volume-11

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rismo (v.), equiprobabilismo (v.), compensazionismo (v.) e probabilismo.

L'esistenza dei sistemi non dispensa alcuno dalla sincera ed ardente ricerca della verità e soprattutto dai grandi accorgimenti della prudenza. D'altra parte la questione non pare ancora chiusa. La teologia morale, come quella speculativa, è in via di progresso e nulla impedisce di sperare e magari di provocare, con contributi più reali di una critica semplicemente negativa, l'avvento di qualche cosa di meglio che prenda il posto dei sistemi e del sistema.

Bibl.: tutti i moralisti nel trattato De conscientia, particolarmente : s. Alfonso M. de' Liguori, Theol. moralis, I, nn. 55-89. ed. L. Gaudé, I, Roma 1909, pp. 25-70. Cf. ancora: DöllingerReusch, Gesch. der Moralstreitigkeiten in der röm. Kirche seit dem 16. Jahrb., Nordlingen 1889; J. Ternus, Zur Vorgesch. der Moralcyst, von Victoria bis Medina, Paderborn 1931; A. O. Schilling, Moralsysteme, in LThil, VII, coll. 313-19. Luigi Macali

SISTERON, diocesi di: v. digne, diocesi di.
SISTINA, GAPPELLA: v. cappella musicale.
SISTO I, PAPA, santo. - Sesto successore degli Apostoli, il suo pontificato si può approssimativamente porre tra il 115 e il 125 . Floro per primo lo inseri nel suo Martirologio donde passò in quello Romano in cui è commemorato il 6 apr. come martire, ma non consta di questa sua qualità, ignota alle antiche fonti ecclesiastiche.

Dall'autore del Liber Pontificalis è detto romano, figlio di un certo Pastore. Incerta è la cronologia del suo pontificato, come del resto quella dei papi dei primi due secoli. Secondo Eusebio (Hist. eccl., IV, 5) successe ad Alessandro e morì nel 128-29 dopo ca. 10 anni di episcopato; secondo il Catalogo Liberiano invece morì nel 126. Gli si attribuisce un decreto con il quale stabiliva che soltanto i ministri potessero toccare i vasi sacri, e che il popolo nelle adunanze liturgiche cantasse il Sanctus dopo l'intonazione del sacerdote celebrante. Fu sepolto in Vaticano.

Bibl.: Lib. Pont., I, p. 128; Tillemont, II, p. 240 sgg.; Acta SS. Aprilis, I, Parigi 1869, pp. 531-34; Martyr. Romanum, p. 125. Agostino Amore

## SISTO II,

PAPA, santo. - Pontificò dal 257 al 258. E commemorato nella Depositio martyrum il 6 ag. come sepolto nel cimitero di Callisto; alla stessa data e luogo lo ricordano il Breviario siríaco, il Calendario di Cartagine, i Martirologi latini, i Sacramentari e gli Itinerari. Il suo culto fu molto diffuso nell'antichità ed il suo nome fu inserito nel Canone romano.

Successe nel pontificato a Stefano con il quale, secondo la sua favolosa Passio, fu imprigionato. Sotto il suo breve pontificato pare che sia stata rapita la questione battesimale con s. Cipriano, se la Chiesa di Cartagine lo iscrisse nel suo Calendario liturgico ed il biografo di Cipriano, Ponzio, poté chiamarlo buono e pacifico. Alla composizione della questione influì certamente anche la mediazione di s. Dionigi di Alessandria il quale scrisse a S. tre lettere, in una della quali gli denunciava anche l'incipiente eresia di Sabellio (Eusebio, Hist. eccl., VII, 5-9).
S. cadde vittima del II Editto persecutorio di Valeriano. Del suo martirio rende testimonianza esplicita s. Cipriano (Zy., 82) il quale afferma che fu decapitato insieme con 4 diaconi, essendo stato sorpreso a celebrare la liturgia nel cimitero di Callisto. Sul luogo del martirio fu edificata una "cella memoriae" e papa Damaso ne orno il sepolcro con un carme. Sul numero ed i nomi dei diaconi uccisi con S. le fonti sono discordi ma non contradditorie. Ai quattro di s. Cipriano il Liber Pontificalis ne aggiunge altri due portando il numero a sei; nella Depositio Martyrum al 6 ag. sono anche commemorati Felicissimo ed Agapito dei quali espressamente Damaso dice che furono diaconi di S. Inoltre l'ultimo diacono del collegio, Lorenzo, subì pochi giorni dopo anche lui il martirio, sicché tutti e sette i diaconi furono massacrati. Il fatto è testimoniato dal Liber Pontificalis il quale afferma che dopo la morte di S. la Chiesa romana fu retta dal collegio dei presbiteri e che uno di loro, Dionigi, e non un diacono come era consuetudine, fu chiamato a succedergli.

Bibl.: Lib. Pont., I, p. 155 ag.; Acta SS. Augusti, II, Parigi 1867, pp. 124-42; P. Franchi de' Cavalieri, Un recente studio sul luogo del martirio di s. S. II, in Note agiografiche, VI (Studi e testi, 33), Roma 1920, pp. 145-78; H. Delehaye, Rech. sur le légendier rom., in Anal. Bull., 51 (1933), pp. 43-49; Martyr. Hieronymianum, p. 420 sg.; Martyr. Romanum, p. 325 sg.; A. Ferrus, Epigrammata Damasiana, Città del Vaticano 1942,

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(let. Biblioteca Vaticana)
Sisto IV, papa - Gabriele Zorbi offre a S. IV le sue Ouastiones Metaphysicae. Miniatura che orna l'esemplare di dedica a S. IV stampato su pergamena a Bologna per i tipi di Giov. Valberli e Endrino van Haarlem. 10 dic. 1482 - Biblioteca Vaticana, membr. II, 19.
pp. 119-29, 122-26; R. Valentini-G. Zucchetti, Codice topogr. della città di Roma, II, ivi 1942, pp. 22, 63; M. Combet-Farnoux, s. v. in DACL, XV, coll. 1501-15.

Agostino Amore
SISTO III, PAPA, santo. - Pontificò dal 432 al 440. Non consta che nell'antichità abbia avuto culto; fu inserito da Adone nel suo Martirologio donde passò in quello Romano, dove è commemorato il 28 marzo.

Romano, figlio del presbitero Sisto, pare che, essendo anch'egli sacerdote, abbia avuto simpatie per i pelagiani; ma dopo la condanna dell'eresia da parte del papa Zosimo (418) li abbandonò definitivamente e scrisse anche alcune energiche lettere contro di loro, tanto che s. Agostino dovette richiamarlo ad usare maggior prudenza e carità. Successe a Celestino (432) quando già l'eresia nestoriana era stata condannata (Efeso, 431; già nel 430 egli stesso aveva scritto direttamente a Nestorio esortandolo ad abbandonare il suo errore), ma trovò le Chiese d'Oriente divise per la nota questione tra s. Cirillo e Giovanni d'Antiochia. Ebbe però la consolazione di conoscere l'avvenuta pacificazione nel 433 e scrisse congratulandosene ai due protagonisti. Ricordando l'antica sua simpatia per i pelagiani, Giuliano d'Eclano cercò di brigare perché fosse riammesso alla comunione ecclesiastica, ma S. consigliato da Leone, il futuro papa, non si lasciò ingannare.

Fedele continuatore dell'attività primaziale dei suoi predecessori, scrisse una lettera a Proclo di Costantinopoli diffidandolo ad ingerirsi nelle questioni dell'Illirico, mentre confermava Anastasio di Tessalonica suo vicario per quelle regioni con diritto di confermare le nomine dei vescovi, giudicare sulle questioni, convocare e presiedere i sinodi. Non meno importante fu l'attività edilizia di S. A ricordo della definizione dogmatica di Efeso, che sanciva la divina maternità di Maria, rifece ed ampliò la

Basilica Liberiana ornandola con gli splendidi musaici tuttora esistenti; sistemò il Battistero lateranense come ancor oggi si vede; orno le confessioni delle basiliche di S. Pietro e S. Paolo e costrui un monastero « in catacumbas».

Morì nell'ag. 440 e fu sepolto fuori le mura presso la tomba di s. Lorenzo. Uno degli "apocrifi simmachiani" (v. sismmaco), Gesta de Xisti purgatione, riguarda S. Nel 433 l'ex console Basso accusò il Pontefice di impudicizia. Valentiniano III convocò allora un sinodo in S. Croce nel quale S. riusci a provare la sua innocenza; Basso fu scomunicato. Essendo poi questo venuto a morte, tre mesi dopo, il Papa stesso volle presiedere ai funerali e lo seppelli in S. Pietro.

Bim., Lib. Pont., I, pp. cxxvi sg., 232-37; Tillemont, XIV, pp. 259-67; Acta SE. Martii, III, Parigi 1865, pp. 711-14; Martyr. Romamm, p. 116; Fliche-Martin-Frutas, IV, p. 255 sg.

Agostino Amore
SISTO IV, papa. - N. a Celle presso Savona nel 1414 da Leonardo della Rovere e da Luchina Monleone, di modestissima condizione. Si fece frate minore assai giovane, studiò a Pavia e Bologna e completò i suoi corsi a Padova dove ottenne la laurea in teologia il 14 apr. 1444 ed insegnò poi filosofia e teologia con grande plauso (cf. G. Brotto - G. Zonto, La Facoltà teologica dell'Università di Padova, Padova 1922, p. 170 sg.). Insegnò poi a Bologna, Pavia, Siena, Firenze e Perugia. Fu quindi procuratore dell'Ordine a Roma, vicario del generale per lotta l'Italia, provinciale della Liguria e nel 1462 partecipò alla disputa sul Sangue di Cristo davanti a Pio II. Nel 1464 a Perugia fu eletto generale dell'Ordine e nel 1467 a Firenze presiedette al Capitolo generale. Paolo II il 18 sett. 1467 lo creò cardinale di S. Pietro in Vincoli. Alla morte di Paolo II, dopo un conclave durato appena tre giorni, il card. della Rovere fu creato pontefice il 9 ag. 1471 con il nome di S. IV e coronato il 25.

Largo e facile nello spenderc, S. lasciò alla morte la finanza pontificia del tutto dissestata; ma particolarmente dimostrò la sua liberalità verso i suoi parenti, i quali si affrettarono a riempire la corte trascinando seco numerosi contorranei; uffici e prebende ecclesiastiche e civili furono largamente loro distribuiti. Di Bartolomeo, fratello del Papa, fu figlio Leonardo, il "prefetto piccolino" di Roma che sparì presto; l'altro fratello Raffaello ebbe ben più numerosa figliolanza: Giuliano che fu poi Giulio II, Giovanni che divenne signore di Sinigallia e poi prefetto di Roma, Luchinetta sposa prima nei Gara, poi nei Franciotti, Bartolomeo frate minore, poi vescovo di Massa e rivestito di alti incarichi. Il Papa ebbe anche due sorelle: Bianca sposa nei Riario (v.) e Luchina sposa nei Basso, da cui Girolamo Antonio cardinale. Nel breve tempo in cui visse fu il card. Pietro Riario (m. il 5 genr. 1474) che "tenne ambo le chiavi" del cuore del Papa, mentre il card. Giuliano della Rovere, causa le sue frequenti assenze, non esercitò influenza preponderante. Chi signoreggiò invece, tanto che poté essere chiamato Ecclesiae imperator, fu Girolamo, fratello del card. Pietro, cui questi nel 1473 aveva ottenuta la signoria di Imola e la mano di Caterina Sforza.

Primo proposito di S. IV fu quello della guerra contro il Turco che si faceva sempre più minaccioso; pensò da principio di radunare un concilio a tale scopo; poi spedì presso i principi d'Occidente cinque cardinali legati (23 dic. 1471); quindi insieme con Napoli e Venezia armò una flotta che operò in Oriente sotto il card. Oliviero Carafa e poi sotto l'arcivescovo Lorenzo Zane (1472-73).

Politica di Paolo II era stata quella di tenere in pace l'Italia superando le ambizioni e le gelosie dei principi ed insieme di mantenere tranquilla l'Urbe dalle discordie intestine sempre rinascenti. S. IV da principio, di fronte all'unione Milano-Venezia-Firenze, si legò con Napoli e Siena (1476), donde ne venne la congiura de' Pazzi contro Lorenzo de' Medici favorita da Girolamo Riario (26 apr. 1478), la scomunica di Lorenzo e l'in-

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terdetto contro Firenze, la guerra condotta da Napoli e dal Papa; finché, fattasi pace fra Napoli e Firenze (marzo 1480), anche il Papa vi accedette. Nel frattempo S. IV aveva stretto alleanza con Venezia; però di nuovo dovette provvedere contro il pericolo turco ed aiutare i cavalieri Giovanniti nella vittoriosa resistenza a Rodi ed intervenire al fianco del re di Napoli quando nel luglio 1480 i Turchi s'impadronirono di Otranto, donde non furono ricacciati che il io sett. 1481. La pace fu di nuovo turbata in Italia quando nel maggio 1482 scoppiò la guerra tra Venezia e Ferrara; ben presto anche Napoli mosse contro Venezia; i Colonna si misero con Napoli ed ebbero contro gli Orsini; l'esercito napoletano mosse contro Roma ma il 21 ag. fu sconfitto a Campomorto da Roberto Malatesta condottiero papale e s'ebbe pace da quella parte il 24 dic. 1482 . Invece si insaprirono le relazioni con Venezia che mirava ad impadronirsi di Ferrara. S. IV lanciò l'interdetto contro Venezia il 24 maggio 1483 e si collegò con Ferrara e con Mantova; la Pace di Bagnolo ( 7 ag. 1484) fra Milano e Venezia pose fine a queste lotte. Ma nemmeno all'interno Roma seppe tenersi in pace causa le turbolenze dei suoi cittadini; si ebbero infatti le sanguinose contese fra i Santacroce ed i Della Valle complicate con quelle fra gli Orsini ed i Colonna; avversati questi ultimi dal conte Giacomo Riano; il supplicio del protonotario Lorenzo Colonna, capo della sua casa ( 30 giugno 1484) e fiero rivale del Riario, non valse ad estinguere le discordie.
S. IV celebrò nel 1475 il Giubileo; ma non fu in grado di promuovere un'efficace riforma nella Chiesa, e sotto il suo pontificato maturarono sempre più nella disciplina ecclesiastica abusi depressiti ormai da lungo tempo. Non mancò S. IV di prendere provvedimenti per lo sviluppo dell'agricoltura intorno Roma e per l'annona della città; ma per far denaro accrebbe uffici venali e riempì la Curia d'ufficiali nuovi. Fu molto munifico verso la Basilica Vaticana, edificò la Cappella Sistina o nuova, inaugurata nel 1483 , ricostrui le chiese dei SS. Apostoli e del suo Ordine, di S. Maria del Popolo per gli Agostiniani, di S. Maria della Pace con il chiostro per i Canonici Regolari; provvide alla sistemazione della Biblioteca Vaticana. A comodo ed ornamento della città ricostrui il Ponte Sisto e attese a rendere larghe, pulite e selciate molte strade, togliendo brutture ed ostacoli. Provoco in ciò l'emulazione di curiali e cardinali nel costruire palazzi; monumenti funebri sontuosi invasero le chiese; pittori, scultori, architetti fra i più illustri, accorsi da ogni parte, furono in grado di dar nuovo lustro alla città che andava rinnovandosi secondo i canoni dell'arte rinascimentale ed anche gli studi trovarono sempre mag-
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Sisto IV, papa - Particolare del monumento sepolcrale di S. IV, opera di A. del Pollaiolo (1484-93). Nel fregio sono raffigurate le Virtù, nel basamento sono raffigurate le Arti Liberali, con la Teologia, la Filosofia e la Prospettiva - Vaticano, Grotte.
gior favore. S. IV mori il 12 ag. 1484. Il bellissimo sepolcro bronzeo del Pollaiolo raccolse le sue spoglie. Vedi tav. XLVIII.

Biel.: oltre i cronisti romani scrissero di S. IV: Giacomo Gherardi di Volterra, Diario Romano, ed. E. Carusi, in RIS, $2^{2}$ ed., XXIII (1904), p. 11; Sigismondo de' Costi, nella Storia dei suoi tempi, Roma 1883, lodando senza riserve il Pontefice e i suoi; Stefano Infossura, Diario della città di Roma, ivi 1890 , p. 74 seg. ardente portigiano dei Colonna, infamandone la memoria; il Platina da S. IV ammesso alla Biblioteca gli è favorevole: cf. Vita Stati IV, attribuita al Platina, in RIS, $2^{2}$ ed., III, II, coll. 1033-69; Platina, De vita Christi et omnium pontificum, ibid., III, I, col. 398 sgg.; interessante è Un carme biografico di S. IV del 1477, a cura di V. Pacifici, Tivoli 1924. Critica: Pastor, II, p. 429 sge.; P. Paschini, Roma nel Rinascimento, Bologna 1940, p. 239 sgg.; P. Ourliac, Le Concordat de 147 c. Etude sur les rapports de Louis XI et de Sisto IV, in Rev. hist. de droit franculi et étranger, 19 (1942), p. 174 sgg.; 20 (1943), p. 117 sgg.; F. Morandini, Il conflitto tra Lorenzo il Magnifico e S. IV dopo la Congiura dei Pazzi, in Arch. Stor. ital., 107 (1949), pp. 113-34; A. Fiche-V. Martin, Hist. de l'Eglise, XV, Parigi 1931, p. 74 sgg. Pio Paschini

SISTO V, papa. - N. a Grottammare (Ascoli Piceno) il 13 dic. 1520 , m. a Roma il 27 ag. 1590.
I. Prima del Pontificato. - Felice Peretti, di poverissima famiglia di Montalto Marche, attese da fanciullo ai lavori più umili della campagna. Entrato a dodici anni fra i Minori Conventuali, ottenne a Fermo la laurea in teologia ( 1548 ); si procacciò vasta cultura, specialmente nella teologia; raccolse una ricca biblioteca; acquistò fama di predicatore insigne. Fu inquisitore a Venezia (1557), consultore dell'Inquisizione romana (1560), procuratore generale e, più tardi, vicario dei Conventuali, inviato con il card. Boncompagni nella Spagna, vescovo di S. Agata dei Goti (1566) e di Fermo (1571-77). Godette la fiducia di s. Pio V, che nel 1570 lo creò cardinale; fu invece in relazioni non cordiali con il Boncompagni, Gregorio XIII. Visse allora ritirato, dedicandosi agli studi e in particolare a una nuova edizione delle opere di s. Ambrogio, che riusci difettosa per il metodo tutto personale e lontano da giusta critica. Alla morte di Gregorio, in un conclave, in cui gli interessi religiosi prevalsero sui politici, il "cardinale Montalto" fu per unanime votazione eletto papa (24 apr. 1585 ).

II. Carattere e programma di S. - S. spiegò nel pontificato l'energia indomita di una natura "terribile"; al suo carattere rigido, autoritario, violento, tenace, si congiungevano tuttavia pietà, semplicità di vita, generosità. Pure procurando le fortune dei suoi, si tenne lontano da eccessi di nepotismo; ponendo al suo fianco il nipote Alessandro, che da lui aveva avuto a 15 anni il cognome e la porpora, e altri consiglieri degni di fiducia, riservò tuttavia a sé ogni affare di rilievo. E consacrò il pontificato alla difesa della fede cattolica, alla riforma della Chiesa, alla esaltazione della sede apostolica.
III. Difesa della fede e dell'autorità papale. - Non amante di controversie dottrinali, S. evitò di prendere posizione decisa nella questione della Grazia, ardente allora specialmente fra Gesuiti e Domenicani: quando la Facoltà di Lovanio, per impulso del Buio, gli condannato dai pontefici precedenti, censurò 34 proposizioni del gesuita Lessius, S. impone silenzio alle due parti, tacite disapprovazione della censura; ma non prese altri provvedimenti. Accrebbe tuttavia la competenza dell'Inquisizione romana "procurò l'istituzione di nuovi suoi tribunali; pensò anche alla pubblicazione di un nuovo Indice, che fu impedita dalla morte.

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Volle dare un saldo fondamento scritturale alla dottrina religiosa, promovendo edizioni della Bibbia. Furono pubblicati il testo greco dei Settanta e la sua versione latina (1587-88). Fu affidata a una commissione l'edizione critica della Volgata; ma S. avocò a sé le conclusioni e volle stabilire di proprio pugno il testo con correzioni, introduzioni di note marginali, omissioni arbitrarie. La Volgata sistina uscì nel 1590 con i tipi del Basa, preceduta da una bolla, che la dichiarava unica versione autorizzata. Ma le critiche, di cui fu interprete lo stesso Bellarmino, furono tali che il Papa non sembra avere curato la promulgazione della bolla nelle forme dovute, sicché essa non ebbe vigore di legge. Dopo la morte di lui, la vendita della nuova Volgata fu sospesa e ne furono ritirati gli esemplari: Clemente VIII provvide a una nuova edizione, conservandole tuttavia il nome di S.

Questi fece anche continuare dal Baronio la riforma del Breviario romano; creò per una nuova edizione delle Decretali una commissione, che non riusci a finire il lavoro prima che egli morisse; promosse la pubblicazione delle Costituzioni pontificie da Leone I, opera di Laerzio Cherubini, uscita con il titolo Bullarium nel 1586; curò la raccolta degli atti della Camera Apostolica; aveva pensato anche a un archivio ecclesiastico centrale per tutto l'Italia.

Gelosissimo dell'autorità del pontefice, resistette non solo alle pretensioni dei rappresentanti di Filippo II in Italia, ma a provvedimenti dello stesso re : quando costui emanò una Prammatica dei titoli, che regolava anche quelli degli ecclesiastici ( 1586 ), S. minacciò di metterla all'Indice e parlò addirittura di scomunicare il re.
IV. Opera nipormatrice. - La riforma cattolica fu al sommo dei pensieri di S. Egli curò il miglioramento del clero romano; commino pene contro la simonia; impedì le infrazioni alla disciplina claustrale; vigilò sull'obbligo della residenza dei vescovi e dei curati. Diede incremento alla pietà religiosa, ristabilendo le funzioni stazionali nelle basiliche romane, introducendo la festa della Presentazione di Maria, estendendo alla Chiesa universale quella di S. Antonio di Padova, canonizzando il domenicano Ludovico Bertrand (1586) ed il laico francescano Diego de Alcalá (1588), proclamando dottore della Chiesa s. Bonaventura.

Fu particolarmente benevolo all'Ordine francescano; ma anche ad altri Ordini fu largo di favori; approvò i Foglianti, ramo dei Cistercensi, e i Camilliani (1586). Non troppo amico ai Gesuiti, approvò tuttavia i decreti dell'Inquisizione in loro favore sulla questione del valore dei voti semplici, pronunciati dai non professi, e impose il rilascio di quattro padri arrestati dall'Inquisizione spagnola. Ma volle che una commissione rivedesse le Costituzioni ignaziane e impose al generale Acquaviva il cambiamento del nome di "Compagnia di Gesù", provvedimento non attuato per la sua morte.

Per mezzo dei suoi nunzi promosse la riforma cattolica e la repressione dell'eresia nell'Europa centrale; poté ottenere che fossero nominati i titolari dei vescovati di Ungheria, da lungo tempo vacanti; fondò a Graz una Università, affidata ai Gesuiti (1588). La debolezza dell'imperatore Rodolfo II e i suoi attriti con il Papa impedirono maggiori progressi del cattolicesimo. Risultati maggiori si ottennero nella Svizzera e nella Germania occidentale con il ristabilimento della Chiesa cattolica nei monti di Appenzell e la conversione del marchese del Baden.
S. favorì le missioni dei Gesuiti nel Giappone, dove eresse a Funai un vescovato, e quelle dei Domenicani e dei Francescani nelle Filippine e nell'America latina; tentò di unire le Chiese orientali e i Copti egiziani con Roma.

Ebbero particolare importanza nella vita della Chiesa alcuni provvedimenti di S. Fin dal 20 dic. 1585 egli impose la visita dei vescovi «ad limina Apostolorum», mettendo il Capo della Chiesa a contatto con le singole diocesi. Con la bolla Postquam verus ( 3 dic. 1586) mise in luce l'alta dignità dei cardinali, i loro doveri, l'opportunità di sceglierli nelle varie nazionalità (v. cardinale, II). Diede alla Curia l'ordinamento, che le rimase fino alla riforma di Pio X (v. congregazioni romane, sacre, I), costituendo con la bolla Immenza Dei (22 genn. 1588) 15 congre-
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(da L. von Poster, S. V. il creatore della nuova Roma, Roma 1822, liv. 11.)
Sisto V. papa - Busto della cattedrale di Treia.
gazioni cardinalizie, delle quali 9 per gli affari spirituali (Inquisizione, Indice, Concilio, Vescovi, Regolari, Concistoriale, Segnatura di Grazia, Riti, Tipografia Vaticana), 6 per gli affari temporali (Consulta, Flotta, Università romana, Annona, Strade ponti acquedotti, Tasse) : le Congregazioni si dovevano riunire ogni settimana, e pure ogni settimana doveva essere tenuto concistoro. I cardinali poterono così attendere, in unione con il Pontefice, al governo della Chiesa con maggiore indipendenza dalle potenze laiche, con opportuna divisione del lavoro, con maturità di giudizio. Fra i cardinali furono annoverati uomini degni, come Federigo Borromeo, a 23 anni, e Scipione Gonzaga, il protettore del Tasso (1587).
V. Attività nella politica internazionale. - Gli interessi della Chiesa furono la mira costante di S. anche nella sua opera politica. Legato per necessità al re di Spagna, che si presentava quale campione dell'ortodossia, S. ebbe cura di impedire l'accrescimento pericoloso della sua potenza e si studiò di mantenere la pace fra i cristiani.

Nella politica italiana, si tenne stretto a Venezia, in cui vedeva non solo un baluardo contro i protestanti ed i Turchi, ma una limitazione della preponderanza spagnola; e favorì i disegni di Carlo Emanuele I, che tornavano indirettamente a danno della Spagna.

La condizione confusa e mutevole della Francia poneva S. in difficoltà molto gravi, fra le quali dovette muoversi con estrema cautela e non seppe, o forse non poté, evitare contraddizioni ed errori. Egli avrebbe voluto che fosse soffocata qui l'eresia degli Ugonotti e impedita la successione del loro capo Enrico di Navarra; ma non approvava l'atteggiamento ribelle dei Guisa e della Lega cattolica di fronte al re Enrico III, temendo da un lato che questi si stringesse con gli Ugonotti, dall'altro che una vittoria della Lega con l'aiuto della Spagna aumentasse la potenza di questa. Cercò quindi che i cattolici facessero blocco intorno al re; e quando questi conchiuse una

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effimera alleanza con la Lega ( 7 luglio 1585 ), emanò una bolla contro il Navarra e il Condé, dichiarandoli decaduti da ogni diritto alla successione e all'obbedienza dei sudditi ( 9 sett. 1585). Ne seguirono non solo una violenta reazione degli Ugonotti, ma l'adesione al Navarra di molti cattolici, insufficenti della intromissione papale nella questione dinastica. Dopo la rottura del Re con la Lega, il trionfo del duca di Guisa a Parigi, la fuga del Re, l'assassinio del duca e del cardinale di Guisa e l'imprigionamento del cardinale di Borbone e dell'arcivescovo di Lione per opera del re ( 1588 ), S., pure biasimando la condotta del Guisa, condanno la viltà del Re e l's homicidio ", con cui egli aveva preteso di riscattarla, deplora come "delitto sacrilego ed inaudito" l'uccisione del cardinale di Guisa, impose come condizione per assolvere il Re la liberazione dei due prigionieri. Ma si rifiutò a una più cnergica azione voluta dalla Spagna; non aderì alla rivolta della Lega e della "Unione" di Parigi contro Enrico III e, quando questi si uni con il Navarra contro Parigi, cmano contro di lui un monitorio medicinale et non mortale" ( 24 maggio 1589). Ucciso Enrico III ( $1^{\circ}$ ag. 1589), cercò di escludere dal trono il Navarra, se persistesse nell'eresia, ed entrò in conflitto con Venezia, che l'aveva riconosciuto come re Enrico IV. Ma non prese contro la repubblica alcun provvedimento di rigore e si dimostrò assai riservato di fronte alla Lega e al cardinale di Borbone, proclamato da questo re Carlo X. E, sebbene facesse pervenire a Madrid un progetto di alleanza con la Spagna, non ratifico il Trattato, non accolse le pretensioni della Spagna che fossero scomunicati i cattolici aderenti ad Enrico IV e cacciato da Roma il loro legato, minacciò di scomunicare Filippo II, che pareva disposto a separarsi dall'obbedienza al Pontefice per difendere da solo "la causa di Cristo". Morto Carlo X ( 9 maggio 1590), delineandosi già la vittoria di Enrico IV, tuttora eretico, S. fece preparare un nuovo trattato con la Spagna; ma non ratificò neppure questo e, di fronte alle pressioni della Spagna, minacciò di denunziarne le mire ambiziose e dichiarò di non volere chiudere al Navarra la via del ritorno alla Chiesa e quindi l'accesso al trono. Egli preparava così il futuro riconoscimento del convertito Enrico IV da parte del Papa e la risurrezione della Francia, che stimava necessaria all'equilibrio dell'Europa.

Contro Elisabetta d'Inghilterra, "la nuova Gezabele ", S., vivente ancora Maria Stuart, sollecitò un intervento armato della Francia e della Spagna; ma non v'è prova seria che avesse parte nei disegni della congiura, che ebbe nome dal Babington. Dopo l'uccisione della Stuarda, fece concessioni e promesse a Filippo II; ma non gli accordo l'investitura del regno, limitandosi a stabilire, in un patto segreto con lui ( 29 luglio 1587), che sarebbe eletto nell'Inghilterra un re cattolico. E, sebbene rinnovasse contro Elisabetta la scomunica e la sentenza di deposizione, non cessò di sperare che la regina, della quale non disconosceva le doti singolari, si inducesse alla conversione. Poco fiducioso nella riuscita della spedizione della grande "Armada" spagnola, non volle, dopo la disfatta di questo (luglio - ag. 1588), dare a Filippo II danaro per nuovi apparecchi di guerra.

Riprese il disegno di una crociata contro i Turchi, sollecitando Venezia a prepararsi in segreto. Accolse con favore il proposito del re polacco Stefano Bàthor; di sottomettere la Russia e assalire i Turchi con forze polacche e russe e con l'aiuto della Persia e dei Tartari. Morto il Re ( 12 dic. 1586), favorì la candidatura di uno degli Asburgo, da cui sperava aiuto per la crociata; ma riconobbe re il vittorioso Sigismondo di Svezia e procurò per mezzo del suo numzio la pace fra questo e gli Asburgo. Pensò anche a una guerra contro i barbareschi dell'Africa e alla conquista dell'Egitto; ma non riuscì a guadagnare all'impresa Filippo II, assorto nel suo disegno di egemonia sull'Europa.
VI. Governo dello Stato papale. - All'autorità spirituale del Pontefice e alla sua opera riformatrice, S. volle dare saldo presidio nello Stato temporale. Primo suo compito quale sovrano fu la lotta senza quartiere contro il brigantaggio, diventato flagello sotto il debole
governo del suo antecessore. Il divieto di portare armi sotto pena di morte, l'impunità e i premi a chi consegnasse, vivo o morto, un bandito, la proibizione ad ambasciatori, baroni, comuni di ostacolare l'arresto di banditi, l'accordo con gli Stati confinanti per impedirne il rifugio, le esecuzioni capitali anche di persone autorevoli, l'esposizione delle teste a ponte S. Angelo, se non estirparono del tutto la mala pianta, ne contennero efficacemente lo sviluppo, finché risse il Pontefice. Le coste erano difese da una piccola flotta, sicché una medaglia commemorativa poté vantare che nello Stato fosse "terra marique securitas ".

Parve eccessiva la severità di S. nel punire con numerosissime condanne, anche di morte, colpe più o meno gravi, quali l'adulterio, l'incesto, l'aborto, la sodomia, il furto, la bestemmia, le scommesse e il giuoco, la trasgressione del precetto domenicale, la diffusione di notizie false o calunniose. I provvedimenti contro le meretrici ed il lusso non conseguirono l'intento di moralizzare pienamente la città, quantunque ne migliorassero il costume.

Per raccogliere in Castel S. Angelo un tesoro di 4 milioni di scudi d'oro, che doveva servire alle supreme necessità della Chiesa e dello Stato, S. non solo ricorse a rigide economie, ma estese la venalità degli uffici, aumentò di numero e di capitali i "Monti", prestiti fatti allo Stato, che, in cambio di interessi, vedeva il gettito di certe entrate, inasprì le imposte, con pericolo dell'attività economica dei sudditi: provvedimenti in uso in quell'età, ma non lodevoli né utili.

Sono invece meritevoli di alta lode la cura di lui per una rigida e imparziale amministrazione, la sollecitudine per le "cause de poveri ", la protezione all'industria e al commercio, l'approvvigionamento di Roma, il lavoro procurato a migliaia di disoccupati in una casa a Ponte Sisto, l'apertura di un ospizio di mendicità per chi non potesse lavorare. E fu ardita, nobilissima impresa la sua, del prosciugamento delle paludi a Ravenna, sotto Orvieto, alle foci del Tevere, e soprattutto delle Pontine, la cui bonifica egli condusse innanzi per tre anni con meraviglioso vigore.

Particolare favore S. diede alla regione nativa: eresse a Bologna un collegio Montalto per giovani delle Marche; costituì un tribunale supremo a Macerata, innalzò Fermo a sede arcivescovile, Montalto, S. Severino, Tolentino e Loreto a vescovili; a Loreto compì importanti lavori, fra cui la nuova fortificazione della città.
VII. Mecenatismo di S. ; la Roma nistina. - Come i più celebri papi del Rinascimento, S. fu largo protettore della cultura e dell'arte, favorì l'Università romana rinnovando il Collegio dei professori ( 1586 ); creò le Università di Fermo, di Graz, di Quito; istituì, oltre al Collegio di Bologna, quello francescano di S. Bonaventura a Roma; fece eseguire nel cortile di Belvedere un nuovo grandioso edificio per la Biblioteca Vaticana, con una vasta sala decorata riccamente in cui sono rappresentati i trionfi della Chiesa e di S.; aprì in Vaticano una tipografia affidata a Domenico Bass; concesse privilegi e sussidi e procurò libri e manoscritti per le pubblicazioni di opere insigni, come gli scritti di s. Bonaventura e gli Annali del Baronio.

Ma soprattutto egli volle che il Papato rifiorente avesse degna sede in Roma. Ancora cardinale, aveva fatto costruire fra il Viminale e l'Esquilino la magnifica villa Montalto, su disegno di Domenico Fontana, che fu poi esecutore principale delle grandi opere di lui Papa. Nel pontificato affidò a Giacomo della Porta il compimento della cupola di S. Pietro, dentro alla cui lanterna sono in mussico il suo nome e la data, 1590 ; iniziò la costruzione del nuovo Palazzo vaticano, che è tuttora residenza abituale dei Pontefici; fece eseguire la scala monumentale dal Vaticano a S. Pietro, terminò, ingrandendolo, il Palazzo del Quirinale; innalzò quello del Laterano e la facciata settentrionale della Basilica, con la loggia delle benedizioni. Presso al Laterano trasportò la Scala Santa, aggiungendo al Sancta Sanctorum le due cappelle laterali ed il portico. Ricostruì molte chiese romane; a S. Maria

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1771, immolandosi nel sacrificio e nella penitenza per la conversione del padre che, dopo 30 anni di lontananza dai Sacramenti, morì da buon cristiano nel 1774. Fu più anni prima, salatrice dell'osservanza totalitaria della Regola, devota al Papa e alla Chiesa, di cui si faceva apostola presso tutti per combattere il gallicanesimo trionfante. La concessione dello stato civile ai protestanti nel 1787 fu il colpo che spezzò l'esistenza di questa figlia della Chiesa. Pio IX firmò il 19 giugno 1873 la a commissione della introduzione della causa di beatificazione.

Postume furono pubblicate le sue opere spirituali: Méditations Eucharistiques (Parigi 1789, Lione 1810, Parigi 1879), Recueil des testaments spirituals à ses filles religieuses corndiites (Autun 1836).

Biel.: L. B. Poryart, Vie de Madame Louise, 2 voll., Bruxelles 1793; L. de la Brière, Madame Louise de France, ivi 1899; G. de Grardinaison, Madame Louise de France, ivi 1906; 10 ed. ivi 1925 (con l'elenco delle numerose biografie anteriori).

Valentino di Maria
TERESA MARGHERITA del Cuore di Gesù, santa. - Al secolo Anna Maria Redi, nipote del medico-poeta Francesco, n. in Arezzo il 15 luglio 1747. Educata dalle Benedettine di S. Apollonia in Firenze, entrò nel Carmelo di S. Teresa della stessa città il $1^{\circ}$ sett. 1764 e vi m. il 7 marzo 1770 . Il suo corpo si conserva incorrotto.

La sua spiritualità si distingue per un perfetto equilibrio di tutti gli aspetti fondamentali della vita spirituale : è una grande mistica, ma, sempre dedita all'ascesi, si consuma nell'assiduo servizio di numerose consorelle inferme. Nutrita di S. Scrittura, di dogma e di liturgia, conosce la più spiccata aridità contemplativa. Nota dominante della sua vita interiore : lo studio del nascondimento : è la «Santa della vita nascosta». Il suo itinerario spirituale la conduce dal S. Cuore alla Trinità. Avendo totalmente assimilato gli insegnamenti di s. Margherita Maria Alacoque, li vive poi in modo personale con l'imitazione dell'arcana vita dell'Anima e del Cuore di Cristo; da qui sale alla ricerca dell'intimità della S.ma Trinità con un insieme di pratiche ascetiche e liturgiche coronate da profonde contemplazioni trinitarie. S'impiega poi tutta a riversare sulla Chiesa l'abbondanza degli impulsi dello Spirito Santo dei quali si sente personalmente gratificata. E la realizzazione più pura e più perfetta dell'ideale teresiano. Fu canonizzata il 19 marzo 1934. E la più giovane santa del Carmelo teresiano.

Biel.: Stainilau di S. Tressz, Un angelo del Carmelo, Milano 1934; Gabriele di S. Maria Maddalena. La spiritualità di s. T. M. Redi, Firenze 1950.

Gabriele di Santa Maria Maddalena
TERESA MARGHERITA dell'Incarnazione. Carmelitana scalza, principessa Caterina Farnese, n. in Piacenza da Odoardo e da Margherita Medici, duchi di Parma, il 5 sett. 1637, m. ivi il 27 apr. 1684.

Di natura ardente e impulsiva, crebbe ribelle e indipendente, corteggiata per le sue doti non comuni e per la sua rara bellezza. Richiesta in sposa dell'arciduca Massimiliano del Tirolo e dal Re d'Inghilterra, nonostante le pressioni di suo fratello Ranuccio, non volle cedere, stimandosi superiore ad ogni partito. Il 22 marzo 1662 , toccata dalla Grazia, entrava al Carmelo, dove fedele al proposito di "ubbidire senza voler sapere altro", con aspra e continua lotta, con penitenze eroiche, riusci a vincere il suo indomito carattere, legandosi a Dio con il voto formale di compiere sempre il più perfetto.

Biel.: Massimo della Purificazione, Regnaeglio... di suor T. M. dell'I., Parma 1691; C. Dossi, C. Farnese, Milano 1912; A. M. Aimi, Viola Mistica, ivi 1938. Valentino di Maria

TERESINA, diocesi di. - Suffraganea di S. Luisi del Maragnano, nello Stato di Piaui. in Brasile.

Ha una superficie di kmq. 53.000 , con una popolazione di 347.697 ab. dei quali 345.597 cattolici. Conta 14 parrocchie, con 23 sacerdoti diocesani e 4 sacerdoti regolari. Ha un seminario minore, una comunità religiosa maschile e 6 femminili (Ann. Pont. 1953, p. 420).

La diocesi fu creata dal papa Leone XIII con la bolla Supremum Catholicum Ecclesiam, del zo febbr. 1901. Dapprima ebbe il nome di Piauí, mutato poi in quello di T. il 16 dic. 1944. Ebbe i seguenti vescovi : Gioachino Antonio de Almeida, Ottaviano Pereira de Albuquerque. L'attuale è S. E. R. mons. Severino Vieira de Melo, con l'ausiliare S. E. R. mons. Raimondo de Castro e Silva, vescovo titolare di Eluza.

Biel.: O Brasil Católico 1947, Juiz de Fora 1947, p. 438 sgg . Virginio Battezzati
TERIOLATRIA: v. animale, I. Nelle religioni non cristiane.

TERLIZZI, diOCEsI di : v. molfetta, diocesi di.
TERMINALIA. - Festa del dio Terminus nella religione romana. Terminus significa, in latino, il confine e, più specificamente, la pietra che segna il confine. Nel culto privato i $T$. si celebravano, appunto, presso la pietra che segnava il confine tra due poderi: su un altare si sacrificavano frutti, vino, un agnello e una scrofa; si inghirlandava la pietra da entrambi i lati (da parte dei rispettivi proprietari) e la si ungeva del sangue della vittima. Ma i $T$. erano anche una festa pubblica, fissata nel calendario arcaico al 23 febbr.

Un rito pubblico aveva luogo, forse alludendo ai confini di Roma, al sesto miglio della Via Laurentina. Anche in questo si uccideva una pecora. Ciò sembra contraddire a testimonianze esplicite secondo cui il culto di Terminus era incruento. Forse però bisogna tener distinto dai culti menzionati quello più antico che aveva il suo centro nel tempio di Giove Capitolino, dove, secondo la leggenda, al momento della costruzione tutte le divinità avevano ceduto il posto a Giove, tranne Terminus e Iuventas che venivano incorporati nel tempio (entrambi i nomi divini appaiono anche come epiteti di Giove!). Sopra il luogo di culto di Terminus il tetto del tempio era aperto. Che il significato di Terminus non si limiti alla pietra di confine risulta, oltre che da questo culto capitolino, anche dal fatto che i $T$. sono l'ultima festa dell'anno romano di cui quindi segnano il termine.

Biel.: W. Warde Fowler, Roman festivals, Londra 1899, p. 324 sgg.; G. Wissowa, Religion und Kultus der Römer, 2a ed., Monaco 1912, p. 138 sgg.; J. G. Frazer, The Fasti of Ovid, II, Londra 1929, p. 481 sgg.; Marbach, s. v. in Pauly-Wissowa, V. A., t. p. 781 sgg.; F. Altbeim, A history of roman religion, Londra 1938, p. 172 sg. Angelo Brelich

TERMINE. - E un momento del tempo dal quale cominciano a verificarsi (dies a quo) o nel quale cessano (dies ad quem) gli effetti di un negozio giuridico (v.). Il t. è, con la condizione (v.) e con il modo (v.), uno degli elementi accidentali (tipici) del negozio.

Esso si distingue dalla condizione, perché si riferisce ad una data o ad un avvenimento certo, mentre caratteristica della condizione è l'incertezza. In relazione a ciò, chi paghi prima che sia venuta in essere un'obbligazione sottoposta a condizione, può ottenere la restituzione di quanto ha pagato, perché non era obbligato al pagamento; non così chi paghi prima del t., in quanto l'obbligazione è perfetta (salva la possibilità di ottenere gli interessi dal momento del pagamento alla scadenza del t.). Conseguentemente alla certezza del t., nella classificazione fatta dalle scuole - dies certus an et quando, certus an incertus quando, incertus an certus quando, incertus an et quando - solo nei primi due casi si ha t., mentre nei due ultimi si ha condizione.

Il t. può essere apposto a qualsiasi negozio, tranne che per gli actus legitimi e per casi particolari stabiliti dalla legge. Esso può essere stabilito a favore di entrambi i contraenti o di uno tra essi; quando, però, non risulti posto a favore dal creditore o di ambedue i contraenti, si presume a favore del debitore (cf. art. 1184 Cod. civ. ital.).

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Il t. si dice essenziale quando la prestazione è dovuta per un giorno determinato, si che una prestazione successiva non può più aver luogo (cf. art. 1457 Cod. civ. ital.: l'inosservanza del t. produce di diritto la risoluzione del contratto).

Nella terminologia processuale t. indica il periodo di tempo entro il quale o dopo il quale deve o può compiersi una determinata attività processuale.

Bibl.: v. negozio giuridico.
Rodolfo Danieli
TERMINISMO : v. NOMINALISMO; OCCAM; scOlaSTICA.

TERMINOLOGIA delle Sacre Congregazioni e Tribunali della Curia romana. - Nelle SS. Congregazioni e Tribunali della Curia romana sono in uso da secoli molte formole destinate a significare, con una sola parola o frase, la soluzione data a questioni proposte o petizioni avanzate. L'origine di tali formole, che corrispondono del resto allo spirito della lingua latina, è da mettersi in relazione con l'antico uso di restringere le questioni proposte in uno o più quesiti (dubia), ai quali si può rispondere spesso con un semplice affirmative o negative.

Si dà una recensione delle formole principali di uso più comune, seguendo un ordine logico.

1. Formole di risoluzione favorevole. - Una risoluzione pienamente favorevole viene significata con le seguenti formole: Affirmative; Pro gratia; Inxta petita; Pro gratia iuxta petita. Talvolta si può essere una risposta favorevole, che però non deve esser considerata come norma generale; allora si usa la formola: Affirmative in casu, cioè per le particolari circostanze del caso. Si può dare poi una risposta sostanzialmente favorevole, ma con qualche limitazione, che viene espressa con varie formole, per es.: Affirmative, ita tamen...; Affirmative iuxta modum ; Affirmative iuxta petita. Finalmente una risoluzione affermativa può esser condizionata o limitata nella sua estensione. Si usa allora la formola: Affirmative. Et ad mentem. Mens autem est: e qui segue la formulazione delle condizioni o limitazioni.
2. Formole di risoluzione negativa. - Una risoluzione negativa viene espressa con diverse formole, che ne indicano le varie sfumature, da una negazione pura e semplice, ad un giudizio di non opportunità. Le formole più frequenti sono: Negative; Negative et amplius, dove l'amplius è contrazione di un formulario più largo (amplius non proponatur), cioè la Congregazione è talmente informata sulla questione, che questa non deve esser proposta di nuovo, a meno che non intervengano altri elementi di assoluta gravità; Reponatur, cioè in archivio, o Ad acta, significa che la pratica non avrà più corso; Non expedire, la concessione cioè in linea di principio potrebbe essere accordata, ma nelle circostanze del caso non lo si ritiene opportuno; Nihil innovetur, si stia cioè a quanto è già in legittimo possesso; Gaudeat impetratis, formula che suppone una concessione precedente che non si vuole ampliare; In decisis, si conferma cioè una risoluzione antecedente; In decisis et amplius (non proponatur), la questione cioè non deve esser riproposta; Lectum o Nihil, la Congregazione cioè non crede necessario dare una risoluzione; Non proposita, vale a dire la questione non è stata ritenuta degna di discussione.
3. Formole di risoluzione dilazionata. - Quando la risoluzione di una questione, per qualsiasi motivo, debba essere dilazionata, vengono usate le seguenti formole: Dilata, ovvero: Dilata sine die, se non si prevede quando la questione possa esser risolta; Dilata ad primam, cioè fino alla prossima adunanza della Congregazione. Spesso, in prossimità di periodi festivi, la risoluzione viene rimandata a dopo le ferie connesse con tali festività, che vengono indicate con le seguenti formole: Post Reges, cioè trascorse le feste natalizie e precisamente dopo la Epifania; Post Clineres, ossia dopo le ferie di carnevale, una volta in uso prima delle Ceneri; Post Agnos, cioè dopo le feste pasquali; Post Ignem, cioè dopo Pentecoste; Post aquas, cioè dopo le ferie estive.
4. Formole procedurali. - Se esaminando una questione, si riscontrano lacune nella parte informativa, allora si usa la formola: Compleantur acta; se invece elementi nuovi vengono presentati mentre la pratica è in corso e si stima utile aggiungerli all'incartamento, si scrive: Uniatur. Qualora si stimi necessario avere delle delucidazioni verbali, si appone la formola: Vocetur agens, si chiami cioè l'agente. Se poi una determinata soluzione sorpassa le competenze del dicastero, allora alla soluzione si aggiunge la formola: Si Sanctissimo placuerit, se cioè la detta soluzione verrà approvata dal S. Padre; così se la competenza del Dicastero in un determinato caso è dubbia, si appone la formola: Facto verbo cum Sanctissimo, interpellato cioè il S. Padre. Può darsi il caso che la Congregazione non stimi opportuno dare una soluzione generale ad una determinata questione, ma che sia disposta a risolvere i casi particolari, il che viene espresso con la formola: Praviabilitur in casibus particularibus. Quando poi per una questione già risoluta, si adducono elementi nuovi che ne giustificano altro esame, allora si usa la formula: Resumatur. Si può dare anche il caso che il ricorso alla Congregazione non sia stato necessario, sia per diritto comune, sia perché era in facoltà dell'Ordinario di darne risoluzione; nel primo caso si risponde: Utatur iure suo; nel secondo: Recurrat ad Ordinarium. Talvolta la Congregazione può stimare prudente di non dare comunque una soluzione e rimanda l'oratore alla dottrina comune con la formula: Consulat probatos auctores. Se si tratta di un dubbio non fondato, si può avere la risposta: Acquiescat, l'oratore cioè si tranquillizzi. Quando poi una soluzione sorpassa le competenze del Dicastero e si è dovuto ricorrere al S. Padre, allora si appone la formula: Ex audientia Sanctissimi. Finalmente se una questione non è di competenza del Dicastero si usa la formola: Non spectare.

Bibl.: T. Ortolan, Clauses apostoliques, VI. Clauses propres aux réponses des Congreg. rom., in DThC, III (1908), coll. 38-40; J. B. Sägmüller, Lehrbuch des 6. Kirchenrechts, I. Tributzo in Br. 1925, p. 542; Matthaeus a Monte Coronain, Inst. Iuris Can.. I. Torino 1928, n. 337; A. Van Hove, De Rescriptis. MolinosRoma 1936, p. 79; R. Nox, Clausules apost., in DDC, III (1942). coll. 820-22.

Ferdinando Antonelli
TERMINUS PASCHALIS. - E la data del giorno che coincide con la xiv luna del «primo mese» (nîsān, secondo il calendario liturgico ebraico), la quale cadeva nell'equinozio di primavera o immediatamente lo seguiva. Il Concilio di Nicea (325) stabili su tale fondamento la celebrazione della Pasqua cristiana, fissandola alla domenica successiva al $t . p$.

Per determinare la data furono compilate alcune tabelle di concordanza del $t . p$. con i numeri aurei, modificate dopo la riforma gregoriana. Per il periodo tra il 1900 e il 2199 la coincidenza è la seguente :

| N. aureo <br> T. p. | 1 | 2 <br> 3 apr. | 3 <br> 23 marzo | 4 <br> II apr. |
| :--: | :--: | :--: | :--: | :--: |
| N. aureo <br> T. p. | 5 <br> 31 marzo | 6 <br> 18 apr. | 7 <br> 8 apr. | 8 <br> 28 marzo |
| N. aureo <br> T. p. | 9 <br> 16 apr. | 10 <br> 5 apr. | 11 <br> 25 marzo | 12 <br> 13 apr. |
| N. aureo <br> T. p. | 13 <br> 2 apr. | 14 <br> 22 marzo | 15 <br> 10 apr. | 16 <br> 30 marzo |
| N. aureo <br> T. p. | 17 <br> 17 apr. | 18 <br> 7 apr. | 19 <br> 27 marzo |  |

Così per il 1953, che ha come numero aureo 16 , il t. p. cade il 30 marzo, che è un lunedì, e quindi la Pasqua la domenica successiva, 5 apr.

Bibl.: E. Brinckmeier, Prahtisches Handbuch der histor. Chronologie... des Mittelalters, Berlino 1882, pp. 75-76, 129; H. Gro. tefend, Zeitrechnung des deutschen Mittelal. und der Neuzeit, I, Hannover 1891, pp. 144 sg. e tav. 6; id., Abriss der Chronologie des deutschen Mittelal. und der Neuzeit (Grundr. der Geschichts-

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toissent., ed. da A. Meister, I, III), $2^{2}$ ed., Lipsia-Berlino 1912. pp. 14, 22; A. Giry, Manuel de diplomatique, Parigi 1894, pp. 152 153; F. Rühl, Chronologie des Mittelal., and der Neucont, Berlino 1897, p. 111 sg.; W. E. Van Wijk, Le nombre d'or, L'Aia 1936, pp. 8-9, 101.

Alessandro Pratesi
TERMODINAMICA. - La t. è il capitolo più importante della fisica che, superando di gran lunga il limite che parrebbe imporre la sua denominazione, studia la natura, le proprietà e le evoluzioni dell'energia, intesa nella sua più ampia accezione, cioè astraendo dai particolari secondari delle sue varie forme. Essa interessa quindi fondamentalmente tutti gli altri capitoli della fisica, l'astronomia fisica, la cosmogonia e ormai anche le stesse scienze naturali biologiche. La t. è giunta ad una cosi singolare elevatezza elaborando e generalizzando due principí fondamentali genialmente concepiti e in parte formulati da Sadi Carnot e da J. R. Mayer, principí che hanno la singolare prerogativa di essere i soli a conservarsi invariati anche dopo l'avvento dei criteri rivoluzionari della fisica moderna.
I. Calore e lavoro. - E noto che fin verso la metà del sec. xix il calore fu considerato un fluido imponderabile assai misterioso che poteva venire assorbito ed emesso dai corpi, quantunque non fossero mancati alcuni accenni a qualche sua affinità con il lavoro, fra i quali notissimi quelli di Rumford, che nel 1798 acutamente osservò che con i dispositivi meccanici allora in uso per la levigatura dei cannoni si poteva provocare lo sviluppo di illimitate quantita di calore quando solo si disponesse del lavoro occorrente. Ma il grande merito di aver chiaramente riconosciuto la natura dinamica del calore e di averne indicato il fondamentale costante rapporto con il lavoro spetta senza alcun d