanto destinata a schiacciare il capo al serpente maligno. Sarà lei dunque la gloria e il decoro dell'umanità perché ha cancellato la vergogna di Eva. L'ultima strofe è una preghiera perché tenga lontano il tentatore e ne smonti gli inganni e le insidie.
Bibl.: C. Albin, La poésie du Bréviaire, Lione s. a., p. 507 509; A. Mirra, Gli inni del Breviario romano, Napoli 1947, p. 164 .
Silverio Mattei
TEELLINCK, Guillaume. - N. nel 1579, m. nel 1629, ministro calvinista a Middelbourg (Zelanda).
Conobbe il pietismo in Inghilterra e l'introdusse nel calvinismo olandese propagando, con la sua condotta personale e un grande numero di opere popolari, l'idea di un rigorismo molto pronunciato nella vita quotidiana, quale condizione indispensabile per preparare l'anima alla unione con Dio. Questa mentalità si ritrova anche in suo fratello Eeuwoud (m. nel 1629) e nei suoi figli Maximilius (m. nel 1653) e Jean (m. nel 1674). I T. sono i rappresentanti più caratteristici del pietismo calvinista indigeno, affiancato ben presto in Olanda da altre due tendenze, l'una di origine francese, l'altra di origine scozzese.
Bibl.: Nieuw, Nederl. Biogr. Woordenb., V. Leida 1921, pp. 884-93; J. Reitsma-J. Lindenboom, Gesch. Hervorming... der Nederlanden, Utrecht 1933, pp. 381-84; H. Visser, De gesch. van de sabbatstrild, ivi 1939.
Ponsiano Polman
TEETAERT, Amedeo da Zedelgem. - Teologo cappuccino, n. a Zedelgem (Bruges) il 3 marzo 1892, m. a Roma il 2 marzo 1949.
Ordinato sacerdote il 19 febbr. 1921, si applicò con sempre più larga competenza agli studi sulla teologia positiva nel medioevo con La confession aux laïques dans l'Eglise latine depuis le VIIIe jusqu'au XIVe siècle (Wetteren 1926). Clici postumo: Quatre questions inédites de Gérard d'Abbeville pour la défense de la superiorité du clergé séculier, in Archivio ital. per la storia della Pietà, I, Roma [1951], pp. 83-178. Tenne dall'inizio (1931) alla morte la direzione della Collectanea franciscana (v.), dove curò anche la compilazione di una Bibliographia franciscana, in cui diede particolare rilievo alla rassegna degli scrittori e delle dottrine. Numerose, e alcune molto ampie, le voci d'argomento francescano e medievale nei DThC, dal 1928, DHG e DDC.
Bibl.: Melchior a Poldadura, In memoriam p. T. A. a Z., in Collectanea franc., 19 (1949), pp. 278-85; Necrologia, in Vox Minorum Capucc. prov. belgicae, 3 (1948-49), pp. 246-48, 385-95. Ilarino da Milano
TEFÉ, PRELATURA NULLUS di. - E situata nella parte occidentale dell'Amazzonia.
Nel 1718 il carmelitano Andrea da Costa iniziò la missione di T. per gl'indiani e nel 1759 il luogo venne elevato a parrocchia e città. Nel 1798 ai Carmelitani successe il clero secolare. Nel 1897 si stabilirono a Bocca do T. i Padri dello Spirito Santo per fondarvi una scuola primaria e professionale, che fiorì per una trentina d'anni. Nel 1907 fu loro affidata la parrocchia di T. ed il 25 maggio 1910 fu eretta la prefettura apost. di T. con territorio distaccato dalla diocesi di Amazoni o Manáos. Dal 1912 al 1915 fu unito alla prefettura anche il territorio dell'Alto Jurna. L'11 ag. 1950 fu elevata a prelatura nullus.
Ha una superficie di ca. $333.932 \mathrm{~km} 9$, con ca. 54.000 ab . civilizzati nei centri abitati. Non mancano Indii allo stato selvaggio. Vi sono 18 chiese, 6 parrocchie, 14 missionari. I cattolici sono ca. 51.872, (Ann. Pont. 1953, p. 675).
Bibl.: AAS, 2 (1910), p. 479; anon., Chronique des missions confiées à la Congr. du St Esprit. Aperçu historique et exercice 1930-31, Parigi 1932, pp. 66-77; MC, 1950, pp. 36-37.
Saverio Paventi
"TE GESTIENTEM GAUDIIS». - Inno dei secondi Vespri nella festa del Rosario, composto dal domenicano p. Eustachio Sirena, nel 1825 (cf. A. Walz, Compendium hist. Ordinis Praedic., Roma 1948, p. 586).
Riassume quanto della Vergine è stato detto nei tre inni della festa e sintetizza i misteri gaudiosi, dolorosi e gloriosi. Termina con un invito ai fedeli di intessere corone con le rose dei misteri.
Bibl.: C. Albin, La poésie du Bréviaire, Lione s. a., pp. 224256; V. Terreno, Gli inni dell' Ufficio divino, Mondovi 1932, pp. 370-71; A. Mirra, Gli inni del Breviario romano, Napoli 1947, p. 182 .
Silverio Mattei
TEGGIANO : v. DIANO TEGGIANO.
TEGUCIGALPA, ARCIDIOCESI di. - Città e arcidiocesi nella Repubblica di Honduras (America
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centrale). Comprende i dipartimenti di Yoro, Comayagua, La Paz, Valle, T., Choluteca, El Paraiso e Olancho.
Ha una superficie di 78.071 kmq . con una popolazione di $784.272 \mathrm{ab}$., dei quali 760.746 cattolici; conta 41 parrocchie servite da 30 sacerdoti diocesani e 45 regolari; ha un seminario, 16 comunità religiose maschili e 12 femminili (Ann. Pont. 1953, p. 419).
Per l'intera Repubblica di Honduras fu eretta nel 1561 la diocesi di Comayagua, ma con decreto del 2 febbr. 1916 il territorio fu diviso in tre parti: la parte orientale divenne arcidiocesi di T., la occidentale formò la nuova diocesi di Santa Rosa de Copan e la settentrionale fu costituita vicariato apostolico di San Pedro Sula. Tanto la diocesi che il vicariato divennero così suffraganee di T.
Il vescovo Jaime Marie Martínez e Cabunas, nominato nel 1902, fu promosso alla dignità di arcivescovo di T. dopo il decreto dell'erezione a metropolitana.
BibL.: anon., s. v. in Enc. Eur. Am., LIX, pp. 1412-12; anon., s. v. in Cath. Enc., Supplement, p. 719. Enrico Josi
TEHUANTEPEC, DIOCESI di. - Città e diocesi nello Stato di Oaxaca (Messico).
Ha una superficie di 60.000 kmq ., con una popolazione di 550.000 ab. dei quali 520.000 cattolici; conta 32 parrocchie servite da 20 sacerdoti diocesani e 5 regolari; ha a comunità religiose maschili e 6 femminili (Ann. Pont. 1953, p. 419).
Il 24 apr. 1522 arrivarono a T. il p. Bartolomeo de Olmedo con Pedro de Alvarado e furono ricevuti dal monarca Cosijopii, che si convertì alla fede cattolica e dopo qualche anno fondò nella capitale il convento di S. Domingo. I primi sacerdoti che si stabilirono in T. furono il p. Gregorio Beteta e il p. Bernardo de Albuquerque. Dopo qualche anno i discendenti del re Cosijopii cercarono di ristabilire il paganesimo, ma furono scoperti. Nel 1535 fu eretta la diocesi di Oaxaca che comprendeva anche il territorio di T. Nel 1891, papa Leone XIII creò la diocesi di T. dismembrandola da Oaxaca. La diocesi è suffraganea di Vera Cruz.
BinL.: anon., s. v., in Enc. Eur. Am., LIX, p. 1422; C. Crivelli, s. v. in Cath. Enc., XIV, p. 473. Enrico Josi
TEIA. - Ultimo re degli Ostrogoti in Italia. Quando l'energico e fortunato re Totila, che aveva ritolto quasi tutta l'Italia al dominio bizantino, cadde ucciso nella battaglia di Gualdo Tadino (a. 552), il vincitore Narsete poté liberamente avanzare verso l'Italia centrale e meridionale, ricevendo la resa di molte città italiane.
A Paola intanto resti dell'esercito sconfitto a Gualdo e il presidio della città elessero re T., un valoroso generale che aveva dato buona prova di sé in azioni guerresche e in governi di città. T., dopo aver cercato invano d'aver l'aiuto dei Franchi, si decise con quelle truppe che poté raccogliere a seguire Narsete che aveva posto assedio a Cuma, altro caposaldo rimasto in mano ai Goti, e dove era custodita gran parte del loro tesoro. L'abilità strategica di Narsete e la superiorità numerica delle sue forze riuscl, senza interrompere l'assedio a Cuma, a ricacciare T. nella Valle del Sarno e poi tra i Monti Lattari sopra Castellamare di Stabia, dove non era possibile ai Goti far manovrare la loro eccellente cavalleria, e dove finirono per trovarsi privi di rifornimenti. Dovettero allora venire a battaglia che fu combattuta con molto accanimento, ma che riusci disastrosa per i Goti. T. mori combattendo nel 553.
Biel.: Procopio, La guerra gotica, ed. D. Comparetti, Roma 1892; T. Hodgkin, Italy and her invaders, IV, Oxford 1898, p. 635 sgg.; R. Solmi, Le dominos. barbariche in Ital., Milano 1940, p. 251.
Roberto Paribeni
TEISMO. - Da Өcóc, Dio, è in generale l'atteggiamento religioso o filosofico che ammette come principio primo dell'essere una realtà superiore ch'è detta Dio (v.) : l'atteggiamento contrario è l'ateismo (v.).
A seconda della concezione più precisa di Dio che l'uomo prospetta, il t. prende varie forme : è panteismo

(da R. G. Thwaites, The Jesuit Relations and Allied Documents, LXII. Lower Canada, Irequois Oitavas (cII.II, Cleveland 1905
ton. J. t., pp. 178-77)
Terakwitina Caterina, venerabile - Il giglio dei Mohawka. Quadro ad olio del p. Claude Chauchetière, S. J. del 1687.
(v.) se Dio non è concepito come persona (v.) ma come la realtà di sussistenza del tutto; è politeismo (v.) se la divinità è attribuita alla molteplicità di forze o di forme del reale sia del mondo umano come di quello infraumano; è monoteismo (v.) se Dio è concepito come il Primo Principio trascendente da cui dipende sia il mondo della natura come quello della storia dell'uomo. Con significato più ristretto, t., in opposizione a politeismo, panteismo e deismo (v.), è la concezione di Dio come essere supremo, unico, personale, Principio efficiente e provvidente del mondo. Il primo progresso della filosofia sulla mitologia è stato nell'affermazione dell'unità del Primo Principio e nella diffida data al politeismo. Più arduo è stato il cammino dal monoteismo alla concezione di un Dio personale e creatore provvidente che si è chiarita soltanto mediante la Rivelazione (v. ATEISMO; DEISMO; DIO; TEOLOGIA NATURALE).
Biel.: R. Eisler, Wörterbuch d. philos. Begriffe, III, 4* ed., Berlino 1930, p. 231; A. Lalande, Vocab... de la philos.. 5* ed., Parigi 1947, p. 1101. V. bibl. delle voci Ateismo; DIO; teologia naturale.
Cornelio Fabro
"TE JOSEPH CELEBRENT». - Inno dei Vespri nella festa di s. Giuseppe, scritto dal p. Giovanni della Concezione, carmelitano scalzo, verso il 1665 , ed inserito nel Breviario da Clemente X nel 1671.
Vi sono ricordati i principali avvenimenti della vita di s. Giuseppe, dallo sposalizio alla vita nascosta nella casa di Nazareth.
BinL.: G. G. Belli, Gli inni del Breviario tradotti, Roma 1856, p. 236; V. Terreno, Gli inni dell'Ufficio divino, Mondov 1940, p. 186; A. Wilmart, L'office de st Joseph et l'hymne - T. J.c. v. in Rev. Gregorienne, 11 (1926), p. 1-12. Silverio Mattei
TEKAKWITHA, CATERINA, venerabile. - Vergine indiana, n. nel 1656 a Ossernenon, villaggio irochese presso l'odierna Albany (dove un decennio
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avanti erano stati uccisi i martiri gesuiti s. Isaac Jogue e compagni), m. a Caughnawaga, presso Montréal, il 17 apr. 1680.
Il padre, irochese, era pagano; la madre, algonchina, cristiana. Orfana a 4 anni, adottata da uno zio pagano, crebbe innocente. Nel 1675 venne in contatto con i missionari e il 5 apr. 1676 fu battezzata dal missionario gesuita p. Giacomo de Lamberville. Trasferita l'anno seguente alla missione di S. Francesco Saverio di Soult presso Montréal, diede esempi di straordinaria pietà e mortificazione, ed ebbe grande fama di santità. E la prima pellerossa di cui si sia iniziata la causa di beatificazione. Le sue virtù furono dichiarate eroiche con decreto del 3 genn. 1943.
Bibl.: Positio super intr. causae et super virtut. ex officio compilata (Sectio Hist., n. 38), Città del Vaticano 1938: contiene la racc. compl. delle fonti, molte ined. Di questa Positio fu fatta una versione inglese: The Positio of the Hist. Section of the S. Congress. of Nites on the Cause... of the servant of God Kather. T., the Lily of the Mahawks, Nuova York 1940. Inoltre: E. Lecompre, Une vierge irzquoise: Catherine T., le lis des bords de la Mohawk et du St-Laurent, Montréal 1926; P. Chofence, Vita di C. T. prima vergine irochese, 1636-80, trad. it., Isola Liri 1928; J. Wynn, Kateri T., Nuova York 1932.
Ferdinando Antonelli
TEL 'ABHIBH. - Centro di deportati ebrei in Babilonia (Ez. 3, 15). Il termine ebraico significa "colle della spiga", con allusione alla fertilità del suolo.
Esso trova analogia nella toponomastica biblica (Tell Melah "colle del sale", e Tell Harla" "colle dell'aratro v. Esd. 4,59; Neh. 7,61). Tuttavia alcuni assiriologi (H. Winckler, Frd. Delitzsch) vi scorgono una denominazione accadica (Til abübi "colle dell'inondazione") con riferimento ad opere di bonifica mediante canali irrigui. E possibile che questa fosse la denominazione ufficiale, imposta dai Caldei, ma che gli Ebrei la alterassero alquanto in segno di augurio e di speranza per la loro attività colonizzatrice. La località si trovava lungo il canale Chobar (accadico nûr haberi "gran canale"), tra Babel e Nippur. Ezechiele ne fece un centro della sua missione profetica.
Il nome non compare altrove nella Bibbia. Fu riesumato nei tempi moderni dalle colonie sionistiche, le quali così denominarono il centro, che ora è diventato la più grande città dello Stato di Israele: Tel Aviv, Angelo Penna
TELEMACO, santo, martire: v. ALMACHIO, santo, martire.
TELEOLOGIA. - Da тékoৎ, fine, e $\lambda 6$ óvo, discorso, indica scienza dei fini. Il termine risale a Ch. Wolff (Philosophia rationalis sive logica, § 85), ed è riferito da Kant a una scienza che si proponga la considerazione e interpretazione della natura secondo rapporti di finalità (Kritik d. Urteilkraft, parte $2^{6}, \S 61 \mathrm{sgg}$ ).
Con significato concreto, t. è, nell'uso odierno, sinonimo di finalità, e teleologico è un fatto, un avvenimento, che si presenti ordinato a conseguire o a realizzare uno scopo; teleologica è anche, di conseguenza, ogni concezione che considera il mondo ordinato finalisticamente, con relazioni di mezzi a fini.
Il problema sul significato teleologico della realtà e del divenire della natura è risolto in dipendenza dalle diverse concezioni metafisiche della realtà stessa. Nell'atomismo di Democrito (v.) ogni finalità è esclusa dal significato casuale dell'universo e dei suoi fenomeni. Dove invece a fondamento dell'essere e della natura è posto un Principio razionale (già Anassagora, Socrate, Platone, Aristotele, il cristianesimo e tutte le filosofie della trascendenza) è anche posta la ragione di un ordinamento teleologico della realtà e della storia (v. finalita). Va però notato che la t. non si oppone per sé al determinismo e meccanismo della natura : leggi fisiche e leggi biologiche, possono intendersi al contrario come stru-
mento della realizzazione immanente della finalità nella natura corporea. E appunto dalla determinazione ad agire in un senso per realizzare costantemente un bene (determinazione manifesta nel macrocosmo e oggi, dopo le scoperte della scienza moderna, con vistosa fenomenologia nel microcosmo fisico-biologico) che s. Tommaso inferisce la finalità nella natura, e quindi l'esistenza di un Ordinatore intelligente : "videmus quod aliqua quae cognitione carent, scilicet corpora naturalia, operantur propter finem. Quod apparet ex hoc quod semper aut frequentius eodem modo operantur ut consequantur id quod est optimum. Ea autem quae non habent cognitionem, non tendunt ad finem nisi directa ab aliquo cognoscente et intelligente... Est ergo aliquod intelligens, a quo omnes res naturales ordinantur ad finem, et hoc dicimus Deum" (Sum. Theol., $1^{2}$, q. 2, a. 3). Ma occorre riconoscere che una t. della natura non è necessariamente connessa con la concezione totalica, ed è possibile intendere in altro modo la finalità anche in senso immanentistico (idealismo; cf. Hegel, Vorlesungen üb. die Philos. d. Gesch., Introd., I. n. 4, 12, trad. it., Firenze 1941, p. 9. 16, v. anche p. 60 sgg.).
Ogni t. è esclusa nel panteismo spinoziano: "ostendam naturam nullum sibi finem praefisum habere, et omnes causas finales nihil nisi humana esse figmento" (Ethica, I, prop. 36, ed. G. Gentile, Bari 1933, p. 42). Per Kant la realtà delle cause finali nella natura non può essere provata dall'esperienza; "tuttavia il giudizio teleologico è applicato a ragione, almeno problematicamente, all'investigazione della natura; ma soltanto per sottoporla a principi di osservazione ed investigazione mediante l'analogia con la causalità dei fini, e senza lusinga di poterla spiegare" (op. cit., § 61, ed. cit., p. 218). Il giudizio teleologico, fondato su un principio puramente "regolatore" e non "costitutivo" della derivazione causale dei fenomeni della natura, non vale quindi, secondo Kant, per una deduzione teologica: "Perciò nella t., in quanto si riferisce alla fisica, si parla giustamente della saggezza, dell'economia, della preveggenza, della beneficienza della natura, senza però farne un essere ragionevole (il che sarebbe assurdo), ma anche senza ardire di mettere al disopra di essa un altre essere intelligente, come artefice, perché ciò sarebbe temerario" (ibid., § 68, p. 244).
Con altra accezione, riferita dal Lalande (op. cit. in bibl., p. 1086), t. può anche indicare la scienza dei fini (individuali, sociali) dell'azione umana.
Biel.: per indicazioni generali : A. Lalande, Vocab. techn. et crit. de la philos., $5^{\circ}$ ed., Parisi 1947, pp. 1085-86; P. Janus, Les causes finales, ivi 1870: P. Celscia, La t., concetto e valore, Roma 1923; id., Biologia e finalismo, ivi 1924; id., Saggi di film, finalistica, a voll., ivi 1925-27: per Kant, Kritik d. Urteilkraft, tutta la parte 27, ed. cit., pp. 217-360; v. finalita, finalismo.
Ugo Viglino
Nella biologia. - I fenomeni biologici offrono gli esempi più numerosi e concreti di t. e molte teorie teleologiche si basano sugli esempi forniti dalla biologia.
E ben difficile infatti concepire i fenomeni vitali come guidati dal caso e dalla probabilità, poiché la vita in se stessa richiede una tale complessività di condizioni materiali, per riferirci solo a queste, che possono essere considerate le condizioni meno probabili che si possano manifestare in natura e che, se per caso si manifestassero una volta, non avrebbero certamente il modo di essere mantenute, se guidate da queste leggi. La vita invece si conserva e i fenomeni biologici si dimostrano rivolti a questo fine : la conservazione della vita, di questo assai improbabile evento. La conservazione della vita si attua con la conservazione delle specie animali e vegetali, che la rappresentano, con un incessate susseguirsi di generazioni. Così in ogni individuo, ad ogni generazione, lo sviluppo embrionale, organologico, sessuale, ecc. sono rivolti ad un fine : la riproduzione, per la conservazione della specie.
Ma d'altra parte, considerando i fenomeni biologici con un criterio finalistico assoluto, si verrebbe alla conclusione che i vari atti della attività biologica non solo
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non sono dominati dal caso, ma anzi, diretti da una forza interna che li dirige verso un fine determinato, da una entelechia: un atto biologico non sarebbe conseguenza di condizioni determinanti, causali, ma si attuerebbe sviluppando un principio preordinato e rivolto ad un fine preciso. Gli esempi di fenomeni biologici che si rendono comprensibili solo accettando un principio di finalità sono innumerevoli e basti qui ricordare lo sviluppo di organi embrionali, anche assai complicati, che ancora non funzionano ma che sono costruiti per una funzione futura; la stessa struttura degli organi differenziati che è perfettamente adatta alla funzione specifica; i numerosissimi fenomeni di adattamento preordinato o preadattamento; i fenomeni di convergenza; gli adattamenti tra organismi diversi e soprattutto tra animali e piante per una vita in comune; le strutture coaptanti (cerniere,articolazioni); la struttura degli organi di coaptazione sessuale; la struttura degli organi di ancoraggio (semi di piante, parassiti, ecc.). Infine la finalità si manifesta nei procedimenti psico-fisiologici. Moltissimi biologi in base a questi fatti hanno accettato il principio di t. che è la base di ogni concezione vitalistica (Hertwig, Celesia, Driesch, Cuenot, Russel, Durken, Rignano, Bertalanffy, ecc.).
Molti fatti, tuttavia, hanno dimostrato come nei fenomeni biologici si possono verificare, tal quale come nella materia inerte, delle condizioni che rispettano il principio di causa. Soprattutto nello studio dello sviluppo embrionale, nello studio degli adattamenti, ecc.; la validità della causalità appare evidente. Fu merito di Roux (1885) di dimostrare il valore della causa in molti aspetti dello sviluppo iniziando una nuova branca della embriologia, la meccanica dello sviluppo. Così in altri fenomeni biologici, come nell'eredità dei caratteri basata su una distribuzione, secondo le leggi del caso (leggi probabilistiche), dei fattori contenuti nei gameti dei genitori, è visibile un comportamento secondo leggi del mondo inerte. Questi dati di fatto, inconfutabili, di fenomeni causali e statistici negli organismi viventi, hanno fatto supporre anche a biologi di grande valore, sotto l'influenza di idee materialiste e meccaniciste, che anche i fenomeni che rivelano in modo più evidente una finalità, sono una pura illusione dovuta ad una interpretazione antropomorfica della natura, ma che si debbono interpretare con le stesse leggi della fisica e della chimica del mondo inanimato. Rabaud, G. Dumas, J. Needham, E. Gognehim, J. Loeb, F. Christmann, K. Sopper, per citare solo alcuni, sono rappresentanti di questa corrente. Ma questo modo di vedere porta alla conseguenza che tutti i fenomeni biologici e la vita stessa dell'uomo sono il risultato del caso e quindi senza uno scopo.
Molti altri fatti sembrano limitare il principio t. negli organismi : cosi alcuni tropismi che portano ad una distruzione, come la fiamma che attirando gli insetti li uccide; cosi i molti atti ritenuti inutili della vita (visita di insetti in fiori che si autoimpollinano, mimetismi che non proteggono dai nemici specifici, aspetti terrificanti che certi animali assumono per difesa, ma che non destano alcun terrore nei loro nemici); cosi le iperrigenerazioni che invece di ristabilire un equilibrio aggravano assai di più lo squilibrio provocato dalla amputazione, le eteromorfosi, ovvero la riparazione di una amputazione con un organo abnorme, le distelle con i casi di ipertelia, ovvero di sviluppo esagerato di organi, come le difese di elefanti estinti, i canini della tigre quaternaria della California (Smilodon), i gigantismi, con i casi di atelia o di produzione di organi inutili; cosi le mostruosità, etc. Tuttavia nel giudizio di questi esempi che sono presi dai meccanicisti contro il principio di t. non bisogna dimenticare che quella stessa valutazione antropomorfica, se vale per una critica in un giudizio di t., altrettanto vale nel giudizio antifinalista.
Lo studio della biologia porta pertanto a questa conclusione: che la finalità di molti fenomeni biologici e della vita stessa si manifesta anche con un procedimento causale. Non è questo un controsenso (se è nella natura delle cose!) ed è necessario conciliare i due aspetti. Ciò non deve far meraviglia se si tien conto che il substrato su cui palpita la vita è materia e che quindi come tale
è soggetta anche alle leggi della fisica e della chimica. Ma la materia vivente è una assai peculiare materia ed è in quell'aggettivo che sta tutta l'enorme differenza tra questa materia e quella del mondo inanimato; per cui, se da un lato obbedisce alle leggi di questo mondo inanimato, dall'altro si oppone ad esse, cosi che il meno probabile domina il più probabile e il principio di entropia si trova capovolto (Fantappie, 1942; Schroedinger, 1943).
Ancora oggi i biologi e i filosofi sono divisi in due campi : il materialista ed il vitalista; ma la realtà sta sempre nella concordanza delle antitesi. Cosi in biologia si trovano fenomeni diretti dal principio di causalità, quali quelli deterministici e indeterministici (statistici; questi ultimi per il Bernoulli sono pure diretti da questo principio), e fenomeni in cui la t. è palese a salvaguardia di una concezione ottimistica del mondo, contro il concetto della sua inutilità, e a difesa della espressione più elevata dei fenomeni vitali quale è il libero arbitrio o la libertà del volere.
Bibl.: E. Rignano, Finalismo e vita, Bologna 1920; E. Rabaud, Adaptation et évolution, Parigi 1922; P. Celesia, La t., concetto e valore, Roma 1923; H. Driesch, Philosophie des Organischen, Lipsia 1928; J. Needham, The sceptical biologist, Londra 1929; L. V. Bertalanffy, Kritische theorie der Farmildony, Berlino 1929; S. Russel, The interpretation of development and heredity, Oxford 1939; K. Sapper, Die Hauptanlagabe der theoretische Biologie, Bologna 1934; F. Enriques, Causalitá e determinismo nella filosofia e nella storia della scienza, trad. it., Roma 1941; L. Cuenot, Incentive et finalité en biologie, Parigi 1941; L. Fantappié, Principi di una teoria unitaria del mondo fisico e biologico, Roma 1944; J. Needham, Ordine e vita, trad. it., Torino 1946; E. Schrödinger, Che cosa è la vita?, trad. it., Firenze 1947; Lecompte de Noüy, L'avvenire dello spirito, trad. it., Torino 1948; E. S. Russel, The directivness of organic activities, trad. it., Bologna 1949.
Alberto Stefanelli
TELEPATIA ( $\tau \bar{\eta} \lambda \mathrm{z}=$ lontano e $\pi \dot{\alpha} \vartheta \mathrm{oc}=$ sofferenza; ciò che è subito da qualcuno). - Particolare forma di chiaroveggenza (v.) indiretta in cui il rapporto conoscitivo si svolge tra due o più esseri intelligenti (tra «mente e mente»; "trasmissione del pensiero ").
Dagli studi svolti attualmente con metodo scientifico, in particolare nella Duke University di Durham, la t. appare fenomeno realmente esistente, legato a una particolare sensibilità presente in tutti gli uomini, in forma più o meno latente ed educabile (effetto ESP $*=$ extra sensory perception).
I casi di «lettura del pensiero» di cui si fa esibizione negli spettacoli di varietà, spesso, più che a vera t., sono in rapporto a trucco o a particolari abilità del «divinatore» nello sfruttare i piccoli segni indicativi involontari di chi lo guida (impercettibili contrazioni muscolari della mano, modificazioni del respiro, ecc.).
Per il giudizio morale, v. TELESTESIA.
Bibl.: W. Mackenzie, Metapsichica moderna, Roma 1923. pp. 172 sgg.; E. Servadio, s. v. in Enc. Ital., XXXIII, pp. 436-37; H. Price, A caccia degli spiriti, Milano 1937, pp. 257-329; H. Thurston, La Chiesa e lo spiritismo, ivi 1937, pp. 187-222. Giuseppe de Ninno
TELESE (Cerreto Sannita), diocesi di. Città e diocesi in provincia di Benevento, con una superficie di oltre $414 \mathrm{kmq}$; ha una popolazione di 59.200 ab., quasi tutti cattolici, distribuiti in 24 parrocchie servite da 66 sacerdoti diocesani e 6 regolari; ha un seminario minore, 3 comunità religiose maschili e 16 femminili (Ann. Pont. 1953, p. 419). La sede vescovile è in Cerreto Sannita.
Il primo vescovo Adesino, Florenzio, fu accertato da G. Rossi (v. bibl.) nel 465 ; l'origine della diocesi risale quindi sicuramente almeno alla metà del sec. v. Anche il successore Agnello è tra i sottoscrittori del fiinodo romano del 487 . Oltre questi due nomi però non si conoscono altri che ricordino la sannita Telesia, la città decaduta dopo l'occupazione romana, poi danneggiata dai Goti e successivamente sede di un gastaifato longobardo. La menzione generalmente accettata di un vescovo Menna non è più sostenibile, perché il diploma
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attribuito a Gregorio Magno è ritenuto falso (JafféWattenbach, n. 1366). Il silenzio di tutte le fonti nei secoli seguenti è certo l'eco dolorosa dei tragici avvenimenti che sconvolsero la città. Prima i Saraceni (847), poi un terremoto rasero al suolo la città; poco dopo nuove incursioni piratesche la devastarono ripetutamente. Per quattro secoli quasi nulla si sa della sua Chiesa. Finalmente nel sec. ix da G. Rossi viene registrato un Palerio, quindi due anonimi nel 969 e nel 1061 e infine un Arraldo nel ro68. Unica notizia sicura è quella del Sinedo romano del 969 in cui Giovanni XIII elevò a metropolitana Benevento, assegnandole tra le suffraganee anche T., come tuttora. S'ignora lo stato della città in quel tempo e fin dove si estendesse il territorio della diocesi. Nel 1193 il normanno Tancredi espugnò la città e l'incendiò, ma rapida fu la rinascita e ben presto T. divenne di dominio regio. Anche la serie dei presuli non presenta lacune di rilievo.
Pietro nel 1179 intervenne al III Concilio generale Lateranense; Luciano, segnalato per la prima volta dal Mazzacane (v. bibl., p. 143), viene attestato nel 1214 in una pergamena dell'Archivio Storico per le Prov. Napol.; R. o Rao è noto nel 1240 insieme al successore Salerno (1286). Alla sua morte il Capitolo avrebbe eletto il proprio primicerio F. Pellegrini, ma tale elezione non risulta confermata dal Papa; si hanno invece al suo posto i nomi di Aczo (1290) e quindi un Riso o Giovanni Araio nel 1396. Nel 1349, al tempo del vescovo francescano Domenico, un altro e più violento terremoto distrusse T. Da allora la città si spopolò e i vescovi resero sempre più a trasferirsi nella vicina Cerreto (la sannita Cominio Cerito), in posizione salubre, ricca e fiorente di traffici. Cerreto darà a T. un vescovo suo cittadino, Biagio Caropipe (1517-24). L'unico presule da ricordare nei due secoli seguenti è Angelo Massarelli da S. Severino, segretario di Paolo IV e dei predecessori, poi segretario del Concilio Tridentino, del quale scrisse la cronaca e gli atti. Dal 1571 T. dà ormai solo il nome alla diocesi, perché i vescovi ottengono da quell'anno di dimorare sempre a Cerreto. Si ricordano in questo tempo: Annibale Cattaneo (o Cotugno), patrizio napoletano sepolto nella chiesa della S.ma Trinità a Cerreto (1577-83); Giovanni F. Leo d'Ivrea (1608-13) noto giureconsulto e protonotario, e Pietro Paolo de Rustici (1637-43), parente di Urbano VIII. Sotto il presule G. B. De Lellis (1684-93) anche Cerreto venne rasa al suolo il 5 giugno 1688; ma lo sforzo dei cittadini e soprattutto l'interessamento del vescovo crearono una nuova città, che tuttora serba il volto e il carattere dell'epoca.
Nel 1820 Pio VII con bolla Adorandi Servatoris unì T. ad A life, con residenza vescovile a Cerreto. In seguito, Pio IX con la bolla Compertum nobis del 6 luglio 1852 separò di nuovo le diocesi, mettendo fine ad una lunga ed aspra contesa di priorità; la diocesi telesina veniva ad assumere nel tempo stesso anche la denominazione seu Cerretana e a comprendere 15 paesi vicini con relative pertinenze.
Monumenti. - Dell'antica Telesia stanno venendo alla luce solo avanzi di epoca romana; nessun vestigio dei suoi edifici sacri antichi che, come a Cerreto, sono andati distrutti dagli uomini e dai movimenti sismici del terreno. Il Seminario, l'episcopio e la cattedrale di Cerreto appartengono alla ricostruzione generale della fine del sec. xvir. Quest'ultima, consacrata nel 1740 , è un grande edificio a croce latina con tre navate divise da pilastri. Santuari frequentati, nelle immediate vicinanze della città, sono la chiesa di S. Maria delle Grazie e quella di S. Anna.
Nella diocesi, a Cusano Mutri, la chiesa di S. Nicola conserva un bel portale di Ferrante da Cerreto (1537) ora al fonte battesimale del 1444; in sacrestia è un reliquiario argentino trecentesco con una spina della corona di Cristo donata da un crociato. Nell'antica chiesa dei SS. Pietro e Paolo, rifatta nel 1626, oltre all'altare maggiore sta una costruzione lignea sovraccarica di ornati, che D. De Luca (1661) intagliò per iconostasi. Nelle adiacenze, la chiesa di S. Croce o del Calvario (1688) ha una Flagellazione di Luca Giordano o della sua scuola; la piccola chiesa di S. Maria del Castagneto una bella Madonna lignea bizantina.
Biel.: Ughelli, VIII, pp. 367-74; X. p. 345 ; F. Pacelli, Mens. st. della città di T., Cerreto Sannita 1775; G. Rossi, Catal. de' sesc. di T., Napoli 1827; Moroni, LXXIII, pp. 263-70; P. B. Gamo, Series episc., Ratisbona 1872, p. 931; V. Mazzacane, Cerreto Sannita, Cerreto Sannita 1911, pp. 138-44 e 201, n. 2; Lanzoni, I, p. 379; M. Ingezanez - L. Mattei Cerandi-P. Sella, Rationes decimarum, Compania Cittadi e testi, 97), Città del Vaticano 1948, pp. 157-65; Cottincau, II, col. 3130. Pasquale Testini
TELESFORO di Cosenza. - Scrittore enigmatico, il quale nella letteratura pseudo-profetica, che pretese rifarsi all'autorità di Gioacchino da Fiore, ha un posto notevole per il suo De statu Ecclesiae et de tribulationibus futuris scritto tra il 1356 e il 1365. Abbreviata e meglio ordinata da un tal Fra' Rusticano (il quale compose la lettera dedicatoria ad Antonio Adorno, doge di Genova, 3 sett. 1386), fu stampata nel 1516 a Venezia.
Il libro si presenta, fin dall'inizio, come lavoro di T. di C. a parte e romito, dotto e santo ", che visse "nei pressi di Tebe città (loro terra detta Luzzi)", come si esprime D. Martire. T. avrebbe "riepilogato i libri di Cirillo, di Gioacchino, le istorie scritte dall'arcivescovo Luca di Cosenza ed altri". Inoltre, avrebbe scritto un altro libro di storie e la vita del beato Gioacchino, e sarebbe morto a Luzzi, probabilmente nel celebre monastero della Sambucina. In realtà, il De statu Eccl. è un florilegio; "la profezia rispecchia una tendenza nazionalista a proposito dell'estinzione dello scisma cominciato dopo l'elezione di Urbano VI - (P. Paschini), E. Donckel, seguito da P. Paschini, rivendica la storicità delle notizie su riferite circa la persona di T.: "Non si tratta di uno pseudonimo, bensì di un eremita francescano, forse della congregazione di Clarens, che scende, possesso poi si Gerolamini approvati da Gregorio XI nel 1573 ". F. Foherti, invece, energicamente riafferma la tesi già prevalente (F. Kampers, H. Grundmann, L. Pastor), che T. sia uno pseudonimo: "Il titolo del libro riccheggia il Tractatus de ultimis tribulationibus della precedente pseudoletteratura gioacchimita".
Biel.: D. Martire, La Calabria sacra e profana, III, Cosenza 1878, pp. 21-26; F. Kampers, Kaiserprophetien und Kaisersagen, Monaco 1896, p. 235 sgg.; H. Grundmann, Die Papstprophetien des Mittelalts, in Archiv. für Kulturgesch., 19 (1928, 1), p. 109 sgg.; E. Donckel, Studien über die Prophezeiung des Fr. T. von C., in Arch. francisc. hist., 26 (1935), pp. 29-104 (testo apocrifo della profezia, pp. 282-314); P. Paschini, s.v. in Enc. Ital., XXXIII, pp. 437-38; F. Foherti, Gioacchino da Fiore e il gioacchinismo antico e moderno, Padova 1942, p. 144 sgg. Francesco Spadafora
TELESFORO, PAPA, santo, martire. - S. Irenco lo pone al settimo posto dopo gli Apostoli e dice che finì i suoi giorni con un "glorioso martirio" (Ad. Haer., III, 3, 3, Eusebio, Hist. eccl., IV, 10; V, 6, 4).
Il suo pontificato durò 11 anni (Lib. Pont., p. Lxxx) ed è posto approssimativamente tra il 125 e il 136 . Eusebio (Hist. eccl., IV, 5, 5 e loc. cit.) e il Catalogo Liberiano (ed. Duchesne, in Lib. Pont., I, pp. 2-3) gli assegnano con qualche incertezza gli anni 127-38. Il Liber Pont. lo dice di origine greca e gli attribuisce, senza alcun fondamento, l'istituzione del digiuno quaresimale di sette settimane e delle messe notturne di Natale con il canto del Gloria (la $2^{a}$ ed. parla invece del Gloria nella Messa quotidiana che si deve celebrare dopo terza). La stessa fonte lo dice sepolto in Vaticano il 2 genn. Il Martirologio geronimiano non lo ricorda, però Floro nel suo Martirologio (sec. Ix) trasformò un martire africano di nome T., recensito nel Geronimiano al 5 genn., in s. T. papa e tale identificazione è tuttora conservata nel Martirologio romano. Nel Messale la commemorazione di s. T. ( 5 genn.) compare per la prima volta nell'ed. tipica del 1604.
Biel.: Lib. Pont., I, pp. II, 2c, 56 (compendi Feliciano e Canoniano), 129; Martyr. Hieronymianum, pp. 46-27; Martyr. Romanum, p. 7; H. Quentin, Les martyrol. hist. du moyen âge, Parigi 1908, p. 293; L. Duchesne, Hist. anciens. de l'Egl., I, 1a ed., ivi 1923, pp. 236-37; Fliche-Martin-Frutes, I, 2a ed., nn. 253, 337, 409; P. Bruylants, Les oraisons du missel romain, I, Lovanio 1952, p. 12.
A. Pietro Frutas
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TELESIO, Bernardino. - Filosofo, n. a Cosenza nel 1509 , m. ivi nel 1588 . Nel 1518 fu a Milano con lo zio Antonio, dal quale apprese il latino e il greco. Nel 1521 o nel 1523 seguì lo zio al Ginnasio romano. Poco dopo passò a Padova, dove formò la sua cultura filosofica, iscrivendosi alla Facoltà delle arti e dedicandosi alla physica, alla medicina e alla filosofia.
All'Università, in medicina dominava Galeno, in filosofia l'aristotelismo alessandrista, particolarmente intento ai problemi della concreta natura sensibile, ma inceppato dall'apriorismo della tradizione aristotelica. Nel 1533 conseguì la laurea; ma rimase insoddisfatto: "non contentus Aristotelis doctrina; ... quem et ipse... multos annos colui ", per l'astratto razionalismo apriostatico del filosofo, che non teneva conto del senso, fonte prima del sapere (Prooemium al De rerum natura del 1565). Si raccolse allora nella meditazione in un monastero (forse alla Grancia di Seminara), ove rimase, sembra, dal 1536 al 1544-45; passò poi a Napoli (1544-52), dove elaborò la sua filosofia, in un ambiente fervido di aristotelismo averroista. Nel 1553 sposò Diana Sersale, vedova con due figli, che morì nel 1561, lasciandogli altri quattro figli. Inesperto di amministrazione, si immerse in debiti, dai quali non riusci più a liberarsi. Dal 1561 visse tra Roma, Napoli e Cosenza. Nel 1562 si recò a Brescia per discutere la sua filosofia con Vincenzo Maggio, aristotelico famoso, il quale nulla trovò a ridire né sui principi, né sulla logica del sistema. Oo.lette la benevolenza dei papi Clemente VIII, Paolo III, Paolo IV, Pio IV, il quale ultimo gli offerse l'arcivescovato di Cosenza, che egli declinò a favore del fratello Tommaso. Nel 1565 uscirono a Roma i primi due libri del De rerum nutura, ristampati nel 1570 a Napoli con qualche variante formale. Nel medesimo anno seguirono ivi tre opuscoli: De his, quae in aere finat, et de terrae motibus; De coloram generatione; De mari. La sua filosofia si diffondeva: nel 1573 il Martelli pubblicò a Firenze la traduzione dei due libri del De rerum natura e di due opuscoli; Gregorio XIII (1572-85) lo invitò a Roma a spiegare la sua filosofia; un uguale invito gli venne da Napoli; ma vero e proprio insegnamento non tenne mai, accontentandosi di conversazioni. In quegli anni, oltre all'attività polemica e alla composizione di opuscoli, preparò l'edizione completa del De rerum natura, pubblicata a Napoli nel 1686.
Animo buono e sincero credente, non scorse contrasti tra la sua filosofia e il cristianesimo; altri li videro e nel 1593 furono posti all'Indice, "donec expurgentur", il De rerum natura, il De Sumno e il Quad animal unicersum ab unica animae substantia gubernatur (oggi espunti).
Quanti finora hanno studiato la natura, vi hanno prodigato immense fatiche con miseri risultati; come è provato dal pelago di contraddizioni delle indagini in contrasto tra loro e con la realtà. Ciò perché i filosofi pretesero "mundi huius principia ratione inquirere; ... nos, humanse sapientiae amatores cultoresque ", seguiremo "sensum... et naturam aliud praeteres nihil", salvo sempre il primato assoluto della fede : se vi contraddicesse, "abnegandus omnino et ipse etiam est sensus" (Prooemium all'ed. del 1586). Il senso è la fonte prima e radicale della conoscenza, la quale consiste sostanzialmente in un contatto. La sensazione è un moto cosciente dello spirito-calore: perciò tutti gli esseri sentono. Il senso è percezione immediata di un oggetto attualmente presente, generata dal moto meccanico. L'intelletto è inferenza, da un aspetto noto del percepito, di un aspetto attualmente non sentito, ma già colto in precedenti esperienze: esso è fondato ontologicamente sul presupposto della continuità permanente degli esseri e psicologicamente sulla memoria sensitiva; l'intelletto è dunque semplice memoria sensitiva. I principi universali non sono che generalizzazioni di sensazioni, sempre bisognosi di conferma sperimentale (1. VIII). Il senso mostra che il fuoco e i cieli sono fatti di calore, il quale è bianco, illumina, riscalda e causa il moto; la terra è fatta di freddo, immobile e antitetico al calore; entrambi sono sensibili e senzienti. Le due nature agenti, caldo e freddo, essendo incorporee,

(fol. Enc. Catt.)
Telesio, Bernardino - Frontespizio del De Natura iuxta propria principia, Roma, per i tipi di A. Bledo, 1562 - Esemplare della Biblioteca nazionale - Roma.
esigono un sostrato comune cui inerire, la nera materia passiva. Si hanno cosi i tre principi universali fisicometafisici della realtà (il. I, II), operanti nello spazio vuoto e nel flusso del tempo. La terra sferica è posta immobile al centro dell'universo; i singoli movimenti spaziali che vi si riscontrano sono causati dal calore dei cieli semoventisi, perché costituiti di calore. La varietà immensa dei singoli esseri naturali risulta dal meccanico incontro di quantità variabili di caldo e di freddo nella materia, sotto l'alta guida della Provvidenza che tutto coordina in un mirabile ordine finalistico (ll. III, IV).
I viventi sono meccanismi finalisticamente operanti, composti di materia e spirito-calore: il principio vitale è semplice calore corporeo, come è dimostrato dalla nutrizione, dal meccanismo del movimento e da quello conoscitivo, dalla morte. Tale calore materiale è atto a spiegare tutte le funzioni conoscitive del senso e della ragione : - substantiam quae sentit in homine, ratiocinari et animalia reliqua ratiocinationis non prorsus expertia esse" (VIII, 14). Ciò non infirma l'esplicita ammissione di un'altra anima propria all'uomo: "nihil propterea negantes aliam a spiritu e semine educto... substantiam homini inesse et vere eam divinam et ab ipoo infusam Duo" (VIII, 8). Lo provano alcuni indizi : l'uomo non si accontenta delle cose terrene; è sempre inquieto; apprezza i valori morali, anteponendo