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rescritti e nelle leggi imperiali, seppe resistere alle sue pressioni in favore dei monofisiti, dei quali T. era fervente seguace e delle cui dottrine avrebbe voluto assicurare il trionfo, valendosi della propria autorità per promuoverne i fautori alle più alte dignità ecclesiastiche. T. è la principale responsabile della deposizione di papa Silverio (v.) e della sua sostituzione con Vigilio, che non
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(IM. Alinari)
TEODORA, imperatrice d'Oriente - Testa dell'imperatrice T. Musaico bizantino, proveniente da casa Barberini (sec. vi) Roma, Museo Barracen.
essendosi poi dimostrato sufficientemente arrendevole nei confronti dei monofisiti, fu a sua volta arrestato (545) ed esiliato per volontà dell'Imperatrice.

Bibl.: Ch. Diehl, Justinien et la civilisation byzantine, Parigi 1901; id., Figures byzantines, ivi 1920; id., Théodora impératrice de Byzance, ivi s. a.; L. Bréhier, Le monde byzantin. Vie et mort de Byzance, I, ivl 1647, pp. 22-23 e passim. Gina Fasoli

TEODORA, moglie di Teofilatto. - Compare nei documenti con il titolo di vestaratrix che le veniva dal marito, vestararius pontificio tra il 900 e il 926 .

Le relazioni che intercorsero fra T., Teofilatto e il papa Sergio III prima e Giovanni X poi furono interpretate nel peggiore dei modi sulla scorta di Liutprando da Cremona, che parla di lei come di una donna bella e scostumata, che appunto per questo ebbe grande autorità politica. Eugenio Vulgario ne parla invece come di una donna pia e virtuosa, ma da Cesare Baronio in qua si è creduto più a Liutprando, per quanto si sa che fosse notoriamente proclive ai racconti osceni, che ad Eugenio. Comunque stessero le cose, non si ha certa notizia di azioni politiche individuali ed autonome di T.

Bibl.: oltre le opp. cirt. nelle voci GIOVANNI X e SERGIO III, v. F. Fedele, Per la storia di Roma nel sec. $X$, in Arch. stor. Soc. rom. st. patrio. 33 (1910), p. 177 sgg.; 34 (1911), p. 75 sgg.. 263 sgg.; T. Venni, Giovanni X, ibid., nuova serie, 2 (1936), pp. 1-136.

Gina Fasoli
TEODORETO, vescovo di Ciro. - N. verso il 393 ad Antiochia, da famiglia facoltosa, ed educato in scuole monastiche, m. nel 458. Dopo essere stato lettore della chiesa, distribuil tutto il suo avere e si fece monaco. Nel 423 divenne vescovo della piccola città di Ciro (a oriente di Antiochia) e combatté ariani e marcioniti.

Amico personale di Nestorio e rappre-

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sentante della teologia antiochena, attaccò nella sua confutazione dei 12 anatematismi di Cirillo il patriarca di Alessandria. A questo scritto (perduto) segul un'opera più vasta contro Cirillo ed il Concilio efesino. Alla formola di unione aderì nel 434. Al latrocinio di Efeso (449) fu deposto come aderente di Nestorio. T. fece appello contro questa sentenza a papa Leone I. Al Concilio di Calcedonia (451) fu ammesso fra i dottori ortodossi, dopo una dichiarazione esplicita contro Nestorio, ma il V Concilio ecumenico (553) condannò di nuovo i suoi scritti contro Cirillo ed il Concilio di Efeso e alcune delle sue lettere e sermoni. Il suo atteggiamento dogmatico non sembrava chiaro ai partigiani dei due gruppi in lotta.

Opere: a) Scritti dogmatici: i due scritti contro Cirillo, già ricordati. Opera di T. è anche lo scritto, a torto attribuito a Cirillo d'Alessandria, sulla teologia e l'incarnazione divina (PG 75, 1147-90, 1419-78). Poi l'Eranistes ( $=$ il mendicante monofisital sen Polymorphus. Vengono attribuiti a T. anche le due opere dello Pseudo Giustino: Expositio rectae fidei e Quaestiones et responsiones ad orthodoxos. b) Opere apologetiche: la più famosa è la Graecorum affectionum curatio (v. l'ed. di Raeder nella Biblioth. Teubneriana, Lipsia 1904), che fa largo uso di Clemente Alessandrino e di Eusebio. I sermoni sulla Provvidenza sono conferenze (non omelie) per il pubblico colto di Antiochia. Si è perduto uno scritto contro i magi in Persia. c) Opere esegetiche su molti testi dell'Ottatenico (Quaestiones) e commentari sui salmi, Cantica Canticorum e Prefeti (il commentario su Isaia pubblicato da A. Mohle, Berlino 1942) e sulle Epistole paoline. Come esegeta T. non è di grande originalità, ma rappresenta le idee medie della scuola antiochena (su T. e Teodoro di Mopsuestia v. R. Devreesse, Essai sur Théodore de Mopsueste [Studi e testi, 141], Città del Vaticano 1948). d) Opere storiche: Historia religiosa (PG 82, 1283-1496), una storia del movimento ascetico. Una Refutatio haereticorum, in 5 II. (PG 83, 335-556), per la parte più antica basata sugli scritti antieretici anteriori, ed una Storia ecclesiastica (ed. da Parmentier [CB 19], Lipsia 1911) per il periodo dal 525 al 428 . T. coincide spesso con Socrate e Sozomeno. e) Sermoni ed epistole. Dei sermoni esistono solo frammenti, dell'epistolario si è conservato parecchio (209 epistole in greco e 27 in latino).

BibL.: l'ed. di Schultze e Noesselt, ristampata in PG 80-84 non corrisponde alle odierne esigenze; specialmente la collca. delle sue epistole si è arricchita. Sulle lettere v. M. Mlunica Wagner, A chapter of byzantine epistolography. The letters of T., in Dumbarton Oaks Papers, 4 (1948), pp. 119-81. Su T. v. E. Schwartz, Zur Schriftstellerei Th., in Sitzungsber. bayr. Akad., 1922, fasc. 1; G. Bardy, Théodoret, in DThC, XV, coll. 290-325; C. da Mazzarino, La dottrina di T. sull'unione (postatica delle due nature di Cristo, Roma 1941; J. Montalverne, Theodureti Cyreniis doctrina antiquior de Verbo +inhumanato + (Studia Antoniana, 1), Roma 1948. Articoli su T.: J. Lebon, Restitutions a T., in Rev. d'hist. eccl., 26 (1930), p. 523 sgg.; R. Devreesse, Quaestiones in Octat., in Rev. bibl., 44 (1935), p. 167 sgg.; M. Richard, T. et les moines d'Orient, in Mélang. de science ratio., 1946, p. 147 sgg.; M. Brook, Touchant la date du commentaire sur le paautier de T., in Revue d'hist. eccl., 44 (1949), p. 551 sgg.; M. F. A. Brack, The date of T.'s Expositio rectae fidei, in Journ. Theol. Stud., 1951, p. 178 sgg.; P. Nantin, La valeur des leonnes dans l'Eranistes de T., in Rev. d'hist. eccl., 46 (1951), p. 681 sgg. Erik Peterson

TEODORICO (DIETRICH) di APOLDA. - Teologo domenicano, n. a Apolda in Turingia nel 1228, m. ca. il 1297. Entrò tra i Predicatori nel 1240 a Erfurt. Scrisse (ca. il 1290) una Vita s. Dominici.

Quétif-Echard (v. bibl.) e altri lo distinguono da Teodorico di Turingia, autore di una Vita s. Elisabeth ben fondata storicamente; si osservano infatti differenze di stile. Non si può per ora definire il problema dell'origine delle due opere. Indizi da non trascurarsi per l'identità d'autore sono l'eguaglianza del nome, dell'Ordine, del tempo di composizione, dei lamenti sui cattivi occhi, oltre la cura di avere e di indicare fonti sicure, infine la costruzione del $2^{\circ}$ prologo della Vita s. Dominici e della Vita s. Elisabeth.

La spiritualità dell'Ordine domenicano risulta nella Vita s. Dominici come genuinamente cristocentrica, con il predominio dei doni dello Spirito Santo.

BibL.: fonti: Acta SS. Augusti, I, Parigi 1867, 558-625; H. Canisii, Thesaurus monumentorum eccl. et hist.... IV, Anversa 1725, pp. 116-52. Studi: Quétif-Echard, I, pp. 413-55; U. Chevalier, Répertoire... bio-bibliographie, II, Parigi 1907, p. 4457; A. Mortier, Histoire des maitres généraux de l'Ordre des Prêtres Prócheres, II, Parigi 1903, p. 201; B. Altaner, Der hl. Dominikus, Breslavia 1922, pp. 170-89.

Ignazio Backes
TEODORICO da Herxen (Dirk Hermanse van Herxen). - Insigne rappresentante della Devotio moderna, n. ca. il 1380 a Herxen (presso Windesheim), m. a Zwolle il 21 marzo 1457.

Desideroso di farsi certosino, per potere però lavorare alla salvezza delle anime, su consiglio di Johannes Vos da Heusden, priore di Windesheim, entrò presso i Fratelli della Vita comune a Zwolle (1406). Oltre la teologia, imparò * opera scripturae, ligaturae et illuminaturae. Alla morte di Gerard Scadde da Calcar (2 dic. 1409), primo rettore di Zwolle, fu eletto a succedergli per suoi rari talenti. Tenne questa carica fino alla morte.

Da ogni parte si veniva a consultarlo intorno alla vita spirituale e ad affari importanti concernenti la Chiesa o la Congregazione, sicché, dopo le morte del grande J. Vos, T. fu considerato * omnium devotorum generalis pater*. Attraverso la direzione e l'amministrazione ebbe un influsso di primo piano sulla vita e la diffusione della sua Congregazione. Tradusse molto dal latino, coprì varie opere e compose parecchi trattati ascetici dei quali due soli ci sono pervenuti manoscritti, insieme a due suoi canti con note musicali.

BibL.: I. G. R. Acquoy, Het Klooster te Windesheim, Amsterdam 1875, passim; J. Trajecti (alias De Voechr), Narratio de inchoatione domus clarissrima in Zwolle, ivi 1908, pp. 43-117; J. Van Mierlo, Herxen, in De Kath. Encyclopadie, XIII, col. 282; A. Brinkerink, Herxen, in N. Ndl. Biogr. Woordenb., VI, p. 770 .

Alberto Ampe
TEODORICO di NYEM. - Canonista conciliarista tedesco, n. verso il 1340 a Brakel in Westfalia, m. a Maastricht il 22 marzo 1418.

Dal 1370 notato presso la Curia pontificia ad Avignone, segul Gregorio XI a Roma (1377) e fu testimonio del sorgere del grande scisma, rimanendo però fedele ad Urbano VI. Nel 1395 fu nominato da Bonifacio IX vescovo di Verden ma non fu consacrato, né prese possesso dell'episcopato, e rimase abbreviator e scrittore della Cancelleria papale. Si mise dalla parte di Alessandro V e di Giovanni XXIII con il quale partecipò al Concilio di Costanza ma, dopo la fuga di lui, se ne separò definitivamente e compose un violento libello: Inveetiva in fugientem e Concilio Constantinui Youvenen XXIII, che contribuil molto alle misure prese dall'Assemblea contro il Papa e, con altri suoi scritti, allo sviluppo delle idee conciliari.

Copiosa è la produzione di T.: Liber Cancellarior apostolicae e Stilius Palatii abbrevatus, raccolte di formulari ad uso della Rota e della Cancelleria pontificia; De schismate libri tres, storia del grande scisma, ricca di particolari importanti, anche se scritta con preoccupazioni partigiane. Sul Concilio e sulla riforma: De media uniendi ac reformandi Ecclesiam e Avisamenta de unione et reformatione membrorum et capitis fienda.

Incorrestata è per lui la superiorità del concilio sul pontefice, perché solo il concilio generale rappresenta la Chiesa universale e può emettere decisioni inappellabili. Il concilio è superiore al papa in autorità, in dignità, per la funzione, può eleggere il papa, limitarne i poteri, privarlo del titolo, anzi potrebbe anche deporlo. Originariamente l'autorità dei vescovi era uguale a quella dei papi, e l'attuale primato pontificio dev'essere considerato come una delegazione datagli dalla Chiesa e che potrebbe essere ritirata.

BibL.: M. Lenz, Drei Tractate aus dem Schriftencyclus des Konstanzer Konsils, Marburg 1876; G. Erler, Dietrich von Nieheim, sein Leben und seine Schriften, Lipsia 1877; T. Lindner, Beitr. zu dem Leben und den Schriften D. v. N., in Forsch. zur deuts. Gesch., 21 (1881); H. Finke, Acta Conc. Constant., III-IV, Monaco 1928, v. indici; H. Heimpel, Dietrich von Niem, in 1932.

Piero Sannazaro
TEODORICO il Grande, re degli Ostrogoti. Figlio di Teodomiro, della dinastia sovrana degli

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Amali, n. ca. il 454. Il padre, capo degli Ostrogoti quali foederati entro i confini dell'Impero in Pannonia e nel Norico, dovette mandarlo ancora fanciullo come ostaggio alla corte di Bisanzio, ove rimase per dieci anni. A venti anni dal padre morente fu designato a succedergli, e riconosciuto dal popolo come capo.

Interpretando a suo modo i propri doveri di federato, ora aiutò, ora ricatò il governo imperiale, riuscendo sempre, anche quando ne devastò qualche provincia, ad avvantaggiare la propria posizione. L'appoggio dato all'imperatore Zenone contro l'usurpatore Basilisco gli valse il titolo di patrizio, l'onore del consolato (a. 484) e l'ufficio di magister utriusque militiae. Dopo ciò riusci a farsi assegnare dal debole Zenone l'incarico di restituire l'Italia occupata da Odoacre a più diretta dipendenza dell'Impero, preparando al tempo stesso ai suoi Goti nuove sedi in terre migliori. A Zenone del resto doveva sorridere l'idea, se non di riacquistare l'Italia, quella di tenere un po' lontano il turbolento magister. La spedizione non ebbe carattere semplicemente militare, ma quella non nuova di una emigrazione di masse, che dietro i soldati conduceva terme di non combattenti, donne, vecchi, bambini. La resistenza di Odoacre non fu fortunata, e in due successivi scontri sull'Isonzo e presso Verona fu battuto. Odoacre s'era chiuso a Ravenna, ma poi le sorti sembrarono mutarsi, e T. venne a trovarsi in gravi difficoltà presso Pavia, fino a quando non vennero a soccorrerlo schiere di Visigoti dalla Gallia. Riprese l'offensiva, e riportata una nuova vittoria sull'Adda, intraprese l'assedio di Ravenna durato quasi tre anni, durante i quali T. ebbe agio di compiere la conquista di tutta la penisola. Finalmente per intromissione del vescovo di Ravenna si venne alla pace, per la quale Odoacre e T. avrebbero dovuto dividersi il governo dell'Italia, nominalmente riconnessa all'Impero di Bisanzio. Ma pochi giorni dopo durante un banchetto Odoacre fu da T. fatto uccidere, e con lui molti dei suoi. Si proclamò che Odoacre rendeva insidie, e T., confermato re dai suoi Goti, agì come sovrano sui Goti e sui Romani. Fu per ciò per qualche anno in contrasto con la corte di Bisanzio, che impotente finì per cedere, rinviando a T. quelle insegne imperiali, che il Senato romano, acconsentendo alla deposizione di Romolo Augustolo, aveva restituito a Costantinopoli. In qualche modo era però ancora riconosciuta una supremazia morale all'Impero di Bisanzio.

Il governo di T. fu da principio moderato e saggio; la distribuzione ai suoi Goti di un terzo delle terre italiane poté compiersi forse senza troppe difficoltà, dato lo spopolamento della penisola e il fatto che si poté profittare delle terre già appartenute a Odoacre e ai suoi. Per il resto T. conservò gli antichi ordinamenti romani, dando agli Italiani le magistrature civili, e affidando ai Goti le armi e i comandi militari. Molto si adoperò, perché tra le due genti non sorgessero dissidi o intolleranze, cercò di favorire la ripresa agricola cui tanto danno avevano arrecato i precedenti avvenimenti, mostrò di tenere in alta considerazione la cultura romana, e ne volle vicini i più illustri rappresentanti : Cassiodoro, Boezio, il vescovo di Pavia Ennodio. Grandi cure rivolse alla conservazione degli edifici monumentali, specialmente a Roma e a Ravenna, dove ne eresse anche di nuovi.
T. riusci generalmente a conservare la pace coi sovrani degli Stati barbarici d'Occidente, sui quali poté anche ottenere quasi un certo riconoscimento di primato, sia con il prestigio di patrizio romano e di generale dell'Impero, sia concludendo parentadi con parecchi di essi. Assicurò i confini d'Italia, annettendovi l'Istria, la Rezia, il Norico senza attendere il beneplacito dell'Imperatore, per cui si ebbero reazioni bizantine, concretatesi in vane incursioni di flotte imperiali sullo coste adriatiche d'Italia. Più importante fu l'intervento di T. nella lotta tra il proprio cognato Clodoveo re dei Franchi e il proprio genero Alarico II re dei Visigoti. Quando quest'ultimo fu vinto e ucciso nel 507 , T. inviò un esercito che vinse i Franchi presso Arles. Conseguenza della vittoria fu l'annessione della Provenza all'Italia e, poco dopo, l'as-
sunzione del governo della parte visigotica della Spagna, quale tutore del figlio di Alarico II. L'autorità di T. venne pertanto ad estendersi dall'Illirico all'Atlantico. Anche nelle questioni religiose T. mostrò tatto ed equanimità. Ariano e re d'un popolo ariano, rispettò la religione degli Italiani, e conservò i privilegi della Chiesa cattolica.

Ma ciò nonostante era quasi impossibile per un sovrano barbaro guadagnarsi in tutto la devozione e la fedeltà degli Italiani, e impossibile accontentare sempre le avidità dei suoi Goti. Questi insuccessi, come pure l'invecchiare senza avere un erede, amareggiarono il Re. Divenne sospettoso, irascibile, ingiusto, mentre sul trono di Costantinopoli a sovrani deboli succedeva un duro soldato macedone, Giustino, che si tenne subito molto vicino il nipote Giustiniano. Fervido ortodosso, Giustino esercitò pressioni sugli eretici del suo Impero e in particolar modo sugli ariani. T. volle che il papa Giovanni I si recasse a Costantinopoli per dissuadere l'Imperatore dalla persecuzione antiariana. L'ambasceria non ebbe naturalmente successo e, al suo ritorno, il Papa fu cacciato in prigione, dove morì. Vittima di queste turbare relazioni furono pure Boezio e il suocero di lui Simmaco. Morendo T. raccomandò ai suoi Goti di riconoscere loro re il giovanetto Atalarico, figlio della propria figlia Amalasurda, di osservar le leggi, di rispettare l'imperatore, di vivere in buon accordo con il senato e con il popolo romano. - Vedi tav. CXXXVIII.

BibL.: fonti storiche antiche: Cassiodoro, Variae, in MGH, Auct. ant., XII; Ennodio, Opera, ibid., VII, IX; Jordanes, Getica, ibid., V; G. Pfleibschifter, Theoderich der Groue, Magonza 1910; E. Caspar, Theoderich der Groue und das Papsttum, Monaco 1931; R. Solmi, Le dominazioni barbariche in Italia, I, Milano 1940, pp. 163-218; W. Ensslin, Theoderich der Groue, Monaco 1947.

Roberto Paribeni
TEODORICO I e II, re dei Visigoti. - La gente dei Visigoti che seguendo Alarico, proclamato re, aveva saccheggiato Roma e corsa tutta l'Italia, morto quel suo audace capo, si ridusse con Ataulfo nella Gallia meridionale, legata all'Impero con un foedus più volte violato e rinnovato. Nel 418 al re Wallia successe T. I, che, profittando della morte di Onorio e delle sventure dell'Impero, si adoperò costantemente ad ampliare i confini del territorio concessogli, spingendosi verso il centro della Gallia, contenuto qualche volta dal magister utriusque militiae Ezio e dai generali di lui, ma sempre pronto a riprendere le sue avanzate.

E dubbio, se in alcuno dei trattati di pace più di una volta rinnovati con lui dal governo imperiale sia stata riconosciuta l'indipendenza completa del Regno visigoto accentrato intorno a Tolosa, o se abbia perdurato la semifinzione dello Stato federato; ma quando sulla Gallia si rovesciarono gli Unni di Attila, T., sentendosi anche egli minacciato, si strinse a Roma, ed ebbe onorevole parte nella resistenza, cadendo ucciso a Campus Mauriacus presso Troyes nel 451.
T. II, figlio del precedente, s'impadroni del trono uccidendo il fratello Torrismondo. Conservò buone relazioni con i Romani, specialmente dopo il sacco di Roma di Genserico; poté avere una parte notevole negli avvenimenti che si svolsero in Gallia, sostenendo la candidatura imperiale di Avito, combattendo per Roma contro i Vandali di Spagna, assumendo un contegno prima ostile poi favorevole all'imperatore Maggioriano, e riuscendo ad accrescere i propri domini verso Narbo Martius (Narbouns) e Aureliosum (Orléans). Dopo l'uccisione di Maggioriano si legò con l'uccisore Flavio Ricimero divenuto potentissimo. Ma questa amicizia non riusci a salvarlo dall'insidia del proprio fratello Enrico che lo fece uccidere nell'a. 466 .

BibL.: O. Seeck, Gesch. des Untergans der antik. Welt, VI, Stoccarda 1920; E. Stein, Gesch. des sadivömisch. Reiches, I, Vienna 1928, pp. 480-502; R. Paribeni, Da Diocleziano alla fine dell'Impero di Occid., Bologna 1941, p. 280 sgg. Roberto Paribeni

TEODORICO di Vriberg (di Freiberg). - Filosofo e teologo domenicano della seconda metà del sec. xili.

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(1ot. Alimory
Tecioono, santo, martire - Il martire T. vestito di clamide. Particolare del massico absidale della chiesa dei SS. Cosma e Damiano (sec. vi) - Roma.

Studiò a Parigi intorno al 1279. Dal 1293 al 1296, fu provinciale in Germania; nel 1297 maestro di teologia a Parigi; nel 1304 partecipò al capitolo generale a Tolosa in Francia; dopo il 1310 non si hanno altre notizie di lui. Quasi completamente dimenticato, prima dello studio che gli dedicò E. Krebs nel 1906. T. è una personalità complessa di pensatore e di scienziato, in quella corrente neoplatoneggiante che discende da Alberto Magno. In lui il pensiero agostiniano della scuola domenicana pretomatica, che con Alberto Magno e Ulrico di Strasburgo s'era arricchito di importanti elementi neoplatonici, si svolge sotto l'impulso della Elementatio theologica di Proclo tradotta in latino da frate Guglielmo di Moerbeke nel 1268. Dall'Uno, tramite il Verbo, per interna «ebollizione» o «trasfusione» procedono tutte le cose create. L' «intelletto agente» d'Aristotele è identificato con l' «abditurn mentis» di s. Agostino (De Trin., XIV, 7, 9).

Fra le molte sue opere, ha attirato l'attenzione per la sua importanza scientifica il trattato De iride et de radialibus impressionibus.

BIBL.: E. Krebs, Meister Dietrich (Theodoricus Tentonicus de Vriberg), sein Leben, s. Werke, 1: Wissensch., in Beitr. z. Gesch. der Philos. d. Mitt., V, 2-6, 1906 (fondam.); id., Le traité «de esse et essentia» de T. d. F., in Ren. néon., 18 (1911), pp. 516 536; J. Würschidt, D. v. F. Uber den Regenbogen..., in Beitr., cit., XII, 2-6, 1914; A. Birkenmaier, Vermisch. Untersuch., ibid., XX, 2, 1922, pp. 70-90; F. Stegenüller, Meist. D. v. F. über die Zeit u. das Sein, in Arch. d'hist. doctr. et littér. du moyen âge, 13 (1940), pp. 123-221.9 Bruno Nardi

TEODORO, santo, martire. - Nel Sinassario greco è commemorato un T. ufficiale dell'esercito l' 8 febbr. come martire di Eraclea, ed il 17 dello stesso mese un T. recluta, martire ad Euchaita.

Anche nel Martirologio romano, T. è ricordato due volte: il 7 febbr. e il 9 nov.; quest'ultima data secondo la Passio sarebbe il suo dies natalis e probabilmente anche l'anniversario della dedicazione della chiesa in suo onore sotto il Palatino. In realtà esistette un solo T. cioè la recluta, il cui culto fu molto diffuso nell'antichità. A Costantinopoli una chiesa in suo onore fu edificata nel 452; a Roma la sua immagine si trova nel musaico della basilica dei SS. Cosma e Damiano, eretta da Felice IV (526-30), e nel sec. viri gli fu dedicata una diaconia (v.) sotto il Palatino; monasteri a lui dedicati esistevano nel sec. vi a Palermo e Messina (s. Gregorio, Reg. Epist., in MGH, Epist., ed. P. Ewald-L. M. Hartmann, I, Berlino 1887, p. 11; II, ivi 1891, p. 65). Subì il martirio ad Amasea, ma fu seppellito ad Euchaita dove fu edificata una basilica frequentata da pellegrini e nella quale s. Gregorio Nisseno recitò un discorso (PG 46, 736-48). Da esso e da un altro scritto perduto deriva la Passio attuale la quale ricalca scritti consimili. Di origine orientale e arruolato nell'esercito, T. fu trasferito nel Ponto con la sua legione, Scoppiata la persecuzione di Diocleziano, fu accusato come cristiano e deferito al giudizio del tribuno che con promesse
e minacce cercò di costringerlo a sacrificare. Gli fu concesso tempo per riflettere ma T. ne approfitto per incendiare il tempio di Cibele. Fu allora tormentato e finalmente condannato al rogo. Nei libri liturgici romani la festa ricorre il 9 nov.

BibL.: Acta SS. Februarii, II. Parigi 1864, pp. 22-37; Synax. Constant., coll. 431, 469; H. Delchaye, Les légendes grecques des saints militaires, Parigi 1909, pp. 11-43, 127-201; P. Franchi de' Cavalieri, Attorno al più antico testo del Martyrism s. Theodori tironis, in Note agiogr. (Studi e testi, 22), III, Roma 1909, pp. 91-107; W. Hengestenberg, Der Drachenhumpf des heiligen Th., in Oeism Christ., nuovo serie, 2 (1912), pp. 77-106, 241-80; H. Delchaye, Euchaïta et la légende de st Th., in Anatolian Studies presented to Sir W. Rannoy, Manchester 1923, pp. 129-34; Acta SS. Nevendrei, IV, Bruxelles 1925, pp. 11-82; Martyr. Hieronymianum, p. 392; H. Delchaye, Les orig. du culte des martyrs, Bruxelles 1933, p. 169 sgg. e passim (v. indice); Martyr. Romanum, pp. 52, 506; P. Bruyhans, Les oraisons du Missel Romain, I. Lovanio 1952, p. 161. Agostino Amore

TEODORO. - Prete della Chiesa di Roma, impropriamente annoverato fra gli antipapi.

Si deve probabilmente identificarlo con l'omonimo legato di Agatone al VI Concilio ecumenico, tenuto a Costantinopoli nel 680 (Mansi, XI, 209). Fu due volte candidato alla Sede Apostolica. La prima volta alla morte di Giovanni V (2 ag. 686), patrocinato dal partito militare in contrapposizione all'arciprete Pietro, candidato del clero. Dopo oltre due mesi di violanti contrasti, "sacerdotes et clerus», si quali assenti poi l'«esarcitus», scelsero un terzo candidato, il venerando prete Conone (v.), consacrato il 21 ott. seguente. I due contendenti non vi si opposero. La seconda volta (nel frattempo T. era diventato arciprete) alla morte del predetto Conone (21 sett. 687), in contrapposizione all'arcidiacono Pasquale. Ambedue gli eletti si insediarono al Laterano, ma anche questa volta i rappresentanti più influenti dei due partiti (il ceto militare non era compatto come nella precedente elezione) convennero di scegliere un terzo candidato, il prete Sergio (v. sercio i). Appena questi potè penetrare nel patriarchio, forzandone le porte, T. "ilico quievit ac se humiliavit», attesta il Lib. Pont., mentre Pasquale (v.) si ribellò e morì nell'ostinatezza.

BibL.: Lib. Pont., I, pp. 350, 368, 371; Fliche-MartunPrutz, V, nn. 218, 473-74; O. Bertolini, Roma di fronte a Bitanzo e ai Longobardi, Bologna 1941, pp. 396-401.
A. Pietro Frutaz

TEODORO, vescovo di Aquileia. - Era già vescovo nel 314 poiché in quell'anno partecipò al Concilio di Arles contro i donatisti. M. verso il 330 .

Il suo nome è legato agli insigni monumenti della città (v. Aquileia) dove esistono due iscrizioni che lo ricordano. La prima: «[Theodo]re felix, hic crevisti, hic felix», posta nel più antico oratorio, allude forse alla casa natale di T. trasformata in sala liturgica probabilmente verso la fine del sec. it o agli inizi del sec. III. L'altra iscrizione si trova nella basilica edificata dallo stesso T.: «Theodore (e]lix a]diuvante Deo onnipotente et poemnio caelitus tibi [tra]ditum omnia [b]aeate fecisti et gloriose dedicasti», ricorda l'insigne lavoro fatto con l'aiuto del popolo. Le due iscrizioni furono certamente poste dopo la morte di T. e forse agli inizi del sec. v quando la basilica fu ampliata per sovvenire alla moltitudine dei fedeli.

BibL.: P. Paschini, Le vicende polit. e relig. del territorio friulano da Costantino a Carlomagno, Cividale 1912, p. 29 sgg.; id., Storia del Friuli, I. Udine 1934, p. 38; Lanzoni, p. 885; O. Brusin, Aquileia e Grado (Udine 1947), pp. 29 sg., 36; S. Stuechi, Le basil. palessrist. di Aquileia, in Riv. di arch. crist., 23-24 (1947-48), pp. 169-207. Agostino Amore

TEODORO arcivescovo di Canterbury. - Filosofo, teologo, canonista, n. a Tarso di Cilicia verso il 602, m. a Canterbury il 19 sett. 690.

Iniziò la sua educazione a Tarso e la perfezionò ad Atene (papa Zaccaria lo chiamava: Graeco-latinus ante philosophus et Athenis eruditus). Venne in Italia forse al seguito di Costante II (nel 667 era a Roma); fu monaco in un convento basiliano ma senza ordini sacri, nel tempo in cui la Chiesa d'Inghilterra era in crisi per il contrasto tra i sostenitori degli usi romani e gli Scotti. Morto a Roma

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Wigardo, preconizzato metropolita d'Inghilterra, venne scelto da papa Vitaliano a succedergli, dopo il rifiuto dell'abate Adriano, e il 26 marzo 668 consacrato arcivescovo di Canterbury. Immenso fu il suo lavoro di riorganizzazione e di disciplina della Chiesa inglese. Nel Concilio di Hetford ( 637 ) riusci a far accettare molte disposizioni tratte dalla Collectio Comunum di Dionigi il Piccolo e nel Concilio di Metfield (680) fece applicare le decisioni del Sinodo romano contro il monotelismo. Al suo arrivo in Anglia, egli aveva trovato soltanto quattro diocesi; alla sua morte ve ne erano più di 12, da lui costituite con duro lavoro e con il prestigio di fronte ai vari re, fra i quali egli fece spesso opera di pacificazione. Più che per questo la sua importanza risulta per essere stato «il primo arci. civescovo al quale tutta la Chiesa inglese obbedì» (Beda); compiendo l'unità fra i vescovi (agi come se la diocesi di York gli fosse direttamente soggetta, benché canonicamente fosse a capo di una propria provincia), uniformò le usanze e le leggi canoniche inglesi a quelle romane. In più T. favori Adriano, maestro nella scuola di Canterbury, in modo che, secondo il Beda, molti scolari allora « erano tanto valenti nelle lingue greca e latina come nella propria»; e sotto di lui Adriano riorganizzò la vita monastica. Testimoni della sua opera sono il Pseudoastialis, i Capitula e i Jadicis: pur non potendo esserne provata la paternità diretta, la più antica tradizione ne fa risalire a lui la fonte. La più recente edizione critica e commentata è quella di P. W. Einsterwalder, Die Canones Theodori Cantuariensis und Überlieferungsformen, Weimar 1929.

Biel.: C. Beda, Hist. eccles. 11. IV-V: PL 93, 171282: H. J. Schmitz, Das sog. theodorische Busbuch etc., in Arch. für hath. Kirchenrecht, 24 (1883), pp. 381-411, cap. 632; V. Liebermann, Zur Herstellung der Canones Th. Cantuariensis, in Zeitschr. d. Sacépus-Stiftung für Rechtsgesch., Kamm. Abt., 12 (1922), pp. 387-409; G. Le Bras, Jadicis Theod., in Rev. hist. du droit français et étranger, 10 (1931), pp. 95-113; A. Van Hove, Pralegomena, Malines-Roma 1942, pp. 283, 296.

Augusto Moreschini-Giuseppe Gill
TEODORO GrapTo, santo. - N. nella seconda metà del sec. viII, m. verso l'841-44.

Oriundo della Siria, si fece monaco nel monastero di S. Saba presso Gerusalemme; sotto l'imperatore Leone V (813-20) fu esiliato per la sua fedeltà al culto delle sacre immagini. Anche gli imperatori Michele II ( $820-29$ ) e Teofilo ( $829-42$ ) lo trattarono duramente per motivi iconoclastici. Sotto Teofilo, verso l'anno 833, furono incisi con il fuoco sulla sua fronte versi giambici infamanti, donde ricevette dalla posterità il cognome di Graptus. Dopo questo atto crudele fu mandato in esilio e mori ad Apamea in Siria.

E conservata una sua lettera al vescovo di Cizico, Giovanni. Esistono anche biografie greche di lui e di suo fratello Teofane (PG 116, 653-84), T. è venerato come santo e la festa si celebra il 28 dic.

Biel.: A. Papadopulos-Keramcus, 'Avṣ̀̀gaca 'Ispodokumukh; oraguskayia; IV. Pietroburgo 1904, pp. 183-223; H. Engberding, Theodor Graptu, in LThK, X, col. 86; Martyr. Romanum, p. 604. Giorgio Hofmann

TEODORO bar KoNt. - Scrittore nestoriano del sec. viII oriundo di Kaškar, da non confondersi con Teodoro vescovo di Lásòm.

Probabilmente fu monaco. L'unica opera sua conservata è il Liber scholiorum che contiene undici mêmrè o commenti. I mêmrè 1-5 commentano l'Antico Testamento ed i mêmrè 7-9 quello Nuovo. Il $6^{\circ}$ contiene una specie d'introduzione al Nuovo Testamento con molte definizioni teologiche. Gli altri sono di contenuto apologetico contro gli eretici, i musulmani e i pagani. L'11 ${ }^{\text {d }}$ dà notizie molto interessanti sui manichei ed altre sétte orientali. Il testo siriaco del Liber scholiorum è stato pubblicato da Addai Scher nel Corpus Script. Chr. Or., Ser. Syri ( $2^{\mathrm{a}}$ serie, LXV-LXVI, Parigi 1910-12).

Biel.: A. Baumstark, Gesch. der syr. Liter., Bonn 1922, pp. 218-19; J.-B. Chabot, Littér. syriague, Parigi 1934, pp. 107 108.

Guglielmo de Vries

TEODORO il Lettore. - Così soprannominato dalla sua funzione di lettore nella chiesa di S. Sofia a Costantinopoli: visse nel sec. vi.

Autore di una epitome delle opere storiche di Socrate, Sozomeno e Teodoreto, generalmente nominata Historia tripartita, dalla quale dipende il I e l'inizio del II lib. della Historia ecclesiastica tripartita di Cassiodoro. La seconda opera di T. è la continuazione della Historia tripartita (in 2 ), che va dal 450 al 527 . Mentre l'Historia tripartita non è stata ancora pubblicata, il testo della seconda opera si è perduto. Una epitome di questa seconda opera, anche essa perduta, è servita come fonte a storici posteriori, specialmente a Teofane Confessore (m. nell'817). Base dell'opera di T. era una cronaca di Eustazio di Epifania (in Siria) e la storia ecclesiastica del monofisita Giovanni Discriminenos.

Biel.: sui frammenti di T. v. la bibl. in Bardenhower, V, p. 118; su Cassiodoro e l'Hist. tripartita v. P. Courcelle, Les lettres grecques en Occident, Parigi 1943, p. 351 sgg.; Alb. Siegmund, Die Überlieferung der griech. christl. Literatur in der latein. Kirche, Monaco 1949, p. 33 sgg. Su T. e la sua attività v. specialmente H. G. Opitz, Theodores, in Pauls-Wissowa, V, A. II, coll. 1869-81.

Erik Peterson
TEODORO Metochita. - Scrittore bizantino, m. nel 1332. Era figlio dell'arcidiacono greco Giorgio che abbruciò assieme con Giovanni Bekkos l'unione con Roma; egli non lo segul però su questa via, anzi fu avversario dell'unione come il suo imperatore, Andronico II, di cui divenne nel 1314 grande logoteta.

Dopo la caduta di Andronico II segul il suo padrone nell'esilio a Didimotichos (in Epiro) donde però egli poté ritornare dopo qualche tempo a Costantinopoli per ritirarsi nel monastero di Chora da lui restaurato nei tempi della sua ricchezza. Ha lasciato scritti di contenuto filosofico e religioso, sermoni e poesie.

Biel.: PG 144, 936-54; Konst. N. Sathas, Mopquovıkh Bú̄̄̄nò̄̄̄c, I. Venezia 1872, pp. 19-132; E. Amano, Théodore le Métachite, in DThC, VI, coll. 233-35. Giorgio Hofmann

TEODORO, vescovo di Mopsuestia. - Vescovo di Mopsuestia in Cilicia (Asia minore) dal 392 al 428, principale rappresentante della scuola antiochena.
I. Vita e opere. - N. ad Antiochia di Siria verso il 350, fu condiscepolo di a. Giovanni Criscotomo, che lo indusse a convertirsi ed entrare in un monastero e lo confortò, in una sua grave crisi spirituale, con una splendida lettera (Ad Theodorum lapsum: PG 47, 277-316). Per dieci anni frequentò la scuola di Antiochia (v. antiochia, V) diretta allora da Diodoro, poi vescovo di Tarso in Cilicia nel 378, assorbendone largamente lo spirito. Ordinato sacerdote nel 383 , intraprese la sua carriera oratoria e soprattutto esegetica e polemica. Fra il 386 e il 392 fu probabilmente a Tarso, donde venne chiamato alla sede episcopale di Mopsuestia, nella stessa Cilicia. Del suo episcopato poco si conosce. Pastore zelante e scrittore infaticabile, era largamente conosciuto e ammirato. Participò alla Conferenza di Anazarbo (392) tra ortodossi e macedoniani, al Concilio di Costantinopoli del 394 che decise la controversia tra Agapio e Bagadio per la sede di Bostra; ospitò tra il 418 e il 422 Giuliano d'Eciano (v.) e gli altri vescovi pelagiani espulsi dall'Italia da papa Zosimo (v.) e prima di morire nel 428 ebbe forse colloqui con Nestorio, promosso allora alla sede di Costantinopoli. Il numero delle opere, quale risulta dal Cardogo di Ebedièso ( 1318 ), dalla cronaca anonima di Sert (PO 5, 289-91), dalle catene esegetiche e dalle citazioni di molti scrittori prima e dopo il Concilio di Costantinopoli del 533 (Ecumenico V), pongono T. fra gli scrittori più fecondi dell'antica letteratura cristiana. Ma di lui non restano che poche opere intere e dei frammenti. Integri il commento ai dodici Profeti minori, ai Salmi, a a. Giovanni, alle lettere minori di s. Paolo; delle opere teologiche solo le Catechesi e gran parte dell'opera contro i macedoniani (De Spiritu Sancto). Le catene esegetiche conservano molti frammenti, ma non sempre autentici

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(cf. R. Devreesse, Chaines exigétiques, in DBs, 1, coll. 1084-1233) raccolti da F. Fritzsche e trascritti nella PG (v. bibl.); numerosi testi risultano ancora dalla letteratura polemica riguardante T., specialmente da Mario Mercatore (E. Schwartz, Acta Conc. Occ., I, 5, Berlino 1914, pp. 23-28; PL 48, 1041-46), Leone di Bisanzio (PG 86, 1385-90), dal V Concilio costantinopolitano col Constitution di Papa Vigilio (Mansi, IX, 157-858), dalla Collectio Palatina, e dal diacono Pelagio (poi papa Pelagio II) e soprattutto Facondo di Ermiana, questi ultimi due favorevoli a T.
II. Esegeta e teologo. - La Chiesa orientale vide presto in lui l'esegeta per eccellenza; ma la condanna della sua posizione teologica compromise anche le sue opere esegetiche, che costituiscono la maggior parte della sua produzione letteraria. L.eonzio di Bisanzio dice che ancora diciottenne cominciò a stravolgere la S. Scrittura, disprezzando l'insegnamento dei dottori precedenti, rifiutando arbitrariamente i libri che non gli piacevano (Giobbe, Giacomo, Esdra e Paralipomeni), sopprimendo i titoli dei Salmi e interpretando giudaicamente il Cantico dei Cantici.

Ma ad eccezione della lettera di Giacomo, Giobbe e il Cantico, T. non fece che seguire il canone riconosciuto dalla Chiesa di Antiochia. Quanto al libro di Giobbe è da notare che T. ne lasciò un commento dedicato a s. Cirillo di Alessandria. Sul Cantico si mostrò incerto e propese come ipotesi di considerarlo come un epitafismo composto da Salomone per celebrare le sue nozze con la figlia del re d'Egitto. Benché nel caso non accenni ad un'interpretazione più profonda, è da osservare che da giovane aveva inteso in senso spirituale messianico l'epitalamio parallelo del Salmo 44. Sul titolo dei Salmi si trovava di fronte a testimonianze contraddittorie per cui preferì attribuirli tutti a Davide.

Il III Concilio di Costantinopoli condannò una sua teoria, che distingueva due gradi d'ispirazione (per i sapienziali e per i libri propriamente profetici) : forse potrebbe essere interpretata in un senso perfettamente ortodosso (Amann, v. bibl., col. 247, contro Pirot). Le due opere perdute completamente, che trattavano probabilmente ea professo dei principî di ermeneutica, si possono ricavare in parte dalle sue opere esegetiche. Rappresentante principale della scuola antiochena, T. critica energicamente l'allegorismo diffuso ed esagerato dalla scuola alessandrina e dopo aver stabilito il senso letterale, con richiamo al testo originale, anche per il Vecchio Testamento pur non conoscendo a perfezione l'ebraico (cf. R. Devreesse, Essai sur T. de M., v. bibl., p. 39, n. 3), pone la sua attenzione principale a chiarire il contesto storico e letterario. Biasima pertanto l'uso di applicare brani dello stesso contesto a sensi diversi, il che lo conduce a rinunciare alle interpretazioni messianiche, allora comuni, di passi che non possono applicarsi interamente al Messia. Non respinge però il senso tipico, anzi lo trova proprio dove il fatto storico previsto o descritto dall'agiografo non giustifica l'ampiezza delle sue espressioni. Perciò riconosce propriamente messianici alcuni salmi (2, 44, 15, 54, 88, 109) e in senso accomodatizio altri (21, 47, 48, 71); così ammette apertamente il valore profetico di molti testi sebbene ne scarti altri comunemente ritenuti tali. In fondo anche in questo è rappresentante della scuola antiochena, che gli allegoristi accusarono volentieri di razionalismo.

Questo difetto appare invece più grave nella sua teologia. La scuola d'Antiochia, guidata da Diodoro di Tarso, si trovò a combattere contro l'arianesimo che negava la divinità di Cristo e l'apollinarismo, che ne mutilava l'umanità per farla assorbire dal Verbo. Contro tali errori Diodoro formulò la teoria del «due figli» (figlio di Dio e figlio di Maria, elevato per Grazia all'adozione divina), dottrina presto condannata dal Concilio di Alessandria (362) e poi da papa Damaso ( 380 e 382 ). Occorre tenere presenti tali controversie che ebbero in seguito il loro epilogo nei Concili di Efeso (437) e di Calcedonia (451) per comprendere la posizione di T. In tale ambiente polemico
non fa meraviglia di trovare in lui delle formulazioni imprecise ed equivoche. Ma più che nelle sue opere polemiche l'esposizione serena e completa della sua dottrina va cercata nelle Catechesi, recentemente tradotte e pubblicate. Tuttavia anche da questo esame risulta chiaramente che le formole adoperate da T. per spiegare l'Unione ipostatica (v.) tradiscono una concezione erronea del mistero dell'Incarnazione. T. insegna già l'errore, a cui Nestorio ha legato il suo nome. Pur tentando di mantenersi nell'ortodossia con una terminologia ambigua, egli adoppia in realtà il Cristo in due soggetti d'attribuzione, in due persone, la persona del Verbo nata dal Padre fin dall'eternità, e la persona dell'uomo Gesù nato nel tempo da Maria Vergine. Secondo T., l'unione tra l'assumente (il Verbo) e l'assunto (l'uomo) è senza dubbio molto stretta, ineffabile; essa termina in una personalità unica o $\pi \rho o$ ssumus, detto $\pi \rho o ́ s s a m v$ di unione; ma questa personalità unica non è affatto la persona stessa del Verbo; è una risultante dell'unione del Verbo e dell'uomo, unione che non può essere fisica, sostanziale, ma semplicemente morale, estrinseca. E una congiunzione, un'adozione dal di fuori e non un'unione dal di dentro, nell'intimo dell'essere, che faccia sì che in Gesù Cristo non ci sia che una persona fisica, quella del Verbo, che dice «Io, o Me» ad ogni azione che egli esercita sia nella natura divina sia nella natura umana. Qui è il mistero, che T. ha voluto tentar di spiegare, di razionalizzare: infelice tentativo, che non risponde alle formole della S. Scrittura, né al Credo di Nicea. Un'altra lacuna nella teologia di T. è costituita dalla sua dottrina sul peccato originale; egli ammette senza dubbio che il peccato di Adorno ha cagionato la caduta della natura umana rendendola mortale e inclinata al male; ma si esprime oscuramente sulla trasmissione del peccato per via di generazione. Queste imprecisioni non fanno meraviglia in un orientale poco informato sulla controversia pelagiana dibattuta in Occidente. Quando invece espone la dottrina cattolica sulla preghiera e i Sacramenti, nelle sue Catechesi (paraliele in qualche modo a quelle di s. Cirillo di Gerusalemme), rappresenta la più pura tradizione cristiana.
III. La questione dell'ortodossia. - T. visse e mori in pace con la Chiesa e con i maggiori rappresentanti del tempo, come s. Giovanni Crisostomo, s. Cirillo Alessandrino e s. Gregorio Nazianzeno e non fu da loro accusato di errore. La sua opera fu altamente apprezzata dalle Chiese orientali e largamente diffusa. Ma la condanna postuma gravò sulla sua persona e sui suoi scritti, i quali furono conservati quasi unicamente nelle Chiese di Siria e di Persia indipendenti da Costantinopoli.

La sua dottrina fu coinvolta nelle controversie nestoriane e monofisitiche. Malgrado le sue espressioni equivoche e compromettenti, il Concilio di Calcedonia si rifiutò di condannarlo, accogliendo anche gli elogi contenuti nella lettera di Ibas. La polemica fu risollevata un secolo dopo nella controversia sui Tre Capitoli (v.). Sotto l'influenza della corrente monofisitica, appoggiata dall'imperatore Giustiniano, e dopo lunghe esitazioni papa Vigilio si decise alla condanna della dottrina e della persona di T. in quanto opposte alla dottrina ortodossa.

Oggi si cerca di riabilitarlo, mettendo in dubbio l'autenticità dei documenti che motivarono la condanna. Ma «l'elenco dei 55 testi teodoriani, che hanno servito a papa Vigilio per la condanna del Mopsuesteno, offre 22 numeri certamente autentici, 2 altri appena toccati, 8 positivamente dubbi, 5 certamente manipolati con fini, a quanto sembra, tendenziosi, e 20 incontrollabili» (Ortiz de Urbina, in Orientalia christiana periodica, 15 [1949], p. 443). Inoltre la dottrina cristologica contenuta nelle opere certamente autentiche di T. si rivela sostanzialmente identica a quella che si scopre nei frammenti citati dal V Concilio (cf. P. Parente, v. bibl.). E certo però che T. non meritava l'odio acceso che lo perseguitò oltre la tomba, specialmente al tempo di Giustiniano. Egli era morto in pace con la Chiesa, si poteva dunque rispettare la sua persona, pur condannando le sue formole. Quanto poi alle deficienze della sua cristologia, occorre tener presente che egli scrisse prima delle grandi controversie che hanno chiarito e precisato il problema delle due nature unite

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in Gesù Cristo; ma il suo saggio di spiegazione, con le formole in cui l'ha espresso, non si concilia con i dati della fede.

BibL.: 1. Opere: in PG 66, 9-1020; R. Devreesse, Le comment. de T. de M. sur le Poumes (Studi e testi, 93). Città del Vatic 1030; R. Tonneau - R. Devreesse, Les Hom. catéch. de T. de M. (ibid., 142), ivi 1949; Comment. in XII propò. miniers, in A. Mai, Script. Veter, nov. coll., VI, parte 1*, Roma 1831, pp. 1-256; id., Nova Patrum Bibliothe, VII, parte 1*, ivi 1824, pp. 1 389; Comment. in Eo. D. 7o., ed J. B. Chabot, Parigi 1897; Contreverse avec les Macédoniens (De Spiritu Sancto), in PO 9, 637-77; In op. di Pauli comment., ed. H. B. Swete, 1 voll., Cambridge 1880-82; E. Sachau, Th. M. fragm. syr. e Codd. Musei Britan., Lipsia 1869 ; Scholia in ep. Pauli ad Rom., in A. Mai, Spicil. Rom., I, ivi 1830, 490-573. II. Studi: T. A. Spacht, Th. von M. und Theodoret von Kyros in der Auslegung messian. Weissag. aus Comment. zu den kleinen Propb., Monaco 1871; H. Kibn. Th. von M. und Julius Afric. als Exegeten, Friburgo in Br. 1880; H. Lietzmann, Die Liturgie des T. von M., Berlino 1933; L. Pitot, L'oeuvre exégét. de T. de M., Roma 1913; E. Amann, s. v. in DThC, XV, coll. 235-79; W. De Vries, Der Nestorian. T. i. von M. in seiner Sakramentenlehre, in Orient. christ. period., 7 (1941), pp. 91-148; ma soprattutto R. Devreesse, Essai sur T. de M (Studi e testi, 141). Città del Vaticano 1948, con le critiche di P. Parente, Una riabilitaci. di T. di M., in Doctor Communis (1950), pp. 3-24, di J. Ortiz de Urbina, in Orient. christ. period., 3 (1949), 441-43, c di M. Jugic, in L'osservatore romano, 20 genn. 1951, p. 2.

Martino Jugic-Vittorino Dellagiacoma
TEODORO II Laskaris, imperatore di Nicea. - Imperatore dal 1254 al 1258. Scrisse nel 1256 lettere al papa Alessandro IV in favore dell'Unione. Però in altri scritti se ne mostrò avversario, soprattutto nelle questioni della Processione dello Spirito Santo e del Primato. Oltre ai suoi scritti teologici non ancora totalmente editi egli compose omelie, preghiere, poesie.

BibL.: opere: PG 140, pp. 764-70; B. Swete, Theodorus Lascaris junior, de processione Spiritus Sancti oratio apologetica, Londra 1875; N. Festa, Theodori Ducae Lascaris epistolae CCVII, Firenze 1896. Studi: Joh. Dröseke, Theodorus Laskaris, in Byzantvische Zeitschrift, 3 (1894), pp. 498-515; F. Dölger, Regesten der Kaiserurhunden des Oströmischen Reiches, III, Monaco 1932., nn. 1824-31, pp. 25-29; Krumbacher, pp. 93-96, 478.

Giorgio Hofmann
TEODORO I, PAPA. - Eletto pontefice il 24 nov. 642 , si schierò subito apertamente contro l'Ehthesis, editto imperiale, in cui l'imperatore Eraclio aveva professato il monotelismo (Mansi, X, coll. 702-705).

Si sforzò di ottenere da Paolo, promosso patriarca di Costantinopoli nel 641, quantunque il suo predecessore Pirro non fosse stato canonicamente deposto, che si istituisse un processo regolare e che egli stesso ripudiasse l'Ehthesis. Paolo si rifiutò, T. allora lo depose e accolse favorevolmente a Roma Pirro, che abiarò solennemente il monotelismo. Ma l'abiura di Pirro era solo una finzione; egli, infatti, la ritrattò quando perdette ogni speranza di riprendere la sua sede patriarcale; perciò un sinodo, raccolto a Roma, lo condannò alla deposizione. T. spirò il 14 maggio 649 senza aver potuto pacificare le contese tra la S. Sede e Costantinopoli.

BibL.: Lib. Pont., I, pp. 331-35; L. Ducheane, L'Eglise au VIe siècle, Parigi 1925, p. 434 sgg.; E. Caspar, Geschichte das Papsttumt, II, Tubinga 1933; Fliche-Martin-Frutez, V, pp. 170-74, 418.

Guglielmo Mollet
TEODORO II, PAPA. - Eletto nel nov. 897, m. ca. tre settimane dopo.

Prima di morire, però, ebbe il tempo di rendere giustizia alla memoria di papa Formoso, riconoscendo la validità delle Ordinazioni da lui fatte a Roma e dando al suo cadavere, rigettato sulla riva del Tevere da un ingrossamento del fiume, una degna sepoltura, accanto alle salme dei suoi predecessori.

BibL.: L. Ducheane, Les premiers temps de l'Etat pontifical, $3^{e}$ ed., Parigi 1911, pp. 300-10; Fliche-Martin-Frutez, VII, 1923, n. 16.

Guglielmo Mollet
TEODORO Proonomo. - Scrittore bizantino della prima metà del sec. XII. Sotto il suo nome corre
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(Ist. Enc. Catt.)
Teodoro Proonomo - Incipit dell'Expositio in canones sanctorum et sapientium poétarum Coanae et Joannis Damasceni: PG 133, 1229 - Biblioteca Vaticana, cod. Reg. gr. 31, f. 127 (1282).
una letteratura tanto abbondante e varia che molti hanno pensato si tratti di diversi autori omonimi.

La poesia di T. P. è in gran parte profana; ma abbonda anche in inni per le feste liturgiche e di epigrammi sacri. Accanto al poeta c'è anche il grammatico, il filosofo e il teologo. Nel campo delle scienze sacre T. P. compose un trattato contro i Latini, un commentario a s. Luca ed il commentario alle poesie sacre di Cosma di Gerusalemme e di s. Giovanni Damasceno. Parte delle opere sono riprodotte in PG 133, 1003-1424.

BibL.: Krumbacher, pp. 87-88, 749-760; L. Petit, Monodie de Nisetias Exgeniènas sur T. P., in Vyzantijskij Vremennik, 9 (1902), pp. 446-63.

Maurizio Gordillo
TEODORO di Raithu. - Monaco nel convento di quel porto importante che era Raithu, nella penisola sinaitica, al golfo di Suez.

Scrisse tra il 537 e il 553 la sua Praeparatio per gli studi cristologici. La prima parte menziona 8 eresie da Mani fino a Severo di Antiochia, la seconda parte contiene definizioni filosofiche all'uso dogmatico. Che il libro De sectis, attribuito a Leonzio di Bisanzio, abbia qualche cosa da fare con T. non è provato.

BibL.: l'edizione critica e completa della Praeparatio fu pubblicata da F. Diekamp nel suoi Analecta patristica (Orient. Christ. Anal., 117), Roma 1938, p. 173 sg., cf. ibid. anche sull'autore e sulla questione dei rapporti fra T. ed il libro De sectis.

Erik Peterson
TEODORO Studita, santo. - Asceta bizantino e difensore acerrimo del culto delle immagini. N. a Costantinopoli ca. il 759 e m. nell'esilio di Acrita, isola della Bitinia, l'11 nov. 826.

Gertò le fondamenta della sua spiccata santi