allora in uso per la levigatura dei cannoni si poteva provocare lo sviluppo di illimitate quantita di calore quando solo si disponesse del lavoro occorrente. Ma il grande merito di aver chiaramente riconosciuto la natura dinamica del calore e di averne indicato il fondamentale costante rapporto con il lavoro spetta senza alcun dubbio a J. R. Mayer (v.). Egli considerando un qualsiasi dispositivo che si evolva ciclicamente, che, cioè, partendo da un suo stato, vi ritorni dopo un certo tempo, affermò per primo che, se si indica con $Q$ la somma algebrica delle quantita di calore, misurate in calorie, assorbite od emesse dal detto dispositivo durante la sua evoluzione ciclica, e, analogamente, con L la somma algebrica della quantita di lavoro, misurate in chilogrammetri, ricevute o eseguite dallo stesso, il rapporto diassi detto è dato dall'equazione: $J Q+L=O$, ove il coefficente costante J, oggi detto equivalente meccanico della caloria, ha il valore ormai confermato da molte e varie determinazioni : $J=427,22$ chilogrammetricalorie; valore che Mayer aveva potuto dare solo con la scarsa approssimazione che consentivano i dati di cui disponeva.
II. Energia interna e I principio della t. L'equivalenza espressa dalla precedente equazione è senza dubbio valida per ogni trasformazione ciclica di qualsiasi sistema, macchina, ecc. Ma assai più interessa conoscere la legge più generale corrispondente a una trasformazione non più ciclica, cioè tra due possibili stati $S_{1}$ e $S_{2}$ del sistema. L'idea che sorge spontaneamente (e la ebbe anche Mayer) è quella di considerare il divario del valore dell'energia $\mathrm{JQ}+\mathrm{L}$ dallo zero (che competerebbe al caso delle sole trasformazioni cicliche) come equivalente alla differenza delle energie interne del sistema corrispondente al suo stato iniziale e finale $\mathrm{S}_{1}$ e $\mathrm{S}_{2}$ : differenza che si usa indicare con $\Delta \mathrm{U}=\mathrm{U}_{2}-\mathrm{U}_{1}$. La legge generale desiderata assumerebbe cosi la forma $\mathrm{JQ}+\mathrm{L}=\Delta \mathrm{U}=\mathrm{U}_{2}-\mathrm{U}_{1}$. Ma nessuna precedente conoscenza fisica, legittima a priori questa posizione. Anzi pare opporvicisi la considerazione del noto fatto che il passaggio di un sistema qualsiasi da uno stato iniziale $\mathrm{S}_{1}$ a uno finale $\mathrm{S}_{2}$ in seguito a somministrazioni positive o negative di calore $Q$, rappresenta un fenomeno che non dipende solo dai detti due stati, bensi anche dal modo come tale passaggio avviene. A conferma si ricordi la necessità di prendere in considerazione una molteplicità di calori specifici (v. termologia). Analoga indeterminazione si presenta anche quando il detto passaggio avvenga in seguito a somministrazioni positive o negative di lavoro. In altri termini né le quantita di calore Q , né le quantita di lavoro assorbite o emesse dai corpi sono univocamente legate ai loro stati energetici; quindi
esse non possono venir a priori eguagliate a differenze di grandezze che, come le loro energie interne dei corpi, sono, per definizione, caratteristiche di tali stati.
Però fortunatamente può intervenire l'esperienza a risolvere la difficoltà. Essa infatti permette di affermare che benché né $Q$ né $L$ possano singolarmente considerarsi funzioni dello stato energetico di un corpo, deve invece considerarsi tale la quantità $J Q+L$. Con ciò risulta giustificata la precedente equazione e il conseguente I principio della t. detto pure principio della conservazione dell'energia, principio che si usa esprimere in parole mille forma, intravveduta dallo stesso Mayer: - Quando una quantita di energia di qualsiasi tipo durante un qualsiasi processo sparisce, si produce sempre una equivalente quantita di energia di qualche altro tipo e viceversa ${ }^{2}$.
III. Conseguenze. - Il precedente principio per quanto prospettante solo un parziale aspetto della t., opposta già innumerevoli conseguenze. La principale è quella notissima dell'impossibilità di costruire un meccanismo atto a sviluppare indefinitivamente energia senza riceverne l'equivalente dall'esterno, o, come si usa dare in forma imprecisa, dell'impossibilità di costruire un perpetuo mobile. Delle altre, che è impossibile anche solo elencare, si ricorda qualche esempio. Il I principio, applicato in media ai gas ideali, concepiti come costituiti di molecole in rapido movimento, permette di sviluppare gran parte della loro teoria cinetica e di ritrovare razionalmente le leggi empiriche di Mariotte, di Gay-Lussac, ecc. e persino di determinare il numero delle molecole contenute in un Mol (ossia in un quantitativo di gas del peso complessivo di un numero di grammi uguale al peso molecolare), numero che Avogadro aveva previsto uguale per tutti i gas, e Loschmidt calcolato nell'enorme cifra di $N=0,6,10^{24}$.
Lo stesso principio ha condotto al riconoscimento, di grande importanza teorica e pratica per la stessa costituzione della t., che l'energia interna dei gas perfetti dipende solo dalla loro temperatura, e che quindi eguali quantita di gas, a egual temperatura, possiedono la stessa energia interna qualunque sia il loro volume. E questo il fatto che conduce a identificare la scala del termometro a gas con quella termodinamica di Kelvin e ne giustifica l'ampio uso scientifico che tuttora se ne fa.
IV. Formulazione secondo Carnot del II principio della t. - Il precedente principio informa circa i rapporti fra le quantita di calore e le corrispondenti quantitá di lavoro quando avvenga una qualsiasi trasformazione delle une nelle altre, ma non circa le condizioni in cui tali trasformazioni possono effettivamente iniziarsi a svolgersi. A ciò provvede invece nelle sue varie formulazioni il secondo principio della t., del quale è interessante considerare anche le prime origini.
Sadi Carnot, ancor prima del riconoscimento della natura energetica del calore, si era proposto lo studio teorico del rendimento delle macchine a vapore che allora cominciavano a diffondersi. Nella sua opera Réflections sur la puissance motrice du feu... (1824), egli, considerando la quantita di calore $Q_{1}$ contenuta nel vapore immesso nella macchina alla temperatura assoluta $T_{1}$ e la stessa quantita restituita dalla macchina alla temperatura $\mathrm{T}_{1}$, concludeva : 1) che la potenza di quel calore (oggi diremmo l'energia) non poteva venir trasmessa integralmente alla macchina, la quale conseguentemente non poteva mai raggiungere il rendimento del $100 \%$; 2) che solo se il funzionamento della macchina avveniva secondo un particolare ciclo (oggi detto ciclo di Carnot) il rendimento di essa poteva elevarsi al massimo raggiungibile, espresso dal rapporto $\mu=\left(T_{1}-T_{2}\right)\left(T_{1} ; 3\right)$ che questo rapporto risultava identico per qualsiasi tipo di macchina funzionante fra le due temperature estreme $T_{1}$ e $T_{2}$ e indipendente dalla natura del fluido impiegato. Carnot aveva condotto i suoi calcoli riferendosi a casi particolari opportunamente scelti, ma aveva poi generalizzato i suoi risultati a modo di principio, che fonda la sua validità sulla assoluta conferma sperimentale. Dai più moderno punto di vista circa la costituzione energetica del calore le considerazioni precedenti possono cosi riassumersi : il calore $Q_{1}$ immesso in una macchina termica alla temperatura $T_{1}$ non ai
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trasforma mai completamente in lavoro, ma una parte di esso viene restituito ancora sotto la forma di calore $\mathrm{Q}_{2}$, ma alla temperatura inferiore $\mathrm{T}_{2}$. Conseguentemente: 1) il rendimento di ogni macchina termica per definizione uguale a $\left(\mathrm{Q}_{1}-\mathrm{Q}_{2}\right) / \mathrm{Q}_{1}$ è sempre inferiore all'unità; 2) il suo massimo valore, corrispondente al funzionamento secondo il ciclo di Carnot, è $\mu=\left(T_{1}-T_{2}\right) / T_{1}$ indipendentemente dall'indole della macchina e della natura del fluido impiegato. E quindi evidente che per aumentare i rendimenti delle macchine termiche conviene cercar di farle funzionare quanto più possibile approssimativamente secondo un ciclo di Carnot, come pure di elevare la temperatura superiore $\mathrm{T}_{1}$ e di ridurre la temperatura inferiore $\mathrm{T}_{2}$. Ed appunto in base a tali criteri la tecnica moderna potè raggiungere notevoli risultati pratici.
V. Le nozioni di entropia e di energia libera. L'innata tendenza della mente umana alla generalizzazione e la straordinaria importanza dei principi della t. in tutti i campi della fisica indussero a molte formulazioni, più generali e astratte delle precedenti. Non potendo evidentemente scendere a particolari su questo elevato e difficile argomento, si ricordano solo le due nozioni fondamentali di entropia e di energia libera, ormai di largo uso.
Verso la metà del sec. xis R. Clausius considerò un sistema isolato, dotato di una data energia interna che, per il I principio, doveva rimanere costante, e che, per mezzo di trasformazioni interne, per il II principio, doveva potergli permettere di sviluppare una limitata quantità di lavoro e quindi di energia cinetica. Egli osservò che mentre non esisteva alcuna possibilità di elevare, per mezzo di trasformazioni interne, la detta quantità di lavoro, esisteva invece la possibilità, si potrebbe anche dire una notevole tendenza, di ridurla. Il sistema, pur conservando le sue energie, tendeva a perdere la facoltà di produrre lavoro, tendeva ad invecchiare fino a una uniformità che equivale alla morte. E conseguentemente si chiese se si potesse concepire una grandezza fisica atta ad esprimere codesta naturale evoluzione. Giunse cosi al concetto dell'entropia (S), definita come la somma di tutte le quantita di calore del sistema divise ciascuna per la sua temperatura assoluta: $\theta=\Sigma \mathrm{Q} / \mathrm{T}$.
Con nessun procedimento interno tale entropia può venir diminuita; ma può con estrema facilità venir accresciuta, eventualmente anche con spontanei procedimenti naturali, p. es. di conduzione termica. Per chiarire la difficile questione conviene considerare un esempio estremamente semplice. Si supponga il sistema costituito da due recipienti di $1 \mathrm{~m}^{3}$ ciascuno, ripieni di acqua alle temperature assolute di 273 e 373 gradi. Si indichi con $\mathrm{E}_{0}$, misurata in calorie, l'energia del recipiente a temperatura più bassa. Quella dell'altro è allora $\mathrm{E}_{0}+100.000 \mathrm{Cal}$. L'energia totale è $\mathrm{E}=2 \mathrm{E}_{0}+100.000 \mathrm{Cal}$. L'entropia del sistema è $\mathrm{S}=2 \mathrm{E}_{0} / 237^{\circ}+100.000 \mathrm{Cal} / 373^{\circ}$. Nelle supposte condizioni il sistema, per il II principio, sarebbe in grado di trasformare una parte della sua energia termica nell'equivalente quantità di lavoro. Si supponga ora di porre in contatto i due recipienti. A poco a poco si ridurranno naturalmente entrambi alla temperatura media di $323^{\circ}$. L'energia totale si conserva uguale alla precedente, ma l'entropia diviene ora $S=2 \mathrm{E}_{0} / 273^{\circ}+2 \times 50.000 \mathrm{Cal} /$ $323^{\circ}$, cioè notevolmente maggiore della precedente; essa ha cosi raggiunto il suo valore massimo e il sistema ormai a temperatura uniforme non è più in grado di fornire alcun lavoro.
Alla nozione di energia libera si giunge considerando a priori l'energia interna distinguibile in due parti : quella che in base al II principio e per mezzo di dispositivi perfetti si può pensare di poter ricavare in forma di lavoro, e che si dice energia libera, e quella che inesorabilmente non può manifestarsi se non in forma di calore degradato a più bassa temperatura, e che si dice energia vincolata. Nel semplice esempio precedente l'energia libera sarebbe stata quella trasformabile in lavoro, e quella vincolata la differenza fra l'energia totale e l'energia libera. Nella chimica-fisica la nozione di energia libera è essenziale.
VI. L'interpretazione probabilistica del II principio della T. - L'incremento dell'entropia di qualsiasi sistema abbandonato a se stesso, malgrado le in-
dubbie conferme sperimentali, preoccupò assai i fisici della seconda metà del secolo scorso. Ci si chiedeva se si trattava di una legge assoluta, dell'ordine di quella della conservazione dell'energia, o di una legge che poteva ammettere delle eccezioni. Maxwell portò un contributo decisivo immaginando un sistema isolato in cui la detta legge poteva venir elusa. Si consideri un recipiente diviso in due scompartimenti da un diaframma con un piccolissimo foro. Vi si introduca una certa quantità di gas. Le sue molecole in rapido movimento, passando in un senso e nell'altro attraverso il forellino, elimineranno dapprima ogni eventuale differenza iniziale di pressione nei due scompartimenti (con accrescimento dell'entropia) e poi la manterranno costante. Ma se del sistema facesse parte un demonstrto capace di vedere le molecole e permettesse loro di passare in una sola direzione coprendo e scoprendo opportunamente il forellino, si predurrebbe senz'altro una diminuzione di entropia. Fu a questo punto che L. Boltzmann fece la proposta radicale, che presto si impose, di considerare il II principio come una legge solo estremamente probabile. E ora necessario rendersi conto del grado di quelle probabilità. Esse sono tali che praticamente equivalgono alla più assoluta certezza. Per illustrare tali probabilità si sono immaginati molti esempi. Che probabilità esiste che una scimmia, pestando su una macchina da scrivere a carta continua, riproduca la Divina Commedia? Chiunque risponde : nessuna; eppure esiste una piccolissima probabilità che si può anche calcolare. Le eccezioni osservabili del II principio sono da considerare altrettanto poco probabili.
L'interpretazione probabilistica del II principio della t. rappresenta il primo ingresso della probabilità nelle leggi fisiche. Oggi invece leggi probabilistiche dominano, almeno provvisoriamente, in tutta la fisica modernissima. Le stesse scienze biologiche interpretano certe evoluzioni di evidente aspetto finalistico, attraverso innumerevoli microscopici scarti del II principio.
Bint.: M. Planck, Thermodynamik, Berlino-Lipsia 1897; $9^{\circ}$ ed., ivi 1930; P. Strange, Elementi di fisica, Firenze 1934. Paolo Strange
TERMOLI, DIOCESI di. - Città e diocesi in provincia di Campobasso nel Molise.
Ha una superficie di 800 kmq . con una popolazione di 65.000 ab. dei quali 64.000 cattolici, distribuiti in 21 parrocchie servite da 40 sacerdoti diocesani; ha un seminario minore (il corso teologico viene compiuto nel Seminario regionale di Benevento); inoltre ha 12 comunità religiose femminili (Ann. Pont. 1953, p. 421). La diocesi è suffraganea di Benevento fin dalla sua fondazione nel sec. xi.
Fra i suoi vescovi si ricordano: Jacopo Cini O.P. (1379); D. Girada, servita (1381); F. Merzio (1602), collaboratore di Cesare Baronio. Nel 1818 Pio VII con la bella De utilitiori soppresse la diocesi di Guardia Alferia, situata presso Cerrato, fondata nella seconda metà del sec. xi e l'uni in perpetuo a T. Dopo la morte del vescovo mons. R. Caliandro ( 14 marzo 1924) il suo successore mons. O. Bernacchia, vescovo di Larino, ha unita ad personam la sede di T. (AAS, 16 [1924], pp. 430,502 ).
La Cattedrale è ispirata a quella di Foggia; parti ad archi a ferro di cavallo risalgono al tempo di Federico II; sia l'abside centrale che la parte superiore della facciata furono rifatte alla metà del sec. xiri; subl nel sec. xvi un bombardamento dalla flotta turca; fu danneggiata dai terremoti e da un incendio; l'interno fu ricoperto di stucchi; sulla facciata sotto le statue si distingue un'iscrizione che ricorda il donatore Grimaldo giudicé di T. originario di Ravello (E. Bertaux, L'art dans l'Italie moral., Parigi 1897, pp. 645-47, 702). Nella Cattedrale si conserva un reliquiario della prima metà ca. del xiri sec. con il teschio di s. Timoteo. Il 9 genn. 1947 nelle conferenze della Società dei Cultori di archeologia cristiana, il p. F. Antonelli riferì che l'11 maggio 1945 si rinvenne sotto il presbiterio della Cattedrale una cassetta lignea coperta da lastra di marmo con epigrafe dell'anno 1239 indicante che essa conteneva il corpo di s. Timoteo
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discepolo di s. Paolo. Non si sa come tali reliquie siano giunte a T. tra il 1200-39. Il p. F. Antonelli ritiene sia opera di qualche partecipante alla IV Crociata, e nel 1204 al saccheggio di Costantinopoli, dove le reliquie vi erano state traslate da Efeso (cf. Riv. di Arch. Cristiana, 25 [1949], pp. 197-98).
Il papa Pio XII con lettera apostolica del 25 marzo 1947 dichiarò s. Timoteo vescovo e martire patrono, insieme con il vescovo s. Basso, della diocesi di T. (AAS, 41 [1949], pp. 339-41).
Fra il mare e la Cattedrale Federico II fece sorgere la cittadella di cui resta la grande torre quadrata fiancheggiata da quattro torrette rotonde e vi si leggeva il nome di Federico II (E. Bertaux, Les arts de l'Orient musulman dans l'Italie méridionale, in Mél. d'arch. et d'hist., 15 [1895], pp. 433-34).
Biol.: Eubel, I, pp. 383-84; II, p. 247; III, p. 312; IV, p. 336; V, p. 376; P. Sella, Ration. decimarum Ital., Aprutium Melisium. Le decime dei secc. XIII-XIV (Studi e testi, 69). Città del Vaticano 1956, pp. 315-16; per Guardallera, ibid., p. 329 .
Enrico Josi
TERMOLOGIA. - E il capitolo della fisica che studia sistematicamente i fenomeni nei quali ha parte preponderante il calore. Del calore tutti hanno qualche nozione legata alle sensazioni fisiologiche di caldo e di freddo, o anche di più o meno caldo, o di più o meno freddo. Con il calore così vagamente concepito si è da tempi antichi associata, e sovente anche confusa, la temperatura : errore che si verifica ancora non di rado. E però certo che tra i fisici le due nozioni di calore, o meglio di quantità di calore e di temperatura, risultavano già completamente districate dalla prima metà del sec. xviri. Sono quindi di fondamentale importanza i criteri per la misura di quelle grandezze.
I. Misura delle temperatura. - E anzitutto da osservare che il carattere che differenzia drasticamente la temperatura dalle abituali grandezze della fisica, lunghezze, masse, forze, ecc., consiste in ciò che, mentre ciascuna di queste è misurabile per mezzo di un dato campione, per la misura delle temperature occorre dare tutta una scala. E appunto questo avevano praticamente fatto, oltre un secolo prima del detto chiarimento della nozione di temperatura, Galileo e poi meglio gli accademici del Cimento con le note loro costruzioni dei primi termometri.
Oggi la fisica dispone di molti criteri per la misura della temperatura, ma il criterio più semplice e ancor oggi il più usato, è quello di utilizzare la notevole maggiore dilatazione termica dei fluidi rispetto ai corpi solidi. Galileo e i suoi primi allievi usarono come fluido dilatantesi l'aria, che fu poi vantaggiosamente sostituita con fluidi liquidi. I dispositivi che subito seguirono assunsero in massima la forma degli odierni termometri a mercurio. Per ridurre l'arbitrarietà della scala si convenne fin dal 1694 (Renaldini) di designare come temperature fisse quelle del ghiaccio fondente e di ebollizione dell'acqua, tuttora in uso, dividendo l'intervallo in un certo numero di parti. Le scale dette di Reamur e di Celsius o centigrada, corrispondono rispettivamente alla divisione dell'intervallo in 80 e in 100 gradi.
Le scale così definite non rimanevano rigorosamente identiche quando si variava il liquido (mercurio, toluolo, alcool, ecc.) adoperato. Quindi si convenne che, per scopi scientifici, si dovesse sempre riferirsi alla scala del termometro a gas costruito secondo particolari norme e accuratezza. Questa scala fu detta assoluta e, anche per il suo particolare accordo con il punto di vista termodinamico, scala termodinamica. La sua temperatura più bassa, lo zero assoluto, corrisponde a -273 gradi del termometro centigrado; e poiché in essa l'intervallo fra le temperature del ghiaccio fondente e dell'ebollizione dell'acqua fu diviso in 100 parti, segue che i valori $\mathrm{T}^{\circ}$ della temperatura assoluta sono espressi dalla formola $\mathrm{T}^{\circ}=\mathrm{t}^{\circ}+273$.
II. Misura delle quantitá di calore. - Alla base di questa fondamentale misura sta la primitiva comune nozione che in qualsiasi corpo una somministrazione o un

(Iol. Emit)
Termoli, diocesi di - Facciata della Cattedrale (sec. xil-xili).
prelievo di calore debba sempre provocare un corrispondente aumento o una corrispondente diminuzione della sua temperatura. Per rendere meno vaga questa non del tutto esatta nozione, si aggiunge in generale la condizione che la somministrazione o il prelievo di calore non produca nel corpo in questione altro cambiamento che la variazione di temperatura. In tal caso, se si aggiunge l'ulteriore condizione che le variazioni di temperatura debbano essere piccole, l'esperienza conferma non solo l'attendibilità qualitativa della nozione, ma dimostra anche la proporzionalità fra calore e variazione di temperatura.
Naturalmente per la misura delle quantita di calore occorre definire arbitrariamente, ma esattamente, una unità; e per essa si scelse la caloria (o grande caloria o kilocaloria), cosè la quantita di calore che occorre per elevare da $14^{\circ}$ a $15^{\circ} \mathrm{C}$. la temperatura di un chilogrammo di acqua, che si usa indicare con Cal.
Evidentemente le misure non possono essere dirette, come p. es. quelle di una lunghezza per mezzo dell'unità metro, ma devono necessariamente essere indirette. Ai numerosi dispositivi ideati per tali misure nelle più svariate condizioni si dà il nome di calorimetri.
III. Calori specifici. - Una caloria che immessa in un chilogrammo di acqua determina l'elevazione di un grado della sua temperatura, immessa in un chilogrammo di altre sostanze determina incrementi sempre maggiori, salve rarissime eccezioni; p. es. immessa in un chilogrammo di rame determina una elevazione di oltre $10^{\circ}$, immessa in un chilogrammo di mercurio un'elevazione di $30^{\circ}$. Ciò obbliga ad attribuire ad ogni sostanza un cosiddetto calore specifico, che fisicamente equivale alla quantita di calore che occorre dare all'unità di massa di quella sostanza per elevarne la temperatura di un grado centigrado. Ne segue che il calore specifico dell'acqua è uguale a 1 , quello del rame a 0,095 , quello del mercurio a 0,033 , ecc.
I calori specifici degli elementi, moltiplicati per i loro pesi atomici, detti calori atomici, interessano molto la chimica e la fisica moderna.
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(fei, Alinari)
Terni e Narni, diocesi di - Esterno della chiesa di S. Francesco (sec. xili).
restaurata nel 1926 - Terni.
IV. Fenomeni termici e loro applicazioni. - Dato il loro grande numero non è possibile accennarvi che brevissimamente. Cambiamenti di stato: dallo stato solido al liquido: fusione, sempre accompagnata da notevole assorbimento di calore: p. es., la fusione di un chilogrammo di ghiaccio richiede ca. 80 Cal .; dallo stato liquido al solido, solidificazione sempre accompagnata da inversa liberazione di calore (latente nel liquido); dallo stato liquido all'aeriforme, evaporazione sempre accompagnata da assorbimenti di calore talora ingenti; p. es., il cambiamento di un Kg. di acqua a $100^{\circ}$ in un Kg. di vapore alla stessa temperatura richiede 537 Cal .; inversamente condensazione accompagnata da liberazione dell'equivalente calore (latente nell'aeriforme). E interessante rendersi ben conto del fenomeno dell'evaporazione e della condensazione perché su di esso si basano molte importanti applicazioni. Durante l'evaporazione, cioè finché il vapore rimane ancora in contatto con qualche parte del suo liquido, il vapore si dice saturo ed ha particolari caratteristiche che lo distinguono dai gas: in particolare la sua pressione dipende solo dalla sua temperatura, non dal suo volume; se si tenta di comprimerlo esso si condensa. Ma appena il liquido è completamente evaporato il detto vapore si comporta come un gas e, come esso, segue approssimativamente la nota legge di Gay-Lussac caratteristica dei gas: pressione $\times$ volume $=\mathrm{R} \times$ temperatura assoluta, con R costante. Inoltre è da tener presente che per ogni sostanza esiste una temperatura critica al di sopra della quale essa non può esistere allo stato condensato a qualsiasi elevata pressione la si sottometta. Tale temperatura per l'acqua è di $374^{\circ} \mathrm{C}$, per l'anidride carbonica di $31,2^{\circ}$ (per cui è pericoloso conservare bombole di tale sostanza in ambienti che possono raggiungere quella temperatura), per l'ossigeno - $116^{\circ}$, per l'idrogeno - $241^{\circ}$. Sono queste conoscenze che hanno permesso, dopo santi vani tentativi, di liquefare, con l'azione combinata di pressione e di raffreddamento, tutti i gas, anche quelli che si dicevano permanenti.
Merita infine di essere ricordato che esistono fenomeni termoelettrici dovuti a interazioni del calore e dell'elettricita.
Importantissimi sono la diminuzione, con la temperatura, della resistenza elettrica dei conduttori metallici e l'analoga variazione delle forze elettromotrici che si manifestano sempre al contatto di differenti metalli. Queste due categorie di fenomeni sono state ampiamente utilizzate, in particolare per la misura delle temperature, la quale può ottenersi con dispositivi di sensibilità regolabile a volontà, più comodi e di più facile impiego che gli ordinari termometri. Essi sono ormai usati non solo per scopi scientifici, ma hanno anche sostituto i termo-
metri in molti processi industriali, specialmente nei casi di alte temperature.
V. Macchine termiche. - Si possono distinguere in macchine che utilizzano il calore variamente prodotto per la produzione di energia meccanica e macchine frigorifere.
Fra le prime si ricordano le macchine a vapore fisse e mobili e le turbine a vapore che si impiegano per sviluppare grandissime potenze; i motori a scoppio di vapore di benzina, in largo uso nell'automobilismo; i più potenti motori a combustione interna di oli pesanti, detti anche motori Diesel; i recenti e potentissimi motori a reazione in uso nell'aeronautica militare e civile, che permettono di raggiungere velocità superiore a quella del suono.
Le macchine frigorifere, dapprima limitate ai grandi impianti industriali, stanno ormai penetrando largamente anche nella vita domestica. Tutte funzionano in base ai principi fondamentali della termodinamica (v.) per la cui razionale e pratica applicazione si è ormai costituita una grandiosa tecnica.
Biel.: E. Peruzza, Fisica generale e sperimentale, a voll., Torino 1937-38; P. Stranca, Elementi di fisica, Firenze 1934. Paolo Stranco
TERNI e NARNI, diocesi di. - Sedi unite, ma distinte, immediatamente soggette alla S. Sede. T. è città capoluogo di provincia nell'Umbria, sulla destra della Nera. Ha una superficie di ca. 126 kmq . con una popolazione di 62.615 ab . dei quali 62.553 cattolici, distribuiti in 20 parrocchie, servite da 19 sacerdoti diocesani e da 33 regolari; ha un seminario minore, 5 comunità religiose maschili e 16 femminili (Ann. Pont. 1953, p. 421). Per N. v. la relativa voce.
T. è l'antica Interanna Nahars dei Romani, sotto i quali fu municipio ascritto alla tribù Clustaminin; è situata sulla Flaminia fra N. e Spoleto. E ritenuta patria dell'imperatore Tacito. Ricevette il cristianesimo contemporaneamente alle città circonvicine. Dall'area cimiteriale suburbana, detta di S. Valentino, si ebbero iscrizioni cristiane delle quali la più antica datata è del 366 . La notizia delle ss. Sabina (v.) e Serapia, le cui reliquie sarebbero passate a Roma da Vindena presso T., non ha fondamento storico sicuro. Venerato a T. fu il martire Valentino (v.) di cui si fece un vescovo del luogo, ma la cui identità è contrastata con un omonimo santo martirizzato a Roma, probabilmente di T. Nulla si sa sulle origini del vescovato; il primo nome di vescovo storicamente attestato è quello di Pretestato nel 465 , cui seguono un Costantino nel 487 e un Felice nel 501; un Omobono è ricordato in un'iscrizione di età incerta. Gregorio I inviò a T. Costanzo vescovo di N. (593-98) e nel 594 gli affidò il governo anche di quella Chiesa, perché non v'era più tanto clero e tanto popolo che richiedesse la presenza di un proprio vescovo. Nella chiesa di S. Valentino papa Zaccaria s'incontrò con il re Liutprando nel 742. Durante l'alto medioevo T. fu governata dal vescovo di N. o da quello di Spoleto, mentre il Capitolo sottostava direttamente al Papa. Finalmente il 13 genn. 1218 con propria bolla Onorio III reintegrava la sede, e veniva nominato vescovo, a preghiera del clero, un Rainerio, ternano, uomo di santa vita. Subito dopo, con atto del febbr. 1218, il municipio di T. dotò la mensa vescovile. Ancora Onorio, recatosi a T. nel 1219, rimetteva in possesso del Capitolo di T. la basilica di S. Valentino e diffidava il vescovo di N. che deteneva il sovrastante vicinissimo castello di Perticara; inoltre dal Laterano il 23 febbr. 1219 Onorio segnò i confini della diocesi, ben più larghi del presente, che si estendevano su parte delle terre Arnolfe, nella Valnerina, a Ferentillo, e sino ai confini di Norcia. Gli anzidetti luoghi, come giurisdizione laica, erano stati ritenuti, in perpetuo, vicariato delle città di T. e di Spoleto: ma il promiscuo pos-
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sesso diede motivo a sanguinose lotte, sino a che Alessandro VI con breve del 1502 ne diede governo ai chierici di Camera.
Nel 1591 è vescovo il cremonear Giov. Antonio Onorati il quale nel 1605, con sussidio del Comune, imprende scavi a S . Valentino e rinviene sotto l'altare l'arca plumbea con il corpo del Santo: traslato in Cattedrale, prevale il consiglio di edificare una basilica a S. Valentino e là si riconduce poi il corpo del Santo.
Nell'ultima guerra, nel 1943-44, nonostante i 104 bombardamenti che martoriarono la città, l'allora vescovo mons. Bonominí non abbandonò l'episcopio: nel più duro periodo precedente la ritirata dei Tedeschi, egli fu l'unica autorità rimasta in città, e organizzò mense e soccorsi per le 1500 persone che non vollero o non poterono sfollare.
T. ha un cimitero cristiano dei secc. iv-v, nella basilica di S. Valentino fuori le mura, alcuni sarcofagi romano-cristiani e vanta buon numero di chiese prevalentemente romaniche nelle quali i restauri compiuti dopo la recente guerra hanno non solo condotto al ripristino di belle forme originali, ma alla scoperta di notevoli affreschi.
Il Duomo, la cui struttura, salvo tracce interne della facciata, è ormai settecentesca, conserva una cripta dei secc. viI-viI; S. Salvatore è una chiesa paleocristiana del sec. v, a pianta circolare, con aggiunte dei secc. xili e xv, sorta su precedenti costruzioni romane ma da esse indipendente, come recenti scavi hanno mostrato: interessante edificio, coperto a vòlta, costruito nella caratteristica pietra spugna locale. Altre chiese romaniche: S. Lorenzo a due navate, absidata; S. Cristoforo con pregevoli affreschi dei secc. xili-xv; S. Alò, di cui sta per iniziarsi il ripristino. Del sec. xili, successivamente ampliato, il romanico-gotico S. Francesco con navata centrale coperta a vòlte a costoloni in pietra viva, e ciclo di affreschi del ' 400 con soggetto dantesco (la cappella Paradisi). Nasce tra i secc. xili e xv la ora restaurata chiesa agostiniana di S. Pietro, con ampia navata unica, affreschi sovente sovrapposti che vanno da tipi cavalliniani e senesi (lorenzettiani) e d'influssi abruzzesi, a motivi di derivazione dal Gozzoli; S. Maria al Monumento presso il camposanto con tra l'altro affreschi di maniera di Ottaviano Nelli di carattere agiografico (la leggenda delle "Mele dorate") ha origine nella stessa epoca.
Mentre è assai venerato nella omonima Basilica il patrono s. Valentino, in Duomo è vivissima dal secolo scorso la devozione per la miracolosa immagine della Madonna della Misericordia. A pochi chilometri da T., verso Stroncone, ruderi dell'antica abbazia di S. Benedetto.
Bini.: Fr. Angeloni, Hist. di T., Roma 1646; P. Manassei, Alcuni decuni, per la stor. di T. e Spoleto, in Arch. stor. ital., $3^{2}$ serie, 22 (1875), p. 367 sgg.; id., Stor. di T., Pisa 1878; P. Fr. Kehr, Italia Pontif., IV, Berlino 1909, pp. 18-20; H. Delehaye, Les martyrs d'Interamna, in Bull. d'anc. litt. et d'arch. chrét., I (1911), pp. 161-88; A. Philipp, Interamna, in PaulyWissowa, III, II, 1916, coll. 1600-1602; H. Delehaye, Les orig. du culte des martyrs, $2^{2}$ ed., Bruxelles 1973, pp. 270, 315-16; Eubel, I. p. 282; II, p. 186; III, p. 230; IV, p. 210; V, pp. 228229; Lanzoni, I, pp. 374-75, 402-17.
TERR.A, Età della. - I metodi usati fino a pochi decenni or sono per determinare l'e. della t. si rivelano oggi totalmente privi di rigore scientifico.
Essi si basavano principalmente sulla velocità di deposizione dei sedimenti in ambiente acqueo o sulla salinità degli oceani attuali oppure su un calcolo del raffreddamento progressivo della sfera terrestre o ancora sulla velocità con cui gli agenti esogeni erodono le catene montuose; i valori ottenuti con tali metodi sono molto inferiori a quelli che s'ottengono oggi per altra via. Il primo dei metodi citati, intravisto già in Erodoto, consisteva nel fissare, in base ai fenomeni attualmente osser-
vabili, il tempo necessario per la deposizione di uno spessore noto di materiali; ma la problematica ricostruzione di una sezione tipo che rappresenti tutte le pile di sedimenti depostesi nei vari periodi geologici implica problemi insolubili : la velocità di sedimentazione dipende infatti dall'ambiente e varia caso per caso; rimarrebbe poi sempre il dubbio che i materiali di alcune di queste pile fossero stati, in tempi precedenti, asportati per erosione e ridepositati.
A critiche altrettanto facili sono soggetti gli altri metodi. Il calcolo dell'e. della t. in base alla salinità dei mari cerca di stabilire il tempo necessario perché i fiumi (supposta invariata nel tempo la loro portata globale) versino negli oceani quantità di sali tali da cambiare le primitive acque dolci nelle attuali acque di cui è nota la salinità media. Lo studio del raffreddamento progressivo della sfera terrestre implica - tra le numerose cause d'errore - la problematica conoscenza d'una temperatura iniziale e della quantità di calore sviluppatosi per la disintegrazione, tuttora attiva, degli elementi radioattivi disseminati a profondità non accessibili.
Gli attuali metodi di determinazione del tempo geologico, molto più precisi anche se soggetti a varie cause d'errore, sono fondati sulla disintegrazione radioattiva dell'uranio (soprattutto dei due isotopi UI e AcU), che conduce alla formazione finale di piombo radioattivo (rispettivamente dei due isotopi $\mathrm{Pb}^{230}$ e $\mathrm{Pb}^{237}$ ). Materiali radioattivi sono contenuti in varia misura in tutte le rocce, e si suppone che dal momento in cui vennero racchiusi nella roccia in via di consolidazione sia iniziato l'accumulo degli elementi residuali (elio e piombo).
Poiché la quantità iniziale di uranio si conserva praticamente costante per la lentezza del processo disintegrativo (periodo $=4,4 \times 10^{8}$ anni), e poiché quindi anche la quantità del prodotto finale che si forma ogni anno può essere ritenuta costante, determinando con esattezza le percentuali di uranio e piombo in presenza l'uno dell'altro, si può calcolare l'età in anni di una roccia con la formula :
$$
\text { Età in anni }=\frac{\text { Piombo (in grammi) }}{\text { Uranio (in grammi) } \times 1,3 \times 10^{-10}}
$$
in cui $1,3 \times 10^{-10}$ rappresenta la quantità di piombo (in frazioni di grammo) generata in un anno da un grammo di uranio. Le rocce più antiche sulle quali questo metodo venne sperimentato si rivelarono prossime ai due miliardi di anni.
Un altro metodo moderno si basa sullo studio delle dimensioni e del colore delle aureole pleocroiche, sorta di aloni che si formano attorno a granuli di zirconie
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(fot. Emit).
Terracina, Privetro e Sezze, diocesi di - Facciata del Duomo, consastato nel 1074. Il portico e il campanile sono del sec. xili con rifacimenti del sec. xvil - Terracina.
radioattivo, abbondante nella mica delle rocce eruttive, e dovuti allo sviluppo di elio; anche questo metodo dà valori prossimi a quelli forniti dagli isotopi del piombo.
La terra ha quindi un'ètà (dal tempo in cui si formò una crosta terrestre solida ad oggi) di almeno duemila milioni di anni; di questi, ca. 1500 vanno assegnati all'èra archeoznica, nella cui parte più recente compaiono le prime tracce di vita; gli altri 500 milioni vanno ripartiti secondo l'unito specchietto.
| Durata delle ere geologiche in milioni di anni | |
| :--: | :--: |
| Era quaternaria o neozoica <br> - terziaria o cenozoica <br> - secondaria o mesozoica <br> - primaria o paleozoica <br> archeoznica | $\begin{gathered} 0,5-1 \\ 50-60 \\ 130-150 \\ 300 \\ 1300-1500 \end{gathered}$ |
| Totale ca. | $1800-2000$ |
Attualmente però questi valori tendono ad aumentare in conseguenza del perfezionamento dei metodi di ricerca e del ritrovamento di rocce ancora più antiche: sembra quindi, dai risultati più recenti, che la terra abbia un'età (sempre dalla solidificazione della crosta terrestre ad oggi) non inferiore a due miliardi e mezzo di anni.
Per l'età del sistema solare, del sistema galattico e dell'universo, v. universo.
BibL.: C. Schuchert - C. O. Dunbar, A textbook of geology, II, Historical geology, $2^{\text {a }}$ ed., Nuova York 1947; J. H. F. Umbgrove, The pulse of the earth, $2^{\text {a }}$ ed., L'Aia 1947; A. Zammarchi, Fisica dell'atomo, $2^{\text {a }}$ ed., Brescia 1948. Bruno Accordi
TERRABUGIO, GIUSEPPE. - Musicista, n. a Fiera di Primiero il 13 maggio 1842, m. ivi il 30 genn. 1933.
Fece gli studi a Padova e si perfezionò poi a Monaco di Baviera con il Reinberger. Stabilitosi a Milano, nel 1883 vi fondo la rivista Musica sacra che diresse per
40 anni, lottando tenacemente per la riforma della musica sacra. Fu insegnante di organo alla Scuola superiore di Musica sacra ed ha lasciato un gran numero di composizioni da chiesa notevoli dal lato contrappuntistico ed ispirate nella forma sempre alta e nobile.
Silverio Mattei
TERRACINA, PRIVERNO e SEZZE, diOCESI di. - Nel Lazio, in provincia di Latina, immediatamente soggette alla S. Sede.
T. ha una superficie di 200 kmq . con una popolazione di 39.037 ab. tutti cattolici, distribuiti in 11 parrocchie, servite da 18 sacerdoti diocesani e 20 regolari; ha 3 comunità religiose maschili e 10 femminili. P. ha una superficie di 160 kmq . con una popolazione di 30.000 ab. tutti cattolici, distribuiti in 11 parrocchie, servite da 16 sacerdoti secolari e 12 regolari; ha 3 comunità religiose maschili e 8 femminili. S. ha una superficie di oltre 244 kmq . con una popolazione di 29.448 ab. dei quali 29.000 cattolici, distribuiti in 10 parrocchie, servite da 21 sacerdoti diocesani e 8 regolari, ha 2 comunità religiose maschili e 8 femminili (Anu. Pont. 1953, p. 421).
Il Seminario minore è in S. e quello maggiore ad Anagni, comune alle altre diocesi del basso Lazio. La residenza vescovile è in T.
I. T. - E la volsea Auxur che era situata sul pendio del colle verso l'entroterra della città attuale. Dopo varie vicende divenne la romana T. che prosperò non poco, grazie alla sua situazione sul mare e lungo la Via Appia. Dal pontificato di Adriano I appartenne allo Stato Pontificio. Nel rooo Silvestro II la cedette al conte Duiferio e nel 1071 Alessandro II al famoso abate Desiderio di Montecassino, finché nel riso Eugenio III la riscattò. Le origini del cristianesimo in T. rimontano al sec. i. Gli atti apocrifi greci di s. Pietro e s. Paolo, composti nel sec. ix, narrano la venuta dei due Apostoli da Baia a Gaeta e da Gaeta a T., mentre si recavano a Roma. Questo racconto fantastico dette forse motivo agli storici locali di concludere che s. Paolo avrebbe predicato in T. e s. Pietro avrebbe eretto la diocesi. Rimane invece la sola probabilità che s. Paolo pernottasse in T. durante il suo primo viaggio a Roma.
Si sa che al tempo dell'imperatore Domiziano (8196) Flavia Domitilla, moglie del console Flavio Clemente, fu esiliata nell'isola Venturone (Dione Cassio, Hist. Ross., 67, 14) e Flavia Domitilla, nipote del medesimo, a Ponza (Eusebio, Hist. eccl., III, 18, 4). Ambedue erano cristiane, Gli Atti dei ss. Nereo ed Achilleo (BHL, 60586067), della seconda metà del sec. v ca., pretendono che la seconda Flavia Domitilla morisse e fosse sepolta a T.; come pure che due vergini romane, compagne delle medesima, Eufrosina e Teodora, fossero state martirizzate e ivi sepolte sotto Traiano (98-117) da un santo diacono di nome Cesareo. L'anonimo degli Atti predetti ha senza dubbio con il diacono Cesareo voluto onorare l'omonimo martire di T., che compare nel Martiriogio geronimiano ${ }^{1}$ il $1^{\circ}$ nov. e il 21 apr. La Passio (BHL, 1511-16) composta tra il sec. v e vi lo dice martirizzato sotto Nerone in T. e sepolto lungo la Via Appia, poco prima di arrivare a T. venendo da Roma. Ma gli Atti dei ss. Nereo ed Achilleo e la Passio di s. Cesareo, riguardo al tempo non hanno valore probativo. E invece certo che sulla tomba del martire, che appartiene al tempo delle persecuzioni, venne eretta una basilica che fu anche la primitiva cattedrale di T., ricostruita nei secc. xI-xIII e rimaneggiata nel sec. xvil. Sul colle di T. fu il celebre monastero di S. Stefano al Monte, fondato dallo stesso s. Benedetto, come risulta dai Dialoghi di s. Gregorio Magno (II, 22). Nel sec. xvir era già diroccato.
A Paola, sotto il Circeo e nelle Isole Pontine che appartenevano a T., sono state ritrovate iscrizioni cristiane, una delle quali è del 345 (CIL, X, 1, 6419-21; X. II, 8412-13).
Analda, storico locale, ha aperto la serie dei vescovi di T. con Epafrodito dell'Epistola ai Filippesi (II, 25), senza addurre ragioni. Come P. Gams (Series episc., Ratisbona 1873, p. 731) vi inserisce i martiri Quarto e
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Quinto, il primo dei quali, secondo la Passio di s. Cesario, sarebbe stato il seppellitore del preteso martire Eusebio. Il primo vescovo di T. a noi certamente noto è Sabino, nel 313 .
Nel sec. xi - non è possibile determinare più esattamente - a T. furono unite le diocesi di P. e di S., come risulta dalla bolla di conferma, emanata da Onorio III il 18 genn. 1217.
II. P. - Corrisponde al volsco Privernum che fu poi colonizzato dai Romani e, distrutto nel medioevo, venne riedificato col nome di Piperno, finché nel 1928 riprese il nome antico. La diocesi di P. compare per la prima volta in un documento del 769, ma L. Duchesne la crede anteriore al sec. viI e nel 1039 traslocata a S., a differenza di P. F. Kehr, che le ritiene due diocesi distinte. La lettura di tre nomi di martiri, fatta da G. B. De Bassi in una iscrizione molto danneggiata, proveniente da P., non è stata accolta.
Nella diocesi di P. è la famosa abbazia di Fossanova nel punto ove la Valle dell'Amaseno abocca nella pianura pontina. Alcuni hanno creduto che fosse il monastero di S. Stefano di Mileto, fondato da s. Benedetto e fiorito fino al tempo di Innocenzo II che nel 1133 lo avrebbe concesso ai Cistercensi col nome di S. Fudenziana, poi di S. Maria; P. F. Kehr lo crede distinto da quello e fondato nel 1027. La costruzione della chiesa consacrata da Innocenzo III il 19 giugno 1208, costituisce il primo esempio dello stile cistercense, formatosi in Borgogna come evoluzione dello stile lombardo. La fama dell'abbazia si deve però principalmente alla morte ivi avvenuta di s. Tommaso d'Aquino. La chiesa di S. Maria, già cattedrale, poi collegiata, il 10 sett. 1724 da Benedetto XIV fu restituita cattedrale con gli stessi diritti di quella di T.
III. S. - E l'antica Setia o Suessa dei Volsci. Si crge sull'alto di un colle donde la vista spazia sull'Agro Pontino e sui Monti Lepini. Fu colonia romana, poi fin dal sec. viII fece parte dello Stato pontificio. La diocesi di S. appare la prima volta in un documento del 1036, ma, come P., L. Duchesne la crede anteriore al sec. viI.
S. e P. nel sec. xi furono unite a T. La chiesa di S. Maria, costruzione romanica rifatta nel 1347, fu cattedrale, poi collegiata e di nuovo, il 29 apr. 1724, eretta in cattedrale da Benedetto XIV con gli stessi diritti di quella di T. e di P. Nella diocesi di S. fiorl il monastero di S. Cecilia, fondato da s. Lindano nel sec. xI.
Le diocesi di T., P. e S. hanno il loro tribunale d'appello presso il vicariato di Roma. - Vedi tav. CXLII.
Birl.: Ughelli, I, pp. 194-95, 199; Eubel, I, p. 478; II, p. 248; III, p. 310; IV, p. 330; V, pp. 371-72; P. F. Kehr, Italia Pont., II, pp. 113-30 con bibl. precedente; Lanzoni, I, pp. 146-57.
Benedetto Pesci
## TERRACOTTA: v. CERAMICA.
TERRALBA, diOCESI di: v. ales e terRaldea, diocesi di.
TERRA MADRE. - Il concetto di T. M., della terra cioè quale origine e madre di tutte le cose, si trova diffuso tanto presso varie popolazioni primitive, quanto nelle religioni pagane dell'antichità.
La T. M. ha il suo riscontro, più o meno perfetto, nel concetto del «Cielo Padre», cioè del cielo origine e padre di ogni cosa, quale si trova in realtà, p. es., nelle antiche religioni appartenti al ceppo cosiddetto indoeuropeo e di cui Jupiter è evidentissimo documento.
In linea generale si può dire che mentre il concetto del Cielo Padre vuol rispecchiare civiltà di tipo patriarcale, quello di T. M. indica, invece, civiltà matriarcale. Occorre tuttavia aggiungere che, come in ognuno di questi due tipi di civiltà consiste necessariamente anche l'altro, così nelle religioni al culto della M. T. è associato in maniera più o meno evidente quello del Cielo Padre (talora sostituito dal Sole), e viceversa.
Nella mitologia greca arcaica Gaia ( $=$ Terra), assieme ad Urano, appare la genitrice degli esseri primordiali (Esiodo, Theogonia, 116-54), e nell'inno omerico è
detta madre di tutti gli dèi e degli uomini (v. 31). Tuttavia anche nella religione greca arcaica, essa non ebbe mai i caratteri ben definiti di divinità e, a parte alcuni oracoli (v. sotto) di qualche importanza, rari furono i suoi luoghi di culto (Olimpia, Tegea, Sparta e Atene). Invece, soprattutto sotto l'influsso delle religioni del vicino Oriente (Kybele) e di quella cretese (Rhea) e per il diffondersi dei Misteri, la T. M. ebbe notevole favore nei culti popolari, dove fu venerata sotto il nome di varie divinità femminili. Tra queste che, originariamente venerate assieme con Gaia, poi da essa si staccarono portandone con sé gli elementi mitici e cultuali, si ricorda soprattutto Demeter ( $=$ T. M.), dai numerosi appellativi (quali $\pi \alpha \chi \sigma \sigma \chi \dot{\alpha} \rho \circ \varsigma, \pi \sigma \nu \rho \sigma \tau \chi \dot{\alpha} \rho \circ \varsigma, \chi \lambda \dot{\alpha} \eta$, ecc.) denotanti il suo carattere di genitrice degli uomini e della natura; e la sua figliola Kora (in origine unica figura con la madre) il cui rapimento da parte di Flutone voleva appunto significare la morte della vegetazione fino al ritorno della Dea Madre della natura; motivo quest'ultimo antico e diffuso già nel mondo sumero-babilonese dove, mentre la dea Innini-Ištar scendeva agli Inferi, su nel mondo la vita rischiava di rimanere sospesa. Aspetto assai importante di Gaia è quello di essere la profetessa per eccellenza (Eschilo lo debuisce $\pi \chi \omega \tau \alpha \mu \alpha \tau \eta \varsigma$; Eumen., 2); infatti, oracoli arcaici a lei sacri si trovano un po' ovunque nel mondo greco: a Dodona (assieme a Zeus), a Delli, a Olimpia, nelle quali località essa col tempo fu sostituita da altre divinità come Themis, Phoibe, ecc.
A Roma la T. M. nell'età più antica fu venerata principalmente sotto il nome di «Tellus Mater» ed associata a Jupiter, il Cielo Padre. Ben presto Tellus Mater si associò con varie divinità dalle analoghe attribuzioni quali: Flora, Dea Dia, ma soprattutto con Cerere (Ceres), assieme alla quale essa fu spesso venerata in determinate cerimonie, come, p. es.: le Feriae sementivae (celebrate dopo la semina) in cui si sacrificava alle due divinità una porca gravida (Ovidio, Fasti, I, 673); le Fordicidia (v.) del 15 apr. che, per quanto sacre a Tellus facevano parte di un ciclo di feste in cui si celebravano anche le Cerealia : in esse la Vestalis Maxima bruciava il feto di una vacca e le ceneri mescolate col sangue del cavallo di ottobre (October equus) venivano usate nella celebrazione delle Parilia; il Flamen cerealis sacrificava: - Telluri et Cereri, ecc. s. Tellus, inoltre, come in Grecia Demeter, era collegata con il mondo sotterraneo ed i Mani, ed era invocata anche nelle cerimonie nuziali. Un solo tempio a Roma fu eretto in onore di Tellus Mater (nel 268 a. C. del console P. Semponio). - Vedi tav. CXLIII.
Birl.: J. A. Hild, Tellus Mater, in C. Daremberg - E. Saglio, Dictiona, antiq. gr. et romaines, V, pp. 73-83; A. Dietrich, Mutter-Ende, Lipsis-Berlino 1925; F. Ahbeler, Terra Mater, Giessen 1931; J. A. Macculloch, Earth, Earth-Gods, in Hastings' Encycl. of Relig. and Ethics, V, pp. 127-31. Cesare D'Onofrio
## TERREMOTO : v. SISMOLOGIA.
TERRE POLARI. - Geografia - S'intende con questa denominazione il complesso dei territori continentali o insulari che si estendono nelle regioni prossime ai Poli. Mentre però nella calotta boreale, formante un vasto bacino marittimo (Oceano Artico: 14,2 milioni di kmq.), essi constano tutti di isole, massima fra queste la Groenlandia, che con il Capo Morris Jesup si spinge fino a $83^{\circ} 40^{\prime}$ N. (il punto più settentrionale delle masse terrestri periartiche), il Polo Sud è occupato da un vasto ( 13,2 milioni di kmq.) continente, che oltrepassa in senso opposto il circolo polare, toccando il $67^{\circ} 30^{\prime}$ S. nella Terra di Graham, poche e lontane le une dalle altre essendo per contro le isole, sparpagliate in una superficie liquida anche più estesa (Oceano Antartico : 20, 4 milioni di kmq.).
Delle isole artiche ( 246,5 mila kmq.