utore e sulla questione dei rapporti fra T. ed il libro De sectis.
Erik Peterson
TEODORO Studita, santo. - Asceta bizantino e difensore acerrimo del culto delle immagini. N. a Costantinopoli ca. il 759 e m. nell'esilio di Acrita, isola della Bitinia, l'11 nov. 826.
Gertò le fondamenta della sua spiccata santità, giovane di 22 anni, nel monastero di Saccudio, sotto la direzione spirituale dello zio, s. Platone. Dopo 13 anni fu nominato egumeno del celebre cennbio di Studion (v. STUDIT), la quale carica conservò fino alla morte, per ben 32 anni, essendo da tutti i monaci studiti considerato come il loro fondatore, data l'impronta tutta propria da lui lasciata nelle costituzioni dell'Ordine. Dagli impera-
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tori iconoclasti dovette patire per diverse volte il carcere e l'esilio.
Le sue opere principali, oltre alla copiosa corrispondenza epistolare e ai diversi trattati polemici contro gli iconoclasti, appartengono all'ascetica, e cioè le due Catechesi, maggiore e minore, i Discorsi sacri ed altri scritti minori intorno alla liturgia e alle costumanze canoniche del monastero di Studion.
Nota caratteristica della spiritualità di T., che non poco subl l'influsso della piissima sua madre Tesectora, è l'assenza di doni carismatici nell'orazione per la quale invano si cercherebbero in lui speciali regole, intento come è anzitutto all'esercizio delle sode virtù, fra le quali risalta l'ipotaghè (sommissione della volontà); la penitenza esterna viene da lui principalmente applicata al dominio di sé nella astinenza dai cibi. Caratteristico è l'amore a Cristo che deve informare tutte le azioni della vita, donde il desiderio della Comunione magari quotidiana e l'orazione universale e apostolica che fa pregare per tutto il mondo, come Cristo, cambiando in ciò le antiche ordinanze della Regola basiliana. La festa di s. T. è il 12 nov.
Bibl.: opere, in parte soltanto edite, in PG 99: E. Auvray, S. Th. Parva Catechesis, Parigi 1891; A. Papadopulos-Kerameus, Mey233; Kattı̧̧nytukh, I. II. Pietroburgo 1904 (il I. I in A. Mai, Nona Patrum Bibl. IX, Roma 1888, pp. 1-217). Studi : Krombacher, pp. 147-51, 712-13; E. Amann, s.v. in DTNC, XV, coll. 287-98; I. Hausherr, S. Th. S., l'homme et l'ascète, in Orient. christ., 6 (1926), pp. 1-87; Martyr. Romanum, p. 318, con bibl. Emmanuele Candal
TEODORO bar WARbĊN. - Scrittore giacobita, vescovo ed antipatriarca, oriundo di Melitene, m. nel 1192-93.
Fu segretario del patriarca giacobita Michele il Grande e come tale ebbe parte nelle trattative di unione di Romqlăh con i Greci. Più tardi si ribellò a Michele e agi contro di lui come antipatriarca sotto il nome di Giovanni. Fini per essere riconosciuto dal principe armeno Leone II di Cilicia (più tardi re) come patriarca dei giacobiti nel suo Stato.
Si hanno di lui due lettere; un'opera polemica contro il patriarca Michele e una spiegazione dei misteri della Chiesa (ms. di Charfet 4/1), importante per conoscere la dottrina dei giacobiti sui Sacramenti e le loro usanze liturgiche.
Bibl.: J. Gerber, Zwei Briefe Barwahbuns, Halle 1911; W. de Vries, Sahramententheologie bei den syrischen Monophysiten, Roma 1940, p. 23 e passim.
Guglielmo de Vries
TEODOSIO, patriarca monofisita di Alessandria. - M. nel 566 . Fu eletto dopo la morte di Timoteo III nel 535, dietro insistenze dell'imperatrice Teodora, la quale desiderava un patriarca monofisita, però dell'indirizzo moderato di Severo di Antiochia e non di quello più radicale di Giuliano di Alicarnasso. Tuttavia il popolo con i monaci, favorevoli ai giulianisti, scacciarono T. e lo sostituirono con Gaiano.
L'imperatore Giustiniano, dietro istigazione di Teodora, fece ristabilire T. sperando che questi fosse disposto ad aderire al Concilio di Calcedonia; poi, nel 537, lo chiamò a Costantinopoli e non potendo convincerlo ad abbandonare il monofisismo lo relegò a Derkos e insediò ad Alessandria il patriarca ortodosso Paolo. Più tardi T. fu chiamato dall'Imperatrice a Costantinopoli, donde poté per ben due volte percorrere l'Asia Minore ordinando sacerdoti. A Costantinopoli, sempre sotto la protezione di Teodora, consacrò vescovi monofisiti, anzitutto il famoso Giacomo Baradeo che poi organizzò la gerarchia monofisita specialmente in Siria. T. cercò sempre di dirigere i suoi aderenti dall'esilio in cui morì.
Dei suoi scritti sono conservate, tra l'altro, alcune lettere pubblicate da J. B. Chabot e una spiegazione della sua fede indirizzata all'imperatrice Teodora (v. Mansi, XI, 273, 445).
Bibl.: E. Renaudot, Historia patriarcharum alexandrinorum Jacobitarum, Parigi 1713, pp. 136 sgg.; E. L. Butcher, The story of the Church of Egypt, I, Londra 1897, p. 324 sgg.; I. B.

(da H. Vincent, F.-M. Abel, Bithitem, Le sanctuaire de la Nativité, Parigi 1811, p. 19)
Teodosio il Cenobiarca, santo - Piante della Cappella trigora del monastero di S. Teodosio ( $2^{\mathrm{a}}$ metà sec. v) oggi Dejr Dōsi (Palestina).
Chabot, Documenta ad origines monophysitarum illustrandas, Lovanio 1933, in Corp. Script. Chr. Or. Script. Syri, $2^{2}$ serie, XXXVII; Fliche-Martin-Frutes, IV, p. 451 sgg.
Guglielmo de Vries
TEODOSIO il Cenobiarca, santo. - Fondatore del monastero di S. Teodosio, su un'altura del deserto di Giuda, e archimandrita dei cenobiti gerosolimitani, donde il suo appellativo, n. a Magarisso (o Garisso) in Cappadocia ca. il 424 , m. nel suo monastero l'ir genn. 529. Il nome di T., oltre che nei libri liturgici orientali, figura nel Calendario Marmoreo di Napoli e nel Martirologio romano all'ir genn.
Per soddisfare il desiderio di dedicarsi alla vita ascetica, abbandonò la patria per recarsi in Palestina: nelle vicinanze di Antiochia visitò s. Simeone Stilita per averne consigli e, giunto a Gerusalemme, nel 451 si pose sotto la direzione dell'asceta Longino, uno dei più venerandi spoudaei che abitavano la Torre di David. Nel 455 ca. la nobile dama Ikelia, fondatrice del monastero nel Vec-
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chio Cathisma, posto fra Gerusalemme e Betlemme, ottenne da Longino che T. vi si trasferisse con altri monaci agiopoliti; la pia Ikelia lasciò alla sua morte l'amministrazione temporale del monastero a T. il quale, paventando la carica di igumeno, cui era stato chiamato, fuggì a Metopa, presso gli anacoreti Marino e Luca, e si stabili nella grotta che la tradisione diceva rifugio dei Re Magi. Il continuo accorrere di discepoli lo indusse, tra il 460 e il 470 , ad erigervi un monastero dove alla più rigida assesi si univa l'esercizio di arti e mestieri. La carità vi era generosamente praticata: i pellegrini e i mendicanti erano oggetto di quotidiane elargizioni di viveri; gli ammalati religiosi o stranieri, ricchi e poveri, erano accolti in distinti ospedali; i veterani della solitudine in un gerontecomio; le pie benefattrici in un nosocomio, gli energumeni, ossia i pazzi, in un proprio ospizio. Mentre per la Salmodia divina i monaci di lingua greca, slavonica (Bessi) e armena si radunavano in chiese distinte, per la celebrazione della S. Messa tutti si recavano nella Chiesa greca. Per i pazzi si celebrava nel loro oratorio privato. La fama della santità e delle capacità amministrative di T., igumeno di ben 400 monaci, si diffuse rapidamente nella Palestina, tanto che nel 493 venne scelto quale archimandrita di tutti i cenobiti di Gerusalemme (cf. J. Pargoire, Archimandrite, in DACL, I, II, col. 2744; P. de Meester, De monachica stata iuxta discipi. hyo., Città del Vaticano 1942, p. 195).
Oltremodo energico fu l'atteggiamento di T. e del suo grande amico s. Saba (v.), in occasione della lotta contro le velletà monofisitiche e anticalcedoniane dell'imperatore Anastasio. A T. e a s. Saba si deve l'organizzazione della grandiosa adunanza monastica ( 10 mila uomini) nella chiesa di S. Stefano in Gerusalemme (fine del 516 o inizio del 517) durante la quale il patriarca Giovanni dovette anatematizzare Severo d'Antiochia. Fu allora che il venerando T. prima di scendere dall'ambone lanciò l'apostrofo che commosse profondamente la già elettrizzata assemblea: «Se qualcuno non crede ai 4 Concili come ai 4 Vangeli, sia anatema». Nonostante il decreto di esilio emanato subito dopo da Anastasio, T. e s. Saba, adunata nuovamente tutta la popolazione monastica palestinese, inviarono all'Imperatore una vibrata protesta, specie di declinatoria contro il tentativo di far loro accettare la comunione di Severo di Antiochia. Dopo la morte di Anastasio (518), T. resse per altri 11 anni il monastero che aveva assunto l'aspetto di una vera città, posta su di un'altura da cui si potevano vedere Gerusalemme e Betlemme. Il patriarca Pietro di Gerusalemme presiedette ai funerali di T., il grande luminare del deserto di Giuda, la cui salma fu deposta nella grotta che aveva scelto per suo rifugio oltre un mezzo secolo prima. Il monastero di S. Teodosio, oggi Dejr Dōsl, distrutto
nel sec. xv, fu riedificato all'inizio del nostro secolo dai monaci greci di Gerusalemme.
BibL.: la Vita di T. è stata scritta su fonti dirette da Teodoro, vesc. di Petra, ca. il 230 (ed. H. Usener, Lipsia 1890; BHG, 2* ed., 1776) e da Cirillo di Scitopoli, m. ca. il 229 (ed. Schwartz, Lipsia 1939; BHG, 1777). La redez. metafrastica della Vita è riprodotta in PG 114, 469-523. Synax. Constantinopoli, coll. 383-86; Martyr. Romanum, p. 16; S. Vallvé, Répert. aijō. des monast. de Palestine, in Rev. de l'Orient chrét., 4 (1899) pp. 523-24; 3 (1900), pp. 36, 286-89; D. Mallardo, Il Calend. Marmoreo di Napoli. Roma [1947], pp. 140-42; P. Pessers, Rech. d'hist. et de philol. orient., II, Bruxelles 1931, pp. 240-46 e passim. A. Pietro Frutaz
## TEODOSIO I,
IMPERATORE ROMANO. - N. a Cauca l'11 genn. 347, m. a Milano il 17 genn. 395. Entrato nell'esercito segui il padre nelle campagne di Britannia e d'Africa, ma dopo la sua tragica morte ( 376 ) si ritirò a vita privata. Fu richiamato in servizio da Graziano dopo la battaglia di Adrianopoli (378) con il grado di magister equitum; poco dopo fu nominato Augusto (genn. 379) e gli fu affidato l'Impero d'Oriente. Si adoperò subito con avveduta azione militare e diplomatica a pacificare quelle province stroncando le velleità dei barbari che preda-
vano ai confini.
Nell'ag. 383 Magno Massimo fu proclamato imperatore dai soldati della Britannia, e scese in Gallia; Graziano abbandonato dalle truppe si rifugiò a Lione, ma fu tradito ed ucciso dal governatore della città. T. costretto dagli eventi incalzanti accettò il fatto compiuto e riconobbe a Massimo il governo della Britannia, della Gallia e della Spagna. Nel 387 però l'usurpatore scese in Italia con l'evidente scopo d'impadronirsene; Valentiniano II insieme con la madre Giustina fuggirono a Tessalonica. T. non poteva tollerare oltre e, pacificati i confini orientali dell'Impero mediante un accordo con la Persia, marciò contro Massimo; questi fu sconfitto a Petovio e, rifugiatosi ad Aquileia, fu tradito dagli stessi suoi soldati e ucciso (ag. 388). Mentre il generale Arbogaste pacificava la Gallia sconfiggendo il figlio di Massimo, Flavio Vittore, T. si trattenne in Italia fino al 391. In questo periodo ebbe i due famosi conflitti con s. Ambrogio nei quali il Santo riusci, in nome della sua autorità spirituale, ad imporre la sua volontà al focoso Imperatore. A Callinico (Cappadocia) i cristiani avevano bruciato la sinagoga; T. dispose che fosse edificata a spese del vescovo della città, ma Ambrogio ottenne che l'ordine fosse revocato (s. Ambrogio, Epist., 40 sg.: PL 16, 1148-69). Più importante e clamorosa la questione di Tessalonica; quivi i cittadini, che non avevano potuto ottenere la liberazione di un auriga, si erano sollevati ed avevano ucciso le autorità. T. ordinò una rappresaglia nella quale furono massacrate alcune migliaia di persone. S. Am-
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brogio protestò energicamente contro l'atto brutale e scrisse una lettera all'Imperatore minacciandolo di scomunica, se non facesse penitenza; dopo tergiversazioni T. si sottomise umilmente alle ingiunzioni del vescovo e nel Natale del 390 fu riammesso alla Comunione (s. Ambrogio, Epist., 51 : De obitu Theodosi : PL 16, 1209-14, 1447-68).
Ritornato in Oriente, T. dovette ancora combattere contro i barbari con i quali, dopo averli vinti, nel 392 concluse un trattato di pace. In Occidente però sorgeva un altro usurpatore; il generale Arbogaste, dopo la morte di Valentiniano II (maggio 392), forse da lui fatto assassinare, fece proclamare imperatore il retore Flavio Eugenio. Appoggiandosi al partito pagano, capitanato dal prefetto del pretorio Nicomaco Flaviano, Eugenio venne in Italia; T. gli mosse contro e lo sconfisse presso il fiume Frigido (Friuli) : Eugenio ed Arbogaste furono uccisi in combattimento (estate 394). L'Impero romano ritornava ancora una volta nelle mani di un solo sovrano degno e capace di assicurare benessere e tranquillità per tutti, ma le speranze furono presto frustrate, poiché, ammalatosi gravemente, T. moriva a Milano nel genn. 395 lasciando eredi i due figli Arcadio ed Onorio che già nel 393 aveva nominati Augusti.
Se l'attività di T. fu benefica verso l'Impero non meno importante fu la sua politica religiosa nei riguardi del cattolicesimo e del paganesimo; sancì infatti il trionfo definitivo del primo sulle varie sétte eretiche ed accelerò la scomparsa del secondo che aveva ancora fanatici sostenitori nel ceto senatoriale. T. non infierì direttamente contro le persone, ma continuando la politica di Costanzo II e di Graziano riuscì a raggiungere pienamente lo scopo. Nel 38 I e 383 privava dei diritti civili gli apostati (Cod. Theod., XVI, 7, 1-2). Dopo la morte di Graziano inviò in Egitto il prefetto Cinegio con l'ordine esplicito di vietare l'idolatria e chiudere i templi. Trovandosi a Roma, dopo la vittoria su Massimo, respinse le iterate istanze del Senato che chiedeva il ripristinamento dell'ara della Vittoria, ed anzi in un discorso esortò gli stessi senatori ad abbandonare le loro superstizioni pagane ed abbracciare il cattolicesimo. Poco dopo tolse ogni contributo statale per il culto dei templi e vietò per Roma ogni cerimonia pubblica pagana, minacciando gravi pene contro le autorità che le tollerassero (ibid., XVI, 10, 10); lo stesso decreto fu esteso all'Egitto (ibid., XVI, 10, 11) e nel 392 per tutto l'Impero stabilendo multe e confische contro i trasgressori (ibid., XVI, 10, 12). Finalmente dopo la vittoria sull'usurpatore Eugenio applicò con più rigore tutte le leggi precedentemente emanate contro il paganesimo.
Questa azione svolta da T. contro l'idolatria oltre che ispirata dal suo sentimento di cristiano convinto scaturiva anche dalla constatazione che il paganesimo non poteva più sorreggere il vecchio Impero da ogni parte minacciato dai barbari; solo il cristianesimo poteva infondergli una nuova linfa e permeandolo della sua cattolicità ne avrebbe potuto salvare e conservare la perennità. Il vero ed unico cristianesimo di T. perciò non poteva essere che quello cattolico, lo stesso che Pietro aveva predicato a Roma e che insegnava il suo successore Damaso (ibid., XVI, 1, 2). Da ciò deriva tutta la sua politica religiosa nel combattere le eresie ed in modo particolare quella che nel sec. IV più di tutte aveva attentato all'ortodossia cattolica: l'arianesimo. Già fin dall'inizio del suo governo, essendosi ammalato a Tessalonica, chiese il Batesimo dal vescovo locale, ma prima di riceverlo volle accertarsi che egli fosse ortodosso. Stabilitosi a Costantinopoli nel 380 , prima sua cura fu quella di indurre l'ariano patriarca Demofilo ad aderire alla fede cattolica, e poiché questi si rifiutò riconobbe il cattolico s. Gregorio al quale restituì tutte le chiese della città (ibid., XVI, 5, 6). Partecipò al Concilio del 38 I e ne confermò le decisioni contro gli eretici (ibid., XVI, 1, 3). Nel 383 volle tentare una pacificazione tra le varie sétte, e convocò a Costantinopoli i capi per esaminare le rispettive professioni di fede; le discussioni non approdarono a nulla ed allora T., accettata quella cattolica, fece bruciare tutte le altre, e promulgò diversi editti vietando ogni adunanza di eretici (ibid., XVI, 5, 11-13).
La molteplice attività legislativa di T. condusse cosi presto alla totale scomparsa dell'arianesimo nell'Impero.
Bibl.: A. Guldenpennung, Kaiser Theodosius der Grosse, Halle 1878; A. Marpurgo, Arbogaste e l'Impera veno. dal 375 al 394, Trieste 1883; U. Benigni, Stor. sociale della Chiesa, II, Milano 1912, pp. 285-330; H. von Campenhausen, Ambrosius von Mailand als Kircherspolitiker, Berlino 1929; J.-R. Palanque, St Ambroise et l'Empire romain, Parigi 1933; B. Biondi, L'influenza di s. Ambrogio sulla logolice. retta, del suo tempo, in S. Ambrogio nel XVI centenario della nascita, Milano 1940, pp. 539400; A. Sales, L'opera politica di s. Ambrogio, ibid., pp. 535-69; A. Parodi, S. Ambrogio e la sua età, Milano 1941; Pliche-MartinsFrutze, III, p. 513 sgg.; W. Ensslin, La politica ercles. dell'im. peratore T. agli inizi del suo governo, in Nuovo Didasbalcion, 2 (1948), pp. 3-35. Agostino Amore
TEODOSIO II (Flavius Theodosius, iunior) IMPeratore d'Oriente. - N. nel 401 , incoronato Augusto il 10 genn. 402, successe al padre Arcadio il $1^{\circ}$ maggio 408. Data l'età dell'Imperatore, la reggenza venne esercitata da Antonio, il quale svolse una larga e proficua attività, cercando di reprimere le velleità di indipendenza fiscale dei latifondisti (Cod. Theod., 9, 22, 4 : a. 409), promuovendo le importazioni di grano dall'Egitto, assestando in via pacifica i rapporti con la Persia, riorganizzando l'esercito e specialmente la flotta del Danubio e la difesa dell'Illirico, nonché iniziando (443) la costruzione delle mura di Costantinopoli per la protezione dalla parte di terra.
Inoltre, dopo aver domato Libii ed Isauri, già nel 409 otteneva una vittoria decisiva sugli Unni che avevano oltrepassato il Danubio. Morto Antemio (414), gli successe quale proefectus proetorio il patrizio Aureliano, ma la reggenza del tredicenne T. veniva assunta dalla sorella di lui, Pulcheria, elevata alla dignità di augusta il 4 luglio 414. Sotto l'influsso di Pulcheria la corte di Costantinopoli diventò il centro di un severo rigorismo religioso; furono inaspriti i provvedimenti contro gli eretici, vennero esclusi dagli uffici pubblici i pagani (Cod. Theod., 16, 5. 57 sgg.: 16, 10, 21), e fu vietata la costruzione di nuove sinagoghe (ibid., 16, 8, 22). Ma altri problemi urgevano, come la situazione della grande proprietà in Egitto, lo stato di agitazione della Palestina, le frequenti rivolte di truppe in Oriente, il snorrasso con la Persia. Quest'ultimo sfociò in una guerra (421-22), finita con un successo dei Bizantini e seguita da un trattato di pace che avrebbe dovuto durare cento anni.
Nell'anno 421, per suggerimento di Pulcheria, T. sposava Atenaide (figlia di un maestro di retorica ateniese), battezzata allora col nome di Elia Eudossia. Questa, dopo la nascita di Licinia Eudossia, ottenne la dignità di Augusta e prese ad esercitare, sul marito, una forte influenza, specie nel campo religioso: probabilmente si deve al suo consiglio anche il riordinamento della scuola di Costantinopoli (27 febbr. 425 : Cod. Theod., 14, 9, 3; 15, 1, 53). Frattanto in Occidente, morto Onorio, e subentratogli il fanciullo Valentiniano, profondi disordini furono suscitati soprattutto dall'usurpatore Giovanni, e l'Oriente si trovò a dover provvedere: Galla Placidia fu riconosciuta Augusta, e Valentiniano, dopo il suo fidanzamento con Licinia Eudossia, Cesare nel 424 e, sconfitto Giovanni, Augusto nel 425 .
In Oriente si dovettero contenere le rinnovate invasioni degli Unni (441), con la cessione di territori a sud del Danubio, mentre fervevano le controversie religiose cagionate dalle eresie nestoriana (v. nestorio) e monofisita (v.). L'inconsulto intervento in queste turbò gli ultimi anni di vita dell'Imperatore, morto nel 450 . Il nome di T. è legato ad una grandiosa opera legislativa, e cioè al suo Codice (v. codex theodosianus), che costituisce il primo tentativo di raccolta ufficiale delle costituzioni imperiali e servi di modello a quello giustinianeo. L'Imperatore (Cod. Theod., 1, 1, 5: a. 429) aveva dapprima concepito un più vasto disegno : oltre la raccolta delle constitutione generale (comprese le abrogate) da Costantino al suo tempo, egli aveva progettato una compilazione, mista di costituzioni (leges) e di frammenti di scritti di giuristi (iora), destinata alla pratica. Questa seconda parte del
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programma non poté essere attuata, sicché nel 435 (Cod. Theod., 1, 1, 6) T. lo ridusse alla prima raccolta, terminata nel 438 e inviata poi anche in Occidente dove fu pubblicata il 25 dic. 438 , dopo una solenne seduta del Senato romano, dalla quale si possiede il verbale.
BibL.: A. Güldenpenning, Gesch. des oström. Reichs unter den Kaisern Arcadius und Theodosius II., Halle 1882; O. Soeck, Gesch. des Untergangs der antiken Welt, VI, Stoccarda 1920, pp. 62 sgg., 131 sgg.; J. B. Bury, A history of the later Roman Empire, I, Londra 1923, p. 81 sgg.; E. Stein, Gesch. des spätrüm. Reiches, I, Vienna 1928, pp. 372 sgg., 416 sgg.
Pietro de Francisco
TEODOSIO da Münster: v. Florentini anToNIO CRISFINO.
TEODOSIO di Pečersk, santo. - Fondatore della vita cenobitica nella Russia e primo igumeno della celebre laura di Pečersk presso Kiev.
N. a Wassilkof, presso Kiev ca. il 1035 da nobile e agiata famiglia, che si trasferì poi a Kurek, perdette presto il padre e fu educato dalla madre, molto dispotica. Ancora bambino era portato alla preghiera e allo studio "suscitando l'ammirazione di tutti per la sua saggezza e intelligenza ". L'amore di Gesù lo spinse alle smiliazioni e alla preghiera. Volle da se stesso preparare il Pane eucaristico e accompagnava i servi nella coltivazione dei campi. La madre, indignata per questo lavoro che riteneva degradante per il loro casato, puni il ragazzo fino ad incatenarlo. T. sopportò tutto in silenzio e nella preghiera, poi fuggì da casa e a Kiev fu ricevuto come monaco dall'anacoreta s. Antonio. La madre si unì a T. nella fuga dal mondo. Per le sue eminenti qualità T. ancora ventiseienne fu nominato abate e decise di trasformare quella vita monastica sotterranea, che riteneva troppo triste, in vita cenobitica erigendo celle all'aperto. Poi si fece portare dal convento di Studion, presso Costantinopoli, le Regole di quella comunità che mettono al di sopra della ricerca solitaria della salvezza individuale il dovere della carità e, pur sistemando la vita monacale in comune, pongono la comunità al servizio della Chiesa e del prossimo. Questa norma fu poi introdotta in tutti i conventi della Russia.
Fra le virtù di T. sono da segnalare l'osservanza delle regole, l'umiltà, la fortezza contro le ingiustizie e la sua fede nella Provvidenza. L'antica letteratura russa ha conservato saggi delle esortazioni di T. la cui influenza nella spiritualità russa è stata rilevantissima. Lontano da ogni radicalismo, ha insegnato una dottrina spirituale completa, caratterizzata da un amore sviscerato a Gesù. T. morì il 3 maggio 1074 e fu il primo ad essere venerato come santo in Russia, poiché fu canonizzato da un Sinodo di vescovi russi nel ino8. Festa il 3 maggio.
BibL.: V. Čagovetz, S. T. di P., in Annali dell'Univ. di Kiro (in russo), giugno, ag., ott. e dic. 1901; G. Fedotof, The Russian religions mind, Cambridge-Massachusetts 1946, pp. $110-31$.
Giovanni Koloprivof
TEODOTO di ANCIRA, santo, martire. - E commemorato nel Martirologio romano e nel Sinassario il 18 maggio.
La Pasto, scritta da un contemporaneo, ma alquanto tempo dopo il martirio del Santo, raccoglie ricordi personali dell'autore e tradizioni che già circolavano; presenta perciò elementi sicuri insieme con altri leggendari. T. era un oste di Ancira che viveva santamente dedito a opere di carità, specialmente verso i prigionieri, i confessori ed i martiri dei quali curava la sepoltura. Esercitando proprio questo ufficio nei riguardi di sette vergini, nella persecuzione di Diocleáano, fu accusato al governatore della città. Santamente ardito affrontò il suo destino presentandosi spontaneamente al giudice; fu orribilmente tormentato; chiuso in carcere ne fu levato dopo cinque giorni per essere decapitato. Il suo corpo fu seppellito nei pressi di Malos ed in suo onore fu edificata una memoria».
BibL.: Acta SS. Maii, IV, Parigi 1866, pp. 147-64; P. Franchi de' Cavalieri, I martirii di s. T. e di s. Ariadne (Studi e testi, 6), Roma 1901, pp. 9-87; H. Delehaye, La passion de st Théodote
d'Ancyre, in Anai. Bolland., 22 (1903), pp. 320-28; P. Franchi, Osservaz. sopra alcuni atti dei martiri, in Nuovo bull. arch. crist., 10 (1904), pp. 27-37; id., Reliquie di un grande menol. preme. tafrasteo e una nuova recens. del martyrium s. Theodoti Ancyrani, in Note agiogr. (Studi e testi, 33), VI, Roma 1925, pp. 110142; H. Delehaye, Les orig. du culte des martyrs, Bruxelles 1933, p. 127; Martyr. Romanum, p. 196.
Agostino Amore
TEODOTO lo Gnostico. - Discepolo di Valentino, appartenente alla scuola orientale del suo maestro (sulle due scuole valentiniane v. Ippolito, Ref., VI, 35, 5-7).
Sulla sua persona e vita niente è conosciuto, ma è probabilmente contemporaneo di Tolomeo (verso il 160170). La sua dottrina ha affinità con quella di Marco. Clemente d'Alessandria ha nei suoi Excerpta ex Theodoto conservato frammenti della dottrina di T. Non è sempre possibile, però, distinguere nettamente l'opera di T. da quella di Clemente (v. valentino).
BibL.: Clemente Alessandrino, Stromata, ed. O. Stählin (CB, 17), Lipsia 1909, pp. 102-33; R. P. Casey, The Excerpta of Clement of Alex., Londra 1954 (con trad. inglese e comment.); Clément d'Alex., Extraits de Théodote, ed. F. Sagnard (trad. franc. introd., e note), Parigi 1948. Sul contenuto v. F. Sagnard, La gente Valentinienne et le témoignage de st Irénée, Parigi 1947, p. 668 sgg.; A. G. Festugière, Notes sur les Extraits de Théodote de Clément d'Al., in Vigiliae christ., 3 (1949), p. 193 sg.
Erik Peterson
TEODOTO, vescovo di Laodicea. - Seguace di Ario fin dalla prima ora (Teodoreto, Hist. eccl., I, 4), partecipò all'inizio del 325 al Sinodo di Antiochia per l'elezione di Eustazio, ma non volle sottoscrivere la formula di fede ivi promulgata.
Al Concilio di Nicea fu tra i pochi difensori di Ario, ma sottoscrisse tuttavia il Simbolo (ibid., I, 6; 20). Poco dopo però cercò di ritrattare la sua sottoscrizione e Costantino gli scrisse una lettera ammonendolo che così facendo si esponeva a gravi rischi (Gelasio, Hist. eccl., III, 3). Nel 330 partecipò al Sinodo di Antiochia nel quale fu deposto Eustazio. Problei ai due Apollinare, padre e figlio, di frequentare le lezioni del filosofo pagano Epifanio, e, poiché non ubbidirono, li scomunicò. Nonostante il suo aperto arianesimo Eusebio di Cesarea ne fa uno splendido elogio (Hist. eccl., VII, 32) e Teodoreto attesta (Hist. eccl., V, 7) che nella sua città era venerato come santo. Indotto da queste testimonianze Adone lo inserì nel suo Martirologio donde passò in quello romano (2 nov.). I Bollandisti mossero dubbi sulla sua santità e nel 1883 la S. Congregazione dei Riti avocò a sé la questione (Acta SS. Novembris, I, Parigi 1887, p. 420).
BibL.: Tillemont, VI, p. 740 sgg.; VII, p. 609 sgg.; Martyr. Romanum, p. 492; Fliche-Martin-Frutaz, III, pp. 84-99. 249.
Agostino Amore
TEODOZIANI: v. adozianismo.
TEODOZIONE: v. GRECIA, VII. Le versioni greche delle Bibbia.
TEODUINO di Liegi. - Teologo e vescovo, oriundo dalla Baviera, n. all'inizio del sec. xi, m. nel 1075 .
Nominato vescovo di Liegi (1048) dall'imperatore Enrico III, si distinse per zelo pastorale. Importante è la lettera (PL 146, 1441-44) che nel 1050 scrisse ad Enrico re di Francia, per dissuaderlo dal convocare un concilio contro il vescovo Brunone di Angers e Berengario di Tours (v.), poiché la loro condanna era da riservare al Papa; nella quale prova pure che l'errore eucaristico di Berengario era già stato condannato dall'auntività cristiana, che nell'Eucaristia avrebbe negato l'undra, la figura. La breve raccolta dimostra il grave equivoco, di cui furono vittime alcuni autori medievali nell'interpretazione dei testi patristici, nei quali la figura, l'imago, il sacramentum non si oppongono alla realtà.
BibL.: anon., Notitia histor. in Theoduinum: PL 146, 14371440; R. Heurtervent, Durand de Troarn et les origines de l'hérésie de Berengaire, Parigi 1912, p. 134; J. Geiselmann, Die Eucharistielehre der Vorscholastik, Paderborn 1926, pp. 291-328. Antonio Piolanti
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TEODULFO, vescovo di Orléans: v. Teodolfo, vescovo di Orléans.
TEODULO, presbitero in Celesiria. - Scrisse nei tempi dell'imperatore Zenone (474-91), secondo Gennadio, De viris ill., cap. 91 (Herding), molti libri, dei quali però non se ne conosce che uno, cioè: De consonantia Veteris et Novi Testamenti, opera antieretica, diretta probabilmente o contro manichei o marcioniti.
Due frammenti probabilmente nella Doctrina Patrum, pp. 315, 17 sgg. ed. Diekamp e p. III (cf. Atti del Concilio Lateranense [649] presso Mansi, X, II2I C.). La Chiesa siriaca conosceva, secondo Ebediesu, dello stesso T. una interpretazione del profeta Isaia in a voll. e un trattato sui salmi davidici, ed il miglior modo di recitarli. Secondo Ebediesu T. sarebbe stato un discepolo di Teodoro di Megeuestia, la Doctrina Patrum lo chiama nestoriano. Tutte le sue opere sono, come pare almeno, scomparse.
Birl.: Bardenhewer, IV, p. 262; A. Baumstarà, Gesch. der syrisch. Liter., Bonn 1922, p. 118.
TEODULO, santo, martire: v. ALESSANDRO, EVENZIO e TEODULO, santi, martiri.
TEOFANE Cherameo. - Sotto il nome di T. si ha la raccolta più ampia di omelie greche del medioevo. Alcune portano il nome di Gregorio, di Filippo, di Filagato : non si è sicuri se si tratti di persone distinte o dello stesso personaggio.
Fino alla metà del secolo scorso si credeva universalmente che T. fosse stato vescovo di Taormina. Ma i dati che si rilevano dalle stesse omelie lo escludono nella maniera più categorica. Egli viveva ai tempi del re Ruggero II, quando la diocesi di Taormina non esisteva da quasi 3 secoli. In realtà si tratta di un monaco basiliano della Calabria, forse del Patirion rossanese, discepolo di s. Bartolomeo di Simeri, arcivescovo di Rossano, morto verso la metà del sec. xir.
Opere: Homiliae in Evangelia dominicalia et festa totius anni, Parigi 1644, riprodotte dal Palama, Gerusalemme 1860, e dal Migne in PG 133. Alcune omelie (in codici dell'Escuriale, della Vaticana e dell'Ambrosiana), sono ancora inedite.
Bibl.: N. Buscemi, T. C., in Giorn. eccles. d. Sicilia, Palermo 1832, pp. 1-48; D. Lancia di Brola, Sopra T.C., Palermo 1877 (estr. da Arch. st. sicil., nuova serie, I (1876), pp. 391-421; id., Storia della Chiesa in Sicilia, II, ivi 1884, 459-62; A. Gradilone, Storia di Rossano, Roma 1926, pp. 298-299; M. Amari, St. dei Musulmani, I, Catania 1933, pp. 631-39. Francesco Russo
TEOFANE il Confessore, santo. - N. ca. il 760, m. il 12 marzo 817.
Fu monaco ed abate del monastero da lui fondato $\tau \sigma \tilde{u} \mu \varepsilon \gamma \tilde{\alpha} \lambda \circ \nu^{\prime} \lambda \gamma \rho \circ \tilde{u}$ (Agri) a Sigriane presso Cizico. Partecipò al Concilio di Nicea (787). Continuò la Cronografia del suo amico Giorgio Sincello che Anastasio il Bibliote-
cario tradusse in latino. Sotto l'imperatore Leone V (813-20) soffrì per la fede una prigionia di 2 anni a Costantinopoli e poi un duro esilio a Samotracia dove morì. S. Teodoro Studita tenne un panegirico in suo onore. La sua festa si celebra il 12 marzo.
Bibl.: C. De Boor, Th. Chronographia, a voll., Lipsia 1883-85; P. Pargoire, S. Th. le Chronographe et ses rapports avec st. Théodore Studite, in BuCavyzvà Xpovixá, 9 (1902), pp. 37-102; Ch. van de Vorst, Un panégyrique de st Th. le Chronogr. par st. Théodore, in Anal. Bolland., 31 (1912), pp. 11-23; id., En quelle année mourut st. Th. le Chronogr., ibid., pp. 148-46; Martyr. Romanum, p. 93.
Giorgio Hofmann
TEOFANE III, patriarca di Gerusalemme. Tenne il patriarcato dal 1606 al 15 dic. 1644; fu acerbo avversario dei Francescani nella questione dei Luoghi Santi e fece molto per distruggere l'Unione dei Rutani conclusa nel 1595-96. Però nella sua corrispondenza con Urbano VIII seppe anche manifestare idee pacifiche.
Bibl.: Chrys. Papadopulos, Storia della Chiesa di Gerusalemme (in greco), Gerusalemme 1910, pp. 487-528; G. Hofmann, Theophanes III. und Urban VIII., in Orient. Christ., 1933; R. Janin, Théophane III de Jérusalem, in DThC XV. 1, 312-13. Giorgio Hofmann
TEOFANE (Feofan), il Greco. - Affrescatore di chiese e pittore di iconi, fiorì a Novgorod ed a Mosca nella Russia settentrionale e centrale nella seconda metà del Trecento e nei primi due decenni del Quattrocento.
Mancano altri particolari sulla sua vita. Prima di venire in Russia aveva già lavorato a Costantinopoli, a Calcedonia, a Galata ed a Caffa in Crimea. Nella citta di Novgorod affrescò anzitutto la chiesa della Trofégurazione di N. S. (1378); a Mosca, assieme con Andrea Rublew, la chiesa dell'Annunziata (1408). Da lui proviene anche la celebre icona, detta "La Madonna del Don". Fece pure disegni e vedute di città come Mosca e Costantinopoli, cosa fino allora nuova in Russia. Il suo stile pittorico è coraggioso nei tratti, nervoso nelle pennellate; si distingue sia dalla maniera dello stile cosiddetto secondo palcologo sia dalla maniera tanto ieratica del comune dei pittori russi contemporanei. E stimato a ragione come uno dei più valorosi esponenti della pittura russa durante i primi secoli.
Alberto M. Ammann
TEOFANE di Nicea. - Teologo bizantino del sec. xiv. Non si conoscono i fatti particolari della sua vita. Tuttavia, dalle sottoscrizioni di alcuni atti sinodali del tempo, si sa che egli occupava la sede di Nicea almeno dal 1366 . M. ca. il 1381.
Come seguace del palamismo - benché assai moderato nell'espressione delle nuove formule teologiche -, godette la piena fiducia dell'imperatore Cantacuzeno ormai divenuto monaco, da cui ebbe l'incarico di difendere il palamismo contro il patriarca latino di Costantinopoli, Paolo. Le opere di T. sono quasi tutte inedite e di carattere polemico; notevole il Sermo in Deiparam, edito dal Jugie, che con grande originalità tratta dell'eccellenza del posto che occupa la Madre di Dio nel piano divino, oltre ad altre considerazioni sull'Incarcezione e su molte questioni intorno alla Grazia.
Bibl.: M. Jugie, Theophanes Nicaenus, Sermo in sanctiss. Deiparam, in Laisvamem, nuova serie, I (1933).
Emmanuele Candal
TEOFANE il Recluso. - Vescovo (al secolo Giorgio Govorof), uno dei più celebri e influenti scrittori spirituali e moralisti russi del sec. xix. N. nella Russia centrale nel 1815, m. nell'eremo di Vichensk nel 1894.
Fece i suoi studi nel Seminario e poi nell'Accademia ecclesiastica di Kiev. Fattosi monaco, fu professore di filosofia, di morale, rettore del Seminario di Olonetz e dell'Accademia ecclesiastica di Pietroburgo. Nel 1847 prese parte a una missione inviata nell'Oriente balcanico per lo studio della Chiesa "sattodossa"; vi restò 7 anni, in cui imparò il greco e tutte le tradizioni monastiche ed etiche della Chiesa greca. Nel 1859 fu consacrato vescovo di Tambov e poi trasferito alla sede di Vladimir, finché nel 1866 si ritirò a vita monastica e si dedicò all'apostolato della penna nella Viscenschaja Pustynj. Dal 1872 si rinchiuse in una doppia cella di grande povertà, nella quale celebrava la Messa tutti i giorni, e nei momenti di svago dipingeva iconi. T. tradusse in russo la Filosofia aumentandola considerevolmente ( 5 voll.) e compilò una grande opera sulle Regole di s. Pacomia, s. Basilio, s. Benedetto e Cassiano. Scrisse anche diversi libri di commenti alle lettere di s. Paolo. Le sue opere di direzione spirituale sono state in parte pubblicate in 10 voll.
Bibl.: J. Krutikof, T. il R. (in russo), Mosca 1899; I. Smolitsch, Leben und Lehre der Stazzen, Vienna 1934, pp. 178-93; S. Tyaskiewicz, Moralistes russes, Roma 1951, pp. 110-27.
Giovanni Kologrivof
TEOFANIA ( $\vartheta \varepsilon \sigma \varrho \alpha \nu i \alpha$ e $\vartheta \varepsilon \sigma \varrho \alpha \dot{v} \varepsilon \alpha$ ) - Dal gr. $\vartheta \varepsilon \varepsilon ́ \varsigma$ "dio " e $\varphi \alpha i v \omega$ " apparisco ", è la manifestazione di una divinità agli uomini; il significato è analogo a quello di epifania (v.) quando questo si riferisce a una figura divina; così nella liturgia bizantina la festa dell'Epifania del Signore è detta $\tau \dot{\alpha} \alpha \dot{\alpha} \gamma \iota \alpha \vartheta \varepsilon \sigma \varphi \alpha \dot{v} \varepsilon \iota \alpha$ e con lo stesso nome la chiamano i Padri greci ss. Basilio, Gregorio Nazianzeno, Gregorio Nisseno.
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La t. può avvenire o per la manifestazione di una divinità : celebre è quella di Jahweh a Mosè nel roveto ardente (Ex. 34, 29-30) e quella di Zoroastro in mezzo a un fulgore di fiamma che stupi il sovrano e i nobili Persiani del suo corteggio (Dione Crisostomo, Or., 36, 40); o per l'ascolto della sua voce, come si verificò dopo il Battesimo di Gesù nel Giordano; si chiama anche t. la raffigurazione plastica della divinità che si vede nei sigilli micenei. Festa della t. ( $\tau \dot{a}$ Bzoqáwa) chiama Erodoto (I, 51; cf. Plutarco, Quaest. gr., 9) quella che si faceva a Delfi per commemorare il periodico ritorno di Apollo al santuario dalle lontane regioni iperboree.
In senso più generale si adotta la parola ierofania per significare ogni manifestazione del sacro nel mito, nel rito, nel sogno, nella superstizione, nella leggenda attraverso minerali, piante, animali.
Per il triplice significato della festa dell'Epifania del Signore v. EPIFANIA.
Bibl.: M. Eliade, Traité hist. des religions, Parigi 1949. Nicola Turchi
TEOFILANTROPISMO. - I. Storia. - Un certo Chemin, professore di latino a Parigi, pubblicò nel 1796 un Manuel des théophilanthrophiles, che capitò nelle mani del celebre Haüy (m. nel 1822), l'inventore dei caratteri in rilievo per i ciechi, il quale si entusiasmò per la teoria di Chemin. Il 5 nevoso, anno V (25 dic. 1796) Chemin, Haüy, Moreau, Janes e Mandar si riunirono nell'ospizio dei ciechi, diretto da Haüy, e fondarono una società religiosa con il nome di Società dei teofilantropi, con un gruppo di aderenti.
Nell'age. 1797 chiesero di tenere le loro riunioni di culto nelle chiese, che pretendevano di avere in comune con i cattolici; occuparono così 20 chiese, compresa Notre-Dame. Fondarono scuole, stamparono giornali, si diffusero rapidamente nei dintorni di Parigi, a Montreuil, Choisy-le-Roi, Andrésy, Versailles, Fontainebleau e più lontano ancora, a Chantilly, Soissons, Château-Thierry, Nancy, Rodez, Le Havre, Châlons-surMarne, Bourges. A Sens si formò un rito differente da quello di Parigi, nel quale si sosteneva ostentatamente di fare appello al Vangelo. Fuori della Francia, un certo Siauve, oriundo parigino, tentò di diffondere la nuova religione in Svizzera nell'ag. del 1798; in Italia, un certo Gregory fece stampare a Torino nel 1799 una traduzione del Manuel di Chemin; altre traduzioni dello stesso libro furono fatte in inglese e in tedesco; non sembra però che il nuovo culto avesse fortuna all'estero. In Francia, al contrario, la diffusione fu rapidissima in mezzo agli istitutori, professori e uomini di scienza o letterati. Si ricordano, tra gli aderenti, ex-preti, ex-pastori protestanti, ex-membri della Convenzione. I nomi più conosciuti del gruppo teofilantropico sono: Dupont de Nemours, distinto economista, Bernardin de St-Pierre, il celebre autore di Paul et Virginie, Laréveillière-Lépeaux, che fu membro del Direttorio e diede alla setta, proprio per tale carica, grande appoggio (erroneamente, però, è stato spesso considerato come l'inventore del t.). Numerosi scismi avvennero in seno alla setta proprio agli inizi; verso la fine dell'anno 1799, era in piena decadenza. Un decreto dei consoli del 12 vendemmiale, anno X ( 4 ott. 1801) negò ai teofilantropi l'autorizzazione di continuare a servirsi degli edifici nazionali (chiese cattoliche) e l'ir ventoso (2 marzo 1802) un decreto del prefetto di polizia proibì * il culto della religione naturale, detto t. s.
II. DOTTRINA. - La dottrina teofilantropica non è che deismo, con una certa tinta evangelica, in quanto riassume la morale nell'amore di Dio e del prossimo. Tale dottrina derivava dal Vicaire Suesyard di Rousseau. Per i teofilantropi tutto il dogma si riassume in due certezze razionali : l'esistenza di Dio e l'immortalità dell'anima : la credenza in Dio poggia sullo spettacolo dell'universo, mentre la credenza nella vita futura si fonda sul sentimento che si ha dalla nostra facoltà di pensare, il quale è un principio estraneo alla materia e sopravvive alla dissoluzione del corpo. Adorate Dio, amate i vostri si-
mili, rendetevi utili alla patria * : questo era il tema obbligato di tutti gli oratori nelle riunioni di culto, mentre si ripeteva spesso la tesi secondo cui tutte le religioni sono buone, purché si serva Dio convenientemente.
III. Culto. - I templi teofilantropici avevano un altare semplicissimo, sul quale si ponevano fiori o frutta, secondo la stagione. Sopra l'altare campeggiava questa iscrizione: «Noi crediamo nell'esistenza di Dio e nell'immortalità dell'anima». Sui muri altre iscrizioni richiamavano i doveri principali. Di fronte all'altare sorgeva un pulpito o una tribuna per il sermone religioso. Il culto aveva inizio con un canto, i fanciulli presentavano fiori o frutta. Il presidente della cerimonia, un capo di famiglia, vestito di una tunica celeste con una cintura rosa e una specie di manto bianco, dirigeva invocazioni, canti e letture; i canti erano estratti dalle opere di Racine o di J.B. Rousseau (da non confondere con Jean-Jacques).
Il culto da principio si teneva l'ultimo giorno delle decadi, poi la domenica. Si eseguiva musica scelta. Si celebravano le feste della Repubblica e quelle degli uomini celebri: Hoche, Joubert, Socrate, J.J. Rousseau, Washington ed anche a. Vincenzo de' Paoli. Il lettore, salito sul pulpito, leggeva brevi estratti dei moralisti antichi e moderni, dai Veda fino al J.J. Rousseau, passando per il Vecchio e il Nuovo Testamento, Zoroastro, Confucio, Socrate, Aristotele, Cicerone, Seneca, Epitteto, il Corano, La Bruyère, William Penn, Voltaire, Franklin. I brani erano raccolti in un prontuario preparato antecedentemente, nel quale si potevano leggere come in un messale. Dopo la lettura, aveva luogo un commento seguito dal canto di un inno, quindi un canto alla patria e, infine, una specie di benedizione.
Bibl.: H. Grégoire, Histoire des sectes religieuses, 2 voll., Parigi 1810; A. Mathiez, La théophilanthropie, ivi 1903; J. Brougorette, Les créations de la Révolution, ivi 1907; J. F. Sollier, Theophilanthropists, in Cath. Enc., XIV, pp. 624-25 (con bibl.).
Leone Cristiani
TEOFILATTO (Theofilacias, Theophilactus). Greco d'origine, come sembra, annoverato impropriamente fra gli antipapi.
Arcidiacono della Chiesa romana sin dal pontificato di papa Zaccaria, si hanno di lui due lettere scritte a a. Bonifacio, l'apostolo della Germania (S. Bonifatii et Lulli ep., 84, 85; ed. E. Dümmler, in MGH, Epist. Merowingici et Karolini aevi, I [1892], pp. 366-67). Dall'ott. 753 al luglio 733 accompagnò Stefano II a Pavia e in Francia. Alla morte di Stefano (28 apr. 757), il partito filobizantino oppose T. a Paolo I, fratello del defunto e semplice diacono, ma gli elettori di quest'ultimo essendo più numerosi ebbero la vittoria e i partigiani di T., asserragliati in casa dell'arcidiacono, furono dispersi; di T. non si parlò più e Paolo scrisse a Pipino di essere stato eletto sa cuncta populorum caterea * (Liber Carolinus, ep. 12; ed. W. Gundlach, ibid., p. 508).
Bibl.: Lib. Pont., I, pp. 446, 463; O. Bertolini, Roma di fronte a Bizancio e ai Langobardi, Bologna 1941, pp. 494, 523. 583-84; Fliche-Martin-Frutas, VI, n. 3. A. Pietro Frutaz
TEOFILATTO. - Personaggio romano che compare la prima volta nel gor in un placito di Ludovico III imperatore, in Roma.
Era vestararius, cioè capo dell'amministrazione pontificia, ma i titoli di cui lo si trova poi insignito attestano il progressivo accrescersi della sua autorità. T. era il personaggio più in vista del partito antiformosiano, e la sua posizione politica, notevolmente rafforzata dall'avvento al trono di Sergio III (v.) vecchio amico suo e dei suoi, condotto a Roma da Alberico di Spoleto, un avventuriero che si era impadronito del Ducato uccidendo l'ultimo duca, fu ulteriormente consolidata dal matrimonio di sua figlia Marcella con Alberico e dall'ascesa al papato di Giovanni X (v.), ch'era avvenuta per opera sua. T., affiancato da Alberico di Spoleto, assecondò validamente Giovanni X nella spedizione militare contro i Saraceni del Garigliano e nelle trattative che portarono alla inco. ronazione imperiale di Berengario I (v.), dal quale si sperava valido appoggio contro i nemici interni ed esterni
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(915). Alberico e T. morirono a poca distanza l'uno dall'altro, poco prima del 926 , e la loro eredità politica fu raccolta da Marozia (v.).
BibL.: L. Duchesne, Les premiers temps de l'Etat pontifical, Parigi 1910, p. 310 sgg.; G. Falco, Albari d'Europa, Roma 1942, p. 357 sgg.; id., Sancta Romana Reipublica, ivi 1943, p. 235 sgg.; P. Brezzi, Roma e l'Impero medievale, Bologna 1948, pp. 27-109. Gina Fasoli
TEOFILATTO, arcivescovo di Bulgaria. Scrittore ecclesiastico del sec. xi. N. in Eubea verso il 1038, studiò a Costantinopoli alla scuola di Michele Psello. Era diacono di S. Sofia allorché Michele VII Ducas (1071-78) gli affidò l'educazione del figlio Costantino. Nominato arcivescovo di Bulgaria verso il 1078 (o 1092 ?) ebbe sede in Ochrida dove tuttavia soggiornò molto a malincuore. M. presumibilmente verso il 1108 .
Notevoli tra le sue opere gli scritti esegetici e le lettere. Commentò i profeti Osea, Abacuc, Giona, Nahum, Michos, i Salmi e tutto il Nuovo Testamento, eccettuata l'Apocalisse. Le sue lettere, in numero di 130 , indirizzate in gran parte a personaggi altolocati di Costantinopoli, a vescovi suoi suffraganei ecc., sono una fonte preziosa d'informazione intorno alla situazione culturale, sociale, politica del tempo; purtroppo l'edizione che se ne ha è molto difettosa.
Di T. si posseggono inoltre alcune omelie, un discorso in lode di Alessio i Comneno, un trattatello sugli errori dei latini, una Vita di s. Clemente di Bulgaria e uno scritto parenetico rivolto al principe Costantino suo discepolo. Le 25 omelie che Sofronio Eustratiades ha pubblicato a Trieste nel 1903 attribuendole a T. non sono di lui, ma di Giov. IX Agapeto.
Bibl.: Opere, a cura di F. Foscari, 4 voll., Venezia 1754-63 (PG 123-26); R. Janin, Theophilectus, in DThC, XV, coll. 536-38; Krumbacher, pp. 133-35, 463-64; A. Leroy-Molinghem, Prolégone, à une éd. critique des lettres de Théophylacte de Bulgarie, in Byzantion, 13 (1938), pp. 253-62.
Pélogidas Stephanou
TEOFILATTO, arcivescovo di Nicomedia, santo. - N. nel 765 ca., m. nell'840 ca.
Venne a Bisanzio verso il 780 e stette al servizio di Tarasio, ancor laico; si fece monaco ( 785 ca .) e fu ordinato vescovo ( 806 ca.). Secondo l'esempio del patriarca Tarasio, T. fondò xenodochi (case per pellegrini e poveri) ed un ospedale, tenne un elenco di poveri presso di sé ai quali diede elemosine mensilmente, invitandoli anche alla sua tavola.
Bibl.: A. Vogt, S. Théophylacte de Nicomédie, in Anal. Boll., 50 (1932), pp. 67-82 (è una vita greca composta 30 anni dopo la morte di T. da un chierico dello stesso nome).
Gorgio Hofmann
TEOFILATTO dei conti di Tuscolo: v. benedetto ix, papa; antipapa, 2 antipapi dubbi.
TEOFILO ( $\Theta \varepsilon \sigma \dot{\sigma} \mu \lambda 0 \varsigma$ « amico di Dio»). - Personaggio al quale l'evangelista s. Luca dedicò i suoi libri (terzo Vangelo, Atti degli Apostoli).
Alcuni hanno supposto che T. fosse un nome fittizio, indicante collettivamente il cristiano, l'amico di Dio, ma il titolo di "eccellente" ( $\kappa \rho \dot{\alpha} \tau \iota \sigma \tau \varepsilon$, Volgata optime), attribuito a T. nel Vangelo (Le. 1,3) e negli Atti ai procuratori romani Felice (Act. 23, 26; 24,3) e Festo (ibid. 26, 25), inducono a ritenerlo un personaggio illustre autorevole. T. peraltro è sconosciuto. Sono vane congetture quelle che lo identifcano con qualche governatore romano o con qualche cittadino illustre di Antiochia. Dalla mancanza del titolo xpárıoтe nell'indirizzo di Act. 1,1 , alcuni suppongono che, nell'intervallo fra la composizione del terzo Vangelo e degli Atti, T., dapprima catecumeno, abbia ricevuto il Battesimo. Pietro De Ambroggi
TEOFILO, vescovo di Alessandria. - N. nel 385, m. nel 412. Spiegò una grande attività nella distruzione dei templi pagani e nell'erezione di chiese cristiane.
Carattere non libero da ambizione e poco scrupoloso nella scelta dei mezzi, fu l'anima della persecuzione contro s. Giovanni Crisostomo insediato nella sede bizantina che T. voleva riservata per qualche alessandrino sua creatura. Il Concilio permanente di Costantinopoli presieduto da T. depose nel 403 il Crisostomo, esiliato nel 404. Pretesto di tale inimicizia l'ospitellrà concessa dal Crisostomo ai tre monaci chiamati «Macroadelfi» espulsi da T. perché favorevoli all'origenismo. Papa Innocenzo I chiamato in causa dal Crisostomo scomunicò T. e la scomunica l'accompagnò fino alla morte. T. ebbe successore nella sede suo nipote s. Cirillo.
Poco resta del copioso patrimonio letterario di T. (ed. PG 65, 53-68). E conservata soltanto una piccola parte delle sue 27 lettere posquali e di rado nel testo originale greco. Lo stesso si dica di altre sue lettere e delle omelie fra le quali quella In mysticum coenam (attribuita a s. Cirillo: PG 77, 1016-29), quella in copto sulla Croce ed il buon ladrone (ed. F. Rossi, Papiri copti del Museo egiziano di Torino, I, Torino 1887, pp. 64-90) e un'altra anche in copto sul pentimento e sulla sobrietà (ed. e vers. inglese E. Budge, Coptic Homilies