stulato dipende essenzialmente la relatività della simultaneità. Perciò il t. della relatività non può avere che un valore simbolico e sistematico : la reciprocità delle modificazioni dello spazio-tempo per due osservatori in moto relativo, non può avere significato ontologico; tanto più che, come si disse per lo spazio (v.), il postulato della costanza della velocità delle luce non è stato positivamente dimostrato ed il principio di equivalenza è ancora una ipotesi. Per quanto il t. della relatività è confermato dall'esperienza, riunisce in formule matematiche le letture degli strumenti di misura, senza voler spiegare la realtà ontologica del t.
Bibl.: è immensa; oltre le citate opere e quelle indicate nella voce spazici el.: Aristotele, Physica. IV, 10-14; s. Tommaso, In Phys. Aristot. commentaria, I. IV, lect. 15-23; G. G. Baumann, Die Lehre von Raum, Zeit und Mathematik in der neuren Philos., Berlino 1868; H. Poincaré, La mesure du temps, in Revue de métaphysique et de mor., 6 (1898), pp. 1-13; id., Dernières pensées, Parigi 1913, p. 42; A. Covotti, Le trorie dello spazio e del t. nella filosofia greca fino ad Aristotele, in Annali della Scuola Normale, Pisa 1827; P. Duhem, Le temps selon les philosophes hellènes, in Revue de philos., 19 (1911), pp. 3-24; id., Le temps et le mouvement selon les scolastiques, ibid., 23-25 (1913-14); A. Levi, Il concetto del t. nei suoi rapporti con i probi. del divenire e dell'essere nella filos. di Platone, Torino 1920; P. Doncocur, Le nominalisme d'Occam: théorie du mouvement, du temps et du lieu, in Rev. de philos., 28 (1921), pp. 237-49; W. M. Kaszolowski, La pluralité du temps, in Revue phil. de la France et de l'Etrouger, 97 (1924), pp. 258-77; H. Cartecon, Remarques sur la notion de temps d'après Aristote, ibid., pp. 66-81; F. Enriquaz, Probl. della scienza, Bologna 1925, p. 204 sgg.; D. Nya, La notion de temps, Lovanio 1925; W. Gent, Die Philos. des Raumes und der Zeit, 2 voll., Bonn 1926-30; H. Reichenbach, Philos. der Raum-Zeit-Lehre, Berlino 1928; N. Abbagnano, La nozione di t. secondo Aristotele, Lanciano 1933; A. Mansion, La
théorie aristotél. du temps chez les péripatéiciens médiévaux (Averroès, Albert le Grand, Thomas d'Aquin), in Rev. de phil. néocolast., 36 (1934), pp. 273-307; S. Zawirski, L'évolution de la notion de temps, Cracovia 1936; G. Giorgi, La nozione e la misura del t., Milano 1940; C. Giacon, Guglielmo di Occam, ivi 1941, p. 342 sgg.; C. Mazzantini, Il t., Como 1942; J. San Valerio Apatisi, Tiempo y espacio en la historia primitiva, in Suisabi, 7 (1947), p. 144 sgg.; R. Pankov, La unitad fisica del tiempo, in Congreso internacional de fil., Atti, II, Barcellona 1948, p. 373 sgg.; J. Eckert, Carácter cuari-conceptual del espacio y del tiempo, ibid., p. 45 sgg.; R. de Bongy Puyvallée, La notion d'espace et la notion de temps en théorie cosmologique, ibid., p. 231 sgg.; J. Calhaban, Pour mieux of time in the ancient world, Chicago 1948; J. Monchamin, Le temps selon l'hindouisme et le christianisme, in Dieu vivant, 14 (1949), p. 109 sgg.; J. J. C. Smart, The river of time, in Mind, 23 (1949), p. 483 sgg.; E. Schrödinger, Spacetime structure, Londra 1950; E. A. Milne, A modern conception of the (discussion), in Philosophy, 25 (1990), p. 68 sgg.; E. Wamuth, Uber die Zeit, in Philos. Jahrb., Fulda, 60 (1950), pp. 200217; S. Watanabe, Le concept de temps en physique moderne et la durée pure de Bergson, in Revue de métaphysique et de mor., 56 (1951), p. 128 sgg.; E. Biser, Postulates for physical time, in Philos. of science, 19 (1952), p. 50 sgg.; F. Selvaggi, Probl. della fisica moderna, Brescia 1952, p. 37 sgg.
Roberto Masi
TEMPO, COMPUTO del. - De temporis supputatione è un titolo, sconosciuto nell'antico diritto canonico, introdotto tra le Normae generales del CRC (tit. III, cann. 31-35) per dare i principi generali sul modo di computare il t. in rapporto alle prescrizioni legali.
1. Diatitio canonico. - A base del computo è il calendario gregoriano. Il giorno è diviso in 24 ore da una mezzanotte all'altra; la settimana consta di 7 giorni; il mese si calcola in modo uniforme di 30 giorni, e l'anno di 365 , eccetto i casi in cui i mesi e gli anni si prendono per la durata che hanno sul calendario (can. 32). Il decorso delle ore di una giornata si misura in rapporto al giorno solare; e si ha il $t$. vero determinato dal passaggio del sole sullo stesso meridiano e chiamato medio dentro lo spazio di 24 ore (can. 33 § i); il $t$. medio determinato dalla media aritmetica dei giorni solari veri, come se il sole tagliasse sempre la linea di un meridiano a 24 ore esatte di distanza; il $t$. legale ordinario, che è il t. convenzionale sullo stesso fuso orario, e straordinario che in determinate circostanze ritocca l'ordinario, per specifici scopi che uno Stato si prefigge. Il t. è vario da un luogo all'altro, nello stesso momento. Per regolare la vita economica si cercò di fissare, con accordi tra gli Stati civili (Congresso internazionale di Roma del 1884), le variazioni, dividendo il mondo in 24 fusi orari o zone, ciascuno di 15 gradi partendo dal meridiano di Greenwich.
L'Italia si regola sul $15^{\circ}$ meridiano del fuso orario che incide sull'Etna e più precisamente su Termoli (Campobasso) : per conseguenza, il t. vero, astronomico, si ha solo sulla linea del meridiano 15 : il resto d'Italia, a destra o a sinistra del meridiano, ha il t. vero in anticipo o in posticipo dell'ora segnata sugli orologi, che è l'ora ufficiale delle ferrovie. Cosi per le principali città italiane si ha un più o meno largo intervallo, in anticipo o in posticipo, tra il t. legale e il t. vero.
1. T. e sue divisioni. - Il t. continuo non soffre interruzioni, mentre il t. interrotto spezza il suo decorso, per cui la sua durata totale non è che la somma dei giorni staccati. Quando nei testi legali un mese viene indicato con il nome che ha nel calendario, il t. si considera continuo, p. es., il mese di febbre, che può avere 28 o 29 giorni; ma quando non ne viene indicato il nome, si considera interrotto, p. es., un mese di ferie è la somma di 30 giorni effettivi di ferie, senza tener conto della durata del mese nel calendario. Il gergo giuridico ha accentuato il significato dell'espressione "continuo ", mettendola in opposizione a t. utile, secondo che la legge tenga conto o no di un qualsiasi impedimento ad agire. In forza di combinazioni artificiali, il t. può essere utile in principio e continuo nel decorso, se la legge tien calcolo dell'impedimento, cessato il quale il t. riprende a decorrere in modo continuo fino alla sua estinzione; oppure può protrarre il punto d'arrivo, se questo cade in un giorno feriato, nel quale cioè non si può agire; oppure ne suspende il decorso, riprendendosi, cessata la sospensione (can. 33).
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E anche t. utile il periodo che la legge concede per l'adempimento di un'obbligazione (cf. il can. 859 § 2), la quale può essere soddisfatta in qualsiasi momento dentro i termini (principio e fine), assegnati dalla legge stessa. Cosi chi vi è obbligato può recitare l'Ufficio divino in qualsiasi momento delle 24 ore della giornata, passata la quale l'obbligo cessa per quel giorno e incomincia quello del giorno successivo (can. 33 §1); si dice in tal caso che il t. era stato assegnato "ad finjendam obligationem". Altre volte invece l'obbligo continua anche trascorso il termine fissato: p. es., il t. per far Pasqua è il cosiddetto t. pasquale: se uno non riceve la S. Comunicordentro il t. stabilito, manca bensì all'obbligo, ma il precetto di comunicarsi almeno una volta l'anno gli perdura e non cessa se non quando incomincia il t. per l'anno seguente. In tal caso si dice che il t. era stato assegnato "ad urgendam obligationem" (can. 859 §4). Da notare che secondo il CIC le espressioni "tertio, quinto, decimo, vigesimo quoque anno" significano: ogni 3, 5, 10, 20 anni, laddove classicamente significherebbero ogni 2, 4, 9, 19 anni.
Il computo degli anni e dei mesi designati con il proprio nome o in modo inequivocabile si estende per tutta la durata di quegli anni e di quei mesi, per quanto la durata dei singoli anni e dei singoli mesi non sempre sia identica. Nel computo delle ore di una giornata si deve stare all'orologio che, per norma, è regolato sull'ora legale del fuso orario. Tuttavia per gli atti della vita religiosa privata è lecito al fedele seguire a piacimento il t . vero o medio astronomico, l'ora legale del fuso orario o l'ora legale straordinaria vigente sul posto. E controverso tra i canonisti se la enumerazione degli atti di vita religiosa privata contenuta nel can. 33 § i sia tassativa o dimostrativa. Ragioni evidenti di analogia, nell'intento di favorire la libertà, fanno ritenere più consona alla mente del legislatore e allo scopo della legge l'interpretazione che ritiene quella enumerazione soltanto dimostrativa. E anche lecito variare la scelta del computo per i diversi atti, a meno che l'uso simultaneo di computi diversi non si risolva nel violare una di due leggi che coincidano nel caso. P. es., se uno, di venerdi, attenendosi al computo legale, quando l'orologio ha segnato già la mezzanotte volesse cibarsi di grasso, non mancherebbe alla legge dell'astinenza; ma l'indomani non potrebbe fare la S. Comunione, neanche sotto il pretesto che la mezzanotte vera non era ancora venuta quando egli ha preso cibo; difatti, costui o violerebbe la legge dell'astinenza o violerebbe la legge del digiuno eucaristico. Ma a questo riguardo si tengano presenti le recentissime disposizioni apostoliche ( 6 genn. 1953).
2. Computo del t. - Il computo naturale procede matematicamente "de momento ad momentum" (D. IV, 4, 3 § 3). Se il periodo deve essere continuo, si segue rigorosamente il calendario. Se invece il periodo è interrotto, una settimana si estende per 7 giorni interi, un mese per 30 e un anno per 365 , se però il testo legale assegna il punto di partenza del t. e questo cade al principio della giornata, si conta il punto di partenza, ma non si conta il punto di arrivo; p. es., un mese di vacanza dal 15 genn. finisce la mezzanotte precedente il 15 febbr.; quindici giorni a cominciare dal $1^{\circ}$ genn. terminano a mezzanotte del 14 genn. Ma se il punto di partenza non cade al principio, bensì nel corso della giornata, questo non si computa: p. es., nei fatali dieci giorni concessi per gli appelli o i ricorsi contro sentenze o decreti processuali non si computa il giorno della notifica. Infine, se il t. assegnato coincide con il mese in corso, si estende per tutto il mese, come questo è preso nel calendario, quindi di 28, 29, 30, o 31 giorni. Ciò si verifica pure quando il punto di arrivo non trova corrispondenza con il punto di partenza : la sospensione per un mese a cominciare dal 31 genn. termina allo spirare del febbr. successivo, dopo cioè 28 o 29 giorni.
Per la rinnovazione di atti specifici a scadenza fissa non si ammette soluzione di continuita e la rinnovazione si deve fare alla data precisa dell'atto precedente: la professione temporanea emessa per un anno il ro ag. 1952 si deve rinnovare il 10 ag. 1953, in qualsiasi momento
della giornata, dalla mezzanotte alla mezzanotte (can. 34). Il can. 33 § 2 canonizza il diritto civile territoriale in materia di scadenze di contratti, in obbligazioni convenzionali, principali o accessorie, nella decorrenza degli interessi di mora, dei danni e dei rischi derivati dall'ina. dempimento. Anche i termini di una moratoria eventualmente concessa ai debitori dal giudice civile possono trovare applicazione del diritto canonico, e ciò in applicazione del principio generale enunciato dal can. 1529.
II. Diritto liturgico. - Il diritto liturgico segue un altro ordine di idee nel computo del t. (cann. 2, 31); nel Messale e nel Breviario il t. è lunare, non solare; il giorno si computa dai primi vespri fino al crepuscolo del giorno seguente. Un computo diverso del t. regola pure il diritto delle indulgenze (cann. $921 \S 3,922,923$ ).
Bim.: L. Fountain, Tract, de momento temporis, Vencaja 1603; I. Antonelli, De tempore legali tractatus absolutiss., Roma 1660; I. Lacau, De tempore, ivi 1921; A. Van Hove, De consuetudine. De temporis supputatione, Molines 1933; A. J. Dube, The general principles for the reckoning of time in Canon Law, Washington 1941; V. Panzarasa, La riforma del calendario, Torino 1948; A. Bride, T'ompe (supputation du), in DThC, XV, coll. 107-10; G. Michiels, Normae gener. iur. can., II, Roma 1949; A. Gennaro, La nuova disciplina ecclesiastica sul digiuno eucaristico e sulle Messe vespertine, Torino 1953. Agostino Pugliese
TEMPO PROIBITO. - Il can. 1108 § I del CIC sancisce il principio della libertà per contrarre il matrimonio in qualsiasi tempo, abolendo i divieti locali esistenti ancora qua e là che impedivano le nozze nei giorni di penitenza. Ciò non toglie che il diritto particolare possa ritenersi, o anche formarsi, con carattere direttivo ed esortativo, perché i fedeli osservino anche lo spirito del quinto precetto della Chiesa: Non celebrare solennemente le nozze nei t. p. La lettera del precetto, alla luce del can. 1108, si accontenta che i fedeli si astongano, contraendo nel t. p., da pompe e solennità eccessive, che turbino lo spirito di penitenza e distraggano dal raccoglimento cristiano.
T. p. è, attualmente, quello dell'Avvento e della Quaresima, ed eventualmente il tempo dell'interdetto locale, generale o particolare, compresi i giorni nei quali gli effetti dell'interdetto vengono sospesi (cann. 2270-72).
La Chiesa, nei matrimoni contratti in questo periodo, con una limitazione di carattere prevalentemente liturgico, nega alla sposa la solenne benedizione nuziale (can. 1108 § 2). Ma, con fine senso di adattamento, intende la solennità esterna con una certa larghezza e non vieta in modo assoluto il suono delle campane, dell'urgano, gli ornamenti sull'altare e gli addobbi alla chiesa, il corteo nuziale, il pranzo, e simili; solo esorta i fedeli ad astenersi da eccessivo sforzo. Ammette inoltre che gli Ordinari locali in casi particolari possano stabilire divieti temporanei con carattere anche penale e preventivo, e, d'altra parte, che possano dispensare, concedendo, anche fuori della Messa, la solenne benedizione nuziale nei t. p. (can. 1108 § 3).
Un Concilio di Laodicea del sec. Iv stabili per primo il divieto di celebrare le nozze in Quaresima. Nell'866 papa Nicola I ricorda ai Bulgari tale proibizione. Nel sec. xI il divieto, osservato con rigore, si estende dalla settuagesima alla domenica in albo, per le tre settimane precedenti la festa di s. Giovanni Battista ( 24 giugno), e dall'Avvento all'ottava dell'Epifania. Tale prassi divenne legge universale con Clemente III (1187-91), le cui disposizioni furono ricevute nelle Decretali di Gregorio IX. Questa disciplina, che in antico aveva unito anche il divieto di consumare il matrimonio contratto in t. p., rimase sostanzialmente in vigore fino alla pubblicazione del CIC.
Bim.: P. Gasparri, Di Matrim., Città del Vaticano 1932, n. 1262; F. M. Cappello, De Sacram., V. De Matrim., Torino 1947, p. 710 sgg.; I. Chelodi-P. Ciprotti, Ius can. de matrim., Vicenza-Trento 1947, p. 178 sgg. Agostino Pugliese
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TEMPORALE.-I. Nella chiesa latina. - Quella parte dell'anno liturgico che nei libri ufficiali della Chiesa latina porta il titolo Proprium de tempore.
Oggi il T. si inizia con l'Avvento, comprende le feste natalizie e dell'Epifania fino alla sua ottava, le domeniche dopo l'Epifania, di numero variabile secondo la data della Pasqua, con le tre domeniche della Settuagesima, Sessagesima e Quinquagesima fino al mercoledì delle Ceneri, con cui comincia il tempo quaresimale. Con la quinta settimana, domenica di Passione, si accentua la severità di questo periodo, mentre la "Settimana Santa" per eccellenza, conduce al Triduo Sacro: Giovedi, Venerdi e Sabato Santo. La veglia pasquale, la " pannychis" (veglia di tutta la notte) per antonomasia, contiene il trapasso (Passah = Tronciso), dalla morte alla vita, dal sepolcro alla risurrezione, della penitenza e dal digiuno alla letizia della solennità pasquale che continua per tutta una settimana. Segue il tempo pasquale, cioè i 30 giorni fra Pasqua e Pentecoste, che hanno, al $40^{\circ}$, la festa della Ascensione. La domenica di Pentecoste chiude il grande ciclo pasquale. Segue la serie delle domeniche dopo Pentecoste, la quale, sempre secondo la data di Pasqua, oscilla fra 23 e 28 domeniche effettive. Il tempo che corre dall'attava di Epifania fino alla Settuagesima (e, in certo senso, fino alle Ceneri), e dalla $1^{2}$ domenica dopo la Pentecoste fino alla $1^{2}$ dell'Avvento, si chiama semplicemente " tempus per annum".
Gli sviluppi delle feste poi hanno portato all'inserzione nel T. di alcune feste maggiori, di origine medievale o più recente: alla $1^{a}$ domenica dopo Pentecoste la festa della S.ma Trinità, al giovedi seguente quella del Corpus Domini, al venerdi dopo l'ottava di questa la festa del S. Cuore di Gesù. Fanno parte del T. anche, in quanto mobili, le feste: Nome di Gesù ( $1^{2}$ domenica dell'anno civile, che cade fra le date 2-3 genu.; se entro questi giorni non cade una domenica, la festa resta fissa per il 2 genn.); Dolori di Maria (venerdi della settimana di Passione); Solennità (prima Patrocinio) di s. Giuseppe (mercoledì della $2^{2}$ settimana dopo Pasqua, con la sua ottava); Cristo Re (ultima domenica di ott.). Le tre ultime feste accennate però, pur essendo legate al corso del T., nei libri liturgici non si trovano nel "Proprium de Tempore", ma fra le altre feste a data fissa, incongruenza che disturba realmente il ciclo festivo ordinario.
Certi periodi del T. hanno particolari prerogative o anche obblighi. Così nell'Avvento (tempo tanto importante dell'anno liturgico, che però manca di un Prefazio proprio) ogni feria ha, se non pub essere celebrata come tale, almeno la sua commemorazione, inni, e un invitatorio proprio e, nell'Ora di Prima, un versetto particolare nel responsorio breve, il quale però, a sua volta, nella festa e ottava dell'Immacolata, viene soppresso. Tutto il tempo dell'Avvento ha quindi un suo colore proprio, molto cordiale e pieno di graziosi affetti e sentimenti. Questo carattere si accresce poi negli ultimi giorni che precedono immediatamente il Natale: è il tempo delle celebri antifone "D" o maggiori, e delle antifone particolari per le Lodi e le Ore minori, insomma una specie di ottavario di preparazione, interrotto soltanto (nel calendario universale) dalla festa di a. Tommaso apostolo, completamente fuori posto, quando la si consideri in relazione al tempo corrente. Anche il tempo natalizio e quello dell'Epifania hanno le loro proprietà. Prefazio e Communicantes nella Messa, inni, chiusura degli inni, versetti ecc. intonati alla letizia delle grandi solennità.
Il tempo che corre fra la domenica di Settuagesima fino alla $1^{2}$ domenica di Quaresima, quantunque distinto dal tempo ordinario dell'anno, ne conserva tuttavia le particolarità, come inni, lezioni o capitoli brevi : ma porta l'onere delle preci feriali, e il colore violaceo. Anzi, anche i primi giorni della stessa Quaresima, cioè i quattro giorni ad essa aggiunti più tardi (sotto Gregorio Magno?) dal mercoledì delle Ceneri fino al sabato seguente, hanno ancora tutte le caratteristiche delle ferie per annum, benché già godano di tutti i privilegi della Quaresima : commemorazione obbligatoria se non possono essere celebrate, grandi preci feriali, e il Prefazio proprio. La Quaresima e il tempo
di Passione hanno l'ufficiatura propria che viene spesso interrotta dalle feste dei Santi che si sono venute accumulando anche in questo tempo. Nell'antichità era legge inviolabile, o quasi, che durante la Quaresima non venisse ammessa alcuna festa, uso vigente ancora nella liturgia ambrosiana (che soltanto recentemente ha introdotto le feste di s. Giuseppe, 19 marzo, e dell'Annunciazione, 23 marzo). Sincite, ormai, la Quaresima è molto ridotta nella sua severità originaria, data anche la riduzione del digiuno.
Il tempo pasquale ha per caratteristica speciale l'Alleluia, ripetuto innumerevoli volte. Ha proprio Prefazio (per le feste più antiche di martiri anche antifone speciali di tipo gaudioso) invitatorio, e, a Prima, versetto e dossologia negli inni. Le feste e ottave poi delle solennità maggiori, inserite nel T. dopo Pentecoste, hanno le solite proprietà delle grandi ottave.
La sistemazione delle domeniche per annum, di quelle cioè che rimangono fuori dei due cicli, natalizio e pasquale, è relativamente semplice : esse vengono numerate progressivamente, dall'Epifania e dalla Pentecoste (i protestanti le contano dalla Trinità). Quelle domeniche che non trovano posto dopo l'Epifania e prima della Settuagesima, vengono ordinariamente trasferite dopo Pentecoste, e precisamente dopo la $23^{2}$. Il formulario della domenica 24 occupa sempre l'ultimo posto. Più complicato invece è il relativo sistema delle letture bibliche del Breviario, il quale fino all'ag. segue l'ordine progressivo regolare delle domeniche, ma da questo mese ha un ordine proprio, indipendente dalla numerazione delle domeniche, e legato invece ai singoli mesi. Ad ogni mese (dall'ag. fino al nov.) sono assegnate cinque domeniche, mentre alle volte le letture bibliche subiscono notevoli tagli.
Quanto alla storia del T. si vedano le esposizioni fatte alle singole voci: ascensione; avvento; domenica; Epifania; litania; natale; pasqua; Pentecoste; quaErsima; quattro tempi; quinquagesima; sessagesima; seEtmana santa; Settuagesima, Qui basti dire che il nucleo primitivo di tutto il T. era costituito dalla celebrazione antichissima, anzi apostolica, della morte e Risurrezione di Cristo, nonché della missione dello Spirito Santo, cui venne poi ad aggiungersi l'Ascensione, e, più tardi, a Roma, il Natale, che in Oriente era celebrato all'Epifania. Il tempo fra Pasqua e Pentecoste fu sistemato molto presto (dopo il sec. IV); contemporaneamente si sviluppò la Quaresima, da un periodo di alcuni giorni (anzi, ore). fino a comprendere 40 giorni pieni. Lo sviluppo del T. era nelle sue linee principali terminato all'epoca di s. Gregorio Magno. Il T. e il Santorale (v.) uniti insieme formano l'anno liturgico, la cui celebrazione è di somma importanza per la vita interna della Chiesa e dei fedeli. Il movimento liturgico moderno ha fatto notevoli sforzi per rivalutarlo come fondamento della pietà liturgica del clero e del popolo. Messa e Ufficio divino sono strettamente legati all'anno liturgico, e formano con esso un tutt'unico indivisibile. Il Sacrificio eucaristico - a parte il suo valore intrinseco - era celebrato, primitivamente, in occasione delle ricorrenze liturgiche : domenica, grandi feste, poi feste dei santi, finalmente tutti i giorni, soprattutto da quando sopravvennero le Messe private come istituzione ordinaria e regolare. La preghiera liturgica ufficiale ben presto anch'essa si adattò alle ricorrenze liturgiche particolari formando quel meraviglioso insieme di salmi, letture, canti, che nell'antichità e nel medioevo fu presentato in splendidi codici e che oggi ancora l'arte tipografica cerca di stampare con un certo splendore. L'anno liturgico però non si esaurisce, come alcuni credono, in una sterile e monotona rievocazione di fatti o di persone storiche, ma è, invece, come tutta la Chiesa e le sue manifestazioni, cosa viva e attiva, foriera di grazia divina operante e trasformante, una delle più alte manifestazioni della vitalità della Chiesa. Infatti, i grandi cicli, natalizio e pasquale, i due perni dell'anno ecclesiastico, con il loro tempo di preparazione, e con le loro solennità centrali e secondarie, mentre da una parte fanno rivivere ai cristiani i fatti fondamentali dell'opera dell'umana Redenzione, dell'altra rendono operanti questi stessi fatti, attraverso le sacre celebrazioni, con tutto il mistero divino
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che vi è contenuto di Cristo, Uomo-Dio e Redentore, che ha istituito la Chiesa come la continuatrice della sua opera salvatrice, nella rinnovazione ininterrotta, litur-gico-sacramentale, di quegli stessi misteri. Da ciò si deduce la necessità, anzi l'obbligo, che incombe al clero, di curare con ogni mezzo e con costante impegno che la celebrazione dell'anno liturgico si svolga con un devoto apparato esterno e una profonda preparazione interna.
Bibli dell'immensa bibl. relativa al T. e all'anno liturg., si ricordano soltanto le opere più importanti e più recenti: P.-L.-P. Guéranger, L'année liturg., 15 voll., Le Mans 1844 sgg., poi Parigi 1871 sgg. (opera fondamentale più volte pubblicata e tradotta; voll. I-IX e parte del X del Guéranger, X-XV del benedettino L. Fromage); ed. frons. riveduta ( 2 voll., Parigi-Tournai-Roma 1948-52); vers. it. ( 2 voll., Torino 1884 sgg.), riduz. a cura di A. Mistrongo, Sulle orme di Cristo nell'anno lit., 2 voll., Vicenza 1940; N. Nilles, Kalendar, man. utrinsque eccl. orient. et occid., $2^{\circ}$ ed., 2 voll., Innsbruck 1896-97; K. A. H. Kellner, L'anno eccles. e le feste dei santi, vers. it., $2^{\circ}$ ed., Roma 1914; L. Eisenhofer, Handb. der hath. Liturg., I, Friburgo in Br. 1932, pp. 473-607 (con ricca bibl.); J. A. Jungmann, Das Christusgeheimnis im Kirchenjahr, in Genvordene Lit., Innsbruck-Lipsia 1941, pp. 295-321; I. Schuster, Liber Sacram., $3^{\circ}$ ed., 10 voll., Torino 1941 sgg.; M. Righetti, Man. di stor. lit., II, Milano 1946, pp. 1-317 (trattaz. stor.), pp. 362-414 (anno lit. ambros.); L. Eisenhofer - J. Lechner, Grundriss der Lit. des röm. Ritus, $5^{\circ}$ ed., Friburgo 1950, pp. 111-61, vers. it. To-rino-Roma 1950; P. Parsch, L'Anno del Signore, $6^{\circ}$ ed., Milano 1950. Per la rivalutaz. dell'anno liturg. nella sua funz. liturgico. pastorale, cf. O. Rousscaul, Hist. du mouvement liturg., Parigi 1942; Th. Bogler, Liturg. Erneuerung in aller Welt, Maria Leach 1950 (ambedue con ricchiss. bibl.).
II. Nella Chiesa orientale. - Il primo nucleo dell'anno liturgico è stato costituito, in Oriente come in Occidente, dalla festa di Pasqua con la sua ottava e la Settimana Santa; presto vi si è premessa la Quaresima e più tardi un periodo preparatorio a questa, come pure si è prolungato il tempo dopo Pasqua fino alla Pentecoste e talvolta anche oltre questo termine. Tutto questo periodo del T. è legato alla festa di Pasqua che può cadere nello spazio di 35 giorni.
Il secondo elemento sorge dalla festa di Natale e dell'Epifania, anche esse precedute da un periodo di preparazione e seguite da una ottava. Questa parte del T. è legata a date fisse del calendario civile: 25 dic. e 6 genn.
Per chiudere l'anello dell'anno liturgico bisogna riempire il tempo dalla Pentecoste alla preparazione natalizia, e dall'ottava dell'Epifania alla preparazione quaresimale. A questo scopo diversi sistemi sono praticati in Oriente. Il primo è di basare tutto il T., eccetto il periodo centrale e mobile di Pasqua, sull'anno civile. Così il rito copto prevede testi liturgici per le quattro domeniche di ciascuno dei sei primi mesi dell'anno e per una quinta domenica che cade in quel tempo (Tat-Amshir, cioè sette febbr.); poi esso fornisce i testi del periodo pasquale (da Quaresima a Pentecoste); in terzo luogo propone i testi per le quattro domeniche di ciascuno dei sei ultimi mesi dell'anno e per una quinta domenica (BashamMesre e Nitet, cioè apr.-ag. e Epagomene; cf. S. C. Malan, The Holy Gospel and Versicles... in the Coptic Church, Londra 1874).
Un altro sistema consiste nel dividere il tempo dopo Pentecoste in serie consecutive ed ininterrotte di otto settimane, secondo gli otto toni musicali. Così fa il rito bizantino; teoricamente inizia la prima serie con il primo tono nella prima domenica dopo Pasqua; praticamente nella prima domenica dopo Pentecoste con il tono ottavo (lo stesso sistema è stato seguito in qualche parte della Chiesa antiochena di rito siro). Il rito bizantino divide, per le sue letture bibliche, lo stesso tempo in due periodi: quello del Vangelo di s. Matteo fino alla festa dell'Esaltazione della Croce, quello del Vangelo di s. Luca da quella data fino alla preparazione della Quaresima (cf. A. Stoelen, L'Année liturgique byzantine [Irenihon-Collection, 10], Amey 1928).
Negli altri riti orientali il T. è diviso in periodi i cui termini sono indicati da alcune grandi feste. Nel rito armeno il T., come anche il Santorale, comincia con la
festa dell'Epifania e la sua ottava, seguita da un periodo variabile di settimane. Tre settimane prima della Quaresima, cioè la decima prima di Pasqua, è la domenica di Aratàavor e il principio del periodo dipendente dalla data di Pasqua il quale, dopo la Quaresima, comprende 14 settimane, delle quali 7 fino alla Pentecoste, e finisce con la domenica di Vardavar, nella quale si celebra la Trasfigurazione di Nostre Signore. Da quel giorno alla domenica dell'Assunta (la più vicina al 15 ag.) sono previste 4 settimane; ma possono anche essere più o meno secondo la data di Pasqua; dalla domenica dell'Assunta a quella dell'Esaltazione della Croce vi sono 5 settimane, e da quest'ultima a quella dell'Avvento (cioè la più vicina al 18 nov.) 6 settimane; dall'Avvento all'Epifania 7 o 6 settimane. Le grandi feste della Trasfigurazione, dell'Assunta e della Croce indicano le diverse tappe del T., il quale è completo senza riferimento al calendario civile se non per la festa dell'Epifania (cf. C. Tondini de Quarenghi, Notice sur le Calendrier liturgique de la nation arménienne, in Bessarione, fasc. 90 [1906], pp. 275-94, e fasc. 91-92 [1906], pp. 71-114).
Il rito caldeo ha cercato ancora più strettamente di formare un sistema a periodi di 7 settimane ciascuno. Partendo dalla prima domenica dell'Annunciazione ( $=$ Avvente), che è la più vicina al $1^{\circ}$ dic., si contano 4 domeniche fino a Natale e poi due fino all'Epifania; fra l'Epifania e la Quaresima sono previste 7 domeniche, ma possono di fatto essere in numero minore; la Quaresima conta sette domeniche; poi a quella di Osanna ( $=$ delle Palme) e di Pasqua si aggiungono 5 domeniche fino a Pentecoste; il periodo degli Apostoli che segue ha 7 domeniche; poi quello chiamato dell'estate ne ha 3 di filia e 4 della Croce; per il periodo seguente, quello di Mosè, sono previste 4 domeniche, ma possono essere in numero maggiore o minore, e seguono 4 domeniche, chiamate dell'ingresso o della dedica della chiesa, di cui la prima è la domenica più vicina al $1^{\circ}$ nov. (cf. A. J. Maclean, East Syrian daily Offices, Londra 1894, pp. 264-81; N. Nilles, Kalendarium manuale utrinsque Ecclesiae orientalis et occidentalis, II, Innsbruck 1897, pp. 684-88).
Il T. del rito siro-occidentale differisce un poco da quello di rito caldeo. Qui il primo periodo del T. incomincia con la prima domenica della dedica della chiesa, la più vicina al $1^{\circ}$ nov., e conta 8 domeniche, il periodo di Natale ne conta 2, quello dell'Epifania può averne da 1 a 8 ; la Quaresima ha 6 domeniche alle quali si aggiunge quella di Osanna ( $=$ delle Palme); il periodo di Pasqua conta 6 domeniche, dopo Pentecoste vengono le 7 domeniche degli Apostoli, poi da 5 a 11 del periodo dell'estate e, infine, dall'Invenzione della Croce alla dedica della chiesa ancora 7 o 8 domeniche. Nei riti siri dunque le grandi feste dei cicli dopo Pentecoste sono quelle degli apostoli Pietro e Paolo e quella della Croce (cf. A. Baumstark, Festbrevier und Kirchenjahr der syrischen Jahobiten, Paderborn 1910, pp. 166-94, 204-41. 247-57, 265-73 [con studio storice]; P. Hindo, Disciplina antiochena antica. Siri, IV. Lieux et temps sacrés... [Codificazione canonica orientale. Fonti, $2^{\circ}$ serie, fasc. xxvtti], Roma 1943).
Alfonso Bass
TEMPSA (Temesa). - Antica diocesi nella Calabria. Fu colonia della Magna Grecia, fondata nell'estremità settentrionale del Golfo di S. Eufemia, presso Lampetia o Clampetia.
Poiché Pausania la ricorda come città marittima, non si può accettare la tesi del Barrio e di altri, che la identificano con Malveto; ma si può ritenere come più fondata la sua ubicazione presso Niceto, ora S. Lucido, poco a sud di Paola. Per non cadere nelle mani dei Bruzi, che premevano dal retroterra silano, nel sec. IV accetto il protettorato di Sibari, poi quello di Crotone, al quale nel 460 subentrò quello di Locri. Verso la metà del sec. IV cadde in potere dei Bruzi, ai quali la tolsero i Romani, che nel 194 vi stabilirono una loro colonia.
Come città marinara dovette essere una delle prime ad abbracciare la fede cristiana ed avere una sede vescovile. L. Duchesne, con altri, avanza l'idea che Maiorico, ricordato da una Decretale di papa Gelasio (492-96), sia
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stato titolare di T. Poco dopo un Ilario "Tempsanus" intervenne ai Sinodi romani del 501 e del 504. Nel 599 s. Gregorio Magno al suo vescovo Stefano affidò la visita della Chiesa di Turio e nel 603 si rivolse allo stesso, perché favorisse il trasporto del legname dalla Sila, per la basilica di S. Pietro a Roma. Al Sinodo romano del 649 Sergio vescovo di T., tenne un discorso subito dopo il papa s. Martino e la sua firma apposta agli atti subito dopo quella del Pontefice. Ciò fa pensare che la sede avesse importanza o che il vescovo fosse uno dei più venerandi, intervenuti a quel Concilio. Il vescovo Abbondanzio, che sottoscrisse la Sinodica di papa Agatone nel 679, fu scelto come legato del Papa, insieme con Giovanni di Reggio, al Concilio ecumenico VI di Costantinopoli. In tutte le sessioni egli si firmò a Abundantius humilis episcopus Tempsanae Ecclesiae, provinciae Brulorum ", mentre negli atti venne ricordato come vescovo di Paterno. Per questo alcuni hanno pensato che Abbondanzio avesse trasferito a Paterno, cioè a Cremisa, ora Cirò, la sua sede, per sfuggire alle incursioni dei barbari.
In realtà si tratta solo di una variante di T., introdotta dai Notai del Concilio e passata nella traduzione latina. Dopo il 681 non si ha più notizia del vescovato di T.; Giovanni, "Episcopus Tampsi», che figura al Concilio ecumenico VIII dell'869, e che fu attribuito a T. dal De Meo, in realtà appartiene a Tampsi, città della Frigia. T. dovette essere distrutta dai Longobardi o dai Saraceni nel sec. viII. La sede vescovile non poté essere trasferita a Malvito, come pensano alcuni, perché troppo lontana da essa; ma ad Amantea, come è più naturale perché questa città figura come suffraganea di Reggio nella Dintiposi di Leone VI il Filosofo.
BibL.: per il periodo classico: L. Pagano, Di T. ossia Te. mera Tirrena, in Atti dell' Accad. Cosentina, 2 (1842), pp. 277 327; F. Lenormant, La Grande Grèce, III, Parigi 1884, pp. 96 sgg.; E. Pais, La leggenda di Eutimio di Locri, in Ricerche di stor. e geogr., Bologna 1908, p. 43 sgg.; E. Ciaceri, Storia della Manca Grecia, $2^{2}$ ed., I, Città di Castello 1928, p. 256 sgg.; G. D'Ippolito, Orès Malveti quondam Teucca Tonica, in Atti dell' Accad. Cosentina, 14 (1929), pp. 139-83; E. Borrello, Sambiaue, Roma 1948, pp. 39-42. Per il periodo cristiano: G. Minasi, Le Chiese di Calabria, Napoli 1896, pp. 16-17, p. 103 sgg.; L. Duchesne, Les Evêchés de Calabre, in Mélanges Paul Fabre, Parigi 1902; Lanzoni, p. 331. Francesco Russo
TEMPUS LUGENDI: v. VEDOVANZA.
TEMLCO, diocesi di. - Città e diocesi della provincia di Malleco e parte di quella di Cautin nel Cile (America meridionale).
Ha una superficie di kmq. 19.544 con una popolazione di 329.576 ab. dei quali 300.000 cattolici; conta 21 porrocchie servite da 16 sacerdoti diocessni e 31 regolari; ha 12 comunità religiose maschili e 16 femminili (Ann. Pont. 1953, p. 420).
La diocesi fu eretta dal papa Pio XI con la cost. apost. Notabiliter aueto del 18 ott. 1925 per smembramento dall'arcidiocesi di Santissima Concezione, di cui è suffraganea, elevando al grado e dignità di cattedrale la chiesa dedicata a s. Giuseppe.
BibL.: AAS, 18 (1926), pp. 205-207. Enrico Josi
TENCIN, Pierre - GuÉrin de. - Cardinale, n. a Grenoble il 22 ag. 1679, m. a Lione il 2 marzo 1758.
Accompagnò nel 1721 il card. de Bissy quale conclavista a Roma, vi rimase fino al 1724 quale incaricato d'affari francese in seguito alla partenza del card. di Rohan. Arcivescovo di Embrun nel 1724, radunò nel 1727 un Concilio provinciale e fece condannare il vescovo giansenista di Sens, Soanen. Creato cardinale da Clemente XII il 15 luglio 1739, divenne arcivescovo di Lione nel febbr. 1740. Legato in amicizia con il Lambertini, contribuì all'elevazione di lui alla tiara. Dal 1740 al 1742 risiedette nuovamente a Roma quale incaricato d'affari del re. Ministro di Stato nel 1742, fu da quell'anno fino al 1756 legato apostolico in Francia. Benedetto XIV mantenne con lui durante questi anni nutrita corrispondenza che fu pubblicata tradotta in francese: E. di Heeckeren, Lettres de Benoît au card. de T. (2 voll., Parigi 1912).
BibL.: M. Boutry, Intrigues et missions du cardinal de T., Parigi 1902; P. Richard, Le secret du pape. Un légat apostolique en France, in Revue des questions historiques, nuova serie, 48 (1912), pp. 27-61 e 364-403; Pastor, XV-XVI, passim; J. Carreyre, T., in DThC, XV, parte 1*, coll. 115-16, con bibl. Silvio Furlani
TENDENZA A DELINQUERE. - Il vigente Codice pensale italiano, distaccandosi dalla concezione della scuola classica, che considerava il delitto come un'entità astratta, e raccogliendo il più moderno insegnamento che ricollega il delitto all'uomo, ha compiuto un deciso passo verso la soggettivazione del delitto, che va studiato e considerato in diretto e concreto rapporto con la persona del suo autore.
Nel quadro di questo processo di soggettivazione del delitto, si pone la figura del delinquente per tendenza: tale è dichiarato, per l'art. 108 Cod. pen., chi, s sebbene non recidivo o delinquente abituale o professionale, commette un delitto non colposo contro la vita, o l'incolumità individuale... il quale per sé e unitamente alle circostanze indicate nel cgv. dell'art. 133 rivedi una inclinazione al delitto che trovi sua causa nell'indole particolarmente malvagia del colpevole. La disposizione di questo articolo non si applica se la inclinazione al delitto è originata dall'infermità preveduta dagli artt. 88 e $89 \%$.
Nel delinquente per tendenza la mancanza di senso morale non deriva e non si associa ad alcun disturbo psicologico nella sfera intelletiva e volitiva : « Si tratta di individui " - si legge nella relazione del Guardasigilli " che, pur avendo lucido l'intelletto e normale la volontà, difettano di senso morale e sociale. Spesso intelligentissimi e scaltri, essi sono tuttavia privi del minimo di capacità etico-sociale per vivere nel consorzio umano; malvagi e pericolosi, essi hanno per il delitto una disposizione, una inclinazione, una tendenza pronte ad esplodere...». Il delinquente per tendenza è dunque caratterizzato dalla amoralità, dalla malvagità dell'indole, dalla particolare pericolosità : la tendenza al delitto, però, non deve essere originata da cause patologiche, di qualsiasi natura, che influiscano sulla capacità di intendere o di volere.
La individuazione della figura del delinquente per tendenza ha dato origine ad accese dispute. Si è detto che colui che è irrimediabilmente spinto al delitto dalla sua natura è un irresponsabile. La tendenza al delitto non sarebbe altro che un elemento od una risultante della infermità mentale. Ciò non è esatto: la mancanza di senso morale non significa mancanza di capacità di intendere e di volere; e la coscienza della moralità o dell'immoralità dell'azione commessa non ha alcun riferimento, nell'agente, con la sua capacità di intendere e di volere.
Il Codice, dettando una norma di carattere pratico che serve a definire questi casi sussistenti nella realtà quotidiana, ha ben precisato che la dichiarazione di t. a d. potrà esser pronunciata dal giudice solo quando l'immoralità e la malvagità del colpevole non abbiano origine in uno stato di infermità. E il giudice che, con la sentenza di condanna, deve dichiarare il colpevole delinquente per tendenza. Egli, per fondare questa dichiarazione, dovrà tener conto dell'efferatezza del delitto commesso (doverà trattarsi di delitto non colposo contro la vita o l'incolumità individuale) e della personalità del reo, della indole di costui e della particolare inclinazione al delitto, avendo riguardo, oltre che alla natura e alle modalità del commesso delitto, ai motivi dell'azione criminosa, al carattere del reo, ai precedenti penali, alla vita anteriore e posteriore al reato, alle condizioni ambientali di vita del colpevole. Quando, dalla disamina di tutti questi elementi, il giudice si convincerà della pericolosità del colpevole e della sua particolare inclinazione al delitto, dovrà far luogo, con la sentenza di condanna, alla dichiarazione di t. a d.
Questa dichiarazione produce effetti importantissimi, quali la sottoposizione del condannato alla misura di sicurezza dell'assegnazione ad una colonia agricola od a una casa di lavoro per un tempo non inferiore a quattro anni e la interdizione perpetua dai pubblici uffici, oltre ai minori effetti penali, quali la espiazione della pena in stabilimenti speciali, la inapplicabilità dell'amnistia e dell'indulto, il divieto della sospensione condizionale della condanna.
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(da G. Baggi, Dalla Vita e della Opere di P. Tenerani. Firenze 1868, p. 28; Tenerani, Pietro - Genietti della pesca e della caccia (1825). Proprietà Tenerani.
Bibl.: C. Ottolenghi, Il delinquente per tendenza nel cod. pen. e nell autrapol. crim., in Rass. di studi medica-leg., 1931; E. Massari, Il deling. per tend., in Riv. it. di dir. pen., 4 (1932), p. 337 sgg.; E. Florian, Il deling. per tend., in Scuola Posit., 14 (1934), parte $2^{2}$, p. 228 sgg.; A. Gemelli, Metodi, compiti e limiti della psicologia nello studio e nella prevenzione della delinquenza, $2^{2}$ ed., Milano 1937; E. Altavilla, Il deling. per tend. nella realtà e nella finz. legislat., in Scuola Posit., 19 (1939), parte $2^{2}$, p. 1 sgg.; R. Gioffredi, T. a d. e imputabilità, in Riv. di dir. penitenz., 3 (1940), p. 208 sgg.; F. Annolisei, Man. di dir. pen., $2^{2}$ ed., Milano 1949, p. 348; G. Bettiol, Dir. pen., $2^{2}$ ed.,
Cesare Zaccano
TENDERINI, Giovanni Francesco, venerabile.
- Vescovo di Civita Castellana e Orte, n. a Carrara il 17 ott. 1668 , m. il $1^{\circ}$ marzo 1739 a Civita Castellana.
Conseguì la laurea in utroque iure a soli 19 anni nell'Università di Pisa, poi esercitò l'avvocatura a Firenze. Dal 1691 fu a Roma uditore del principe Savelli e del card. Casini. A 27 anni sentì la vocazione al sacerdozio e, dopo aver studiato filosofia all'Università Gregoriana, e teologia alla Minerva, fu ordinato sacerdote il 9 nov. 1698. Stimato dai papi, gli furono offerte le sedi di Fidenza e Foligno, Osimo e Cingoli, che rifiutò. Clemente XI riusci ad affidargli le diocesi riunite di Civita Castellana e Orte (1718). Nel Concilio di Roma (1725), per incarico di Benedetto XIII, tenne il discorso di chiusura con ammirazione di tutti ed ebbe in premio la nomina ad assistente al Soglio.
Uomo di straordinario zelo, rinnovò spiritualmente le sue diocesi. In costante relazione con i santi del suo tempo (s. Paolo della Croce, s. Giovanni Battista De Rossi, s. Leonardo da Porto Maurizio) ne imitò gli esempi. Alla sua morte s. Leonardo pronunziò un lusinghiero giudizio sulla santità del T. La sua causa di beatificazione e canonizzazione fu introdotta il 23 dic. 1756 e il decreto sulle virtù fu emanato il 5 ag. 1794.
Bibl.: G. F. Strozzi, Vita di G. F. T., Roma 1730; L. Petti, Vita di G. F. T., ivi 1807 (era postulatore della causa); M. Taviani, Vita del ven. servo di Dio mons. G. F. T., ivi 1870; L. De Poietti, Brevi cenni storici intorno alla vita del ven. servo di Dio mons. G. F. T., ivi 1939.
Goffredo Mariani
TENERANI, PIETRO. - Scultore n. a Torrano presso Carrara l'11 nov. 1789, m. a Roma il 14 dic. 1869.
Avviato all'arte dallo zio Pietro Marchetti, fu poi a Carrara allievo del Bartolini. Nel 1813 , vinto il pensionato, si recava a Roma per studiare nell'Accademia di S. Luca dove insegnava il Thorwaldsen; ma il temperamento lo sospingeva a seguire piuttosto i modi del Canova per la sua aspirazione a non irrigidire le forme nella imitazione dell'antico, sebbene a risolverle in una grazia anche di superfici levigate, sensibili alle delicatezze dello sfumato.
Ciò è riflesso nelle sue opere giovanili quali il gruppo Venere e Amore, il cui gesso originale è a Roma nella Gipsoteca Tenerani, e nella Puiche abbandonata (Palazzo Lenzoni, Firenze). Nel 1823 il T. compì un viaggio a Firenze ove ritrovò il Bartolini. Tuttavia tale nuovo incontro non gli valse la possibilità di svincolarsi dai conformismi dell'accademia romana, sebbene, progredendo cautamente su quei binari, mostrasse, dopo il viaggio fiorentino, di voler gradualmente sostituire gli elementi tratti dallo studio e dalla imitazione dell'antico con quelli che gli derivavano dalla imitazione e dallo studio delle sculture quattrocentesche che aveva sott'occhio a Roma, ove presto era tornato. Così, quasi insensibilmente, si evolveva non il suo stile plastico ma la sua maniera di raffigurare le immagini, non più camuffate all'eroica con toghe, clamidi e corazze, ma rappresentate con espressioni simili a quelle della levigata scultura quattrocentesca del Bregno e dei suoi scolari. Ciò gli consentì di sottoscrivere nel 1840 il famoso manifesto del «Purismo» (v.) e di partecipare con le opere alla polemica sul modo di vestire i personaggi moderni nelle sculture. Nella quale polemica egli si atteggiò ad anticlassicista facendo indossare al Ferdinando II (1840) che era a Messina, al Simone Bolivar progettato per Bogotà (1842) ed al Pellegrino Rossi di Carrara e della Galleria di arte moderna di Roma (1854) gli abiti del loro tempo. Di tale periodo medio dell'attività del T. la cosa migliore è il grande rilievo con la Deposizione che si trova nella cappella Torlonia in S. Giovanni in Laterano. Altre opere di lui sono: le sculture della cappella Lante in S. Maria sopra Minerva, il monumento a Pio VIII in S. Pietro, il S. Benedetto nella cappella dedicata a quel Santo nella basilica di S. Paolo in Roma, la tomba Constabili nel cimitero di Ferrara, il monumento che contiene il cuore di Simone Bolivar a Bogotá (1852), la tomba Pelzer a S. Maria del Popolo a Roma (1852) e alcuni ritratti fra i quali si ricordano, oltre quelli che appaiono nei vari monumenti funebri, quello della principessa Wolhonshi della Galleria d'arte moderna pure a Roma.
Essi sono in ultima analisi le cose migliori dello scultore e meritano al T. un posto se non proprio di primo piano, certo differenziato nella folta schiera dei praticanti l'arte plastica a Roma nella prima metà dell'Ottocento.
Bibl.: N. Tarchiani, La scultura dell'Ottocento, Firenze s. d., p. 36; R. Riccoboni, Roma nell'arte. La scultura, Roma 1942, p. 362 ; F. Sapori, La scultura moderna, ivi 1948, v. indice, Emilio Lavagnino
TENERIFE: v. SAN CRISTOFORO DELLA LAGUNA.
TENIERS, David. - Pittore n. ad Anversa il 15 dic. 1610, m. a Bruxelles il 25 apr. 1690. Scolaro di suo padre, fu riconosciuto maestro ad Anversa nel $1632-33$.
Nel marzo 1651 andò a Bruxelles chiamato dal governatore arciduca Leopoldo Guglielmo che lo nominò pittore di corte ed amministratore della Galleria arciducale d'arte. Il nuovo governatore don Giovanni d'Austria lo confermò nello stesso anno pittore di corte. Fondò una accademia d'arte ad Anversa che fu inaugurata nel 1665.
Le opere di T. vanno dal 1633 al 1680 . Nei suoi primi lavori si allaccia al genere di Frans Francken II, benché lo sorpassi molto dal punto di vista pittorico; nei suoi quadri contadineschi si volge verso il genere di Adriano Brouwers, l'influsso del quale rimane evidente in lui fino a ca. il 1634 . Quindi il T. sviluppa uno stile proprio che si distingue da quello del suo primitivo modello per un tono di colore più chiaro, per la pennellata più luminosa e più calda, per la composizione del quadro più piacevole.
Dopo i 30 anni T. comprende nelle sue opere anche il paesaggio, nel dipingere il quale sviluppa un'arte molto fine e personale. Dalla felice combinazione tra scene di
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contadini con il paesaggio nascono i suoi quadri più riusciti. Gli aa. $1640-50$ sono il momento culminante della sua arte; dopo il 1651 declina; il paesaggio si fa più sbiadito e le figure perdono di espressione; il colore impallidisce e prende toni grigi ed opachi. T. ha allargato il campo delle rappresentazioni di Brouwer; vicino a contadini e tipi di osteria pone anche borghesi, operai, medici, alchimisti, maghi e streghe circondati da un ambiente di fantasmi. T. ha trattato anche argomenti religiosi, p. es.: La liberazione di s. Pietro dal carcere, Le tentazioni di s. Antonio, scene mitologiche (p. es.: 4 quadri del 1638 a Vienna prima attribuiti al padre) e temi poetici (p. es.: 12 quadretti con la storia di Rinaldo e di Armida a Madrid, di piccolo formato).
Originali sono i quadri nei quali sostituisce le figure dei contadini con scimmie e gatti. Qualche volta dipinge anche avvenimenti storici (la battaglia di Valenciennes nel 1656 , ad Anversa). T. è il più grande e il miglior pittore di genere del xvir sec. e i quadri a lui attribuiti superano i 2000.
Bim.: Z. v. M., s. v. in Thieme-Becker, XXXII, pp. 527-29, con la bibl. fino al 1938; Jean Symel, Plinotiche School D. T. den 7angd, Antugren 1939, p. 27; A. Rocking, D. T., Nuova York 1948, p. 15.
Emilia Durini
TENNYSON, Alfred. - Poeta inglese, n. a Somersby il 6 ag. 1809 , m. a Londra il 6 ott. 1892. Fu il più cospicuo e in ogni senso il più rappresentativo dei poeti vittoriani. Dotato d'un gusto e d'un orecchio eccezionali, egli fu un artefice perfetto del verso, un vate musicalissimo educatosi alla scuola di Virgilio.
Cadde tuttavia presto nell'equivoco di legarsi troppo ai miti della propria epoca, di cui fu il poeta ufficiale, costringendosi ad adattare la propria musa idillica agli eventi civil e alle questioni sociali. Visse tuttavia appartato dalla vita