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 Ciò non infirma l'esplicita ammissione di un'altra anima propria all'uomo: "nihil propterea negantes aliam a spiritu e semine educto... substantiam homini inesse et vere eam divinam et ab ipoo infusam Duo" (VIII, 8). Lo provano alcuni indizi : l'uomo non si accontenta delle cose terrene; è sempre inquieto; apprezza i valori morali, anteponendoli ai beni materiali; le sperequazioni tra meriti e premi, tra colpe e pena nella vita presente esigono il ristabilimento della giustizia in una vita futura. La fede accerta l'esistenza di un'anima spirituale e immortale ( $\mathrm{V}, \mathrm{a}$ ). Analoga è la dimostrazione di Dio. Viene negato ogni valore alla via motus aristotelica, perché il movimento è causato da calore : cielo e animali si automuovono, come si automuove tutto ciò che è caldo (IV,

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(fol. l'itinl)
Televisione - Il Pontefice Pio XII riceve nella sala del concistoro i tecnici della t. francese e assiste per la prima volta a un esperimento di trasmissione (1930).
di conoscenza si svolge a distanza tra "mente e cose", con esclusione di ogni possibile intervento dei comuni sensi o del pensiero subcosciente di terzi. Il termine volle essere sostituito dal Richet con quello di criptestesia.

Il fenomeno è stato dimostrato, con prove positive, appartencnte all'ordine naturale; non è possibile, però, allo stato attuale della sperimentazione e delle nostre conoscenze, spiegarne il meccanismo (v. chiaroveggenza).

Sotto l'aspetto morale, la t. non ricade sotto le proibizioni ecclesiastiche riguardanti io spiritismo (v.), salvo il caso in cui essa venga usata con la presunzione di scoprire eventi futuri legati allo svolgersi della volontà libera.

BibL.: v. Chiaroveggenza; Metaphorica; teletetita.

Giuseppe de Nisno
TELEVISIONE. - Consiste nella trasmissione e riproduzione a distanza di immagini in movimento, per mezzo di onde elettromagnetiche.

1. ASPETTI TECNICI E CENNI STORICI. - Il procedimento attraverso il quale avviene questa trasmissione e riproduzione consiste anzitutto in una scomposizione dell'immagine in un numero grandissimo di piccoli elementi, dei quali ognuno comprende un determinato valore di flusso luminoso, tradotto in un corrispondente valore elettrico attraverso una cellula fotoelettrica. La corrente cosi determinata viene inviata a distanza nell'ordine della suddivisione dell'immagine in elementi, come onda modulatrice di onde elettromagnetiche ad altissima frequenza. Alla stazione di arrivo gli impulsi elettrici sono di nuovo tradotti in flussi luminosi elementari proporzionalmente alla corrente stessa, i quali vengono riordinati nello spazio, con un sincronismo rispondente all'ordine di successione di elemento a elemento nell'immagine trasmessa, sicché si determina l'impressione visiva dell'immagine ricostruita. La rapidita della successione delle immagini non raggiunge $1 / 23$ di secondo, ossia le immagini si susseguono a intervalli più brevi della persistenza delle impressione visive sulla retina dell'occhio umano, ossia di $1 / 15$ di secondo. Oggi si è giunti anche alla rapidità di $1 / 50$ di secondo. Nella ricezione dell'immagine trasmessa si ha pertanto l'impressione della continuità.

Le grandi date che segnano il cammino di scoperta, di perfezionamento e di utilizzazione della t. sono relativamente recenti. Nel 1880 M. Leblanc immaginò la esplorazione con specchi vibranti; nel 1884 P. Nipkow inventò il disco omonimo; nel 1889 Weiller prescritò la ruota a specchi; nel 1907 Rosing gettò le basi del metodo con l'oscillografo catodico; ma solo con il perfezionamento della cellula fotoelettrica e del tubo elettronico la t. divenne possibile. In seguito, la t. si perfezionò sempre più, soprattutto da quando si è effettuato il passaggio dalla t. meccanica, poco stabile e poco dettagliata, all'attuale più perfetta, per la facilitazione rappresentata dall'iconoscopio dovuto a Vladimir Zworykin, di cui i primi risultati del 1923, furono perfezionati nel 1938. Nel 1939 ad opera di Jams e Rose si ha l'articonoscopio, perfezionato nel 1946 da Rose e Weimac.

Intanto nel 1935 si inaugurano le prime stazioni di trasmissione: a Berlino-Witaleben e alla Torre Eiffel, e vanno moltiplicandosi gli impianti sperimentali di t. ed analisi catodica negli Stati Uniti, in Inghilterra, in Italia. Nel 1937 si hanno regolari trasmissioni in diverse città d'Europa e d'America. In Italia si effettuano ottime emissioni sperimentali nel 1939-40, ad opera dell'EIAR (oggi RAI), dalla Torre del Parco a Milano e da Monte Mario a Roma, con apparecchi costruiti in Italia. Nel 1949 il Consiglio nazionale delle Ricerche istituisce una apposita Commissione di studio per la t., e oggi la RAI, le università e le industrie si occupano della sua ripresa.

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Dopo la guerra 1939-45 i servizi di r. furono ripresi in Inghilterra dalla B.B.C. nel 1946. Anche negli Stati Uniti è stato ripreso dopo la guerra il servizio pubblico inaugurato nel 1941 da una stazione di Nuova York. Nel 1946 si ebbe il collegamento tra Washington e New York. Col 1948 la t. è andata sempre più diffondendosi col moltiplicarsi delle stazioni di trasmissione, col miglioramento dei programmi, con il ribasso del costo degli apparecchi riceventi. Alla fine del 1948 erano già venduti più di un milione di apparecchi : oggi si è raggiunta, la cifra di molti milioni, e più di 150 stazioni trasmittenti, di cui più di un centinaio con trasmissioni regolari.

Secondo informazioni dell'U.N.E.S.C.O. della fine del 1952, negli Stati Uniti si hanno 19 milioni di ricevitori; nel Canadà 100 mila, con 2 stazioni; in Inghilterra 5 stazioni e 1.500 .000 ricevitori; in Francia 2 stazioni e 40 mila ricevitori; nell'U.R.S.S. 3 stazioni e 60 mila ricevitori. Tramissioni sperimentali si effettuano in Italia, Germania, Danimarca, Olanda, Cecoslovacchia, Giappone, Jugoslavia, Spagna. In molti altri paesi si stanno preparando impianti per t. Anche nella Città del Vaticano esiste una stazione, regalata al S. Padre Pio XII dalla Francia.

Attualmente la proiezione delle immagini trasmesse è possibile su schermi a uso familiare, di i mq. di superficie o poco più; ma l'eldoforo, ideato dal Fischer di Zurigo e oggetto di studi da parte del Thieimann, fa uso di un procedimento per l'amplificazione della luce, e già oggi fornisce un quadro di ca. 10 mq . con una luminosita modìa assai buona e ottimo dettaglio. Ma resta da renderlo più pratico. La diffusione dell'immagine televisiva oggi avviene a mezzo radio, con onde ultracorte e microonde. Si possono riprendere programmi appositamente prodotti, o scene della vita reale, e vi sono apparecchiature mobili che permettono di riprendere, a mezzo di radiocollegamenti, fatti che si svolgono su larghissima scala. Per ragioni pratiche è spesso opportuno registrare la scena e ritrasmettere al momento più adatto per l'osservatore, generalmente verso sera, quando egli è più in grado di assistervi. Ciò avviene a mezzo della cinematografia, ma è un procedimento più difficile e costoso. Per t. si possono trasmettere anche films. Si sono fatti esperimenti di trasmissione di immagini a colori. In America, Inghilterra e Francia sono ancora in fase sperimentale i tentativi di attuare trasmissioni stereoscopiche. E pure allo studio il metodo della stratovisione, con impiego di stazioni relnis installate su serei volanti a ca. 9000 m . in circoli prestabiliti intorno alle stazioni trasmittenti.
II. Problemi e rilievi di ordine morale. - E facile capire quali delicati problemi sorgono per il fatto della diffusione della t., che porta a domicilio anche per mezzo della visione, la multiforme vita del mondo. Sono problemi di ordine psicologico, per la ripercussione inevitabile che la proiezione televisiva ha sulle facoltà dell'uomo (intelletto, volontà, fantasia, sensibilità), per la facilità con cui viene messo al corrente degli avvenimenti e a conoscenza degli uomini, per l'influsso diretto che cose e uomini esercitano sul formarsi della sua mentalità, sulle sue opinioni e abitudini, sul suo stesso costume e modo di vivere. Problemi di ordine culturale, per il nuovo meraviglioso contributo che la t. porta al diffondersi di conoscenze e di esperienze in ogni campo della cultura, a favore di tutti (nella misura in cui diventa più accessibile a tutti) e con l'influsso potente esercitato dall'elemento visivo per facilitare la conoscenza o il gusto estetico, e provocare desideri e ricerche. Problemi di ordine sociale, per la nuova, grande spinta data dalla t. alla reciproca conoscenza e quindi all'avvicinamento degli uomini, al formarsi della pubblica opinione, all'avvivarsi della coscienza sociale e internazionale.

Ma il problema più grave è quello morale, in ordine cioè al bene e al male, che può provenire dalla t., specialmente se si considera che la t., almeno oggi, riguarda in gran parte un pubblico familiare, che essa afferra nell'am-
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(per cortesia di mora, A. P. Fratari.
Televisione - Apparecchio televisivo sulla terrazza della Basilica Vaticana.
bito delle stesse pareti domestiche. E questo problema è stato sentito ben presto negli stessi ambienti interessati alla t., ed è notevole a questo proposito il Codice della t. elaborato negli Stati Uniti d'America da una Giunta designata dagli stessi impresari, cui sembra abbiano aderito tutte le stazioni di trasmissione nordamericana. Esso venne pubblicato dalla rivista americana Broadcasting Telecasting il 10 dic. 1951. In esso si sottolinea la serietà del problema, appunto per la penetrazione di idee e costumi che attraverso la t. avviene nella casa degli osservatori, tra bimbi, giovani e adulti, di ogni razza, fede e livello culturale, con una influenza efficace su tutto l'uomo. Eccone pertanto i punti fondamentali con particolare riferimento ai valori morali : 1) in favore dell'educazione e della cultura. La t. accresce grandemente l'influenza educativa della scuola, dei centri superiori di cultura, della Chiesa, e deve perciò tenersi in contatto con queste istituzioni, sollecitandone il consiglio e la cooperazione. E quindi precisa responsabilità delle stazioni, delle agenzie, degli annunciatori e dei patrocinatori dei programmi di cogliere ogni opportunità per far si che le emissioni concorrano all'elevazione del pubblico, all'avanzamento della cultura e dell'educazione sociale, tenendo conto dei desideri della stessa comunità.
2) Quanto ai programmi viene perciò stabilito di escludere dalle trasmissioni tutto ciò che è estremamente frivolo, osceno, indecente, come pure ogni parola che potrebbe prestarsi all'equivoco, in base a una lista di tali parole che sarà preparata dalla Commissione incaricata di rivedere il Codice. Non sono permessi attacchi alla religione e alle diverse credenze religiose. Il nome di Dio e dei suoi attributi va sempre pronunciato con la debita riverenza. I riti religiosi, anche quando vengono a trovarsi fuori degli appositi programmi, devono essere adeguatamente presentati, in modo che il ministro, sacerdote o rabbino che vi apparisce non perda nulla della sua dignità. Si dovrà evitare che il criterio commerciale prevalga su quello qualitativo, anche nei concorsi inidetti fra il pubblico. Si manterrà tutto il rispetto per la santità del matrimonio e per ciò che rappresenta la casa. Il divorzio non potrà servire di base all'assunto né si giustificherà come soluzione del problema coniugale. Non saranno presentate come raccomandabili relazioni sessuali illecite, e si dovrà escludere ogni rappresentazione di delitti sessuali e contro natura. Gli stessi criteri di cautela devono essere seguiti riguardo agli stupefacenti di tipo illegale, alle bevande alcooliche, ai giuochi d'azzardo, agli spettacoli sportivi, al dolore e ai difetti fisici di determinate persone, alle esibizioni astrologiche, frenologiche, numerologiche, chiromantiche, ecc., alle trame tragiche, ai consigli medici, legali, ecc., agli spettacoli che suscitano crudeltà, ambizione, egoismo, alla presentazione dei delitti, e tutto ciò che può provocare emozioni troppo vive. Si dovrà evitare ogni, anche apparente, giustificazione del delitto, mentre invece sarà esaltata la legge e sa-

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ranno presentati con rispetto e dignità i suoi rappresentanti.
3) Doveri verso i bambini. Presentare una giusta visione del mondo, evitando tutto ciò che può suscitare la violenza degli istinti. Fare programmi adattati per loro, e prendere ogni cautela specialmente per le ore del giorno in cui essi possono assistere ai programmi. Far penetrare in loro attraverso la t. ideali morali e sociali, concetti di sottomissione e rispetto per i genitori e le autorità.
4) Decenza e decoro. Si dovrà far sì che si mantenga la massima dignità nella presentazione delle figure, quanto alle parti anatomiche, alle vesti, agli atteggiamenti, ai movimenti, specialmente nella danza. Si dovrà procedere con buon gusto e delicatezza in tutto ciò che in qualunque modo ha relazione col sesso.
5) Doveri verso la comunità. Il produttore della t. e il suo personale devono ricordare che svolgono una funzione in favore della comunità e devono cercare di ottenere il bene dei loro concittadini.
6) Notizie e commenti politici. Si dovranno trasmettere notizie vere, con commento distinto dal notiziario, con spiccate caratteristiche di equilibrio; si eviterà di trasmettere notizie allarmanti ed eccitanti, specialmente nel campo criminale. I commenti dovranno servire e completare le conoscenze del pubblico.
7) Controversie pubbliche. - 8) T. politiche.
9) Programmi religiosi. Vi si dovrà concedere il giusto spazio, con evitare attacchi a qualsiasi religione; osservare in tutto il programma il massimo rispetto i servirsi di persone degne; accentuare le verità strettamente religiose, al di sopra di punti di vista parziali o polemici che non siano in stretta connessione con la religione e la morale: dare una giusta proporzione alle trasmissioni a cura delle diverse credenze.
10) Annunci. - 11) Accettazione degli annunci di prodotti farmaceutici. - 12) Presentazione di regali. - 13) Regole e procedimenti da seguire per l'applicazione del Codice.

Questi nobili intenti si dovranno tradurre in realtà, non anteponendo mai il criterio economico o commerciale a quello etico, come del resto il pubblico esige nella sua stragrande maggioranza.
III. La t. e i cattolici. - È evidente l'importanza che la t. può avere come arma di apostolato. I cattolici di fatto hanno cercato di servirsene e di essere presenti per orientarne il lavoro, secondo le esigenze etiche sopra ricordate. Realizzazioni importanti si sono avute in diversi paesi, ma specialmente negli Stati Uniti d'America e in Francia. Il lavoro in tale campo è curato e promosso particolarmente dalla Association Catholique Internationale pour la radiodiffusion et la télévision, UNDA, i cui inizi risalgono al 1928. Ha la sua sede centrale a Friburgo (Svizzera), e ha una rete di centri e di corrispondenti in tutto il mondo. Il suo programma è di coordinare le attività cattoliche nei campi della radio e della t.; promuovere la fondazione di organizzazioni cattoliche riguardanti la radio e la t.; cooperare con le altre istituzioni che hanno il medesimo spirito; preparare programmi per la radio e la t. Ne è presidente il p. J. B. Kors, O. P.

L'azione dei cattolici in tale campo si svolge in forme molteplici: emissioni religiose per le parrocchie, teleclubs, scuole di preparazione di personale competente, azione nelle famiglie, stampa al servizio della t., educazione alla critica della t., influsso sui programmi, ecc.. e tutto ciò su un piano internazionale dove la t. può essere un valido coefficiente dell'unità del mondo. E pure da aggiungere che la Messa seguita per t. non è valida ai fini del soddisfacimento del precetto festivo. E invece valida la benedizione papale, ricevuta per t. (AAS, 31 [1939], 277).

BNL.: sugli aspetti tecnici: M. Chauviere, Télévision, Parigi 1937; H. Günther, Das grosse Fernsebbuch, Berlino 1939; E. Cairns, T., Napoli 1942; E. Montú, T., Milano 1947; Atti del Congresso di t., Parigi 1948; F. Vocchiacchi, T., in Enc. Ital., Appendice, II, pp. 964-70. Sul punto di vista etico e l'azione dei cattolici, le pubblicazioni dell'UNDA: Service d'information et de Documentation: Unda AZ, Unda TEC, Unda PRO; Services de programmation: Unda ETEX, Unda EDIS, Unda EFIL: Services auxiliaires: Unda TRANSLAD, Unda EN-

QUETE, Unda MISSIO: Bulletin e Revue: UNDA 19, Bois de Pérolles, Friburgo Svizzera.

Raimondo Spiazzi
TELSIAI, Diocesi di. - Città e diocesi nella Repubblica Lituana.

Ha una superficie di 15.000 kmq ., con una popolazione di 401.306 ab. dei quali 383.872 cattolici e conta 135 parrocchie (Ann. Pont. 1953, p. 419). Non si conoscono ulteriori dati statistici essendo attualmente soppressa l'intera gerarchia.

La diocesi fu eretta da Pio XI con la cost. apost. Lituanorum gente del 4 apr. 1926 per smembramento dall'arcidiocesi di Kaunas, di cui è suffraganea. La Cattedrale è dedicata a s. Antonio.

BNL.: AAS, 18 (1926), pp. 121-23. Enrico Jou
"TE LUCIS ANTE TERMINUM».-Innodella Compieta, appartenente al gruppo irlandese.

E la preghiera della sera, nella quale l'anima si rivolge a Dio perché la custodisca nel sonno.

BNL.: G. G. Boli, Gli inui del Breviario tradotti, Roma 1836, p. 94; G. S. Pimont, Les hymnes du Bréviatre romain, I, Parigi 1874, pp. 124-30; A. Mirra, Gli inui del Bressario romano, Napoli 1947, p. 40 . Silverio Mattei
"TE MATER ALMA NUMINIS.. - Inno delle Lodi nella festa della Maternità di Maria S.ma, inserito nell'ufficio della festa della Maternità, approvato da Benedetto XIV per Venezia e diocesi il 16 ag. 1751 (Decreta SS. Rituum Congr. ab an. 1751 usque ad an. 1753, fol. 242).

Fu introdotto nel Breviario nel 1931 quando Pio XI estese la festa alla Chiesa universale a commemorazione del XV centenario del Concilio di Efeso, in cui contro Nestorio la Vergine S.ma fu acclamata Madre di Dio. Vi si prega la Madonna perché ci protegga dalle insidie di Satana e ci propizi la divina clamenza.

BNL.: G. G. Belli, Gli inui del Breviario tradotti, Roma 1836, p. 312; C. Alšin, La poezie du Breviaire, Lione s. a., p. 516; A. Mirra, Gli inui del Breviario romano, Napoli 1947, p. 183.

Temistio. - Oratore e filosofo del Iv sec. d. C. (ca. 320-90). Figlio di genitori paflagoni, e n. probabilmente a Costantinopoli, molto rinomato per l'eloquenza e l'insegnamento, ebbe il favore degli imperatori e importanti cariche. Assecondo la restaurazione del paganesimo tentato da Giuliano; tuttavia mantenne nei confronti del cristianesimo una certa moderazione, per cui fu stimato anche da cristiani insigni, come Gregorio Nazianzeno, che lochiama $\beta \alpha \alpha \lambda \varepsilon \dot{\varepsilon} \varsigma \tau \tilde{\omega} \nu \lambda \dot{\varepsilon} \gamma \omega \nu$ (Ep., 139 sg .).

Di lui restano 33 discorsi (uno dei 34 attribuitigh è apocrifo), in cui tratta temi di filosofia popolare, e inoltre Parafrasi di vari scritti di Aristotele (Analytica post., Physica, De anima, De caelo, Metaphys.). Perduti i commenti agli Analytica pr., si Tepica e alle Categories.
T. non è pensatore originale, ma piuttosto esegeta. E prevalentemente aristotelico (di Aristotele afferma 6v $\pi \rho \rho \alpha \tau \alpha \xi \lambda \rho \eta \eta$ Şiou 70, 0al 785 009(ac): ma con influssi platonici, pitagorici e stoici. Per T., come in genere per i platonici dell'età imperiale, la filosofia ha fine essenzialmente etico-religioso. Egli ritiene innata l'idea della Divinità; mentre invece non è dato conoscere la natura di Dio, ed è quindi inevitabile la varietà delle religioni e dei culti e delle sètte filosofiche. T. intese assumere così una posizione «irenica» di fronte al grande contrasto, che agitava il suo secolo, fra il cristianesimo e la vecchia religione prossima al dissolvimento.

BNL.: odd.: i commenti ad Aristotele in Commentario in Arist. groeca dell'Accad. di Berlino, V, I (1920), V, II (1900), V, III (1899), V, IV (1902), V, v (1903); Them. paraphrases... ed. L. Spengel, Lipsia 1866; Them. orationes, ed. G. Diodorf, ivi 1832. Su T.: L. Méridier, Le philosophie Th. devant l'opinion de ses contemporains, diss., Rennes 1906; G. Pohlsclonidt, Ouaestiones thomistianas, diss., Münster 1908; J. Scharoid, Chrysostomos u. Th., Burghausen 1912; H. F. Bouchery, Contribution d l'étude de la chronologie des discours de Th., in L'antiquité classique, 5 (1936), pp. 191-208. V. anche Uberweg, I, pp. 836-38, 600 (bibl.). V. inoltre bibl. della voce GILLIANO L'APOSTATA, Raffaello Del Re

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TEMISTIO. - Diacono di Alessandria, detto pure Calonimo, vissuto nel sec. vir.

Appartenne alla setta monofisita dei severiani e dopo la morte di Severo sostenne che Gesù ignorava, come uomo, varie cose, e specialmente il giorno del giudizio universale (Mc. 13, 32), diventando cosi capo degli agnoeti (v.). Scrisse un'apologia contro Severo, confutata dal monaco Teodoro. Tra gli altri suoi scritti è da notare quello contro la dottrina della risurrezione di Giovanni Filopono. Tutti sono andati perduti; ne dànno l'elenco Tazio (Bibliotheca, 23 e 108) e Massimo il Confessore (PG 91, 172).
Biol.: A. Vacant, Agnoètes, in DThC, I, coll. 588-89. Antonio Ferrua

TEMPERA: v. PITTURA.
TEMPERAMENTO. - Sintesi funzionale di un individuo, espressa dalla sua caratteristica più manifesta ed evidente. Al posto dei quattro umori proposti dagli antichi autori (flegma, bile, atrabile e sangue), oggi vengono presi a base del t. le caratteristiche funzionali prevalenti nel campo delle ghiandole endocrine (v.) e dell'apparato autonomo della vita vegetativa (v. neurovegetativo, sistema).

Pertanto la classificazione dei vari t. viene fatta in base alla iperfunzione o alla ipofunzione di una singola ghiandola endocrina o di un gruppo di ghiandole ad azione sinergica (s costellazioni endocrine v), sempre però tenendo presente che il termine t. non è mai indice di una disposizione morbosa, ma piuttosto di una condizione funzionale "paranormale al limite" ossia tra il normale e il patologico.

Nella classificazione dei t. viene presa in considerazione anche la funzione dell'apparato autonomo della vita vegetativa, in quanto le sue due sezioni, il simpatico e il parasimpatico, presiedono all'innervazione sinergica, più che antagonista, di tutti gli organi della vita vegetativa, imprimendo all'individuo, a seconda della prevalenza di una sezione o dell'altra, un particolare tono neurovegetativo.

Le attuali cognizioni ancora limitate sulla funzione delle ghiandole endocrine conosciute e la scoperta di sempre nuovi organi dotati di tali funzioni (fegato, tonsille, ecc.) non permettono di stabilire una classificazione precisa e definitiva sui t. individuali. La classificazione più in uso è oggi quella proposta da N. Pende che distingue, innanzitutto, gli individui in due gruppi : gli ipervegetativi e gli ipovegetativi, sovrapponendoli rispettivamente ai megalosplancnici (individui che dal punto di vista morfologico presentano un'eccedenza del tronco sugli arti) e ai microsplancnici (nei quali gli arti sono più sviluppati del tronco; v. costituzione). Questa classificazione è una distinzione eminentemente funzionale, in quanto tiene conto dell'andamento dei processi anabolici e catabolici dell'organismo, ossia del suo ricambio (metabolismo) energetico. Negli ipervegetativi l'anabolismo è superiore al catabolismo e si ha un secumulo di grassi e proteine, mentre negli individui ipovegetativi sono aumentati i processi catabolici di ossidazione e la vita di relazione prevale sulla vita vegetativa.

Tale particolare andamento del ricambio è guidato dalla funzionalità delle ghiandole endocrine, tra le quali alcune presiedono ai processi anabolici dell'organismo, mentre altre stimolano il catabolismo. Si sono cosi individuati due gruppi di ghiandole endocrine, detti «costellazioni endocrine», una costituita da ghiandole stimolanti l'anabolismo (ovais, corticosurrene, paratiroidi, pancreas, epifisi e timo) e una ad azione opposta e contrastante (tiroide, ipofisi, cellule interstiziali del testicolo, parte midollare del surrene). L'iperfunzione di una singola ghiandola o di tutta una costellazione endocrina viene a imprimere un particolare carattere all'individuo il cui t. verrà a risentire in modo speciale della iperproduzione o dalla scarsezza dell'ormone o degli ormoni secreti da ogni ghiandola o dalle varie ghiandole a funzionalità alterata e da questa circostanza prenderà la sua caratteristica.

Bisogna però osservare che nell'esperienza clinica si vedono individui con tendenze funzionali simili che appartengono ai due gruppi opposti degli ipervegetativi e ipovegetativi. Vi sono cioè fenomeni di compensazione ghiandolare tra ghiandole appartenenti alle due costellazioni endocrine, che portano all'annullamento dell'attività iperfunzionante di una ghiandola. Sia gli ipervegetativi che gli ipovegetativi devono essere suddivisi in individui a t. stenico con prevalenza della parte simpatica del sistema nervoso vegetativo e reazione pronta e virace; e individui a t. astenico con caratteri opposti e prevalenza della sezione parasimpatica o vagale dello stesso sistema.

Nasce cosi tutta una varietà di t. Tra gli ipovegetativi, gli stenici : ipertiroideo, ipertiroideo-iperpituitarico, e gli astenici : ipoparatiroideo, iposurrenale, ipogenitale; tra gli ipervegetativi, gli stenici : ipersurrenale, ipergenitale, e gli astenici : ipotiroideo, ipotiroideo-ipopituitarico, iperpancreatico.

Bibl.: M. Barbara, I fondamenti della biotipologia umana, Milano 1909; N. Pende, Trattato di biotipologia umana individuale e sociale con applicazioni alla medicina preventiva, alla clinica, alla politica biologica, alla sociologia, ivi 1939; M. Martigny, Essai de biotypologie humaine, Parigi 1948; M. Balano, Trattato di patologia speciale medica e terapia, Milano 1949; G. de Ninno, Questioni medico-morali, Roma 1951.

Alessandro Marolla
TEMPERANZA. - Virtù morale e cardinale che modera, secondo l'ordine della natura, le tendenze, i moti e le azioni; in una parola, gli appetiti che nella sfera del sensibile esercitano una maggiore attrattiva, offrono maggior piacere o somma di piaceri all'uomo, affinché questi, subendone l'incanto, non metta in pericolo la salvezza eterna.

La t., pertanto, avrà come oggetto materiale, intorno a cui esercitarsi, in primo luogo i piaceri inerenti alla conservazione dell'individuo e della specie (piaceri sensibili del cibo e della bevanda, piaceri sessuali dell'attività genetica), i quali, per la stretta connessione che hanno con il senso del tatto, si dicono anche piaceri del tatto. Essi sono l'oggetto primario della t., perché sono i più forti e importano le più cocenti deviazioni dall'ordine morale. In secondo luogo la t. si eserciterà intorno ai piaceri degli altri sensi : vista, odorato, udito, gusto, in quanto gli oggetti propri di questi sensi possono accrescere l'attrattiva e l'eccitazione verso tutto quanto appartiene alla conservazione dell'individuo e della specie (p. ex., la bellezza, la disinvoltura della persona, il gusto saporito dei cibi, il profumo, la voce argentina, ecc.). In terzo luogo la t. modera anche i desideri interni, in quanto non si possono desiderare i piaceri, di cui si è parlato, se non quanto, come e nel modo che è conforme all'ordine della ragione.

Perciò l'oggetto formale della t. è la particolare onestà che si riscontra nel moderare l'uso di questi piaceri, nel cercarli e approfittarne secondo la giusta misura. E la giusta misura si deduce dalla finalità di essi, la quale per rispetto al cibo e alla bevanda è il benessere del corpo e della mente in ordine alla loro attività, e la buona disposizione dell'animo in ordine alla salvezza eterna; e per rispetto all'attività genetica è la processazione dei figli e il conseguimento degli altri fini propri della vita coniugale.

Secondo poi i diversi campi, in cui la t. si esplica, e le varie circostanze e gradi della sua applicazione, si hanno le varie parti di essa, che si dicono soggettive, e cioè : l'astinenzo (v.) riguardo ai piaceri della mensa; la sobrietà riguardo alle bevande, specialmente quelle inebrianti (v. alcoolismo), comprendendovi anche le altre sostanze stupefacenti (morfina, cocaina, oppio, cloroformio, etere, ecc.); la castità riguardo ai piaceri dell'attività generatrice; la pudicizia, riguardo agli elementi accessori di essa.

I vizi opposti sono, rispettivamente, la ghiottoneria, l'ebrezza, la lussuria e l'impudicizia.

Per custodire e rafforzare la t., che è salvaguardia preziosa della dignità umana, bisogna ricorrere a tutti i mezzi naturali e soprannaturali che servono ad elevare e mantenere in alto i nostri pensieri e ideali e a rinvigorire

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(fot. Andersen)
Temperanza - La t. Musico del sec. xili - Venezia, basilica di S. Marco.
subiectivis, in Coll. Brugenses, 47 (1921), pp. 38-48. Celestino Testore

TEMPESTA, Antonio. - Pittore, n. a Firenze nel 1555, m. a Roma nel 1630. Allievo di Jan van der Straat e di Santi di Tito.

Giovanissimo, trovò lavoro alla Corte di papa Gregorio XIII. Si dedicò poi specialmente all'incisione confermando le sue doti di narratore facile e piacevole, anche se talvolta un po' superficiale, di scene di caccia, battaglie e conriti. Il T. è ad ogni modo un manierista che apre già la porta al vero barocco con un finissimo senso della decorazione. Nonostante la sua vasta produzione pittorica, non sono molti i dipinti che oggi gli si possono attribuire con sicurezza. Tuttavia dei più importanti, secondo il parere generale, sono, tra gli affreschi, quelli della Galleria Vaticana (oggi Galleria delle carte geografiche); la Fama e l'Onore nella Loggia degli Sviuzeri; alcune decorazioni nel Palazzo Rospigliosi, ai Quirinale, nei palazzi Santacroce e Giustiniani, nella cappella di S. Giovanni Evangelista in S. Giovanni in Fonte, di S. Antonio Abate a S. Giovanni de' Fiorentini, a S. Stefano Rotondo, a S. Pancrazio in Roma e le decorazioni alla Scala regia di Palazzo Farnese a Caprarola; quindi in diverse gallerie. Tra le incisioni : scene della vita di s. Giorgio; 12 scene della vita di Alessandro Magno; le metamorfosi di Ovidio; infinite scene, lavorate in collaborazione con il Bartsch, e la illustrazione della Gerusalemme Liberata del Tasso con scene a piena pagina.

Bibl.: G. Baglione, Le vite dei pittori, Roma 1642, pp. 202-281; A. Bertolotti, Artisti lombardi a Roma, II. Mantova 1884; H. Voss, Die Malerei der Spätremaxisance in Rom und Florenz, Berlino 1920; I. Callari, I palazzi di Roma, Roma 1928, p. 148; A. Calabi, L'incisione italiana, Milano 1931; W. Weisbach, Pittura francese del XVII sec., Berlino 1932; Thieme-Becker, XXXII, p. 516.

Emilia Durini
TEMPESTI, Casimiro Liborio. Storico e scrittore ascetico dei Minori Conventuali, n. a Firenze sullo scorcio del '600, m. ivi nel 1758.

Fu segretario generale dell' Ordine (1749-50), guardiano di S. Croce in Fi-
renze (1756) e poi provinciale di Toscana sino alla morte.

Rinomato predicatore e gran dotto, tra le opere principali ha: S. Bonaventura..... muestro esimio di spirito, ovvero mistico teologio secondo lo spirito e le sentenze del Santo (2 voll., Lucca 1746); Esercizi spirituali giusta il metodo e le dottrine di s. Bonaventura (2 voll., Venezia 1756); panegirici vari. Lasciò manoscritte poesie drammatiche e liriche, parafrasi ai Threni di Geremia e ai Salmi penitenziali e l'Anno santificato di Maria (1758). Però il suo nome è legato soprattutto alla storia della vita e gesta di Sisto V (2 voll., Roma 1754, a cura del confratello p. L. A. Fenati; $2^{\mathrm{a}}$ ed., ivi 1866), largamente sfruttata da A. de Hubner nella sua analoga Storia (ed. 1754, I, p. XVI).

Bibl.: Sbaralco, III, p. 209; D. M. Sparacio, Frammenti bio-bibliogr. di arritt. min. com', Assisi 1931, pp. 189-92; L. Di Fonzo, Lo studio del Dottore Serafico nel Collegio di S. Bonaventura in Roma, 1503-1875, in Misc. frane., 40 (1940), p. 175.

Lorenzo Di Fonzo
TEMPIER, Stefano. - Vescovo di Parigi dal 7 ott. 1268 al 3 sett. 1279.

Oriundo d'Orléans, aveva studiato teologia a Parigi. Canonico di Notre-Dame e poi cancelliere, aveva sollevato questioni giuridiche con l'Università e rivelato una accentuata tendenza a imporre il proprio arbitrio e a menomare i privilegi di quella. Vescovo, il suo nome e legato a due celebri condanne dell'averroismo: quella del io dic. 1270, nella quale vennero censurate 13 proposizioni schiettamente averroistiche; e quella del 7 marzo 1277, contro ben 219 proposizioni alcune delle quali notoriamente difese da s. Tommaso. Questa seconda condanna, la quale non colpiva soltanto l'averroismo, ma l'aristotelismo in generale in quel che dissentiva dall'agnatinianismo tradizionale, ebbe a sollevare rimostranze da parte di Egidio Romano, di Goffredo di Fontaines, di Giovanni da Napoli e perfino di Occam. Ma cinquant'anni dopo essa era caduta in disuso per quel che non riguardava gli articoli apertamente eterodossi. Nella lettera che accompagna la condanna del 1277, vengono proibiti anche il De amore di Andrea Cappellano, un trattato di geomanzia e altri libri, rotuli e quaderni di negromanzia.

Bibl.: H. Denifle - Ch. Chatelain, Chartul. Univ. Par., I. Parigi 1889 (v. indice); P. Mandonnet, Sig. de Brabant, $2^{\circ}$ ed., I. Lovanio 1911 (v. ind.); M.-M. Gorce, L'exice de la pensée au moyen âge, Parigi 1933, pp. 178-204; M. De Wulf, Hist. de la philos. médiév., $6^{\circ}$ ed., t. II. Lovanio-Parigi 1936, pp. 123-66; P. Glorieux, s.v. in DThC, XV, 1946, col. 99-107. Bruno Nardi

TEMPIO. - Da una radice tem (cf. il greco "é́yıva) che significa "tagliare, delimitare", era presso i Ro-
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(fol. Almoni)
Tempesta, Antonio - Il passaggio del Mar Rosso. - Roma, Galleria Doria.

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mani lo spazio delimitato dall'augure o sulla terra per sottrarlo all'uso profano in vista dell'edificazione di un edificio sacro o di una destinazione che avesse rapporto con la religione; o nel cielo per osservarvi il volo o il canto degli uccelli; in questo caso i punti di riferimento venivano da lui fissati da alberi o edifici che si presentavano al suo sguardo.

Il t. si prendeva (templum capere) dall'augure rivolgendosi ad oriente o a mezzogiorno (entrambe le orientazioni sono documentate dagli scrittori), tracciando una linea ideale da est a ovest detta decumano e una da nord a sud detta cardine, ad angolo retto con la prima e tirando infine le perpendicolari ai capi delle due linee incrociate; otteneva cosi una figura quadrilatera entro il cui campo fare le osservazioni. Il vocabolo dal luogo religiosamente delimitato dall'augure passo a significare l'edificio sacro costruitovi sopra.

L'uso di consacrare un luogo speciale per comunicare con la divinità non è solo romano ma universale perché l'individuo o il gruppo non può avvicinarsi al "sacro" (v.) senza la dovuta disposizione. La scelta del luogo è suggestia presso i primitivi dall'aspetto naturale: la radura di un bosco, la presenza di una fonte, di un albero, di un rialzo di terreno, di una roccia o di una grotta : aspetto che suggerisce oltre che la presenza anche la qualità del dio. Il primo tipo di t. sarà dunque un recinto sacro, fatto di pietre o di alberi che delimita lo spazio riservato alla divinità separandolo dall'uso profano e interdicendo in esso la caccia, il far legna, la cattura di chi vi si è rifugiato. Recinti sacri sono : il cromlech dei prolatorici, le palizzate dei primitivi, il baram e il bina degli Arabi, il temenos e il peribolor dei Greci e il t. e il sacellum dei Romani.

Dal semplice recinto si passa al t. vero e proprio, cioè a un edificio coperto e chiuso nel quale la divinità in figura di un oggetto sacro o di un simulacro che la rappresenta abita come nella sua casa. Solo gli addetti al culto possono entrarvi: il popolo assiste dall'esterno allo svolgimento del rito. Nelle grandi monarchie dell'Oriente, dove all'accentramento politico corrisponde un analogo accentramento religioso, i t. assumono una grande importanza economica: hanno annessi molti edifici per l'amministrazione del beni e per l'alloggio del personale. Invece presso i Greci e i Romani il t. è isolato in quanto solo dimora del dio senza edifici amministrativi, dato il minor numero d'inservienti e la diversa organizzazione del sacerdocio. Fanno eccezione a questa regola le religioni di mistero (v.) e quelle supernazionali dovute a un fondatore o riformatore, perché in esse il luogo sacro è non solo dimora del dio ma anche luogo di riunione dei fedeli : i t. o pagode del buddhismo mahayanico, la moschea musulmana, la sinagoga d'Israele, la chiesa cristiana sono luoghi di riunione di fedeli.

Bibl.: H. Nissen, Orientation, Berlino 1907; G. Van den Leeuw, Phänomenologie der Religion, Tubinga 1933, p. 369; M. Eliade, Traité d'hist. des relig., Parigi 1949.

I t. pagani dopo la vittoria del cristianesimo. L'Editto di tolleranza emanato da Costantino e Licinio nel 313 segnò il principio della decadenza del culto pagano e dei luoghi in cui esso si svolgeva. Già Costantino II e Costanzo nel 341 avevano prescritto in forma generica : cecset superstitio, sacrificiorum aboleatur infamia (Cod. Theod., XVI, io, 2) e abolito le cerimonie pagane coerentemente all'esclusivismo teologico del cristianesimo, intendendo con queste misure proibitive di render palese la rottura ufficiale tra l'Impero ormai divenuto cristiano e il paganesimo. La legislazione dei Teodosi precisa con maggiori particolari l'ipterdizione contro le persone e le cose del culto pagano. E fatto divieto di avvicinarsi ai t. (Nemo se hostiis polluat, nemo insontem victimam caedat, nemo delubra adeat, templis perlustret: Cod. Theod., XVI, 10, 10, 13), sono condannati i pubblici ufficiali che trascurino l'esecuzione dei decreti (Capitoli supplicio iudicamus officia coercenda quae statuta neglecterint: Cod. Theod., XVI, 10, 13). Contro le cose : si ordina di distruggere i t. senza provocare tumulti (Si qua in agris templa sunt sine turba ac tumultu diruantur: Cod. Theod., XVI, 10, 16, 399); si sopprimono i fondi per il culto che sono devoluti all'esercito (Tem-
plorum detrahantur annonae et rem annonariam iubent expensis devotissimorum militum profuturae: Cod. Theod., XVI, 10, 19, a. 408); sono devolute al fioco anche le proprietà private se vi si fosse compiuto qualche atto di culto (Cod. Theod., XVI, 10, 12, a. 392); si probisce anche il culto domestico (ibid.); e finalmente, come sintesi di tutte le misure anteriori Teodosio II ordina che tutti i magistrati distruggano, se ancor ne restano, t. e santuari, e purtifchino i luoghi collocandovi il simbolo cristiano della croce; chi non ubbidisce sia punito di morte (Cuncta eorum fine, templa, delubra, si que etiam nunc restant integra praecepto magistratuum destrui, conlocazione venerandae christianae religionis signi expiari praecipimus: Cod. Theod., XVI, 10, 15, a. 435).

La distruzione di fatto dei luoghi di culto pagani fu, salvo i non molti casi di cui si ha notizia, dovuta a incuria. In Roma poi la legislazione antipagana non ebbe la severa applicazione che si verificò in Oriente, dove il furore popolare distrusse il celebre serapeo in Alessandria (391). Quanto al santuario dei Misteri Eleusini esso fu distrutto nel 394 dai Goti di Alarico. S. Girolamo ricorda la distruzione della grotta mitriaca della settima regione eseguita da Graio prefetto della città; ma Claudiano (De secis consulatu Honoris) ricorda il Foro mirabile per fulgore di t. e di statue dorate. I taurobolli continuarono nel Phrigianum presso il circo di Caligola fino al 390 , come è attestato dalle iscrizioni superstiti. Il t. di Vesta fu in uso fino alla definitiva proibizione del 394, ma il complesso degli edifici annessi fu trovato in buone condizioni negli scavi del 1883. Qualche edificio fu murato di destinazione come l'heroun di Romolo, figlio di Massenzio, che divenne l'atrio della basilica dei SS. Cosma e Damiano la quale occupò il luogo del t. sacrae Urbis; il Pantheon fu dedicato alla Vergine regina dei martiri; altri divennero sede di quei centri di distribuzione dell'assistenza ai poveri sotto il ministero dei diaconi (v. diaconis).

La Chiesa ufficialmente non si accanì contro i monumenti del culto pagano ma o li trasformò in chiese (r. di Antonino e Faustina, Madre Matuta, Pantheon) o vi insediò le diaconie che furono in Roma dal sec. VII a oltre il sec. IX centro di pubblica assistenza religiosa e sociale. E luminosa, a questo proposito, l'istruzione che s. Gregorio Magno, dopo matura riflessione, invia nel 601 a s. Agostino capo della missione in Inghilterra di non distruggere i t. pagani, ma toltine gli idoli, convertirli, previa abluzione con l'acqua santa e con la deposizione di reliquia; chiese cristiane perché il popolo si rechi più volentieri ai luoghi che gli furono già cari, per adorare ora il Signore: "Deum verum cognoscens ac adorans ad loca, quae consuevit, familiarius concurrat" (Registrum, XI, 56).

Bibl.: H. Grisat, Analecta Romana, I, t. Roma 1900; id., Roma alle fine del mondo antico, $2^{a}$ ed., I, ivi 1930, pp. 19-27; Fliche - Martin Frutas, IV, nn. 1-30 (elenco di t. distrutti), Nicola Turchi

TEMPIO DI GERUSALEMME. - Santuario stabile, unico per lo svolgimento del culto israelitico, ideato dal re David e costruito da Salomone sul Monte Moria, in sostituzione del mobile Tabernacolo (v.) mosaico.
I. T. di Salomone. - David, all'apice della potenza, stabilì di costruire il t., ma ciò gli fu vietato da Nathan (II Sam. 7, 1-20; I Par. 17); allora predispose la costruzione: acquistò per 50 sicli d'argento ( 600 secondo I Par. 21, 25) l'area di Ornan iebuseo, dove era apparso l' angelo sul Moria; ammassò (ibid. 21, 14-22, 19) ingenti scorte di metalli, pietre preziose, marmi e legname di cedro del Libano, oltre ad immense somme d'oro e d'argento; diede a Salomone il disegno particolareggiato delle costruzioni «ispirato da Dio» (ibid. 28, 1-29, 19), esortando i principi e coadiuvarlo. Salomone (I Reg. 5, 9-15; II Par. 2-8) stipulò una convenzione con Hiram re di Tiro per il taglio ed il trasporto di cedri e abeti (cipressi?) dal Libano a Gerusalemme, via Giaffa, destinandovi 30.000 operai alternantisi 10.000 al mese, alle dipendenze di Adoniram. Poi ingaggiò 70.000 manovali e 80.000 tagliapietre non

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(da F. S. Kertleitzer, Archacologia biblica, Innsbruck 1977, 84. 7; "Tempiio di Gerusalemme - Pianta del T. di Salomone: $A$ atrio esterno; $B$ atrio interno; $C$ pronso; $D$ - Santo s; $E$ - Santissimo s; $F$ stanze; a altare degli olocausti.
ebrei (cananei, prigionieri di guerra), più 3600 assistenti ed altri 550 dirigenti. La pietra veniva estratta dal Monte Bezetha (Caverne reali). Dal re Hiram ottenne il capo-artigiano Hiram o Härdm 'abhl, di madre ebrea (NephthaliDan) e di padre tirio, esperto nellavori in oro, argento, rame, ferro, pietre, intarsio e filati. Le pietre delle fondamenta furono squadrate dagli artigiani di Biblos (Fl. Giuseppe, Bell. Ind., V, 5, 1-2; Antiq. Ind., VIII, 3, 2; XV, 11, 2-3).

La costruzione ebbe inizio l'a. 480 dall'Esodo ( 986 a. C., data ora in discussione), 4 di Salomone, mese di Zito ( $=$ 'Ijjâr $=$ ape.-maggio). Le pietre venivano tagliate e squadrate in cava, per evitare i rumori dello scalpello e di martelli nell'area sacra. I resti odierni del t. presentano lo stesso stile delle costruzioni erodiane di Hebron; non rimane oggi traccia dell'opera salomonica. La costruzione si presentava ardua, sia per il dislivello del terreno, sia perché la sommità dell'area di Ornan era troppo angusta, limitata com'era a nord del Bezetha, a est dalla valle del Cedron, a ovest da quella del Tyropeion, a sud dall'Ophel. Fu necessario spianare parte del Bezetha e alzare enormi muraglioni con costruzioni a volta poggiate su grossi pilastri utilizzate in vario modo, come quelle dette «scuderie di Salomone" (m. $80 \times 50$ ); l'angolo sud-est ora affonda a m. 24,32. Flavio Giuseppe dice che i blocchi di pietra erano saldati con piombo e ferro. Salomone ottenne così una spianata quadrata di uno stadio (ca. 200 m .) per lato, con al centro l'area di Ornan; la spianata del Haram el-Šerif che oggi misura m. $491 \times 462 \times 310 \times 281$, pare si debba ai Romani di Adriano, o al massimo a Erode. Altri ritengono che il recinto salomonico comprendeva solo un quadrilatero con 300 m . a nord-est all'altezza della porta dorata e 100 a sud-ovest; ed il santuario
avrebbe occupato l'area rettangolare lastricata intorno alla moschea con m. 132 a sud e 160 agli altri lati. Qualcuno sostiene che la roccia sacra ( $p i b r a h$ ), lunga ca. m. 18, larga 13, alta $1.25-2$, al centro della moschea detta di 'Omar, servisse di base all'Arca (Desnoyers, III, 84-88); H. Schmidt, Der heilige Fels in Jerusalem, Tubinga 1933); invece secondo l'opinione comune era la base dell'altare degli olocausti. Si accedeva al t. per diverse porte ad est, ovest e sud, salendo per scale. I viadotti dell'arco di Wilson e di Robinson, passando sul Tyropeion, lo mettevano in comunicazione con la città alta.

Il t. si componeva del santuario, del pronao e degli atri. Il santuario era lungo 60 cubiti ( 1 cubito $=$ da 45 a 50 cm .), alto 30 e largo 20 ; il doppio del Tabernacolo. I 40 cubiti ad est costituivano il «Santo * (hêhhâl), gli altri 20 il «Santo dei Santi * o «Santissimo * (débhîr), che era un cubo perfetto di 20 cubi per lato. Attorno al hêhhâl girava una costruzione di 3 piani con camere alte 5 cub. ciascuna, e larghe 5 cub. al I piano, 6 al II, 7 al III, perché i muri del hêhhâl si restringevano in alto, formando come dei gradini si quali era appoggiata la costruzione. Le porte erano sul lato destro del hêhhâl e vi si accedeva per scale a chiocciola. Nella parte dei muri del hêhhâl sopravanzante la detta costruzione, erano le finestre. Il débhîr era al buio, e l'officiava solo una volta all'anno il Sommo Sacerdote nel giorno del hippûr. Il tetto del santuario era di legno di cedro.

Il pronao ('ûldm) si ergeva davanti alla porta del santuario, lungo 10 cub., largo 20 ed alto forse 20 (secondo II Par. 3, 4, 120 cub., ma è un errore). Nel pronao erano appese le armi di David ed altri doni. La sua porta non aveva battenti (I Reg. 6, 3; II Reg. 11, 10). Gli atrii erano due (II Reg. 21, 5; 23, 12; II Par. 33, 5). L'atrio esterno (ibid. 4, 9; cl. Ez. 10, 17) era un quadrato, recinto di muro e lastricato con pietre. Aveva porte con battenti di bronzo (II Par. 4, 9; Ez. 40, 5), munite di piccole torri e alle quali si accedeva per 7 scalini (Ez. 40, 6-26). Tra le porte erano stanze per ripostigli ed abitazioni dei leviti di turno (II Par. 31, 11; Ier. 35, 2-4; Ez. 40, 7 sg.). Agli angoli piccoli atri per i conviti sacrificali del popolo (Ez. 46, 21-24). In mezzo all'atrio si poneva il podio per i membri della famiglia di David (II Par. 6, 12 sg.; 23, 13; 34, 31). L'atrio interno era detto "dei sacerdoti". Vi si accedeva per 8 gradini (15) (I Reg. 6, 36; II Par. 4, 9). Circondava il santuario (I Reg. 8, 64), era separato dall'esterno con un muro costruito con 3 ordini di pietre ed un ordine di legno di cedro (ibid. 8, 64; 6, 36; II Par. 27, 3). Era privo di porte solo ad ovest (porta alta ad est; II Par. 27, 3). Eranvi stanze per vari usi (I Par. 9, 33; Ier. 35, 4; 36, 10). Non si danno le misure degli atri.

Il santuario era rivestito con tavole di cedro ornate di bassorilievi di cherubini, di frutta, palme, fiori, rivestite di lamine d'oro, pavimentato di cipresso, ricoperto d'oro. Non si vedeva pietra. Un tavolato di cedro divideva il débhîr dal hêhhâl con una porticina a due battenti d'olivo, forse pentagonali, di 4 cub., con sculture come il resto del tavolato. Vi era un catenaccio (o catenelle) d'oro. II Par. 3, 14 parla anche della cortina tessuta di violetto, porpora, cremisi e bisso con rappresentazioni di cherubini che pendeva in sul davanti. La porta del hêhhâl, anch'essa scolpita e rivestita, aveva due stipiti di olivo, con i battenti di cipresso che si piegavano l'uno sull'altro; era quadrangolare e misurava 5 cub. Due cherubini (v.), alti 10 cub., erano nel mezzo del débhîr, in piedi, le facce guardanti l'ingresso; delle ali, di 5 cub. ciascuna, due erano tese e si toccavano al disopra dell'arca, le altre due toccavano la parete. Sulla facciata del pronao erano le due colonne (come nei templi di Melkart a Tiro, di Tell 'Obejd in Mesopotamia e di Ba'albek in Siria), di bronzo fuso, opera di Hiram: una a destra, Jêkhûn (a Egli stabilirà v), l'altra a sinistra, Bâ'az (s in Lui la forza v); qualcuno legge jêkhûn be'êz "stia con stabilità n. Erano alte 18 cub. con 12 di circonferenza, vuote all'interno, con 4 dita di spessore; portavano un capitello alto 5 cub., rigonfio come un bulbo ed ornato con intrecci a forma di rete con ai bordi due ordini di 200 melograne giranti all'intorno, e sbocciante in forma di grande corolla di loto.

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Nel héhhâl vi erano: la mensa dei profumi, di cedro rivestito d'oro, la tavola d'oro dei 12 pani di proposizione (secondo II Par. 4, 8 erano 10 : 5 a destra e 5 a sinistra), ro candelabri d'oro, 5 a destra e 5 a sinistra, con fiori, lampade, smoccolatoi, patere, coltelli, vassoi, mortai e gli incensieri d'oro puro. Anche i cardini delle porte del dêbhîr e del hêhhâl erano d'oro.

Nell'atrio interno dominava l'altare (v.) degli olocausti (I Reg. 8, 64; II Reg. 16, 14; II Par. 4, 1) di pietre grezze, rivestite di bronzo, largo e lungo 20 cub. e alto 10 . Vi era inoltre il «mare di bronzo» (a sud-est del hêhhâl, a destra), enorme bacino rotondo a forma di loto per l'acqua necessaria alle abluzioni (diametro 10 cub., alt. 5 , circonferenza 30 , ornato di due file di cucurbite in bronzo) della capacità di 2000 bath (ca. 787 ettolitri; secondo II Par. 4, 5, 3000 bath); poggiava su 12 buoi di bronzo, 3 per loro con la testa sporgente in avanti; doveva essere molto rigonfio e munito di rubinetti; l'acqua era fornita da cisterne. 10 bacini mobili di bronzo